Una Germania polarizzata

Die Linke vince per la prima a Berlino, l’AfD arriva in testa alle elezioni in Sassonia Anhalt e Mecklenburg Vorpommern e il governo Merz si ritrova sempre più in crisi. Queste settimane anche in Italia si è raccontato di una “Germania definitivamente scossa” sul piano politico. Spesso però nei telegiornali italiani si assiste ad analisi schematiche e poco scientifiche che non riescono a spiegare una situazione non semplice, perché incapaci di approfondire le cause dell’attuale polarizzazione della Germania. Prima di tutto bisogna ricordarsi che non ci sono soltanto i successi dell’AFD, ma che esiste anche una buona parte dei giovani tedeschi che guarda sempre di più nella direzione di una sinistra in fase di cambiamento. Basta osservare la crescente presenza di giovani gruppi rossi in tutta la Germania – che stanno prendendo il sopravvento sul classico antifascismo autonomo tedesco degli anni 90 e 2000 – oppure le nuove generazioni che entrano in sindacati o partiti portando al loro interno posizioni piú conflittuali. È chiaro che l’ascesa dell’estrema destra e l’afflusso nei movimenti sociali hanno purtroppo due pesi molto diversi, ma anche a sinistra in Germania l’aria sta cambiando ed è giusto ricordarlo. Solo in questa settimana c‘è stata la „Automobilaktionstag“ (Giornata di azione automobilistica) dei lavoratori e lavoratrici del settore automobilistico: lunedì 21 settembre più di 175.000 lavoratori e lavoratrici hanno portato la loro rabbia nelle strade contro i “piani di produttività” previsti dai colossi automobilistici tedeschi; oggi, 25 settembre, è previsto lo sciopero studentesco nazionale contro la leva militare obbligatoria e domani, 26 settembre, la mobilitazione nazionale contro le riforme pianificate dal governo Merz per questo autunno. Le mobilitazioni sono una risposta diretta a uno Stato che cerca palesemente di salvare un capitalismo tedesco in stagnazione colpendo ancora più drasticamente la classe lavoratrice, gli studenti, gli attivisti e chiunque possa essere considerato un peso per una Germania ormai vulnerabile.

Ma facciamo un passo indietro e puntiamo un secondo i fari sull’ economia tedesca che soprattutto in questi ultimi quattro anni sta passando un periodo anomalo se paragonato agli anni precedenti, specialmente quelli dal 2010 fino al 2017. Negli ultimi tre anni, il PIL tedesco ha registrato una crescita negativa per due anni consecutivi (2023 e 2024) per poi tornare a crescere soltanto dello 0,2% nel 2025. Anche qui bisogna chiedersi il perché. E la risposta la troviamo soprattutto negli elevati costi energetici di oggi (prima del 2022 gran parte del gas naturale e petrolio era importato dalla Russia a costi più bassi), nella concorrenza enorme da parte della Cina e nel fatto che, per molti investitori, la Germania ha perso di attrattività a causa di alcuni settori della sua industria che non hanno investito abbastanza rapidamente nella digitalizzazione, nelle nuove tecnologie e nei nuovi modelli di business, non riuscendo di conseguenza ad aumentare sufficientemente la propria produttività. In questo momento la mutata situazione economica e l’incertezza anche politica in Germania sono due fattori che la rendono un luogo di fatto meno attraente per un capitale che ha bisogno di tenere bassi i costi di produzione e alti i profitti ricavati dal commercio. Soprattutto per quanto riguarda i due mercati prima fondamentali per “il modello di export tedesco”, ovvero Cina e USA, il declino è evidente. La Cina da anni si è trasformata da importatrice di prodotti tedeschi a vera e propria concorrente che cerca di guadagnare quote di mercato. Dall’altra parte ci sono i dazi statunitensi nei confronti dell’Unione europea che hanno alterato le dinamiche commerciali tra le due aree, riducendo la competitività delle esportazioni europee nel mercato statunitense. Nel primo trimestre del 2026, le esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti sono state inferiori del 12,1% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente; per quanto riguarda le automobili e i loro componenti, il calo ha raggiunto addirittura il 28,4%. Per cercare di mantenere la produttività c’è stato un taglio drastico dei posti di lavoro nell’industria tedesca negli ultimi due anni, soprattutto nel settore automobilistico. Solo nel 2025 l'industria tedesca ha visto una perdita di 177.000 posti di lavoro.

