ELECTROLUX: 1.700 ESUBERI E LA CHIUSURA DI CERRETO D’ESI. RISPONDERE CON UNA LOTTA ORGANIZZATA FUORI DAGLI SCHEMI CONCERTATIVI PERCORSI DALLE BUROCRAZIE SINDACALI E DALLE ISTITUZIONI.
Per il distretto degli elettrodomestici delle Marche non è soltanto una nuova crisi industriale. È la conferma di una lunga parabola discendente che dura da oltre vent’anni anni e che oggi raggiunge uno dei suoi punti più drammatici. L’annuncio di Electrolux di tagliare circa 1.700 posti di lavoro in Italia, pari a quasi il 40% della forza lavoro nazionale, e di chiudere completamente lo stabilimento di Cerreto d’Esi, dove lavorano circa 170 persone, rappresenta uno spartiacque per l’intero comparto manifatturiero italiano. La decisione, comunicata ai sindacati durante il coordinamento nazionale convocato a Marghera, non colpisce soltanto un sito produttivo: mette in discussione il ruolo stesso dell’Italia nella geografia industriale europea del gruppo svedese. L’azienda motiva il piano con la persistente debolezza della domanda europea, l’aumento dei costi produttivi e la crescente pressione competitiva dei produttori asiatici. Una spiegazione che appare coerente con il contesto internazionale ma che, nel territorio fabrianese, viene percepita come l’ennesimo capitolo di una storia già vista perché il problema non nasce oggi. Per decenni l’area compresa tra Fabriano, Cerreto d’Esi e i comuni limitrofi ha rappresentato uno dei principali poli della produzione di elettrodomestici. La crescita era stata trainata dall’esperienza della Merloni, poi diventata Indesit, fino all’acquisizione da parte di Whirlpool. Attorno a quel sistema industriale si era sviluppata una rete capillare di fornitori, aziende meccaniche, imprese di componentistica e servizi. Migliaia di famiglie hanno costruito il proprio benessere grazie a quella filiera. Oggi di quel modello resta poco o niente. Le acquisizioni internazionali, la delocalizzazione delle produzioni a minor valore aggiunto, la competizione dei paesi dell’Est Europa e dell’Asia, l’aumento dei costi energetici e la contrazione dei consumi hanno progressivamente ridotto il peso produttivo del territorio. La chiusura annunciata di Cerreto d’Esi si inserisce dentro questa tendenza. Non è un fulmine a ciel sereno; è l’esito di un processo che per molti era visibile e preannunciato da anni. Un processo imposto dalle multinazionali sponsorizzate dai vari governi di centrodestra e centrosinistra che si sono alternati in questi anni con la “benedizione” delle burocrazie sindacali complici anch’esse e protagoniste di errate valutazioni che di riflesso hanno innescato questi drammi sociali. La vicenda Electrolux richiama inevitabilmente quella di Beko Europe, la nuova realtà nata dall’integrazione delle attività europee di Arçelik e Whirlpool. Anche in quel caso si era partiti da numeri molto pesanti. Le trattative hanno consentito di ridurre il numero degli esuberi inizialmente previsti attraverso uscite volontarie, ammortizzatori sociali e strumenti di accompagnamento. L’accordo è stato sostenuto dal governo di allora e approvato da una larga maggioranza dei lavoratori. I sindacati hanno rappresentato tale vertenza come la dimostrazione che la contrattazione può produrre risultati concreti. Nulla di più falso, sbagliato e dannoso. Per i lavoratori più combattivi e per alcune organizzazioni politiche anticapitaliste con una visione più critica e reale invece, il caso Beko ha evidenziato un altro aspetto: si è trattato soprattutto di gestire il ridimensionamento, non di impedirlo. Una distinzione tutt’altro che marginale perché una cosa è limitare i danni un’altra è salvaguardare integralmente la capacità produttiva e l’occupazione. Il raffronto più delicato e veritiero riguarda probabilmente quello con Elica. L’azienda marchigiana delle cappe aspiranti ha attraversato anni complessi che hanno portato il gruppo dell’ex senatore Casoli a perdere circa 400 posti di lavoro mai più recuperati e la chiusura negli anni degli stabilimenti di Serra San Quirico e ancora una volta a quello di Cerreto d’Esi con l’appoggio e l’assenso delle sigle sindacali confederali. Ma il confronto con quanto accade oggi nel nostro territorio pone una domanda inevitabile: quanto pesa la qualità della strategia industriale rispetto alla semplice gestione delle emergenze occupazionali? Molti economisti sostengono che la sopravvivenza del settore europeo dipenderà sempre più dalla capacità di presidiare segmenti ad alto valore aggiunto. Quando la competizione si sposta esclusivamente sul costo del lavoro, l’Europa parte inevitabilmente svantaggiata rispetto ad altre aree del mondo. Tutto ciò però non deve giustificare ed oscurare il problema delle delocalizzazioni che, nella grande maggioranza, avvengono e passano con l’utilizzo di soldi pubblici e delle tasse pagate dai lavoratori e dalle lavoratrici dipendenti, i quali subiscono anche il danno più oneroso, cioè la perdita del posto di lavoro.
