Testudo Blues

Storie e frammenti di vita dalla città isolata Testudo, raccontati dal vostro umile centauro Danny Catenaccio

Crepitìo radio

Qualcuno si schiarisce la voce

Buongiorno, affezionati mascalzoni e sicofanti di Testudo, anche oggi si aprono le danze sulla frequenza di Danny Catenaccio, il vostro umile centauro vagabondo. Da quando il sindaco Carter ha messo fuori legge le comunicazioni radio libere, parlare è un atto di resistenza, e nei sobborghi di Testudo si parla e si resiste.

Ma prima di tutto, una comunicazione di servizio per tutti i predoni e i banditi di periferia all'ascolto: non passate dalla Valley stamattina, non c'è più niente da spazzolare. Io e il mio socio in affari Johnny Rumble abbiamo fatto una visitina al convegno elettorale del sindaco, perciò come potrete immaginare, ogni borsetta è già stata scippata, ogni vecchia signora coi diamanti è già stata ripulita e ogni dannato orologio di importazione ha attraversato il deserto in una corazzata blindata soltanto per finire nelle tasche del vostro amico Danny, o per meglio dire nelle borse in pelle della PodeRossa, la mia fidata motocicletta.

Ma non sono mica qui per darvi consigli su come arricchirvi e sulle zone dove andare a caccia, per quello basta offrire qualche spicciolo agli informatori professionisti dei bassifondi, c'è un'intera rete clandestina che per due o tre Corazze è pronta a giurare che oggi – oggi sì, è proprio il giorno giusto – vi arricchirete senza dubbio se andate a sgraffignare nella piazza del settore uno, oppure sul lungomare del quinto distretto, o in qualche luogo improbabile nei dintorni delle Enclosure. Molti di loro sono bugiardi patentati, ma non si sa mai, no? In fondo, siamo rimasti in pochi a dire la verità in questa città maledetta.

Quanto al comizio del sindaco, non avevo mai sentito tutte quelle baggianate messe insieme. Vi giuro che ho rischiato di vomitare mentre infilavo le mani nella borsetta della moglie di Carter in persona, sul momento clou del suo discorso: “La politica dell'ultra-isolamento ha portato pace e prosperità a Testudo. Escludere gli stranieri e bloccare tutte le importazioni non regolamentate è la chiave del successo per un'economia che, di anno in anno, diventa sempre più florida.”

Quindi ha cominciato a cianciare di accordi con il governo centrale per l'esportazione nel resto del Paese del District's Best, il whiskey prodotto a Testudo con malto sintetico. Come se a qualcuno interessasse bere quella robaccia. Puah! Buono solo da usare come collutorio. A chi verrebbe mai in mente di riempire una corazzata blindata con delle casse di District's Best e rischiare i mille pericoli che si corrono attraversando il deserto per cercare di vendere una porcheria del genere fuori dai confini di Testudo? Qui ci si accontenta, ma solo perché il vero whisky sta diventando sempre più costoso. Per questo sì che possiamo ringraziare la politica dell'ultra-isolamento! Viva il sindaco Carter!

A proposito, mentre i partecipanti al convegno bevevano District servito in bicchieri di bio-plastica, il sindaco e tutto il suo staff tracannavano vero whisky scozzese nel camper dell'organizzazione. Così io e il buon vecchio Johnny abbiamo pensato di prenderci qualche bottiglia... ed è qui che sono iniziati i problemi, perché mi è capitato qualcosa che in tanti anni di furti e furfanterie criminali non mi era mai successo. Ma ve ne parlerò alla prossima trasmissione, perché adesso ho delle cose molto urgenti da sbrigare, perciò parcheggio la PodeRossa e vi saluto, mascalzoni e sicofanti di Testudo!

Crepitìo radio

Si chiude la comunicazione

Rumore metallico

Crepitìo radio

Bentornati, mascalzoni e sicofanti, il vostro Danny Catenaccio è di nuovo con voi per raccontarvi della sconvolgente sorpresa che stamattina gli ha mandato di traverso uno dei furti più grandiosi della sua carriera. Mettetevi comodi, perché c'è da restarci secchi.

Ogni malandrino come si deve sa che, dove c'è il sindaco Carter, c'è anche qualcosa di prezioso da spazzolare. Di solito il bottino è ben protetto dai suoi gorilla, ma nella Valley, dove vive solo gente rispettabile della Testudo bene, lo staff del sindaco tiene la guardia bassa.

Il piano era quello che al mio socio Johnny Rumble piace chiamare “il doppio-copertone all'americana”, un trucchetto vecchio come il cucco, ma che non delude quasi mai: uno dei soci si infiltra nella struttura da derubare e costruisce dall'interno una copertura per i suoi complici.

E Johnny si era preparato per bene, credetemi! Aveva scoperto dove abitava uno dei camerieri assoldati dal sindaco Carter per il suo esclusivo ricevimento sotto al tendone, un raccomandato incapace che era entrato nella squadra di Carter per le preghiere di un qualche zio importante, un noto speculatore edilizio che ha costruito metà del quinto distretto.

Beh, Johnny ha aspettato il malcapitato cameriere di Carter sotto casa, si è infilato nel portone dietro di lui, salutandolo come se fosse un inquilino del palazzo e poi ha fatto le scale fino al piano del cameriere. Appena quello apre la porta di casa, Johnny gli salta addosso, gli sbatte la testa al muro e lo trascina nell'armadio a muro in cui il ragazzo, scapolo, teneva scope e prodotti di pulizia.

Johnny è un bastardo fortunato, perché l'armadietto in questione si può chiudere a chiave, perciò ci chiude dentro il cameriere e poi rastrella l'appartamento per cercare quello che gli serve: la divisa da lecchino di Carter (giacca e cravatta azzurri, perché quello sporco despota di Carter ama circondarsi di gente vestita d'azzurro che lo fa sentire pulito), il tesserino di riconoscimento e la carta d'identità... pardon, il Documento Unico del ragazzo, adesso è così che lo chiamano, da quando carta di identità e carta di credito sono diventati un unico tesserino di plastica con un microchip comune.

Per finire, Johnny passa parte della notte a contraffare il tesserino, sostituendo la sua foto a quella originale, dorme nel letto del ragazzo – mentre quello ancora riposa nell'armadietto delle scope – e la mattina dopo se ne va, fresco e sbarbato, al comizio elettorale del sindaco, prendendo subito servizio.

È a questo punto che entro in gioco io. Di buon mattino vado al mercato del ventesimo distretto e, in cambio di due spicci, compro sei casse piene di cibo d'imitazione – avete presente? Pesce sintetico che viene messo in stampi a forma di pesce per sembrare meno disgustoso, carne sintetica stampata in 3D per ricordare una bistecca alla fiorentina, palle di amido a forma di patata, insomma, quel genere di roba. Quindi noleggio un furgoncino, e ci carico dentro, nell'ordine:

1) la PodeRossa, la mia fida motocicletta; 2) le casse di cibo scadente; 3) due valigette di pelle acquistate al mercato delle pulci, anch'esse piene di cibo finto.

