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    <title>CollettivoCasamatta</title>
    <link>https://log.livellosegreto.it/collettivocasamatta/</link>
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    <pubDate>Thu, 18 Jun 2026 03:01:38 +0000</pubDate>
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      <title>Cuba di fronte alla minaccia dell&#39;imperialismo statunitense: una prospettiva...</title>
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      <description>&lt;![CDATA[Cuba di fronte alla minaccia dell&#39;imperialismo statunitense: una prospettiva marxista&#xA;&#xA;​Dalla vittoria della rivoluzione del 1959, Cuba ha rappresentato una sfida simbolica e politica all&#39;egemonia degli Stati Uniti nei Caraibi e in America Latina. La nazionalizzazione delle grandi proprietà, l&#39;espropriazione del capitale straniero e la costruzione di un&#39;economia pianificata hanno posto l&#39;isola in aperto contrasto con gli interessi economici e strategici di Washington.&#xA;​Nel corso dei decenni, gli Stati Uniti hanno adottato una politica di isolamento economico e diplomatico nei confronti di Cuba. L&#39;embargo (bloqueo), le sanzioni e le costanti pressioni politiche hanno avuto l&#39;obiettivo di indebolire e strangolare il sistema nato dalla rivoluzione. Sono precisi strumenti dell&#39;imperialismo finalizzati a subordinare una nazione alle esigenze delle grandi potenze capitalistiche.&#xA;Questa strategia non è un caso isolato, ma risponde a un preciso asse geopolitico che trova il suo parallelo più immediato nelle aggressioni imperialiste contro il Venezuela.&#xA;Proprio come accaduto con il Venezuela – colpito da sanzioni economiche devastanti, dal congelamento dei beni statali all&#39;estero, da tentativi di colpi di Stato e da costanti minacce di intervento – l&#39;obiettivo di Washington non è mai la promozione della democrazia o dei diritti umani. Sia nel caso venezuelano che in quello cubano, l&#39;imperialismo agisce per riaffermare il proprio controllo geopolitico nella regione, abbattere qualsiasi modello alternativo o non allineato e riprendere il possesso delle risorse strategiche e dei mercati locali (nel caso del Venezuela in chiave direttamente anticinese).&#xA;​Un eventuale attacco militare a Cuba -o comunque il rovesciamento del suo legittimo governo- costituirebbe quindi il punto più avanzato di questa medesima politica di ricolonizzazione. &#xA;​Perché la minaccia emerge oggi e quali sono le condizioni materiali a Cuba&#xA;​Dal punto di vista marxista, le tensioni che periodicamente riemergono tra Stati Uniti e Cuba non possono essere comprese esclusivamente attraverso le dichiarazioni diplomatiche o le scelte dei governi. Esse affondano le proprie radici nelle contraddizioni economiche e geopolitiche del capitalismo contemporaneo. In un contesto internazionale caratterizzato da una crescente competizione tra grandi potenze, instabilità economica globale e ridefinizione degli equilibri regionali, Cuba continua a rappresentare un&#39;anomalia politica nel continente americano. La persistenza di un sistema economico sottratto al libero mercato e la sopravvivenza delle principali conquiste sociali della rivoluzione costituiscono elementi di attrito permanente con gli interessi strategici dell&#39;imperialismo.&#xA;​Allo stesso tempo, l&#39;isola attraversa una delle fasi economiche più difficili della sua storia recente. La popolazione deve confrontarsi con carenze di beni essenziali, frequenti difficoltà nell&#39;approvvigionamento energetico, bassi salari reali e una crescente pressione inflazionistica. Le conseguenze della pandemia, il rafforzamento delle sanzioni economiche, il golpe mascherato in Venezuela (che rappresentava la principale fonte di approvvigionamento energetico), la diminuzione delle entrate esterne e le debolezze strutturali di una gestione burocratica e centralizzata dell&#39;economia, slegata da un reale controllo dei lavoratori, hanno contribuito a un peggioramento delle condizioni materiali di vita di ampi settori della popolazione lavoratrice.&#xA;​Di fronte a queste difficoltà, il governo cubano ha cercato di preservare la stabilità introducendo una serie di riforme e concessioni al mercato. Negli ultimi anni si è assistito a una maggiore apertura verso iniziative private di piccola e media dimensione, all&#39;espansione di spazi destinati agli investimenti stranieri e a misure volte ad attrarre capitali dall&#39;estero. Sono tentativi difensivi adottati sotto fortissime pressioni economiche interne ed esterne, ma al tempo stesso sollevano enormi interrogativi sul rischio di una progressiva crescita delle disuguaglianze sociali e di una maggiore penetrazione dei rapporti di produzione capitalistici.&#xA;​In questo quadro, la pressione esercitata dagli Stati Uniti mira ad approfondire le difficoltà economiche dell&#39;isola per favorire il suo crollo.&#xA;​La posizione marxista: difesa incondizionata contro l&#39;aggressione e democrazia operaia.&#xA;​La tradizione politica marxista ha elaborato da tempo il principio della difesa degli Stati e dei paesi oppressi contro l&#39;imperialismo. Questo principio significa che, nel caso di un conflitto tra una potenza imperialista e uno Stato dipendente - tanto più se nato da una rivoluzione sociale- i rivoluzionari devono sostenere incondizionatamente la resistenza contro l&#39;aggressore, indipendentemente dal giudizio politico sulla direzione di quel paese.&#xA;​Difendere Cuba non significa però rinunciare alla critica delle sue strutture politiche o all&#39;esigenza di una transizione socialista basata sul reale potere dei lavoratori. Il marxismo sostiene che la difesa delle conquiste economiche debba andare di pari passo con la lotta per il controllo democratico dei lavoratori sulle istituzioni e sull&#39;economia. Pertanto, una prospettiva marxista coerente combina sempre due parole d&#39;ordine: resistenza intransigente all&#39;imperialismo esterno e avanzamento della democrazia operaia all&#39;interno.&#xA;​In caso di attacco, la resistenza non potrebbe basarsi unicamente su metodi burocratici o diplomatici, ma richiederebbe il pieno coinvolgimento e l&#39;armamento politico oltre che militare delle masse popolari, le uniche realmente interessate a difendere ciò che la rivoluzione ha costruito.&#xA;​Il ruolo della classe lavoratrice internazionale e l&#39;asse Cuba-Venezuela&#xA;​Nessuna rivoluzione può sopravvivere isolata per un periodo indefinito entro i confini di un solo Stato. Le difficoltà economiche e politiche affrontate da Cuba nel corso della sua storia sono state aggravate dall&#39;isolamento internazionale e dall&#39;assenza di processi rivoluzionari vittoriosi nei paesi economicamente più sviluppati.&#xA;​Di fronte a una minaccia statunitense, la risposta più efficace non sarebbe limitata all&#39;ambito diplomatico. Sarebbe necessario che la classe operaia innanzitutto dell&#39;America Latina si mobilitasse con i propri metodi:&#xA;​Campagne di opposizione attiva all&#39;intervento e mobilitazioni di piazza.&#xA;​Scioperi e azioni di boicottaggio contro il coinvolgimento bellico e per bloccare il rifornimento delle forze imperialiste.&#xA;​La costruzione di un fronte unico dei lavoratori che unisca le forze di classe cubane, venezuelane, del resto del continente e del mondo contro il comune nemico imperialista.&#xA;​In questa visione, il movimento operaio degli stessi Stati Uniti avrebbe una responsabilità particolare. La tradizione marxista ha sempre attribuito una priorità assoluta alla lotta contro il proprio imperialismo nazionale. Per i lavoratori statunitensi, la parola d&#39;ordine centrale sarebbe dunque quella di contrastare qualsiasi aggressione condotta da Washington, unendo la parola d&#39;ordine &#34;Giù le mani da Cuba e dal Venezuela!&#34; alla lotta interna contro il sistema capitalista.&#xA;​Oltre la difesa: per una prospettiva socialista internazionale ​Cuba non può essere difesa se la sua rivoluzione resta entro i confini nazionali.&#xA;Le conquiste della rivoluzione cubana, pur importantissime, sono destinate a incontrare limiti strutturali invalicabili se confinate in una piccola isola soggetta alle costanti pressioni del mercato mondiale.&#xA;​Per questo motivo, la solidarietà con Cuba e con il Venezuela deve accompagnarsi alla costruzione di movimenti rivoluzionari in altri paesi e alla promozione di una prospettiva internazionalista. Solo l&#39;estensione della lotta socialista su scala regionale e globale, abbattendo il dominio del capitale nei centri nevralgici del continente, potrebbe creare le condizioni per superare definitivamente la dipendenza economica, l&#39;isolamento e il ricatto delle grandi potenze.&#xA;Siamo molto lontani da questo scenario, ma occorre essere consapevoli che l&#39;unico modo di difendere Cuba è dare una prospettiva socialista e internazionalista alla battaglia per la sua difesa.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Cuba di fronte alla minaccia dell&#39;imperialismo statunitense: una prospettiva marxista</p>

