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    <title>Ore liete</title>
    <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/</link>
    <description>Ricordi dolci, perché un po&#39; di dolcezza ci spettava.</description>
    <pubDate>Thu, 23 Apr 2026 04:53:38 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>La vigilia di Natale di quando ero bambino</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/la-vigilia-di-natale-di-quando-ero-bambino</link>
      <description>&lt;![CDATA[---&#xA;&#xA;Siamo quasi alla fine dell&#39;anno, sono fuori tempo massimo o troppo in anticipo per la sua prossima iterazione, ma ora posso scriverne.&#xA;Per le festività natalizie andavamo da mia zia, pranzo o cena che fosse, e il mio giorno preferito era quello della vigilia, seguito dall&#39;ultimo dell&#39;anno. Intanto, sono del Sud: non mi pare proprio sia una consuetudine nazionale, ma sotto una certa latitudine c&#39;è il cenone della vigilia.&#xA;E la preparazione iniziava il pomeriggio, con la preparazione delle anguille, le sfuggevoli anguille.&#xA;!--more--&#xA;La casa di mia zia stava nel centro storico, che in molti paesoni brutti del Sud è un modo falso e gentile per riferirsi alla zona più degradata e abbandonata, un agglomerato di case mangiate dall&#39;umidità e dallo sfacelo, inghiottite dal buio, l&#39;unico tipo di casa alla portata dei più poveri.&#xA;Due piani, giù una stanzetta di pochi metri quadri collegata a un cucinino ancora più stretto e al salone, l&#39;unico locale di una metratura approssimativamente umana. Al piano di sopra si accedeva da una scala ricavata da putrelle di ferro, queste sì solide (probabilmente, se il terremoto del 1980 fosse capitato più vicino, quelle putresse sarebbero state l&#39;unica cosa a salvarsi di quell&#39;isolato marcio).&#xA;Sotto il triangolo disegnato dalla scala, lavorava mio nonno quando faceva il ciabattino. Sì, in uno spazio ridicolo che oggi forse associamo di più alle immagini di Kowloon, uno spazio risicato anche in altezza ed era un attimo alzarsi e picchiare la testa su una putrella di ferro.&#xA;Al piano di sopra, la stanza da letto e il bagno.  &#xA;&#xA;Mia mamma e mia zia se ne stavano quasi tutto il tempo nel cucinino, iniziando col litigare con le anguille, che erano sempre e comunque vive e istintivamente, naturalmente portate alla sopravvivenza. Era il regno della frittura, c&#39;era anche il baccalà, e tutti quanti dovevano starne fuori e accontentarsi del puzzo del fritto e dello sfrigolio dell&#39;olio.  &#xA;&#xA;Era tutto buio, sostanzialmente: la casa era al piano terra di un palazzo tra palazzi, il sole vi faceva capolino soltanto per poco, quel che rifletteva dalle pareti una volta bianche delle mura circostanti. Ogni locale doveva accontentarsi di una lampadina o di un neon, tranne il salone che si meritava addirittura un lampadario. La sensazione complessiva, però, era di quel buio che non si riesce a sconfiggere.  &#xA;&#xA;Il riscaldamento... parola grossa, comunque dalla cucina arrivava un certo calore e nello stanzino d&#39;ingresso c&#39;era una stufetta elettrica che faceva il possibile; solitamente, a quelle stufette prima o poi si rompe uno degli elementi riscaldanti e quelle nostre erano sempre così. Probabilmente, in qualche misura ci aiutavano anche le lampadine, le lampadinacce di una volta, quelle che consumavano quanto un forno elettrico e illuminavano quanto un cero votivo. Più avanti, la stufetta venne sostituita dalla stufa a gas col bombolone, che solitamente finiva proprio in quei giorni.&#xA;&#xA;Su quelle stufe, comunque, ci accendevo i fitti-fitti.&#xA;Si chiamano stelline nel resto d&#39;Italia, nel napoletano stelletelle o, più comunemente, fitti-fitti. Avrete capito di cosa stia parlando, ma so essere ridondante e specifico: quei bastoncini composti da un&#39;anima di filo di ferro immersa in una qualche miscela chimica che, innescato il fuoco, si concretizza nella distribuzione copiosa e gioiosa di scintille nel raggio di una ventina di centimetri, esaurendosi in un rumore caratteristico.&#xA;Bottigliette di champagne a parte (quelle cosine di plastica col filo che sbuca), era l&#39;unico fuoco d&#39;artificio a cui avessi accesso. Mio cugino, più grande, poteva dilettarsi con una scatolina di miniciccioli da far durare tutto il periodo delle feste, facendoli esplodere nel cortile del palazzo, ma in famiglia non siamo mai stati amanti di questa barbarie. Champagne, fitti-fitti e miniciccioli, basta: inoltre, non è che avessimo soldi in eccesso da bruciare.  &#xA;&#xA;Poi c&#39;erano i cartoni animati: più o meno sempre gli stessi titoli: come oggi abbiamo Una poltrona per due, all&#39;epoca c&#39;erano i film di Asterix, dei Puffi e dei robottoni di Go Nagai. Mi faceva impazzire di meraviglia vedere Devilman e Mazinga Z insieme, oppure, Goldrake coi Mazinga, le spalle comiche e gli altri personaggi mischiati e immischiati. Sulle reti private, invece, era consuetudine trasmettere un cartone animato russo, con la principessa delle nevi. Non il giorno della vigilia, probabilmente, ma in quel periodo e mi piaceva guardare anche quello.&#xA;Insomma: tra le sortite in cucina a spiare cosa bollisse in pentola o friggesse in padella, i robottoni, Asterix che prendeva a sberle i Romani, i Puffi e i fitti-fitti, quel pomeriggio non sembrava finire mai, ma poi finiva, tornava mio zio da lavoro, faceva il macellaio, e ci si metteva a tavola dopo poco.  &#xA;&#xA;Il cenone della vigilia è a base di pesce e il primo piatto erano spaghetti con vongole o lupini (vongole se ci sentivamo particolarmente ricchi), poi fritto di anguille e baccalà, frutta secca e dolci.&#xA;Le varie pietanze erano intervallate/accompagnate dalla classica insalata di rinforzo e dai finocchi, questi &#34;per sgrassare&#34;. L&#39;insalata di rinforzo era, appunto, un&#39;insalata di cavolo bollito, alici salate, olive verdi e nere, cipolline in agrodolce, papaccelle (strisce di peperoni tondeggianti, grossi al massimo quanto un pugno, marinati in aceto, spesso anche piccanti), altri vegetali... si chiama di rinforzo perché, successivamente, ci finivano dentro gli avanzi, come per esempio i pezzetti di baccalà avanzati. Il contenitore dell&#39;insalata di rinforzo andava avanti e indietro dalla vigilia al primo dell&#39;anno.&#xA;Poi la frutta secca: noci, arachidi, mandorle, nocciole, ceci e semi di zucca tostati. Datteri, fichi bianchi e neri, oggi si trovano solo quelli bianchi. Prugne secche.&#xA;I dolci, con roccocò, mustaccioli e anginetti. Solitamente li compravamo già fatti, ma mia zia si provava, ogni anno, coi roccocò, sempre con lo stesso risultato: erano duri come la pietra. Li portava in tavolta e lo scambio di battute seguente era sempre lo stesso:  &#xA;&#xA;\- Ho fatto i roccocò, ma quest&#39;anno, chissà come mai...&#xA;\- ... sono venuti un poco duri.  &#xA;&#xA;Era mio padre quello che si occupava di far notare la cosa e, effettivamente, erano buoni per piantare i chiodi. Così mangiavamo quelli comprati altrove, mentre quei pezzi di marmo finivano inzuppati nel latte, nei giorni a seguire, o mangiucchiati dalle dentature più audaci.  &#xA;&#xA;Poi c&#39;era la tombolata, e si rideva quando a dare i numeri (letteralmente) era mio zio, che si diceva un gran bevitore, capace di resistere a chissà quanti litri di vino, in realtà era già ubriaco dopo mezzo bicchiere e partivano racconti militareschi di imprese epiche e avventure in posti esotici che neanche Sandokan, quando tutto quello che aveva fatto, e che avrebbe fatto per la vita che gli restava, era andare dalla casa alla macelleria e ritornare.&#xA;Un bicchiere intero e partivano le canzoni e i balli, ma si faceva il possibile per non arrivare a questi estremi.&#xA;Il panariello poi passava a mia zia, che ha sempre avuto una vista pessima, solo parzialmente mitigata dagli occhiali spessissimi, ogni numero era un&#39;incognita o una runa da decifrare. Lo stesso numero sembrava uscire più volte e bisognava ricontrollare, quei giri di tombola duravano troppo più del dovuto.  &#xA;&#xA;Infine, pandoro o panettone, più frequentemente il primo (c&#39;era sempre qualcuno non mi piacciono i passeri (l&#39;uva passa), i canditi, la glassa è troppo dolce...); li facevamo scaldare davanti alla stufa/stufetta, qualche volta dimenticandoceli pure.&#xA;Difficilmente si aspettava la mezzanotte, lo spumante lo stappavamo con un certo anticipo e la scatola del pandoro/panettone me la portavo sempre a casa, perché ci ritagliavo una feritoia per gli occhi e diventavano gli elmi di Guerre Stellari.&#xA;Il tipico mascherone di Darth Vader rosa Bauli.  &#xA;&#xA;Anche il cenone dell&#39;ultimo si concludeva con un certo anticipo: era meglio non trovarsi in strada nel momento cruciale, perché il resto della popolazione non si limitava a champagne, fitti-fitti e miniciccioli.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<hr>

<p>Siamo quasi alla fine dell&#39;anno, sono fuori tempo massimo o troppo in anticipo per la sua prossima iterazione, ma ora posso scriverne.
Per le festività natalizie andavamo da mia zia, pranzo o cena che fosse, e il mio giorno preferito era quello della vigilia, seguito dall&#39;ultimo dell&#39;anno. Intanto, sono del Sud: non mi pare proprio sia una consuetudine nazionale, ma sotto una certa latitudine c&#39;è il cenone della vigilia.
E la preparazione iniziava il pomeriggio, con la preparazione delle anguille, le sfuggevoli anguille.