Come afferma il cancelliere tedesco Friedrich Merz, lo Stato tedesco agisce per “riportare in avanti la Germania”. Tradotto significa che si cerca di abbassare i costi di produzione per rendere di nuovo la Germania un luogo dove vale la pena investire, dove i profitti non siano a rischio. Bisogna ricordarsi che il lavoratore tedesco attualmente è tra i più cari al mondo è questo lo si deve anche alle conquiste storiche della classe lavoratrice che tutelano chi dipende dal salario, almeno fino a un certo punto. Ed è proprio qui che il governo tedesco sta aprendo un “nuovo” fronte. Per la verità, nemmeno tanto nuovo, perché sono anni che i vari governi tedeschi approvano leggi che mettono ulteriormente in difficoltà chi già è colpito da precarietà economica. Ma dall’ anno scorso l’attacco da parte del governo nei confronti della classe lavoratrice per salvare questa macchina arrugginita è stato ancora più drastico. Un esempio è la nuova “Grundsicherung” , un sostegno minimo garantito dallo Stato per chi non riesce a mantenersi con le proprie risorse, da molti anni (in diverse forme) esistente in Germania, che però ora prevede per la prima volta un eventuale annullamento dei servizi in caso di un reinserimento tardivo nel mercato di lavoro. Questo autunno è previsto un pacchetto di riforme che i sindacati tedeschi definiscono il più grande attacco allo stato sociale dall'agenda 2010, passato col governo Schröder (SPD). Sono previsti tagli alla sanità pubblica e alla pensione, nel settore della cura e un impoverimento importante delle tutele sul posto di lavoro. Tutto viene giustificato dalla “non-sostenibilità” dello stato sociale che secondo il governo ha bisogno di essere rivisto. Questa retorica viene diffusa mentre lo stato tedesco sta investendo miliardi nel settore bellico. Precisamente, si tratta di un aumento del 108% delle spese e investimenti in questo settore da parte dello stato tedesco soltanto negli ultimi 6 anni. Nel frattempo in Germania due famiglie (Schwarz – Lidl, Kaufland; Boehringer/von Baumbach, proprietaria della farmaceutica privata Boehringer Ingelheim) possiedono una cifra superiore alla ricchezza dell’intero 50% meno abbiente della popolazione tedesca. L’1% piú ricco possiede quasi quindici volte tanto quanto la metà più povera del paese. Il 17% della popolazione tedesca si trova a rischio di povertà e, aggiungendo anche il parametro dell’esclusione sociale, in Germania un bambino su cinque è a rischio di esclusione sociale a causa di precarietà economica familiare. Da anni, anche per quanto riguarda l'area fiscale, le fasce più ricche della popolazione sono favorite, mentre il “cuscinetto sociale” per chi ne ha bisogno è messo a dura prova. Un esempio tra tanti è il fatto che dal 1° gennaio 1997, l’imposta sul patrimonio non viene più riscossa. La Corte costituzionale federale tedesca aveva stabilito nel 1995 che il modo in cui veniva applicata era incostituzionale, perché i diversi tipi di patrimonio – in particolare gli immobili e il patrimonio finanziario – venivano valutati in modo diverso. Da allora non è stata introdotta una nuova imposta sul patrimonio. Ovviamente, la tassazione dei grandi patrimoni era ridicolmente bassa ma in ogni caso l‘abolizione di questa legge sul piano pratico è emblematica di una politica che si piega davanti alla borghesia tedesca, e non soltanto da ieri.

