Il (finto) silenzio che spiazza un mondo in attesa – Contributo esterno di Ingmar Potenza (un compagno dalla Cina) -
Quando le prime due economie nazionali al mondo si incontrano, hanno tutti gli occhi puntati addosso inevitabilmente. Eppure, al di là della propaganda di regime del cosiddetto Occidente, ben poco emerge oltre al fatto stesso che l’incontro sia avvenuto, come se questo fosse già un grande risultato. Per quanto si cerchi qualcosa di concreto, qualche accordo commerciale di rilievo, qualcosa sul piano diplomatico, sembrerebbe che l’ospite sia ripartito a mani vuote. Come sembrerebbe non esserci stati proclami in linea con il livello della delegazione statunitense, che si presenta a Pechino con buona parte del governo e un folto gruppo di affaristi di alto calibro. Va detto comunque che tutti gli oligarchi in passerella sono già di casa a Pechino, con cui fanno affari da decenni, per cui non è che portino nulla di nuovo al tavolo. Possiedono da queste parti fabbriche e uffici, fornitori e dipendenti, e da almeno 40 anni hanno leggi scritte a proprio favore. Perché sì, per chi non ne fosse a conoscenza, lo “statuto dei lavoratori” cinese non si applica del tutto ai lavoratori stranieri, e soprattutto alle aziende straniere, sin dall’apertura del compagno Deng. Proprio le aziende statunitensi si opposero a determinate misure e salvaguardie, ottenendo velocemente esenzioni specifiche in cambio dei soliti agognati “investimenti”. Sulla pelle dei lavoratori, come sempre. Ma non divaghiamo, torniamo all’evento diplomatico dell’anno. Le uniche parti che sono date sapere sono di protocollo: un rituale non di massimo livello, una sedia dai significati sottili e subdoli, il linguaggio del corpo, complimenti melliflui profusi da una parte e ammonizioni tutt’altro che velate dall’altra, ma che diventano note di colore. Visita che non rispetta neanche la durata originale, ma viene ridotta nel finale. Per capirne di più bisogna probabilmente guardare anche all’immediato seguito: Putin arriva a Pechino per la venticinquesima volta. I toni di questa visita ormai consueta, quasi una tappa annuale come un Sanremo qualunque, sono ben più roboanti. L’organo ufficiale di divulgazione in lingua inglese del Partito – CPC Works – che nei giorni precedenti aveva tenuto un profilo appena sopra il regolare in quanto a produzione, all’improvviso snocciola comunicati a ripetizione, e ben più articolati, con una quantità notevole di dettagli su tutti gli accordi, commerciali e diplomatici, sottoscritti da Mosca e Pechino, che siano nuovi o riconfermati. E a distanza di settimane ormai, questa produzione continua di sviluppi diplomatici con qualsiasi paese non accenna a fermarsi. Le conclusioni politiche dell’idillio con Putin sono, a differenza di quanto timidamente accennato alla presenza di Trump, di grande rilievo: mondo multipolare – leggi imperialismo condiviso, non monopolistico – e rispetto del diritto internazionale! Che già detto da chi arma gruppi “mercenari” di matrice nazista in giro per il mondo è quantomeno ironico. Se poi si andasse a considerare qualche dettaglio sulla condotta diplomatica di entrambi i dichiaranti, pure meglio: due dei cinque paesi con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che si astengono durante la votazione della risoluzione criminale sulla Palestina appena pochi mesi fa. Paesi che non hanno minimamente cambiato rapporti diplomatici e commerciali con Israele in questi anni. Paesi, infine, che sostengono attivamente, tramite commercio e finanza, gli stessi Stati Uniti che fingono di bacchettare e opporre, per la gioia di tutti i campisti di qualsiasi lingua impegnati a sostenere questi baluardi dell’anti-imperialismo… perché è la contraddizione principale, perché hanno la bandiera rossa quindi sono comunisti (o non ce l’hanno più, ma dentro, in fondo, nell’anima, lo sono ancora), e altre baggianate tipiche dei dediti al culto della personalità invece che all’analisi della realtà. Sullo sfondo intanto rimane la questione iraniana, come un non-detto, mentre la questione taiwanese sbandierata senza troppi complimenti da Xi genera imbarazzo, e viene sbrigativamente spinta da parte. Anche questo sembra inusuale a prima vista: un tema che si presterebbe facilmente alla comunicazione sbruffona del capo del marketing statunitense viene silenziato, letteralmente. Oltretutto un punto fondamentale nell’agenda politica ‘Project 2025’ e suoi derivati, che sono la sovrastruttura politica che muove i fili di Trump.
