Super Relax

Aneddoti


*Portoncini e cancelli, perlopiù.

Qualche tempo fa, in quanto rider, ho effettuato una consegna per conto di un famoso marchio di panini e patatine, la cliente una signora anziana di quelle ostiche: non la nonnina della pubblicità, insomma. Mentre si lamentava perché le erano capitati ordini incompleti, una volta mancava questo, una volta mancava quello, mi fa “visto che sei qua, mica sapresti aggiustare il portoncino?”

Do un'occhiata, c'era un sistema magnetico per agganciarlo a un piolo metallico nel pavimento: il magnete, svitatosi, era rimasto attaccato al portoncino, finendo col disinteressarsi del piolo, svito e avvito quel che c'è da svitare e avviare e riparto, arrivederci e grazie.

Stamattina (riferimento temporale senza senso assoluto, ne uso uno relativo: un'oretta prima che mi mettessi a scrivere questo articoletto) stavo gironzolando in Super Relax nella tranquillità delle campagne, stavolta percorrendo una stradina tra i campi coltivati mai fatta prima; vorrei sempre esplorare tutti i luoghi che mi ospitano, fin dove i miei mezzi lo permettano, così mi sono infilato in questa strada, un paio di chilometri, prima costeggiata da rade abitazioni, poi da serre e coltivazioni, infine dal nulla.

Un nulla rotto, infine, da un una sorta di grosso gazebo chiuso ai lati, a riparo dagli agenti atmosferici: ne esce un signore anziano e mi dice, più o meno, “che stai a fa'? Mi avvicino e, pensando che si stesse preparando a un rimprovero, questa è zona privata, non devi starci ecc., inizio a spiegare che sto facendo un giro in campagna, senza una meta... non gli interessa particolarmente, mi interrompe e mi chiede un aiuto per qualcosa.

Ora, non vorrei essere frainteso: non c'è alcuno scopo derisorio in quel che sto per dire, sto semplicemente constatando il fatto di aver dovuto superare lo scoglio linguistico, perché il signore di certo aveva un buon carico di anni sulle spalle, anni vissuti in campagna, anni di dialetto stretto, e io il dialetto locale lo capisco poco, pur abitando qui da anni e provenendo, più o meno, dallo stesso ceppo linguistico o da un ramo non troppo distante.

C'è un cancello da rimettere al suo posto, uno di quei cancelli abbastanza approssimativi realizzati dai fabbri con barre e tombini di ferro, e quel cancello si era sfilato dai cardini. Oltre a essere oggettivamente pesante per una persona media, c'era pure un listello di legno, in alto, che impediva una manipolazione agevole del cancello. Gli spiego che dobbiamo prima occuparci di quello, si allontana di un paio di metri e torna con un martello, una roncola e un solido utensile per staccare le assi inchiodate: tiè, spacca tutto, non me ne importa.

Nonostante l'autorizzazione, tento un approccio più soft e riesco a schiodare parzialmente il listello, abbastanza da riuscire, in un paio di sessioni, a sistemare. Un paio di sessioni perché, vista l'anzianità, il vigore residuo è quello che è; un paio di sessioni intervallate dalle domande “da dove vieni, chi si'?”

Avevo ben inteso, voleva sapere a chi appartenessi ma, non essendo del luogo, non avevo genealogie da riportare, al che anche lui mi ha detto di essere solo nato qui, ma di essere praticamente di un altro posto, più a sud di una cinquantina di chilometri. E, infine, mi ha offerto delle bibite dal frigobar del gazebo, ho rifiutato gentilmente perché non avevo voglia e ho chiesto cosa ci fosse oltre il ponticello a poca distanza.

“Niente.” Posso dire di aver raggiunto le locali colonne d'Ercole.

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Alcuni clienti sanno di abitare in posti difficili da raggiungere o da identificare: vialetti privati, numerazioni fantasiose e simili. Bontà loro, aggiungono delle indicazioni specifiche per la consegna e, ovviamente, il corriere di turno non può che esserne lieto.

Ma. Avete presente gli anglosassoni, quando dicono “BUT” e si fermano un'ora e mezza, per sottolineare l'importanza della rivelazione seguente? Niente di così teatrale, è una cosa che mi infastidisce pure notevolmente. Teatro o no, alcuni clienti aggiungono precisazioni difficili da interpretare, superflue o, semplicemente, depistanti. Il caso di stasera.

