Alcuni contributi dalla manifestazione a Pesaro per un 25 Aprile resistente contro fascismo e imperialismo
Oggi più che mai, in occasione delle celebrazioni per questo 25 aprile, riteniamo necessario non soltanto rendere onore all’eroica resistenza dei partigiani che hanno liberato l’Italia dal giogo nazifascista, ma anche ricordare, in quanto collettivi e organizzazioni dichiaratamente antifascisti, l’evoluzione degli strumenti di repressione del dissenso impiegati dal fascismo. La criminalizzazione delle idee radicalmente antifasciste, ovvero rivoluzionarie, orientate alla costruzione di un’alternativa socialista, per cui molte bande partigiane si sono battute, a cui hanno dedicato la propria esistenza, è oggi più che mai sotto aspra minaccia. L’intensificarsi delle misure violente e securitarie ha infatti come obiettivo dichiarato, esplicito, le nostre organizzazioni, i nostri compagni e le nostre compagne. Bisogna ricordare come prima della fondazione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, creato tra la fine del 1926 e l’inizio del 1927 tramite una tra le più becere leggi fascistissime, che colpì in prima istanza gli avversari politici del regime, il partito fascista si servì – piegandoli ai propri scopi – di quegli stessi istituti liberali che ancora oggi si vogliono considerare roccheforti per la tutela dei diritti delle persone, per la salvaguardia delle loro esistenze, introducendo tutta una serie di crimini – l’associazione a delinquere, i reati di stampa, l’espatrio clandestino – capaci di trasformare in reato perseguibile l’idea, l’intenzione, l’appartenenza politica: in breve, l’antifascismo.
La storia, la nostra storia, ci ha già raccontato di come all’antifascismo come crimine il regime fascista non giunse rompendo una volta per tutte con le leggi liberali, ma ci arrivò prima torcendo progressivamente quelle stesse leggi, insinuandosi in maniera parassitaria nel loro corpo, ma senza sostituirlo; ci ha raccontato, cioè, di come le garanzie a tutela delle nostre vite non sono e non saranno mai abbastanza protette soltanto dagli istituti liberali della democrazia borghese entro la quale ci tocca vivere. Per questo oggi è fondamentale riconoscere i segni di una trasformazione che, pur nelle differenze storiche, presenta dinamiche già patite cento anni fa, tra sangue e torture, da compagni e compagne.
Lo abbiamo visto con la proposta di “riforma della giustizia”, con quella di riforma della legge elettorale, e più palesemente con lo squallido decreto sicurezza approvato giusto ieri dalla camera, volto ad annichilire il più elementare accesso al diritto alla difesa per le persone migranti, a facilitare gli sgomberi – con la conseguenza peraltro di soffocare gli ultimissimi spazi in cui potevano ancora immaginarsi concezioni e pratiche di vita mutualistiche, solidali, alternative al neoliberalismo imperante –, oltre a estendere il reato di rivolta per le persone in carcere e nei CPR, a irrobustire in generale un impianto giuridico definitivamente disciplinato dall’abuso, dalla trasformazione della polizia in quell’organo sempre più autonomo cui si delega l’esercizio della sovranità e della repressione, soprattutto nei confronti delle forme collettive di espressione del dissenso. In quest’ottica vanno interpretate la trasformazione da illecito amministrativo in reato penale del blocco stradale, la punibilità anche della resistenza passiva, l’inasprimento delle pene per reati contro pubblici ufficiali specie in contesti di manifestazione e di conflitto. Tutto questo avviene entro un quadro in cui, anche prima della validità effettiva del decreto sicurezza, in Italia oggetto principale delle premure poliziesche già erano i movimenti: dalle misure cautelari comminate a chi si opponeva, ad esempio, lo scorso settembre 2025, in stazione a Milano, alla complicità nel genocidio del popolo palestinese del governo Meloni, fino ai processi per direttissima intentati ai militanti del Pedro, centro sociale occupato di Padova, perché responsabili di stare organizzando la giornata del 25 aprile.
