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Due draghetti sparabolle, alla ricerca del tempo perduto

Il mese di marzo ha come tema, per la #SagraIndieWeb, i videogiochi e per me è impossibile pensare a un videogioco senza che alla mia mente tornino due draghetti sparabolle. Era una (per me troppo) calda estate di tanti, ma tanti anni fa e mi trovavo (contro la mia volontà) ancora una volta in vacanza al mare, insieme ai miei genitori e alla mia sorellina. Avrebbe potuto essere un rovente mese d’agosto come quelli che lo avevano preceduto, non molti in realtà perché ero piccola, ma abbastanza da farmi detestare il caldo, le spiagge affollate, rumorose e piene di sabbia che si appiccica ovunque, e invece quei due draghetti mi salvarono le vacanze. La sala giochi era fresca, i raggi del sole non riuscivano a illuminarla completamente e offriva una gradevolissima penombra, le musiche dei vari giochi sovrastavano il vociare delle persone… Per me, che avevo già finito tutti i compiti delle vacanze e non mi ero portata abbastanza libri da leggere, quello diventò il rifugio sicuro dove poter stare in santa pace, senza essere costretta a far amicizia con altri bambini sulla battigia. Purtroppo, come detto, ero piccola e non potevo svignarmela mollando mamma, papà e sorella in spiaggia ogni volta che volevo: Bub e Bob diventarono così i miei compagni del dopo pranzo – quando il sole era troppo alto e ustionante per poter stare al mare – e del dopo cena, a patto che portassi con me e tenessi d’occhio la mia sorellina. Non so quanti gettoni abbia lasciato dentro quella macchinetta, a posteriori penso tanti che avrei potuto diventare azionista della Taito, ma a quel tempo non mi importava: tutto quello che sapevo era che riuscivo a superare livello dopo livello, che in quella sala giochi ci stavo decisamente meglio che in spiaggia, ma soprattutto che lì non avevo bisogno di fingere. Davanti a quello schermo, mentre aiutavo i draghetti, potevo essere me, la ragazzina timida e mingherlina, con problemi d'asma e tutto il corollario di sfighe che la vostra immaginazione riesce a concepire. Bubble Bobble, momento di gioco

In quel fantastico mondo fatto di piani da scalare, balene da evitare, fruttini da mangiare e bolle da sparare, la logica aveva il suo spazio, a ogni azione corrispondeva una precisa e abbastanza prevedibile reazione, non come con gli altri bambini, sempre così complicati da interpretare e dalle reazioni imprevedibili! Giocare era così rilassante! Poi le vacanze finirono, la striscia blu luccicante del mare in lontananza venne sostituita da interminabili nastri di asfalto mentre l'automobile tornava verso la Lombardia. Sapevo che a casa non avrei ritrovato i draghetti, ma non avrei neppure avuto sabbia addosso e mi ero finalmente liberata dal dovere di fare amicizia in spiaggia; a scuola avrei ritrovato gli stessi compagni di sempre, quelli coi quali parlavo solo se mi rivolgevano loro la parola per primi, perché sarebbe stato scortese non rispondere, ma che più o meno avevo imparato a conoscere. Almeno quel tanto che bastava perché li evitassi il più possibile. E poi avrei rivisto i nonni! E avrei ritrovato tutti i miei libri! E tra poco sarebbe ricominciata la scuola, con così tante cose interessanti da imparare! I draghetti non mi sarebbero mancati, no, no. Parlai di loro solo una volta al di fuori della mia cerchia famigliare, nel tema che l'insegnante ci aveva assegnato perché descrivessimo le nostre vacanze estive appena concluse: come accadeva abbastanza spesso, il mio componimento ottenne il voto migliore – essere appassionati della propria lingua e studiarne i meccanismi paga – e dovetti leggerlo ad alta voce stando in piedi accanto alla cattedra – l'insegnante, evidentemente, lo considerava un premio, mentre per me era stato un supplizio, almeno finché non ci feci l'abitudine – ma, una volta tanto, notai che i miei compagni prestavano attenzione a ciò che leggevo. Nessuno lanciava palline di carta intrise di saliva usando le penne come cerbottane, né ridacchiava, né tirava le trecce a Rossana o passava bigliettini con cuori disegnati a Silvia. Una calma quasi surreale. Il sole entrava dai larghi finestroni, disegnando arabeschi sui banchi e sul pavimento mentre giocava a nascondino con le foglie degli alberi del giardino e, alzando per un istante gli occhi dal quaderno, approfittando di un segno d'interpunzione nello scritto, mi accorsi che tutti gli occhi dei miei compagni di classe erano puntati fissi su di me. Deglutii, ricacciando giù il nervosismo, e continuai a leggere fino a quando arrivai alla fine. Poi l'insegnante mi disse che potevo andare e io tornai al mio posto. La lezione riprese. Da quel giorno, però, le cose non furono più le stesse. Da quel giorno non fui più soltanto la secchiona. Da quel giorno i miei compagni iniziarono a chiamarmi anche nerd.