Quindi metto in moto e vado al comizio prima che arrivino i veri fornitori. Johnny mi fa entrare nella cucina del tendone e mi accompagna dal cuoco. “Ehi, capo, sono arrivate le materie prime.”

“Va bene, scarica tutto lì,” dice lo chef, e io mi metto all'opera.

Con un tempismo perfetto, arriva in quel momento la corazzata dei liquori, pronta per rifornire il party del sindaco. L'autista, in tenuta militare, scende e sblocca il cassone blindato avvicinando il suo Documento Unico. E il forziere del tesoro si spalanca davanti ai nostri occhi. File e file di splendide bottiglie di whisky scozzese single malt, importato da qualche città del Paese Esterno e sopravvissuto agli assalti dei predoni del deserto.

Il militare recupera dal cassone quattro valigette per liquori di lusso, di quelle con l'interno sagomato che ricalca la forma delle bottiglie. Sei in ogni valigetta, per un valore di quasi quarantamila Corazze.

Non vi prenderò in giro, ci vuole destrezza e parecchio allenamento per fare quello che ho fatto, ed è per questo che io sono Danny Catenaccio, l'artista delle truffe e dei furti con scasso, mentre voi passate il vostro tempo ad ascoltare i racconti delle mie malefatte sperando un giorno di diventare bravi quanto me. Ma ecco dunque cosa ho fatto: mi sono caricato le valigette da mercato delle pulci insieme a due casse di cibo fasullo e ho cominciato a camminare di buon passo verso la cucina, urtando il militare e facendo cadere tutto quello che trasportavo.

Non immaginate che casino, ragazzi! Pezzi di cibo sintetico dovunque, roba sparsa per tutta la cucina. Al militare, allenato per resistere ai peggiori tentativi di furto e di aggressione, sfugge di mano una valigetta, una sola, che prontamente afferro, sostituendola con l'altra, piena di gamberoni d'imitazione. Prima che il militare possa accorgersi del guaio io sono già a bordo del furgone e sto filando via con la sua valigetta.

Che fortuna, Catenaccio si è procurato una valigetta di ottimo whisky scozzese, direte voi. E invece no, perché quando l'ho aperta ho rischiato che mi venisse un colpo. Volete sapere cosa c'era dentro? Beh, sintonizzatevi sulla mia frequenza all'ora della prossima trasmissione. Per oggi vi saluto, mascalzoni e sicofanti di Testudo!

Crepitìo radio

Fine della trasmissione

Schiamazzi in lontananza

crepitìo radio

Accidenti, mascalzoni e sicofanti, ancora una volta il vostro Danny Catenaccio è vivo per miracolo! Qualcuno sarà perfino dispiaciuto dalla notizia, ma ho la pellaccia dura e non mi faccio ammazzare tanto facilmente! Anche stavolta è andata così, ho guardato la morte dritto negli occhi e ho detto: “Col piffero! Non è ancora arrivato il mio momento!”

Ricordate la storia della valigetta? Beh, nonostante le mie migliori intenzioni, ossia sgraffignare un po' di liquore a spese del più grande farabutto che questa città abbia mai conosciuto, il colpo al comizio del sindaco Carter si è trasformato in una grossa gatta da pelare. Una gatta rognosa che poteva anche ammazzarmi, con tutti i parassiti che nasconde tra i peli.

Forse non avrei dovuto tenervi sulle spine così a lungo, ma, finché la valigetta restava nelle mie mani, dirvi cosa c'era dentro equivaleva a un suicidio bello e buono. Dunque prendete nota, ladruncoli e predoni, la valigetta non è più con me. L'ho consegnata all'unica persona di cui ci si possa fidare in questa città marcia fino al midollo, e se pensate che vi dirò il suo nome, condannandola a una fine prematura, vi sbagliate di grosso.

E adesso quello che tutti stavate aspettando: cosa diavolo conteneva quella valigetta?

Dopo il furto, sono fuggito veloce come il vento. Non so se il militare che scortava il prezioso liquore del sindaco abbia capito qualcosa, ma comunque non sarebbe mai riuscito a raggiungermi col suo pachiderma di piombo e acciaio inox. Una corazzata blindata pesa decine di tonnellate e non è certo famosa per la sua velocità: è un veicolo progettato per resistere all'artiglieria pesante, alle bottiglie esplosive e perfino a un colpo di bazooka. Insomma, è facile da assaltare, ma quasi impossibile da espugnare, e questo i predoni del deserto l'hanno imparato a loro spese.

Metto qualche chilometro di distanza tra me e il luogo del crimine, parcheggio il furgone in una stazione di servizio abbandonata al confine con la West Enclosure e poi vado a controllare il bottino. Figuratevi la mia faccia quando sblocco la valigetta con la solita, prevedibile combinazione del sindaco Carter (“1111” da buon narcisista megalomane che se ne infischia della sicurezza propria e altrui) e mi ritrovo davanti a un milione di Corazze, banconote fresche di stampa raccolte in pratiche mazzette da diecimila.

Volete sapere se ho pensato di tenermele? Nemmeno per un secondo! Qui a Testudo, se qualcuno arricchisce all'improvviso, le possibilità sono soltanto due: o ha trovato un buon santo in paradiso, oppure ha tradito un pezzo grosso. E in entrambi i casi è un uomo morto.

La prima è una morte asintomatica, perché da fuori non si vede niente. Il tizio sembra felice e contento, ma chiunque abbia deciso di farlo arricchire adesso lo tiene in pugno. Con quei soldi ha comprato la sua vita e può costringerlo a fare tutto ciò che vuole. È così che i piccoli criminali di strada finiscono a commettere omicidi per i Bartolozzi o per le altre famiglie mafiose di Testudo. Qualche Corazza nel tuo conto in banca et voilà, non sei più un essere umano, ma un'arma. Un'arma capace di grandi cose, ma che probabilmente trascorrerà metà della sua vita in prigione.

La seconda, invece, è una morte letterale. Se hai rubato un milione di Corazze a qualcuno, quel qualcuno ti troverà e ti farà secco. Ed è per questo, signore e signori, che ho deciso di riportare il denaro al legittimo proprietario. Non al sindaco Carter, badate bene. Quello schifoso è un bugiardo e un assassino. Mi avrebbe accolto a braccia aperte e mi avrebbe fatto togliere di mezzo da qualche suo scagnozzo il giorno dopo, soltanto perché avevo ferito il suo ego smisurato e lo avevo sfidato rubando in casa sua.