Da qui in poi un altro tema diventa centrale sul quale, ormai, non si può fare più finta di non vedere: il nodo della rappresentanza sindacale. Al piano Electrolux i sindacati hanno reagito proclamando lo stato di agitazione permanente e otto ore di sciopero nazionale. Una risposta che rientra nella tradizione delle relazioni industriali italiane e che appare quasi automatica di fronte a una decisione di questa portata. La domanda che però le avanguardie operaie più combattive si pongono è un’altra: perché si arriva sempre al momento dello sciopero quando le decisioni industriali sono quasi già prese? Negli ultimi anni le organizzazioni sindacali hanno seguito tavoli, confronti ministeriali, procedure di crisi e negoziati complessi in numerose vertenze del settore. Eppure il risultato finale è stato spesso la riduzione degli organici, la chiusura di siti produttivi o il trasferimento delle produzioni. La sensazione diffusa tra una parte dei lavoratori è che la capacità di incidere realmente sulle strategie delle multinazionali sia diventata estremamente limitata. I sindacati respingono questa lettura e ricordano come molte crisi siano state almeno parzialmente contenute grazie agli accordi raggiunti. Tuttavia resta un dato di fatto eloquente e non modificabile: il numero degli occupati nel distretto continua a diminuire grazie agli accordi siglati che progressivamente hanno cambiato e sbilanciato, verso i padroni, i rapporti di forza segnando la deriva delle burocrazie sindacali che negli anni hanno lasciato molto sul piano della lotta e della contrapposizione. Tra i passaggi più contestati vi è il cosiddetto Testo Unico sulla Rappresentanza, sottoscritto nel 2014 da CGIL, CISL, UIL e Confindustria, con l'obiettivo dichiarato di certificare la rappresentatività sindacale e rendere più efficaci gli accordi sottoscritti. Per i firmatari si trattava di una modernizzazione delle relazioni industriali e di uno strumento per dare certezza alle regole della contrattazione. Per numerosi sindacalisti di base e per una parte della sinistra anticapitalista rivoluzionaria, invece, quel sistema ha contribuito a rafforzare il monopolio delle grandi confederazioni e a rendere più difficile la contestazione degli accordi una volta firmati e la netta esclusione delle sigle più combattive e meno pronte a prendere ordini dai vertici aziendali. La critica è nota: la rappresentanza sarebbe stata progressivamente trasformata da strumento di conflitto a strumento di gestione delle decisioni aziendali. Un'accusa pesante che le confederazioni respingono, ma che continua a riemergere ogni volta che una nuova vertenza si conclude con ridimensionamenti occupazionali. Il punto di rottura simbolico resta però il Jobs Act. La riforma del 2015 ha modificato profondamente il sistema delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, limitando il reintegro automatico previsto dall'articolo 18 per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 e introducendo il sistema delle cosiddette tutele crescenti. Per molti lavoratori quella riforma rappresenta il momento in cui il sindacato confederale ha mostrato tutta la propria debolezza. Non perché la base di CGIL, CISL e UIL fosse favorevole al Jobs Act. Le posizioni furono differenti e in alcuni casi apertamente contrarie. La contestazione riguardò piuttosto l'efficacia della mobilitazione. A distanza di oltre dieci anni, una parte consistente del mondo del lavoro continua a chiedersi come sia stato possibile che la più importante modifica dello Statuto dei Lavoratori dagli anni Settanta sia stata approvata senza una stagione di lotta sociale paragonabile a quella che aveva caratterizzato altre battaglie del passato. Nell'immaginario di molti operai marchigiani il confronto è inevitabile. Negli anni Settanta e Ottanta i sindacati erano percepiti come soggetti capaci di bloccare interi comparti produttivi. Oggi vengono spesso