[A dispetto del titolo, non intendo sottoporvi al supplizio che Proust inflisse ai suoi lettori e non pubblicherò sette tomi descrivendo con dovizia di particolari il mio rapporto coi videogiochi: il mio contributo alla #SagraIndieWeb per questo mese termina qui]

Bubble Bobble Taito

Stretta all’angolo da @xab, che ha scelto la tematica di questo mese per la #SagraIndieWeb, e considerato l’interessante, esaustivo post scritto da @77nn, ammetto che non c’è gara… e… un momento… il bello del Fediverso è proprio questo!

Se a scrivere questo post fosse stata LaVi di una ventina di anni fa, l’avrebbe fatto sentendosi spaccata a metà, divisa tra ciò che voleva comunicare e ciò che avrebbe con buona probabilità fatto presa sui lettori. È questo che mi ha insegnato il giornalismo, è questo che ho portato con me nel blog quando le regole dell’editoria – o idioteria, come avevo cominciato a chiamarla – avevano iniziato a starmi strette, motivando il mio addio a quel mondo. I giornali campano di pubblicità, la pubblicità dev’essere vista, quindi servono lettori, e i lettori se non ci sono te li devi andare a catturare, se vuoi uno stipendio a fine mese. Punto. Il come è una questione etica, che non interessa all’editore e ai proprietari dei giornali più di quanto li interessi discutere di astrofisica o del sesso degli angeli. Il come non viene discusso nelle riunioni di redazione né men che meno nelle sedute del consiglio d’amministrazione. Il blog, allora, mi era sembrato una boccata d’aria fresca: potevo scrivere ciò che volevo, come volevo, senza dover compiacere sponsor più o meno velatamente, senza dover spacciare menzogne per verità, senza cesellare ogni singola frase affinché potesse portare un lettore in più nelle casse del giornale. Ci misi un po’ per accorgermi che, però, il meccanismo sotteso era lo stesso: certo, la grande G ti dava spazio gratis, però si prendeva i tuoi dati e, se volevi far soldi, la strada era sempre la stessa di prima. Anzi, peggio ancora. Perché senza un editore alle spalle, farsi notare è davvero difficile. Soprattutto in un mondo sterminato come quello del web, dove potenzialmente chiunque può scrivere qualunque cosa su qualsivoglia argomento. E allora i social. Ti iscrivi per creare una vetrina dove esporre ciò che fai, finisci fagocitato dal sistema. Pubblica, così rimani in cima alla lista. Pubblica, così vieni notata. Pubblica, così l’algoritmo ti premia. Pubblica, fino a quando non importa più cosa, basta esserci. In un carosello di vanità – sia come pavoneggiarsi, sia come vanus, inutile – senza fine.

E poi arrivi a un punto. A quel punto. Quello in cui ti fermi un attimo, perché qualcosa di non ben definito ha fermato per un attimo il vorticare della giostra, e ti domandi se quella roba lì, quell’ammasso di scritti e foto e notizie e informazioni che hai accumulato e dato in pasto a chiunque nel mondo, corrisponda davvero a te. E se la risposta è no, allora la tentazione di mandare tutto all’aria è davvero forte. E lo stesso avviene se qualcuno decide, ancora una volta, di mettere le mani su ciò che scrivi e di modificarlo o usarlo per i propri scopi. A me era successo nell’editoria, prima, e poi quando Musk pareva intenzionato ad acquistare Twitter – cosa che poi avvenne. Fu in quel momento che migrai nel Fediverso, approdando su Mastodon. E il mio primo barrito ottenne più risposte di quante ne avessero ottenuti cinguettii reiterati. C’erano persone (nel mio caso Alberto, Fabio e Gustavino) dietro gli schermi e le tastiere, persone vere con cui dialogare, non numeri da conquistare. Altra buona notizia: Mastodon non è il Fediverso, Mastodon è un pezzo – significativo, certo, parecchio vivace e popoloso, ma pur sempre un pezzo – del Fediverso.