No, ho deciso di rispedire i soldi al mittente originale, che fosse il signor Bartolozzi, un capobanda senza legge delle Enclosures, il Papa della chiesa alienista o perfino la Madre Superiora del Chiostro (che forse neanche esiste, se crediamo alle dicerie).

Chiunque fosse in debito con Carter, sarebbe stato felice di riavere i suoi soldi. Magari li avrebbe restituiti al sindaco scusandosi per il disagio, e tutto sarebbe finito lì. Con un po' di fortuna, insomma, avrei avuto salva la vita.

Ma prima bisognava scoprire di chi era quella valigetta. Non potevo mica bussare alla porta di un gangster qualunque dicendo: salve, per caso ha perso un milione di Corazze?

Ed è proprio per questo motivo che sono finito in una rissa al Bounty's Booty, il locale più malfamato di Testudo. Una rissa in cui, come vi ho detto, stavo per rimetterci la pelle. Ma per sapere come è andata, dovrete aspettare la prossima trasmissione. Per oggi vi saluto, mascalzoni e sicofanti di Testudo.

Crepitìo radio Fine della trasmissione

sintonizzazione

crepitìo radio

Bentornati, mascalzoni e sicofanti di Testudo, ho delle pessime notizie per voi: il vostro Danny Catenaccio è ancora vivo e vegeto, ed è tornato a trasmettere sulla sua frequenza personale per raccontarvi di come un dannato milione di Corazze lo ha quasi fatto ammazzare.

Dove eravamo rimasti?

Ah, sì, il Bounty's Booty. Tredicesimo distretto, il numero della sfortuna. Molti di voi lo conoscono bene, perché in tutta la città non c'è una bettola più puzzolente e mal fornita del Bounty's, e probabilmente se lo ricordano per via del tifo intestinale che si sono beccati quella volta bevendo da uno dei suoi boccali sporchi o mangiando assaggiando le sue maleodoranti prelibatezze sintetiche. Beh, per chi non lo conoscesse, vi basti sapere che questo vecchio capanno di lamiera arrugginita sulla ex-strada statale raccoglie tutto il peggio di Testudo: la clientela è un cocktail esplosivo di topi di fogna, ladruncoli, criminali professionisti, killer su commissione, spacciatori e sbirri infiltrati. Anzi, sarebbe meglio dire “sbirri disperati”, perché il Bounty's è davvero l'ultima spiaggia per chi va a caccia di criminali: per avere uno straccio di informazione devi allungare qualche bel bigliettone a gente che ogni giorno si allena a sparare balle come strategia di sopravvivenza, e non c'è nessuna garanzia che le Corazze investite in questo modo ti portino da qualche parte.

Oltretutto, se non vuoi che ti riconoscano immediatamente come sbirro e che non ti taglino la gola, devi essere disposto a scolarti liquori di dubbia provenienza, distillati da olio per motori – o da qualche altra porcheria, ci puoi giurare. Il barista del Bounty's, un tizio enorme con la voce di un cantante Jazz che si fa chiamare Martin King, è un corrotto e un collaboratore della polizia, ma non apre mai la bocca prima di averti convinto a consumare almeno tre drink, nemmeno se sei uno sbirro e hai il suo nome scritto a lettere maiuscole nel tuo libro paga. In fondo è questo il vangelo di Testudo: perché fare qualcosa gratis, se puoi guadagnarci a spese del tuo prossimo? E la gente che bazzica al Bounty's ha recepito perfettamente la buona novella.

Io non ero certo uno sbirro, ma ero molto, molto disperato. Che ci crediate o no, il furto accidentale di una valigetta piena di denaro era la cosa peggiore che mi fosse mai capitata, e la mia unica possibilità di sopravvivere era trovare il legittimo proprietario, perciò ho deciso di ricorrere alle informazioni di terza mano che circolano là dentro. Naturalmente, nessuno avrebbe saputo dirmi a chi appartenevano i soldi, e io non avevo nessuna intenzione di chiederlo, specialmente con quella valigetta in mano. Avevo bisogno di un'informazione molto più semplice. Dovevo solo trovare una persona.

Perciò eccomi qua, al Bounty's Booty. La prima cosa che faccio è dare una rapida occhiata al parcheggio: è uno spiazzo in terra battuta dove spesso, di notte, si trovano carcasse di auto in fiamme. È occupato principalmente da camion blindati e furgoni delle consegne. I ragazzini della periferia si divertono a incendiare i vecchi rottami a combustibile fossile, per cui non è sicuro lasciare un veicolo nel parcheggio, ma quando il veicolo appartiene all'azienda che ti paga una miseria per sgobbare tutto il giorno, allora non c'è problema.

Per la mia amata moto, però, è tutta un'altra storia. Sfreccio subito verso la gabbia più vicina, uno di quei parcheggi a pagamento recintati da un cubo di griglie metalliche elettrizzate, sostenute da sbarre d'acciaio, che per qualche Corazza ti garantiscono di ritrovare il tuo mezzo di trasporto tutto intero. Allungo un biglietto da cinquanta al parcheggiatore, un tizio vestito con una tuta in acetato così scadente che potrebbe prendere fuoco anche solo accendendosi una sigaretta e gli raccomando di trattare bene la mia PodeRossa. Quindi mi incammino lungo i trecento metri di ex-statale che mi separano dal Bounty's, con la valigetta in mano.

Entrato nel bar, mi siedo al bancone e ordino un District's Best, il liquore più fetente dell'intero paese, ma l'unico della cui provenienza posso essere sicuro: tutte le altre bottiglie hanno etichette scritte a mano e provengono da distillerie clandestine, per cui la probabilità di perdere la vista o di avvelenarsi fatalmente è un po' troppo alta per i miei gusti.

Scolo il bicchiere d'un colpo, e ne ordino un altro. “Stavolta però fallo doppio,” dico al barista. “Il lucido per la carrozzeria della mia moto è molto più alcolico di questa acqua sporca.” Non è vero, non mi sognerei mai di lucidare la PodeRossa con una sostanza a base di alcol che potrebbe rovinare la vernice, ma avevo bisogno di una frase ad effetto.

Martin King, il barista, sembra punto nel vivo. “Il problema è il tuo, bello. Non dovresti ordinare questa immondizia. Lo tengo solo perché il sindaco Carter ha obbligato ogni bar a vendere il suo whisky schifoso. La vuoi una bella grappa casalinga? La produce il nonno di Blanca Brucella,” mi dice, indicandomi una bionda che sta mangiando il famigerato formaggio di capra selvatica della West Enclosure da un vassoio sudicio. “Va bene, vada per la grappa dell'onorata famiglia Brucella,” gli dico, senza la minima intenzione di assaggiare un solo sorso di quell'intruglio potenzialmente mortale. “Ma prima devo chiederti una cosa,” aggiungo, allungandogli un biglietto da cento Corazze.