La prima chiave di lettura di un quadro complesso
Per cercare di sbrogliare un po’ questa matassa, insidiosa perché fatta più da silenzi che da prese di posizione, il primo spunto di riflessione a mio parere valido lo da Richard Medhurst, giornalista britannico indipendente. In un articolo dettagliato e preciso (ma dalle conclusioni opinabili, sia chiaro) pubblicato nel suo Substack, Medhurst descrive come l’imperialismo statunitense stia mutando gradualmente – ma accelerando negli ultimi mesi – da occupatore globale terrestre a super potenza navale. In quella che suona come una sorprendente eco dell’origine dell’imperialismo moderno europeo, una effettiva forma di pirateria della marina statunitense prende il controllo di tutte le rotte commerciali marine, specialmente in relazione all’energia, attuando veri e propri furti dei carichi di idrocarburi operati in acque internazionali. I risultati sono già evidenti: gli Stati Uniti controllano oggi il mercato del petrolio e del gas naturale, avendo forzato i flussi verso le proprie raffinerie interne, e bloccato quelle dei concorrenti principali. La centralità dell’Asia Occidentale per questo mercato decade. Si tratta di un cambiamento epocale negli equilibri economici e finanziari globali, e di una riscrittura delle regole di coesistenza del capitalismo. Passiamo dall’epoca post-bellica del libero commercio (per i paesi coloniali), a quella del racket mafioso (o capitalista, che poi è lo stesso) di un solo attore a viso aperto. Gli echi delle pratiche delle Compagnie delle Indie – di mezza Europa, non solo britanniche – sono evidenti: un Giappone del tutto chiuso su se stesso forzato a interagire con il mondo esterno; le guerre dell’oppio in Cina che devastano il sub-continente e inaugurano un secolo di “umiliazioni”, vale a dire di colonizzazione; il saccheggio senza fine dell’India che finanzia la rivoluzione industriale in Gran Bretagna. La lista è molto più lunga, ci limitiamo a questi pochi esempi per focalizzarci sui metodi sempre uguali: strozzare l’economia locale tramite il controllo delle rotte navali o con blocchi in piena regola fino alla capitolazione, invadere militarmente quando le strutture di potere sono pronte a concedere. La Cina del 18esimo secolo era solida e autonoma, produceva abbondantemente e non necessitava strettamente del commercio con l’esterno per coprire i consumi interni. Di conseguenza, la bilancia commerciale pendeva decisamente a proprio favore, esattamente come oggi, con i partner commerciali costretti ad acquistare beni pagando in argento, senza potere dal canto loro vendere nulla di rilevante. Le mosse dei pirati europei che ne conseguirono, con l’introduzione destabilizzante dell’oppio in enormi quantità, non furono comprese in tempo e portarono a un crollo tanto veloce quanto violento. I pirati odierni, sempre di matrice europea, seppure oggi si imbarchino dalle coste americane della colonia su cui si modella Israele, hanno cambiato l’oppio con il petrolio e il gas (in questo caso specifico), ma le dinamiche sono le stesse. La Cina, che dipende quasi interamente da partner esterni per le proprie forniture energetiche, si trova ad affrontare una strozzatura evidente, tramite la forzata riduzione della propria capacità produttiva a causa dei costi gonfiati ad arte.
E se così non fosse in realtà? Se la storia avesse, per una volta, insegnato delle lezioni?
La Cina sta affrontando una crisi economica interna prolungata, iniziata almeno nel 2018, che oggi è diventata innegabile. I livelli di disoccupazione continuano ad aumentare, la stabilità delle piccole e piccolissime imprese è un ricordo lontano, il tessuto economico della classe media si sta sgretolando. Buona parte del problema, sul piano interno, viene dalla bolla speculativa edilizia che, per quanto sia stata soggetta a una esplosione guidata e controllata, ha avuto gravi effetti. La conseguenza ovvia è stata l‘aumento dell’insicurezza verso il mercato degli individui, che si sono rifugiati ancora una volta in dinamiche di accumulo, ma ancora più dannose e limitanti della speculazione edilizia che ha dominato gli ultimi decenni. Da qui il malcontento del governo davanti ai risultati strabilianti della bilancia commerciale per il 2025, che ha registrato un avanzo di quasi mille e duecento miliardi di dollari. Questi flussi di denaro quindi entrano nel Paese, ma appare evidente che si blocchino appena incassati, ben fermi nelle tasche di quella borghesia che ha visto bruciarsi capitali nei ciechi investimenti edilizi. Di conseguenza la Cina necessita di una scossa che forzi questi capitali a rientrare nel mercato, prima di tutto verso l’esterno, per poi alimentare a stretto giro quello interno ancora da sviluppare, che da almeno 15 anni è il tema di interesse principale delle pianificazioni economiche del governo, e su cui continua a registrare sonori fallimenti. I costi dell’energia gonfiati, di pari passo a una domanda che torni in crescita negli Stati Uniti, primo partner commerciale cinese, potrebbero costringere i buoni commercianti locali ad aprire i cordoni delle borse e ripartire. Diversamente dall’oppio di cui sopra, seppure ancora più devastante sotto molti aspetti, l’energia è un prodotto commerciale “virtuoso”, che si presta a una trasformazione commerciale positiva capace di alimentare altri flussi di prodotti ben diversi. A questo punterebbe quindi la strategia cinese che fa tesoro delle sconfitte degli imperatori Manchu: commercio come mutuo beneficio, non a senso unico. E questo è un aspetto fondamentale da tenere in considerazione quando si parla della Cina in particolare, e di diverse culture del sud-est asiatico nella sua sfera di influenza storica in generale. Nella cultura cinese, il mercantilismo della dottrina confuciana è di origine collaborativa rurale. Le comunità, legate a un tipo di agricoltura più collettivistica di quelle europee, pur cercando il proprio vantaggio nello scambio, fino a banali truffe e ruberie innate degli scambi commerciali, sono comunque avverse a pratiche assolute che portino all’annientamento della controparte, che sia cliente, fornitore o concorrente. Tale controparte rimane una possibile fonte di guadagno innanzitutto, quindi la sopraffazione violenta è logicamente controproducente nel medio e lungo termine, per quanto possa magari tornare utile nell’immediato. Gli esempi storici non mancano a dimostrare come, in particolare il gruppo etnico dominante Han, sia stato, e sia tutt’ora, più valido e attivo nel produrre commercianti che guerrieri. Tornando alla situazione odierna quindi, l’idea che la Cina non sia così avversa ad accettare il controllo energetico statunitense è affascinante, anche perché eviterebbe un ulteriore bagno di sangue. Non che sia una questione centrale per alcuno, considerato come quelli già in atto non intacchino il corso politico cinese, ma è pur sempre una medaglia luccicante da farsi appuntare al petto gratuitamente da ogni categoria di stolti ammiratori.