Anche oggi dobbiamo capire che la deriva fascista delle ultradestre non si affermerà tramite una rottura improvvisa, ma tramite una crescente forzatura in chiave autoritaria delle norme esistenti, esattamente come accadde tra il 1923, dai primi processi ai militanti del Partito Comunista d’Italia, e il 1926, prima cioè che il fascismo si tramutasse nel regime traditore, torturatore e genocida con cui ha scelto per sempre di consegnarsi alla storia. Allora si utilizzavano reati comuni per colpire gli antifascisti; oggi si utilizzano dispositivi giuridici per colpire movimenti sociali e soggettività politiche conflittuali proprio nel momento in cui in risposta al genocidio del popolo palestinese, alle guerre imperialiste degli Stati Uniti e di Israele, stiamo tentando con tutte le nostre forze di costruire un blocco sociale coeso, finalmente alternativo a questa barbarie. Nonostante forme di repressione tangibili e sempre più criminali cui dobbiamo sottostare, non dobbiamo però dimenticare, specie durante questa giornata di commemorazione e lotta, la natura reazionaria del fascismo di ieri come quello di oggi, a cui uno strato inerme della popolazione, la nostra piccola-borghesia nazionale, credette di non dover opporre alcuna forza – come ricordava Togliatti – poiché pensava nel proprio intimo al fascismo, alla realtà materiale che dagli anni venti condusse alla seconda guerra mondiale, come un’inevitabilità storica, come una fatalità. E’ dunque oggi più che mai, in questo preciso quadro storico-politico, che soltanto a partire da azioni che abbiano come orizzonte ultimo il radicale mutamento del complesso economico-sociale, come fu a loro tempo per una consistente parte di compagni partigiani, e prima dei rivoluzionari russi ed europei, che crediamo possibile combattere anche quel fatalismo e quella rassegnazione di fronte alla storia che hanno e che continuano drammaticamente a irrobustire il fascismo e i suoi orrori. In un momento di regressione generalizzata delle prospettive di cambiamento, anche nelle fila delle nostre organizzazioni, deve risuonare, come fu per la lotta partigiana, come è stato ed è in ogni lotta, quel monito che prelude all’avvenire di un mondo nuovo, e che recita: Se non è ora, dovrà pur succedere. Ma essere pronti, è tutto.
L’inganno del nemico
Sono passati più di 100 anni dalla prima guerra mondiale ma la retorica, la narrativa dei governi, della stampa Mainstream e dei vertici dell economia globale rimane quella che allora portò circa 9 milioni soldati e 7 milioni civili alla morte apparecchiando il tavolo per la seconda guerra mondiale che seguì 21 anni dopo. Di nuovo, anche se in maniera diversa, ci dicono che siamo sotto attacco, che dobbiamo difenderci, dobbiamo difendere i nostri paesi, le nostre sacre nazioni. Ma sono davvero nostre queste nazioni dal momento che L unica partecipazione politica rimane una crocetta su un foglio di carta ogni 2 o ogni 4 anni e la forbice delle disuguaglianze economiche e sociali si sta aprendo sempre di più? Al momento l’1 percento in Italia ha più ricchezza del 50% messo insieme. Il 50% della popolazione in Italia possiede circa il 5% della ricchezza totale, mentre il 10% della stessa popolazione ne possiede dal 50 al 60%. Altri paesi affermano disuguaglianze simili.
Come disse Karl Liebknecht della Lega di spartaco nel 1915 “il nemico si trova nel proprio paese” puntando il dito verso l’alto, verso la borghesia. Con questa frase cercó di far capire al popolo che il vero nemico non si trova nella trincea del battaglione di un altra nazione, ma il nemico si trova nella figura di chi ha fatto sì che accadesse tutto questo orrore chiamato guerra e ora ci specula e ci guadagna. Il tutto mentre la classe operaia andó a morire non per gli interessi sociali propri ma per gli interessi economici e imperialistiche di una percentuale minuscola della popolazione che dai suoi palazzi guardó il mondo andare a fuoco come se fosse uno spettacolo teatrale.
E oggi ? Oggi stiamo vivendo il periodo del riarmo dei cosiddetti paesi democratici. Gli Stati membri della NATO stanno aumentando gli investimenti nel settore bellico per eguagliare L obiettivo di destinare il 2% del PIL alla spesa militare, concordato più di 10 anni fa. Nel mentre anno scorso la stessa NATO ha deciso di aumentare ancora la percentuale del PIL da spendere nel settore militare. Dal 2 al 5 percento.
Le imprese dell'industria bellica guadagnano sia dal riarmo dei paesi occidentali che non accusano una guerra sul proprio territorio, sia dall esportazione nei paesi terzi già colpiti da conflitti armati, ovvero guerre e genocidi, delle quali i paesi occidentali stanno alla radice vedendo il passato coloniale e presente imperialista.
