Crescere erbacce, custodire la fiamma, avvampare l'incendio
Questo pezzo è particolarmente dedicato a M. e G. (e alla loro prole), che mi hanno invitato con loro alla conferenza di presentazione di Nessun Rimorso Reloaded. Vi ringrazio gente, perché è in piccole situazioni tranquille così che si impara e ci si porta poi dietro, in quelle tese, cosa vuol dire partire e tornare assieme.
Sono passati 25 anni dai giorni del G8 di Genova in cui, per la prima volta nel XXI secolo, il blocco atlantico ha spezzato una mobilitazione popolare con pieno sfoggio di tutto il suo arsenale ultratecnologico e primordialmente sanguinario; fra chi, quel giorno, c'era e ha perso, ancora cinque lustri dopo, persistono certi soloni affranti di lacrime di coccodrillo, intenti a distribuire patentini per decretare chi ha giocato pulito e chi ha rovinato tutto, o viceversa chi era lì solo a passeggiare le passerelle e chi invece era maschiamente disposto a usare a ogni mezzo necessario. Soloni, al maschile, e, poco sorprendentemente, col culone al caldo sullo scranno dell'intervista con la stampa mainstream, o della scrivania segreta da cui dispensare controinformazione.
Sarà che i soloni mi hanno già rotto le scatole con le loro salmodie susseguite agli sgomberi del Leoncavallo e dell'Askatasuna; sarà che, seppur maschio, sono abbastanza frocio e matto da sentire di avere molto più da spartire con altrx compagnx frocix e mattx; sarà che sono almento cinque anni, da quando ho rimesso assieme i fatti del luglio 2001, che mi sale il groppo alla gola ogni volta che passo per Genova con il treno verso la Toscana, nella mia vacanza annuale con le amicizie toscane. Sarà quel che vi pare, ma io non ci sto a lasciare la memoria della generazione No Global a capetti e pap(p)oni che vivono come vampiri rimuginando meriti svaporati e forse nemmeno propri in partenza, capetti e pap(p)oni affatto diversi dai vampiri che si arroccano e infeudano nell'accademia dello Stato e del padronato.
Il 19 luglio, al corteo nazionale in ricordo del G8, io c'ero; sono arrivato a Genova con altru compagnu milanesi provenienti da varie frange e settori, ho incrociato con ammirazione delegazioni di altre città (ivi compresa la mia amata ex-GKN), ho sfilato col cuore in gola sotto le scuole Diaz e lungo via Tolemaide fino a piazza De Ferrari... ho pregato sul cippo per Carlo Giuliani in piazza Alimonda e vi ho lasciato sopra un dado a sei facce poggiato sul 6, un dado a sei facce che mi ero ritrovato in tasca per caso mesi e mesi fa e ora, a suo modo, là nel lugo più sacro di Genova, ora rappresenta il cifrario “161”, lo stesso cifrario che appare pure nel CAP del mio quartiere.
Ora quel groppo alla mia gola è diventato un passaggio del testimone, quel “fuoco d'amore che avampa nel cuore di chi porta avanti la lotta”, un fuoco che ci sta motivando a migliaia, ora che lo Stato ha ammazzato il facchino Abderrahim Fakir e in suo nome, forse, finalmente, riusciremo a ravvivare la grande marea già smossa lo scorso anno dagli scioperi generali per Gaza.
Deviazione velocissima: PORCODDUE, quell'uomo si chiamava Abderrhaim di nome proprio e Fakir di cognome. Smettetela di fare finta di non capirlo e scrivere gli striscioni a cazzo, con il solo cognome “Fakir” o con “Fakir Abderrahjm” (la lettera j piazzata così non significa un cazzo, PORCODDUE), solo perché siete troppo razzist* dentro per scomodarvi a imparare l'onomastica arabofona. Merde opportuniste.