Immagine di David Revoy

C’è, letteralmente, un intero universo da esplorare, qui. Un universo i cui pianeti, satelliti, stelle e meteore sono server indipendenti, ma che comunicano tra loro grazie a una specie di lingua franca che si chiama ActivityPub. Cosa comporta questo? Tre cose innanzitutto: uno, che nessuno potrà comprare il Fediverso. Un qualsiasi multimilionario a caso potrebbe voler comprare Mastodon, ad esempio, proprio come è stato comprato Twitter, ma non gli converrebbe, semplicemente perché gli utenti si sposterebbero su un diverso server del Fediverso, lasciando Mastodon arido e disabitato, ciascuno portandosi dietro il proprio seguito proprio grazie a questa lingua franca che consente la migrazione… di pianeta in pianeta. Due, la lingua franca rende possibile la condivisione di contenuti su tutti i pianeti del Fediverso, quindi se io pubblico una foto su Pixelfed – che è una sorta di Instagram, ma rispettoso della privacy e senza algoritmi da nevrosi – chi mi segue da un altro pianeta, diciamo Mastodon per farla semplice, potrà vederla, commentarla, condividerla. E se scrivo un post sul mio blog Writefreely… eh, già! Tre, i diversi pianeti, pur essendo federati, restano indipendenti. Il che significa che ciascuno ha le proprie leggi (le regole del server), i propri abitanti (le persone iscritte a quella specifica istanza), la propria storia e le proprie tradizioni (gli argomenti preferiti e predominanti), ma in genere sono tutti molto ben disposti verso i turisti e persino verso i richiedenti asilo, come la sottoscritta allorché fuggì da Twitter.

Immagine di David Revoy

Un ringraziamento a David Revoy per le magnifiche immagini

Le parole creano mondi. Sul serio. Dio dice “Sia la luce!” e la luce fu (Genesi 1-3), ad esempio. E circa l’abracadabra, se vogliamo prendere per buona l’etimologia che la attesta come derivante dall’aramaico Avrah KaDabra, abbiamo un magnifico “Io creerò come parlo”. È con le parole che noi creiamo la nostra realtà, le diamo forma e spessore e colori e sfumature. È attraverso le parole che il nostro cervello incamera, elabora, memorizza e restituisce informazioni. E quindi non è che accountability mi stia particolarmente simpatica, perché così, di primo acchito, il mio sistema rettile ha sentito un moto di disgusto e il limbico gli ha dato man forte ricordando un tizio pieno di spocchia e vuoto di contenuti che era solito imbastire frasi del tipo “OK, meeting domani alle nove per un brainstorming” giusto per darsi un tono. “Ecco, accountability è senza dubbio una parola che avrebbe usato con sommo godimento”, ha detto il limbico, strizzando l’occhio al rettile. Poi però la neocorteccia ha ricondotto i due alla ragione, li ha portati a concentrarsi sul fatto che quel termine in inglese, come qualsiasi altra parola, non è né buono né cattivo in sé e che tutto dipende dal contesto e dalla finalità per cui viene utilizzato. Ebbene: il contesto è la #SagraIndieWeb, versione italiana dell’IndieWeb Carnival, idea proposta da ed, e la finalità è quella di allargare e movimentare un po’ la bolla del fediverso, anche al di là di Mastodon, che è solo un puntino nelle galassie di opportunità di comunicazione possibili. Insomma, cari rettile e limbico, val ben la pena di accantonare il ricordo di quell’ex collega e concentrarsi sul presente. Accountability, dunque, che taluni dizionari traducono come responsabilità: parola in sé abbastanza giovane, attestata dalla metà del XVIII secolo e che, fatto buffo, deriva dal francese responsabilité, a sua volta mutuato dall’inglese responsability. Dunque accountability non può essere soltanto responsabilità, la quale, comunque, facendo un ulteriore paso indietro dall’inglese, ci riporta al nostro caro, vecchio latino respondere; non è a caso, infatti, che noi rispondiamo di ciò di cui siamo responsabili. Accountability, poi, viene spesso utilizzata in contesti di gruppo, mentre responsability è intesa individualmente: semplificando, in un’azienda sarebbero i responsabili di reparto ad avere l’accountability, mentre i loro sottoposti – parola orrenda, ma efficace – hanno ciascuno la responsabilità personale del proprio operato. Il rettile e il limbico, a questo punto, si scambiano un’occhiatina d’intesa e sfoderano un sorrisetto, anche la neocorteccia è con loro: non era solo il ricordo del collega spocchiosetto né l’uso della lingua inglese a infastidirmi, era proprio il fatto che io non ho, né ho mai avuto, il desiderio né l’interesse di controllare le azioni e l’operato di altre persone. Vivo i miei giorni facendo scelte e assumendomene la responsabilità, in prima persona. Questo è tutto. Abracadabra.