percepiti come interlocutori istituzionali chiamati a gestire le conseguenze delle decisioni già assunte, inquadrando le organizzazioni sindacali da difensori dei lavoratori a gestori delle crisi aziendali. CGIL, CISL e UIL sono ancora organizzazioni nate per impedire la perdita dei posti di lavoro oppure sono diventate strutture che negoziano le condizioni migliori possibili quando i posti di lavoro vengono persi? A questa domanda si potrebbe rispondere con una risposta secca ed esaustiva: queste sigle sindacali non sono più credibili agli occhi della storia contemporanea del nostro tempo. Ogni nuova vertenza conclusa con una riduzione degli occupati, e al peggio la chiusura dei siti produttivi, rafforza la percezione di una rappresentanza incapace di incidere sulle grandi scelte industriali. Una percezione che può apparire “ingenerosa”, considerando la forza delle multinazionali e la globalizzazione delle catene produttive ma che non può essere liquidata come semplice propaganda. Perché nelle Marche, come in molte altre aree industriali italiane, esiste ormai una generazione intera che ha visto chiudere fabbriche, ridurre organici e trasferire produzioni senza mai assistere a una vera inversione di tendenza attraverso lotte di classe. E quando la storia si ripete per vent'anni, la domanda non riguarda più soltanto le aziende, riguarda anche chi avrebbe dovuto contrastarle. Proroghe e cassa integrazione sono gli unici obiettivi, utili non per eliminare il danno ma per contenerlo. Il tutto funzionale per l’autotutela di corporazione e di categoria e per fare muro contro chi, legittimamente, cerca di contrastare e far emergere le responsabilità delle burocrazie e dei ruoli sempre occupati dalle stesse persone. Essere un funzionario sindacale ad oggi significa avere la garanzia del “posto fisso” sulla pelle di chi, dalla sera alla mattina, viene messo per strada. La domanda che emerge oggi da Cerreto d’Esi è la stessa che era emersa a Fabriano, a Siena, a Napoli e in molte altre aree industriali del Paese: esiste una strategia nazionale per difendere i settori del mondo del lavoro oppure ci si limita a gestire le conseguenze delle decisioni prese altrove? Per quanto ci riguarda, a noi la risposta appare chiara e purtroppo inconfutabile.
Per le Marche il problema non riguarda soltanto i 170 lavoratori direttamente coinvolti nello stabilimento. Ogni posto perso in una fabbrica genera effetti sull’indotto, sui consumi locali, sul mercato immobiliare e sulla tenuta sociale del territorio. La chiusura di un impianto industriale non è mai un fatto isolato, è un processo che coinvolge intere comunità. Negli ultimi anni il territorio ha già vissuto riduzioni occupazionali, ristrutturazioni, cessioni di attività e processi di delocalizzazione e ogni nuova crisi rende più difficile assorbire quella successiva. Quando una comunità vede susseguirsi crisi industriali sempre più pesanti, è inevitabile che si interroghi sull’utilità degli strumenti tradizionali di tutela e da chi dovrebbero essere dirette. Ormai lo sciopero ad oltranza della produzione, il blocco delle merci in entrata ed uscita, l’occupazione del sito produttivo vengono fatte passare dai burocrati sindacali come momenti di lotta inutili e superati, e al contrario la contrattazione e la concertazione come unici strumenti di opposizione. Quello che noi pensiamo serva invece sono dinamiche di lotta come quelle prima citate per costruire le basi per l’innalzamento dello scontro in risposta all’aggressione in atto, con l’utilizzo degli strumenti che riportino al centro anche la questione della lotta di classe. Coscienze che possano prendere distanze nette dai sindaci del territorio e le istituzioni che sfilano davanti ai cancelli e rilasciano dichiarazioni promettendo chissà quali battaglie effimere e solo di rappresentanza. Una volta finito tutto, di tali figure rimarrà solo il ricordo illusorio e strumentale.