La casa di mia zia stava nel centro storico, che in molti paesoni brutti del Sud è un modo falso e gentile per riferirsi alla zona più degradata e abbandonata, un agglomerato di case mangiate dall&#39;umidità e dallo sfacelo, inghiottite dal buio, l&#39;unico tipo di casa alla portata dei più poveri.
Due piani, giù una stanzetta di pochi metri quadri collegata a un cucinino ancora più stretto e al salone, l&#39;unico locale di una metratura approssimativamente umana. Al piano di sopra si accedeva da una scala ricavata da putrelle di ferro, queste sì solide (probabilmente, se il terremoto del 1980 fosse capitato più vicino, quelle putresse sarebbero state l&#39;unica cosa a salvarsi di quell&#39;isolato marcio).
Sotto il triangolo disegnato dalla scala, lavorava mio nonno quando faceva il ciabattino. Sì, in uno spazio ridicolo che oggi forse associamo di più alle immagini di Kowloon, uno spazio risicato anche in altezza ed era un attimo alzarsi e picchiare la testa su una putrella di ferro.
Al piano di sopra, la stanza da letto e il bagno.</p>

<p>Mia mamma e mia zia se ne stavano quasi tutto il tempo nel cucinino, iniziando col litigare con le anguille, che erano sempre e comunque vive e istintivamente, naturalmente portate alla sopravvivenza. Era il regno della frittura, c&#39;era anche il baccalà, e tutti quanti dovevano starne fuori e accontentarsi del puzzo del fritto e dello sfrigolio dell&#39;olio.</p>

<p>Era tutto buio, sostanzialmente: la casa era al piano terra di un palazzo tra palazzi, il sole vi faceva capolino soltanto per poco, quel che rifletteva dalle pareti una volta bianche delle mura circostanti. Ogni locale doveva accontentarsi di una lampadina o di un neon, tranne il salone che si meritava addirittura un lampadario. La sensazione complessiva, però, era di quel buio che non si riesce a sconfiggere.</p>

<p>Il riscaldamento... parola grossa, comunque dalla cucina arrivava un certo calore e nello stanzino d&#39;ingresso c&#39;era una stufetta elettrica che faceva il possibile; solitamente, a quelle stufette prima o poi si rompe uno degli elementi riscaldanti e quelle nostre erano sempre così. Probabilmente, in qualche misura ci aiutavano anche le lampadine, le lampadinacce di una volta, quelle che consumavano quanto un forno elettrico e illuminavano quanto un cero votivo. Più avanti, la stufetta venne sostituita dalla stufa a gas col bombolone, che solitamente finiva proprio in quei giorni.</p>

<p>Su quelle stufe, comunque, ci accendevo i <em>fitti-fitti.</em>
Si chiamano stelline nel resto d&#39;Italia, nel napoletano <em>stelletelle</em> o, più comunemente, <em>fitti-fitti.</em> Avrete capito di cosa stia parlando, ma so essere ridondante e specifico: quei bastoncini composti da un&#39;anima di filo di ferro immersa in una qualche miscela chimica che, innescato il fuoco, si concretizza nella distribuzione copiosa e gioiosa di scintille nel raggio di una ventina di centimetri, esaurendosi in un rumore caratteristico.
Bottigliette di champagne a parte (quelle cosine di plastica col filo che sbuca), era l&#39;unico fuoco d&#39;artificio a cui avessi accesso. Mio cugino, più grande, poteva dilettarsi con una scatolina di miniciccioli da far durare tutto il periodo delle feste, facendoli esplodere nel cortile del palazzo, ma in famiglia non siamo mai stati amanti di questa barbarie. Champagne, fitti-fitti e miniciccioli, basta: inoltre, non è che avessimo soldi in eccesso da bruciare.</p>

<p>Poi c&#39;erano i cartoni animati: più o meno sempre gli stessi titoli: come oggi abbiamo Una poltrona per due, all&#39;epoca c&#39;erano i film di Asterix, dei Puffi e dei robottoni di Go Nagai. Mi faceva impazzire di meraviglia vedere Devilman e Mazinga Z insieme, oppure, Goldrake coi Mazinga, le spalle comiche e gli altri personaggi mischiati e immischiati. Sulle reti private, invece, era consuetudine trasmettere un cartone animato russo, con la principessa delle nevi. Non il giorno della vigilia, probabilmente, ma in quel periodo e mi piaceva guardare anche quello.
Insomma: tra le sortite in cucina a spiare cosa bollisse in pentola o friggesse in padella, i robottoni, Asterix che prendeva a sberle i Romani, i Puffi e i fitti-fitti, quel pomeriggio non sembrava finire mai, ma poi finiva, tornava mio zio da lavoro, faceva il macellaio, e ci si metteva a tavola dopo poco.</p>

<p>Il cenone della vigilia è a base di pesce e il primo piatto erano spaghetti con vongole o lupini (vongole se ci sentivamo particolarmente ricchi), poi fritto di anguille e baccalà, frutta secca e dolci.
Le varie pietanze erano intervallate/accompagnate dalla classica <em>insalata di rinforzo</em> e dai finocchi, questi “per sgrassare”. L&#39;insalata di rinforzo era, appunto, un&#39;insalata di cavolo bollito, alici salate, olive verdi e nere, cipolline in agrodolce, papaccelle (strisce di peperoni tondeggianti, grossi al massimo quanto un pugno, marinati in aceto, spesso anche piccanti), altri vegetali... si chiama di rinforzo perché, successivamente, ci finivano dentro gli avanzi, come per esempio i pezzetti di baccalà avanzati. Il contenitore dell&#39;insalata di rinforzo andava avanti e indietro dalla vigilia al primo dell&#39;anno.
Poi la frutta secca: noci, arachidi, mandorle, nocciole, ceci e semi di zucca tostati. Datteri, fichi bianchi e neri, oggi si trovano solo quelli bianchi. Prugne secche.
I dolci, con roccocò, mustaccioli e anginetti. Solitamente li compravamo già fatti, ma mia zia si provava, ogni anno, coi roccocò, sempre con lo stesso risultato: erano duri come la pietra. Li portava in tavolta e lo scambio di battute seguente era sempre lo stesso:</p>

<p>- <em>Ho fatto i roccocò, ma quest&#39;anno, chissà come mai...</em>
- <em>... sono venuti un poco duri.</em></p>

<p>Era mio padre quello che si occupava di far notare la cosa e, effettivamente, erano buoni per piantare i chiodi. Così mangiavamo quelli comprati altrove, mentre quei pezzi di marmo finivano inzuppati nel latte, nei giorni a seguire, o mangiucchiati dalle dentature più audaci.</p>

<p>Poi c&#39;era la tombolata, e si rideva quando a dare i numeri (letteralmente) era mio zio, che si diceva un gran bevitore, capace di resistere a chissà quanti litri di vino, in realtà era già ubriaco dopo mezzo bicchiere e partivano racconti militareschi di imprese epiche e avventure in posti esotici che neanche Sandokan, quando tutto quello che aveva fatto, e che avrebbe fatto per la vita che gli restava, era andare dalla casa alla macelleria e ritornare.
Un bicchiere intero e partivano le canzoni e i balli, ma si faceva il possibile per non arrivare a questi estremi.
Il <em>panariello</em> poi passava a mia zia, che ha sempre avuto una vista pessima, solo parzialmente mitigata dagli occhiali spessissimi, ogni numero era un&#39;incognita o una runa da decifrare. Lo stesso numero sembrava uscire più volte e bisognava ricontrollare, quei giri di tombola duravano troppo più del dovuto.</p>

<p>Infine, pandoro o panettone, più frequentemente il primo (c&#39;era sempre qualcuno <em>non mi piacciono i passeri (l&#39;uva passa), i canditi, la glassa è troppo dolce...</em>); li facevamo scaldare davanti alla stufa/stufetta, qualche volta dimenticandoceli pure.
Difficilmente si aspettava la mezzanotte, lo spumante lo stappavamo con un certo anticipo e la scatola del pandoro/panettone me la portavo sempre a casa, perché ci ritagliavo una feritoia per gli occhi e diventavano gli elmi di Guerre Stellari.
Il tipico mascherone di Darth Vader rosa Bauli.</p>

<p>Anche il cenone dell&#39;ultimo si concludeva con un certo anticipo: era meglio non trovarsi in strada nel momento cruciale, perché il resto della popolazione non si limitava a champagne, fitti-fitti e miniciccioli.</p>
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      <guid>https://log.livellosegreto.it/oreliete/la-vigilia-di-natale-di-quando-ero-bambino</guid>
      <pubDate>Tue, 30 Dec 2025 07:54:51 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Il profumo dell&#39;origano (repost)</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/il-profumo-dellorigano-repost</link>
      <description>&lt;![CDATA[---&#xA;&#xA;Pezzettino già pubblicato altrove, ma il suo posto è questo.&#xA;&#xA;Era il profumo dell&#39;estate che finiva, con mio padre, quando ero piccolo.  &#xA;&#xA;La villeggiatura chiudeva l&#39;estate, quando ancora a fine agosto il tempo cominciava a rinfrescare e nelle serate dei paesini di montagna spuntavano giubbini e maglioncini. Quando ad agosto si poteva dormire la notte, piuttosto che macerare in un bagno di sudore.&#xA;&#xA;Andavamo in villeggiatura per due settimane o un mese. Due settimane in Abruzzo, perché due erano le sue settimane di ferie. Un mese, invece, quando andavamo più vicino e poteva lasciarci lì e raggiungerci nei fine settimana.&#xA;Oppure, ci ospitavano degli zii in Toscana, per diversi giorni. E c&#39;era sempre il profumo dell&#39;origano, perché lo incontravamo selvatico, incustodito, libero ai margini della campagna.&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Nei nostri giretti mattutini, ci fermavamo e ne raccoglievamo: a mio padre piaceva, più il semplice rituale dell&#39;essiccazione che la spezia stessa. Lo facevamo seccare sulle stuoie e poi lo mettevamo nei barattoli di vetro, dove restava per tanto tempo. Quell&#39;odore impregnava la casa.&#xA;&#xA;Ora lui non c&#39;è più, quel bambino che ero è morto da un pezzo, ma ho una piantina di origano in un vaso, che non depredo, e prendo l&#39;origano del supermercato: riaffiorano quei momenti ed è una bella cosa.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<hr>

<p><em>Pezzettino già pubblicato altrove, ma il suo posto è questo.</em></p>

<p>Era il profumo dell&#39;estate che finiva, con mio padre, quando ero piccolo.</p>

<p>La villeggiatura chiudeva l&#39;estate, quando ancora a fine agosto il tempo cominciava a rinfrescare e nelle serate dei paesini di montagna spuntavano giubbini e maglioncini. Quando ad agosto si poteva dormire la notte, piuttosto che macerare in un bagno di sudore.</p>