Adesso che ho la sua attenzione, posso fare il nome della persona che cerco. Ma non lo dirò certo in radio, perché la persona in questione adesso custodisce la mia valigetta e mi dispiacerebbe molto se finisse ammazzata per colpa mia. Facciamo così: usiamo un nome fasullo. Chiamiamola Biancaneve.

“Sai dov'è Biancaneve? Ha un ufficio da qualche parte a Testudo?” Domando a King, sperando che cento Corazze siano abbastanza per convincerlo a dire la verità. So che King ha fatto qualche lavoretto per conto di Biancaneve e che gli passa regolarmente informazioni in cambio di un fisso mensile. Se qualcuno sa come trovarla, questo è proprio Martin King.

“Biancaneve? Il detective Biancaneve? Che diavolo devi farci?”

D'accordo, mi avete beccato. Biancaneve è un uomo. È un investigatore privato. E potrebbe essere l'unico uomo onesto rimasto a Testudo, per quanto ne so io, ma di lui mi fido ciecamente.

“Senti, King, non ho tempo per chiacchierare. Se non vuoi i miei soldi, li darò a qualcun altro,” gli dico, piegando in due la banconota e facendo per rimetterla in tasca. Rapido come un felino, nonostante i suoi centocinquanta chili di peso, scarpe in pitone escluse, King si sporge sul bancone e afferra la banconota. “Non ho mai detto che non li voglio.”

Stacca un biglietto di eco-plastica sudicia da un blocchetto che tiene sul registratore di cassa, si sfila di tasca una penna con il logo del District's Best e scribacchia un indirizzo sul foglio, poi me lo porge. Proprio mentre allungo la mano destra per afferrarlo e lo infilo in un taschino, però, sento uno strattone che mi strappa via dalla sinistra la valigetta. Mi volto di scatto, appena in tempo per vedere un bandito dalle fattezze scimmiesche che se la dà a gambe con la mia unica speranza di salvezza.

Valuto per un istante le sue capacità intellettive e la mia capacità polmonare. La seconda sembra molto più alta della prima, perciò decido di tentare un trucchetto disperato. Un trucchetto che il mio socio in affari Johnny Rumble chiama “il tritacervello alla giapponese”. Ossia: spararne una bella grossa e sperare che il tizio ci caschi.

“FERMATI, IDIOTA! CI AMMAZZERAI TUTTI!” Grido, sopra al costante chiacchiericcio del bar.

“C'è una bomba là dentro,” proseguo, rivolgendomi tanto agli avventori del Booty's quanto all'uomo scimmia. “Se continua a muovere la valigetta, questo posto si trasformerà in un bel cratere!”

L'uomo scimmia, ormai vicino all'uscita sul retro ha un attimo di esitazione. Possibile che sia la verità? E soprattutto: vale la pena rischiare la vita per un'anonima valigetta che potrebbe contenere qualsiasi cosa, anche dei barattoli di lucido per scarpe? Appoggia la valigetta e mi invita ad avvicinarmi arricciando un dito. “Vieni qua. Fammi vedere. Se non è una bomba, ti pianto un proiettile in testa,” mi dice, con una vocina gracchiante che mi fa venire voglia di prenderlo a sberle.

Mi avvicino con cautela, un passo dopo l'altro. “Non si può aprire,” gli dico. “Altrimenti salterà in aria. A meno che non si inserisca la combinazione per disattivare il detonatore.” Mi chino sulla valigia, traffico per qualche minuto con il meccanismo numerico della combinazione poi afferro la maniglia con fare cerimonioso, aspetto che lui si avvicini per guardare meglio e... SBAM! Lo colpisco sulla mascella con la forza centrifuga di un milione di dannati bigliettoni.

Ed è qui che si scatena il putiferio. I clienti del Bounty's adorano le risse e non perdono un'occasione per fare a pugni. Mi saltano addosso in tre, ma a loro volta vengono aggrediti da una mezza dozzina di energumeni che menano i pugni come pazzi. Pallottole esplodono in tutte le direzioni – la feccia di Testudo gira sempre armata – e un proiettile graffia il mio prezioso giubbino di pelle d'importazione che ho rubato a un generale del primo distretto. Una raffica di mitragliatrice strappa il rivestimento della valigia, rivelando il metallo di cui è fatta. In tutto questo parapiglia, riesco a uscire dal Bounty's senza riportare danni permanenti utilizzando come via d'uscita una finestra già rotta da una rissa precedente.

Non sono più quello di una volta, cari i miei ascoltatori. Ai bei tempi avrei mandato al tappeto un bel po' di gentaglia, prima di filarmela. Mi sarei divertito alla grande. Ma quando la tua vita è rinchiusa in una dannata valigia, vi assicuro che la voglia di divertirsi scende ai minimi storici. Perciò eccomi ancora una volta a bordo della PodeRossa, pronto a raggiungere l'indirizzo scarabocchiato da King sul foglietto che mi è quasi costato la pelle. Ma questa parte della storia ve la racconterò un'altra volta. Per oggi vi saluto, mascalzoni e sicofanti di Testudo!

si chiudono le trasmissioni

musica jazz di sottofondo

Bentornati, mascalzoni e sicofanti, il vostro Danny Catenaccio è ancora vivo e vegeto, anche se la mancanza di sonno sta riducendo il suo cervello a un colabrodo. Sapete cosa vi succede quando non dormite per troppo tempo? Il cervello, per la mancanza di zuccheri, comincia a digerire se stesso, formando grossi buchi nella materia grigia, delle ferite che non si rimarginano più. O almeno così mi ha detto una volta il mio socio in affari Johnny Rumble. Che posso dirvi? Mi sono sempre fidato di lui come di un fratello, ma non credo che abbia la benché minima idea di come funzioni davvero un cervello umano.

Passiamo alle cose serie. Vi starete chiedendo se ho mai trovato il detective Biancaneve e se sono riuscito a restituire la valigetta col contante che ho rubato per errore al convegno elettorale del sindaco Carter. Beh, se ci fossi riuscito, non sarei rimasto tutta la notte in piedi, non vi pare? In compenso l'indirizzo che mi era stato generosamente offerto da quella canaglia di Martin King in cambio di cento sudate corazze si è rivelato autentico.

Distretto undici, Commodore's Way, civico trentuno.

Un palazzo che cadeva letteralmente a pezzi, lasciatemelo dire. In passato era stato dipinto di azzurro, ma ormai lo smog l'aveva trasformato in un disgustoso verde acqua. Acqua torbida, di palude. Poco male, visto che l'intonaco di scarsa qualità cominciava già a staccarsi dalle pareti, aprendo dei grossi buchi sulla facciata. Presto di quell'orrendo color palude non sarebbe rimasto che qualche ricciolo sbiadito dal sole.