<p>​Dalla vittoria della rivoluzione del 1959, Cuba ha rappresentato una sfida simbolica e politica all&#39;egemonia degli Stati Uniti nei Caraibi e in America Latina. La nazionalizzazione delle grandi proprietà, l&#39;espropriazione del capitale straniero e la costruzione di un&#39;economia pianificata hanno posto l&#39;isola in aperto contrasto con gli interessi economici e strategici di Washington.
​Nel corso dei decenni, gli Stati Uniti hanno adottato una politica di isolamento economico e diplomatico nei confronti di Cuba. L&#39;embargo (bloqueo), le sanzioni e le costanti pressioni politiche hanno avuto l&#39;obiettivo di indebolire e strangolare il sistema nato dalla rivoluzione. Sono precisi strumenti dell&#39;imperialismo finalizzati a subordinare una nazione alle esigenze delle grandi potenze capitalistiche.
Questa strategia non è un caso isolato, ma risponde a un preciso asse geopolitico che trova il suo parallelo più immediato nelle aggressioni imperialiste contro il Venezuela.
Proprio come accaduto con il Venezuela – colpito da sanzioni economiche devastanti, dal congelamento dei beni statali all&#39;estero, da tentativi di colpi di Stato e da costanti minacce di intervento – l&#39;obiettivo di Washington non è mai la promozione della democrazia o dei diritti umani. Sia nel caso venezuelano che in quello cubano, l&#39;imperialismo agisce per riaffermare il proprio controllo geopolitico nella regione, abbattere qualsiasi modello alternativo o non allineato e riprendere il possesso delle risorse strategiche e dei mercati locali (nel caso del Venezuela in chiave direttamente anticinese).
​Un eventuale attacco militare a Cuba -o comunque il rovesciamento del suo legittimo governo- costituirebbe quindi il punto più avanzato di questa medesima politica di ricolonizzazione.
​Perché la minaccia emerge oggi e quali sono le condizioni materiali a Cuba
​Dal punto di vista marxista, le tensioni che periodicamente riemergono tra Stati Uniti e Cuba non possono essere comprese esclusivamente attraverso le dichiarazioni diplomatiche o le scelte dei governi. Esse affondano le proprie radici nelle contraddizioni economiche e geopolitiche del capitalismo contemporaneo. In un contesto internazionale caratterizzato da una crescente competizione tra grandi potenze, instabilità economica globale e ridefinizione degli equilibri regionali, Cuba continua a rappresentare un&#39;anomalia politica nel continente americano. La persistenza di un sistema economico sottratto al libero mercato e la sopravvivenza delle principali conquiste sociali della rivoluzione costituiscono elementi di attrito permanente con gli interessi strategici dell&#39;imperialismo.
​Allo stesso tempo, l&#39;isola attraversa una delle fasi economiche più difficili della sua storia recente. La popolazione deve confrontarsi con carenze di beni essenziali, frequenti difficoltà nell&#39;approvvigionamento energetico, bassi salari reali e una crescente pressione inflazionistica. Le conseguenze della pandemia, il rafforzamento delle sanzioni economiche, il golpe mascherato in Venezuela (che rappresentava la principale fonte di approvvigionamento energetico), la diminuzione delle entrate esterne e le debolezze strutturali di una gestione burocratica e centralizzata dell&#39;economia, slegata da un reale controllo dei lavoratori, hanno contribuito a un peggioramento delle condizioni materiali di vita di ampi settori della popolazione lavoratrice.
​Di fronte a queste difficoltà, il governo cubano ha cercato di preservare la stabilità introducendo una serie di riforme e concessioni al mercato. Negli ultimi anni si è assistito a una maggiore apertura verso iniziative private di piccola e media dimensione, all&#39;espansione di spazi destinati agli investimenti stranieri e a misure volte ad attrarre capitali dall&#39;estero. Sono tentativi difensivi adottati sotto fortissime pressioni economiche interne ed esterne, ma al tempo stesso sollevano enormi interrogativi sul rischio di una progressiva crescita delle disuguaglianze sociali e di una maggiore penetrazione dei rapporti di produzione capitalistici.
​In questo quadro, la pressione esercitata dagli Stati Uniti mira ad approfondire le difficoltà economiche dell&#39;isola per favorire il suo crollo.
​La posizione marxista: difesa incondizionata contro l&#39;aggressione e democrazia operaia.
​La tradizione politica marxista ha elaborato da tempo il principio della difesa degli Stati e dei paesi oppressi contro l&#39;imperialismo. Questo principio significa che, nel caso di un conflitto tra una potenza imperialista e uno Stato dipendente – tanto più se nato da una rivoluzione sociale- i rivoluzionari devono sostenere incondizionatamente la resistenza contro l&#39;aggressore, indipendentemente dal giudizio politico sulla direzione di quel paese.
​Difendere Cuba non significa però rinunciare alla critica delle sue strutture politiche o all&#39;esigenza di una transizione socialista basata sul reale potere dei lavoratori. Il marxismo sostiene che la difesa delle conquiste economiche debba andare di pari passo con la lotta per il controllo democratico dei lavoratori sulle istituzioni e sull&#39;economia. Pertanto, una prospettiva marxista coerente combina sempre due parole d&#39;ordine: resistenza intransigente all&#39;imperialismo esterno e avanzamento della democrazia operaia all&#39;interno.
​In caso di attacco, la resistenza non potrebbe basarsi unicamente su metodi burocratici o diplomatici, ma richiederebbe il pieno coinvolgimento e l&#39;armamento politico oltre che militare delle masse popolari, le uniche realmente interessate a difendere ciò che la rivoluzione ha costruito.
​Il ruolo della classe lavoratrice internazionale e l&#39;asse Cuba-Venezuela
​Nessuna rivoluzione può sopravvivere isolata per un periodo indefinito entro i confini di un solo Stato. Le difficoltà economiche e politiche affrontate da Cuba nel corso della sua storia sono state aggravate dall&#39;isolamento internazionale e dall&#39;assenza di processi rivoluzionari vittoriosi nei paesi economicamente più sviluppati.
​Di fronte a una minaccia statunitense, la risposta più efficace non sarebbe limitata all&#39;ambito diplomatico. Sarebbe necessario che la classe operaia innanzitutto dell&#39;America Latina si mobilitasse con i propri metodi:
* ​Campagne di opposizione attiva all&#39;intervento e mobilitazioni di piazza.
* ​Scioperi e azioni di boicottaggio contro il coinvolgimento bellico e per bloccare il rifornimento delle forze imperialiste.
* ​La costruzione di un fronte unico dei lavoratori che unisca le forze di classe cubane, venezuelane, del resto del continente e del mondo contro il comune nemico imperialista.
​In questa visione, il movimento operaio degli stessi Stati Uniti avrebbe una responsabilità particolare. La tradizione marxista ha sempre attribuito una priorità assoluta alla lotta contro il proprio imperialismo nazionale. Per i lavoratori statunitensi, la parola d&#39;ordine centrale sarebbe dunque quella di contrastare qualsiasi aggressione condotta da Washington, unendo la parola d&#39;ordine “Giù le mani da Cuba e dal Venezuela!” alla lotta interna contro il sistema capitalista.
​Oltre la difesa: per una prospettiva socialista internazionale ​Cuba non può essere difesa se la sua rivoluzione resta entro i confini nazionali.
Le conquiste della rivoluzione cubana, pur importantissime, sono destinate a incontrare limiti strutturali invalicabili se confinate in una piccola isola soggetta alle costanti pressioni del mercato mondiale.
​Per questo motivo, la solidarietà con Cuba e con il Venezuela deve accompagnarsi alla costruzione di movimenti rivoluzionari in altri paesi e alla promozione di una prospettiva internazionalista. Solo l&#39;estensione della lotta socialista su scala regionale e globale, abbattendo il dominio del capitale nei centri nevralgici del continente, potrebbe creare le condizioni per superare definitivamente la dipendenza economica, l&#39;isolamento e il ricatto delle grandi potenze.
Siamo molto lontani da questo scenario, ma occorre essere consapevoli che l&#39;unico modo di difendere Cuba è dare una prospettiva socialista e internazionalista alla battaglia per la sua difesa.</p>
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      <pubDate>Tue, 16 Jun 2026 09:00:06 +0000</pubDate>
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      <title>Il (finto) silenzio che spiazza un mondo in attesa</title>
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      <description>&lt;![CDATA[Il (finto) silenzio che spiazza un mondo in attesa&#xA;Contributo esterno di Ingmar Potenza (un compagno dalla Cina) -&#xA;&#xA;Quando le prime due economie nazionali al mondo si incontrano, hanno tutti gli occhi puntati addosso inevitabilmente. Eppure, al di là della propaganda di regime del cosiddetto Occidente, ben poco emerge oltre al fatto stesso che l’incontro sia avvenuto, come se questo fosse già un grande risultato. Per quanto si cerchi qualcosa di concreto, qualche accordo commerciale di rilievo, qualcosa sul piano diplomatico, sembrerebbe che l’ospite sia ripartito a mani vuote. Come sembrerebbe non esserci stati proclami in linea con il livello della delegazione statunitense, che si presenta a Pechino con buona parte del governo e un folto gruppo di affaristi di alto calibro. Va detto comunque che tutti gli oligarchi in passerella sono già di casa a Pechino, con cui fanno affari da decenni, per cui non è che portino nulla di nuovo al tavolo. Possiedono da queste parti fabbriche e uffici, fornitori e dipendenti, e da almeno 40 anni hanno leggi scritte a proprio favore. Perché sì, per chi non ne fosse a conoscenza, lo “statuto dei lavoratori” cinese non si applica del tutto ai lavoratori stranieri, e soprattutto alle aziende straniere, sin dall’apertura del compagno Deng. Proprio le aziende statunitensi si opposero a determinate misure e salvaguardie, ottenendo velocemente esenzioni specifiche in cambio dei soliti agognati “investimenti”. Sulla pelle dei lavoratori, come sempre. Ma non divaghiamo, torniamo all’evento diplomatico dell’anno. Le uniche parti che sono date sapere sono di protocollo: un rituale non di massimo livello, una sedia dai significati sottili e subdoli, il linguaggio del corpo, complimenti melliflui profusi da una parte e ammonizioni tutt’altro che velate dall’altra, ma che diventano note di colore. Visita che non rispetta neanche la durata originale, ma viene ridotta nel finale.&#xA;Per capirne di più bisogna probabilmente guardare anche all’immediato seguito: Putin arriva a Pechino per la venticinquesima volta. I toni di questa visita ormai consueta, quasi una tappa annuale come un Sanremo qualunque, sono ben più roboanti. L’organo ufficiale di divulgazione in lingua inglese del Partito - CPC Works - che nei giorni precedenti aveva tenuto un profilo appena sopra il regolare in quanto a produzione, all’improvviso snocciola comunicati a ripetizione, e ben più articolati, con una quantità notevole di dettagli su tutti gli accordi, commerciali e diplomatici, sottoscritti da Mosca e Pechino, che siano nuovi o riconfermati. E a distanza di settimane ormai, questa produzione continua di sviluppi diplomatici con qualsiasi paese non accenna a fermarsi.&#xA;Le conclusioni politiche dell’idillio con Putin sono, a differenza di quanto timidamente accennato alla presenza di Trump, di grande rilievo: mondo multipolare - leggi imperialismo condiviso, non monopolistico - e rispetto del diritto internazionale! Che già detto da chi arma gruppi “mercenari” di matrice nazista in giro per il mondo è quantomeno ironico. Se poi si andasse a considerare qualche dettaglio sulla condotta diplomatica di entrambi i dichiaranti, pure meglio: due dei cinque paesi con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che si astengono durante la votazione della risoluzione criminale sulla Palestina appena pochi mesi fa. Paesi che non hanno minimamente cambiato rapporti diplomatici e commerciali con Israele in questi anni. Paesi, infine, che sostengono attivamente, tramite commercio e finanza, gli stessi Stati Uniti che fingono di bacchettare e opporre, per la gioia di tutti i campisti di qualsiasi lingua impegnati a sostenere questi baluardi dell’anti-imperialismo… perché è la contraddizione principale, perché hanno la bandiera rossa quindi sono comunisti (o non ce l’hanno più, ma dentro, in fondo, nell’anima, lo sono ancora), e altre baggianate tipiche dei dediti al culto della personalità invece che all’analisi della realtà. Sullo sfondo intanto rimane la questione iraniana, come un non-detto, mentre la questione taiwanese sbandierata senza troppi complimenti da Xi genera imbarazzo, e viene sbrigativamente spinta da parte. Anche questo sembra inusuale a prima vista: un tema che si presterebbe facilmente alla comunicazione sbruffona del capo del marketing statunitense viene silenziato, letteralmente. Oltretutto un punto fondamentale nell’agenda politica ‘Project 2025’ e suoi derivati, che sono la sovrastruttura politica che muove i fili di Trump.&#xA;&#xA;La prima chiave di lettura di un quadro complesso&#xA;&#xA;Per cercare di sbrogliare un po’ questa matassa, insidiosa perché fatta più da silenzi che da prese di posizione, il primo spunto di riflessione a mio parere valido lo da Richard Medhurst, giornalista britannico indipendente. In un articolo dettagliato e preciso (ma dalle conclusioni opinabili, sia chiaro) pubblicato nel suo Substack, Medhurst descrive come l’imperialismo statunitense stia mutando gradualmente - ma accelerando negli ultimi mesi - da occupatore globale terrestre a super potenza navale. In quella che suona come una sorprendente eco dell’origine dell’imperialismo moderno europeo, una effettiva forma di pirateria della marina statunitense prende il controllo di tutte le rotte commerciali marine, specialmente in relazione all’energia, attuando veri e propri furti dei carichi di idrocarburi operati in acque internazionali. I risultati sono già evidenti: gli Stati Uniti controllano oggi il mercato del petrolio e del gas naturale, avendo forzato i flussi verso le proprie raffinerie interne, e bloccato quelle dei concorrenti principali. La centralità dell’Asia Occidentale per questo mercato decade. Si tratta di un cambiamento epocale negli equilibri economici e finanziari globali, e di una riscrittura delle regole di coesistenza del capitalismo. Passiamo dall’epoca post-bellica del libero commercio (per i paesi coloniali), a quella del racket mafioso (o capitalista, che poi è lo stesso) di un solo attore a viso aperto. Gli echi delle pratiche delle Compagnie delle Indie - di mezza Europa, non solo britanniche - sono evidenti: un Giappone del tutto chiuso su se stesso forzato a interagire con il mondo esterno; le guerre dell’oppio in Cina che devastano il sub-continente e inaugurano un secolo di “umiliazioni”, vale a dire di colonizzazione; il saccheggio senza fine dell’India che finanzia la rivoluzione industriale in Gran Bretagna. La lista è molto più lunga, ci limitiamo a questi pochi esempi per focalizzarci sui metodi sempre uguali: strozzare l’economia locale tramite il controllo delle rotte navali o con blocchi in piena regola fino alla capitolazione, invadere militarmente quando le strutture di potere sono pronte a concedere. La Cina del 18esimo secolo era solida e autonoma, produceva abbondantemente e non necessitava strettamente del commercio con l’esterno per coprire i consumi interni. Di conseguenza, la bilancia commerciale pendeva decisamente a proprio favore, esattamente come oggi, con i partner commerciali costretti ad acquistare beni pagando in argento, senza potere dal canto loro vendere nulla di rilevante. Le mosse dei pirati europei che ne conseguirono, con l’introduzione destabilizzante dell’oppio in enormi quantità, non furono comprese in tempo e portarono a un crollo tanto veloce quanto violento. I pirati odierni, sempre di matrice europea, seppure oggi si imbarchino dalle coste americane della colonia su cui si modella Israele, hanno cambiato l’oppio con il petrolio e il gas (in questo caso specifico), ma le dinamiche sono le stesse. La Cina, che dipende quasi interamente da partner esterni per le proprie forniture energetiche, si trova ad affrontare una strozzatura evidente, tramite la forzata riduzione della propria capacità produttiva a causa dei costi gonfiati ad arte. &#xA;&#xA;E se così non fosse in realtà? Se la storia avesse, per una volta, insegnato delle lezioni? &#xA;&#xA;La Cina sta affrontando una crisi economica interna prolungata, iniziata almeno nel 2018, che oggi è diventata innegabile. I livelli di disoccupazione continuano ad aumentare, la stabilità delle piccole e piccolissime imprese è un ricordo lontano, il tessuto economico della classe media si sta sgretolando. Buona parte del problema, sul piano interno, viene dalla bolla speculativa edilizia che, per quanto sia stata soggetta a una esplosione guidata e controllata, ha avuto gravi effetti. La conseguenza ovvia è stata l‘aumento dell’insicurezza verso il mercato degli individui, che si sono rifugiati ancora una volta in dinamiche di accumulo, ma ancora più dannose e limitanti della speculazione edilizia che ha dominato gli ultimi decenni. Da qui il malcontento del governo davanti ai risultati strabilianti della bilancia commerciale per il 2025, che ha registrato un avanzo di quasi mille e duecento miliardi di dollari. Questi flussi di denaro quindi entrano nel Paese, ma appare evidente che si blocchino appena incassati, ben fermi nelle tasche di quella borghesia che ha visto bruciarsi capitali nei ciechi investimenti edilizi. Di conseguenza la Cina necessita di una scossa che forzi questi capitali a rientrare nel mercato, prima di tutto verso l’esterno, per poi alimentare a stretto giro quello interno ancora da sviluppare, che da almeno 15 anni è il tema di interesse principale delle pianificazioni economiche del governo, e su cui continua a registrare sonori fallimenti. I costi dell’energia gonfiati, di pari passo a una domanda che torni in crescita negli Stati Uniti, primo partner commerciale cinese, potrebbero costringere i buoni commercianti locali ad aprire i cordoni delle borse e ripartire. Diversamente dall’oppio di cui sopra, seppure ancora più devastante sotto molti aspetti, l’energia è un prodotto commerciale “virtuoso”, che si presta a una trasformazione commerciale positiva capace di alimentare altri flussi di prodotti ben diversi. A questo punterebbe quindi la strategia cinese che fa tesoro delle sconfitte degli imperatori Manchu: commercio come mutuo beneficio, non a senso unico. E questo è un aspetto fondamentale da tenere in considerazione quando si parla della Cina in particolare, e di diverse culture del sud-est asiatico nella sua sfera di influenza storica in generale. Nella cultura cinese, il mercantilismo della dottrina confuciana è di origine collaborativa rurale. Le comunità, legate a un tipo di agricoltura più collettivistica di quelle europee, pur cercando il proprio vantaggio nello scambio, fino a banali truffe e ruberie innate degli scambi commerciali, sono comunque avverse a pratiche assolute che portino all’annientamento della controparte, che sia cliente, fornitore o concorrente. Tale controparte rimane una possibile fonte di guadagno innanzitutto, quindi la sopraffazione violenta è logicamente controproducente nel medio e lungo termine, per quanto possa magari tornare utile nell’immediato. Gli esempi storici non mancano a dimostrare come, in particolare il gruppo etnico dominante Han, sia stato, e sia tutt’ora, più valido e attivo nel produrre commercianti che guerrieri. Tornando alla situazione odierna quindi, l’idea che la Cina non sia così avversa ad accettare il controllo energetico statunitense è affascinante, anche perché eviterebbe un ulteriore bagno di sangue. Non che sia una questione centrale per alcuno, considerato come quelli già in atto non intacchino il corso politico cinese, ma è pur sempre una medaglia luccicante da farsi appuntare al petto gratuitamente da ogni categoria di stolti ammiratori.&#xA;&#xA;L’analisi marxista dei rapporti tra nazioni&#xA;&#xA;E qui arriviamo a un’altra chiave di lettura, questa mutuata da Bordiga, il quale sosteneva oltre un secolo fa che la guerra, nel contesto capitalista, è un accordo tra borghesie nazionali. Quando la crisi economica diventa difficile da superare, come ben sappiamo, la guerra si affaccia all’orizzonte come sbocco apparentemente naturale. Il punto è che questa non sia una questione di competizione tra borghesie nazionali che si contendono mercati, ma una forma di investimento comune che porta svariati benefici a tutti i mercati coinvolti, che ovviamente include la redistribuzione delle aree geografiche di influenza, ma solo come prodotto del tutto secondario. Il prodotto principale della guerra è piuttosto eliminare - anche e soprattutto fisicamente - classe lavoratrice in eccesso e in stato di agitazione, anche solo potenziale, o comunque estendere il controllo violento su di essa. Questo è il compito fondamentale del capitalismo, non dimentichiamolo. Che sia attuato in maniera consapevole o meno dai vari governanti è del tutto irrilevante, è nella natura stessa del loro ruolo. In seconda istanza viene poi l’investire enormemente in merci altamente volatili quali sono gli armamenti, e via andando. Quindi torniamo a guardare alla quiete seguita al grande incontro Cina - Stati Uniti, e alle dichiarazioni ben più rumorose del successivo incontro Cina - Russia, o anche Cina - Chiunque-Altro-della-Lunga-Fila-di-Questuanti. L’accordo per fare la guerra globale non si è trovato, che non vuol dire che la Cina si oppone alla guerra di altri, ma solo che non si farà coinvolgere attivamente. Nonostante gli sforzi innegabili da parte americana per alimentarla, la classe dominante cinese - e per quello che conta quella russa in questo specifico contesto, in cui è subordinata al “partner” cinese - ha rifiutato questo percorso di risoluzione della crisi economica, spingendosi a dichiararlo apertamente, seppure i filtri di giornalisti e analisti abbiano fatto di tutto per mascherare e depotenziare il messaggio. La Cina non muoverà un dito (armato) per i propri partner commerciali sul fronte energetico, perché il proprio interesse sta nel benessere a lungo termine del proprio miglior cliente, che come abbiamo visto passa dal controllo del mercato dell’energia. Inoltre l’Europa che sprofonda nell’irrilevanza economica e politica è di relativa importanza per entrambi gli attori principali del mercato, anzi semmai è un risultato positivo. Del resto è già stata spazzata via più volte negli ultimi secoli, ed è sempre stato un ottimo affare per i capitalisti. Tutto ciò perché la Cina, come piace ripetere a tutti gli analisti borghesi che la idolatrano - inclusi i campisti - pensa sempre al lungo termine, al programma pianificato a tappe forzate. Mentre ci tiene sempre a rimarcare di essere “la seconda economia mondiale” - non la prima, non ancora - e di essere ancora un paese generalmente povero e in via di sviluppo (!!!), sa anche che il sorpasso, nelle condizioni odierne, è solo questione di tempo, e non ha davvero a cuore che avvenga. Non potrebbe essere altrimenti per chi segue pedissequamente la dottrina mercantilista confuciana di produrre per gli altri per il mutuo beneficio e sviluppo, del resto. Velocizzare il sistema in modo caotico, come inevitabilmente avviene quando si imbracciano le armi, sarebbe quindi in contraddizione con l’attento controllo cadenzato e moderato di tale dottrina. Con buona pace di chi attribuisce a Pechino logiche dettate da spirito umanitario da dittatura del proletariato.&#xA;&#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Il (finto) silenzio che spiazza un mondo in attesa
– Contributo esterno di Ingmar Potenza (un compagno dalla Cina) -</p>

<p>Quando le prime due economie nazionali al mondo si incontrano, hanno tutti gli occhi puntati addosso inevitabilmente. Eppure, al di là della propaganda di regime del cosiddetto Occidente, ben poco emerge oltre al fatto stesso che l’incontro sia avvenuto, come se questo fosse già un grande risultato. Per quanto si cerchi qualcosa di concreto, qualche accordo commerciale di rilievo, qualcosa sul piano diplomatico, sembrerebbe che l’ospite sia ripartito a mani vuote. Come sembrerebbe non esserci stati proclami in linea con il livello della delegazione statunitense, che si presenta a Pechino con buona parte del governo e un folto gruppo di affaristi di alto calibro. Va detto comunque che tutti gli oligarchi in passerella sono già di casa a Pechino, con cui fanno affari da decenni, per cui non è che portino nulla di nuovo al tavolo. Possiedono da queste parti fabbriche e uffici, fornitori e dipendenti, e da almeno 40 anni hanno leggi scritte a proprio favore. Perché sì, per chi non ne fosse a conoscenza, lo “statuto dei lavoratori” cinese non si applica del tutto ai lavoratori stranieri, e soprattutto alle aziende straniere, sin dall’apertura del compagno Deng. Proprio le aziende statunitensi si opposero a determinate misure e salvaguardie, ottenendo velocemente esenzioni specifiche in cambio dei soliti agognati “investimenti”. Sulla pelle dei lavoratori, come sempre. Ma non divaghiamo, torniamo all’evento diplomatico dell’anno. Le uniche parti che sono date sapere sono di protocollo: un rituale non di massimo livello, una sedia dai significati sottili e subdoli, il linguaggio del corpo, complimenti melliflui profusi da una parte e ammonizioni tutt’altro che velate dall’altra, ma che diventano note di colore. Visita che non rispetta neanche la durata originale, ma viene ridotta nel finale.
Per capirne di più bisogna probabilmente guardare anche all’immediato seguito: Putin arriva a Pechino per la venticinquesima volta. I toni di questa visita ormai consueta, quasi una tappa annuale come un Sanremo qualunque, sono ben più roboanti. L’organo ufficiale di divulgazione in lingua inglese del Partito – CPC Works – che nei giorni precedenti aveva tenuto un profilo appena sopra il regolare in quanto a produzione, all’improvviso snocciola comunicati a ripetizione, e ben più articolati, con una quantità notevole di dettagli su tutti gli accordi, commerciali e diplomatici, sottoscritti da Mosca e Pechino, che siano nuovi o riconfermati. E a distanza di settimane ormai, questa produzione continua di sviluppi diplomatici con qualsiasi paese non accenna a fermarsi.
Le conclusioni politiche dell’idillio con Putin sono, a differenza di quanto timidamente accennato alla presenza di Trump, di grande rilievo: mondo multipolare – leggi imperialismo condiviso, non monopolistico – e rispetto del diritto internazionale! Che già detto da chi arma gruppi “mercenari” di matrice nazista in giro per il mondo è quantomeno ironico. Se poi si andasse a considerare qualche dettaglio sulla condotta diplomatica di entrambi i dichiaranti, pure meglio: due dei cinque paesi con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che si astengono durante la votazione della risoluzione criminale sulla Palestina appena pochi mesi fa. Paesi che non hanno minimamente cambiato rapporti diplomatici e commerciali con Israele in questi anni. Paesi, infine, che sostengono attivamente, tramite commercio e finanza, gli stessi Stati Uniti che fingono di bacchettare e opporre, per la gioia di tutti i campisti di qualsiasi lingua impegnati a sostenere questi baluardi dell’anti-imperialismo… perché è la contraddizione principale, perché hanno la bandiera rossa quindi sono comunisti (o non ce l’hanno più, ma dentro, in fondo, nell’anima, lo sono ancora), e altre baggianate tipiche dei dediti al culto della personalità invece che all’analisi della realtà. Sullo sfondo intanto rimane la questione iraniana, come un non-detto, mentre la questione taiwanese sbandierata senza troppi complimenti da Xi genera imbarazzo, e viene sbrigativamente spinta da parte. Anche questo sembra inusuale a prima vista: un tema che si presterebbe facilmente alla comunicazione sbruffona del capo del marketing statunitense viene silenziato, letteralmente. Oltretutto un punto fondamentale nell’agenda politica ‘Project 2025’ e suoi derivati, che sono la sovrastruttura politica che muove i fili di Trump.</p>

<p>La prima chiave di lettura di un quadro complesso</p>

<p>Per cercare di sbrogliare un po’ questa matassa, insidiosa perché fatta più da silenzi che da prese di posizione, il primo spunto di riflessione a mio parere valido lo da Richard Medhurst, giornalista britannico indipendente. In un articolo dettagliato e preciso (ma dalle conclusioni opinabili, sia chiaro) pubblicato nel suo Substack, Medhurst descrive come l’imperialismo statunitense stia mutando gradualmente – ma accelerando negli ultimi mesi – da occupatore globale terrestre a super potenza navale. In quella che suona come una sorprendente eco dell’origine dell’imperialismo moderno europeo, una effettiva forma di pirateria della marina statunitense prende il controllo di tutte le rotte commerciali marine, specialmente in relazione all’energia, attuando veri e propri furti dei carichi di idrocarburi operati in acque internazionali. I risultati sono già evidenti: gli Stati Uniti controllano oggi il mercato del petrolio e del gas naturale, avendo forzato i flussi verso le proprie raffinerie interne, e bloccato quelle dei concorrenti principali. La centralità dell’Asia Occidentale per questo mercato decade. Si tratta di un cambiamento epocale negli equilibri economici e finanziari globali, e di una riscrittura delle regole di coesistenza del capitalismo. Passiamo dall’epoca post-bellica del libero commercio (per i paesi coloniali), a quella del racket mafioso (o capitalista, che poi è lo stesso) di un solo attore a viso aperto. Gli echi delle pratiche delle Compagnie delle Indie – di mezza Europa, non solo britanniche – sono evidenti: un Giappone del tutto chiuso su se stesso forzato a interagire con il mondo esterno; le guerre dell’oppio in Cina che devastano il sub-continente e inaugurano un secolo di “umiliazioni”, vale a dire di colonizzazione; il saccheggio senza fine dell’India che finanzia la rivoluzione industriale in Gran Bretagna. La lista è molto più lunga, ci limitiamo a questi pochi esempi per focalizzarci sui metodi sempre uguali: strozzare l’economia locale tramite il controllo delle rotte navali o con blocchi in piena regola fino alla capitolazione, invadere militarmente quando le strutture di potere sono pronte a concedere. La Cina del 18esimo secolo era solida e autonoma, produceva abbondantemente e non necessitava strettamente del commercio con l’esterno per coprire i consumi interni. Di conseguenza, la bilancia commerciale pendeva decisamente a proprio favore, esattamente come oggi, con i partner commerciali costretti ad acquistare beni pagando in argento, senza potere dal canto loro vendere nulla di rilevante. Le mosse dei pirati europei che ne conseguirono, con l’introduzione destabilizzante dell’oppio in enormi quantità, non furono comprese in tempo e portarono a un crollo tanto veloce quanto violento. I pirati odierni, sempre di matrice europea, seppure oggi si imbarchino dalle coste americane della colonia su cui si modella Israele, hanno cambiato l’oppio con il petrolio e il gas (in questo caso specifico), ma le dinamiche sono le stesse. La Cina, che dipende quasi interamente da partner esterni per le proprie forniture energetiche, si trova ad affrontare una strozzatura evidente, tramite la forzata riduzione della propria capacità produttiva a causa dei costi gonfiati ad arte. </p>

<p>E se così non fosse in realtà? Se la storia avesse, per una volta, insegnato delle lezioni? </p>