<p>Andavamo in villeggiatura per due settimane o un mese. Due settimane in Abruzzo, perché due erano le sue settimane di ferie. Un mese, invece, quando andavamo più vicino e poteva lasciarci lì e raggiungerci nei fine settimana.
Oppure, ci ospitavano degli zii in Toscana, per diversi giorni. E c&#39;era sempre il profumo dell&#39;origano, perché lo incontravamo selvatico, incustodito, libero ai margini della campagna.
</p>

<p>Nei nostri giretti mattutini, ci fermavamo e ne raccoglievamo: a mio padre piaceva, più il semplice rituale dell&#39;essiccazione che la spezia stessa. Lo facevamo seccare sulle stuoie e poi lo mettevamo nei barattoli di vetro, dove restava per tanto tempo. Quell&#39;odore impregnava la casa.</p>

<p>Ora lui non c&#39;è più, quel bambino che ero è morto da un pezzo, ma ho una piantina di origano in un vaso, che non depredo, e prendo l&#39;origano del supermercato: riaffiorano quei momenti ed è una bella cosa.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://log.livellosegreto.it/oreliete/il-profumo-dellorigano-repost</guid>
      <pubDate>Fri, 24 Oct 2025 06:07:57 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La villeggiatura dopo ferragosto</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/la-villeggiatura-dopo-ferragosto</link>
      <description>&lt;![CDATA[---&#xA;&#xA;Sì, in quei tempi agosto era ancora il mese delle ferie, il mese delle serrande abbassate in città, delle strade deserte e delle fabbriche chiuse.&#xA;Non tutti potevano permettersi il mese intero, a non tutti era concesso (ne ho accennato lateralmente qui), ma un paio di settimane sì, quelle erano più o meno per tutti.&#xA;&#xA;Probabilmente, non avrete voglia di cliccare sul link, riassumo: dopo due settimane, restavamo in villeggiatura senza mio padre, che doveva lavorare, e senza macchina per spostarci.&#xA;&#xA;Agosto era ancora il mese della fine dell&#39;estate, in quei tempi del riscaldamento globale non si parlava perché le avvisaglie sembravano ancora evanescenti; oggi non se ne parla abbastanza, ma non è questo il posto. E dopo ferragosto, in montagna, il tempo iniziava a cambiare, la piacevole frescura lasciava il passo, la sera, a un freddolino pungente, da mettere un giubbottino.&#xA;Il cielo, solitamente limpido, diventava più tendente al grigio e più minaccioso, ma di una minaccia lieve, di pioggia improvvisa di montagna, spesso il cambiamento avveniva al tramonto.  &#xA;!--more--&#xA;Così era il tempo in quei giorni, in quegli anni. Il clima era come ce lo si aspettava, probabilmente i nubifragi non erano la norma al Nord e al Sud non si stava a maniche corte fino a novembre.  &#xA;&#xA;E in questo clima più plumbeo, e in un clima di vacanze che si avviano alla conclusione, sia per i villeggianti che per gli abitanti, restavamo per buona parte della settimana in tre: mia mamma e la sua prole.&#xA;Non potevamo gironzolare in macchina, facevamo quel che una buona camminata permetteva di fare. Ce ne andavamo alla villetta comunale a raccogliere i ciclamini, per portarli a casa e metterli in un bicchiere, ma duravano pochissimo. Non li raccoglierei, oggi.&#xA;Gironzolavamo per la strada che costeggiva il centro abitato, raccogliendo le more buonissime, oppure il rosmarino che cresceva anch&#39;esso spontaneo ai margini. Lo raccoglievamo, più che altro, per mio padre: a noi non interessava granché, lui invece era un appassionato, quando c&#39;era lui in giro non mancavano i canovacci abbondantemente ricoperti dai ramoscelli di rosmarino da seccare.&#xA;Quando era secco, finiva in questi barattoli di vetro riciclati e sembrava dovesse durare in eterno, perché non ne facevamo un grande uso.&#xA;&#xA;E queste erano tra le cose che facevamo, camminavamo, raccoglievamo, giocavamo sulle giostrine, ci dirigevamo a casa quando non eravamo coperti abbastanza da resistere alla frescura del giorno che invecchia, qualche volta accendevamo anche il caminetto, aspettavamo il fine settimana per essere di nuovo tutti e quattro.&#xA;&#xA;Era tutto così semplice, era tutto bellissimo.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<hr>

<p>Sì, in quei tempi agosto era ancora il mese delle ferie, il mese delle serrande abbassate in città, delle strade deserte e delle fabbriche chiuse.
Non tutti potevano permettersi il mese intero, a non tutti era concesso (ne ho accennato lateralmente <a href="https://log.livellosegreto.it/oreliete/cera-il-palio-di-siena-e-bussarono-i-carabinieri" rel="nofollow">qui</a>), ma un paio di settimane sì, quelle erano più o meno per tutti.</p>

<p>Probabilmente, non avrete voglia di cliccare sul link, riassumo: dopo due settimane, restavamo in villeggiatura senza mio padre, che doveva lavorare, e senza macchina per spostarci.</p>

<p>Agosto era ancora il mese della fine dell&#39;estate, in quei tempi del riscaldamento globale non si parlava perché le avvisaglie sembravano ancora evanescenti; oggi non se ne parla abbastanza, ma non è questo il posto. E dopo ferragosto, in montagna, il tempo iniziava a cambiare, la piacevole frescura lasciava il passo, la sera, a un freddolino pungente, da mettere un giubbottino.
Il cielo, solitamente limpido, diventava più tendente al grigio e più minaccioso, ma di una minaccia lieve, di pioggia improvvisa di montagna, spesso il cambiamento avveniva al tramonto.<br>

Così era il tempo in quei giorni, in quegli anni. Il clima era come ce lo si aspettava, probabilmente i nubifragi non erano la norma al Nord e al Sud non si stava a maniche corte fino a novembre.</p>

<p>E in questo clima più plumbeo, e in un clima di vacanze che si avviano alla conclusione, sia per i villeggianti che per gli abitanti, restavamo per buona parte della settimana in tre: mia mamma e la sua prole.
Non potevamo gironzolare in macchina, facevamo quel che una buona camminata permetteva di fare. Ce ne andavamo alla villetta comunale a raccogliere i ciclamini, per portarli a casa e metterli in un bicchiere, ma duravano pochissimo. Non li raccoglierei, oggi.
Gironzolavamo per la strada che costeggiva il centro abitato, raccogliendo le more buonissime, oppure il rosmarino che cresceva anch&#39;esso spontaneo ai margini. Lo raccoglievamo, più che altro, per mio padre: a noi non interessava granché, lui invece era un appassionato, quando c&#39;era lui in giro non mancavano i canovacci abbondantemente ricoperti dai ramoscelli di rosmarino da seccare.
Quando era secco, finiva in questi barattoli di vetro riciclati e sembrava dovesse durare in eterno, perché non ne facevamo un grande uso.</p>

<p>E queste erano tra le cose che facevamo, camminavamo, raccoglievamo, giocavamo sulle giostrine, ci dirigevamo a casa quando non eravamo coperti abbastanza da resistere alla frescura del giorno che invecchia, qualche volta accendevamo anche il caminetto, aspettavamo il fine settimana per essere di nuovo tutti e quattro.</p>

<p>Era tutto così semplice, era tutto bellissimo.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://log.livellosegreto.it/oreliete/la-villeggiatura-dopo-ferragosto</guid>
      <pubDate>Mon, 08 Sep 2025 08:24:43 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>C&#39;era il Palio di Siena e bussarono i carabinieri</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/cera-il-palio-di-siena-e-bussarono-i-carabinieri</link>
      <description>&lt;![CDATA[---&#xA;&#xA;Mio padre, quando decise di portarci in villeggiatura per la prima volta, fu categorico: &#34;se mi stanco della montagna, ci facciamo una decina di giorni e ce ne torniamo a casa. È sempre stato un tipo da mare, come mia sorella; il restante 50% della famiglia, invece, preferiva e preferisce la montagna.&#xA;A me il mare piace, sia detto: mi piace guardarlo, mi piace l&#39;atmosfera delle località di mare, mi piace camminare e averlo di lato; stare spiaggiati sulla sabbia in una calca di sconosciuti, a morir bruciati dal sole e accecati dal riverbero, a fare chissà cosa, proprio no.  &#xA;&#xA;Mio padre era impiegato comunale, autista di mezzi vari, e la montagna gli piacque così tanto che volle provare, per la prima volta questi &#34;giorni di malattia&#34; di cui tanto si parlava in certi ambienti. Niente di truffaldino, anzi: una leggera febbricola, accompagnata da sintomi collaterali vari, fu giudicata sufficiente dalla guardia medica per chiedere e ottenere quattro o cinque giorni di malattia. Questo era accaduto nel tardo pomeriggio di quel ferragosto.  &#xA;!--more--&#xA;&#xA;Il giorno dopo, stavamo guardando il Palio di Siena nel piccolo televisorino da 12&#34; che ci eravamo portati dietro: non che ne avessimo di più grandi, era l&#39;unico che avevamo in casa, chiaramente in bianco e nero. Ero ancora abbastanza piccolo da trovare divertente il Palio, già dopo pochi anni iniziai a chiedermi cosa avessero fatto quei poveri cavalli per trovarsi lì, a fare quello che facevano.&#xA;Bussarono alla porta ed erano i carabinieri.  &#xA;&#xA;Ebbi paura, che volevano? Era successo qualcosa a qualcuno? Qualcuno in famiglia aveva combinato un pasticcio di cui non sapevo nulla?&#xA;No, fortunatamente, erano solo venuti a controllare, e mio padre davvero stava in pigiama, con la voce nasale e le medicine in giro.&#xA;&#xA;Va bene, ma il 18 mattina dovete essere al lavoro: così si esaurirono rapidamente gli unici due giorni di malattia della vita lavorativa di mio padre. Ci avevano trovati, in un lampo, chiedendo un po&#39; in giro, al barbiere che ci aveva accorciato i capelli qualche giorno prima, &#34;stanno nella casa di...&#34;.   &#xA;&#xA;Hanno fatto il loro dovere, non c&#39;è nulla da dire in merito; tuttvia, ancora oggi ripenso a quella sollecitudine, con una punta di amarezza solcata da una striatura di facile populismo.&#xA;Penso ai latitanti che latitano per decenni nel paese dove sono nati e dove sono sempre vissuti, con le istituzioni che sembrano brancolare nel buio e i compaesani ignari di tutto, dietro quel muro di omertà del Sud che al Nord si chiama dignitoso silenzio.  &#xA;&#xA;La faccenda si concluse con mio padre che diventò un pendolare della villeggiatura: tornava a casa e andava al lavoro, poi il venerdì sera ci raggiungeva e la domenica pomeriggio ripartiva.  &#xA;&#xA;E stare soli con nostra mamma era un&#39;esperienza nuova, ma ugualmente bella.&#xA;E quando tornava mio padre, era sempre una piccola festa.  &#xA;&#xA;Questo pendolarismo fu possibile solo nelle nostre villeggiature sul Matese, a circa 80 km da casa: in Abruzzo si sarebbe trattato di un viaggio di oltre 200 km, ogni volta, quindi facevano i nostri 15-18 giorni e tornavamo nella bruttura del nostro quotidiano.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<hr>