Una sola cosa aveva di buono quel palazzo fatiscente: il portone. Visto che l'intero pannello del citofono era stato annerito da un denso strato di vernice spray, le mie probabilità di azzeccare al primo tentativo il campanello del detective Biancaneve erano davvero scarse: una su cinquantaquattro, per la precisione. Sempre più alte delle probabilità di trovare un milione di corazze in una stupida valigetta per liquori, ma non era il caso di tentare la sorte. Il distretto undici era tutt'altro che rispettabile, e suonare al campanello di un probabile criminale con una valigetta stracolma di denaro era un'esperienza che avrei preferito evitare, perciò non mi rimaneva altra scelta che appostarmi e sperare che qualche incauto inquilino uscisse senza darsi troppo pensiero di chiudersi la porta dietro alle spalle.

Dopo una buona mezz'ora sotto al sole cocente, cominciavo a dubitare che il mio socio in affari avesse ragione: il mio cervello si stava riducendo a un colabrodo, perché da quel palazzo in rovina avevo appena visto uscire la donna più bella dell'universo, con un elegante tailleur color grigio perla e dei lunghi capelli rossi. E per di più sembrava proprio che mi stesse sorridendo. La regina di tutte le allucinazioni.

“Ha da accendere?” Mi domanda la donna, fermandosi sul portone per ripararsi dal sole ed estraendo una sigaretta lunga e sottile dalla tasca interna della giacca. “Ma certo,” faccio io con un sorriso, attivando il sistema antifurto della mia PodeRossa e sentendomi già un po' in colpa per quello che sto per fare. Sgancio la valigetta dal comparto dei bagagli e avanzo verso di lei a lunghi passi, galleggiando su una nuvola di ormoni, ma il mio cervello-scolapasta adesso sta girando a tutta velocità, continuando a ripetere sempre la stessa cosa: Entra in quel dannato palazzo, Catenaccio. Tiro fuori dal taschino un accendino a gas con un teschio dalle cui orbite fuoriescono due serpenti di madreperla. Mi avvicino alla sua bocca. Il suo alito caldo sembra bruciarmi la pelle. “Resisti, Danny,” mi dico, mentre lei aspira leggermente e la punta della sua sigaretta lunga e sottile prende fuoco. I suoi occhi sono due diamanti grezzi, grigio-argento come quel dannato tailleur. Penso che continuerò a sognarla per il resto della mia vita. Ho una sola chance di abbordarla, di dire qualcosa di spiritoso, di restare a parlare con lei mentre la accompagno verso qualsiasi veicolo abbia usato per arrivare in questa fogna di quartiere. Ma invece la saluto con un cenno del capo e scivolo all'interno del portone.

Addio, bellezza. So che non ci vedremo mai più.

Riassunto delle puntate precedenti

Piano terra. L'atrio del palazzo puzza di carne marcia.

Una leggenda metropolitana di Testudo dice che ogni edificio sulla Commodore's nasconda almeno un cadavere, ma voci di corridoio sostengono che si tratti piuttosto di una specie di mercato nero, carne sintetica leggermente avariata che viene smerciata direttamente dal portiere, in cambio di due spiccioli. I residenti di questo quartiere fatiscente devono pur mangiare, in un modo o nell'altro, no?

Vado subito a controllare le cassette della posta per assicurarmi che il detective Biancaneve abiti davvero qui. Alcune cassette, prive di targhetta col nome, straripano di volantini che annunciano offerte imperdibili: vegetali d'imitazione prodotti con fibre alimentari di seconda qualità a soli novantanove centesimi. Puah. Preferirei farmi sparare a una coscia che mangiare quella robaccia. Altre contengono avvisi di pagamento e notifiche di sfratto. Gli occupanti abusivi non si sono nemmeno disturbati a controllare le lettere, sanno che non dovrebbero essere qui, ma sanno anche che la polizia non metterebbe piede sulla Commodore's per tutto l'oro del mondo, e quindi non c'è nessuno che sia disposto a eseguire lo sfratto.

Una sola cassetta è vuota e tirata a lucido. La targhetta dice chiaramente: “Detective Bro...”

Accidenti, scusate, stavo per rivelare il vero nome del mio amico. Riproviamo, voi fate finta di nulla. In realtà la targhetta dice: “Detective Biancaneve”. E poi, scritta a penna, è stata aggiunta un'informazione importante: “secondo piano.”

Mi precipito su per le scale sperando di non incontrare nessuno, ma la mia buona stella deve essersi presa una vacanza perché, appena metto piede sul primo scalino, una gang di predoni motociclisti si appresta a fare la sua discesa lungo la sudicia scalinata del palazzo. Imprecando interiormente, mi faccio coraggio e sguscio in mezzo a loro. Fare dietro-front servirebbe soltanto ad attirare l'attenzione sulla mia valigetta da liquori e sul milione di corazze in banconote nuove di zecca che contiene. Se questi malviventi decidessero di rapinarmi, non avrei scampo: serve a poco l'astuzia, quando sei in dodici contro uno.

Fortunatamente i predoni sono troppo fatti per cogliere al volo la possibilità di una rapina facile. Da qualche parte in questo palazzo deve esserci una fumeria di crack o di qualsiasi cosa fumino i predoni al giorno d'oggi. Cammino tra di loro stringendomi il più possibile e trattenendo il fiato. Uno dei predoni mi assesta una potente spallata, ridacchiando tra i denti. I suoi amici si girano per qualche secondo a guardarmi, sperando che io cada rovinosamente dalle scale per farsi due risate, ma appena recupero l'equilibrio aggrappandomi al corrimano di legno marcio perdono subito interesse e riprendono la loro rumorosa discesa verso l'atrio.

Raggiungo il secondo piano in pochi secondi, che però mi sono sembrati un paio d'ore. Mentre percorro il corridoio chiedo scusa alla mia stella fortunata: sarebbe potuta finire molto peggio, se non mi avesse dato una mano. Quando suono alla porta del detective Biancaneve, sono sudato fradicio e devo avere la faccia di uno che è appena sopravvissuto a un incidente aereo, perché il mio vecchio amico viene ad aprire e, senza nemmeno salutarmi, mi domanda: “Che è successo, Catenaccio?”

Mi chiudo la porta alle spalle, raggiungo la sua scrivania, ci sbatto sopra la valigetta e faccio scattare la chiusura. “Ecco che è successo,” gli dico, mentre le banconote compaiono davanti ai suoi occhi. “Le ho rubate per sbaglio e adesso sono un uomo morto.”

***

“Davvero le hai rubate da una corazzata blindata?” Mi domanda Biancaneve, quando ho finito di raccontargli tutta la storia.

“Ti ho mai detto una bugia?” Ribatto, chiedendomi perché mai, in mezzo a questa delirante assurdità, sia stato proprio quel particolare a colpirlo.

