Sfuggire alla bruttezza in motorino


Mio padre, alle medie, mi disse che mi avrebbe comprato il motorino, al compimento dei quattordici anni, così ci sarei potuto andare a scuola. Non era l'indirizzo scolastico che avrei voluto scegliere, non era neanche tra i primi dieci, ma la sede era abbastanza lontana.

Ho iniziato le superiori a tredici anni, i mesi passavano, io fantasticavo sul motorino, sul suo colore. Nello specifico, la promessa era quella di una Vespa, in quel periodo ne era uscito un restyling che aveva portato le marce a tre, ma la questione tecnica non mi interessava particolarmente: tre marce, quattro, volevo solo andarmene in giro sulla mia Vespa rossa; intanto, i mesi passavano e la Vespa sembrava allontanarsi sempre più. La promessa della Vespa era un tentativo (poco nascosto, ma riuscito), di tenermi lontano dalla bicicletta che avevo sempre chiesto.

Gli anni delle superiori passavano, “tanto a diciotto anni prendi la patente e ti prendo la macchina”. Chissà quale sarebbe stata la progressione: la bisarca a ventuno e il tram a venticinque. Cosa mi aspetta al compimento dei cento anni? Il Millennium Falcon, almeno.

Non so guidare il motorino, credo, non ho motivo di credere diversamente, non ho mai avuto modo di provarci. Neanche la bisarca e l'aliante.

Premetto di esser nato nella parte fortunata del mondo, tant'è che sto qui a scrivere sciocchezze per potenziali lettori in condizioni analoghe.

Non sto scappando da una guerra, sotto il fuoco incrociato dei proiettili di qualche guardia costiera e quello del razzismo di chi vuol trincerarsi nello status privilegiato, regalatogli dal caso. Nessuno mi sta bombardando nel nome di certe pretese contenute in un libro “sacro” di decine di secoli fa, tutte parole scritte dai suoi stessi antenati. Non sto morendo letteralmente di fame e l'acqua la posso prendere da uno dei rubinetti che ho in casa, oppure alle fontanelle pubbliche. Premesso ciò, sono nato e ho vissuto troppo a lungo in un posto orrendo (secondo i canoni di chi è nato nella parte fortunata del mondo), senza aver avuto il coraggio e l'intelligenza di fuggire quando ne avrei avuto la possibilità e la forza. Una cittadina di medie dimensioni, brutta come la fame, la stessa bruttezza che ne impregna troppi abitanti. Una di quelle terre di mezzo, per popolazione e dimensioni, sospesa tra paese e città, con tutti i difetti di entrambi e nessuno dei pregi. Il caos, il traffico e il cemento abusivo della città e l'aridità culturale di un paesotto in disfacimento, animato a morte da mentalità da età del bronzo.

Un posto così brutto, una quella bruttura che viene anche dall'assoluta mancanza di personalità, di un qualsiasi tratto riconoscibile nell'ambiente antropizzato (perché di quello naturale non c'è granché da dire, si tratterebbe di fantasticare su cose che non esistono). Una sensazione di squallore diffuso, ecco; neanche a dirlo, tutte le cittadine confinanti, pur soffrendo in diversa misura degli stessi problemi, erano sicuramente più piacevoli alla vista. Tutti posti in cui era più sensato, umano, trovare un posto dove fare una passeggiata, fermarsi a un bar, mangiare un gelato.

Il caso sfavorevole ha voluto, quindi, che nascessi nell'epicentro della bruttura. E che ci vivessi, perché i miei in quella bruttura ci sono andati a vivere intenzionalmente, è stata una scelta. Nessuno dei miei antenati è nativo del posto, valli a capire.

A parte un paio di eccezioni, nella mia cerchia di amicizia eravamo tutti morti di fame, l'unico modo per evadere temporaneamente era saltare su un autobus o camminare fino alla stazione e andarcene in un paese confinante. A Napoli, quando avevamo voglia di qualcosa di livello superiore, quando volevamo vivere la metropoli. Il treno ce lo concedevamo quando avevamo i soldi per il biglietto, per l'autobus ci affidavamo alla bontà del conducente o al caso, sperando che non salissero i controllori e ci facessero scendere. Non era un gran danno, potevamo aspettare il prossimo mezzo o camminare, avevamo la vitalità strabordante dei ragazzi, i piedi buoni e nessuna paura di usarli. Così riuscivamo a sfuggire, per qualche ora, alla desertificazione esistenziale che ci assediva, prima di finire di nuovo risucchiati dalla sua devastante attrazione gravitazionale.

Il motorino, però, era tutt'altra cosa. Quanto era potente il concetto “ora prendo il motorino e me ne vado a Napoli”. Non è una domanda, non sto chiedendo di quantificare: era potentissimo. Non si doveva dar conto a nessuno, autisti e controllori compresi, non si doveva aspettare, c'era solo da sfrecciare e vincere sul traffico. L'unico ostacolo erano i temuti vigili, perché c'era sempre qualcosa che non era in regola. Anche se quella cosa non c'era, l'essere in difetto era uno stato dell'anima, anche in quei tempi abbastanza laschi da non imporre neanche il casco. La fobia, a prescindere, del posto di blocco.

Questa libertà l'ho vissuta solo da passeggero, cosa che mi pone in un sistema di caste mi porrebbe un gradino più in basso. O una persona di serie B, con una più modesta metafora calcistica. Sì, inconsciamente si fa questa distinzione tra guidatore e passeggero, specie negli anni delle scuole.

Sia quel che sia, ogni occasione di scappare da certe realtà è un'occasione perduta. A piedi, in Vespa, in bisarca, perchè no? Anche in Millennium Falcon, dalla metà del sellino destinata al passeggero.