La giusta insoddisfazione e la rabbia di una gran parte della popolazione tedesca crea così anche un terreno fertile per forze reazionarie, come l’AfD, anche in mancanza di una vera rappresentanza per la classe lavoratrice a livello parlamentare. È vero che al momento si sta formando un’ala piú socialista dentro Die Linke, ma questo partito, per quanto riguarda la linea nazionale e i vertici, non è una forza politica capace di fronteggiare l'ascesa della destra nel Paese proprio perché non si oppone radicalmente alle cause che hanno portato sempre più precarietà economica e sociale nel Paese, limitandosi troppo spesso soltanto a condannare l’Alternative für Deutschland e andando a braccetto con i grandi partiti del centro e centro-sinistra dentro la cosiddetta “Brandmauer”, un’alleanza dei grandi partiti democratici uniti in chiave anti-AfD. Purtroppo, dentro il partito, l’ala che segue una linea politica non abbastanza conflittuale è ancora in maggioranza e così viene offerto spazio politico all‘AfD, che può presentarsi come forza anti-establishment. Non è un caso che ampie parti della classe lavoratrice alle elezioni in Sassonia-Anhalt hanno dato il proprio voto al partito di estrema destra. Si tratta di un trend comune in tutta la Germania, anche perché i partiti moderati di sinistra vengono giustamente percepiti come parte dell’establishment contro il quale si vota. Questo conferma che l’unico modo per vincere contro la destra e riguadagnare le masse legittimamente insoddisfatte e arrabbiate è di seguire una linea politica conflittuale, in opposizione non solo con la destra ma con tutto l‘apparato politico degli ultimi decenni che ha portato in questo caso la Germania in una situazione economica e sociale molto più precaria. E qui arriviamo alle elezioni di Berlino della domenica scorsa. Perché nella capitale tedesca Die Linke è riuscita a vincere le elezioni per la prima volta? Un motivo è la composizione comunale e regionale del partito che a Berlino permette una linea più conflittuale e così più rappresentativa delle masse popolari della città. La crescente precarietà economico-sociale e la questione abitativa erano le due tematiche principali della campagna elettorale di Die Linke. È chiaro che in una città strangolata dai prezzi folli delle abitazioni, il programma elettorale di Elif Eralp, che prevede espropriazioni di grandi proprietà immobiliari privati, può funzionare: perché l'unica risposta possibile alle problematiche create dalle politiche (neo-)liberali é quella socialista, in grado di ostacolare un mercato che porta inevitabilmente a crisi, in questo caso a quella abitativa. Nello specifico, Il programma di Die Linke prevede di trasferire gli appartamenti delle grandi società immobiliari (quelle con oltre 3.000 alloggi a Berlino) a un ente pubblico/collettivo. Gli inquilini rimarrebbero nelle loro case, ma gli appartamenti verrebbero gestiti con l’obiettivo di mantenere affitti accessibili, invece di massimizzare il profitto da parte dei proprietari privati. Tra i principali gruppi interessati ci sono grandi operatori come Deutsche Wohnen/Vonovia. Si parla di circa 200.000–220.000 abitazioni. La Linke fa riferimento con la sua proposta al referendum del 2021 di Berlino, in cui il 59,1% dei votanti si espresse a favore della socializzazione dei grandi patrimoni immobiliari. Questa misura prevista dal programma elettorale, come anche le mense di quartiere e il cosiddetto “Sozialticket” per i mezzi di trasporto, ci mostrano come con parole d‘ordine di stampo socialista si possono vincere delle elezioni. Chiaro che die Linke non è un partito rivoluzionario, ma la sua ala più conflittuale e rappresentante delle masse popolari, sta cercando in questo caso di portare una città molto più a sinistra. Le prossime settimane ci diranno se il partito sarà cederà alle pressioni di CDU, SPD e Verdi oppure se riuscirà finalmente a dettare una sua linea.

Sarà interessante soprattutto vedere come si evolverà il movimento a sinistra in Germania. Questo sabato, 26 settembre, la sinistra tedesca scenderà per le strade protestando contro i previsti tagli allo stato sociale. Dalla militanza anticapitalista e rivoluzionaria alla sinistra riformista, un forte movimento di piazza occuperà quindici grandi città. Si spera che queste mobilitazioni contribuiscano a far comprendere definitivamente alla classe lavoratrice tedesca l’importanza della lotta e della partecipazione collettiva, indirizzandola nella direzione di una conflittualità reale, l‘unico modo di garantire nel futuro prossimo una società più libera e solidale.