Ridateci le virgole!
Titolo provocatorio e un po’ acchiappa clic, lo ammetto, ma così l’amigdala fa quello che le riesce meglio: va in panico. Si mette in allarme, percepisce il senso di perdita – peché se chiediamo che ci vengano ridate le virgole significa che prima le avevamo e ora non le abbiamo più – e la nostra attenzione schizza alle stelle, bella pimpante e adrenalinica, in circa un ottavo di secondo. Nel frattempo voi avrete letto queste righe, attività che richiede ben più di un ottavo di secondo, e la vostra corteccia prefrontale avrà già riportato la calma, in assenza di una minaccia reale. Adrenalina e cortisolo hanno fatto il loro dovere, vi hanno portati qui belli svegli e attenti, ora possono tornare a livelli ottimali e noi possiamo dedicarci alla punteggiatura, alla sua storia e all’importanza delle virgole.
La punteggiatura non è nata nello stesso momento della scrittura né men che meno quando i primi esseri umano hanno iniziato a sperimentare il linguaggio è nata molto dopo e tra poco vedremo nel dettaglio la sua genesi e la sua evoluzione ma se avete letto fino a questo punto senza prendere fiato e sostanzialmente senza aver capito un fico secco di quello che avete letto avete già compreso perché è tanto importante. Riproviamo. La punteggiatura non è nata nello stesso momento della scrittura, né men che meno quando i primi esseri umani hanno iniziato a sperimentare il linguaggio; è nata molto dopo e tra poco vedremo nel dettaglio la sua genesi e la sua evoluzione. Ma se avete letto fino a questo punto senza prendere fiato – no, stavolta avete preso fiato – e sostanzialmente senza aver capito un fico secco di quello che avete letto – no, stavolta avete capito eccome –, avete già compreso perché è tanto importante.
Cos’è cambiato tra la prima e la seconda lettura? Di sicuro, la respirazione. Probabile che abbiate trattenuto il fiato, leggendo parola dopo parola, cercando di fare il più in fretta possibile perché, ehi, questo è un post, non una prova d’apnea. Oppure avete iperventilato. Il cervello era impegnato a gestire il poco ossigeno disponibile e quella era la priorità, fanculo il senso del testo (questo l’ha detto il rettile, non è roba mia). Altra sensazione che avete sperimentato, un senso di fastidio e di irritazione: se siete qui, con buona probabilità avete terminato le scuole medie da un bel pezzo, sapete leggere da quanto?, qualche decina di anni? E allora come è possibile che non abbiate capito il senso di quanto avete letto? Questo è frustrante! E, indovinate un po’ qual è l’ormone che scatena il senso d’inadeguatezza? Il cortisolo. Lo stesso che, in piccole dosi, ingaggia l’attenzione, è quello che, fuori controllo, genera stress e ansia. E che, non a caso, si può ridurre con una corretta e controllata respirazione. Quindi adesso fate qualche bel respiro profondo, sorridete, lasciate che le endorfine facciano il loro dovere e riprendiamo il nostro percorso.
Come ho scritto negli esempi qui sopra, la punteggiatura non è nata con la scrittura: in Occidente, Greci e Romani erano soliti parlare nelle assemblee pubbliche facendo affidamento su arte oratoria e retorica e, anche quando i discorsi erano stati scritti preventivamente, la scriptio continua – cioè la scrittura continua, senza interpunzione – imponeva all’oratore di leggere il testo in anticipo, così da conoscerne il contenuto e poter porre l’enfasi sui punti di maggior importanza. Tradizionalmente si fa risalire ad Aristofane di Bisanzio, nel II secolo prima di Cristo, l’invenzione della punteggiatura. Egli introdusse il punto, che andava inserito in tre posizioni diverse della riga in base all’intonazione che si desiderava dare alla lettura: abbiamo così il punto in alto (comma), nel medio (colon) e basso (periodus). Caduta poi in disuso, la punteggiatura venne riscoperta e ampliata dagli scribi e dai copisti medievali, interessati a conservare e tramandare il significato originale del testo copiato: era necessario che le parole fossero distanziate, che la lettura avesse un ritmo e un senso comprensibile. È a San Isidoro di Siviglia che si deve non soltanto la ripresa del sistema di Aristofane, ma anche l’introduzione di segni aggiuntivi, destinati a indicare la durata della pausa: più in alto era posto, più lunga sarebbe stata la pausa. Il punto in alto è diventato così, per durata, il nostro punto fermo, quello medio il punto e virgola o il due punti (a seconda delle necessità), quello basso la virgola. Nel frattempo, tra il settimo e l’ottavo secolo, gli scribi irlandesi e anglosassoni, le cui lingue originarie non discendevano dal latino, sempre per rendere più facilmente leggibili e comprensibili i testi, hanno avuto la brillante idea di separare le parole e di inserire le minuscole. Dio gliene renda merito! Attorno al dodicesimo secolo a questi tre punti si erano aggiunti graficamente il punctus elevatus, che non è un punto snob bensì il punto e virgola, reso con un punto basso e una virgola capovolta in alto, il cui codino volgeva verso sinistra (in pratica, sottosopra rispetto a oggi) e il punctus interrogativus, che come si intuisce dal nome è il punto interrogativo, il quale però appariva nei modi più vari nei manoscritti, da una specie di lampo a un ghirigoro a una sorta di n con una lunga gambetta tesa verso l’alto con un punto in basso. Per secoli la punteggiatura era stata in balia dei gusti estetici dei copisti e delle disponibilità di spazio sulle pergamene; la virgola, ad esempio, poteva venir segnata sia con il punto in basso, sia con la virgola come la conosciamo oggi, sia con una barra diagonale (/). Fu solo grazie a due italiani, il linguista Pietro Bembo e l’editore veneziano Aldo Manuzio, che nel Cinquecento la punteggiatura iniziò ad assumere caratteri standardizzati.
Dunque, perché usare la punteggiatura? Già il preservare una storia millenaria, che ha consentito alle lingue occidentali di evolversi e guadagnare in comprensibilità, direi che è una buona ragione. Ma se non vi basta, per autodifesa: fate in modo che nessun ladro di virgole vi forzi il respiro e manipoli il cortisolo, causandovi ansia e stress. Siate consapevoli, tenete il punto.

*Se desiderate approfondire: “Pause and Effect”, Malcolm B. Parkes; ”Ars maior”, Aelius Donatus