“Me ne dicevi parecchie, quando eri un mio informatore,” risponde lui, con un sorriso furbesco. “Ma ammetto che da allora sono cambiate molte cose. Sai perché te l'ho chiesto?” Al detective piace essere implorato, prima di concedere un'informazione.

“Perché?” Gli domando.

“Perché dal mio ufficio è appena uscita una donna che mi ha chiesto di rintracciare il conducente di una corazzata.”

“Capelli rossi e tailleur grigio perla,” gli dico, maledicendomi per non essermi intrattenuto a parlare con lei. La donna dei miei sogni si è rivelata l'unica persona al mondo che potrebbe sapere qualcosa su questa dannata faccenda. Una donna di classe, che non parlerebbe con uno come me nemmeno sotto tortura. In pratica, sono spacciato.

riassunto delle puntate precedenti

“Posso dirti solo quello che ho detto a lei, Danny.”

Dalla voce del mio amico Biancaneve, capisco che vorrebbe fare di più per me. È la prima volta che a qualcuno sembra interessare davvero della mia vita. Certo, anche il mio socio Johnny Rumble ci tiene, ma soltanto perché sono una macchina da soldi. Senza di me, finirebbe a chiedere l'elemosina sui marciapiedi di New Ashburn.

“Mi sta bene, amico. Sono così disperato che seguirei qualsiasi pista”

“Qui a Testudo non esiste un registro delle corazzate. È l'ennesima trovata del sindaco Carter: se il conducente viene minacciato da una banda di predoni mentre attraversa il deserto con un carico di liquori, può sparare agli aggressori senza temere conseguenze, visto che nessuno saprà mai chi è stato. I predoni sono piuttosto vendicativi, non puoi ammazzare uno dei loro compagni e sperare di farla franca.”

“Una splendida notizia. E se il conducente sbaglia una consegna? Non dirmi che non è mai capitato!”

“In questo caso puoi fare rapporto direttamente alla compagnia dei trasporti. Ogni corazzata corrisponde a un codice sull'etichetta dei pacchi che trasporta.”

Guardo la mia valigetta, sconsolato. Non c'è nessun codice impresso là sopra. Neanche l'ombra di un'etichetta. Evidentemente si trattava di un carico segreto. Ho rubato l'unica valigetta senza un codice identificativo. Ce n'erano altre identiche e probabilmente ciascuna di loro aveva un'etichetta. Se avessi preso una di quelle, adesso me la starei spassando con una bella bottiglia di whiskey d'importazione sul tavolo e parecchie banconote nelle tasche, invece... Ehi, un momento! Forse conosco qualcuno che può recuperare il codice per me.

“Ce l'hai un telefono?” Domando a Biancaneve. Non c'è un momento da perdere. Ormai è quasi il tramonto, ma il sindaco Carter è sempre stato un oratore logorroico. Se il convegno elettorale è ancora in corso, il mio socio Johnny Rumble non avrà problemi a controllare le altre valigette.

“E cosa diavolo devi farci? Il codice della tua corazzata è scritto qua.”

Mi consegna un pezzo di eco-plastica unticcio, su cui ha scarabocchiato una sequenza di dieci numeri. Sgrano gli occhi. Non ho ancora afferrato fino in fondo quello che sta succedendo.

Aspettate, mascalzoni e sicofanti all'ascolto! Pensateci un momento, prima di giudicarmi. In genere sono più sveglio di così, ma l'angoscia mi ha annebbiato la mente. A voi non capita mai? Non siete mai stati così agitati da perdere di vista il quadro generale della situazione?

“Come fai ad averlo?” La risposta alla mia domanda è ovvia, ma non ho ancora fatto due più due.

“Me lo ha dato la donna. Hai presente la tizia con il tailleur di cui ti ho parlato dieci secondi fa?”

Perfetto. Adesso il detective Biancaneve pensa che io sia un idiota. Quando gli chiedo se possiamo contattare la compagnia di trasporti, mi guarda con un sorrisetto furbesco. “Già fatto,” mi dice. “Insieme a quella donna, ricordi? La tizia con il tailleur di cui ti...”

“Smettila di prendermi in giro,” sbotto, perdendo la pazienza e battendo il pugno sulla sua scrivania. Il legno marcio cede sotto la forza del colpo e una crepa gigantesca si apre sul piano del mobile. Maledizione. Devo imparare a controllarmi. In fin dei conti, Biancaneve sta solo cercando di aiutarmi.

“Hai ragione, hai ragione. Colpa mia,” dice lui, ma lo vedo guardare accigliato la spaccatura sulla superficie della scrivania. “Ecco qua,” aggiunge poi, consegnandomi un altro foglio, su cui ha scritto un elenco di località cittadine.

Maggie's Brews – South Testudo Rivendita di liquori “Liquid Cool” – New Ashburn Larousse Store – Grand Boulevard Convegno elettorale Carter – The Valley Emporio Prime Time – Royal Park Ranucci Jazz Club – Lakeview

“È la lista delle consegne che la corazzata avrebbe dovuto effettuare,” mi spiega Biancaneve. “L'azienda le ha consigliato di controllare se c'è stato uno scambio, mentre loro interrogano il conducente che...”

”...che non ammetterà mai di essersi fatto soffiare una valigetta da sotto il naso,” dico io, completando la frase. Va bene, vado a dare un'occhiata in questi posti.”

“Se fossi in te, comincerei dall'ultimo,” mi dice Biancaneve, infilando la mano in un cassetto ed estraendone qualcosa di scintillante. “La donna in questione è la nuova fidanzata di Ranucci. Lei si è guadata bene dal dirmelo, ma il jazz non mi dispiace, lo sai, e non ci sono molti club in città dove è concesso suonarlo. Li ho visti insieme a un concerto, in atteggiamenti che lasciavano poco spazio all'immaginazione, se capisci cosa intendo.”

“Ti ringrazio, vecchio mio.” Mi avvicino per salutarlo, promettendogli di ripagare il danno che ho fatto alla scrivania. Quando gli stringo la mano, sento qualcosa di duro premere contro il mio palmo. “Portati questa. Ranucci è una carogna della peggior specie.”

Abbasso lo sguardo e mi ritrovo a impugnare una minuscola pistola snug nose. Era da un bel pezzo che non maneggiavo uno strumento come quello. Uno strumento adatto per fare un po' di sano jazz.

riassunto delle puntate precedenti

musica jazz in lontananza

Bentornati, mascalzoni e sicofanti! In barba a ogni previsione, il vostro Danny Catenaccio è di nuovo in sella alla sua PodeRossa, con tutte le ossa al loro posto e la pellaccia quasi intera, pronto a lanciare nell'etere una nuova trasmissione in diretta da Lakeview!