La vicenda Electrolux dimostra ancora una volta i limiti di un modello economico in cui il destino di intere comunità viene subordinato alle decisioni di grandi gruppi industriali e finanziari con a braccetto le organizzazioni confederali. A Cerreto d'Esi, come prima a Fabriano, e in molte altre realtà industriali, migliaia di lavoratori scoprono che anni di sacrifici, aumenti di produttività e disponibilità a sottoscrivere accordi sempre più onerosi non garantiscono alcuna sicurezza occupazionale. Quando il profitto diminuisce o si aprono opportunità più convenienti altrove, gli stabilimenti chiudono e i territori vengono abbandonati. È una dinamica che alimenta una domanda politica sempre più radicale: fino a quando il lavoro dovrà dipendere dalle scelte di proprietà che non rispondono ai lavoratori né alle comunità locali? La crisi degli elettrodomestici nelle Marche non appare soltanto come il fallimento di una strategia industriale. Per molti rappresenta il fallimento di un intero modello di relazioni sociali fondato sulla convinzione che gli interessi del capitale e quelli del lavoro possano essere conciliati indefinitamente. Gli ultimi decenni raccontano una storia diversa. Le delocalizzazioni, gli esuberi, la precarizzazione del lavoro e l'indebolimento delle tutele hanno progressivamente modificato i rapporti di forza a favore delle imprese e della finanza. In questo contesto torna al centro il tema della coscienza di classe. Consapevolezza che, per decenni, ha rappresentato il motore delle più importanti conquiste sociali e sindacali del Novecento. Per chi si colloca nella tradizione socialista e rivoluzionaria, la risposta non può limitarsi alla gestione delle crisi o alla contrattazione degli esuberi. La questione dovrebbe portare a fare ragionamenti sul tema del controllo stesso della produzione. Le aziende che ricevono sostegno pubblico, utilizzano infrastrutture collettive e determinano il destino economico di interi territori, dovrebbero essere sottratte alla logica della pura redditività privata e poste sotto controllo pubblico e democratico, cioè nazionalizzate e poste sotto il controllo operaio. Un percorso di certo non favorito dall’attuale sistema politico ed economico che viviamo quotidianamente, ma che potrebbe comunque essere messo in discussione e ribaltato con prospettive e basi rivoluzionarie. All’attacco capitalista al mondo del lavoro l’unica risposta può essere quella della costruzione di un fronte unico di lotta unitario e generalizzato capace di unire tutte le maggiori vertenze in un'unica grande mobilitazione di massa operaia.
Le ultime notizie dell’incontro avvenuto in queste ore parlano di una sorta di “tregua” tra azienda e lavoratori, una sorta di pace armata fino alla riapertura del prossimo tavolo che comunque fa pensare a un momento di calma prima della ripresa della tempesta. Un tratto di tempo probabilmente usato dai vertici aziendali ed avallato dal governo che porterà ad un indebolimento progressivo e allo sfinimento di tutta la forza lavoro. L’apprezzamento critico dei sindacati contribuirà pesantemente a segnare in negativo la vertenza. A Cerreto d'Esi non verrà probabilmente chiusa soltanto una fabbrica ma verrà dato un colpo pesante che metterà a dura prova la tenuta del tessuto sociale. Esiste un altro modello di sviluppo sociale e politico possibile che possa dare una risposta che delinei una prospettiva differente? É una domanda sulla quale noi strutturiamo quotidianamente il nostro impegno politico. È una domanda però che il territorio marchigiano continuerà a porsi ben oltre la vicenda Electrolux, sulla quale sarà necessario costruire una reale e concreta risposta di massa e di classe.
Mauro Goldoni