<p>Mio padre, quando decise di portarci in villeggiatura per la prima volta, fu categorico: <strong>“se mi stanco della montagna, ci facciamo una decina di giorni e ce ne torniamo a casa.</strong> È sempre stato un tipo da mare, come mia sorella; il restante 50% della famiglia, invece, preferiva e preferisce la montagna.
A me il mare piace, sia detto: mi piace guardarlo, mi piace l&#39;atmosfera delle località di mare, mi piace camminare e averlo di lato; stare spiaggiati sulla sabbia in una calca di sconosciuti, a morir bruciati dal sole e accecati dal riverbero, a fare chissà cosa, proprio no.</p>

<p>Mio padre era impiegato comunale, autista di mezzi vari, e la montagna gli piacque così tanto che volle provare, per la prima volta questi <em>“giorni di malattia”</em> di cui tanto si parlava in certi ambienti. Niente di truffaldino, anzi: una leggera febbricola, accompagnata da sintomi collaterali vari, fu giudicata sufficiente dalla guardia medica per chiedere e ottenere quattro o cinque giorni di malattia. Questo era accaduto nel tardo pomeriggio di quel ferragosto.<br>
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<p>Il giorno dopo, stavamo guardando il Palio di Siena nel piccolo televisorino da 12” che ci eravamo portati dietro: non che ne avessimo di più grandi, era l&#39;unico che avevamo in casa, chiaramente in bianco e nero. Ero ancora abbastanza piccolo da trovare divertente il Palio, già dopo pochi anni iniziai a chiedermi cosa avessero fatto quei poveri cavalli per trovarsi lì, a fare quello che facevano.
Bussarono alla porta ed erano i carabinieri.</p>

<p>Ebbi paura, che volevano? Era successo qualcosa a qualcuno? Qualcuno in famiglia aveva combinato un pasticcio di cui non sapevo nulla?
No, fortunatamente, erano solo venuti a controllare, e mio padre davvero stava in pigiama, con la voce nasale e le medicine in giro.</p>

<p><strong><em>Va bene, ma il 18 mattina dovete essere al lavoro:</em></strong> così si esaurirono rapidamente gli unici due giorni di malattia della vita lavorativa di mio padre. Ci avevano trovati, in un lampo, chiedendo un po&#39; in giro, al barbiere che ci aveva accorciato i capelli qualche giorno prima, “stanno nella casa di...”.</p>

<p>Hanno fatto il loro dovere, non c&#39;è nulla da dire in merito; tuttvia, ancora oggi ripenso a quella sollecitudine, con una punta di amarezza solcata da una striatura di facile populismo.
Penso ai latitanti che latitano per decenni nel paese dove sono nati e dove sono sempre vissuti, con le istituzioni che sembrano brancolare nel buio e i compaesani ignari di tutto, dietro quel muro di omertà del Sud che al Nord si chiama dignitoso silenzio.</p>

<p>La faccenda si concluse con mio padre che diventò un pendolare della villeggiatura: tornava a casa e andava al lavoro, poi il venerdì sera ci raggiungeva e la domenica pomeriggio ripartiva.</p>

<p>E stare soli con nostra mamma era un&#39;esperienza nuova, ma ugualmente bella.
E quando tornava mio padre, era sempre una piccola festa.</p>

<p>Questo pendolarismo fu possibile solo nelle nostre villeggiature sul Matese, a circa 80 km da casa: in Abruzzo si sarebbe trattato di un viaggio di oltre 200 km, ogni volta, quindi facevano i nostri 15-18 giorni e tornavamo nella bruttura del nostro quotidiano.</p>
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      <guid>https://log.livellosegreto.it/oreliete/cera-il-palio-di-siena-e-bussarono-i-carabinieri</guid>
      <pubDate>Sun, 10 Aug 2025 14:43:08 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La chiamavamo Sprecavitelli</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/la-chiamavamo-sprecavitelli</link>
      <description>&lt;![CDATA[---&#xA;&#xA;Non so, effetto Mandela o allucinazione collettiva in famiglia? Fatto sta che credevamo quella forra fosse in località Sprecavitelli. Non sapevamo neanche fosse una forra, per noi era un generico burrone.&#xA;La vera Sprecavitelli è una località nei pressi del Lago Matese, mentre il ponte di Arcichiaro, questo il vero nome, svetta sul torrente Quirino, che siamo sicuri di non aver mai visto. Per gestire queste acque, successivamente, è stata costruita una diga, di cui non so granché, a parte il fatto che sembra i lavori siano iniziati a fine anni Novanta e completati all&#39;italiana, solo parzialmente, almeno fino al 2023.  &#xA;&#xA;Allego un paio di foto d&#39;epoca, della mia epoca, così ci togliamo il pensiero e potete smettere di leggere. Scattate con la mia solita reflex delle vacanze, classicamente 36 esposizioni da far durare dalle due alle quattro settimane.&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Imbocco di una brevissima galleria, visibile a destra un tratto di strada e a sinistra l&#39;esterno della stessa che si sporge sul vuoto ed è caratterizzata da alcune piante che crescono sulla nuda roccia.&#xA;&#xA;Protagonista della foto, la brevissima galleria che introduce al ponte, sulla SP 331, Strada Provinciale del Matese, in territorio già molisano, nello specifico territorio di Guardiaregia. Proprio Guardiaregia era, probabilmente, la meta di queste nostre escursioni in Molise, una regione vicina ma che non ci siamo mai presi la briga di esplorare, se non per visita a Venafro, Isernia, Bojano e Castelpetroso.  &#xA;&#xA;Sporgendoci dal lato roccioso, l&#39;impatto era impressionante, abituati come eravamo a panorami ben più cittadini: una profonda fenditura tra le rocce, un dislivello tale da dare le vertigini e esercitare quella morbosa attrazione per il vuoto, non penso sia solo una questione mia.&#xA;Credo sia un panorama interessante e pericoloso anche per gente più avvezza a montagne più imponenti.&#xA;&#xA;Profonda forra caratterizzata da una vegetazione alquanto scarsa, in una vecchia foto&#xA;&#xA;Ebbene, per molto tempo ho cercato quella galleria su Maps, per ripercorrere almeno immaginariamente quella strada sospesa su un piccolo, relativo nulla, per rivivere quei momenti ancora una volta, perché non sarà giusto abbandonarsi ai ricordi, ma capita che i ricordi siano l&#39;unico sprone a continuare.&#xA;Non sono mai riuscito a risalire al punto, intenzionalmente: in molti casi, quando si cerca una cosa e non la si trova, si sta cercando nel posto sbagliato; era uno di quei casi, e da un caso è arrivata la soluzione.  &#xA;&#xA;Ho una bicicletta e sogno di usarla per viaggiare, al momento è assolutamente impossibile. Dovessi vivere abbastanza a lungo, perché non si sa mai, nella migliore delle ipotesi ne avrò la possibilità quando non avrò più forza per pedalare e permettermi certe distanze. Non che oggi percorra chissà quanti chilometri, ma ho diversi limiti a cui attenermi, la libertà può essere costretta da troppe pareti.  &#xA;&#xA;Stavo fantasticando sul percorso da fare per pedalare fino a San Gregorio Matese: tragitto fattibilissimo, in un giorno, da una persona allenata e io non sono quella persona, quindi dovrei spezzare in due. Il problema è la salita finale, circa 11 km con una pendenza media del 5,5% circa, potrei farcela ma c&#39;è un &#34;ma&#34;.&#xA;Più di uno, in realtà: la salita è alla fine del percorso, quindi ci arriverei già stanco, la soluzione potrebbe essere quella di sopra, ovvero fare due tappe. Il &#34;ma&#34; grosso, diciamo il MA, sta nell&#39;irregolarità della pendenza e l&#39;ostacolo insormontabile sarebbe uno strappo di circa 400 metri al 14% medio e punte del 18%, a cui seguirebbero altri strappetti analogamente ripidi ma brevi. Non avrei la condizione fisica per quello strappo, dovrei scendere e spingere su una strada stretta.  &#xA;&#xA;Come le so queste cose, dov&#39;è che vado a fantasticare? Su Komoot, per esempio: è l&#39;universo immaginario delle cose che mi piacerebbe fare e non farò mai.&#xA;E sto fantasticando di tornare a Piedimonte, Castello, passare San Gregorio e raggiungere il lago, ormai ho perso la speranza di individuare la finta Sprecavitelli. Complice una zoomata non richiesta (ancora il caso), la mappa si rimpicciolisce e mi appaiono le altre icone dei punti di interesse, una delle quali con la dicitura &#34;Ponte del Diavolo (Arcichiaro)&#34;: di ponti del diavolo ne è pieno il mondo, ma fammici guardare... ed eccolo lì, il posto non può essere che questo. &#xA;La vegetazione è più folta che nella mia testa e in quelle due foto, scopro che sotto c&#39;è una diga, parte della montagna è stata grattata per ricavarne materiale da costruzione, i guardrail sono rinforzati nello scopo da griglie di contenimento.&#xA;Cambiamenti estetici, l&#39;essenza del ricordo è immutata.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<hr>

<p>Non so, effetto Mandela o allucinazione collettiva in famiglia? Fatto sta che credevamo quella forra fosse in località <strong>Sprecavitelli.</strong> Non sapevamo neanche fosse una forra, per noi era un generico burrone.
La vera Sprecavitelli è una località nei pressi del Lago Matese, mentre il <strong>ponte di Arcichiaro,</strong> questo il vero nome, svetta sul torrente Quirino, che siamo sicuri di non aver mai visto. Per gestire queste acque, successivamente, è stata costruita una diga, di cui non so granché, a parte il fatto che sembra i lavori siano iniziati a fine anni Novanta e completati all&#39;italiana, solo parzialmente, almeno fino al 2023.</p>