<p>La Cina sta affrontando una crisi economica interna prolungata, iniziata almeno nel 2018, che oggi è diventata innegabile. I livelli di disoccupazione continuano ad aumentare, la stabilità delle piccole e piccolissime imprese è un ricordo lontano, il tessuto economico della classe media si sta sgretolando. Buona parte del problema, sul piano interno, viene dalla bolla speculativa edilizia che, per quanto sia stata soggetta a una esplosione guidata e controllata, ha avuto gravi effetti. La conseguenza ovvia è stata l‘aumento dell’insicurezza verso il mercato degli individui, che si sono rifugiati ancora una volta in dinamiche di accumulo, ma ancora più dannose e limitanti della speculazione edilizia che ha dominato gli ultimi decenni. Da qui il malcontento del governo davanti ai risultati strabilianti della bilancia commerciale per il 2025, che ha registrato un avanzo di quasi mille e duecento miliardi di dollari. Questi flussi di denaro quindi entrano nel Paese, ma appare evidente che si blocchino appena incassati, ben fermi nelle tasche di quella borghesia che ha visto bruciarsi capitali nei ciechi investimenti edilizi. Di conseguenza la Cina necessita di una scossa che forzi questi capitali a rientrare nel mercato, prima di tutto verso l’esterno, per poi alimentare a stretto giro quello interno ancora da sviluppare, che da almeno 15 anni è il tema di interesse principale delle pianificazioni economiche del governo, e su cui continua a registrare sonori fallimenti. I costi dell’energia gonfiati, di pari passo a una domanda che torni in crescita negli Stati Uniti, primo partner commerciale cinese, potrebbero costringere i buoni commercianti locali ad aprire i cordoni delle borse e ripartire. Diversamente dall’oppio di cui sopra, seppure ancora più devastante sotto molti aspetti, l’energia è un prodotto commerciale “virtuoso”, che si presta a una trasformazione commerciale positiva capace di alimentare altri flussi di prodotti ben diversi. A questo punterebbe quindi la strategia cinese che fa tesoro delle sconfitte degli imperatori Manchu: commercio come mutuo beneficio, non a senso unico. E questo è un aspetto fondamentale da tenere in considerazione quando si parla della Cina in particolare, e di diverse culture del sud-est asiatico nella sua sfera di influenza storica in generale. Nella cultura cinese, il mercantilismo della dottrina confuciana è di origine collaborativa rurale. Le comunità, legate a un tipo di agricoltura più collettivistica di quelle europee, pur cercando il proprio vantaggio nello scambio, fino a banali truffe e ruberie innate degli scambi commerciali, sono comunque avverse a pratiche assolute che portino all’annientamento della controparte, che sia cliente, fornitore o concorrente. Tale controparte rimane una possibile fonte di guadagno innanzitutto, quindi la sopraffazione violenta è logicamente controproducente nel medio e lungo termine, per quanto possa magari tornare utile nell’immediato. Gli esempi storici non mancano a dimostrare come, in particolare il gruppo etnico dominante Han, sia stato, e sia tutt’ora, più valido e attivo nel produrre commercianti che guerrieri. Tornando alla situazione odierna quindi, l’idea che la Cina non sia così avversa ad accettare il controllo energetico statunitense è affascinante, anche perché eviterebbe un ulteriore bagno di sangue. Non che sia una questione centrale per alcuno, considerato come quelli già in atto non intacchino il corso politico cinese, ma è pur sempre una medaglia luccicante da farsi appuntare al petto gratuitamente da ogni categoria di stolti ammiratori.</p>

<p>L’analisi marxista dei rapporti tra nazioni</p>

<p>E qui arriviamo a un’altra chiave di lettura, questa mutuata da Bordiga, il quale sosteneva oltre un secolo fa che la guerra, nel contesto capitalista, è un accordo tra borghesie nazionali. Quando la crisi economica diventa difficile da superare, come ben sappiamo, la guerra si affaccia all’orizzonte come sbocco apparentemente naturale. Il punto è che questa non sia una questione di competizione tra borghesie nazionali che si contendono mercati, ma una forma di investimento comune che porta svariati benefici a tutti i mercati coinvolti, che ovviamente include la redistribuzione delle aree geografiche di influenza, ma solo come prodotto del tutto secondario. Il prodotto principale della guerra è piuttosto eliminare – anche e soprattutto fisicamente – classe lavoratrice in eccesso e in stato di agitazione, anche solo potenziale, o comunque estendere il controllo violento su di essa. Questo è il compito fondamentale del capitalismo, non dimentichiamolo. Che sia attuato in maniera consapevole o meno dai vari governanti è del tutto irrilevante, è nella natura stessa del loro ruolo. In seconda istanza viene poi l’investire enormemente in merci altamente volatili quali sono gli armamenti, e via andando. Quindi torniamo a guardare alla quiete seguita al grande incontro Cina – Stati Uniti, e alle dichiarazioni ben più rumorose del successivo incontro Cina – Russia, o anche Cina – Chiunque-Altro-della-Lunga-Fila-di-Questuanti. L’accordo per fare la guerra globale non si è trovato, che non vuol dire che la Cina si oppone alla guerra di altri, ma solo che non si farà coinvolgere attivamente. Nonostante gli sforzi innegabili da parte americana per alimentarla, la classe dominante cinese – e per quello che conta quella russa in questo specifico contesto, in cui è subordinata al “partner” cinese – ha rifiutato questo percorso di risoluzione della crisi economica, spingendosi a dichiararlo apertamente, seppure i filtri di giornalisti e analisti abbiano fatto di tutto per mascherare e depotenziare il messaggio. La Cina non muoverà un dito (armato) per i propri partner commerciali sul fronte energetico, perché il proprio interesse sta nel benessere a lungo termine del proprio miglior cliente, che come abbiamo visto passa dal controllo del mercato dell’energia. Inoltre l’Europa che sprofonda nell’irrilevanza economica e politica è di relativa importanza per entrambi gli attori principali del mercato, anzi semmai è un risultato positivo. Del resto è già stata spazzata via più volte negli ultimi secoli, ed è sempre stato un ottimo affare per i capitalisti. Tutto ciò perché la Cina, come piace ripetere a tutti gli analisti borghesi che la idolatrano – inclusi i campisti – pensa sempre al lungo termine, al programma pianificato a tappe forzate. Mentre ci tiene sempre a rimarcare di essere “la seconda economia mondiale” – non la prima, non ancora – e di essere ancora un paese generalmente povero e in via di sviluppo (!!!), sa anche che il sorpasso, nelle condizioni odierne, è solo questione di tempo, e non ha davvero a cuore che avvenga. Non potrebbe essere altrimenti per chi segue pedissequamente la dottrina mercantilista confuciana di produrre per gli altri per il mutuo beneficio e sviluppo, del resto. Velocizzare il sistema in modo caotico, come inevitabilmente avviene quando si imbracciano le armi, sarebbe quindi in contraddizione con l’attento controllo cadenzato e moderato di tale dottrina. Con buona pace di chi attribuisce a Pechino logiche dettate da spirito umanitario da dittatura del proletariato.</p>
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      <pubDate>Sat, 13 Jun 2026 14:04:50 +0000</pubDate>
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      <title>Fine della Comune di Parigi.</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/collettivocasamatta/fine-della-comune-di-parigi</link>
      <description>&lt;![CDATA[Fine della Comune di Parigi.&#xA;Qualche impronta sul lurido, sanguinoso pantano d’Europa.&#xA;&#xA;Il 28 maggio del 1871 è data con cui si è soliti far coincidere la fine della breve esperienza di autogoverno proletario a Parigi, meglio nota come Comune. L’incertezza relativa all’inizio della vicenda comunarda dipende dai vari modi, tutti pertinenti, con cui è possibile accostare la storia della più significativa rivoluzione del XIX° secolo in Europa. Il trionfo militare del 18 marzo, peraltro solo difensivo, a scopo di protezione della municipalità parigina, degli operai armati contro i soldati versagliesi di Thiers (buona parte dei quali, prigionieri di guerra dopo la pesante sconfitta di Sedan che mise fine al Secondo Impero, furono sguinzagliati da Bismarck appositamente per farla finita col Comitato centrale della Guardia repubblicana della capitale), resta indubbiamente la più nota quella che ancora oggi si celebra. Eppure, dal punto di vista strettamente politico, il governo comunardo è proclamato ufficialmente soltanto in seguito alle elezioni del 26 marzo, al tramonto di quella che Jacques Rougerie, importante storico della Comune, ebbe a definire la “settimana dell’incertezza”, contraddistinta in particolare da posizioni antitetiche all’interno del Comitato centrale relativamente alla necessità di instaurare immediatamente o meno una dittatura proletaria.&#xA;Da una parte c’era chi, come i blanquisti, premeva per la dispersione delle frazioni reazionarie interne all’Assemblea (tra cui i sindaci di molti arrondissements parigini), e che incitava soprattutto a muovere un’immediata controffensiva contro le truppe di Thiers per conquistare Versailles, sede provvisoria di quel fantoccio repubblicano instaurato, secondo Marx, come “misura nazionale di difesa” nei confronti dell’insurrezione operaia. &#xA;Dall’altra - e fu la linea adottata - si considerava come preminente, in virtù delle condizioni tragiche in cui versava Parigi (sfiancata dalla carestia e ancora accerchiata dalle unità militari prussiane), organizzare l’autonomia amministrativa senza predisporre le forze militari della Guardia nazionale per l’attacco definitivo al proprio governo nemico, e senza preoccuparsi neppure di reprimere la reazione all’interno delle mura cittadine. Si evitò, non senza colpevoli responsabilità secondo la critica di Marx, di scatenare nell’unico momento propizio, quello di maggior debolezza dell’esercito nazionale, una guerra civile che avrebbe giovato alla longevità del governo operaio e ai suoi obiettivi rivoluzionari. Altro motivo di debolezza della Comune durante i primissimi giorni è rintracciabile, a parere di Marx ed Engels, nella mancata azione di esproprio nei confronti della Banca di Francia. Nonostante la fuga del 23 marzo del suo governatore, Gustave Rouland, la banca riuscì a convincere gli interlocutori comunardi, in particolare Beslay - membro dell’Internazionale e tra i più anziani tra gli eletti al governo della Comune - della necessità di preservare l’istituzione bancaria per proteggere il valore della moneta stampata, e di conseguenza l’intero assetto economico della Comune stessa. Beslay tornò dal confronto con Le Plœc, governatore ad interim e personaggio ben più scaltro di Rouland, annunciando all’assemblea riunita nelle stanze dell’Hotel de Ville che «[l]a banca è la fortuna del paese; senza di essa non c’è più industria, non c’è più commercio. Se la violeremo, tutte le sue banconote saranno carta straccia».&#xA;&#xA;Il “sacro rispetto” dei comunardi di fronte all’istituzione finanziaria di cui parlava Engels può spiegarsi attraverso l’eterogenea composizione del suo governo, dove prevaleva su tutte una forma di socialismo utopico, per sua natura incapace di comprendere, marxianamente, la necessità di subordinare il potere finanziario, cuore pulsante della borghesia, alle necessità della classe operaia insorta. In aggiunta a ciò, la banca concentrava in sé l’idea di un’istituzione a vocazione nazionale imprescindibile per la coesione e l’integrità della patria francese, valori&#xA;ampiamente circolanti tra quei comunardi che in nome del loro acceso patriottismo avevano strenuamente difeso Parigi contro l’invasore prussiano ben oltre la spietata rassegnazione di Trochu e il successivo armistizio firmato da Thiers. Il governo della Comune era formato infatti da proudhoniani di sinistra (federalisti), come lo stesso Beslay, blanquisti (insurrezionalisti-rivoluzionari), neo giacobini, radicali, pochi marxisti ed anche rappresentanti di posizioni borghesi-reazionarie in virtù della possibilità, per ciascun arrondissement, inclusi quelli più ricchi, di candidare al governo della Comune rappresentanti propri.&#xA;La proclamazione della Comune avvenne il 28 marzo. Il governo deciso dai voti dei cittadini due giorni prima consistette, per la prima volta nella storia, in buonissima parte di operai (il 41%), alcuni dei quali avevano ruoli attivi all’interno della prima Internazionale; era costituito in prevalenza da persone giovani (la metà dei consiglieri non aveva nemmeno trent’ anni), tra le quali pochissime avevano beneficiato di un ’istruzione secondaria (soltanto il 2%).&#xA;Mentre la Comune tentava di mettere a punto il suo assetto politico-amministrativo in senso profondamente egualitario e redistributivo (se ne dirà meglio più avanti), portando al loro culmine e realizzando le idee che ispirarono i cicli di lotte operaie avviati nel 1830, Thiers non perse un attimo per rimpolpare le fila dell’esercito, mendicando uomini nelle aree rurali francesi (dove la propaganda&#xA;anti-parigina e anti-proletaria di Napoleone III gli aveva consentito il successo tramite plebiscito con cui ratificò il senatoconsulto del 20 aprile, che significava: guerra al proletariato all’interno, guerra alla Prussia all’ esterno), e soldati dai reparti d’Oriente non inclusi nell’armistizio con Bismarck. I soldati che componevano l’esercito aﬃdato da Thiers al generale Mac Mahon raddoppiarono dunque da 65.000 che erano a inizio aprile fino ai 130.000 di metà maggio. &#xA;Le spese militari relative al periodo di esistenza della Comune ammontarono addirittura al quadruplo di quanto spese nel medesimo torno di tempo il governo parigino, 216 milioni di franchi a fronte di 42 milioni. Sin dai primi d’aprile, l’esercito repubblicano riassestato dopo la rovinosa sconfitta del 18 marzo inflisse le prime gravi perdite alla scompaginata ala militare della Guardia nazionale costretta a cedere importanti punti d’accesso al centro della capitale (Neuilly, Puteaux, Courbevoie). La Comune rispose tornando a erigere le celebri barricate e gridando all’ unisono perché si procedesse all’atteso scontro che avrebbe scacciato una volta per tutte la minaccia reazionaria del governo repubblicano. I civili della neonata Commisione esecutiva si dimostrarono contrari, saldi nel mantenere la linea della prudenza, ma questa volta i comandanti militari decisero di sferrare l’attacco: le armate, addirittura convinte di raggiungere Versailles, sopperirono accerchiate per debolezza strategica e totale improvvisazione, attribuibile in parte alla controversa figura del comandante Cluseret. Caddero vittime della furia repubblicana, tra le centinaia, figure di rilievo all’interno della struttura militare della Comune: il comandante della XX° legione, lo scienziato Gustave Flourens, e il generale, membro della Commissione militare, Emile Duval. Quello tra il 2 e il 4 aprile fu soltanto il preludio dell’accanita serie di battaglie che ebbe luogo fuori dalle mura di Parigi, e che finì in breve per piegare le strenue resistenze della Guardia nazionale (incalzati al contempo dalla continua presenza delle truppe prussiane a nord e a est). &#xA;La Comune aveva perso in serie, da aprile fino ai primi di maggio, i forti di Vanves, Petit Vanves, Clamart e soprattutto di Issy, vale a dire i più importanti bastioni difensivi per evitare l’ingresso delle truppe di Thiers al centro di Parigi, portando all’allontanamento di Cluseret dal posto comando della Guardia nazionale, e alle dimissioni, nove giorni dopo, in seguito alla perdita del forte di Issy, del suo sostituto Rossel. I soldati che presidiavano i forti erano inoltre gli stessi che avevano combattuto l’assedio prussiano durante l’inverno precedente, contravvenendo ai vili ordini di gettare le armi imposti dal governo Thiers (benevolo nel concedere alle truppe prussiane, i primi di marzo, il lusso di una marcia trionfale nella capitale deserta). Le ragioni del massacro occorso durante la “semaine sanglante”, la settimana di sangue, di centocinquantacinque anni fa per le strade di Parigi, aﬀonda le proprie ragioni nell&#39;inadeguatezza della struttura militare della Comune di fronte all’alleanza omicida degli eserciti di Francia e Prussia, gli stessi che giusto qualche mese prima si scambiavano cannonate sui fronti di guerra per l’aﬀermazione o, nel caso della Francia di Napoleone III, per la vana difesa della propria natura di impero. Le brutalità delle truppe di Thiers durante i giorni tra 21 e 28 maggio trovano piena testimonianza nella documentazione archiviata dalla storia, che dopo pochi mesi già li aveva, con le parole di Marx, inchiodati alla “gogna eterna”. Ciò che spesso si tende a dimenticare è la reale, lunga durata della fine della Comune di Parigi, che duplica, ma stavolta in modo tragico, l’incertezza relativa ai suoi momenti fondanti - aurorali, in questo senso, furono anche le giornate di settembre, e l’insurrezione del 31 ottobre, giorno della condanna in contumacia di Blanqui.&#xA;Il massacro dei trentamila civili inermi che inzuppò di sangue le strade della capitale proseguì con altri mezzi nel periodo successivo, dove il minimo sospetto di partecipazione ai mesi della Comune costò ai cittadini l’arresto e la tortura nelle prigioni di Versailles. Soltanto grazie al timore dell’opinione pubblica e all’alto rischio di diﬀusione di malattie epidemiche la barbarie del governo repubblicano trovò modo di quietarsi. Si contarono, in quei mesi, all’incirca trentamila inchieste&#xA;giudiziarie. Chi non moriva nelle prigioni, veniva deportato e costretto ai lavori forzati in Nuova Caledonia, come fu il caso, celebre, di Louise Michel. Chi ebbe in sorte di sfuggire ai colpi d’arma da fuoco o ai calappi dei versagliesi, partì, nel migliore dei casi, verso luoghi in cuil’Associazione Internazionale dei Lavoratori riusciva a mettere a disposizione fondi per l’ accoglienza dei compagni operai costretti all’esilio. L’AIL stessa fu oggetto, nel marzo del ‘72, delle premure dei galoppini della borghesia finanziaria francese, messa al bando dall’infame legge Dufaure, che stimava punibile non solo la pratica delle libere riunioni (il cui diritto fu del tutto riconquistato soltanto durante i mesi della Comune come prova la fioritura dei numerosissimi clubs), ma persino ogni opinione contraria alla proprietà privata, o che esprimeva disaccordo rispetto alla società patriarcale e chiesastica che la III° Repubblica aveva assunto a proprio modello. Lo sterminio, gli arresti di massa, le deportazioni furono il volto esiziale dell’esperienza della Comune. Il tentativo di estirpare dispoticamente la classe operaia dal suo ruolo di potere, come i versagliesi col beneplacito dei bravi prussiani tentarono di fare negli ultimi giorni del maggio 1871, non poté - e non avrebbe tuttavia potuto - decretare la sparizione del proletariato francese come classe. &#xA;Soltanto il prolungamento dell’esperienza di autogoverno proletario avrebbe infatti gradualmente condotto, abolendo lo stesso dominio di classe, alla fine della società che prevede al suo interno la divisione in classi. La Comune interpretò a suo modo quel periodo di passaggio di progressiva fuoriuscita dal dominio del capitale sul lavoro, esprimendo una forma politica inedita la cui analisi aiutò, altrove, il progredire e il realizzarsi della rivoluzione, finendo per essere tassello decisivo nell’elaborazione strategica del partito bolscevico. Come notava proprio Lenin a proposito della filosofia marxiana, l’esposizione di una dottrina non può mai discostarsi, deve anzi coincidere col bilancio di un&#39; esperienza storica. Il bilancio dell’ esperienza della Comune fu, a suo modo, elemento dirimente nell’elaborazione di una dottrina che fornì strumenti aﬃnati in direzione della prassi rivoluzionaria, a partire dall’inedita idea di Stato fornita sempre da Lenin.&#xA;La sburocratizzazione delle istituzioni di governo (i funzionari e i contabili erano revocabili e percepivano stipendi “da operai”), il riallineamento del potere esecutivo e di quello giudiziario (composto da organi eleggibili) che sancì un nuovo modo di intendere il parlamentarismo (come lavoro dei cittadini per i cittadini), lo&#xA;smembramento dell’esercito permanente e la sua trasformazione in istituzione di autodifesa della classe, furono i primissimi decreti promulgati dal Comitato centrale della Comune. Furono anche i due elementi che, all’interno della prospettiva leninista, meglio rappresentano il volto coercitivo della classe borghese, lo strumento del suo dominio di classe. La Comune ebbe il torto, secondo Lenin, in condizioni di arretratezza delle forze produttive e priva di un partito operaio d’avanguardia, di allargare solo in senso democratico le istituzioni di dominio ereditate dalla classe borghese. Non seppe cioè spezzare il suo rapporto con esse una volta per tutte, e ciò le impedì di giungere esplicitamente alla fase transizionale verso il comunismo rappresentata dalla dittatura del proletariato, che prevede giocoforza l’acuirsi della repressione delle forze reazionarie borghesi in seno alla società.&#xA;Ciononostante, come per la rivoluzione mancata in Russia del 1905-1907,&#xA;vi sono parentesi rivoluzionarie il cui esito drammatico è capace di lasciare “l’impronta delle [sue] esigenze”. I decreti del governo comunardo riguardanti la sostituzione dell’ esercito col popolo in armi e la sovversione della macchina burocratica di Stato - prima della rovinosa guerra fra imperi del ‘14-’18 - sono da riconoscere come tentativo rivoluzionario maturo per la garanzia della pace e della giustizia sociale, come veri e propri capisaldi di ogni teoria politica d’impronta comunista. Considerando, sempre con Lenin, che l’ampliamento del funzionariato borghese e dell’esercito costituiscono gli strumenti pratici di potere di cui si dota ogni macchina statale, e che anche il nostro presente rovina verso quel “lurido, sanguinoso pantano”, le impronte indelebili della Comune si sono plasmate nel monito che ricorda il dovere di demolire quella&#xA;macchina.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Fine della Comune di Parigi.
Qualche impronta sul lurido, sanguinoso pantano d’Europa.</p>