L’analisi marxista dei rapporti tra nazioni
E qui arriviamo a un’altra chiave di lettura, questa mutuata da Bordiga, il quale sosteneva oltre un secolo fa che la guerra, nel contesto capitalista, è un accordo tra borghesie nazionali. Quando la crisi economica diventa difficile da superare, come ben sappiamo, la guerra si affaccia all’orizzonte come sbocco apparentemente naturale. Il punto è che questa non sia una questione di competizione tra borghesie nazionali che si contendono mercati, ma una forma di investimento comune che porta svariati benefici a tutti i mercati coinvolti, che ovviamente include la redistribuzione delle aree geografiche di influenza, ma solo come prodotto del tutto secondario. Il prodotto principale della guerra è piuttosto eliminare – anche e soprattutto fisicamente – classe lavoratrice in eccesso e in stato di agitazione, anche solo potenziale, o comunque estendere il controllo violento su di essa. Questo è il compito fondamentale del capitalismo, non dimentichiamolo. Che sia attuato in maniera consapevole o meno dai vari governanti è del tutto irrilevante, è nella natura stessa del loro ruolo. In seconda istanza viene poi l’investire enormemente in merci altamente volatili quali sono gli armamenti, e via andando. Quindi torniamo a guardare alla quiete seguita al grande incontro Cina – Stati Uniti, e alle dichiarazioni ben più rumorose del successivo incontro Cina – Russia, o anche Cina – Chiunque-Altro-della-Lunga-Fila-di-Questuanti. L’accordo per fare la guerra globale non si è trovato, che non vuol dire che la Cina si oppone alla guerra di altri, ma solo che non si farà coinvolgere attivamente. Nonostante gli sforzi innegabili da parte americana per alimentarla, la classe dominante cinese – e per quello che conta quella russa in questo specifico contesto, in cui è subordinata al “partner” cinese – ha rifiutato questo percorso di risoluzione della crisi economica, spingendosi a dichiararlo apertamente, seppure i filtri di giornalisti e analisti abbiano fatto di tutto per mascherare e depotenziare il messaggio. La Cina non muoverà un dito (armato) per i propri partner commerciali sul fronte energetico, perché il proprio interesse sta nel benessere a lungo termine del proprio miglior cliente, che come abbiamo visto passa dal controllo del mercato dell’energia. Inoltre l’Europa che sprofonda nell’irrilevanza economica e politica è di relativa importanza per entrambi gli attori principali del mercato, anzi semmai è un risultato positivo. Del resto è già stata spazzata via più volte negli ultimi secoli, ed è sempre stato un ottimo affare per i capitalisti. Tutto ciò perché la Cina, come piace ripetere a tutti gli analisti borghesi che la idolatrano – inclusi i campisti – pensa sempre al lungo termine, al programma pianificato a tappe forzate. Mentre ci tiene sempre a rimarcare di essere “la seconda economia mondiale” – non la prima, non ancora – e di essere ancora un paese generalmente povero e in via di sviluppo (!!!), sa anche che il sorpasso, nelle condizioni odierne, è solo questione di tempo, e non ha davvero a cuore che avvenga. Non potrebbe essere altrimenti per chi segue pedissequamente la dottrina mercantilista confuciana di produrre per gli altri per il mutuo beneficio e sviluppo, del resto. Velocizzare il sistema in modo caotico, come inevitabilmente avviene quando si imbracciano le armi, sarebbe quindi in contraddizione con l’attento controllo cadenzato e moderato di tale dottrina. Con buona pace di chi attribuisce a Pechino logiche dettate da spirito umanitario da dittatura del proletariato.