Un esempio di tanti è la Germania che fornisce il 30% delle armi utilizzate da Israele nel genocidio contro il popolo palestinese. L industria bellica europea dal 2021 ha visto un aumento di fatturato stimato al 50%. In Italia L industria militare sta vedendo un aumento di fatturato sopra il 10% ogni anno negli ultimi 4 anni. Questo proprio grazie al aumento del budget d investimento nel settore bellico da parte gli Stati membri della nato. Chiaramente investendo nel riarmo per i governi non può mancare L aumento del materiale umano. Nei vari paesi europei si sta discutendo di modificare oppure si stanno già modificando le leggi per quanto riguarda la leva militare. Dal 1 gennaio 2026 la situazione in Germania è cambiata drasticamente. Tutti i giovani che compiono i 18 anni devono compilare un questionario per la rilevazione della loro motivazione e idoneità. A partire dalla metà del 2027 si aggiungerà una visita di leva obbligatoria. In più sempre a partire da gennaio di quest anno tutti i soggiorni all estero di uomini di cittadinanza tedesca che durano più di 3 mesi devono in linea di principio essere comunicati alla Bundeswehr oppure essere autorizzati. Si parla di una regola che è legge, soltanto che al momento non viene applicata ancora come dichiarò il ministero della difesa tedesco. Non ancora.
Stiamo vivendo in un periodo di militarizzazione di vari settori della società civile, della criminalizzazione del dissenso, come mostra il nuovo decreto sicurezza, e di povertà generalizzata data dell accumulo di ricchezza nelle mani di pochi. I governi cercano ancora una volta di raggrupparci sotto bandiere che non ci rappresentano. Bandiere di Stati complici di genocidi e simboli di disuguaglianze socio economiche enormi, e repressioni.
Quindi organizzatevi, non basta fare la solita chiacchierata politica con l'amico all'una di notte. Leggete, mettetevi in gioco, trasformate la teoria in pratica resistente. Organizziamoci contro un nemico che si trova all'interno dei nostri confini. Nei palazzi di lusso come nei parlamenti borghesi. Organizziamoci contro chi non ci permette di arrivare a fine mese mentre accumula sempre più ricchezza e privilegi. Organizziamoci contro chi sta trasformando uno stato già di sua natura, repressivo in uno stato sempre più poliziesco. Contro chi cerca di farci cadere nella propaganda nazionalista e tenta di di metterci gli uni contro gli altri, spingendoci a combattere tra noi invece che contro chi detiene il potere. È ora di formare un fronte popolare. E ricordiamoci sempre: un dito si può rompere, ma cinque dita sono un pugno!
Dalla Resistenza partigiana a quella palestinese
La parola “Resistenza” evoca oggi, con urgenza quasi inevitabile, l'immagine della Palestina. Una terra devastata, depredata e umiliata, che tuttavia resiste da decenni e continuerà a farlo finché non vedrà riconosciuta l a propria dignità. La questione palestinese non può più essere liquidata con frasi di circostanza o retorica umanitaria: i n Italia e nel resto dell'Occidente, molti si dichiarano a parole sostenitori della causa, m a lo fanno con mille “distinguo”, ponendo paletti morali che valgono solo per alcuni. Si concede, per gentile concessione, che i palestinesi possano avere diritto a uno Stato, a patto però che si accontentino di minuscoli lembi d i terra, frammentati e privi di sovranità reale. Si pretende che chi vive nei campi profughi dal 1948, dall'anno della Nakba, rinunci definitivamente al diritto al ritorno, cancellando la memoria di intere generazioni. Soprattutto, s i esige che i palestinesi accettino supinamente bombardamenti costanti, occupazioni illegali, stupri, carcerazioni arbitrarie (che colpiscono persino i bambini), furti di terra e l'introduzione di leggi aberranti, come quella che istituisce la pena di morte. La richiesta unanime dei governi occidentali è il disarmo. Mentre subiscono un genocidio, viene chiesto alle vittime di deporre le armi. Il paradosso è accecante: a Israele è riconosciuto i l diritto a possedere testate nucleari e armi tecnologicamente avanzate che continuiamo a fornirgli; agli israeliani è riconosciuto il diritto inalienabile di scegliere i l proprio governo, anche quando questo si rivela apertamente genocidiario e suprematista. Al contrario, ai palestinesi è chiesto di subire i n silenzio. Non devono reagire, non devono lottare e dovrebbero persino sciogliere i propri gruppi politici secondo i desiderata esterni. Noi occidentali vorremmo decidere chi h a i l diritto di rappresentarli, arrogandoci una tutela coloniale antica e mai superata. Oggi, mentre celebriamo la Resistenza italiana e i valori di libertà e uguaglianza, avvertiamo quanto sia ancora difficile, in certi contesti, accostare quella parola alla Palestina. Sembra che il diritto alla resistenza sia un privilegio concesso a condizioni prestabilite da noi, secondo il nostro gusto e l a nostra convenienza geopolitica. Ma l a Storia non segue i binari del nostro paternalismo: i palestinesi hanno resistito e continueranno a farlo, definendo autonomamente le proprie forme di lotta. È innegabile che decenni di isolamento sistematico, privazione di futuro e violenza quotidiana abbiano alimentato un certo fanatismo religioso, che è spesso il frutto amaro della disperazione e della mancanza di alternative politiche credibili e garantite. Tuttavia, non si può confondere la reazione con la causa: finché non c i sarà giustizia, la resistenza rimarrà l'unica lingua possibile per un popolo a cui è stato tolto tutto, tranne la volontà di esistere.