<p>Allego un paio di foto d&#39;epoca, della mia epoca, così ci togliamo il pensiero e potete smettere di leggere. Scattate con la mia solita reflex delle vacanze, classicamente 36 esposizioni da far durare dalle due alle quattro settimane.
</p>

<p><img src="https://pixelfed.social/storage/m/_v2/761788689458154436/33cc9b949-339791/iP3TNYkZnq4Q/owoHA8RQ6ct3zqDu50a94e0jPVYBMTvcnhG9OBmH.jpg" alt="Imbocco di una brevissima galleria, visibile a destra un tratto di strada e a sinistra l&#39;esterno della stessa che si sporge sul vuoto ed è caratterizzata da alcune piante che crescono sulla nuda roccia." title="Ponte Arcichiaro"></p>

<p>Protagonista della foto, la brevissima galleria che introduce al ponte, sulla SP 331, Strada Provinciale del Matese, in territorio già molisano, nello specifico territorio di Guardiaregia. Proprio Guardiaregia era, probabilmente, la meta di queste nostre escursioni in Molise, una regione vicina ma che non ci siamo mai presi la briga di esplorare, se non per visita a Venafro, Isernia, Bojano e Castelpetroso.</p>

<p>Sporgendoci dal lato roccioso, l&#39;impatto era impressionante, abituati come eravamo a panorami ben più cittadini: una profonda fenditura tra le rocce, un dislivello tale da dare le vertigini e esercitare quella morbosa attrazione per il vuoto, non penso sia solo una questione mia.
Credo sia un panorama interessante e pericoloso anche per gente più avvezza a montagne più imponenti.</p>

<p><img src="https://pixelfed.social/storage/m/_v2/761788689458154436/33cc9b949-339791/MviQvufQtdV3/GHxSWCakYhKTixMUvLzdwIMIz2oXA38nmqwwgsIH.jpg" alt="Profonda forra caratterizzata da una vegetazione alquanto scarsa, in una vecchia foto" title="Forra di Arcichiaro"></p>

<p>Ebbene, per molto tempo ho cercato quella galleria su Maps, per ripercorrere almeno immaginariamente quella strada sospesa su un piccolo, relativo nulla, per rivivere quei momenti ancora una volta, perché non sarà giusto abbandonarsi ai ricordi, ma capita che i ricordi siano l&#39;unico sprone a continuare.
Non sono mai riuscito a risalire al punto, intenzionalmente: in molti casi, quando si cerca una cosa e non la si trova, si sta cercando nel posto sbagliato; era uno di quei casi, e da un caso è arrivata la soluzione.</p>

<p>Ho una bicicletta e sogno di usarla per viaggiare, al momento è assolutamente impossibile. Dovessi vivere abbastanza a lungo, perché non si sa mai, nella migliore delle ipotesi ne avrò la possibilità quando non avrò più forza per pedalare e permettermi certe distanze. Non che oggi percorra chissà quanti chilometri, ma ho diversi limiti a cui attenermi, la libertà può essere costretta da troppe pareti.</p>

<p>Stavo fantasticando sul percorso da fare per pedalare fino a San Gregorio Matese: tragitto fattibilissimo, in un giorno, da una persona allenata e io non sono quella persona, quindi dovrei spezzare in due. Il problema è la salita finale, circa 11 km con una pendenza media del 5,5% circa, potrei farcela ma c&#39;è un “ma”.
<em>Più di uno, in realtà:</em> la salita è alla fine del percorso, quindi ci arriverei già stanco, la soluzione potrebbe essere quella di sopra, ovvero fare due tappe. Il “ma” grosso, diciamo il <strong>MA,</strong> sta nell&#39;irregolarità della pendenza e l&#39;ostacolo insormontabile sarebbe uno strappo di circa 400 metri al 14% medio e punte del 18%, a cui seguirebbero altri strappetti analogamente ripidi ma brevi. Non avrei la condizione fisica per quello strappo, dovrei scendere e spingere su una strada stretta.</p>

<p>Come le so queste cose, dov&#39;è che vado a fantasticare? Su Komoot, per esempio: è l&#39;universo immaginario delle cose che mi piacerebbe fare e non farò mai.
E sto fantasticando di tornare a Piedimonte, Castello, passare San Gregorio e raggiungere il lago, ormai ho perso la speranza di individuare la finta Sprecavitelli. Complice una zoomata non richiesta (ancora il caso), la mappa si rimpicciolisce e mi appaiono le altre icone dei punti di interesse, una delle quali con la dicitura <strong>“Ponte del Diavolo (Arcichiaro)”:</strong> di ponti del diavolo ne è pieno il mondo, ma fammici guardare... ed eccolo lì, il posto non può essere che questo.
La vegetazione è più folta che nella mia testa e in quelle due foto, scopro che sotto c&#39;è una diga, parte della montagna è stata grattata per ricavarne materiale da costruzione, i guardrail sono rinforzati nello scopo da griglie di contenimento.
Cambiamenti estetici, l&#39;essenza del ricordo è immutata.</p>
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      <guid>https://log.livellosegreto.it/oreliete/la-chiamavamo-sprecavitelli</guid>
      <pubDate>Wed, 06 Aug 2025 10:25:23 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Un altro sport da villeggiatura: il tennis</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/un-altro-sport-da-villeggiatura-il-tennis</link>
      <description>&lt;![CDATA[---&#xA;&#xA;Delle mie esperienze con lo skatebobard, in estate e lontano da casa, ne ho parlato qui. Del tennis, invece, ne scrivo adesso e anticipo che racchetta e skateboard trovano un punto di contatto nel punto di contatto tra il mio coccige e una superficie più o meno piatta, ma indiscutibilmente solida: sì, sono caduto, anche stavolta pesantemente, con una racchetta in mano mentre stavamo in villeggiatura e questo è il succo di questo articolo, che continuo per chi fosse ancora interessato.  &#xA;&#xA;Stavolta, la casa era a Castello del Matese, località in cui abbiamo villeggiato una sola volta, e quell&#39;anno avevamo la compagnia dei miei zii dalla Toscana. Noi salivamo di poco, loro scendevano di parecchio e ci incontravamo in questo piccolo paese tra Piedimonte (Matese) e San Gregorio (Matese). Il Matese è un&#39;area geografica, fatta di monti e valli, a cavallo tra la Campania e il Molise e i nomi di molte località incorporano questa dicitura, subentrata quasi sempre a &#34;d&#39;Alife&#34;.&#xA;Piedimonte è in collina, 300 metri più su c&#39;è Castello e salendo per altri 300 metri, circa, si arriva a San Gregorio. Ci eravamo fermati nel mezzo, quell&#39;anno.&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Vista dall&#39;alto di un borgo di montagna, con un castello visibile al centro, edificato su un rilievo pianeggiante posto tra più alti monti boscosi&#xA;&#xA;La casetta affittata dai miei zii era più moderna, per quanto potesse esserlo in un paesino di montagna più di trenta anni fa. Ricordo gli infissi in alluminio, almeno: la nostra, di sicuro, non ce li aveva.&#xA;Era una tipica casetta da borgo, di quelle non vissute dai proprietari e che quindi sono rifinite un po&#39; sì e un po&#39; no, più no che sì. Muri intonacati senza troppa convinzione, pavimenti decisamente antichi, bagno al piano di sopra a cui si accedeva, se non ricordo male, passando da un balcone. Gli elementi della abitazioni tendono a diventare a incastro, in certe situazioni.&#xA;E la scala che portava al piano di sopra: una dei protagonisti del racconto, che era di gradini di cemento grezzo, probabilmente neanche troppo regolari in alzata e pedata, come se servissero a ostacolare l&#39;avanzata di eventuali aggressori dal piano basso che volessero conquistare il bagno (senza doccia e senza vasca, ci lavavamo in una capiente tinozza) o le stanze da letto. Ah, dimenticavo: da una porticina a piano terra, fatta di una intelaiatura approssimativa di legno, vetro e spifferi, si accedeva a un orticello interno, incastrato nello spazio lasciato dalle case incastrate tra loro. I proprietari ci chiesero di evitarlo, possibilmente, cosa che facemmo. Chissà, forse vi passeggiava un fantasma, fatto sta che quella stanza era molto più tetra del resto della casa.  &#xA;&#xA;Con noi, c&#39;erano i nostri due uccellini, una canarina e un verdone, che ci portavamo sempre dietro in villeggiatura, mica potevamo lasciarli a casa. Ogni estate, caricavamo la 127, quella col motore da 900 cm³ e tre porte, ci entravamo in quattro più la gabbia e partivamo. Inconcepibile, attualmente: senza un 3.000 diesel, da tre tonnellate, non si fanno fare neanche le scuole dell&#39;obbligo ai figli, neanche se per arrivarci basta attraversare la strada.  &#xA;&#xA;Ma la racchetta? Eccola.&#xA;Per qualche motivo, come se poi potessi giocarci da solo, come se la 127 non fosse già abbastanza stracolma del necessario (tra cui noi e i nostri uccellini), mi ero portato dietro questo racchettone dei tempi di Nicola Pietrangeli, bastava impugnarlo e ci si sentiva subito un po&#39; Fantozzi.&#xA;Una notte, dalla stanza tetra arrivarono dei rumori. Sarà stata la semioscurità che l&#39;avvolgeva anche nelle ore di sole, saranno state quelle scale quasi medievali, quell&#39;ambiente colpiva la fantasia (fertile) di un ragazzetto. E questa fantasia era sollecitata nelle ore di luce, ma quella notte, svegliatomi di soprassalto e solo parzialmente, avevo immaginato una cosa molto più terrena e pratica di un fantasma che si divertisse a turbare il sonno dei giusti: poteva essere un gatto, entrato da spiragli che solo loro conoscono e possono praticare, venuto a mangiarsi i nostri uccellini!  &#xA;&#xA;Passai da uno stato di sonno profondo a uno di dormiveglia, accesi una luce e afferrai il racchettone, pesante di suo come se fosse stato di pietra, non so in quale ordine, per poi lanciarmi per le scale, brandendolo come mazza chiodata, scivolando su uno dei gradini, battendo (ancora) il coccige al suolo con frastuono sismico, fermandomi un paio di gradini più in basso, abbastanza naturalmente anestetizzato da non sentire subito il dolore, ma abbastanza sveglio da capire che il nemico era stato messo in fuga prima di poter fare danni. In realtà, non sapemmo mai se davvero ci avesse fatto visita un gatto, quella notte.&#xA;Anche quell&#39;anno, la gabbia tornò a casa intatta, coi suoi occupanti illesi, in un giorno di inizio settembre.&#xA;&#xA;La racchetta la usai come tale una sola volta, ci giocai con mia cugina su un campetto affittato per un&#39;ora. In realtà, non potrei affermare con certezza di averci giocato, di sicuro i nostri vicini di campo passarono un&#39;oretta d&#39;inferno: noi lanciavamo costantemente e involontariamente le nostre palline nel loro campo di gioco e loro, gentilmente, ce le rimandavano per tutto il tempo, senza un fiato o una smorfia.  &#xA;&#xA;Questo è il vero spirito del tennis, non fare i milioni e pagarci ben misere tasse in un paradiso fiscale, azzardando un italiano da dizionario tascabile.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<hr>

