Cuba di fronte alla minaccia dell'imperialismo statunitense: una prospettiva marxista
Dalla vittoria della rivoluzione del 1959, Cuba ha rappresentato una sfida simbolica e politica all'egemonia degli Stati Uniti nei Caraibi e in America Latina. La nazionalizzazione delle grandi proprietà, l'espropriazione del capitale straniero e la costruzione di un'economia pianificata hanno posto l'isola in aperto contrasto con gli interessi economici e strategici di Washington. Nel corso dei decenni, gli Stati Uniti hanno adottato una politica di isolamento economico e diplomatico nei confronti di Cuba. L'embargo (bloqueo), le sanzioni e le costanti pressioni politiche hanno avuto l'obiettivo di indebolire e strangolare il sistema nato dalla rivoluzione. Sono precisi strumenti dell'imperialismo finalizzati a subordinare una nazione alle esigenze delle grandi potenze capitalistiche. Questa strategia non è un caso isolato, ma risponde a un preciso asse geopolitico che trova il suo parallelo più immediato nelle aggressioni imperialiste contro il Venezuela. Proprio come accaduto con il Venezuela – colpito da sanzioni economiche devastanti, dal congelamento dei beni statali all'estero, da tentativi di colpi di Stato e da costanti minacce di intervento – l'obiettivo di Washington non è mai la promozione della democrazia o dei diritti umani. Sia nel caso venezuelano che in quello cubano, l'imperialismo agisce per riaffermare il proprio controllo geopolitico nella regione, abbattere qualsiasi modello alternativo o non allineato e riprendere il possesso delle risorse strategiche e dei mercati locali (nel caso del Venezuela in chiave direttamente anticinese). Un eventuale attacco militare a Cuba -o comunque il rovesciamento del suo legittimo governo- costituirebbe quindi il punto più avanzato di questa medesima politica di ricolonizzazione. Perché la minaccia emerge oggi e quali sono le condizioni materiali a Cuba Dal punto di vista marxista, le tensioni che periodicamente riemergono tra Stati Uniti e Cuba non possono essere comprese esclusivamente attraverso le dichiarazioni diplomatiche o le scelte dei governi. Esse affondano le proprie radici nelle contraddizioni economiche e geopolitiche del capitalismo contemporaneo. In un contesto internazionale caratterizzato da una crescente competizione tra grandi potenze, instabilità economica globale e ridefinizione degli equilibri regionali, Cuba continua a rappresentare un'anomalia politica nel continente americano. La persistenza di un sistema economico sottratto al libero mercato e la sopravvivenza delle principali conquiste sociali della rivoluzione costituiscono elementi di attrito permanente con gli interessi strategici dell'imperialismo. Allo stesso tempo, l'isola attraversa una delle fasi economiche più difficili della sua storia recente. La popolazione deve confrontarsi con carenze di beni essenziali, frequenti difficoltà nell'approvvigionamento energetico, bassi salari reali e una crescente pressione inflazionistica. Le conseguenze della pandemia, il rafforzamento delle sanzioni economiche, il golpe mascherato in Venezuela (che rappresentava la principale fonte di approvvigionamento energetico), la diminuzione delle entrate esterne e le debolezze strutturali di una gestione burocratica e centralizzata dell'economia, slegata da un reale controllo dei lavoratori, hanno contribuito a un peggioramento delle condizioni materiali di vita di ampi settori della popolazione lavoratrice. Di fronte a queste difficoltà, il governo cubano ha cercato di preservare la stabilità introducendo una serie di riforme e concessioni al mercato. Negli ultimi anni si è assistito a una maggiore apertura verso iniziative private di piccola e media dimensione, all'espansione di spazi destinati agli investimenti stranieri e a misure volte ad attrarre capitali dall'estero. Sono tentativi difensivi adottati sotto fortissime pressioni economiche interne ed esterne, ma al tempo stesso sollevano enormi interrogativi sul rischio di una progressiva crescita delle disuguaglianze sociali e di una