Trentuno

In memoria di Damasceno Monteiro – Log#05

È lunedì mattina, sono circa le 8.30 e sto andando a lavoro. È inizio ottobre ma porto ancora i bermuda e non capisco in che percentuale sia per questo secco e mite autunno zurighese, o quanto per la mia solita ritrosia nell'accogliere la stagione fredda: ritrosia, quest'anno, particolarmente tenace.

I saggi direbbero: non tutto il male viene per, ma mi pare indorino la pillola. Quel che è certo è che il male viene, da tutte le parti, ed ha una fastidiosa tendenza a rimanere, ad appiccicarsi sulle cose e a corroderle da dentro, come il catrame i gabbiani. Il bene invece, che pure esiste (non credere a chi ti dice che il bene e il male non esistono), mi pare invece che si debba fare un continuo lavoro di manutenzione, per tenerlo, trattenerlo; ma senza forzarlo, altrimenti anche quello poi rischia di andare a male. Per inerzia (o per entropia), le cose tendono a guastarsi, almeno da quando l'essere umano può definirsi tale. Il male è più comodo del bene, meno volatile, più probabilmente irreversibile.

Penso ai buoni della Coop, che mi scadono tra una settimana, e devo usarli prima che non li accettino più; o al latte (no: non posso chiamarlo latte, altrimenti la polizia dei nomi dei cibi mi viene a cercare, l'UE ha iniziato a vietare le parole. Lo chiamerò bevanda) che stava in frigo forse da troppo e ieri mattina aveva un sapore un po' così. L'ho bevuto lo stesso.

Sul tram, leggo gli ultimi capitoli di un libro. Di Tabucchi mi stende il modo in cui i piccoli gesti, le conversazioni sul più e sul meno, si facciano carico di un sottotesto ed un significato che non sempre capisco, ma che so che c'è, e mi dà sollievo pensare che magari se tra altri trent'anni dovessi tornare sulle stesse pagine lo afferrerò di sicuro. Di Tabucchi mi smuove qualcosa dentro quella sequenza di virgole, frasi come vagoni lenti e malinconici in cui il discorso diretto si fonde con la narrazione. – Il treno per Vienna parte da Zurigo alle nove e quindici dal quarto binario, disse l'avvocato, dico bene? Di Tabucchi mi piace il modo in cui narra, senza romanticizzarle, le piccole lotte di resistenza, quelle che tutt× dovremmo cercare di portare avanti in un modo o nell'altro.

Mi correggo: siamo noi ad essere piccolx, non le lotte, soprattutto in relazione a quello contro cui combattiamo. Perché in qualche modo la massa critica del male è sempre maggiore di quella del bene, ed è per questo che le nostre lotte sono spesso perse in partenza; ma per lo stesso motivo, non possiamo lasciar perdere.

Smetto di leggere al cambio mezzo, ma non riprendo quando mi siedo sul secondo bus: non sono ancora pronto per sapere se Damasceno Monteiro avrà giustizia e se quel vigliacco prepotente di Titânio Silva la pagherà, anche se ho un certo presentimento. Ho appena trascorso un fine settimana bellissimo e si sa che i lunedì dopo i fine settimana bellissimi sono i più duri. Domani ne compio 31, indosso i bermuda per andare a lavoro e non sono pronto all'inverno che sta arrivando.


05 ottobre 2026, la solita tratta, Zurigo