CollettivoCasamatta

Alcuni contributi dalla manifestazione a Pesaro per un 25 Aprile resistente contro fascismo e imperialismo

Oggi più che mai, in occasione delle celebrazioni per questo 25 aprile, riteniamo necessario non soltanto rendere onore all’eroica resistenza dei partigiani che hanno liberato l’Italia dal giogo nazifascista, ma anche ricordare, in quanto collettivi e organizzazioni dichiaratamente antifascisti, l’evoluzione degli strumenti di repressione del dissenso impiegati dal fascismo. La criminalizzazione delle idee radicalmente antifasciste, ovvero rivoluzionarie, orientate alla costruzione di un’alternativa socialista, per cui molte bande partigiane si sono battute, a cui hanno dedicato la propria esistenza, è oggi più che mai sotto aspra minaccia. L’intensificarsi delle misure violente e securitarie ha infatti come obiettivo dichiarato, esplicito, le nostre organizzazioni, i nostri compagni e le nostre compagne. Bisogna ricordare come prima della fondazione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, creato tra la fine del 1926 e l’inizio del 1927 tramite una tra le più becere leggi fascistissime, che colpì in prima istanza gli avversari politici del regime, il partito fascista si servì – piegandoli ai propri scopi – di quegli stessi istituti liberali che ancora oggi si vogliono considerare roccheforti per la tutela dei diritti delle persone, per la salvaguardia delle loro esistenze, introducendo tutta una serie di crimini – l’associazione a delinquere, i reati di stampa, l’espatrio clandestino – capaci di trasformare in reato perseguibile l’idea, l’intenzione, l’appartenenza politica: in breve, l’antifascismo.

La storia, la nostra storia, ci ha già raccontato di come all’antifascismo come crimine il regime fascista non giunse rompendo una volta per tutte con le leggi liberali, ma ci arrivò prima torcendo progressivamente quelle stesse leggi, insinuandosi in maniera parassitaria nel loro corpo, ma senza sostituirlo; ci ha raccontato, cioè, di come le garanzie a tutela delle nostre vite non sono e non saranno mai abbastanza protette soltanto dagli istituti liberali della democrazia borghese entro la quale ci tocca vivere. Per questo oggi è fondamentale riconoscere i segni di una trasformazione che, pur nelle differenze storiche, presenta dinamiche già patite cento anni fa, tra sangue e torture, da compagni e compagne.

Lo abbiamo visto con la proposta di “riforma della giustizia”, con quella di riforma della legge elettorale, e più palesemente con lo squallido decreto sicurezza approvato giusto ieri dalla camera, volto ad annichilire il più elementare accesso al diritto alla difesa per le persone migranti, a facilitare gli sgomberi – con la conseguenza peraltro di soffocare gli ultimissimi spazi in cui potevano ancora immaginarsi concezioni e pratiche di vita mutualistiche, solidali, alternative al neoliberalismo imperante –, oltre a estendere il reato di rivolta per le persone in carcere e nei CPR, a irrobustire in generale un impianto giuridico definitivamente disciplinato dall’abuso, dalla trasformazione della polizia in quell’organo sempre più autonomo cui si delega l’esercizio della sovranità e della repressione, soprattutto nei confronti delle forme collettive di espressione del dissenso. In quest’ottica vanno interpretate la trasformazione da illecito amministrativo in reato penale del blocco stradale, la punibilità anche della resistenza passiva, l’inasprimento delle pene per reati contro pubblici ufficiali specie in contesti di manifestazione e di conflitto. Tutto questo avviene entro un quadro in cui, anche prima della validità effettiva del decreto sicurezza, in Italia oggetto principale delle premure poliziesche già erano i movimenti: dalle misure cautelari comminate a chi si opponeva, ad esempio, lo scorso settembre 2025, in stazione a Milano, alla complicità nel genocidio del popolo palestinese del governo Meloni, fino ai processi per direttissima intentati ai militanti del Pedro, centro sociale occupato di Padova, perché responsabili di stare organizzando la giornata del 25 aprile.