<p>Il 28 maggio del 1871 è data con cui si è soliti far coincidere la fine della breve esperienza di autogoverno proletario a Parigi, meglio nota come Comune. L’incertezza relativa all’inizio della vicenda comunarda dipende dai vari modi, tutti pertinenti, con cui è possibile accostare la storia della più significativa rivoluzione del XIX° secolo in Europa. Il trionfo militare del 18 marzo, peraltro solo difensivo, a scopo di protezione della municipalità parigina, degli operai armati contro i soldati versagliesi di Thiers (buona parte dei quali, prigionieri di guerra dopo la pesante sconfitta di Sedan che mise fine al Secondo Impero, furono sguinzagliati da Bismarck appositamente per farla finita col Comitato centrale della Guardia repubblicana della capitale), resta indubbiamente la più nota quella che ancora oggi si celebra. Eppure, dal punto di vista strettamente politico, il governo comunardo è proclamato ufficialmente soltanto in seguito alle elezioni del 26 marzo, al tramonto di quella che Jacques Rougerie, importante storico della Comune, ebbe a definire la “settimana dell’incertezza”, contraddistinta in particolare da posizioni antitetiche all’interno del Comitato centrale relativamente alla necessità di instaurare immediatamente o meno una dittatura proletaria.
Da una parte c’era chi, come i blanquisti, premeva per la dispersione delle frazioni reazionarie interne all’Assemblea (tra cui i sindaci di molti arrondissements parigini), e che incitava soprattutto a muovere un’immediata controffensiva contro le truppe di Thiers per conquistare Versailles, sede provvisoria di quel fantoccio repubblicano instaurato, secondo Marx, come “misura nazionale di difesa” nei confronti dell’insurrezione operaia.
Dall’altra – e fu la linea adottata – si considerava come preminente, in virtù delle condizioni tragiche in cui versava Parigi (sfiancata dalla carestia e ancora accerchiata dalle unità militari prussiane), organizzare l’autonomia amministrativa senza predisporre le forze militari della Guardia nazionale per l’attacco definitivo al proprio governo nemico, e senza preoccuparsi neppure di reprimere la reazione all’interno delle mura cittadine. Si evitò, non senza colpevoli responsabilità secondo la critica di Marx, di scatenare nell’unico momento propizio, quello di maggior debolezza dell’esercito nazionale, una guerra civile che avrebbe giovato alla longevità del governo operaio e ai suoi obiettivi rivoluzionari. Altro motivo di debolezza della Comune durante i primissimi giorni è rintracciabile, a parere di Marx ed Engels, nella mancata azione di esproprio nei confronti della Banca di Francia. Nonostante la fuga del 23 marzo del suo governatore, Gustave Rouland, la banca riuscì a convincere gli interlocutori comunardi, in particolare Beslay – membro dell’Internazionale e tra i più anziani tra gli eletti al governo della Comune – della necessità di preservare l’istituzione bancaria per proteggere il valore della moneta stampata, e di conseguenza l’intero assetto economico della Comune stessa. Beslay tornò dal confronto con Le Plœc, governatore ad interim e personaggio ben più scaltro di Rouland, annunciando all’assemblea riunita nelle stanze dell’Hotel de Ville che «[l]a banca è la fortuna del paese; senza di essa non c’è più industria, non c’è più commercio. Se la violeremo, tutte le sue banconote saranno carta straccia».</p>