<p>Delle mie esperienze con lo skatebobard, in estate e lontano da casa, ne ho parlato <a href="https://log.livellosegreto.it/oreliete/nella-cantina-a-lettopalena-cera-uno-skateboard" rel="nofollow">qui</a>. Del tennis, invece, ne scrivo adesso e anticipo che racchetta e skateboard trovano un punto di contatto nel punto di contatto tra il mio coccige e una superficie più o meno piatta, ma indiscutibilmente solida: sì, sono caduto, anche stavolta pesantemente, con una racchetta in mano mentre stavamo in villeggiatura e questo è il succo di questo articolo, che continuo per chi fosse ancora interessato.</p>

<p>Stavolta, la casa era a <strong>Castello del Matese</strong>, località in cui abbiamo villeggiato una sola volta, e quell&#39;anno avevamo la compagnia dei miei zii dalla Toscana. Noi salivamo di poco, loro scendevano di parecchio e ci incontravamo in questo piccolo paese tra Piedimonte (Matese) e San Gregorio (Matese). Il Matese è un&#39;area geografica, fatta di monti e valli, a cavallo tra la Campania e il Molise e i nomi di molte località incorporano questa dicitura, subentrata quasi sempre a <em>“d&#39;Alife”</em>.
Piedimonte è in collina, 300 metri più su c&#39;è Castello e salendo per altri 300 metri, circa, si arriva a San Gregorio. Ci eravamo fermati nel mezzo, quell&#39;anno.
</p>

<p><img src="https://pxscdn.com/public/m/_v2/761788689458154436/7a53dd069-05894d/9PjuFik9vR0v/WP3O5NK2sn3i7YQMKZg6VrvY3WErxgi5SYKzkYBu.jpg" alt="Vista dall&#39;alto di un borgo di montagna, con un castello visibile al centro, edificato su un rilievo pianeggiante posto tra più alti monti boscosi" title="Veduta di Castello del Matese da San Gregorio Matese"></p>

<p>La casetta affittata dai miei zii era più moderna, per quanto potesse esserlo in un paesino di montagna più di trenta anni fa. Ricordo gli infissi in alluminio, almeno: la nostra, di sicuro, non ce li aveva.
Era una tipica casetta da borgo, di quelle non vissute dai proprietari e che quindi sono rifinite un po&#39; sì e un po&#39; no, più no che sì. Muri intonacati senza troppa convinzione, pavimenti decisamente antichi, bagno al piano di sopra a cui si accedeva, se non ricordo male, passando da un balcone. Gli elementi della abitazioni tendono a diventare a incastro, in certe situazioni.
E la scala che portava al piano di sopra: una dei protagonisti del racconto, che era di gradini di cemento grezzo, probabilmente neanche troppo regolari in alzata e pedata, come se servissero a ostacolare l&#39;avanzata di eventuali aggressori dal piano basso che volessero conquistare il bagno (senza doccia e senza vasca, ci lavavamo in una capiente tinozza) o le stanze da letto. Ah, dimenticavo: da una porticina a piano terra, fatta di una intelaiatura approssimativa di legno, vetro e spifferi, si accedeva a un orticello interno, incastrato nello spazio lasciato dalle case incastrate tra loro. I proprietari ci chiesero di evitarlo, possibilmente, cosa che facemmo. Chissà, forse vi passeggiava un fantasma, fatto sta che quella stanza era molto più tetra del resto della casa.</p>

<p>Con noi, c&#39;erano i nostri due uccellini, una canarina e un verdone, che ci portavamo sempre dietro in villeggiatura, mica potevamo lasciarli a casa. Ogni estate, caricavamo la <strong>127,</strong> quella col motore da 900 cm³ e tre porte, ci entravamo in quattro più la gabbia e partivamo. Inconcepibile, attualmente: senza un 3.000 diesel, da tre tonnellate, non si fanno fare neanche le scuole dell&#39;obbligo ai figli, neanche se per arrivarci basta attraversare la strada.</p>

<p><strong>Ma la racchetta? Eccola.</strong>
Per qualche motivo, come se poi potessi giocarci da solo, come se la 127 non fosse già abbastanza stracolma del necessario (tra cui noi e i nostri uccellini), mi ero portato dietro questo racchettone dei tempi di Nicola Pietrangeli, bastava impugnarlo e ci si sentiva subito un po&#39; Fantozzi.
Una notte, dalla stanza tetra arrivarono dei rumori. Sarà stata la semioscurità che l&#39;avvolgeva anche nelle ore di sole, saranno state quelle scale quasi medievali, quell&#39;ambiente colpiva la fantasia (fertile) di un ragazzetto. E questa fantasia era sollecitata nelle ore di luce, ma quella notte, svegliatomi di soprassalto e solo parzialmente, avevo immaginato una cosa molto più terrena e pratica di un fantasma che si divertisse a turbare il sonno dei giusti: poteva essere un gatto, entrato da spiragli che solo loro conoscono e possono praticare, venuto a mangiarsi i nostri uccellini!</p>

<p>Passai da uno stato di sonno profondo a uno di dormiveglia, accesi una luce e afferrai il racchettone, pesante di suo come se fosse stato di pietra, non so in quale ordine, per poi lanciarmi per le scale, brandendolo come mazza chiodata, scivolando su uno dei gradini, battendo (ancora) il coccige al suolo con frastuono sismico, fermandomi un paio di gradini più in basso, abbastanza naturalmente anestetizzato da non sentire subito il dolore, ma abbastanza sveglio da capire che il nemico era stato messo in fuga prima di poter fare danni. In realtà, non sapemmo mai se davvero ci avesse fatto visita un gatto, quella notte.
Anche quell&#39;anno, la gabbia tornò a casa intatta, coi suoi occupanti illesi, in un giorno di inizio settembre.</p>

<p>La racchetta la usai come tale una sola volta, ci giocai con mia cugina su un campetto affittato per un&#39;ora. In realtà, non potrei affermare con certezza di averci giocato, di sicuro i nostri vicini di campo passarono un&#39;oretta d&#39;inferno: noi lanciavamo costantemente e involontariamente le nostre palline nel loro campo di gioco e loro, gentilmente, ce le rimandavano per tutto il tempo, senza un fiato o una smorfia.</p>

<p><em>Questo è il vero spirito del tennis, non fare i milioni e pagarci ben misere tasse in un paradiso fiscale, azzardando un italiano da dizionario tascabile.</em></p>
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      <guid>https://log.livellosegreto.it/oreliete/un-altro-sport-da-villeggiatura-il-tennis</guid>
      <pubDate>Tue, 15 Jul 2025 14:18:35 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Nella cantina a Lettopalena c&#39;era uno skateboard</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/nella-cantina-a-lettopalena-cera-uno-skateboard</link>
      <description>&lt;![CDATA[---&#xA;&#xA;Per un anno siamo stati in villeggiatura a Lettopalena, un ridente (si dice sempre così) paesino abruzzese in provincia di Chieti, oggi circa 300 abitanti e qualcuno in più, ma non tanti, nei primissimi anni Novanta. Del paesino, però, avrò modo di parlarne qualche altra volta.  &#xA;&#xA;Venivamo da tre anni consecutivi di villeggiatura al Matese (San Gregorio - Castello - San Gregorio) e avevamo deciso di cambiare un poco aria, all&#39;epoca si spulciavano le inserzioni su pubblicazioni come Fieracittà e Bric à Brac; non so che fine abbiano fatto, il primo avrà chiuso i battenti di sicuro. Troviamo questa inserzione, c&#39;eravamo con i tempi e le date e anche il prezzo sembrava interessate.&#xA;Quanto pagavamo per quelle casette? Solitamente, tra 350.000 e 450.000 lire, per un mese o una ventina di giorni. La ventina di giorni sarebbero, in realtà, nominalmente due settimane, ma i proprietari ci dicevano puntualmente che non ci sarebbero stati problemi a restare qualche giorno in più del dovuto.  &#xA;&#xA;E andiamo in Abruzzo, troviamo il paesino, raggiungiamo la casa a suon di indicazioni dei passanti. Due livelli e un&#39;ampia cantina, un lato della casa affacciava direttamente su uno dei monti della Maiella, 2.500 metri di altezza circa, una cosa che non smetterà mai di stupire gente che, come noi, veniva dal livello del mare. Ogni mattina era una meraviglia.  &#xA;!--more--&#xA;Ora, la cosa che mi meraviglia abbastanza di queste situazioni è la fiducia che certe persone ripongono negli estranei, gente che viene da un&#39;altra regione, impossibile da rintracciare: li avevamo contattati sul telefono fisso, all&#39;epoca telefono e basta, non è che ci fossero alternative, e tanto bastava. Si erano fatti trovare in casa il giorno dell&#39;appuntamento e quello fu il nostro unico contatto visivo, fisico.  &#xA;&#xA;Le case da villeggiatura, solitamente, sono semivuote, arredate il minimo possibile, con sedie, tavoli, qualche mobile e basta: questa no, era una vera e propria seconda casa, un posto dove poter abitare tranquillamente. Mobili pieni di cose, elettrodomestici, scaffali e mensole coi libri (ne approfittai per leggere, un paio di volte, Harold e Moude), tutto quello che si troverebbe in una casa di dimensioni generosi.&#xA;E sotto c&#39;era la cantina, l&#39;ho già detto. Piena di cose anch&#39;essa, con conserve, damigiane di vino e olio, una videocamera Super 8. Tutta roba, come quella in casa, che avremmo potuto prendere in prestito a tempo indefinito, cosa che, ovviamente, non facemmo.  &#xA;&#xA;Praticamente, questa brava gente, onesta e ingenua (nel senso più benevolo del termine, se ci fate caso le persone così e quelle buone in generale pensano che anche gli altri si comportino come loro, a differenza delle carogne che... pensano che anche gli altri siano come loro), si era fatta vedere per lasciarci le chiavi e farsi pagare quanto pattuito telefonicamente, per poi scomparire per sempre dalla nostra vita. Le chiavi le avremmo lasciate al vicino quando avremmo deciso di lasciare la casa, loro non sarebbero tornati a breve.  &#xA;&#xA;Io, invece, torno alla cantina e a qualcosa in essa contenuto, il titolo lo annunciava: uno skateboard. Era di quelli col corpo in plastica, piccolo e abbastanza stretto da non poterci poggiare del tutto i piedi sopra senza lasciarli sporgere ed era la cosa che mi pareva più interessante tra quelle presenti. Assieme alla Super 8 che, però, non aveva la pellicola su cui registrare e poi, comunque, non avrei avuto modo di sviluppare e vedere.&#xA;La casa si trovava ai margini di un piazzale di forma approssimativamente ovale, usato come parcheggio, da cui partivano alcune stradine che portavano a una strada più esterna, diciamo concentrica. Queste stradine erano lunghe una decina di metri al massimo, ma in discesa. Una discesa particolarmente ripida.  &#xA;&#xA;All&#39;epoca, sullo skateboard ci sapevo andare: non sapevo fare nessun trick, ma ci stavo in equilibrio, potevo andarci in giro. Me la cavavo meglio coi pattini, non mi spiacerebbe reimparare ad andarci.&#xA;Qual è la prima da fare, per uno che su uno skateboard sa giusto starci in equilibrio, spingersi e girare un po&#39; qua e un po&#39; là?&#xA;Ovvio: prendere la rincorsa sul piazzale e lanciarsi lungo la più ripida di quelle discese, perché queste sono le cose che fanno i cuccioli di animali, da che mondo è mondo: le cose sceme e pericolose, non è mica un&#39;invenzione di questi tempi moderni.&#xA;Lo skateboard sguscia via come impazzito, tra il realizzare la cosa e battere pesantissimamente il coccige sull&#39;asfalto è questione di centesimi di secondo per un cronometro, un tutt&#39;uno per la concezione umana del tempo, sicuramente meno scientifica.&#xA;Se gli alberi della Maiella fossero stati imbiancati, avremmo potuto vedere la neve venir giù dai loro rami, in risposta a quell&#39;urto che si premurò di accompagnarmi, sotto forma di dolore sordo e persistente, per qualche giorno. Era un corpo ancora giovane, il mio, quindi pronto a reagire. Oggi avrebbero dovuto raccogliermi da terra, quindi non lo rifarei.&#xA;E neanche quella volta lo rifeci, ma passato il dolore, eccomi di nuovo sullo skateboard azzurro. Solo per scorrazzare nel piazzale, però: quell&#39;esperienza mi aveva insegnato qualcosa.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<hr>