Anche oggi dobbiamo capire che la deriva fascista delle ultradestre non si affermerà tramite una rottura improvvisa, ma tramite una crescente forzatura in chiave autoritaria delle norme esistenti, esattamente come accadde tra il 1923, dai primi processi ai militanti del Partito Comunista d’Italia, e il 1926, prima cioè che il fascismo si tramutasse nel regime traditore, torturatore e genocida con cui ha scelto per sempre di consegnarsi alla storia. Allora si utilizzavano reati comuni per colpire gli antifascisti; oggi si utilizzano dispositivi giuridici per colpire movimenti sociali e soggettività politiche conflittuali proprio nel momento in cui in risposta al genocidio del popolo palestinese, alle guerre imperialiste degli Stati Uniti e di Israele, stiamo tentando con tutte le nostre forze di costruire un blocco sociale coeso, finalmente alternativo a questa barbarie. Nonostante forme di repressione tangibili e sempre più criminali cui dobbiamo sottostare, non dobbiamo però dimenticare, specie durante questa giornata di commemorazione e lotta, la natura reazionaria del fascismo di ieri come quello di oggi, a cui uno strato inerme della popolazione, la nostra piccola-borghesia nazionale, credette di non dover opporre alcuna forza – come ricordava Togliatti – poiché pensava nel proprio intimo al fascismo, alla realtà materiale che dagli anni venti condusse alla seconda guerra mondiale, come un’inevitabilità storica, come una fatalità. E’ dunque oggi più che mai, in questo preciso quadro storico-politico, che soltanto a partire da azioni che abbiano come orizzonte ultimo il radicale mutamento del complesso economico-sociale, come fu a loro tempo per una consistente parte di compagni partigiani, e prima dei rivoluzionari russi ed europei, che crediamo possibile combattere anche quel fatalismo e quella rassegnazione di fronte alla storia che hanno e che continuano drammaticamente a irrobustire il fascismo e i suoi orrori. In un momento di regressione generalizzata delle prospettive di cambiamento, anche nelle fila delle nostre organizzazioni, deve risuonare, come fu per la lotta partigiana, come è stato ed è in ogni lotta, quel monito che prelude all’avvenire di un mondo nuovo, e che recita: Se non è ora, dovrà pur succedere. Ma essere pronti, è tutto.

L’inganno del nemico

Sono passati più di 100 anni dalla prima guerra mondiale ma la retorica, la narrativa dei governi, della stampa Mainstream e dei vertici dell economia globale rimane quella che allora portò circa 9 milioni soldati e 7 milioni civili alla morte apparecchiando il tavolo per la seconda guerra mondiale che seguì 21 anni dopo. Di nuovo, anche se in maniera diversa, ci dicono che siamo sotto attacco, che dobbiamo difenderci, dobbiamo difendere i nostri paesi, le nostre sacre nazioni. Ma sono davvero nostre queste nazioni dal momento che L unica partecipazione politica rimane una crocetta su un foglio di carta ogni 2 o ogni 4 anni e la forbice delle disuguaglianze economiche e sociali si sta aprendo sempre di più? Al momento l’1 percento in Italia ha più ricchezza del 50% messo insieme. Il 50% della popolazione in Italia possiede circa il 5% della ricchezza totale, mentre il 10% della stessa popolazione ne possiede dal 50 al 60%. Altri paesi affermano disuguaglianze simili.

Come disse Karl Liebknecht della Lega di spartaco nel 1915 “il nemico si trova nel proprio paese” puntando il dito verso l’alto, verso la borghesia. Con questa frase cercó di far capire al popolo che il vero nemico non si trova nella trincea del battaglione di un altra nazione, ma il nemico si trova nella figura di chi ha fatto sì che accadesse tutto questo orrore chiamato guerra e ora ci specula e ci guadagna. Il tutto mentre la classe operaia andó a morire non per gli interessi sociali propri ma per gli interessi economici e imperialistiche di una percentuale minuscola della popolazione che dai suoi palazzi guardó il mondo andare a fuoco come se fosse uno spettacolo teatrale.

E oggi ? Oggi stiamo vivendo il periodo del riarmo dei cosiddetti paesi democratici. Gli Stati membri della NATO stanno aumentando gli investimenti nel settore bellico per eguagliare L obiettivo di destinare il 2% del PIL alla spesa militare, concordato più di 10 anni fa. Nel mentre anno scorso la stessa NATO ha deciso di aumentare ancora la percentuale del PIL da spendere nel settore militare. Dal 2 al 5 percento.

Le imprese dell'industria bellica guadagnano sia dal riarmo dei paesi occidentali che non accusano una guerra sul proprio territorio, sia dall esportazione nei paesi terzi già colpiti da conflitti armati, ovvero guerre e genocidi, delle quali i paesi occidentali stanno alla radice vedendo il passato coloniale e presente imperialista.

Un esempio di tanti è la Germania che fornisce il 30% delle armi utilizzate da Israele nel genocidio contro il popolo palestinese. L industria bellica europea dal 2021 ha visto un aumento di fatturato stimato al 50%. In Italia L industria militare sta vedendo un aumento di fatturato sopra il 10% ogni anno negli ultimi 4 anni. Questo proprio grazie al aumento del budget d investimento nel settore bellico da parte gli Stati membri della nato. Chiaramente investendo nel riarmo per i governi non può mancare L aumento del materiale umano. Nei vari paesi europei si sta discutendo di modificare oppure si stanno già modificando le leggi per quanto riguarda la leva militare. Dal 1 gennaio 2026 la situazione in Germania è cambiata drasticamente. Tutti i giovani che compiono i 18 anni devono compilare un questionario per la rilevazione della loro motivazione e idoneità. A partire dalla metà del 2027 si aggiungerà una visita di leva obbligatoria. In più sempre a partire da gennaio di quest anno tutti i soggiorni all estero di uomini di cittadinanza tedesca che durano più di 3 mesi devono in linea di principio essere comunicati alla Bundeswehr oppure essere autorizzati. Si parla di una regola che è legge, soltanto che al momento non viene applicata ancora come dichiarò il ministero della difesa tedesco. Non ancora.

