Da Reggio Calabria a Milano-Cortina
Questo articolo parlerà, come mio solito, di scienze sociali e massimi sistemi, ma per una volta sarà prevalente il taglio autobiografico da vero e proprio diario online. Se non vi interessa, pregovi di passare oltre senza insultare (per favore :( ).
Quando mi sono trasferito a Milano, nel 2023, sono entrato in un gruppo di volontariato che erogava innanzitutto forniture alimentari nei quartieri di Turro-Gorla e di Lorenteggio-Giambellino, ma mirava a occuparsi anche di diritto all'abitare, nel quadro più ampio di contrastare il carovita e la speculazione edilizia. Visto che sulla città incombeva la spada di Damocle delle Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026, mi chiesi se ci fossero modi per fare agitpropaganda contro l'economia rapace dei grandi eventi, e trovai uno spunto nella memoria dei moti di Reggio Calabria del luglio 1970-febbraio '71. Per chi non lo sapesse (immagino, chiunque non sia un secchione sinistronzo come me) il capoluogo della regione Calabria doveva essere (e tuttora è) collocato a Catanzaro, ma la sezione reggina del Movimento Sociale Italiano colse l'occasione per scatenare in città mesi e mesi di tumulti di protesta, grazie ai quali i neofascisti si costruirono un notevole consenso locale e strapparono importanti meccanismi di clientele al governo nazionale... ovviamente senza che, alla fin fine, il capoluogo fosse davvero spostato a Reggio; fra le altre cose, il 22 luglio '70 ci fu un incidente ferroviario mortale alla stazione di Gioia Tauro, e se la magistratura non ha mai del tutto chiarito i fatti, molta storiografia (me compreso) lo annovera fra le stragi dinamitarde neofasciste del '68-'80, assieme a piazza Fontana, il treno Italicus, piazza della Loggia e la stazione di Bologna. E lo annoveriamo come tale anche perché cinque giovani militanti della Federazione Anarchica reggina, in nemmeno due mesi, misero assieme un dossier di controinformazione che collocava i moti di Reggio entro un più ampio disegno nazionale di eversione nera... e furono ammazzati il 27 settembre in un incidente stradale proprio mentre protavano il plico a Roma, alla redazione del settimanale anarchico «Umanità Nova». I loro nomi erano Gianni Aricò, Annelise “Muki” Borth, Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso, gli “anarchici della Baracca”, e per chi si riconosce nella A cerchiata rossa e nera, i loro nomi sono stelle polari, assieme a quelli di Giuseppe “Pino” Pinelli e Franco Serantini.
Ora, al di là del sacrificio di sangue pagato dal movimento anarchico, tutte le formazioni di Sinistra calabresi fecero del loro meglio per sviare la popolazione dalla demagogia dei missini e dimostrare che la povertà strutturale della Calabria non si sarebbe certo risolta con una guerra fra poveri per accaparrarsi la mangiatoia della pubblica amministrazione regionale: l'apice fu raggiunto nel settembre '72 con la marea umana di operai del Nord (e chissà in quanti erano meridionali migrati) confluiti a Reggio per una manifestazione nazionale, narrata ne “I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini, ma già l'anno precedente il Partito Comunista reggino aveva commissionato agli omologhi bolognesi una canzone di propaganda ad hoc: “La rabbia esplode a Reggio Calabria” del Canzoniere delle Lame.
Ebbene, io sono nato e cresciuto in Lombardia ma mio padre è nato e cresciuto proprio in provincia di Reggio ed era bambino durante i mesi dei moti, e a quanto pare mio nonno paterno, in quei giorni, tolse il saluto a un cugino (ben più ricco) che si era schierato coi missini. Per cui, la riscrittura della canzone venne da sé: mi bastò scambiare il sindaco reggino Pietro Battaglia con il meneghino Giuseppe Sala e il suo assessore Piefrancesco Maran, e sostituire il rione delle Sbarre, periferia della periferia di Reggio, con i quartieri popolari milanesi storicamente dormitorio per i migranti prima padani, poi meridionali, ora terzomondisti. Poi certo, aggiunsi la lobby cattolica di Comunione & Liberazione, da decenni una potenza entro la Destra lombarda, e quanto alla mafia..., ah la mafia non manca mai.