<p>Per un anno siamo stati in villeggiatura a <strong>Lettopalena,</strong> un <em>ridente</em> (si dice sempre così) paesino abruzzese in provincia di Chieti, oggi circa 300 abitanti e qualcuno in più, ma non tanti, nei primissimi anni Novanta. Del paesino, però, avrò modo di parlarne qualche altra volta.</p>

<p>Venivamo da tre anni consecutivi di villeggiatura al Matese (San Gregorio – Castello – San Gregorio) e avevamo deciso di cambiare un poco aria, all&#39;epoca si spulciavano le inserzioni su pubblicazioni come Fieracittà e Bric à Brac; non so che fine abbiano fatto, il primo avrà chiuso i battenti di sicuro. Troviamo questa inserzione, c&#39;eravamo con i tempi e le date e anche il prezzo sembrava interessate.
Quanto pagavamo per quelle casette? Solitamente, tra 350.000 e 450.000 lire, per un mese o una ventina di giorni. La ventina di giorni sarebbero, in realtà, nominalmente due settimane, ma i proprietari ci dicevano puntualmente che non ci sarebbero stati problemi a restare qualche giorno in più del dovuto.</p>

<p>E andiamo in Abruzzo, troviamo il paesino, raggiungiamo la casa a suon di indicazioni dei passanti. Due livelli e un&#39;ampia cantina, un lato della casa affacciava direttamente su uno dei monti della Maiella, 2.500 metri di altezza circa, una cosa che non smetterà mai di stupire gente che, come noi, veniva dal livello del mare. Ogni mattina era una meraviglia.<br>

Ora, la cosa che mi meraviglia abbastanza di queste situazioni è la fiducia che certe persone ripongono negli estranei, gente che viene da un&#39;altra regione, impossibile da rintracciare: li avevamo contattati sul telefono fisso, all&#39;epoca <strong>telefono e basta,</strong> non è che ci fossero alternative, e tanto bastava. Si erano fatti trovare in casa il giorno dell&#39;appuntamento e quello fu il nostro unico contatto visivo, fisico.</p>

<p>Le case da villeggiatura, solitamente, sono semivuote, arredate il minimo possibile, con sedie, tavoli, qualche mobile e basta: questa no, era una vera e propria seconda casa, un posto dove poter abitare tranquillamente. Mobili pieni di cose, elettrodomestici, scaffali e mensole coi libri (ne approfittai per leggere, un paio di volte, <em>Harold e Moude</em>), tutto quello che si troverebbe in una casa di dimensioni generosi.
E sotto c&#39;era la cantina, l&#39;ho già detto. Piena di cose anch&#39;essa, con conserve, damigiane di vino e olio, una videocamera Super 8. Tutta roba, come quella in casa, che avremmo potuto <em>prendere in prestito a tempo indefinito,</em> cosa che, ovviamente, non facemmo.</p>

<p>Praticamente, questa brava gente, onesta e ingenua (nel senso più benevolo del termine, se ci fate caso le persone così e quelle buone in generale pensano che anche gli altri si comportino come loro, a differenza delle carogne che... pensano che anche gli altri siano come loro), si era fatta vedere per lasciarci le chiavi e farsi pagare quanto pattuito telefonicamente, per poi scomparire per sempre dalla nostra vita. Le chiavi le avremmo lasciate al vicino quando avremmo deciso di lasciare la casa, loro non sarebbero tornati a breve.</p>

<p>Io, invece, torno alla cantina e a qualcosa in essa contenuto, il titolo lo annunciava: uno <strong>skateboard.</strong> Era di quelli col corpo in plastica, piccolo e abbastanza stretto da non poterci poggiare del tutto i piedi sopra senza lasciarli sporgere ed era la cosa che mi pareva più interessante tra quelle presenti. Assieme alla Super 8 che, però, non aveva la pellicola su cui registrare e poi, comunque, non avrei avuto modo di sviluppare e vedere.
La casa si trovava ai margini di un piazzale di forma approssimativamente ovale, usato come parcheggio, da cui partivano alcune stradine che portavano a una strada più esterna, diciamo concentrica. Queste stradine erano lunghe una decina di metri al massimo, ma in discesa. <em>Una discesa particolarmente ripida.</em></p>

<p>All&#39;epoca, sullo skateboard ci sapevo andare: non sapevo fare nessun trick, ma ci stavo in equilibrio, potevo andarci in giro. Me la cavavo meglio coi pattini, non mi spiacerebbe reimparare ad andarci.
Qual è la prima da fare, per uno che su uno skateboard sa giusto starci in equilibrio, spingersi e girare un po&#39; qua e un po&#39; là?
Ovvio: prendere la rincorsa sul piazzale e lanciarsi lungo la più ripida di quelle discese, perché queste sono le cose che fanno i cuccioli di animali, da che mondo è mondo: le cose sceme e pericolose, non è mica un&#39;invenzione di questi tempi moderni.
Lo skateboard sguscia via come impazzito, tra il realizzare la cosa e battere pesantissimamente il coccige sull&#39;asfalto è questione di centesimi di secondo per un cronometro, un tutt&#39;uno per la concezione umana del tempo, sicuramente meno scientifica.
Se gli alberi della Maiella fossero stati imbiancati, avremmo potuto vedere la neve venir giù dai loro rami, in risposta a quell&#39;urto che si premurò di accompagnarmi, sotto forma di dolore sordo e persistente, per qualche giorno. Era un corpo ancora giovane, il mio, quindi pronto a reagire. Oggi avrebbero dovuto raccogliermi da terra, quindi non lo rifarei.
E neanche quella volta lo rifeci, ma passato il dolore, eccomi di nuovo sullo skateboard azzurro. Solo per scorrazzare nel piazzale, però: quell&#39;esperienza mi aveva insegnato qualcosa.</p>
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      <guid>https://log.livellosegreto.it/oreliete/nella-cantina-a-lettopalena-cera-uno-skateboard</guid>
      <pubDate>Tue, 17 Jun 2025 20:37:25 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Il forno sulla circumvallazione di San Gregorio Matese</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/il-forno-sulla-circumvallazione-di-san-gregorio-matese</link>
      <description>&lt;![CDATA[---&#xA;&#xA;Circumvallazione è una parola probabilmente grossa, per un paesino di 1.000 abitanti scarsi e il cui nucleo, seppur all&#39;interno di un&#39;area abbastanza generosa, è racchiuso metaforicamente in un pugno.  &#xA;&#xA;Questa fantasiosa circumvallazione, della lunghezza di circa 3 chilometri, avvolge il paese ed è ottima per farci delle camminate, cosa che a volte facevamo prima dell&#39;orario di colazione o nel pomeriggio, quando il sole iniziava a trovare ostacolo nelle montagne; lungo il percorso, la caserma dei carabinieri e della forestale, alcuni punti panoramici dove far spaziare la vista, la chiesa grande e un forno.  &#xA;&#xA;Uso questo termine perché non ricordo quale fosse l&#39;attività principale: vendevano pane, pizzette, dolciumi, biscotti, dolce e salato. Qualunque cosa fosse, era in un punto strategico del tracciato e ci si poteva fermare per poter prendere qualcosa da portare a casa, o mangiare nei paraggi, e rifarsi della lunga camminata. Che non era lunga per niente, ma da piccoli il mondo sembra molto più grande.&#xA;&#xA;All&#39;epoca, ora non saprei, era tutto bianco, dentro e fuori. Semplice intonaco, insomma, ma mi è rimasto dentro così, nella sua banale semplicità, per qualche motivo.&#xA;Ancora oggi, nella mia mente, il forno per definizione è tutto bianco, appena fuori dal centro, tranquillo, rassicurante. Un posto così è un posto dove mi piacerebbe comprare il pane, dei biscotti, del dolce e del salato.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<hr>