Stiamo vivendo in un periodo di militarizzazione di vari settori della società civile, della criminalizzazione del dissenso, come mostra il nuovo decreto sicurezza, e di povertà generalizzata data dell accumulo di ricchezza nelle mani di pochi. I governi cercano ancora una volta di raggrupparci sotto bandiere che non ci rappresentano. Bandiere di Stati complici di genocidi e simboli di disuguaglianze socio economiche enormi, e repressioni.

Quindi organizzatevi, non basta fare la solita chiacchierata politica con l'amico all'una di notte. Leggete, mettetevi in gioco, trasformate la teoria in pratica resistente. Organizziamoci contro un nemico che si trova all'interno dei nostri confini. Nei palazzi di lusso come nei parlamenti borghesi. Organizziamoci contro chi non ci permette di arrivare a fine mese mentre accumula sempre più ricchezza e privilegi. Organizziamoci contro chi sta trasformando uno stato già di sua natura, repressivo in uno stato sempre più poliziesco. Contro chi cerca di farci cadere nella propaganda nazionalista e tenta di di metterci gli uni contro gli altri, spingendoci a combattere tra noi invece che contro chi detiene il potere. È ora di formare un fronte popolare. E ricordiamoci sempre: un dito si può rompere, ma cinque dita sono un pugno!

Dalla Resistenza partigiana a quella palestinese

La parola “Resistenza” evoca oggi, con urgenza quasi inevitabile, l'immagine della Palestina. Una terra devastata, depredata e umiliata, che tuttavia resiste da decenni e continuerà a farlo finché non vedrà riconosciuta l a propria dignità. La questione palestinese non può più essere liquidata con frasi di circostanza o retorica umanitaria: i n Italia e nel resto dell'Occidente, molti si dichiarano a parole sostenitori della causa, m a lo fanno con mille “distinguo”, ponendo paletti morali che valgono solo per alcuni. Si concede, per gentile concessione, che i palestinesi possano avere diritto a uno Stato, a patto però che si accontentino di minuscoli lembi d i terra, frammentati e privi di sovranità reale. Si pretende che chi vive nei campi profughi dal 1948, dall'anno della Nakba, rinunci definitivamente al diritto al ritorno, cancellando la memoria di intere generazioni. Soprattutto, s i esige che i palestinesi accettino supinamente bombardamenti costanti, occupazioni illegali, stupri, carcerazioni arbitrarie (che colpiscono persino i bambini), furti di terra e l'introduzione di leggi aberranti, come quella che istituisce la pena di morte. La richiesta unanime dei governi occidentali è il disarmo. Mentre subiscono un genocidio, viene chiesto alle vittime di deporre le armi. Il paradosso è accecante: a Israele è riconosciuto i l diritto a possedere testate nucleari e armi tecnologicamente avanzate che continuiamo a fornirgli; agli israeliani è riconosciuto il diritto inalienabile di scegliere i l proprio governo, anche quando questo si rivela apertamente genocidiario e suprematista. Al contrario, ai palestinesi è chiesto di subire i n silenzio. Non devono reagire, non devono lottare e dovrebbero persino sciogliere i propri gruppi politici secondo i desiderata esterni. Noi occidentali vorremmo decidere chi h a i l diritto di rappresentarli, arrogandoci una tutela coloniale antica e mai superata. Oggi, mentre celebriamo la Resistenza italiana e i valori di libertà e uguaglianza, avvertiamo quanto sia ancora difficile, in certi contesti, accostare quella parola alla Palestina. Sembra che il diritto alla resistenza sia un privilegio concesso a condizioni prestabilite da noi, secondo il nostro gusto e l a nostra convenienza geopolitica. Ma l a Storia non segue i binari del nostro paternalismo: i palestinesi hanno resistito e continueranno a farlo, definendo autonomamente le proprie forme di lotta. È innegabile che decenni di isolamento sistematico, privazione di futuro e violenza quotidiana abbiano alimentato un certo fanatismo religioso, che è spesso il frutto amaro della disperazione e della mancanza di alternative politiche credibili e garantite. Tuttavia, non si può confondere la reazione con la causa: finché non c i sarà giustizia, la resistenza rimarrà l'unica lingua possibile per un popolo a cui è stato tolto tutto, tranne la volontà di esistere.