maggiore penetrazione dei rapporti di produzione capitalistici. In questo quadro, la pressione esercitata dagli Stati Uniti mira ad approfondire le difficoltà economiche dell'isola per favorire il suo crollo. La posizione marxista: difesa incondizionata contro l'aggressione e democrazia operaia. La tradizione politica marxista ha elaborato da tempo il principio della difesa degli Stati e dei paesi oppressi contro l'imperialismo. Questo principio significa che, nel caso di un conflitto tra una potenza imperialista e uno Stato dipendente – tanto più se nato da una rivoluzione sociale- i rivoluzionari devono sostenere incondizionatamente la resistenza contro l'aggressore, indipendentemente dal giudizio politico sulla direzione di quel paese. Difendere Cuba non significa però rinunciare alla critica delle sue strutture politiche o all'esigenza di una transizione socialista basata sul reale potere dei lavoratori. Il marxismo sostiene che la difesa delle conquiste economiche debba andare di pari passo con la lotta per il controllo democratico dei lavoratori sulle istituzioni e sull'economia. Pertanto, una prospettiva marxista coerente combina sempre due parole d'ordine: resistenza intransigente all'imperialismo esterno e avanzamento della democrazia operaia all'interno. In caso di attacco, la resistenza non potrebbe basarsi unicamente su metodi burocratici o diplomatici, ma richiederebbe il pieno coinvolgimento e l'armamento politico oltre che militare delle masse popolari, le uniche realmente interessate a difendere ciò che la rivoluzione ha costruito. Il ruolo della classe lavoratrice internazionale e l'asse Cuba-Venezuela Nessuna rivoluzione può sopravvivere isolata per un periodo indefinito entro i confini di un solo Stato. Le difficoltà economiche e politiche affrontate da Cuba nel corso della sua storia sono state aggravate dall'isolamento internazionale e dall'assenza di processi rivoluzionari vittoriosi nei paesi economicamente più sviluppati. Di fronte a una minaccia statunitense, la risposta più efficace non sarebbe limitata all'ambito diplomatico. Sarebbe necessario che la classe operaia innanzitutto dell'America Latina si mobilitasse con i propri metodi: * Campagne di opposizione attiva all'intervento e mobilitazioni di piazza. * Scioperi e azioni di boicottaggio contro il coinvolgimento bellico e per bloccare il rifornimento delle forze imperialiste. * La costruzione di un fronte unico dei lavoratori che unisca le forze di classe cubane, venezuelane, del resto del continente e del mondo contro il comune nemico imperialista. In questa visione, il movimento operaio degli stessi Stati Uniti avrebbe una responsabilità particolare. La tradizione marxista ha sempre attribuito una priorità assoluta alla lotta contro il proprio imperialismo nazionale. Per i lavoratori statunitensi, la parola d'ordine centrale sarebbe dunque quella di contrastare qualsiasi aggressione condotta da Washington, unendo la parola d'ordine “Giù le mani da Cuba e dal Venezuela!” alla lotta interna contro il sistema capitalista. Oltre la difesa: per una prospettiva socialista internazionale Cuba non può essere difesa se la sua rivoluzione resta entro i confini nazionali. Le conquiste della rivoluzione cubana, pur importantissime, sono destinate a incontrare limiti strutturali invalicabili se confinate in una piccola isola soggetta alle costanti pressioni del mercato mondiale. Per questo motivo, la solidarietà con Cuba e con il Venezuela deve accompagnarsi alla costruzione di movimenti rivoluzionari in altri paesi e alla promozione di una prospettiva internazionalista. Solo l'estensione della lotta socialista su scala regionale e globale, abbattendo il dominio del capitale nei centri nevralgici del continente, potrebbe creare le condizioni per superare definitivamente la dipendenza economica, l'isolamento e il ricatto delle grandi potenze. Siamo molto lontani da questo scenario, ma occorre essere consapevoli che l'unico modo di difendere Cuba è dare una prospettiva socialista e internazionalista alla battaglia per la sua difesa.