<p>Il “sacro rispetto” dei comunardi di fronte all’istituzione finanziaria di cui parlava Engels può spiegarsi attraverso l’eterogenea composizione del suo governo, dove prevaleva su tutte una forma di socialismo utopico, per sua natura incapace di comprendere, marxianamente, la necessità di subordinare il potere finanziario, cuore pulsante della borghesia, alle necessità della classe operaia insorta. In aggiunta a ciò, la banca concentrava in sé l’idea di un’istituzione a vocazione nazionale imprescindibile per la coesione e l’integrità della patria francese, valori
ampiamente circolanti tra quei comunardi che in nome del loro acceso patriottismo avevano strenuamente difeso Parigi contro l’invasore prussiano ben oltre la spietata rassegnazione di Trochu e il successivo armistizio firmato da Thiers. Il governo della Comune era formato infatti da proudhoniani di sinistra (federalisti), come lo stesso Beslay, blanquisti (insurrezionalisti-rivoluzionari), neo giacobini, radicali, pochi marxisti ed anche rappresentanti di posizioni borghesi-reazionarie in virtù della possibilità, per ciascun arrondissement, inclusi quelli più ricchi, di candidare al governo della Comune rappresentanti propri.
La proclamazione della Comune avvenne il 28 marzo. Il governo deciso dai voti dei cittadini due giorni prima consistette, per la prima volta nella storia, in buonissima parte di operai (il 41%), alcuni dei quali avevano ruoli attivi all’interno della prima Internazionale; era costituito in prevalenza da persone giovani (la metà dei consiglieri non aveva nemmeno trent’ anni), tra le quali pochissime avevano beneficiato di un ’istruzione secondaria (soltanto il 2%).
Mentre la Comune tentava di mettere a punto il suo assetto politico-amministrativo in senso profondamente egualitario e redistributivo (se ne dirà meglio più avanti), portando al loro culmine e realizzando le idee che ispirarono i cicli di lotte operaie avviati nel 1830, Thiers non perse un attimo per rimpolpare le fila dell’esercito, mendicando uomini nelle aree rurali francesi (dove la propaganda
anti-parigina e anti-proletaria di Napoleone III gli aveva consentito il successo tramite plebiscito con cui ratificò il senatoconsulto del 20 aprile, che significava: guerra al proletariato all’interno, guerra alla Prussia all’ esterno), e soldati dai reparti d’Oriente non inclusi nell’armistizio con Bismarck. I soldati che componevano l’esercito aﬃdato da Thiers al generale Mac Mahon raddoppiarono dunque da 65.000 che erano a inizio aprile fino ai 130.000 di metà maggio.
Le spese militari relative al periodo di esistenza della Comune ammontarono addirittura al quadruplo di quanto spese nel medesimo torno di tempo il governo parigino, 216 milioni di franchi a fronte di 42 milioni. Sin dai primi d’aprile, l’esercito repubblicano riassestato dopo la rovinosa sconfitta del 18 marzo inflisse le prime gravi perdite alla scompaginata ala militare della Guardia nazionale costretta a cedere importanti punti d’accesso al centro della capitale (Neuilly, Puteaux, Courbevoie). La Comune rispose tornando a erigere le celebri barricate e gridando all’ unisono perché si procedesse all’atteso scontro che avrebbe scacciato una volta per tutte la minaccia reazionaria del governo repubblicano. I civili della neonata Commisione esecutiva si dimostrarono contrari, saldi nel mantenere la linea della prudenza, ma questa volta i comandanti militari decisero di sferrare l’attacco: le armate, addirittura convinte di raggiungere Versailles, sopperirono accerchiate per debolezza strategica e totale improvvisazione, attribuibile in parte alla controversa figura del comandante Cluseret. Caddero vittime della furia repubblicana, tra le centinaia, figure di rilievo all’interno della struttura militare della Comune: il comandante della XX° legione, lo scienziato Gustave Flourens, e il generale, membro della Commissione militare, Emile Duval. Quello tra il 2 e il 4 aprile fu soltanto il preludio dell’accanita serie di battaglie che ebbe luogo fuori dalle mura di Parigi, e che finì in breve per piegare le strenue resistenze della Guardia nazionale (incalzati al contempo dalla continua presenza delle truppe prussiane a nord e a est).
La Comune aveva perso in serie, da aprile fino ai primi di maggio, i forti di Vanves, Petit Vanves, Clamart e soprattutto di Issy, vale a dire i più importanti bastioni difensivi per evitare l’ingresso delle truppe di Thiers al centro di Parigi, portando all’allontanamento di Cluseret dal posto comando della Guardia nazionale, e alle dimissioni, nove giorni dopo, in seguito alla perdita del forte di Issy, del suo sostituto Rossel. I soldati che presidiavano i forti erano inoltre gli stessi che avevano combattuto l’assedio prussiano durante l’inverno precedente, contravvenendo ai vili ordini di gettare le armi imposti dal governo Thiers (benevolo nel concedere alle truppe prussiane, i primi di marzo, il lusso di una marcia trionfale nella capitale deserta). Le ragioni del massacro occorso durante la “semaine sanglante”, la settimana di sangue, di centocinquantacinque anni fa per le strade di Parigi, aﬀonda le proprie ragioni nell&#39;inadeguatezza della struttura militare della Comune di fronte all’alleanza omicida degli eserciti di Francia e Prussia, gli stessi che giusto qualche mese prima si scambiavano cannonate sui fronti di guerra per l’aﬀermazione o, nel caso della Francia di Napoleone III, per la vana difesa della propria natura di impero. Le brutalità delle truppe di Thiers durante i giorni tra 21 e 28 maggio trovano piena testimonianza nella documentazione archiviata dalla storia, che dopo pochi mesi già li aveva, con le parole di Marx, inchiodati alla “gogna eterna”. Ciò che spesso si tende a dimenticare è la reale, lunga durata della fine della Comune di Parigi, che duplica, ma stavolta in modo tragico, l’incertezza relativa ai suoi momenti fondanti – aurorali, in questo senso, furono anche le giornate di settembre, e l’insurrezione del 31 ottobre, giorno della condanna in contumacia di Blanqui.
Il massacro dei trentamila civili inermi che inzuppò di sangue le strade della capitale proseguì con altri mezzi nel periodo successivo, dove il minimo sospetto di partecipazione ai mesi della Comune costò ai cittadini l’arresto e la tortura nelle prigioni di Versailles. Soltanto grazie al timore dell’opinione pubblica e all’alto rischio di diﬀusione di malattie epidemiche la barbarie del governo repubblicano trovò modo di quietarsi. Si contarono, in quei mesi, all’incirca trentamila inchieste
giudiziarie. Chi non moriva nelle prigioni, veniva deportato e costretto ai lavori forzati in Nuova Caledonia, come fu il caso, celebre, di Louise Michel. Chi ebbe in sorte di sfuggire ai colpi d’arma da fuoco o ai calappi dei versagliesi, partì, nel migliore dei casi, verso luoghi in cuil’Associazione Internazionale dei Lavoratori riusciva a mettere a disposizione fondi per l’ accoglienza dei compagni operai costretti all’esilio. L’AIL stessa fu oggetto, nel marzo del ‘72, delle premure dei galoppini della borghesia finanziaria francese, messa al bando dall’infame legge Dufaure, che stimava punibile non solo la pratica delle libere riunioni (il cui diritto fu del tutto riconquistato soltanto durante i mesi della Comune come prova la fioritura dei numerosissimi clubs), ma persino ogni opinione contraria alla proprietà privata, o che esprimeva disaccordo rispetto alla società patriarcale e chiesastica che la III° Repubblica aveva assunto a proprio modello. Lo sterminio, gli arresti di massa, le deportazioni furono il volto esiziale dell’esperienza della Comune. Il tentativo di estirpare dispoticamente la classe operaia dal suo ruolo di potere, come i versagliesi col beneplacito dei bravi prussiani tentarono di fare negli ultimi giorni del maggio 1871, non poté – e non avrebbe tuttavia potuto – decretare la sparizione del proletariato francese come classe.
Soltanto il prolungamento dell’esperienza di autogoverno proletario avrebbe infatti gradualmente condotto, abolendo lo stesso dominio di classe, alla fine della società che prevede al suo interno la divisione in classi. La Comune interpretò a suo modo quel periodo di passaggio di progressiva fuoriuscita dal dominio del capitale sul lavoro, esprimendo una forma politica inedita la cui analisi aiutò, altrove, il progredire e il realizzarsi della rivoluzione, finendo per essere tassello decisivo nell’elaborazione strategica del partito bolscevico. Come notava proprio Lenin a proposito della filosofia marxiana, l’esposizione di una dottrina non può mai discostarsi, deve anzi coincidere col bilancio di un&#39; esperienza storica. Il bilancio dell’ esperienza della Comune fu, a suo modo, elemento dirimente nell’elaborazione di una dottrina che fornì strumenti aﬃnati in direzione della prassi rivoluzionaria, a partire dall’inedita idea di Stato fornita sempre da Lenin.
La sburocratizzazione delle istituzioni di governo (i funzionari e i contabili erano revocabili e percepivano stipendi “da operai”), il riallineamento del potere esecutivo e di quello giudiziario (composto da organi eleggibili) che sancì un nuovo modo di intendere il parlamentarismo (come lavoro dei cittadini per i cittadini), lo
smembramento dell’esercito permanente e la sua trasformazione in istituzione di autodifesa della classe, furono i primissimi decreti promulgati dal Comitato centrale della Comune. Furono anche i due elementi che, all’interno della prospettiva leninista, meglio rappresentano il volto coercitivo della classe borghese, lo strumento del suo dominio di classe. La Comune ebbe il torto, secondo Lenin, in condizioni di arretratezza delle forze produttive e priva di un partito operaio d’avanguardia, di allargare solo in senso democratico le istituzioni di dominio ereditate dalla classe borghese. Non seppe cioè spezzare il suo rapporto con esse una volta per tutte, e ciò le impedì di giungere esplicitamente alla fase transizionale verso il comunismo rappresentata dalla dittatura del proletariato, che prevede giocoforza l’acuirsi della repressione delle forze reazionarie borghesi in seno alla società.
Ciononostante, come per la rivoluzione mancata in Russia del 1905-1907,
vi sono parentesi rivoluzionarie il cui esito drammatico è capace di lasciare “l’impronta delle [sue] esigenze”. I decreti del governo comunardo riguardanti la sostituzione dell’ esercito col popolo in armi e la sovversione della macchina burocratica di Stato – prima della rovinosa guerra fra imperi del ‘14-’18 – sono da riconoscere come tentativo rivoluzionario maturo per la garanzia della pace e della giustizia sociale, come veri e propri capisaldi di ogni teoria politica d’impronta comunista. Considerando, sempre con Lenin, che l’ampliamento del funzionariato borghese e dell’esercito costituiscono gli strumenti pratici di potere di cui si dota ogni macchina statale, e che anche il nostro presente rovina verso quel “lurido, sanguinoso pantano”, le impronte indelebili della Comune si sono plasmate nel monito che ricorda il dovere di demolire quella
macchina.</p>
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      <guid>https://log.livellosegreto.it/collettivocasamatta/fine-della-comune-di-parigi</guid>
      <pubDate>Mon, 01 Jun 2026 14:55:20 +0000</pubDate>
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      <title>Alcuni contributi dalla manifestazione a Pesaro per un 25 Aprile resistente...</title>
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      <description>&lt;![CDATA[Alcuni contributi dalla manifestazione a Pesaro per un 25 Aprile resistente contro fascismo e imperialismo&#xA;&#xA;Oggi più che mai, in occasione delle celebrazioni per questo 25 aprile, riteniamo necessario non soltanto rendere onore all’eroica resistenza dei partigiani che hanno liberato l’Italia dal giogo nazifascista, ma anche ricordare, in quanto collettivi e organizzazioni dichiaratamente antifascisti, l’evoluzione degli strumenti di repressione del dissenso impiegati dal fascismo. La criminalizzazione delle idee radicalmente antifasciste, ovvero rivoluzionarie, orientate alla costruzione di un’alternativa socialista, per cui molte bande partigiane si sono battute, a cui hanno dedicato la propria esistenza, è oggi più che mai sotto aspra minaccia. L’intensificarsi delle misure violente e securitarie ha infatti come obiettivo dichiarato, esplicito, le nostre organizzazioni, i nostri compagni e le nostre compagne.&#xA;Bisogna ricordare come prima della fondazione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, creato tra la fine del 1926 e l’inizio del 1927 tramite una tra le più becere leggi fascistissime, che colpì in prima istanza gli avversari politici del regime, il partito fascista si servì - piegandoli ai propri scopi - di quegli stessi istituti liberali che ancora oggi si vogliono considerare roccheforti per la tutela dei diritti delle persone, per la salvaguardia delle loro esistenze, introducendo tutta una serie di crimini -  l’associazione a delinquere, i reati di stampa, l’espatrio clandestino - capaci di trasformare in reato perseguibile l’idea, l’intenzione, l’appartenenza politica: in breve, l’antifascismo. &#xA;&#xA;La storia, la nostra storia, ci ha già raccontato di come all’antifascismo come crimine il regime fascista non giunse rompendo una volta per tutte con le leggi liberali, ma ci arrivò prima torcendo progressivamente quelle stesse leggi, insinuandosi in maniera parassitaria nel loro corpo, ma senza sostituirlo; ci ha raccontato, cioè, di come le garanzie a tutela delle nostre vite non sono e non saranno mai abbastanza protette soltanto dagli istituti liberali della democrazia borghese entro la quale ci tocca vivere.&#xA;Per questo oggi è fondamentale riconoscere i segni di una trasformazione che, pur nelle differenze storiche, presenta dinamiche già patite cento anni fa, tra sangue e torture, da compagni e compagne.&#xA;&#xA;Lo abbiamo visto con la proposta di “riforma della giustizia”, con quella di riforma della legge elettorale, e più palesemente con lo squallido decreto sicurezza approvato giusto ieri dalla camera, volto ad annichilire il più elementare accesso al diritto alla difesa per le persone migranti, a facilitare gli sgomberi - con la conseguenza peraltro di soffocare gli ultimissimi spazi in cui potevano ancora immaginarsi concezioni e pratiche di vita mutualistiche, solidali, alternative al neoliberalismo imperante -, oltre a estendere il reato di rivolta per le persone in carcere e nei CPR, a irrobustire in generale un impianto giuridico definitivamente disciplinato dall’abuso, dalla trasformazione della polizia in quell’organo sempre più autonomo cui si delega l’esercizio della sovranità e della repressione, soprattutto nei confronti delle forme collettive di espressione del dissenso. In quest’ottica vanno interpretate la trasformazione da illecito amministrativo in reato penale del blocco stradale, la punibilità anche della resistenza passiva, l’inasprimento delle pene per reati contro pubblici ufficiali specie in contesti di manifestazione e di conflitto. &#xA;Tutto questo avviene entro un quadro in cui, anche prima della validità effettiva del decreto sicurezza, in Italia oggetto principale delle premure poliziesche già erano i movimenti: dalle misure cautelari comminate a chi si opponeva, ad esempio, lo scorso settembre 2025, in stazione a Milano, alla complicità nel genocidio del popolo palestinese del governo Meloni, fino ai processi per direttissima intentati ai militanti del Pedro, centro sociale occupato di Padova, perché responsabili di stare organizzando la giornata del 25 aprile. &#xA;&#xA;Anche oggi dobbiamo capire che la deriva fascista delle ultradestre non si affermerà tramite una rottura improvvisa, ma tramite una crescente forzatura in chiave autoritaria delle norme esistenti, esattamente come accadde tra il 1923, dai primi processi ai militanti del Partito Comunista d’Italia, e il 1926, prima cioè che il fascismo si tramutasse nel regime traditore, torturatore e genocida con cui ha scelto per sempre di consegnarsi alla storia. &#xA;Allora si utilizzavano reati comuni per colpire gli antifascisti; oggi si utilizzano dispositivi giuridici per colpire movimenti sociali e soggettività politiche conflittuali proprio nel momento in cui in risposta al genocidio del popolo palestinese, alle guerre imperialiste degli Stati Uniti e di Israele, stiamo tentando con tutte le nostre forze di costruire un blocco sociale coeso, finalmente alternativo a questa barbarie. &#xA;Nonostante forme di repressione tangibili e sempre più criminali cui dobbiamo sottostare, non dobbiamo però dimenticare, specie durante questa giornata di commemorazione e lotta, la natura reazionaria del fascismo di ieri come quello di oggi, a cui uno strato inerme della popolazione, la nostra piccola-borghesia nazionale, credette di non dover opporre alcuna forza - come ricordava Togliatti - poiché pensava nel proprio intimo al fascismo, alla realtà materiale che dagli anni venti condusse alla seconda guerra mondiale, come un’inevitabilità storica, come una fatalità. &#xA;E’ dunque oggi più che mai, in questo preciso quadro storico-politico, che soltanto a partire da azioni che abbiano come orizzonte ultimo il radicale mutamento del complesso economico-sociale, come fu a loro tempo per una consistente parte di compagni partigiani, e prima dei rivoluzionari russi ed europei, che crediamo possibile combattere anche quel fatalismo e quella rassegnazione di fronte alla storia che hanno e che continuano drammaticamente a irrobustire il fascismo e i suoi orrori. &#xA;In un momento di regressione generalizzata delle prospettive di cambiamento, anche nelle fila delle nostre organizzazioni, deve risuonare, come fu per la lotta partigiana, come è stato ed è in ogni lotta, quel monito che prelude all’avvenire di un mondo nuovo, e che recita: Se non è ora, dovrà pur succedere. Ma essere pronti, è tutto. &#xA;&#xA;L’inganno del nemico&#xA;&#xA;Sono passati più di 100 anni dalla prima guerra mondiale ma la retorica, la narrativa dei governi, della stampa Mainstream e dei vertici dell economia globale rimane quella che allora portò circa 9 milioni soldati e 7 milioni civili alla morte apparecchiando il tavolo per la seconda guerra mondiale che seguì 21 anni dopo. &#xA;Di nuovo, anche se in maniera diversa, ci dicono che siamo sotto attacco, che dobbiamo difenderci, dobbiamo difendere i nostri paesi, le nostre sacre nazioni. Ma sono davvero nostre queste nazioni dal momento che L unica partecipazione politica rimane una crocetta su un foglio di carta ogni 2 o ogni 4 anni e la forbice delle disuguaglianze economiche e sociali si sta aprendo sempre di più? Al momento l’1 percento in Italia ha più ricchezza del 50% messo insieme. Il 50% della popolazione in Italia possiede circa il 5% della ricchezza totale, mentre il 10% della stessa popolazione ne possiede dal 50 al 60%. Altri paesi affermano disuguaglianze simili. &#xA;&#xA;Come disse Karl Liebknecht della Lega di spartaco nel 1915 “il nemico si trova nel proprio paese” puntando il dito verso l’alto, verso la borghesia. Con questa frase cercó di far capire al popolo che il vero nemico non si trova nella trincea del battaglione di un altra nazione, ma il nemico si trova nella figura di chi ha fatto sì che accadesse tutto questo orrore chiamato guerra e ora ci specula e ci guadagna. Il tutto mentre la classe operaia andó a morire non per gli interessi sociali propri ma per gli interessi economici e imperialistiche di una percentuale minuscola della popolazione che dai suoi palazzi guardó il mondo andare a fuoco come se fosse uno spettacolo teatrale.&#xA;&#xA;E oggi ?&#xA;Oggi stiamo vivendo il periodo del riarmo dei cosiddetti paesi democratici. Gli Stati membri della NATO stanno aumentando gli investimenti nel settore bellico per eguagliare L obiettivo di destinare il 2% del PIL alla spesa militare, concordato più di 10 anni fa. Nel mentre anno scorso la stessa NATO ha deciso di aumentare ancora la percentuale del PIL da spendere nel settore militare. Dal 2 al 5 percento. &#xA;&#xA;Le imprese dell&#39;industria bellica guadagnano sia dal riarmo dei paesi occidentali che non accusano una guerra sul proprio territorio, sia dall esportazione nei paesi terzi già colpiti da conflitti armati, ovvero guerre e genocidi, delle quali i paesi occidentali stanno alla radice vedendo il passato coloniale e presente imperialista.&#xA;&#xA;Un esempio di tanti è la Germania che fornisce il 30% delle armi utilizzate da Israele nel genocidio contro il popolo palestinese. L industria bellica europea dal 2021 ha visto un aumento di fatturato stimato al 50%. In Italia L industria militare sta vedendo un aumento di fatturato sopra il 10% ogni anno negli ultimi 4 anni. Questo proprio grazie al aumento del budget d investimento nel settore bellico da parte gli Stati membri della nato. &#xA;Chiaramente investendo nel riarmo per i governi non può mancare L aumento del materiale umano. Nei vari paesi europei si sta discutendo di modificare oppure si stanno già modificando le leggi per quanto riguarda la leva militare. &#xA;Dal 1 gennaio 2026 la situazione in Germania è cambiata drasticamente. Tutti i giovani che compiono i 18 anni devono compilare un questionario per la rilevazione della loro motivazione e idoneità.&#xA;A partire dalla metà del 2027 si aggiungerà una visita di leva obbligatoria. In più sempre a partire da gennaio di quest anno tutti i soggiorni all estero di uomini di cittadinanza tedesca che durano più di 3 mesi devono in linea di principio essere comunicati alla Bundeswehr oppure essere autorizzati. Si parla di una regola che è legge, soltanto che al momento non viene applicata ancora come dichiarò il ministero della difesa tedesco. Non ancora.&#xA;&#xA;Stiamo vivendo in un periodo di militarizzazione di vari settori della società civile, della criminalizzazione del dissenso, come mostra il nuovo decreto sicurezza, e di povertà generalizzata data dell accumulo di ricchezza nelle mani di pochi. I governi cercano ancora una volta di raggrupparci sotto bandiere che non ci rappresentano. Bandiere di Stati complici di genocidi e simboli di disuguaglianze socio economiche enormi, e repressioni. &#xA;&#xA;Quindi organizzatevi, non basta fare la solita chiacchierata politica con l&#39;amico all&#39;una di notte. Leggete, mettetevi in gioco, trasformate la teoria in pratica resistente. &#xA;Organizziamoci contro un nemico che si trova all&#39;interno dei nostri confini. Nei palazzi di lusso come nei parlamenti borghesi. Organizziamoci contro chi non ci permette di arrivare a fine mese mentre accumula sempre più ricchezza e privilegi. Organizziamoci contro chi sta trasformando uno stato già di sua natura, repressivo in uno stato sempre più poliziesco. Contro chi cerca di farci cadere nella propaganda nazionalista e tenta di di metterci gli uni contro gli altri, spingendoci a combattere tra noi invece che contro chi detiene il potere. È ora di formare un fronte popolare. E ricordiamoci sempre: un dito si può rompere, ma cinque dita sono un pugno! &#xA;&#xA;Dalla Resistenza partigiana a quella palestinese &#xA;&#xA;La parola &#34;Resistenza&#34; evoca oggi, con urgenza quasi inevitabile, l&#39;immagine della Palestina. Una terra devastata, depredata e umiliata, che tuttavia resiste da decenni e continuerà a farlo finché non vedrà riconosciuta l a propria dignità. La questione palestinese non può più essere liquidata con frasi di circostanza o retorica umanitaria: i n Italia e nel resto dell&#39;Occidente, molti si dichiarano a parole sostenitori della causa, m a lo fanno con mille &#34;distinguo&#34;, ponendo paletti morali che valgono solo per alcuni. Si concede, per gentile concessione, che i palestinesi possano avere diritto a uno Stato, a patto però che si accontentino di minuscoli lembi d i terra, frammentati e privi di sovranità reale. Si pretende che chi vive nei campi profughi dal 1948, dall&#39;anno&#xA;della Nakba, rinunci definitivamente al diritto al ritorno, cancellando la memoria di intere generazioni. Soprattutto, s i esige che i palestinesi accettino supinamente bombardamenti costanti, occupazioni illegali, stupri, carcerazioni arbitrarie (che colpiscono persino i bambini), furti di terra e l&#39;introduzione di leggi aberranti, come quella che istituisce la pena di morte.&#xA;La richiesta unanime dei governi occidentali è il disarmo. Mentre subiscono un genocidio, viene chiesto alle vittime di deporre le armi. Il paradosso è accecante: a Israele è riconosciuto i l diritto a possedere testate nucleari e armi tecnologicamente avanzate che continuiamo a fornirgli; agli israeliani è riconosciuto il diritto inalienabile di scegliere i l proprio governo, anche quando questo si rivela apertamente genocidiario e suprematista. &#xA;Al contrario, ai palestinesi è chiesto di subire i n silenzio. Non devono reagire, non devono lottare e dovrebbero persino sciogliere i propri gruppi politici secondo i desiderata esterni. Noi occidentali vorremmo decidere chi h a i l diritto di rappresentarli, arrogandoci una tutela coloniale antica e mai superata. &#xA;Oggi, mentre celebriamo la Resistenza italiana e i valori di libertà e uguaglianza, avvertiamo quanto sia ancora difficile, in certi contesti, accostare quella parola alla Palestina. Sembra che il diritto alla resistenza sia un privilegio concesso a condizioni prestabilite da noi, secondo il nostro gusto e l a nostra convenienza geopolitica. Ma l a Storia non segue i binari del nostro paternalismo: i palestinesi hanno resistito e continueranno a farlo, definendo autonomamente le proprie forme di lotta.&#xA;È innegabile che decenni di isolamento sistematico, privazione di futuro e violenza quotidiana abbiano alimentato un certo fanatismo religioso, che è spesso il frutto amaro della disperazione e della mancanza di alternative politiche credibili e garantite. Tuttavia, non si può confondere la reazione con la causa: finché non c i sarà giustizia, la resistenza rimarrà l&#39;unica lingua possibile per un popolo a cui è stato tolto tutto, tranne la volontà di esistere.&#xA;&#xA;Una Resistenza tradita&#xA;&#xA;Il 25 Aprile è il giorno i n cui festeggiamo la vittoria della Lotta d i Liberazione dal nazi-fascismo. Ricordiamo l&#39;insurrezione di centinaia d i migliaia di partigiani e partigiane, i l sacrificio d i chi ha scelto di non piegarsi per la libertà e l&#39;uguaglianza. Ma nel 1943/&#39;45, la Resistenza e la rivolta operaia non erano solo un&#39;aspirazione democratica: erano la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo per reprimere la rivoluzione&#xA;operaia e di rovesciare il capitalismo e imporre i l potere dei lavoratori. Era la&#xA;speranza della &#34;rossa primavera&#34; &#xA;&#xA;Quella volontà rivoluzionaria fu tradita. Stalin pattuì con gli imperialismi vincitori una spartizione in zone d&#39;influenza e l&#39;Italia doveva restare nel campo capitalista per il quieto vivere del Cremlino. II PCI di Togliatti fu l&#39;esecutore di questa linea:&#xA;• La subordinazione ai partiti borghesi: La Resistenza fu sottomessa alla collaborazione con la DC nel CLN, concedendo loro diritto di veto.&#xA;• I Governi di Unità Nazionale: Nel dopoguerra, questi governi disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti (Valletta) e reinsediarono i vecchi prefetti.&#xA;• L&#39;Amnistia Togliatti (1947): II colpo di grazia fu l&#39;amnistia per gli sgherri&#xA;fascisti firmata dal segretario del PCI come Ministro di Grazia e Giustizia.&#xA;• La Costituzione del 1948: Come disse Piero Calamandrei, fu &#34;una rivoluzione&#xA;promessa in cambio di una rivoluzione mancata&#34;, utile a mascherare il potere&#xA;restaurato dei capitalisti che, una volta sicuri, cacciarono il PCI all&#39;opposizione&#xA;e scatenarono la repressione sanguinosa degli anni &#39;50.&#xA;&#xA;L&#39;Autunno Caldo svenduto al Compromesso Storico&#xA;&#xA;Quando vent&#39;anni dopo una nuova generazione operaia rialzò la testa con&#xA;l&#39;Autunno Caldo (&#39;69/&#39;76), fu nuovamente il PCI a sbarrare la via con il Compromesso Storico con la DC:&#xA;• L&#39;Austerità di Lama: Il congresso dell&#39;EUR della CGIL sancì la politica dei&#xA;sacrifici e la subordinazione delle richieste operaie alle compatibilità del&#xA;profitto.&#xA;• L&#39;identificazione con lo Stato Borghese: Il risultato fu una demoralizzazione di massa che aprì la strada all&#39;offensiva della FIAT (ottobre 1980) e all&#39;ascesa&#xA;del craxismo. La Seconda Repubblica, nata dalle ceneri di Tangentopoli e nello scenario del riflusso mondiale del movimento comunista a seguito della caduta dell&#39;URSS, è lo sbocco di questa deriva reazionaria e della cancellazione&#xA;delle conquiste operaie.&#xA;&#xA;Il trasformismo a sinistra nella Seconda Repubblica&#xA;&#xA;Il gruppo dirigente del PCI sciolse il partito per candidarsi a gestire direttamente il capitalismo italiano, secondo il copione comune delle burocrazie dell&#39;est. Una lunga stagione di arretramenti e adattamenti al sistema borghese - dal PDS ai DS sino al PD -ha portato la vecchia sinistra a diventare compiutamente un partito liberale. Non ci si propone più di cambiare il sistema capitalista, ma di governarlo entro le sue compatibilità.&#xA;Parallelamente, Rifondazione Comunista, nata per essere &#34;il cuore dell&#39;opposizione&#34; è stata condotta nei governi Prodi a votare la precarizzazione del lavoro, le missioni di guerra e i tagli sociali, finendo per suicidarsi politicamente. Oggi la classe lavoratrice è priva di rappresentanza proprio all&#39;alba di un nuovo conflitto mondiale tra imperialismi, con il capitalismo in crisi che aggredisce ogni aspetto della vita e della società in cerca di profitto. &#xA;&#xA;Per un 2 5 Aprile resistente a Pesaro e nel mondo&#xA;Oggi il ricordo della Resistenza a Pesaro è ridotto a puro cerimoniale svuotato di senso, o strumentalizzato da chi vota l&#39;invio di armi e leggi antipopolari.&#xA;Vogliamo un momento di piazza alternativo:&#xA;• Contro i nuovi rigurgiti reazionari: Il governo Meloni, erede di chi voleva cancellare la Resistenza, fiero esecutore delle peggiori politiche repressive e antioperaie.&#xA;• Contro la guerra e l&#39;imperialismo: Dalle lotte contro il genocidio in Palestina&#xA;all&#39;intervento USA in Venezuela, dal blocco a Cuba a i bombardamenti i n&#xA;Iran e Libano. Difendiamo la memoria partigiana contro le ultradestre e&#xA;contro i liberali che equiparano partigiani e fascisti e riconosciamo il diritto alla Resistenza per ogni popolo oppresso.&#xA;• Contro la repressione: Denunciamo i tentativi che, sul modello Trump, vogliono criminalizzare le pratiche di lotta e dividere l&#39;antifascismo in &#34;buoni&#34;&#xA;e &#34;cattivi&#34;.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni contributi dalla manifestazione a Pesaro per un 25 Aprile resistente contro fascismo e imperialismo</p>

<p>Oggi più che mai, in occasione delle celebrazioni per questo 25 aprile, riteniamo necessario non soltanto rendere onore all’eroica resistenza dei partigiani che hanno liberato l’Italia dal giogo nazifascista, ma anche ricordare, in quanto collettivi e organizzazioni dichiaratamente antifascisti, l’evoluzione degli strumenti di repressione del dissenso impiegati dal fascismo. La criminalizzazione delle idee radicalmente antifasciste, ovvero rivoluzionarie, orientate alla costruzione di un’alternativa socialista, per cui molte bande partigiane si sono battute, a cui hanno dedicato la propria esistenza, è oggi più che mai sotto aspra minaccia. L’intensificarsi delle misure violente e securitarie ha infatti come obiettivo dichiarato, esplicito, le nostre organizzazioni, i nostri compagni e le nostre compagne.
Bisogna ricordare come prima della fondazione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, creato tra la fine del 1926 e l’inizio del 1927 tramite una tra le più becere leggi fascistissime, che colpì in prima istanza gli avversari politici del regime, il partito fascista si servì – piegandoli ai propri scopi – di quegli stessi istituti liberali che ancora oggi si vogliono considerare roccheforti per la tutela dei diritti delle persone, per la salvaguardia delle loro esistenze, introducendo tutta una serie di crimini –  l’associazione a delinquere, i reati di stampa, l’espatrio clandestino – capaci di trasformare in reato perseguibile l’idea, l’intenzione, l’appartenenza politica: in breve, l’antifascismo.</p>

<p>La storia, la nostra storia, ci ha già raccontato di come all’antifascismo come crimine il regime fascista non giunse rompendo una volta per tutte con le leggi liberali, ma ci arrivò prima torcendo progressivamente quelle stesse leggi, insinuandosi in maniera parassitaria nel loro corpo, ma senza sostituirlo; ci ha raccontato, cioè, di come le garanzie a tutela delle nostre vite non sono e non saranno mai abbastanza protette soltanto dagli istituti liberali della democrazia borghese entro la quale ci tocca vivere.
Per questo oggi è fondamentale riconoscere i segni di una trasformazione che, pur nelle differenze storiche, presenta dinamiche già patite cento anni fa, tra sangue e torture, da compagni e compagne.</p>

<p>Lo abbiamo visto con la proposta di “riforma della giustizia”, con quella di riforma della legge elettorale, e più palesemente con lo squallido decreto sicurezza approvato giusto ieri dalla camera, volto ad annichilire il più elementare accesso al diritto alla difesa per le persone migranti, a facilitare gli sgomberi – con la conseguenza peraltro di soffocare gli ultimissimi spazi in cui potevano ancora immaginarsi concezioni e pratiche di vita mutualistiche, solidali, alternative al neoliberalismo imperante –, oltre a estendere il reato di rivolta per le persone in carcere e nei CPR, a irrobustire in generale un impianto giuridico definitivamente disciplinato dall’abuso, dalla trasformazione della polizia in quell’organo sempre più autonomo cui si delega l’esercizio della sovranità e della repressione, soprattutto nei confronti delle forme collettive di espressione del dissenso. In quest’ottica vanno interpretate la trasformazione da illecito amministrativo in reato penale del blocco stradale, la punibilità anche della resistenza passiva, l’inasprimento delle pene per reati contro pubblici ufficiali specie in contesti di manifestazione e di conflitto.
Tutto questo avviene entro un quadro in cui, anche prima della validità effettiva del decreto sicurezza, in Italia oggetto principale delle premure poliziesche già erano i movimenti: dalle misure cautelari comminate a chi si opponeva, ad esempio, lo scorso settembre 2025, in stazione a Milano, alla complicità nel genocidio del popolo palestinese del governo Meloni, fino ai processi per direttissima intentati ai militanti del Pedro, centro sociale occupato di Padova, perché responsabili di stare organizzando la giornata del 25 aprile.</p>

