Poesia dell'equinozio d'autunno

A una settimana e mezza dall'inizio della scuola, va tutto bene.

V-A T-U-T-T-O B-E-N-E

E non me ne capacito.

Cioè in realtà sì, me ne capacito: 10 anni che semino, finalmente raccolgo.

Comunque è strano, ed è strano bello.

Mi sento tanto amato dalle mie persone care, ivi comprese persone con cui pomicio (e anche altro). Il me adolescente si commuove ogni volta che becco, per caso o per appuntamento, una delle mie amicizie del quartiere e parliamo della qualunque gironzolando nel parco o svaccandoci sulle panchine (o facendo pipì nel laghetto, ehm ehm): finalmente questa vita non è più un sogno remoto che sublimavo nelle sit-com. Il me bambino si sente riconosciuto e accudito, perché tante questioni si sono concluse e ho finalmente iniziato un percorso di logopedia, ed è stato assurdamente bello fare gli esercizi di prima diagnosi sapendo che dall'altra parte il Doc si stava occupando di me. Nella mia nuova scuola, mi sento a mio agio, energico e propositivo, e spero di stare impostando bene il lavoro con le mie testoline matte, questi adolescenti cui voglio offrire strumenti per stare bene nel mondo e levare più che posso lo stress da performance.

Oggi a scuola abbiamo ripulito un armadio dai libri di testo vecchi e tarmati e mi sono un po' perso via a leggere i capitoli finali di una storia della letteratura italiana, ovviamente dedicati alla morte dell'Intellettuale come alta funzione sociale e all'ascesa del postmoderno e della comunicazione di massa, con Roberto Saviano e l'autofiction posti a ultima frontiera artistica e due paginette a testa di ghetto femminile per Elena Ferrante, Michela Murgia e Patrizia Cavalli. Non un cenno, ovviamente, né alle scritture e auto-scritture della classe operaia fra il Miracolo Economico e il lungo Sessantotto, né alla letteratura militante cyberpunk prima e solarpunk poi, né allo sdoganamento del romanzo di formazione fantastico, né al citizen journalism inaugurato da IndyMedia, men che meno alle possibilità della letteratura elettronica, al fumetto “colto” lanciato per lo meno da Dino Buzzati nel '69, e ai quasi quattro decenni di poesia italofona che si esprime nelle forme dell'hip-hop (a tal proposito, date assolutamente un occhio a questo saggio dellx mix amicx Ellis).

A inizio della quinta superiore, io volevo fare la tesina di maturità sull'“Intellettuale che forma il senso civico”, mettendo in piedi un apparato comparativo fra Lucio Anneo Seneca, Luciano di Samosata, Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, George Orwell e John Ronald Reuel Tolkien, ma entro Gennaio ebbi la buona idea di restringerla a un “John Tolkien aedo dei tempi moderni”. Quel sogno di una ricerca su vasta scala però non è mai andato via del tutto, come dimostra la mia biblioteca personale, e mi piace pensare di averne un po' fatto la mia tesi di dottorato informale presso l'Università della Strada (sic sigh); oggi, dopo aver sfogliato quel manuale così miope, ho scritto una poesia che credo possa costituire un articolo intermedio in peer review... se non addirittura la mia tesi finale.

Perché come mi dice Ellis, come mi ha fatto presente un apprezzamento su Mastodon (grazie Jay, mi hai commosso), e come voglio comprovare alle mie classi, bisogna scrivere.

Perché ancora compongo

23 settembre 2026, 11:35 circa

Certo che le mie poesie non salveranno il mondo: per quello servirebbero tutte le gabbie vuote mille ghiacciai ricomposti e zappe e fucili in mano alle ultime.

Le mie poesie salvano me innanzitutto e cantano questa mente torbida e un corpo storto ed elastico sciocchezze risate corse appetiti orgasmi e pianti.

Poi, talvolta, io penso le mie poesie soccorrono te che ci ritrovi dentro l'anomalia contenta e la piazza elettrica, il bisogno sacrosanto di tumulto il lutto per chi abbiamo perso le alte grida solenni di festa lo schiocco dei baci in 3 o 4 il gesto beffardo di chi sullo spiazzo alza ancora il medio od il pugno ai padroni nel palazzo.

Le mie poesie non salvano un bel niente perché la salvezza non spetta al presente: cantano rabbia ed amore e i nostri progetti di diserzione, d'insurrezione.

Cantano il sogno di mille altri mondi.