Come scrivere il primo post di un blog o Bestemmie vegane dirompenti e dove trovarle

A volte mi chiedo se questa mancanza di entusiasmo per la vita e per il futuro sia – normale perderla con l'età (ma diocane* ho 30 anni non 60) – legata alla mia vita personale in questo momento – la conseguenza di vivere in una distopia patriarcale tardocapitalista che avvelena ogni tipo di sentimento positivo con la consapevolezza del dolore e della sofferenza che ci circonda

Beh la terza sicuro, le altre due ditemelo voi. A volte mi chiedo davvero come sia vivere con la pancia metaforicamente piena, provare una gioia pura. Il fatto che nella mia vita abbia provato questo tipo di sensazioni (che ora mi raggiungono se va bene in maniera surrogata, per esempio in quello sprizzo vitale che regala un momento videoludico ispirato) mi fa tornare di nuovo al punto iniziale. Meglio cambiare argomento.

Non so perché ho iniziato a scrivere questo blog. Non so se questo post sarà l'ultimo. Non so se voglio che venga letto. Non so se voglio che venga ignorato. Non ho mai avuto l'abitudine di scrivere, quantomeno non in questa forma. A quale fine? Ma perché tutto deve avere un fine? Perché senza un fine non c'è un senso. Allora qual è il senso? Sfogarmi? Dare forma ai miei pensieri? Condividere in solidarietà frammenti di esistenza? Maybe.

Ecco io avrei già finito le cose da dire per il momento e quindi mi chiedo: devo pubblicare il testo così com'è o aspettare un secondo momento per vedere se nel frattempo mi vengono in mente riflessioni aggiuntive. Da bravo nerd ho scelto la terza cosa segreta, ovvero una metariflessione sulla questione stessa. E ora che ho finito questo trafiletto ho risolto qualcosa? No, però a sto punto lo lascio, tanto è il mio blog e faccio il cazzo che mi pare**.

*** INSERIRE CONCLUSIONE ***

_* mi sono sentito un po' in colpa a usare questa bestemmia, non tanto per l'insulto a qualcosa che non esiste e che nella sua illusione di esistenza ha fatto più danni che altro, ma perché, in quanto vegano antispecista, usare la parola cane come insulto non mi sembra tanto carino. Ma allo stesso tempo, la potenza retorica delle bestemmie che evitano il paragone con gli animali non umani è certamente meno dirompente. Mmm.

_** “faccio il cazzo che mi pare” è una locuzione patriarcale? Se sì lo è per l'uso della parola cazzo oppure per il sottostante messaggio prepotente machista? Food for thoughts.

Ok, questa cosa degli asterischi come occasione di riflessione linguistica sul valore politico delle parole non è male. Forse sta cosa del blog potrebbe funzionare.