Una Resistenza tradita

Il 25 Aprile è il giorno i n cui festeggiamo la vittoria della Lotta d i Liberazione dal nazi-fascismo. Ricordiamo l'insurrezione di centinaia d i migliaia di partigiani e partigiane, i l sacrificio d i chi ha scelto di non piegarsi per la libertà e l'uguaglianza. Ma nel 1943/'45, la Resistenza e la rivolta operaia non erano solo un'aspirazione democratica: erano la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo per reprimere la rivoluzione operaia e di rovesciare il capitalismo e imporre i l potere dei lavoratori. Era la speranza della “rossa primavera”

Quella volontà rivoluzionaria fu tradita. Stalin pattuì con gli imperialismi vincitori una spartizione in zone d'influenza e l'Italia doveva restare nel campo capitalista per il quieto vivere del Cremlino. II PCI di Togliatti fu l'esecutore di questa linea: • La subordinazione ai partiti borghesi: La Resistenza fu sottomessa alla collaborazione con la DC nel CLN, concedendo loro diritto di veto. • I Governi di Unità Nazionale: Nel dopoguerra, questi governi disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti (Valletta) e reinsediarono i vecchi prefetti. • L'Amnistia Togliatti (1947): II colpo di grazia fu l'amnistia per gli sgherri fascisti firmata dal segretario del PCI come Ministro di Grazia e Giustizia. • La Costituzione del 1948: Come disse Piero Calamandrei, fu “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”, utile a mascherare il potere restaurato dei capitalisti che, una volta sicuri, cacciarono il PCI all'opposizione e scatenarono la repressione sanguinosa degli anni '50.

L'Autunno Caldo svenduto al Compromesso Storico

Quando vent'anni dopo una nuova generazione operaia rialzò la testa con l'Autunno Caldo ('69/'76), fu nuovamente il PCI a sbarrare la via con il Compromesso Storico con la DC: • L'Austerità di Lama: Il congresso dell'EUR della CGIL sancì la politica dei sacrifici e la subordinazione delle richieste operaie alle compatibilità del profitto. • L'identificazione con lo Stato Borghese: Il risultato fu una demoralizzazione di massa che aprì la strada all'offensiva della FIAT (ottobre 1980) e all'ascesa del craxismo. La Seconda Repubblica, nata dalle ceneri di Tangentopoli e nello scenario del riflusso mondiale del movimento comunista a seguito della caduta dell'URSS, è lo sbocco di questa deriva reazionaria e della cancellazione delle conquiste operaie.

Il trasformismo a sinistra nella Seconda Repubblica

Il gruppo dirigente del PCI sciolse il partito per candidarsi a gestire direttamente il capitalismo italiano, secondo il copione comune delle burocrazie dell'est. Una lunga stagione di arretramenti e adattamenti al sistema borghese – dal PDS ai DS sino al PD -ha portato la vecchia sinistra a diventare compiutamente un partito liberale. Non ci si propone più di cambiare il sistema capitalista, ma di governarlo entro le sue compatibilità. Parallelamente, Rifondazione Comunista, nata per essere “il cuore dell'opposizione” è stata condotta nei governi Prodi a votare la precarizzazione del lavoro, le missioni di guerra e i tagli sociali, finendo per suicidarsi politicamente. Oggi la classe lavoratrice è priva di rappresentanza proprio all'alba di un nuovo conflitto mondiale tra imperialismi, con il capitalismo in crisi che aggredisce ogni aspetto della vita e della società in cerca di profitto.

Per un 2 5 Aprile resistente a Pesaro e nel mondo Oggi il ricordo della Resistenza a Pesaro è ridotto a puro cerimoniale svuotato di senso, o strumentalizzato da chi vota l'invio di armi e leggi antipopolari. Vogliamo un momento di piazza alternativo: • Contro i nuovi rigurgiti reazionari: Il governo Meloni, erede di chi voleva cancellare la Resistenza, fiero esecutore delle peggiori politiche repressive e antioperaie. • Contro la guerra e l'imperialismo: Dalle lotte contro il genocidio in Palestina all'intervento USA in Venezuela, dal blocco a Cuba a i bombardamenti i n Iran e Libano. Difendiamo la memoria partigiana contro le ultradestre e contro i liberali che equiparano partigiani e fascisti e riconosciamo il diritto alla Resistenza per ogni popolo oppresso. • Contro la repressione: Denunciamo i tentativi che, sul modello Trump, vogliono criminalizzare le pratiche di lotta e dividere l'antifascismo in “buoni” e “cattivi”.

Dighe mobili e astensionismo. Un bollettino delle elezioni municipali in Francia dopo il secondo turno.

Mentre in Italia, tra domenica e lunedì, l’attenzione collettiva era interamente rivolta al risultato del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, in Francia più di trentamila sindaci si stavano insediando nei rispettivi consigli comunali dopo i due turni elettorali svoltisi tra 14-15 e 22-23 marzo. L’importanza delle elezioni municipali francesi è dovuta, in generale, a differenza di quanto solitamente accade in Italia, al fatto che quasi tutti i cittadini sono chiamati al voto contemporaneamente e soprattutto nelle grandi città. Questa congiuntura permette dunque di valutare da vicino lo stato dei rapporti di forza tra partiti: più nel dettaglio, le ultime elezioni avevano già in partenza significato politico del tutto particolare considerata la presenza – molto più diffusa rispetto al 2020 – di liste autonome de La France Insoumise, il partito rappresentante della sinistra francese antiliberale guidato da Jean-Luc Mélenchon.