Una Resistenza tradita
Il 25 Aprile è il giorno i n cui festeggiamo la vittoria della Lotta d i Liberazione dal nazi-fascismo. Ricordiamo l'insurrezione di centinaia d i migliaia di partigiani e partigiane, i l sacrificio d i chi ha scelto di non piegarsi per la libertà e l'uguaglianza. Ma nel 1943/'45, la Resistenza e la rivolta operaia non erano solo un'aspirazione democratica: erano la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo per reprimere la rivoluzione operaia e di rovesciare il capitalismo e imporre i l potere dei lavoratori. Era la speranza della “rossa primavera”
Quella volontà rivoluzionaria fu tradita. Stalin pattuì con gli imperialismi vincitori una spartizione in zone d'influenza e l'Italia doveva restare nel campo capitalista per il quieto vivere del Cremlino. II PCI di Togliatti fu l'esecutore di questa linea: • La subordinazione ai partiti borghesi: La Resistenza fu sottomessa alla collaborazione con la DC nel CLN, concedendo loro diritto di veto. • I Governi di Unità Nazionale: Nel dopoguerra, questi governi disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti (Valletta) e reinsediarono i vecchi prefetti. • L'Amnistia Togliatti (1947): II colpo di grazia fu l'amnistia per gli sgherri fascisti firmata dal segretario del PCI come Ministro di Grazia e Giustizia. • La Costituzione del 1948: Come disse Piero Calamandrei, fu “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”, utile a mascherare il potere restaurato dei capitalisti che, una volta sicuri, cacciarono il PCI all'opposizione e scatenarono la repressione sanguinosa degli anni '50.
L'Autunno Caldo svenduto al Compromesso Storico
Quando vent'anni dopo una nuova generazione operaia rialzò la testa con l'Autunno Caldo ('69/'76), fu nuovamente il PCI a sbarrare la via con il Compromesso Storico con la DC: • L'Austerità di Lama: Il congresso dell'EUR della CGIL sancì la politica dei sacrifici e la subordinazione delle richieste operaie alle compatibilità del profitto. • L'identificazione con lo Stato Borghese: Il risultato fu una demoralizzazione di massa che aprì la strada all'offensiva della FIAT (ottobre 1980) e all'ascesa del craxismo. La Seconda Repubblica, nata dalle ceneri di Tangentopoli e nello scenario del riflusso mondiale del movimento comunista a seguito della caduta dell'URSS, è lo sbocco di questa deriva reazionaria e della cancellazione delle conquiste operaie.
Il trasformismo a sinistra nella Seconda Repubblica
Il gruppo dirigente del PCI sciolse il partito per candidarsi a gestire direttamente il capitalismo italiano, secondo il copione comune delle burocrazie dell'est. Una lunga stagione di arretramenti e adattamenti al sistema borghese – dal PDS ai DS sino al PD -ha portato la vecchia sinistra a diventare compiutamente un partito liberale. Non ci si propone più di cambiare il sistema capitalista, ma di governarlo entro le sue compatibilità. Parallelamente, Rifondazione Comunista, nata per essere “il cuore dell'opposizione” è stata condotta nei governi Prodi a votare la precarizzazione del lavoro, le missioni di guerra e i tagli sociali, finendo per suicidarsi politicamente. Oggi la classe lavoratrice è priva di rappresentanza proprio all'alba di un nuovo conflitto mondiale tra imperialismi, con il capitalismo in crisi che aggredisce ogni aspetto della vita e della società in cerca di profitto.
Per un 2 5 Aprile resistente a Pesaro e nel mondo Oggi il ricordo della Resistenza a Pesaro è ridotto a puro cerimoniale svuotato di senso, o strumentalizzato da chi vota l'invio di armi e leggi antipopolari. Vogliamo un momento di piazza alternativo: • Contro i nuovi rigurgiti reazionari: Il governo Meloni, erede di chi voleva cancellare la Resistenza, fiero esecutore delle peggiori politiche repressive e antioperaie. • Contro la guerra e l'imperialismo: Dalle lotte contro il genocidio in Palestina all'intervento USA in Venezuela, dal blocco a Cuba a i bombardamenti i n Iran e Libano. Difendiamo la memoria partigiana contro le ultradestre e contro i liberali che equiparano partigiani e fascisti e riconosciamo il diritto alla Resistenza per ogni popolo oppresso. • Contro la repressione: Denunciamo i tentativi che, sul modello Trump, vogliono criminalizzare le pratiche di lotta e dividere l'antifascismo in “buoni” e “cattivi”.