<p>Circumvallazione è una parola probabilmente grossa, per un paesino di 1.000 abitanti scarsi e il cui nucleo, seppur all&#39;interno di un&#39;area abbastanza generosa, è racchiuso metaforicamente in un pugno.</p>

<p>Questa fantasiosa circumvallazione, della lunghezza di circa 3 chilometri, avvolge il paese ed è ottima per farci delle camminate, cosa che a volte facevamo prima dell&#39;orario di colazione o nel pomeriggio, quando il sole iniziava a trovare ostacolo nelle montagne; lungo il percorso, la caserma dei carabinieri e della forestale, alcuni punti panoramici dove far spaziare la vista, la chiesa grande e un forno.</p>

<p>Uso questo termine perché non ricordo quale fosse l&#39;attività principale: vendevano pane, pizzette, dolciumi, biscotti, dolce e salato. Qualunque cosa fosse, era in un punto strategico del tracciato e ci si poteva fermare per poter prendere qualcosa da portare a casa, o mangiare nei paraggi, e rifarsi della lunga camminata. Che non era lunga per niente, ma da piccoli il mondo sembra molto più grande.</p>

<p>All&#39;epoca, ora non saprei, era tutto bianco, dentro e fuori. Semplice intonaco, insomma, ma mi è rimasto dentro così, nella sua banale semplicità, per qualche motivo.
Ancora oggi, nella mia mente, il forno per definizione è tutto bianco, appena fuori dal centro, tranquillo, rassicurante. Un posto così è un posto dove mi piacerebbe comprare il pane, dei biscotti, del dolce e del salato.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://log.livellosegreto.it/oreliete/il-forno-sulla-circumvallazione-di-san-gregorio-matese</guid>
      <pubDate>Mon, 09 Jun 2025 08:04:06 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La botteguccia col telefono pubblico</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/la-botteguccia-col-telefono-pubblico</link>
      <description>&lt;![CDATA[---&#xA;&#xA;I nostri anni di villeggiatura, tra la fine degli anni Ottanta e la metà dei Novanta, non erano funestati dai telefonini e dalla necessità di essere perennemente in contatto con tutti, come se si avesse sempre qualcosa da dire o da far sapere.&#xA;&#xA;Qualche volta, però, del telefono avevamo bisogno, specialmente per mettersi d&#39;accordo coi parenti per eventuali visite: qua tutto bene, si sta freschi (eh sì, all&#39;epoca a 800 metri di altitudine in agosto c&#39;era il fresco), venite a trovarci, allora vi aspettiamo tal giorno.&#xA;&#xA;Poco lontano dalla nostra casetta a due livelli, c&#39;era questo localino buio, praticamente una sorta di spaccio con coloniali, barattoli, merceria, candele, di tutto un po&#39; su scaffalature di ferro, quelle della ferramenta.&#xA;Si chiamava proprio &#34;la botteguccia&#34;, se non ricordo male; ricordo di sicuro l&#39;oscurità che impregnava il piccolo locale, stretto tra due palazzi sufficientemente alti a evitare che il sole lo lambisse, se non con un fievole riflesso, in ogni ora del giorno.&#xA;L&#39;illuminazione era affidata a un neon abbastanza indeciso, sembrava un rifugio ipogeo; nell&#39;angolo più buio, protetto da una tendina, un telefono da parete, quelli grigi della SIP che si trovavano anche in parecchie case, anche se quelli da tavolo erano enormemente più diffusi. In quanto casalingo, non accettava gettoni, ma si faceva sentire al passaggio di ogni scatto, con un qualche marchingegno che produceva un suono ben udibile.&#xA;&#xA;Finita la telefonata, passavamo al bancone, e pagavamo per gli scatti consumati. Così, due o tre volte lungo la nostra permanenza, queste telefonate quasi telegrafiche. Ci capitava anche di dover fare la fila, mica eravamo gli unici villeggianti.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<hr>

<p><strong>I nostri anni di villeggiatura, tra la fine degli anni Ottanta e la metà dei Novanta, non erano funestati dai telefonini</strong> e dalla necessità di essere perennemente in contatto con tutti, <em>come se si avesse sempre qualcosa da dire o da far sapere.</em></p>

<p>Qualche volta, però, del telefono avevamo bisogno, specialmente per mettersi d&#39;accordo coi parenti per eventuali visite: qua tutto bene, si sta freschi <em>(eh sì, all&#39;epoca a 800 metri di altitudine in agosto c&#39;era il fresco),</em> venite a trovarci, allora vi aspettiamo tal giorno.</p>

<p>Poco lontano dalla nostra casetta a due livelli, c&#39;era questo localino buio, praticamente una sorta di spaccio con coloniali, barattoli, merceria, candele, di tutto un po&#39; su scaffalature di ferro, quelle della ferramenta.
Si chiamava proprio <strong>“la botteguccia”,</strong> se non ricordo male; ricordo di sicuro l&#39;oscurità che impregnava il piccolo locale, stretto tra due palazzi sufficientemente alti a evitare che il sole lo lambisse, se non con un fievole riflesso, in ogni ora del giorno.
L&#39;illuminazione era affidata a un neon abbastanza indeciso, sembrava un rifugio ipogeo; nell&#39;angolo più buio, protetto da una tendina, un telefono da parete, quelli grigi della SIP che si trovavano anche in parecchie case, anche se quelli da tavolo erano enormemente più diffusi. In quanto casalingo, non accettava gettoni, ma si faceva sentire al passaggio di ogni scatto, con un qualche marchingegno che produceva un suono ben udibile.</p>

<p>Finita la telefonata, passavamo al bancone, e pagavamo per gli scatti consumati. Così, due o tre volte lungo la nostra permanenza, queste telefonate quasi telegrafiche. Ci capitava anche di dover fare la fila, mica eravamo gli unici villeggianti.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://log.livellosegreto.it/oreliete/la-botteguccia-col-telefono-pubblico</guid>
      <pubDate>Sat, 31 May 2025 14:57:56 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Dalla terrazza si sentiva Goldrake</title>
      <link>https://log.livellosegreto.it/oreliete/dalla-terrazza-si-sentiva-goldrake</link>
      <description>&lt;![CDATA[---&#xA;&#xA;Le sigle, almeno.&#xA;&#xA;La terrazza delle nostre villeggiature era ampia, più di quanto potessimo sognare noi affittuari venuti dalla cittadina.&#xA;Non era granché rifinita, non ne capisco niente di edilizia, mattonelle arancio/marrone e guaina bituminosa sui muretti verticali, ma era nostra per un mese e tanto bastava.&#xA;Ci si potevano guardare le stelle nella notte buia, non sporcata dalle luci infinite della città; ci si poteva abbronzare, volendo, ma non siamo mai stati amanti della tintarella.&#xA;&#xA;La stagione turistica è fondamentale per questi paesini, piccoli all&#39;epoca e ancora più piccoli adesso, quindi si cercava di tenersi stretti i villeggianti con serate canore, danzanti, sagre, mangiate; tutto molto rustico, ma andava bene così.&#xA;Non sempre avevamo voglia di uscire la sera, o ci ritiravamo più presto del solito, ma fin sulla terrazza arrivavano comunque i suoni dalla villa comunale, con uno spazio circolare cementato adibito a eventi vari: quella sera, una di quelle che avevamo deciso di passare a casa, era discoteca per i giovani.&#xA;&#xA;Italo disco, Ivana Spagna, Samantha Fox, Modern Talking, Raf con Self control, mica sto a fare l&#39;elenco completo: quei nomi li conosciamo e conosciamo quelle tastiere e quei suoni, che sono ancora tra noi con qualche piccolo travestimento, ma non andranno via mai.&#xA;Poi, all&#39;improvviso, l&#39;italo disco si trasforma in un raggio missile, con circuiti di mille valvole.&#xA;Era la sigla di Goldrake, seguirono altre sigle di robottoni e cartoni animati. Echeggiavano per tutto il paese, dalla terrazza si sentivano che era un piacere.&#xA;&#xA;Ero piacevolmente sconvolto, stupito dal fatto che la gente stesse ballando con le sigle dei miei eroi dell&#39;epoca. Ore davvero liete.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<hr>

<p><em>Le sigle, almeno.</em></p>

<p>La terrazza delle nostre villeggiature era ampia, più di quanto potessimo sognare noi affittuari venuti dalla cittadina.
Non era granché rifinita, non ne capisco niente di edilizia, mattonelle arancio/marrone e guaina bituminosa sui muretti verticali, ma era nostra per un mese e tanto bastava.
Ci si potevano guardare le stelle nella notte buia, non sporcata dalle luci infinite della città; ci si poteva abbronzare, volendo, ma non siamo mai stati amanti della tintarella.</p>

<p>La stagione turistica è fondamentale per questi paesini, piccoli all&#39;epoca e ancora più piccoli adesso, quindi si cercava di tenersi stretti i villeggianti con serate canore, danzanti, sagre, mangiate; tutto molto rustico, ma andava bene così.
Non sempre avevamo voglia di uscire la sera, o ci ritiravamo più presto del solito, ma fin sulla terrazza arrivavano comunque i suoni dalla villa comunale, con uno spazio circolare cementato adibito a eventi vari: quella sera, una di quelle che avevamo deciso di passare a casa, era discoteca per i giovani.</p>

<p><em>Italo disco, Ivana Spagna, Samantha Fox, Modern Talking, Raf con Self control,</em> mica sto a fare l&#39;elenco completo: quei nomi li conosciamo e conosciamo quelle tastiere e quei suoni, che sono ancora tra noi con qualche piccolo travestimento, ma non andranno via mai.
Poi, all&#39;improvviso, <em>l&#39;italo disco si trasforma in un raggio missile, con circuiti di mille valvole.</em>
Era la sigla di <strong>Goldrake,</strong> seguirono altre sigle di robottoni e cartoni animati. Echeggiavano per tutto il paese, dalla terrazza si sentivano che era un piacere.</p>

<p>Ero piacevolmente sconvolto, stupito dal fatto che la gente stesse ballando con le sigle dei miei eroi dell&#39;epoca. Ore davvero liete.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://log.livellosegreto.it/oreliete/dalla-terrazza-si-sentiva-goldrake</guid>
      <pubDate>Thu, 22 May 2025 08:23:43 +0000</pubDate>
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