<p>Anche oggi dobbiamo capire che la deriva fascista delle ultradestre non si affermerà tramite una rottura improvvisa, ma tramite una crescente forzatura in chiave autoritaria delle norme esistenti, esattamente come accadde tra il 1923, dai primi processi ai militanti del Partito Comunista d’Italia, e il 1926, prima cioè che il fascismo si tramutasse nel regime traditore, torturatore e genocida con cui ha scelto per sempre di consegnarsi alla storia.
Allora si utilizzavano reati comuni per colpire gli antifascisti; oggi si utilizzano dispositivi giuridici per colpire movimenti sociali e soggettività politiche conflittuali proprio nel momento in cui in risposta al genocidio del popolo palestinese, alle guerre imperialiste degli Stati Uniti e di Israele, stiamo tentando con tutte le nostre forze di costruire un blocco sociale coeso, finalmente alternativo a questa barbarie.
Nonostante forme di repressione tangibili e sempre più criminali cui dobbiamo sottostare, non dobbiamo però dimenticare, specie durante questa giornata di commemorazione e lotta, la natura reazionaria del fascismo di ieri come quello di oggi, a cui uno strato inerme della popolazione, la nostra piccola-borghesia nazionale, credette di non dover opporre alcuna forza – come ricordava Togliatti – poiché pensava nel proprio intimo al fascismo, alla realtà materiale che dagli anni venti condusse alla seconda guerra mondiale, come un’inevitabilità storica, come una fatalità.
E’ dunque oggi più che mai, in questo preciso quadro storico-politico, che soltanto a partire da azioni che abbiano come orizzonte ultimo il radicale mutamento del complesso economico-sociale, come fu a loro tempo per una consistente parte di compagni partigiani, e prima dei rivoluzionari russi ed europei, che crediamo possibile combattere anche quel fatalismo e quella rassegnazione di fronte alla storia che hanno e che continuano drammaticamente a irrobustire il fascismo e i suoi orrori.
In un momento di regressione generalizzata delle prospettive di cambiamento, anche nelle fila delle nostre organizzazioni, deve risuonare, come fu per la lotta partigiana, come è stato ed è in ogni lotta, quel monito che prelude all’avvenire di un mondo nuovo, e che recita: Se non è ora, dovrà pur succedere. Ma essere pronti, è tutto.</p>

<p>L’inganno del nemico</p>

<p>Sono passati più di 100 anni dalla prima guerra mondiale ma la retorica, la narrativa dei governi, della stampa Mainstream e dei vertici dell economia globale rimane quella che allora portò circa 9 milioni soldati e 7 milioni civili alla morte apparecchiando il tavolo per la seconda guerra mondiale che seguì 21 anni dopo.
Di nuovo, anche se in maniera diversa, ci dicono che siamo sotto attacco, che dobbiamo difenderci, dobbiamo difendere i nostri paesi, le nostre sacre nazioni. Ma sono davvero nostre queste nazioni dal momento che L unica partecipazione politica rimane una crocetta su un foglio di carta ogni 2 o ogni 4 anni e la forbice delle disuguaglianze economiche e sociali si sta aprendo sempre di più? Al momento l’1 percento in Italia ha più ricchezza del 50% messo insieme. Il 50% della popolazione in Italia possiede circa il 5% della ricchezza totale, mentre il 10% della stessa popolazione ne possiede dal 50 al 60%. Altri paesi affermano disuguaglianze simili.</p>

<p>Come disse Karl Liebknecht della Lega di spartaco nel 1915 “il nemico si trova nel proprio paese” puntando il dito verso l’alto, verso la borghesia. Con questa frase cercó di far capire al popolo che il vero nemico non si trova nella trincea del battaglione di un altra nazione, ma il nemico si trova nella figura di chi ha fatto sì che accadesse tutto questo orrore chiamato guerra e ora ci specula e ci guadagna. Il tutto mentre la classe operaia andó a morire non per gli interessi sociali propri ma per gli interessi economici e imperialistiche di una percentuale minuscola della popolazione che dai suoi palazzi guardó il mondo andare a fuoco come se fosse uno spettacolo teatrale.</p>

<p>E oggi ?
Oggi stiamo vivendo il periodo del riarmo dei cosiddetti paesi democratici. Gli Stati membri della NATO stanno aumentando gli investimenti nel settore bellico per eguagliare L obiettivo di destinare il 2% del PIL alla spesa militare, concordato più di 10 anni fa. Nel mentre anno scorso la stessa NATO ha deciso di aumentare ancora la percentuale del PIL da spendere nel settore militare. Dal 2 al 5 percento.</p>

<p>Le imprese dell&#39;industria bellica guadagnano sia dal riarmo dei paesi occidentali che non accusano una guerra sul proprio territorio, sia dall esportazione nei paesi terzi già colpiti da conflitti armati, ovvero guerre e genocidi, delle quali i paesi occidentali stanno alla radice vedendo il passato coloniale e presente imperialista.</p>

<p>Un esempio di tanti è la Germania che fornisce il 30% delle armi utilizzate da Israele nel genocidio contro il popolo palestinese. L industria bellica europea dal 2021 ha visto un aumento di fatturato stimato al 50%. In Italia L industria militare sta vedendo un aumento di fatturato sopra il 10% ogni anno negli ultimi 4 anni. Questo proprio grazie al aumento del budget d investimento nel settore bellico da parte gli Stati membri della nato.
Chiaramente investendo nel riarmo per i governi non può mancare L aumento del materiale umano. Nei vari paesi europei si sta discutendo di modificare oppure si stanno già modificando le leggi per quanto riguarda la leva militare.
Dal 1 gennaio 2026 la situazione in Germania è cambiata drasticamente. Tutti i giovani che compiono i 18 anni devono compilare un questionario per la rilevazione della loro motivazione e idoneità.
A partire dalla metà del 2027 si aggiungerà una visita di leva obbligatoria. In più sempre a partire da gennaio di quest anno tutti i soggiorni all estero di uomini di cittadinanza tedesca che durano più di 3 mesi devono in linea di principio essere comunicati alla Bundeswehr oppure essere autorizzati. Si parla di una regola che è legge, soltanto che al momento non viene applicata ancora come dichiarò il ministero della difesa tedesco. Non ancora.</p>

<p>Stiamo vivendo in un periodo di militarizzazione di vari settori della società civile, della criminalizzazione del dissenso, come mostra il nuovo decreto sicurezza, e di povertà generalizzata data dell accumulo di ricchezza nelle mani di pochi. I governi cercano ancora una volta di raggrupparci sotto bandiere che non ci rappresentano. Bandiere di Stati complici di genocidi e simboli di disuguaglianze socio economiche enormi, e repressioni.</p>

<p>Quindi organizzatevi, non basta fare la solita chiacchierata politica con l&#39;amico all&#39;una di notte. Leggete, mettetevi in gioco, trasformate la teoria in pratica resistente.
Organizziamoci contro un nemico che si trova all&#39;interno dei nostri confini. Nei palazzi di lusso come nei parlamenti borghesi. Organizziamoci contro chi non ci permette di arrivare a fine mese mentre accumula sempre più ricchezza e privilegi. Organizziamoci contro chi sta trasformando uno stato già di sua natura, repressivo in uno stato sempre più poliziesco. Contro chi cerca di farci cadere nella propaganda nazionalista e tenta di di metterci gli uni contro gli altri, spingendoci a combattere tra noi invece che contro chi detiene il potere. È ora di formare un fronte popolare. E ricordiamoci sempre: un dito si può rompere, ma cinque dita sono un pugno!</p>

<p>Dalla Resistenza partigiana a quella palestinese</p>

<p>La parola “Resistenza” evoca oggi, con urgenza quasi inevitabile, l&#39;immagine della Palestina. Una terra devastata, depredata e umiliata, che tuttavia resiste da decenni e continuerà a farlo finché non vedrà riconosciuta l a propria dignità. La questione palestinese non può più essere liquidata con frasi di circostanza o retorica umanitaria: i n Italia e nel resto dell&#39;Occidente, molti si dichiarano a parole sostenitori della causa, m a lo fanno con mille “distinguo”, ponendo paletti morali che valgono solo per alcuni. Si concede, per gentile concessione, che i palestinesi possano avere diritto a uno Stato, a patto però che si accontentino di minuscoli lembi d i terra, frammentati e privi di sovranità reale. Si pretende che chi vive nei campi profughi dal 1948, dall&#39;anno
della Nakba, rinunci definitivamente al diritto al ritorno, cancellando la memoria di intere generazioni. Soprattutto, s i esige che i palestinesi accettino supinamente bombardamenti costanti, occupazioni illegali, stupri, carcerazioni arbitrarie (che colpiscono persino i bambini), furti di terra e l&#39;introduzione di leggi aberranti, come quella che istituisce la pena di morte.
La richiesta unanime dei governi occidentali è il disarmo. Mentre subiscono un genocidio, viene chiesto alle vittime di deporre le armi. Il paradosso è accecante: a Israele è riconosciuto i l diritto a possedere testate nucleari e armi tecnologicamente avanzate che continuiamo a fornirgli; agli israeliani è riconosciuto il diritto inalienabile di scegliere i l proprio governo, anche quando questo si rivela apertamente genocidiario e suprematista.
Al contrario, ai palestinesi è chiesto di subire i n silenzio. Non devono reagire, non devono lottare e dovrebbero persino sciogliere i propri gruppi politici secondo i desiderata esterni. Noi occidentali vorremmo decidere chi h a i l diritto di rappresentarli, arrogandoci una tutela coloniale antica e mai superata.
Oggi, mentre celebriamo la Resistenza italiana e i valori di libertà e uguaglianza, avvertiamo quanto sia ancora difficile, in certi contesti, accostare quella parola alla Palestina. Sembra che il diritto alla resistenza sia un privilegio concesso a condizioni prestabilite da noi, secondo il nostro gusto e l a nostra convenienza geopolitica. Ma l a Storia non segue i binari del nostro paternalismo: i palestinesi hanno resistito e continueranno a farlo, definendo autonomamente le proprie forme di lotta.
È innegabile che decenni di isolamento sistematico, privazione di futuro e violenza quotidiana abbiano alimentato un certo fanatismo religioso, che è spesso il frutto amaro della disperazione e della mancanza di alternative politiche credibili e garantite. Tuttavia, non si può confondere la reazione con la causa: finché non c i sarà giustizia, la resistenza rimarrà l&#39;unica lingua possibile per un popolo a cui è stato tolto tutto, tranne la volontà di esistere.</p>

<p>Una Resistenza tradita</p>

<p>Il 25 Aprile è il giorno i n cui festeggiamo la vittoria della Lotta d i Liberazione dal nazi-fascismo. Ricordiamo l&#39;insurrezione di centinaia d i migliaia di partigiani e partigiane, i l sacrificio d i chi ha scelto di non piegarsi per la libertà e l&#39;uguaglianza. Ma nel 1943/&#39;45, la Resistenza e la rivolta operaia non erano solo un&#39;aspirazione democratica: erano la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo per reprimere la rivoluzione
operaia e di rovesciare il capitalismo e imporre i l potere dei lavoratori. Era la
speranza della “rossa primavera”</p>

<p>Quella volontà rivoluzionaria fu tradita. Stalin pattuì con gli imperialismi vincitori una spartizione in zone d&#39;influenza e l&#39;Italia doveva restare nel campo capitalista per il quieto vivere del Cremlino. II PCI di Togliatti fu l&#39;esecutore di questa linea:
• La subordinazione ai partiti borghesi: La Resistenza fu sottomessa alla collaborazione con la DC nel CLN, concedendo loro diritto di veto.
• I Governi di Unità Nazionale: Nel dopoguerra, questi governi disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti (Valletta) e reinsediarono i vecchi prefetti.
• L&#39;Amnistia Togliatti (1947): II colpo di grazia fu l&#39;amnistia per gli sgherri
fascisti firmata dal segretario del PCI come Ministro di Grazia e Giustizia.
• La Costituzione del 1948: Come disse Piero Calamandrei, fu “una rivoluzione
promessa in cambio di una rivoluzione mancata”, utile a mascherare il potere
restaurato dei capitalisti che, una volta sicuri, cacciarono il PCI all&#39;opposizione
e scatenarono la repressione sanguinosa degli anni &#39;50.</p>

<p>L&#39;Autunno Caldo svenduto al Compromesso Storico</p>

<p>Quando vent&#39;anni dopo una nuova generazione operaia rialzò la testa con
l&#39;Autunno Caldo (&#39;69/&#39;76), fu nuovamente il PCI a sbarrare la via con il Compromesso Storico con la DC:
• L&#39;Austerità di Lama: Il congresso dell&#39;EUR della CGIL sancì la politica dei
sacrifici e la subordinazione delle richieste operaie alle compatibilità del
profitto.
• L&#39;identificazione con lo Stato Borghese: Il risultato fu una demoralizzazione di massa che aprì la strada all&#39;offensiva della FIAT (ottobre 1980) e all&#39;ascesa
del craxismo. La Seconda Repubblica, nata dalle ceneri di Tangentopoli e nello scenario del riflusso mondiale del movimento comunista a seguito della caduta dell&#39;URSS, è lo sbocco di questa deriva reazionaria e della cancellazione
delle conquiste operaie.</p>

<p>Il trasformismo a sinistra nella Seconda Repubblica</p>

<p>Il gruppo dirigente del PCI sciolse il partito per candidarsi a gestire direttamente il capitalismo italiano, secondo il copione comune delle burocrazie dell&#39;est. Una lunga stagione di arretramenti e adattamenti al sistema borghese – dal PDS ai DS sino al PD -ha portato la vecchia sinistra a diventare compiutamente un partito liberale. Non ci si propone più di cambiare il sistema capitalista, ma di governarlo entro le sue compatibilità.
Parallelamente, Rifondazione Comunista, nata per essere “il cuore dell&#39;opposizione” è stata condotta nei governi Prodi a votare la precarizzazione del lavoro, le missioni di guerra e i tagli sociali, finendo per suicidarsi politicamente. Oggi la classe lavoratrice è priva di rappresentanza proprio all&#39;alba di un nuovo conflitto mondiale tra imperialismi, con il capitalismo in crisi che aggredisce ogni aspetto della vita e della società in cerca di profitto.</p>

<p>Per un 2 5 Aprile resistente a Pesaro e nel mondo
Oggi il ricordo della Resistenza a Pesaro è ridotto a puro cerimoniale svuotato di senso, o strumentalizzato da chi vota l&#39;invio di armi e leggi antipopolari.
Vogliamo un momento di piazza alternativo:
• Contro i nuovi rigurgiti reazionari: Il governo Meloni, erede di chi voleva cancellare la Resistenza, fiero esecutore delle peggiori politiche repressive e antioperaie.
• Contro la guerra e l&#39;imperialismo: Dalle lotte contro il genocidio in Palestina
all&#39;intervento USA in Venezuela, dal blocco a Cuba a i bombardamenti i n
Iran e Libano. Difendiamo la memoria partigiana contro le ultradestre e
contro i liberali che equiparano partigiani e fascisti e riconosciamo il diritto alla Resistenza per ogni popolo oppresso.
• Contro la repressione: Denunciamo i tentativi che, sul modello Trump, vogliono criminalizzare le pratiche di lotta e dividere l&#39;antifascismo in “buoni”
e “cattivi”.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://log.livellosegreto.it/collettivocasamatta/alcuni-contributi-dalla-manifestazione-a-pesaro-per-un-25-aprile-resistente</guid>
      <pubDate>Thu, 30 Apr 2026 16:08:55 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Dighe mobili e astensionismo.</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/collettivocasamatta/dighe-mobili-e-astensionismo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Dighe mobili e astensionismo. Un bollettino delle elezioni municipali in Francia dopo il secondo turno.&#xA;&#xA;Mentre in Italia, tra domenica e lunedì, l’attenzione collettiva era interamente rivolta al risultato del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, in Francia più di trentamila sindaci si stavano insediando nei rispettivi consigli comunali dopo i due turni elettorali svoltisi tra 14-15 e 22-23 marzo.&#xA;L’importanza delle elezioni municipali francesi è dovuta, in generale, a differenza di quanto solitamente accade in Italia, al fatto che quasi tutti i cittadini sono chiamati al voto contemporaneamente e soprattutto nelle grandi città. Questa congiuntura permette dunque di valutare da vicino lo stato dei rapporti di forza tra partiti: più nel dettaglio, le ultime elezioni&#xA;avevano già in partenza significato politico del tutto particolare considerata la presenza - molto più diffusa rispetto al 2020 - di liste autonome de La France Insoumise, il partito rappresentante della sinistra francese antiliberale guidato da Jean-Luc Mélenchon.&#xA;&#xA;Un’analisi complessiva dell’esito elettorale risulta abbastanza difficile per la sua&#xA;incertezza di fondo e per la differenza di prospettiva a seconda, com’è evidente, delle interpretazioni di campo e soprattutto del peso che si attribuisce, nella valutazione, ai risultati ottenuti nelle grandi città.&#xA;Di certo, la riconferma del Parti Socialiste a Parigi e Marsiglia e dei verdi a Lione, tramite, rispettivamente, le elezioni al secondo turno di Emmanuel Grégoire, Benoit Payan e Gregory Doucet ha consentito di tirare l’ormai estremo sospiro di sollievo della tenuta (social)democratica contro l’avanzata delle destre, rappresentate a Parigi dalla candidata repubblicana Rachida Dati (sostenuta dal ritiro, al secondo turno, della candidata di estrema destra e consigliera di Eric Zemmour Sarah Knafo), a Marsiglia dal candidato del&#xA;Rassemblement National Franck Allisio e a Lione dal macronista e patrizio (è l’ex presidente della squadra di calcio della città) Jean-Michel Aulas. Il trionfalismo esasperato per la “resistenza” e l’opposizione alla destra, repubblicana o neofascista che sia, simile alle scene di giubilo nelle piazze delle città italiane per il risultato del referendum, ha per la verità anche&#xA;in Francia respiro cortissimo e mostra, più che nascondere, due temi che da anni si impongono dopo ogni chiamata al voto: l’alleanza precaria a tra LFI e coalizione socialdemocratica in funzione di “barrage” contro il Rassemblement National e, soprattutto, l’astensionismo.&#xA;&#xA;Per quanto riguarda il primo punto, il rifiuto dell’alleanza con gli “insoumis” da parte del PS, incalzato soprattutto dall’ostracismo dell’ala destra (rappresentata da Raphael Glucksmann e dall’ex presidente François Hollande) ha provocato risposte diverse da parte dei candidati melenchonisti: a Parigi, ad esempio, Sophie Chikirou non ha ritirato la candidatura pur invitando a considerare l’incertezza dell’esito elettorale e consegnando, di fatto, una&#xA;percentuale decisiva di voti a favore del socialista Gregoire; diversamente, a Marsiglia, Sébastien Delogu ha rinunciato a presentarsi al secondo turno in seguito alle manifestazioni di piazza dello scorso fine settimana, e a Lione Anais Belouassa-Cherifi ha optato per la fusione con le liste del PS garantendo a LFI l’immagine di unico e vero anticorpo istituzionale contro il RN per la messa in campo di una, ancorché soltanto decente, vera visione politica.&#xA;In altre città, come a Tolosa, Brest o Limoges, LFI e PS hanno scelto inutilmente di fare comune opposizione alla destra per difendere o riconquistare la maggioranza nei diversi consigli comunali, suscitando forti critiche (sempre dell’ala destra dei Glucksmann e degli Hollande, pronti alla chiamata di un congresso che probabilmente revocherà l’attuale&#xA;direzione di partito) al segretario socialista Olivier Faure. &#xA;Tali prese di posizione confermano di fatto la natura centrista, moderata e conservatrice di una enorme fetta dell’ormai decrepito Parti Socialiste, che da decenni (dalle privatizzazioni del governo Jospin sulle esequie del quale la sinistra istituzionale, compatta, ha versato lacrime) adotta, quando al potere, misure di austerità e securitarismo.&#xA;&#xA;Già non aveva stupito, nei mesi scorsi, la vergognosa campagna elettorale antiLFI anche da parte del blocco socialdemocratico, rafforzata spregevolmente nei toni soprattutto in seguito alla morte del militante fascista Quentin Deranque per la quale si è levata, univoca, la voce dell’intero arco parlamentare contro il partito di Mélenchon. Non sarà mai inutile ricordare le accuse di antisemitismo per l’incrollabile presa di posizione di LFI contro il&#xA;genocidio dei palestinesi da parte di Israele cui fece seguito, nell’autunno del 2023, il ritiro del PS dall’intergruppo della NUPES nell’Assemblea nazionale (Nouvelle Union Populaire Ecologique et Sociale), coalizione nata in vista delle elezioni presidenziali del 2022 per contrastare la conferma di Macron - poi riproposta come nulla fosse per le elezioni legislative del luglio 2024.&#xA;Anche considerando quelle città dove l’alleanza ha funzionato, a Nantes, a Tours, a Grenoble, è evidente che l’incompatibilità politica tra PS (e membri delle sue coalizioni, come ecologisti o PCF) e LFI sia “il” tema interno alla sinistra istituzionale e rileva della precaria strategia delle “dighe mobili” erette all’occorrenza contro i neofascisti (o repubblicani: ma se si prende come esempio Nizza ogni distinzione sembra ormai cadere) tra campagne di delegittimazione reciproca, soprattutto a parte socialista. &#xA;&#xA;LFI, pur non essendo dichiaratamente partito rivoluzionario, resta ad oggi, per il programma ecosocialista e antiliberista che propone, con l’opposizione continua agli accordi commerciali europei come il Mercosur, la minaccia più grande alle future elezioni per l’enorme blocco moderato-conservatore che comprende tanto i socialisti quanto la sfaccettata ala destra, ancor più grande - così sembra sentendo sbraitare ai microfoni socialisti e macronisti -&#xA;rispetto alla catastrofe che potrebbe rappresentare la presa di potere da parte del Rassemblement National alle ormai prossime elezioni del 2027.&#xA;Il programma di LFI, dove più attuabile, in comuni operai e storicamente attraversati da profondissimi disagi sociali come Roubaix o Saint-Denis (dove, oltre alla vittoria degli “insoumis” va sottolineata la presenza in consiglio comunale di due membri di Révolution Permanente, partito rivoluzionario trotzkista) verosimilmente non assomiglierà a quanto potrebbe accadere qualora Mélenchon riuscisse a trionfare alle presidenziali. Il problema si&#xA;riproporrà infatti, ancora una volta, dentro i due corpi del suo partito che sono anche in parte i due corpi dello stesso Mélenchon: da una parte, l’aspro critico dei PS e degli ecologisti, designati come irresponsabili “commercianti” della politica, e dall’altra il commosso custode della memoria storica dello stesso partito contro cui oggi alza feroce i toni; storia che coincide negli ultimi trent’anni con le misure economiche e sociali a esclusivo danno della&#xA;classe lavoratrice francese, ulteriormente indebolita dagli ultimi dieci anni di presidenza Macron.&#xA;&#xA;Eppure, senza alleanze (e soprattutto senza voti socialisti o verdi), la speranza di conquista della guida della nazione, per Mélenchon, si ridurrebbe in maniera probabilmente decisiva: al contrario, tramite coalizione, l’instaurazione della “rivoluzione cittadina” e l’applicazione di misure a favore della classe lavoratrice come l’aumento dei salari, la riduzione dell’orario lavorativo settimanale, l’anticipazione dell’età pensionabile alle cui spalle stanno i cicli di lotte degli ultimi dieci anni in Francia, si allontanerebbe, considerata la natura irrimediabilmente centrista del blocco socialdemocratico. Senza coalizione, senza, soprattutto, i voti di verdi ed ecologisti, l’unico vero soggetto politico in grado di sovvertire l’ordine delle cose a livello elettorale sembrerebbe quello di chi alle urne nemmeno si è presentato, spropositato in termini strettamente numerici (più di quattro su dieci) già al primo turno delle municipali, anche in virtù della differenza di peso di queste elezioni rispetto a quelle presidenziali. Se l’auspicio di LFI è in ogni caso rivolgersi al bacino degli astenuti, soltanto la corsa solitaria alle presidenziali e l’attuazione di un programma più radicale potrebbero convincere a una mobilitazione maggiore. &#xA;&#xA;La fisionomia di questa nebulosa composta da precari, poveri, giovani o soltanto indifferenti, consente di asserire che è sempre e soltanto attraverso l’interpretazione del momento storico, attraverso la presenza massiccia nelle piazze (che già nel 2022 diede i suoi enormi frutti), e al di là, dunque, delle logiche di contrabbando politico con i partiti moderati, che LFI può rappresentare anche soltanto parzialmente gli interessi di una classe stremata in particolare dall’ultimo dei due mandati di Macron, coincidente con l’intensificarsi dei conflitti su scala internazionale. Tanto basterebbe, considerando che la risposta all’attuale durissima crisi, da&#xA;parte dell’attuale presidente - cresciuto politicamente, ricordiamolo, tra i ranghi del Parti Socialiste come ministro dell’economia, è stata la promessa di autonomia difensiva attraverso l&#39;ampliamento della potenza nucleare mentre tutt’intorno si alzava solenne l’inno nazionale.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Dighe mobili e astensionismo. Un bollettino delle elezioni municipali in Francia dopo il secondo turno.</p>