Un’analisi complessiva dell’esito elettorale risulta abbastanza difficile per la sua incertezza di fondo e per la differenza di prospettiva a seconda, com’è evidente, delle interpretazioni di campo e soprattutto del peso che si attribuisce, nella valutazione, ai risultati ottenuti nelle grandi città. Di certo, la riconferma del Parti Socialiste a Parigi e Marsiglia e dei verdi a Lione, tramite, rispettivamente, le elezioni al secondo turno di Emmanuel Grégoire, Benoit Payan e Gregory Doucet ha consentito di tirare l’ormai estremo sospiro di sollievo della tenuta (social)democratica contro l’avanzata delle destre, rappresentate a Parigi dalla candidata repubblicana Rachida Dati (sostenuta dal ritiro, al secondo turno, della candidata di estrema destra e consigliera di Eric Zemmour Sarah Knafo), a Marsiglia dal candidato del Rassemblement National Franck Allisio e a Lione dal macronista e patrizio (è l’ex presidente della squadra di calcio della città) Jean-Michel Aulas. Il trionfalismo esasperato per la “resistenza” e l’opposizione alla destra, repubblicana o neofascista che sia, simile alle scene di giubilo nelle piazze delle città italiane per il risultato del referendum, ha per la verità anche in Francia respiro cortissimo e mostra, più che nascondere, due temi che da anni si impongono dopo ogni chiamata al voto: l’alleanza precaria a tra LFI e coalizione socialdemocratica in funzione di “barrage” contro il Rassemblement National e, soprattutto, l’astensionismo.

Per quanto riguarda il primo punto, il rifiuto dell’alleanza con gli “insoumis” da parte del PS, incalzato soprattutto dall’ostracismo dell’ala destra (rappresentata da Raphael Glucksmann e dall’ex presidente François Hollande) ha provocato risposte diverse da parte dei candidati melenchonisti: a Parigi, ad esempio, Sophie Chikirou non ha ritirato la candidatura pur invitando a considerare l’incertezza dell’esito elettorale e consegnando, di fatto, una percentuale decisiva di voti a favore del socialista Gregoire; diversamente, a Marsiglia, Sébastien Delogu ha rinunciato a presentarsi al secondo turno in seguito alle manifestazioni di piazza dello scorso fine settimana, e a Lione Anais Belouassa-Cherifi ha optato per la fusione con le liste del PS garantendo a LFI l’immagine di unico e vero anticorpo istituzionale contro il RN per la messa in campo di una, ancorché soltanto decente, vera visione politica. In altre città, come a Tolosa, Brest o Limoges, LFI e PS hanno scelto inutilmente di fare comune opposizione alla destra per difendere o riconquistare la maggioranza nei diversi consigli comunali, suscitando forti critiche (sempre dell’ala destra dei Glucksmann e degli Hollande, pronti alla chiamata di un congresso che probabilmente revocherà l’attuale direzione di partito) al segretario socialista Olivier Faure. Tali prese di posizione confermano di fatto la natura centrista, moderata e conservatrice di una enorme fetta dell’ormai decrepito Parti Socialiste, che da decenni (dalle privatizzazioni del governo Jospin sulle esequie del quale la sinistra istituzionale, compatta, ha versato lacrime) adotta, quando al potere, misure di austerità e securitarismo.

Già non aveva stupito, nei mesi scorsi, la vergognosa campagna elettorale antiLFI anche da parte del blocco socialdemocratico, rafforzata spregevolmente nei toni soprattutto in seguito alla morte del militante fascista Quentin Deranque per la quale si è levata, univoca, la voce dell’intero arco parlamentare contro il partito di Mélenchon. Non sarà mai inutile ricordare le accuse di antisemitismo per l’incrollabile presa di posizione di LFI contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele cui fece seguito, nell’autunno del 2023, il ritiro del PS dall’intergruppo della NUPES nell’Assemblea nazionale (Nouvelle Union Populaire Ecologique et Sociale), coalizione nata in vista delle elezioni presidenziali del 2022 per contrastare la conferma di Macron – poi riproposta come nulla fosse per le elezioni legislative del luglio 2024. Anche considerando quelle città dove l’alleanza ha funzionato, a Nantes, a Tours, a Grenoble, è evidente che l’incompatibilità politica tra PS (e membri delle sue coalizioni, come ecologisti o PCF) e LFI sia “il” tema interno alla sinistra istituzionale e rileva della precaria strategia delle “dighe mobili” erette all’occorrenza contro i neofascisti (o repubblicani: ma se si prende come esempio Nizza ogni distinzione sembra ormai cadere) tra campagne di delegittimazione reciproca, soprattutto a parte socialista.