Ci siete mai stati? Accidenti, da queste parti sembra di essere tornati all'epoca pre-isolamento. Qui si trova davvero di tutto: beni d'importazione, musica straniera, auto di lusso, roba che nel resto di Testudo non circola da almeno un decennio. Lakeview è un vero paradiso, il luogo in cui chiunque vorrebbe passare il resto della sua vita. Chiunque abbia le tasche abbastanza gonfie da permetterselo, a dire il vero, perché ogni cosa viene venduta a peso d'oro. Questo distretto è così esclusivo che non c'è bisogno né della legge, né dei poliziotti. Tutte le attività commerciali sono in mano a gangster e farabutti, gente che sa come farsi giustizia da sola. E così, per uno dei tanti paradossi di Testudo, Lakeview è il quartiere più corrotto e più sicuro della città.

Questa sera, quando ho parcheggiato la mia PodeRossa nel piazzale del Ranucci Jazz Club, per la prima volta non ho provato la minima ansia da separazione. Sapevo che la mia bellezza non correva alcun rischio. Ma non ho comunque lasciato le chiavi al parcheggiatore in divisa rosso e oro, che me le chiedeva con insistenza. Chi si credeva di essere, per salire sulla mia moto?

Ma torniamo a noi. Scommetto che state morendo dalla voglia di sapere come è finita la sporca storia della valigetta rubata. Beh, poco fa ci sono stati degli sviluppi che definire poco piacevoli sarebbe fargli un complimento.

Come stavo dicendo, parcheggio la mia PodeRossa, prendo quella dannata valigetta e vado dritto verso l'ingresso del Ranucci. Ma una mano di dimensioni colossali mi si appoggia sul petto con la forza di una badilata.

“E tu dove pensi di andare?” Mi chiede il buttafuori, un tizio pompato a steroidi con la faccia di un bufalo e all'incirca la stessa stazza, storcendo il naso alla vista del mio giubbino di pelle pieno di borchie.

“La vedi questa tromba?” Gli dico, alzando la valigetta e facendola oscillare davanti ai suoi occhi. “Devo sostituire un musicista per il concerto di stasera.”

“Il concerto di Madama 'Roo?” Domanda lui, soffiando tra i denti.

Solo in quel momento penso di controllare le locandine incollate sulla facciata liberty del club.

SOLO PER STASERA la straordinaria MADAMA 'ROO si esibirà per voi in un emozionante concerto per voce sola.

Impreco tra i denti. Un errore da principiante, ma non è certo il momento di buttarmi giù di morale. Bisogna cambiare strategia.

“Senti, amico,” gli dico, appoggiandogli una mano sulla spalla e sibilando le parole direttamente nel suo orecchio. “Il signor Ranucci mi sta aspettando. Ho qualcosa che gli appartiene.” Faccio scattare le chiusure della valigetta e la apro quel tanto che basta per fargli capire che è piena zeppa di soldi. Gli occhi del bufalo aumentano di due taglie e per un momento mi sembra di vedere un bagliore di vita al loro interno, ma poi tornano ad essere due capocchie di spillo nere e vuote. Con un cenno della testa verso il portone, mi ordina di entrare.

“Aspetta qui,” dice lui, indicandomi l'unico sgabello libero all'interno del locale, di fronte a uno dei tanti banconi dove baristi in smoking servono intrugli esotici di cui ignoro il nome e la composizione. L'aria è densa di energia, un'energia che vibra sulle note di una strana musica. È come se ogni componente della piccola band che si sta esibendo sul palco suonasse un concerto per conto suo, ma il risultato è in qualche modo un tutt'uno, armonico e stravolgente, una musica che trasmette un senso di libertà, un desiderio ribellione. Dunque è questo che chiamano jazz? Adesso capisco perché il sindaco Carter lo ha messo fuori legge.

Ma la cosa più straordinaria è che qui nessuno gli presta attenzione. I ricconi che frequentano il locale sono presi in altre faccende: discutono tra loro, leggono contratti, si vantano davanti a donne bellissime e bevono quegli stupidi cocktail. Così capisco anche perché il jazz non sia fuorilegge qui a Lakeside: queste persone sono così soddisfatte delle loro inutili vite che non hanno niente contro cui ribellarsi.

Mentre sono preso in questi pensieri, il barista mi infila sotto al naso un bicchiere alto e stretto, con dentro un liquido color rosso sangue. “Offre la casa,” mi dice, mettendo giù la cornetta di un telefono attraverso la quale, evidentemente, ha ricevuto degli ordini ben precisi da un suo superiore. Che gli abbiano detto di avvelenarmi?

“No, grazie,” ribatto. “Non bevo mai quando la mia vita è in pericolo. E capita più spesso di quanto si possa immaginare.”

Allontano il bicchiere e mi godo la musica, ma il buttafuori non tarda a fare la sua ricomparsa. “Da questa parte,” mi dice, facendo sporgere la testa da una porticina dorata alle spalle del bancone.

Il mio cuore comincia a battere all'impazzata. Infilo una mano in tasca e stringo l'impugnatura della pistola per tranquillizzarmi, poi mi alzo dallo sgabello, giro intorno al bancone, saluto il barista con un rapido cenno e apro la porta. Succeda quel che deve succedere, mi dico. Basta che succeda in fretta. Non sopporto tutta questa tensione.

—– Trigger Warning: Violenza e pistolettate che vanno a segno —-

Un cocktail rosso sangue, parte 1

Il consueto post col riassunto della storia

musica jazz che filtra dalle pareti

Il buttafuori mi spinge al centro della stanza – una specie di ufficio con tanto di scrivania – e io non riesco a fare a meno di stropicciarmi gli occhi. Non ho bevuto niente, eppure ci vedo doppio: un altro uomo-bufalo identico a lui mi sta fissando da un angolo, le braccia incrociate e la schiena appoggiata a una parete. Evidentemente il mio nuovo amico ha un fratello gemello.

“Ecco cosa faremo,” mi dice il gemello, con una voce roca da fumatore che non ha nulla a che vedere con quella di suo fratello. “Tu ci dai la valigia e noi la portiamo al signor Ranucci. Così nessuno si farà male.”

Ma certo. Se avessero visto tutti quei soldi ammassati nella valigetta, i due gemelli non si sarebbero fatti nessun problema a prelevare qualche mazzetta, scaricando la colpa della piccola mancanza sul sottoscritto. E a quel punto qualcuno si sarebbe fatto male di sicuro, perché uno come Ranucci non tollera che si prenda qualcosa di suo senza permesso.

“Te lo dico io cosa faremo,” rispondo, sforzandomi di mantenere la voce ferma. “Voi mi porterete da Ranucci e io gli consegnerò la valigetta. Oppure me ne andrò col suo denaro, lo chiamerò al telefono e gli dirò che l'ho portato via con me perché ne volevate una parte.”

