La tana di Biancaneve

Riassunto delle puntate precedenti

Piano terra. L'atrio del palazzo puzza di carne marcia.

Una leggenda metropolitana di Testudo dice che ogni edificio sulla Commodore's nasconda almeno un cadavere, ma voci di corridoio sostengono che si tratti piuttosto di una specie di mercato nero, carne sintetica leggermente avariata che viene smerciata direttamente dal portiere, in cambio di due spiccioli. I residenti di questo quartiere fatiscente devono pur mangiare, in un modo o nell'altro, no?

Vado subito a controllare le cassette della posta per assicurarmi che il detective Biancaneve abiti davvero qui. Alcune cassette, prive di targhetta col nome, straripano di volantini che annunciano offerte imperdibili: vegetali d'imitazione prodotti con fibre alimentari di seconda qualità a soli novantanove centesimi. Puah. Preferirei farmi sparare a una coscia che mangiare quella robaccia. Altre contengono avvisi di pagamento e notifiche di sfratto. Gli occupanti abusivi non si sono nemmeno disturbati a controllare le lettere, sanno che non dovrebbero essere qui, ma sanno anche che la polizia non metterebbe piede sulla Commodore's per tutto l'oro del mondo, e quindi non c'è nessuno che sia disposto a eseguire lo sfratto.

Una sola cassetta è vuota e tirata a lucido. La targhetta dice chiaramente: “Detective Bro...”

Accidenti, scusate, stavo per rivelare il vero nome del mio amico. Riproviamo, voi fate finta di nulla. In realtà la targhetta dice: “Detective Biancaneve”. E poi, scritta a penna, è stata aggiunta un'informazione importante: “secondo piano.”

Mi precipito su per le scale sperando di non incontrare nessuno, ma la mia buona stella deve essersi presa una vacanza perché, appena metto piede sul primo scalino, una gang di predoni motociclisti si appresta a fare la sua discesa lungo la sudicia scalinata del palazzo. Imprecando interiormente, mi faccio coraggio e sguscio in mezzo a loro. Fare dietro-front servirebbe soltanto ad attirare l'attenzione sulla mia valigetta da liquori e sul milione di corazze in banconote nuove di zecca che contiene. Se questi malviventi decidessero di rapinarmi, non avrei scampo: serve a poco l'astuzia, quando sei in dodici contro uno.

Fortunatamente i predoni sono troppo fatti per cogliere al volo la possibilità di una rapina facile. Da qualche parte in questo palazzo deve esserci una fumeria di crack o di qualsiasi cosa fumino i predoni al giorno d'oggi. Cammino tra di loro stringendomi il più possibile e trattenendo il fiato. Uno dei predoni mi assesta una potente spallata, ridacchiando tra i denti. I suoi amici si girano per qualche secondo a guardarmi, sperando che io cada rovinosamente dalle scale per farsi due risate, ma appena recupero l'equilibrio aggrappandomi al corrimano di legno marcio perdono subito interesse e riprendono la loro rumorosa discesa verso l'atrio.

Raggiungo il secondo piano in pochi secondi, che però mi sono sembrati un paio d'ore. Mentre percorro il corridoio chiedo scusa alla mia stella fortunata: sarebbe potuta finire molto peggio, se non mi avesse dato una mano. Quando suono alla porta del detective Biancaneve, sono sudato fradicio e devo avere la faccia di uno che è appena sopravvissuto a un incidente aereo, perché il mio vecchio amico viene ad aprire e, senza nemmeno salutarmi, mi domanda: “Che è successo, Catenaccio?”

Mi chiudo la porta alle spalle, raggiungo la sua scrivania, ci sbatto sopra la valigetta e faccio scattare la chiusura. “Ecco che è successo,” gli dico, mentre le banconote compaiono davanti ai suoi occhi. “Le ho rubate per sbaglio e adesso sono un uomo morto.”

***

“Davvero le hai rubate da una corazzata blindata?” Mi domanda Biancaneve, quando ho finito di raccontargli tutta la storia.

“Ti ho mai detto una bugia?” Ribatto, chiedendomi perché mai, in mezzo a questa delirante assurdità, sia stato proprio quel particolare a colpirlo.

“Me ne dicevi parecchie, quando eri un mio informatore,” risponde lui, con un sorriso furbesco. “Ma ammetto che da allora sono cambiate molte cose. Sai perché te l'ho chiesto?” Al detective piace essere implorato, prima di concedere un'informazione.

“Perché?” Gli domando.

“Perché dal mio ufficio è appena uscita una donna che mi ha chiesto di rintracciare il conducente di una corazzata.”

“Capelli rossi e tailleur grigio perla,” gli dico, maledicendomi per non essermi intrattenuto a parlare con lei. La donna dei miei sogni si è rivelata l'unica persona al mondo che potrebbe sapere qualcosa su questa dannata faccenda. Una donna di classe, che non parlerebbe con uno come me nemmeno sotto tortura. In pratica, sono spacciato.