Io non ci sto, a lasciar fare chi vuole intestarsi il No Global come un successo personale che è andato irrimedabilmente perduto, sempre per colpa d'altri. Non ci sto al disfattismo frignone di chi afferma che dopo Genova sia andato tutto perduto. Se a ventisei anni mi sono dato una svegliata e ho preso posizione, è perché dopo Genova ci sono state le mobilitazioni contro la guerra e per i beni comuni, l'Onda Anomala e Occupy Wall Street, e sì, certamente, la fase di stanca precedente alla mazzata della quarantena pandemica, ma ora la Guerra Globale è qui e dobbiamo combatterla nell'ottica di vincere; dobbiamo mettere in campo tutto ciò che hanno elaborato i sindacati della logistica e le cooperative agricole e manifatturiere, le lotte indigene dal Chiapas all'Amazzonia fino al Kurdistan, le collettive di autodifesa separata per genere e di mutuo-aiuto finocchio e disabile, e chi più ne trova più ne metta graziemille. Perché il patrimonio di pratiche e risorse c'è, è plurisecolare e multilingue e in costante aggiornamento da Minneapolis a Mosca; serve il coraggio di prenderlo e applicarlo, nella diversità di tecniche e nella cooperazione reciproca fra classi oppresse. Il coraggio che ebbe chi, in via Tolemaide, osò resistere e respingere gli scherani del padronato, ivi compreso quel compagno di nome Carlo.
Ed eccovi, quindi, una mia poesia da leggere alle vostre proli, “a scuola e nei racconti che disegnano le sere”.
Notte prima del pellegrinaggio
18 luglio 2026, 22:44
È puerile, ne sono certo, ammantare di eroismo e mito città, persone, eventi di lutto ma non è forse il puerile, il sogno fanciullesco, la parte più bella, più onesta di quella strana bestia ch'è la creatura umana?
Per cui, va bene, ben vengano i miti e gli eroi Genova repubblicana in rivolta e l'odio per la mattanza digotta e cosa importa, se il mito fosse troppo bello, troppo largo?
Eroi, lo diventiamo nel ricordo di Carlo.
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... siete ancora qui?
Oh sono contento, perché c'è il seguito. Ne ho scritta un'altra il giorno dopo l'anniversario, grazie a delle bellissime chiacchiere con una compagna tolkienista come me, per rispondere alla pervicace ostinatezza dei neofascisti nostrani a rivendicarsi come cosa propria il Legendrium della Terra di Mezzo; l'ho scritta proprio ora, perché non ero mai stato prima a Genova, e appena sono entrato nel centro storico è montatata potente la sensazione di trovarmi in una Minas Tirith costiera, e ho constatano quanto fosse esteticamente molto appropriato che l'ultima battaglia campale della scorsa guerra si sia combattuta proprio lì, e che noi orde di orchetti lanciati all'assedio siamo stati macellati dalle legioni gondoriane già schierate in vantaggiosissima posizione difensiva (sì potremmo parlare per ore della possibile metaforizzazione degli orchetti tolkieniani come classi operaie sobillate contro l'ordine costituito dall'ingannatore Sauron/Lenin, ma non adesso). Sia per le suggestioni tolkieniane sia per certe scelti lessicali della prossima poesia, tanti tanti ringraziamenti vanno a Filomena “Filo” Sottile, che da due anni è e resta una delle mie letterate viventi preferite, oltreché (o forse proprio per questo) una compagna (tolkienista) dalla schiena drittissima e dalla sensibilità rara.
Sicuramente io non sono una punkastorie alla maniera di Filo, ma credo stia entrando tanto del suo modello, in come scrivo molte delle mie “cantate cretine”, e la prossima non fa eccezione. Fa così:
Fanculo a Evola
20 luglio 2026, 00:15
I signori padroni e i loro leccapiedi quelli con le penne, e quelli coi bastoni, lo sappiamo, posseggono la scuola e scrivono la storia con libroni ponderosi e le sprangate sopra i denti pertanto è evidente (siamo noi scemetti) che il mondo gira attorno al soldo alla decenza e al rispetto fra ineguali... è un ordine insindacabile, ma certo! e non lo sradichi con grisa sedizione, vandalismi, o un sindacato inetto. L'Ordine civico è quercia, è faggio, è palissandro.
E sapete quanto me ne frega, in casetta o dentro al raggio di un albero infestante e francamente purulento di marcescenze, il vostro senso del dominio? Non so se riuscirò, io, a vedervelo bruciare (ma magari!) so però dove li trovo i miei arbusti civici: in cella, in viuzza, al circolino, nello spazio occupato, sotto ogni targa, sopra ciascun cippo in via Zamenhof, in via Pinelli sul Lungarno, nella Vanchiglia, in un lontano villaggio in Siria e quaggiù sul Tirreno il cippo sullo spiazzo dedicato a un compagno eversivo ragazzo.
A voi padroni e lacché le radici marce vegliarde dei tronchi un po' fallici a noi, che fischiamo il vento, le radici rosse profonde di povere dolci piante che vi spaccano il cemento.
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Ehmbeh, siete ancora qui? Dài, andiamo a spaccare assieme il cemento.