<p>Mentre in Italia, tra domenica e lunedì, l’attenzione collettiva era interamente rivolta al risultato del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, in Francia più di trentamila sindaci si stavano insediando nei rispettivi consigli comunali dopo i due turni elettorali svoltisi tra 14-15 e 22-23 marzo.
L’importanza delle elezioni municipali francesi è dovuta, in generale, a differenza di quanto solitamente accade in Italia, al fatto che quasi tutti i cittadini sono chiamati al voto contemporaneamente e soprattutto nelle grandi città. Questa congiuntura permette dunque di valutare da vicino lo stato dei rapporti di forza tra partiti: più nel dettaglio, le ultime elezioni
avevano già in partenza significato politico del tutto particolare considerata la presenza – molto più diffusa rispetto al 2020 – di liste autonome de La France Insoumise, il partito rappresentante della sinistra francese antiliberale guidato da Jean-Luc Mélenchon.</p>

<p>Un’analisi complessiva dell’esito elettorale risulta abbastanza difficile per la sua
incertezza di fondo e per la differenza di prospettiva a seconda, com’è evidente, delle interpretazioni di campo e soprattutto del peso che si attribuisce, nella valutazione, ai risultati ottenuti nelle grandi città.
Di certo, la riconferma del Parti Socialiste a Parigi e Marsiglia e dei verdi a Lione, tramite, rispettivamente, le elezioni al secondo turno di Emmanuel Grégoire, Benoit Payan e Gregory Doucet ha consentito di tirare l’ormai estremo sospiro di sollievo della tenuta (social)democratica contro l’avanzata delle destre, rappresentate a Parigi dalla candidata repubblicana Rachida Dati (sostenuta dal ritiro, al secondo turno, della candidata di estrema destra e consigliera di Eric Zemmour Sarah Knafo), a Marsiglia dal candidato del
Rassemblement National Franck Allisio e a Lione dal macronista e patrizio (è l’ex presidente della squadra di calcio della città) Jean-Michel Aulas. Il trionfalismo esasperato per la “resistenza” e l’opposizione alla destra, repubblicana o neofascista che sia, simile alle scene di giubilo nelle piazze delle città italiane per il risultato del referendum, ha per la verità anche
in Francia respiro cortissimo e mostra, più che nascondere, due temi che da anni si impongono dopo ogni chiamata al voto: l’alleanza precaria a tra LFI e coalizione socialdemocratica in funzione di “barrage” contro il Rassemblement National e, soprattutto, l’astensionismo.</p>

<p>Per quanto riguarda il primo punto, il rifiuto dell’alleanza con gli “insoumis” da parte del PS, incalzato soprattutto dall’ostracismo dell’ala destra (rappresentata da Raphael Glucksmann e dall’ex presidente François Hollande) ha provocato risposte diverse da parte dei candidati melenchonisti: a Parigi, ad esempio, Sophie Chikirou non ha ritirato la candidatura pur invitando a considerare l’incertezza dell’esito elettorale e consegnando, di fatto, una
percentuale decisiva di voti a favore del socialista Gregoire; diversamente, a Marsiglia, Sébastien Delogu ha rinunciato a presentarsi al secondo turno in seguito alle manifestazioni di piazza dello scorso fine settimana, e a Lione Anais Belouassa-Cherifi ha optato per la fusione con le liste del PS garantendo a LFI l’immagine di unico e vero anticorpo istituzionale contro il RN per la messa in campo di una, ancorché soltanto decente, vera visione politica.
In altre città, come a Tolosa, Brest o Limoges, LFI e PS hanno scelto inutilmente di fare comune opposizione alla destra per difendere o riconquistare la maggioranza nei diversi consigli comunali, suscitando forti critiche (sempre dell’ala destra dei Glucksmann e degli Hollande, pronti alla chiamata di un congresso che probabilmente revocherà l’attuale
direzione di partito) al segretario socialista Olivier Faure.
Tali prese di posizione confermano di fatto la natura centrista, moderata e conservatrice di una enorme fetta dell’ormai decrepito Parti Socialiste, che da decenni (dalle privatizzazioni del governo Jospin sulle esequie del quale la sinistra istituzionale, compatta, ha versato lacrime) adotta, quando al potere, misure di austerità e securitarismo.</p>

<p>Già non aveva stupito, nei mesi scorsi, la vergognosa campagna elettorale antiLFI anche da parte del blocco socialdemocratico, rafforzata spregevolmente nei toni soprattutto in seguito alla morte del militante fascista Quentin Deranque per la quale si è levata, univoca, la voce dell’intero arco parlamentare contro il partito di Mélenchon. Non sarà mai inutile ricordare le accuse di antisemitismo per l’incrollabile presa di posizione di LFI contro il
genocidio dei palestinesi da parte di Israele cui fece seguito, nell’autunno del 2023, il ritiro del PS dall’intergruppo della NUPES nell’Assemblea nazionale (Nouvelle Union Populaire Ecologique et Sociale), coalizione nata in vista delle elezioni presidenziali del 2022 per contrastare la conferma di Macron – poi riproposta come nulla fosse per le elezioni legislative del luglio 2024.
Anche considerando quelle città dove l’alleanza ha funzionato, a Nantes, a Tours, a Grenoble, è evidente che l’incompatibilità politica tra PS (e membri delle sue coalizioni, come ecologisti o PCF) e LFI sia “il” tema interno alla sinistra istituzionale e rileva della precaria strategia delle “dighe mobili” erette all’occorrenza contro i neofascisti (o repubblicani: ma se si prende come esempio Nizza ogni distinzione sembra ormai cadere) tra campagne di delegittimazione reciproca, soprattutto a parte socialista.</p>

<p>LFI, pur non essendo dichiaratamente partito rivoluzionario, resta ad oggi, per il programma ecosocialista e antiliberista che propone, con l’opposizione continua agli accordi commerciali europei come il Mercosur, la minaccia più grande alle future elezioni per l’enorme blocco moderato-conservatore che comprende tanto i socialisti quanto la sfaccettata ala destra, ancor più grande – così sembra sentendo sbraitare ai microfoni socialisti e macronisti -
rispetto alla catastrofe che potrebbe rappresentare la presa di potere da parte del Rassemblement National alle ormai prossime elezioni del 2027.
Il programma di LFI, dove più attuabile, in comuni operai e storicamente attraversati da profondissimi disagi sociali come Roubaix o Saint-Denis (dove, oltre alla vittoria degli “insoumis” va sottolineata la presenza in consiglio comunale di due membri di Révolution Permanente, partito rivoluzionario trotzkista) verosimilmente non assomiglierà a quanto potrebbe accadere qualora Mélenchon riuscisse a trionfare alle presidenziali. Il problema si
riproporrà infatti, ancora una volta, dentro i due corpi del suo partito che sono anche in parte i due corpi dello stesso Mélenchon: da una parte, l’aspro critico dei PS e degli ecologisti, designati come irresponsabili “commercianti” della politica, e dall’altra il commosso custode della memoria storica dello stesso partito contro cui oggi alza feroce i toni; storia che coincide negli ultimi trent’anni con le misure economiche e sociali a esclusivo danno della
classe lavoratrice francese, ulteriormente indebolita dagli ultimi dieci anni di presidenza Macron.</p>

<p>Eppure, senza alleanze (e soprattutto senza voti socialisti o verdi), la speranza di conquista della guida della nazione, per Mélenchon, si ridurrebbe in maniera probabilmente decisiva: al contrario, tramite coalizione, l’instaurazione della “rivoluzione cittadina” e l’applicazione di misure a favore della classe lavoratrice come l’aumento dei salari, la riduzione dell’orario lavorativo settimanale, l’anticipazione dell’età pensionabile alle cui spalle stanno i cicli di lotte degli ultimi dieci anni in Francia, si allontanerebbe, considerata la natura irrimediabilmente centrista del blocco socialdemocratico. Senza coalizione, senza, soprattutto, i voti di verdi ed ecologisti, l’unico vero soggetto politico in grado di sovvertire l’ordine delle cose a livello elettorale sembrerebbe quello di chi alle urne nemmeno si è presentato, spropositato in termini strettamente numerici (più di quattro su dieci) già al primo turno delle municipali, anche in virtù della differenza di peso di queste elezioni rispetto a quelle presidenziali. Se l’auspicio di LFI è in ogni caso rivolgersi al bacino degli astenuti, soltanto la corsa solitaria alle presidenziali e l’attuazione di un programma più radicale potrebbero convincere a una mobilitazione maggiore.</p>

<p>La fisionomia di questa nebulosa composta da precari, poveri, giovani o soltanto indifferenti, consente di asserire che è sempre e soltanto attraverso l’interpretazione del momento storico, attraverso la presenza massiccia nelle piazze (che già nel 2022 diede i suoi enormi frutti), e al di là, dunque, delle logiche di contrabbando politico con i partiti moderati, che LFI può rappresentare anche soltanto parzialmente gli interessi di una classe stremata in particolare dall’ultimo dei due mandati di Macron, coincidente con l’intensificarsi dei conflitti su scala internazionale. Tanto basterebbe, considerando che la risposta all’attuale durissima crisi, da
parte dell’attuale presidente – cresciuto politicamente, ricordiamolo, tra i ranghi del Parti Socialiste come ministro dell’economia, è stata la promessa di autonomia difensiva attraverso l&#39;ampliamento della potenza nucleare mentre tutt’intorno si alzava solenne l’inno nazionale.</p>
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      <guid>https://log.livellosegreto.it/collettivocasamatta/dighe-mobili-e-astensionismo</guid>
      <pubDate>Fri, 27 Mar 2026 22:26:50 +0000</pubDate>
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      <title>STATUTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/collettivocasamatta/statuto-del-collettivo-casamatta</link>
      <description>&lt;![CDATA[STATUTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA&#xA;     &#xA;PREAMBOLO&#xA;Il Collettivo nasce con l’obiettivo di costruire a Pesaro e provincia uno spazio politico, sociale e culturale fondato sui principi del marxismo – e quindi della lotta anticapitalista, dell’antifascismo, dell’internazionalismo, dell’antirazzismo, dell’ecologismo anticapitalista, del transfemminismo e dell’antisessismo.&#xA;Rifiutiamo ogni forma di oppressione e sfruttamento, e riteniamo necessario un progetto politico che unisca studio, lotta, solidarietà e organizzazione dal basso.&#xA; &#xA;PARTE I — PRINCIPI FONDAMENTALI&#xA;Art. 1 — Anticapitalismo e Marxismo&#xA;● Il Collettivo riconosce che il capitalismo è un sistema&#xA;● basato sull’alienazione del lavoro e della vita e sullo sfruttamento del lavoro salariato per il profitto di pochi&#xA;● che vive di crisi, disuguaglianze e sfruttamento strutturali&#xA;● che subordina i bisogni umani alla logica del profitto&#xA;1.2 Il Collettivo sostiene le lotte per la redistribuzione reale delle risorse, per l’accesso universale ai diritti fondamentali e per l’abbattimento delle disuguaglianze economiche e sociali.&#xA;1.3 Il nostro riferimento teorico è il marxismo nelle sue diverse interpretazioni critiche e rivoluzionarie.&#xA;1.4 Il Collettivo rifiuta ogni forma di compatibilità con logiche socialdemocratiche, neoliberali, aziendaliste o individualiste.&#xA;1.5 Il Collettivo combatte ogni forma di sfruttamento, sostenendo l’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici e la difesa dei diritti sul posto di lavoro.&#xA;1.6 Il Collettivo riconosce che il cambiamento nasce dal conflitto sociale organizzato: scioperi, mobilitazioni, campagne e lotte sono strumenti fondamentali per trasformare i rapporti di forza nella società.&#xA; &#xA;Art. 2 — Antifascismo e Democrazia partecipata e laica&#xA;1 Il Collettivo prende posizione contro le organizzazioni e le ideologie fasciste, naziste e di estrema destra e si riconosce in un antifascismo consapevole e partecipato, inteso come pratica politica, sociale e culturale volta alla difesa dei valori democratici, dell’uguaglianza e della giustizia sociale.&#xA;2 Il Collettivo fonda la propria organizzazione sulla partecipazione attiva, sulla discussione democratica e sull’assenza di gerarchie permanenti, valorizzando la decisione collettiva e condivisa.&#xA; &#xA;Art. 3 — Internazionalismo&#xA;3.1 Il Collettivo riconosce che i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo condividono gli stessi interessi e lo stesso nemico di classe: le lotte non possono essere confinate entro i confini nazionali, ma devono costruire solidarietà concreta oltre le frontiere.&#xA;3.2 L’internazionalismo implica il rifiuto di ogni forma di dominio economico, politico o militare esercitato da uno Stato su un altro. Il Collettivo sostiene i popoli oppressi nelle loro lotte di autodeterminazione e liberazione.&#xA;3.3 L’internazionalismo è incompatibile con qualunque ideologia nazionalista, sciovinista o xenofoba. Il Collettivo promuove invece cooperazione, scambio e solidarietà tra i popoli.&#xA; &#xA;Art. 4 — Antirazzismo e Anticolonialismo&#xA;4.1 Il Collettivo ripudia ogni forma di razzismo, suprematismo o discriminazione etnica, culturale o religiosa.&#xA;4.2 Sosteniamo le lotte anticoloniali e antimperialiste, riconoscendo che il capitalismo globale riproduce gerarchie tra popoli e nazioni.&#xA;4.3 Il Collettivo si oppone al militarismo e rifiuta l’uso della guerra e della forza militare come strumenti di dominio, controllo o risoluzione dei conflitti.&#xA;4.4. Il collettivo rivendica il diritto alla resistenza e all&#39;autodeterminazione dei popoli, rifiutando l’equiparazione tra la violenza degli sfruttati e degli oppressi con quella degli sfruttatori e degli oppressori.&#xA;4.6 Il Collettivo sostiene la cooperazione internazionale, il dialogo interculturale e la tutela dei diritti dei popoli oppressi, promuovendo un internazionalismo concreto e anti-xenofobo.&#xA; &#xA;Art. 5 — Ecologismo anticapitalista&#xA;5.1 Il collettivo afferma che la crisi climatica è una conseguenza diretta del modello produttivo capitalistico.&#xA;5.2 Il collettivo sostiene una transizione ecologica radicale, giusta e guidata dai bisogni popolari, non dal profitto.&#xA;5.3 Il collettivo rifiuta il greenwashing e l’ecologismo fine a sé stesso. Una critica ecologica - consapevole e coerente - non può che essere anticapitalista e mettere in questione il modello di sviluppo capitalista.&#xA; &#xA;Art. 6 — Femminismo e Lotta contro il Patriarcato&#xA;6.1 Il Collettivo si impegna per la parità reale, l’autodeterminazione e la lotta contro ogni forma di oppressione di genere.&#xA;6.2 La liberazione delle donne e delle soggettività oppresse dal sistema patriarcale è parte centrale del progetto rivoluzionario. Non sono, quindi, ammesse posizioni sessiste o misogine.&#xA; &#xA;Art. 7 — Antisessismo, Diritti LGBTQIA+ e Liberazione Sessuale&#xA;7.1 Il Collettivo sostiene pienamente i diritti e le lotte delle persone LGBTQIA+.&#xA;7.2 Non sono tollerate posizioni omo-lesbo-bi-trans-fobiche, queerfobiche o che negano l’esistenza e i diritti delle persone trans e non binarie.&#xA;7.3 Viene sostenuta una cultura politica basata sul rispetto, sul consenso e sulla solidarietà.&#xA; &#xA;PARTE II — ORGANIZZAZIONE DEL COLLETTIVO&#xA;Art. 8 — Assemblearismo e Democrazia Interna&#xA;8.1 Il Collettivo si organizza in modo democratico, con assemblee periodiche aperte ai membri ed eventuali interessati.&#xA;8.2 Le decisioni vengono prese attraverso discussione collettiva, ricerca del consenso ove possibile o voto a maggioranza.&#xA;8.3 Sono rifiutate pratiche autoritarie, leaderismo carismatico e gestione antidemocratica.&#xA; &#xA;Art. 9 — Gruppi di Lavoro&#xA;9.1 Potranno essere costituiti gruppi di lavoro tematici e organizzativi.&#xA;9.2 I gruppi di lavoro operano in modo orizzontale: le decisioni vengono prese collettivamente, senza ruoli gerarchici fissi. Ogni membro del Collettivo può partecipare liberamente, portare contributi e assumere responsabilità operative.&#xA;9.3 Ogni gruppo è tenuto a:&#xA;● riferire regolarmente all’assemblea del Collettivo;&#xA;● documentare le proprie attività, presentando analisi, proposte, materiali e programmi;&#xA;● mantenere coerenza politica con le linee generali del Collettivo.&#xA;Il lavoro prodotto deve essere accessibile a tutti i membri del Collettivo.&#xA;9.4 L’assemblea rimane lo spazio decisionale finale, mentre i gruppi garantiscono continuità e approfondimento.&#xA; &#xA;Art. 10 —Portavoce, ruoli organizzativi e Finanze&#xA;10.1 Tutti i ruoli organizzativi, inclusi portavoce, tesoriere e responsabile dei rapporti con la stampa, devono essere decisi collettivamente, revocabili e temporalmente limitati.&#xA;10.2 Ove possibile tutti i ruoli di cui sopra devono essere ruotati regolarmente per evitare personalismi e accumulo di ruoli. I gruppi restano sempre aperti a nuovi membri, favorendo inclusione, apprendimento e crescita collettiva.&#xA;10.3 Le finanze, le spese e le raccolte fondi devono essere pubbliche e trasparenti, con report aggiornati all’inizio di ogni riunione e resi disponibili ad ogni membro del Collettivo.&#xA; &#xA;PARTE III — ATTIVITÀ POLITICA&#xA;Art. 11 — Incompatibilità Politica&#xA;11.1 Sono incompatibili con la militanza nel Collettivo:&#xA;● fascismo, neofascismo e sionismo&#xA;● razzismo, suprematismo e xenofobia&#xA;● militarismo e nazionalismo autoritario&#xA;● sessismo e misoginia&#xA;● omofobia, transfobia, queerfobia&#xA;11.2 La partecipazione al Collettivo non è compatibile con ruoli&#xA;● di vertice, di direzione e di rappresentanza in partiti e in forze politiche che partecipano a giunte, consigli o governi locali di collaborazione di classe&#xA;● in aziende partecipate espressione diretta del governo locale o ad esso legate.&#xA; &#xA;Art. 12 — Formazione Politica&#xA;12.1 Il Collettivo considera la formazione politica uno strumento indispensabile per comprendere le dinamiche sociali, economiche e storiche del capitalismo. Lo studio collettivo è parte integrante della militanza, e si svolge attraverso gruppi di lettura, seminari, discussioni guidate, percorsi tematici, e/o cineforum.&#xA;12.2 La formazione deve essere inclusiva, accessibile e orientata a sviluppare capacità critiche autonome. Ogni militante è incoraggiato a contribuire con competenze e prospettive diverse, promuovendo un sapere condiviso che non riproduca gerarchie accademiche ma favorisca la crescita politica del collettivo nel suo insieme.&#xA; &#xA;Art. 13 — Lotta e Conflitto&#xA;13.1 Il Collettivo partecipa alle mobilitazioni studentesche, alle vertenze sul lavoro, alle lotte ambientali e territoriali.&#xA;13.2 Il Collettivo promuove pratiche solidali e mutualistiche.&#xA;13.3 Si possono costruire alleanze con altri gruppi, purché rispondenti ai principi di questo Manifesto e non operanti in contrasto con esso.&#xA; &#xA;Art. 14 — Comunicazione e Spazio Pubblico&#xA;14.1 Il Collettivo utilizza strumenti di comunicazione inclusivi e accessibili: assemblee, conferenze, seminari, social media, volantini.&#xA;14.2 Nessun contenuto discriminatorio, offensivo o denigratorio può essere prodotto o diffuso a nome del Collettivo.&#xA; &#xA;CONCLUSIONE&#xA;15.1 Questo Manifesto rappresenta la base politica, etica ed organizzativa del Collettivo.&#xA;15.2 L’adesione al Collettivo richiede la sottoscrizione del Manifesto.&#xA;15.3 La partecipazione è personale. Si aderisce come singole persone, non in forma associata (altri collettivi, organizzazioni, circoli, partiti).&#xA;15.4 Chiunque voglia partecipare deve rispettarlo e contribuire alla costruzione di una comunità militante, inclusiva e radicale.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>STATUTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA</p>