LFI, pur non essendo dichiaratamente partito rivoluzionario, resta ad oggi, per il programma ecosocialista e antiliberista che propone, con l’opposizione continua agli accordi commerciali europei come il Mercosur, la minaccia più grande alle future elezioni per l’enorme blocco moderato-conservatore che comprende tanto i socialisti quanto la sfaccettata ala destra, ancor più grande – così sembra sentendo sbraitare ai microfoni socialisti e macronisti - rispetto alla catastrofe che potrebbe rappresentare la presa di potere da parte del Rassemblement National alle ormai prossime elezioni del 2027. Il programma di LFI, dove più attuabile, in comuni operai e storicamente attraversati da profondissimi disagi sociali come Roubaix o Saint-Denis (dove, oltre alla vittoria degli “insoumis” va sottolineata la presenza in consiglio comunale di due membri di Révolution Permanente, partito rivoluzionario trotzkista) verosimilmente non assomiglierà a quanto potrebbe accadere qualora Mélenchon riuscisse a trionfare alle presidenziali. Il problema si riproporrà infatti, ancora una volta, dentro i due corpi del suo partito che sono anche in parte i due corpi dello stesso Mélenchon: da una parte, l’aspro critico dei PS e degli ecologisti, designati come irresponsabili “commercianti” della politica, e dall’altra il commosso custode della memoria storica dello stesso partito contro cui oggi alza feroce i toni; storia che coincide negli ultimi trent’anni con le misure economiche e sociali a esclusivo danno della classe lavoratrice francese, ulteriormente indebolita dagli ultimi dieci anni di presidenza Macron.

Eppure, senza alleanze (e soprattutto senza voti socialisti o verdi), la speranza di conquista della guida della nazione, per Mélenchon, si ridurrebbe in maniera probabilmente decisiva: al contrario, tramite coalizione, l’instaurazione della “rivoluzione cittadina” e l’applicazione di misure a favore della classe lavoratrice come l’aumento dei salari, la riduzione dell’orario lavorativo settimanale, l’anticipazione dell’età pensionabile alle cui spalle stanno i cicli di lotte degli ultimi dieci anni in Francia, si allontanerebbe, considerata la natura irrimediabilmente centrista del blocco socialdemocratico. Senza coalizione, senza, soprattutto, i voti di verdi ed ecologisti, l’unico vero soggetto politico in grado di sovvertire l’ordine delle cose a livello elettorale sembrerebbe quello di chi alle urne nemmeno si è presentato, spropositato in termini strettamente numerici (più di quattro su dieci) già al primo turno delle municipali, anche in virtù della differenza di peso di queste elezioni rispetto a quelle presidenziali. Se l’auspicio di LFI è in ogni caso rivolgersi al bacino degli astenuti, soltanto la corsa solitaria alle presidenziali e l’attuazione di un programma più radicale potrebbero convincere a una mobilitazione maggiore.

La fisionomia di questa nebulosa composta da precari, poveri, giovani o soltanto indifferenti, consente di asserire che è sempre e soltanto attraverso l’interpretazione del momento storico, attraverso la presenza massiccia nelle piazze (che già nel 2022 diede i suoi enormi frutti), e al di là, dunque, delle logiche di contrabbando politico con i partiti moderati, che LFI può rappresentare anche soltanto parzialmente gli interessi di una classe stremata in particolare dall’ultimo dei due mandati di Macron, coincidente con l’intensificarsi dei conflitti su scala internazionale. Tanto basterebbe, considerando che la risposta all’attuale durissima crisi, da parte dell’attuale presidente – cresciuto politicamente, ricordiamolo, tra i ranghi del Parti Socialiste come ministro dell’economia, è stata la promessa di autonomia difensiva attraverso l'ampliamento della potenza nucleare mentre tutt’intorno si alzava solenne l’inno nazionale.

STATUTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA

PREAMBOLO Il Collettivo nasce con l’obiettivo di costruire a Pesaro e provincia uno spazio politico, sociale e culturale fondato sui principi del marxismo – e quindi della lotta anticapitalista, dell’antifascismo, dell’internazionalismo, dell’antirazzismo, dell’ecologismo anticapitalista, del transfemminismo e dell’antisessismo. Rifiutiamo ogni forma di oppressione e sfruttamento, e riteniamo necessario un progetto politico che unisca studio, lotta, solidarietà e organizzazione dal basso.

PARTE I — PRINCIPI FONDAMENTALI Art. 1 — Anticapitalismo e Marxismo ● Il Collettivo riconosce che il capitalismo è un sistema ● basato sull’alienazione del lavoro e della vita e sullo sfruttamento del lavoro salariato per il profitto di pochi ● che vive di crisi, disuguaglianze e sfruttamento strutturali ● che subordina i bisogni umani alla logica del profitto 1.2 Il Collettivo sostiene le lotte per la redistribuzione reale delle risorse, per l’accesso universale ai diritti fondamentali e per l’abbattimento delle disuguaglianze economiche e sociali. 1.3 Il nostro riferimento teorico è il marxismo nelle sue diverse interpretazioni critiche e rivoluzionarie. 1.4 Il Collettivo rifiuta ogni forma di compatibilità con logiche socialdemocratiche, neoliberali, aziendaliste o individualiste. 1.5 Il Collettivo combatte ogni forma di sfruttamento, sostenendo l’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici e la difesa dei diritti sul posto di lavoro. 1.6 Il Collettivo riconosce che il cambiamento nasce dal conflitto sociale organizzato: scioperi, mobilitazioni, campagne e lotte sono strumenti fondamentali per trasformare i rapporti di forza nella società.