“Davvero?” mi provoca l'uomo-bufalo alle mie spalle. “E come farai a uscire da qui tutto intero?”

Era la stessa identica domanda che mi stavo facendo io, fin da quando avevo messo piede al Ranucci Jazz Club. Le possibili risposte si erano dimezzate quando il tizio mi aveva invitato a entrare nel ripostiglio, e la comparsa del suo doppione aveva ulteriormente assottigliato le mie scelte fino a un solo risultato: un mangiabulloni.

Sapete cos'è un mangiabulloni, miei cari ascoltatori? Qui a Testudo, nel gergo della strada, indica un pugno in faccia, tirato senza prendere la mira. Ma non è un semplice cazzotto. Un mangiabulloni è un gesto disperato, una valvola di sfogo per qualcosa che ti si agita dentro: vendetta, rabbia o – nel mio caso – frustrazione. È come infilare una manciata di bulloni nella bocca di qualcuno e costringerlo a masticare.

Senza dire una parola, giro sui tacchi e assesto un pugno sulla mascella del bufalo, sfruttando la rotazione per aumentare la potenza del colpo. Le nocche mi fanno male, ma il buttafuori resta in piedi. Barcolla leggermente, rimbalza contro la porta chiusa e avanza di nuovo verso di me, guardandomi con espressione di sfida. Fino a quando non si accorge che ho già preso in mano la pistola del mio amico Biancaneve.

BANG! BANG!

Gli infilo due pallottole in una coscia e lui cade in ginocchio, poi mi volto verso il suo gemello, che sta già caricando verso di me. A differenza del collega, il buttafuori numero due è armato. Con una rivoltella gigantesca. “Può finire soltanto in due modi,” mi dice. “Puoi darmi la valigetta da vivo oppure da morto.”

Probabilmente ha ragione. Un colpo della minuscola snub nose che sto impugnando non gli impedirebbe di rispondere al fuoco e di aprire un bel buco di dodici millimetri nel mio petto. Niente da fare, sono spacciato. Considero brevemente la possibilità di consegnargli la valigetta, ma un rantolo di dolore emesso dal tizio alle mie spalle mi ricorda che non me la caverò con così poco. Nella migliore delle ipotesi, mi pesteranno comunque. E lasceranno che sia Ranucci in persona a completare il lavoro al posto loro, eliminandomi tra atroci torture aver rubato del denaro che non ho mai toccato, e che a quel punto sarà stato riposto al sicuro, nelle tasche dei buttafuori.

Mentre sto pensando di puntarmi la pistola alla tempia e uscire dal mondo con un briciolo di dignità, la porta della stanza si spalanca e appare il mio salvatore, il mio santo patrono, l'unico uomo di Testudo a cui sia mai importato qualcosa dei suoi amici, e l'ultima persona che avrei voluto coinvolgere in un pasticcio come questo: il detective Biancaneve.

Cliccate qui per un mini-riassunto delle puntate precedenti

“Ehi, chi diavolo hai chiamato Biancaneve?” “Scusami, Bronco, stavo raccontando di te ai miei seguaci e...” “E hai deciso di darmi un nome da ragazza.” “Per proteggere la tua identità e non coinvolgerti in questo casino. Non volevo offenderti” “Non mi sono offeso. Anzi, sai che ti dico? Biancaneve mi piace. Quando mi deciderò a rinnovare il mio ufficio, mi farò fare una bella targa: Agenzia Investigativa Biancaneve.” “Sembra un ottimo posto per rimediare un po' di coca.” “Smettila di fare l'idiota e rimetti in moto il tuo rottame. Dobbiamo trovare il tuo socio in affari.” “Ex socio.”

Chiedo scusa, mascalzoni e sicofanti di Testudo, per avervi tenuto sulle spine. Quella che avete sentito è la voce del detective Biancaneve, dal vivo sulla mia radio. Anche se ormai è inutile nascondere la sua vera identità. Puntando la sua SIG Mosquito contro il buttafuori del Ranucci Jazz Club per salvarmi la vita, il mio amico Bronco (questo è il suo vero nome) ha deciso di sua spontanea volontà che era ora di dire addio all'anonimato.

Dunque, dove eravamo rimasti?

il detective prende la parola, intervenendo con la sua voce profonda

“E adesso portaci dal capo,” ho ordinato all'uomo-bufalo, appoggiando il dito sul cane della pistola per aumentare l'effetto drammatico.

Vedendosi minacciato da un'arma molto più grossa e pericolosa del giocattolino impugnato dal mio amico Danny, il buttafuori abbassa la testa, ruota sui tacchi e ci conduce attraverso una serie di porte di servizio, fino a un lungo corridoio fiancheggiato da foto di cantanti jazz dentro enormi cornici dorate.

“Posso chiamare i soccorsi per mio fratello? Sta perdendo sangue.”

“Li chiamerai più tardi,” rispondo io. “E che vi serva da lezione. Se non aveste cercato di fregarci, a quest'ora il tuo fratellino sarebbe ancora in ottima salute.”

“A parte l'asma,” ribatte il buttafuori, pentendosi immediatamente di aver aperto bocca,

“Adesso fai anche lo spiritoso? Forse dovrei sforacchiare anche te, per far uscire tutto questo sarcasmo dal tuo corpo.”

La porta in fondo al corridoio è circondata da un telaio d'oro massiccio e ha un batacchio a forma di testa di leone. “L'ufficio di Ranucci,” dice l'uomo-bufalo, indicando la porta con un cenno della testa.

A quel punto il mio amico Danny Catenaccio gli affonda la snub-nose nella schiena e gli dice: “Annunciaci.”

Accidenti, scusami, ti sto rubando la scena. Vuoi proseguire tu?

Beh, il tizio entra nell'ufficio e biascica qualcosa al suo capo. “Ci sono due tizi. Chiedono di lei. Hanno dei soldi che le appartengono.” Quindi spalanca la porta e ci invita a entrare. “Prego. Il signor Ranucci è disposto a ricevervi.”

Beh, per farla breve, Catenaccio gli sbatte la valigetta sulla scrivania e fa scattare il meccanismo, facendo comparire di fronte ai suoi avidi occhi l'eterea visione di un milione di corazze.

*Eterea? Vacci piano Bronco, non essere retorico. I miei ascoltatori odiano questa robaccia.”

E sapete cosa ci dice Ranucci?

Roba da rimanerci secchi, sul serio.

Il signor Ranucci si massaggia la fronte grassoccia, poi scuote la testa, sbadiglia sonoramente davanti alle corazze fruscianti e poi dice: “Quindi sei stato tu a rubarli? Che razza di idiota, Catenaccio. Quei soldi erano già tuoi. Non avevo mai visto nessuno rubare il proprio denaro.”