Edificio grosso di mattoni: questa l'indicazione, l'aiutino. Arrivo nelle vicinanze, cerco di leggere le targhette dei civici in una strada, come tante, mal servita dall'illuminazione stradale, cerco questo grosso edificio di mattoni. Da una casetta piccola intonacata esce un tizio è urla “qui, qui!”: non sono un architetto o un ingegnere, non lavoro nell'edilizia, ma saprei distinguere un edificio grosso di mattoni da una casetta intonacata al piano terra. Comunque, consegna effettuata.

Come dice il detto: “Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri un edificio grande in mattoni.”

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Non era proprio un orologio, era uno smartband Xiaomi, marca che mi ha dato solo delusioni con questi aggeggi, esperienze di cui parlerò in un altro momento.

Un sabato mattina, inforco la bici e vado a esplorare una viuzza secondaria, che credo di aver capito asfaltata fino a un certo punto, appena prima di diventare un percorso che è meglio fare a piedi. Mi ci avventuro, alla fine c'è anche una salitella breve ma intensa e, come previsto, con uno strettissimo tornante l'asfalto lascia il passo alla zona off limits. Mi avvio a rifare la strada al contrario, precisazione: non sono molto bravo coi tornanti stretti in discesa. Sono pessimo, tanto che alcuni preferisco farli scendendo alla bici, perché la sicurezza non è mai troppa.

Quella volta, invece, no: era una delle mie prime uscite e, da perfetto inesperto, non conoscevo i miei limiti, ero ancora pericolosamente spavaldo. Fatto sta che azzardo questo tornante e, non chiedetemene il come e il perché, riesco a cadere sulle spalle, in discesa. Caduta attutita dallo zaino, giro sempre con uno zainetto più o meno imbottito di rosa; nessun danno, neanche alla bici, riparto.

A qualche chilometro da casa, controllo l'orario, o è quel che tento di fare: ohibò, che fine ha fatto lo smartband, quello che vedo è un nudo polso! Intuisco si sia slacciato nella caduta, non ho voglia di tornare indietro e rifare la salita, ci tornerò la settimana prossima.

È quello che faccio e, effettivamente, ritrovo l'aggeggio nell'erba, ignaro di tutto, che ancora monitorava l'attività... una pedalata durata una settimana, come no! Lo ripulisco dall'umidità e dal terriccio, lo rimetto al polso e torno a casa, abbastanza di buonumore.

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È una domenica sera e mi capita una consegna fuori dal centro, in una tranquilla zona di campagna attraversata da una strada principale su cui si affacciano traverse che portano a casette sparse, poggiate ai piedi della montagna. Non so se avete presente: sono quei viottoli, spesso in forte pendenza, altrettanto spesso non asfaltati, ma ricoperti di pietre irregolari, da cui spuntano polvere e vegetazione, e cemento malament posato. È proprio uno di quei viottoli e qualcosa mi dice di scendere dalla bici e spingerla fin su, per non sforzarmi troppo e non far ondeggiare troppo il contenuto dello zaino.

E in queste traverse, a mancare non sono neanche i cani, spesso di piccola taglia. Non mancano, decisamente: ne sbucano cinque o sei, per 25 kg complessivi, e mi circondano, facendo il baccano infernale che i cani di piccola taglia sanno fare. Una strana processione, con me che spingo una bici al centro e questi cani che mi odiano, sulla fiducia, a corrermi attorno, abbaiando come al più grave dei pericoli. Escono i proprietari allertati, mi vedono e cercano di richiamarli: al solito, questi cani da guardia in miniatura hanno la testa dura come il cemento della salita, richiamarli non ha alcun effetto. ANZI.

C'è anche la cliente, che mi vede arrivare con una bicicletta “muscolare” (una volta era una bicicletta e basta, oggi bisogna specificare) e si dichiara, più volte, sconvolta del fatto che l'impero dei panini e della frittura mi abbia mandato fin lì, nel buio, pedalando. La rassicuro, dicendo che non è mica la consegna più lontana che mi sia capitata; lei ancora sconvolta, ritira l'ordine e entra in casa per uscirne dopo poco. Penso sia andata a prendere qualche spicciolo per la mancia, invece chiede soltanto “allora c'è tutto?” Sì, c'è tutto e me ne vado.

Si ripete la scena di prima, coi cani urlanti che mi vorticano attorno, è la mia ultima consegna del giorno.
Il mattino dopo, trovo la bicicletta con una ruota tutta sgonfia, ho evidentemente bucato su quella salita o lungo la strada del ritorno. Si scoprirà essere una spina di dimensioni ridicole, lunga appena abbastanza da forare il copertone e aggredire la camera d'aria.

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