Art. 2 — Antifascismo e Democrazia partecipata e laica 2. 1 Il Collettivo prende posizione contro le organizzazioni e le ideologie fasciste, naziste e di estrema destra e si riconosce in un antifascismo consapevole e partecipato, inteso come pratica politica, sociale e culturale volta alla difesa dei valori democratici, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. 2. 2 Il Collettivo fonda la propria organizzazione sulla partecipazione attiva, sulla discussione democratica e sull’assenza di gerarchie permanenti, valorizzando la decisione collettiva e condivisa.

Art. 3 — Internazionalismo 3.1 Il Collettivo riconosce che i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo condividono gli stessi interessi e lo stesso nemico di classe: le lotte non possono essere confinate entro i confini nazionali, ma devono costruire solidarietà concreta oltre le frontiere. 3.2 L’internazionalismo implica il rifiuto di ogni forma di dominio economico, politico o militare esercitato da uno Stato su un altro. Il Collettivo sostiene i popoli oppressi nelle loro lotte di autodeterminazione e liberazione. 3.3 L’internazionalismo è incompatibile con qualunque ideologia nazionalista, sciovinista o xenofoba. Il Collettivo promuove invece cooperazione, scambio e solidarietà tra i popoli.

Art. 4 — Antirazzismo e Anticolonialismo 4.1 Il Collettivo ripudia ogni forma di razzismo, suprematismo o discriminazione etnica, culturale o religiosa. 4.2 Sosteniamo le lotte anticoloniali e antimperialiste, riconoscendo che il capitalismo globale riproduce gerarchie tra popoli e nazioni. 4.3 Il Collettivo si oppone al militarismo e rifiuta l’uso della guerra e della forza militare come strumenti di dominio, controllo o risoluzione dei conflitti. 4.4. Il collettivo rivendica il diritto alla resistenza e all'autodeterminazione dei popoli, rifiutando l’equiparazione tra la violenza degli sfruttati e degli oppressi con quella degli sfruttatori e degli oppressori. 4.6 Il Collettivo sostiene la cooperazione internazionale, il dialogo interculturale e la tutela dei diritti dei popoli oppressi, promuovendo un internazionalismo concreto e anti-xenofobo.

Art. 5 — Ecologismo anticapitalista 5.1 Il collettivo afferma che la crisi climatica è una conseguenza diretta del modello produttivo capitalistico. 5.2 Il collettivo sostiene una transizione ecologica radicale, giusta e guidata dai bisogni popolari, non dal profitto. 5.3 Il collettivo rifiuta il greenwashing e l’ecologismo fine a sé stesso. Una critica ecologica – consapevole e coerente – non può che essere anticapitalista e mettere in questione il modello di sviluppo capitalista.

Art. 6 — Femminismo e Lotta contro il Patriarcato 6.1 Il Collettivo si impegna per la parità reale, l’autodeterminazione e la lotta contro ogni forma di oppressione di genere. 6.2 La liberazione delle donne e delle soggettività oppresse dal sistema patriarcale è parte centrale del progetto rivoluzionario. Non sono, quindi, ammesse posizioni sessiste o misogine.

Art. 7 — Antisessismo, Diritti LGBTQIA+ e Liberazione Sessuale 7.1 Il Collettivo sostiene pienamente i diritti e le lotte delle persone LGBTQIA+. 7.2 Non sono tollerate posizioni omo-lesbo-bi-trans-fobiche, queerfobiche o che negano l’esistenza e i diritti delle persone trans e non binarie. 7.3 Viene sostenuta una cultura politica basata sul rispetto, sul consenso e sulla solidarietà.

PARTE II — ORGANIZZAZIONE DEL COLLETTIVO Art. 8 — Assemblearismo e Democrazia Interna 8.1 Il Collettivo si organizza in modo democratico, con assemblee periodiche aperte ai membri ed eventuali interessati. 8.2 Le decisioni vengono prese attraverso discussione collettiva, ricerca del consenso ove possibile o voto a maggioranza. 8.3 Sono rifiutate pratiche autoritarie, leaderismo carismatico e gestione antidemocratica.

Art. 9 — Gruppi di Lavoro 9.1 Potranno essere costituiti gruppi di lavoro tematici e organizzativi. 9.2 I gruppi di lavoro operano in modo orizzontale: le decisioni vengono prese collettivamente, senza ruoli gerarchici fissi. Ogni membro del Collettivo può partecipare liberamente, portare contributi e assumere responsabilità operative. 9.3 Ogni gruppo è tenuto a: ● riferire regolarmente all’assemblea del Collettivo; ● documentare le proprie attività, presentando analisi, proposte, materiali e programmi; ● mantenere coerenza politica con le linee generali del Collettivo. Il lavoro prodotto deve essere accessibile a tutti i membri del Collettivo. 9.4 L’assemblea rimane lo spazio decisionale finale, mentre i gruppi garantiscono continuità e approfondimento.