«Contro le Olimpiadi di Milano-Cortina»
Piazza Corvetto esplode: / la miccia brucia già Ma chi l’ha accesa / sono gli stessi / che ruban case qua. Quest’Olimpiade serve / solo al PD e ai mafiosi per ottenere ancor più potere / di quello che hanno già Maran e Beppe Sala servon da copertura dietro han le banche, i palazzinari pure Ci-Elle e Lega. Che importa dare un tetto / alla povera gente? Che cosa importa se chi lavora / non può comprare niente? Piazza Loreto esplode: / la miccia brucia già Ma chi l’ha accesa / sono gli stessi / che ruban case qua. Musocco, San Siro, e Gola / la gente insorge già contro gli sfratti, contro la fame, contro questo PD! Fascisti con le guardie, mafiosi col potere i proletari sole le braccia hanno da far valere. Padroni i vostri giochi / vi esploderanno in mano Perché Milano a questo schifo / ora risponde no! Milano adesso esplode / la gente adesso sa contro chi deve usare la rabbia / la mafia non passerà.
Alla fine non la incidemmo mai, questa riscrittura. Il gruppo di volontariato è andato pressoché in bancarotta, io ho cambiato quartiere e mi sono spostato su altri progetti un filino più solidi, le Olimpiadi del 2026 sono andate e venute lasciandosi dietro le proprie macerie di opere inutili, e purtroppo non siamo statu capaci di fare i tumulti “contro il PD e i mafiosi”; certo, a Settembre 2025 si è vandalizzato il cantiere dell'ennesimo grattacielo obbrobrioso eretto dal solito architetto ammanicato, ma poca roba, niente di paragonabile ai moti contro l'Expo 2015, che comunque non furono neanche lontanamente sufficenti.
Per cui, piuttosto che lasciarla per sempre nel mio taccuino, la pubblico qui, la mia poesiola; una piccola testimonianza di cosa sognavamo di fare a Milano in attesa della tempesta delle Olimpiadi, un tassello su cui costruire i progetti da qui al 2030 e oltre... un filo riannodato nella storia della mia famiglia, di quel percorso tortuoso che l'altro ieri ci vedeva sottoproletari nella Piana di Goia Tauro e ora alto-proletari fra la profonda Brianza e le periferie di Milano. Da cinquant'anni classe lavoratrice, da cinquant'anni gente del Sud testardo e martoriato, di quel Sud che va da Lampedusa a certi quartieri popolari, qui in Padania, che “etnicamente” fanno provincia a Reggio, a Napoli o a Bari.
Nei miei trent'anni di vita ho certamente dovuto affrontare tanto razzismo antimeridionalista interiorizzato, e tante tensioni sociali con quella parte della mia famiglia che la mia visione di mondo non la sposa (anzi), ma quando ripenso alla presa di posizione di mio nonno, ai trascorsi da sindacalista di mio padre, e alla pacata flemma mediterannea che riconoscono in me sia i compagni e le compagne polentoni, sia quellu che come me sono figliu della Diaspora terrona, oggi non ho dubbi: almeno in parte, su calabrisi e calabrisi sugnu [...] fazzu li cosi mei cu’ forza e ‘mpegnu e casa mia, come posso, la difendo. Come la cinquina della Baracca ieri, come le case occupate di via Emilo Gola oggi, come chiunque arriverà domani a lottare con noi.
Da Reggio a Milano, ogni città trasformata, solidarietà, non più “libero” mercato; con tanti abbracci e tanta commozione noi ancora la vogliamo, la rivoluzione.