<p>PREAMBOLO
Il Collettivo nasce con l’obiettivo di costruire a Pesaro e provincia uno spazio politico, sociale e culturale fondato sui principi del marxismo – e quindi della lotta anticapitalista, dell’antifascismo, dell’internazionalismo, dell’antirazzismo, dell’ecologismo anticapitalista, del transfemminismo e dell’antisessismo.
Rifiutiamo ogni forma di oppressione e sfruttamento, e riteniamo necessario un progetto politico che unisca studio, lotta, solidarietà e organizzazione dal basso.</p>

<p>PARTE I — PRINCIPI FONDAMENTALI
Art. 1 — Anticapitalismo e Marxismo
● Il Collettivo riconosce che il capitalismo è un sistema
● basato sull’alienazione del lavoro e della vita e sullo sfruttamento del lavoro salariato per il profitto di pochi
● che vive di crisi, disuguaglianze e sfruttamento strutturali
● che subordina i bisogni umani alla logica del profitto
1.2 Il Collettivo sostiene le lotte per la redistribuzione reale delle risorse, per l’accesso universale ai diritti fondamentali e per l’abbattimento delle disuguaglianze economiche e sociali.
1.3 Il nostro riferimento teorico è il marxismo nelle sue diverse interpretazioni critiche e rivoluzionarie.
1.4 Il Collettivo rifiuta ogni forma di compatibilità con logiche socialdemocratiche, neoliberali, aziendaliste o individualiste.
1.5 Il Collettivo combatte ogni forma di sfruttamento, sostenendo l’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici e la difesa dei diritti sul posto di lavoro.
1.6 Il Collettivo riconosce che il cambiamento nasce dal conflitto sociale organizzato: scioperi, mobilitazioni, campagne e lotte sono strumenti fondamentali per trasformare i rapporti di forza nella società.</p>

<p>Art. 2 — Antifascismo e Democrazia partecipata e laica
2. 1 Il Collettivo prende posizione contro le organizzazioni e le ideologie fasciste, naziste e di estrema destra e si riconosce in un antifascismo consapevole e partecipato, inteso come pratica politica, sociale e culturale volta alla difesa dei valori democratici, dell’uguaglianza e della giustizia sociale.
2. 2 Il Collettivo fonda la propria organizzazione sulla partecipazione attiva, sulla discussione democratica e sull’assenza di gerarchie permanenti, valorizzando la decisione collettiva e condivisa.</p>

<p>Art. 3 — Internazionalismo
3.1 Il Collettivo riconosce che i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo condividono gli stessi interessi e lo stesso nemico di classe: le lotte non possono essere confinate entro i confini nazionali, ma devono costruire solidarietà concreta oltre le frontiere.
3.2 L’internazionalismo implica il rifiuto di ogni forma di dominio economico, politico o militare esercitato da uno Stato su un altro. Il Collettivo sostiene i popoli oppressi nelle loro lotte di autodeterminazione e liberazione.
3.3 L’internazionalismo è incompatibile con qualunque ideologia nazionalista, sciovinista o xenofoba. Il Collettivo promuove invece cooperazione, scambio e solidarietà tra i popoli.</p>

<p>Art. 4 — Antirazzismo e Anticolonialismo
4.1 Il Collettivo ripudia ogni forma di razzismo, suprematismo o discriminazione etnica, culturale o religiosa.
4.2 Sosteniamo le lotte anticoloniali e antimperialiste, riconoscendo che il capitalismo globale riproduce gerarchie tra popoli e nazioni.
4.3 Il Collettivo si oppone al militarismo e rifiuta l’uso della guerra e della forza militare come strumenti di dominio, controllo o risoluzione dei conflitti.
4.4. Il collettivo rivendica il diritto alla resistenza e all&#39;autodeterminazione dei popoli, rifiutando l’equiparazione tra la violenza degli sfruttati e degli oppressi con quella degli sfruttatori e degli oppressori.
4.6 Il Collettivo sostiene la cooperazione internazionale, il dialogo interculturale e la tutela dei diritti dei popoli oppressi, promuovendo un internazionalismo concreto e anti-xenofobo.</p>

<p>Art. 5 — Ecologismo anticapitalista
5.1 Il collettivo afferma che la crisi climatica è una conseguenza diretta del modello produttivo capitalistico.
5.2 Il collettivo sostiene una transizione ecologica radicale, giusta e guidata dai bisogni popolari, non dal profitto.
5.3 Il collettivo rifiuta il greenwashing e l’ecologismo fine a sé stesso. Una critica ecologica – consapevole e coerente – non può che essere anticapitalista e mettere in questione il modello di sviluppo capitalista.</p>

<p>Art. 6 — Femminismo e Lotta contro il Patriarcato
6.1 Il Collettivo si impegna per la parità reale, l’autodeterminazione e la lotta contro ogni forma di oppressione di genere.
6.2 La liberazione delle donne e delle soggettività oppresse dal sistema patriarcale è parte centrale del progetto rivoluzionario. Non sono, quindi, ammesse posizioni sessiste o misogine.</p>

<p>Art. 7 — Antisessismo, Diritti LGBTQIA+ e Liberazione Sessuale
7.1 Il Collettivo sostiene pienamente i diritti e le lotte delle persone LGBTQIA+.
7.2 Non sono tollerate posizioni omo-lesbo-bi-trans-fobiche, queerfobiche o che negano l’esistenza e i diritti delle persone trans e non binarie.
7.3 Viene sostenuta una cultura politica basata sul rispetto, sul consenso e sulla solidarietà.</p>

<p>PARTE II — ORGANIZZAZIONE DEL COLLETTIVO
Art. 8 — Assemblearismo e Democrazia Interna
8.1 Il Collettivo si organizza in modo democratico, con assemblee periodiche aperte ai membri ed eventuali interessati.
8.2 Le decisioni vengono prese attraverso discussione collettiva, ricerca del consenso ove possibile o voto a maggioranza.
8.3 Sono rifiutate pratiche autoritarie, leaderismo carismatico e gestione antidemocratica.</p>

<p>Art. 9 — Gruppi di Lavoro
9.1 Potranno essere costituiti gruppi di lavoro tematici e organizzativi.
9.2 I gruppi di lavoro operano in modo orizzontale: le decisioni vengono prese collettivamente, senza ruoli gerarchici fissi. Ogni membro del Collettivo può partecipare liberamente, portare contributi e assumere responsabilità operative.
9.3 Ogni gruppo è tenuto a:
● riferire regolarmente all’assemblea del Collettivo;
● documentare le proprie attività, presentando analisi, proposte, materiali e programmi;
● mantenere coerenza politica con le linee generali del Collettivo.
Il lavoro prodotto deve essere accessibile a tutti i membri del Collettivo.
9.4 L’assemblea rimane lo spazio decisionale finale, mentre i gruppi garantiscono continuità e approfondimento.</p>

<p>Art. 10 —Portavoce, ruoli organizzativi e Finanze
10.1 Tutti i ruoli organizzativi, inclusi portavoce, tesoriere e responsabile dei rapporti con la stampa, devono essere decisi collettivamente, revocabili e temporalmente limitati.
10.2 Ove possibile tutti i ruoli di cui sopra devono essere ruotati regolarmente per evitare personalismi e accumulo di ruoli. I gruppi restano sempre aperti a nuovi membri, favorendo inclusione, apprendimento e crescita collettiva.
10.3 Le finanze, le spese e le raccolte fondi devono essere pubbliche e trasparenti, con report aggiornati all’inizio di ogni riunione e resi disponibili ad ogni membro del Collettivo.</p>

<p>PARTE III — ATTIVITÀ POLITICA
Art. 11 — Incompatibilità Politica
11.1 Sono incompatibili con la militanza nel Collettivo:
● fascismo, neofascismo e sionismo
● razzismo, suprematismo e xenofobia
● militarismo e nazionalismo autoritario
● sessismo e misoginia
● omofobia, transfobia, queerfobia
11.2 La partecipazione al Collettivo non è compatibile con ruoli
● di vertice, di direzione e di rappresentanza in partiti e in forze politiche che partecipano a giunte, consigli o governi locali di collaborazione di classe
● in aziende partecipate espressione diretta del governo locale o ad esso legate.</p>

<p>Art. 12 — Formazione Politica
12.1 Il Collettivo considera la formazione politica uno strumento indispensabile per comprendere le dinamiche sociali, economiche e storiche del capitalismo. Lo studio collettivo è parte integrante della militanza, e si svolge attraverso gruppi di lettura, seminari, discussioni guidate, percorsi tematici, e/o cineforum.
12.2 La formazione deve essere inclusiva, accessibile e orientata a sviluppare capacità critiche autonome. Ogni militante è incoraggiato a contribuire con competenze e prospettive diverse, promuovendo un sapere condiviso che non riproduca gerarchie accademiche ma favorisca la crescita politica del collettivo nel suo insieme.</p>

<p>Art. 13 — Lotta e Conflitto
13.1 Il Collettivo partecipa alle mobilitazioni studentesche, alle vertenze sul lavoro, alle lotte ambientali e territoriali.
13.2 Il Collettivo promuove pratiche solidali e mutualistiche.
13.3 Si possono costruire alleanze con altri gruppi, purché rispondenti ai principi di questo Manifesto e non operanti in contrasto con esso.</p>

<p>Art. 14 — Comunicazione e Spazio Pubblico
14.1 Il Collettivo utilizza strumenti di comunicazione inclusivi e accessibili: assemblee, conferenze, seminari, social media, volantini.
14.2 Nessun contenuto discriminatorio, offensivo o denigratorio può essere prodotto o diffuso a nome del Collettivo.</p>

<p>CONCLUSIONE
15.1 Questo Manifesto rappresenta la base politica, etica ed organizzativa del Collettivo.
15.2 L’adesione al Collettivo richiede la sottoscrizione del Manifesto.
15.3 La partecipazione è personale. Si aderisce come singole persone, non in forma associata (altri collettivi, organizzazioni, circoli, partiti).
15.4 Chiunque voglia partecipare deve rispettarlo e contribuire alla costruzione di una comunità militante, inclusiva e radicale.</p>
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      <guid>https://log.livellosegreto.it/collettivocasamatta/statuto-del-collettivo-casamatta</guid>
      <pubDate>Sun, 22 Mar 2026 15:46:28 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>MANIFESTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA</title>
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      <description>&lt;![CDATA[MANIFESTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA&#xA;&#xA;CHI SIAMO&#xA;&#xA;Siamo un collettivo di compagne e compagni della provincia di Pesaro che:&#xA;&#xA;● rifiuta la rassegnazione e l’adattamento all’esistente e vuole contribuire alla costruzione di un altro mondo nuovo e possibile;&#xA;● vuole assumere, rimettere al centro ed approfondire l’analisi marxista (che racchiude al suo interno una prospettiva di classe, trans-femminista, ecologica, internazionalista, anti-imperialista e anti-colonialista) come strumento quanto mai attuale per comprendere e trasformare la realtà;&#xA;● vuole fare formazione ed auto-formazione politica per intervenire nelle lotte locali e globali.&#xA; &#xA;A CHI CI RIVOLGIAMO&#xA;&#xA;Il Collettivo è aperto:&#xA;&#xA;● a chiunque si riconosca in queste esigenze e in questi valori e voglia contribuire alla crescita di questo progetto;&#xA;● a chi vive sulla propria pelle sfruttamento e alienazione;&#xA;● a chi non si riconosce nelle risposte istituzionali o nella sinistra adattata all’esistente;&#xA;● a chi riconosce che questo sistema non è riformabile, ma va trasformato radicalmente;&#xA;● a chi vuole studiare, organizzarsi e lottare collettivamente per costruire conflitto, coscienza e solidarietà.&#xA; &#xA;&#xA;PERCHÉ A PESARO&#xA;&#xA;Siamo periferia rispetto a molte lotte, ma parte viva delle contraddizioni del capitalismo. Precarizzazione del lavoro, povertà, speculazione, crisi ambientale, attacco ai diritti umani attraversano anche questo territorio e colpiscono tutte e tutti noi.&#xA;&#xA;Vogliamo organizzare un’alternativa con chi vuole costruire resistenza, conflitto e solidarietà (anche internazionale) nella nostra città.&#xA;&#xA;Vogliamo mettere insieme sensibilità diverse per superare la frammentazione della sinistra antagonista, radicale, e di classe, dare forza all’analisi marxista e costruire reti di resistenza e partecipazione alle lotte.&#xA;&#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>MANIFESTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA</p>

<p>CHI SIAMO</p>

<p>Siamo un collettivo di compagne e compagni della provincia di Pesaro che:</p>

<p>● rifiuta la rassegnazione e l’adattamento all’esistente e vuole contribuire alla costruzione di un altro mondo nuovo e possibile;
● vuole assumere, rimettere al centro ed approfondire l’analisi marxista (che racchiude al suo interno una prospettiva di classe, trans-femminista, ecologica, internazionalista, anti-imperialista e anti-colonialista) come strumento quanto mai attuale per comprendere e trasformare la realtà;
● vuole fare formazione ed auto-formazione politica per intervenire nelle lotte locali e globali.</p>

<p>A CHI CI RIVOLGIAMO</p>

<p>Il Collettivo è aperto:</p>

<p>● a chiunque si riconosca in queste esigenze e in questi valori e voglia contribuire alla crescita di questo progetto;
● a chi vive sulla propria pelle sfruttamento e alienazione;
● a chi non si riconosce nelle risposte istituzionali o nella sinistra adattata all’esistente;
● a chi riconosce che questo sistema non è riformabile, ma va trasformato radicalmente;
● a chi vuole studiare, organizzarsi e lottare collettivamente per costruire conflitto, coscienza e solidarietà.</p>

<p>PERCHÉ A PESARO</p>

<p>Siamo periferia rispetto a molte lotte, ma parte viva delle contraddizioni del capitalismo. Precarizzazione del lavoro, povertà, speculazione, crisi ambientale, attacco ai diritti umani attraversano anche questo territorio e colpiscono tutte e tutti noi.</p>

<p>Vogliamo organizzare un’alternativa con chi vuole costruire resistenza, conflitto e solidarietà (anche internazionale) nella nostra città.</p>

<p>Vogliamo mettere insieme sensibilità diverse per superare la frammentazione della sinistra antagonista, radicale, e di classe, dare forza all’analisi marxista e costruire reti di resistenza e partecipazione alle lotte.</p>
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      <guid>https://log.livellosegreto.it/collettivocasamatta/manifesto-del-collettivo-casamatta</guid>
      <pubDate>Sun, 22 Mar 2026 15:44:06 +0000</pubDate>
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