Art. 10 —Portavoce, ruoli organizzativi e Finanze 10.1 Tutti i ruoli organizzativi, inclusi portavoce, tesoriere e responsabile dei rapporti con la stampa, devono essere decisi collettivamente, revocabili e temporalmente limitati. 10.2 Ove possibile tutti i ruoli di cui sopra devono essere ruotati regolarmente per evitare personalismi e accumulo di ruoli. I gruppi restano sempre aperti a nuovi membri, favorendo inclusione, apprendimento e crescita collettiva. 10.3 Le finanze, le spese e le raccolte fondi devono essere pubbliche e trasparenti, con report aggiornati all’inizio di ogni riunione e resi disponibili ad ogni membro del Collettivo.

PARTE III — ATTIVITÀ POLITICA Art. 11 — Incompatibilità Politica 11.1 Sono incompatibili con la militanza nel Collettivo: ● fascismo, neofascismo e sionismo ● razzismo, suprematismo e xenofobia ● militarismo e nazionalismo autoritario ● sessismo e misoginia ● omofobia, transfobia, queerfobia 11.2 La partecipazione al Collettivo non è compatibile con ruoli ● di vertice, di direzione e di rappresentanza in partiti e in forze politiche che partecipano a giunte, consigli o governi locali di collaborazione di classe ● in aziende partecipate espressione diretta del governo locale o ad esso legate.

Art. 12 — Formazione Politica 12.1 Il Collettivo considera la formazione politica uno strumento indispensabile per comprendere le dinamiche sociali, economiche e storiche del capitalismo. Lo studio collettivo è parte integrante della militanza, e si svolge attraverso gruppi di lettura, seminari, discussioni guidate, percorsi tematici, e/o cineforum. 12.2 La formazione deve essere inclusiva, accessibile e orientata a sviluppare capacità critiche autonome. Ogni militante è incoraggiato a contribuire con competenze e prospettive diverse, promuovendo un sapere condiviso che non riproduca gerarchie accademiche ma favorisca la crescita politica del collettivo nel suo insieme.

Art. 13 — Lotta e Conflitto 13.1 Il Collettivo partecipa alle mobilitazioni studentesche, alle vertenze sul lavoro, alle lotte ambientali e territoriali. 13.2 Il Collettivo promuove pratiche solidali e mutualistiche. 13.3 Si possono costruire alleanze con altri gruppi, purché rispondenti ai principi di questo Manifesto e non operanti in contrasto con esso.

Art. 14 — Comunicazione e Spazio Pubblico 14.1 Il Collettivo utilizza strumenti di comunicazione inclusivi e accessibili: assemblee, conferenze, seminari, social media, volantini. 14.2 Nessun contenuto discriminatorio, offensivo o denigratorio può essere prodotto o diffuso a nome del Collettivo.

CONCLUSIONE 15.1 Questo Manifesto rappresenta la base politica, etica ed organizzativa del Collettivo. 15.2 L’adesione al Collettivo richiede la sottoscrizione del Manifesto. 15.3 La partecipazione è personale. Si aderisce come singole persone, non in forma associata (altri collettivi, organizzazioni, circoli, partiti). 15.4 Chiunque voglia partecipare deve rispettarlo e contribuire alla costruzione di una comunità militante, inclusiva e radicale.

MANIFESTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA

CHI SIAMO

Siamo un collettivo di compagne e compagni della provincia di Pesaro che:

● rifiuta la rassegnazione e l’adattamento all’esistente e vuole contribuire alla costruzione di un altro mondo nuovo e possibile; ● vuole assumere, rimettere al centro ed approfondire l’analisi marxista (che racchiude al suo interno una prospettiva di classe, trans-femminista, ecologica, internazionalista, anti-imperialista e anti-colonialista) come strumento quanto mai attuale per comprendere e trasformare la realtà; ● vuole fare formazione ed auto-formazione politica per intervenire nelle lotte locali e globali.

A CHI CI RIVOLGIAMO

Il Collettivo è aperto:

● a chiunque si riconosca in queste esigenze e in questi valori e voglia contribuire alla crescita di questo progetto; ● a chi vive sulla propria pelle sfruttamento e alienazione; ● a chi non si riconosce nelle risposte istituzionali o nella sinistra adattata all’esistente; ● a chi riconosce che questo sistema non è riformabile, ma va trasformato radicalmente; ● a chi vuole studiare, organizzarsi e lottare collettivamente per costruire conflitto, coscienza e solidarietà.

PERCHÉ A PESARO

Siamo periferia rispetto a molte lotte, ma parte viva delle contraddizioni del capitalismo. Precarizzazione del lavoro, povertà, speculazione, crisi ambientale, attacco ai diritti umani attraversano anche questo territorio e colpiscono tutte e tutti noi.

Vogliamo organizzare un’alternativa con chi vuole costruire resistenza, conflitto e solidarietà (anche internazionale) nella nostra città.

Vogliamo mettere insieme sensibilità diverse per superare la frammentazione della sinistra antagonista, radicale, e di classe, dare forza all’analisi marxista e costruire reti di resistenza e partecipazione alle lotte.