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Siamo a Valle Marina, una delle frazioni di Monte San Biagio. Una zona di campagna, senza attrazioni particolari ma dove è molto piacevole pedalare, affrontando pendenze poco impegnative (generalmente), circondati da una natura non eccessivamente antropizzata, con pochi agglomerati veri e propri di abitazioni che cedono presto il passo alle singole abitazioni.

Che si provenga da Fondi, Terracina o Monte San Biagio, l’accesso principale è sempre lo stesso: l’incrocio che dalla SS 7 Appia immette in via Macchioni, all’altezza del cimitero di Monte San Biagio. Volendo, da Terracina è possibile accedere sia da via Epitaffio, strada non asfaltata, che da via di Mezzo, 500 metri più avanti. Provenendo da Fondi, è possibile evitare la maggior parte del tratto sulla statale seguendo due percorsi: il primo, consiste nella sequenza via San Magno, via Rene, via Provinciale San Magno, viale Europa e, infine, 2,7 km di statale, fino a via Macchioni.
L’altra strada passa per le vie parallele ai binari: via della Ferrovia, via Sotto Ferrovia, via Parallela della Stazione e, infine, via Bufalari per immettersi sulla SS 7, tornare indietro di circa 300 metri e poi inserirsi in via Macchioni.
Ahinoi, questa opzione prevede possibili incontri con cani, mi è capitato di imbattermi in due maremmani: uno tranquillo e disinteressato, l’altro scappato da una recinzione e molto aggressivo, che ha tentato di aggredirmi nonostante fosse presente il proprietario, che cercava di calmarlo senza alcun risultato.

Il tratto iniziale, via Macchioni, è sostanzialmente pianeggiante, con qualche salita e discesa di lieve entità. Arrivati alla rotonda, per avvicinarci alla destinazione di oggi dobbiamo girare a sinistra, oltrepassare il ponticello della ferrovia, girare ancora a sinistra e procedere fino all’incrocio con via Chivi e seguire questa strada fino a raggiungere, appunto, via Epitaffio.

La torre dell’epitaffio è la nostra meta; vi troviamo una piccola area di ristoro con un paio di tavoli e una panchina, a pochi metri da una stradina nel bosco che fa parte della via Francigena.

Cosa portarsi dietro:
– Borraccia;
– Crema solare, si pedala lontani dall’ombra per buona parte del percorso;
– Coccodrilli o orsetti gommosi per un pizzico di dolcezza ma, prima ancora, spizzichi di carboidrati e zuccheri.

Terreno e altimetria:
Il breve tratto che ci interessa non è adatto alle bici da strada: almeno una gravel, meglio una MTB. Si pedala sulla ghiaia per buona parte del tempo, ma alcuni tratti sono abbastanza critici per la presenza di ciottoli di dimensioni importanti, uniti alla velocità sostenuta offerta gratuitamente dalle discesine pepate.
Molto facile cadere, se non si è abbastanza padroni del mezzo: solo per puro caso non son caduto più volte e, quando qualcosa mi ha detto che sarei rovinato a terra di sicuro, mi son fermato bruscamente per mettere i piedi a terra, la qual cosa è avvenuta contemporaneamente a un salto di catena.
Col senno di poi, ho rifatto quelle parti, al ritorno, spingendo a mano la bicicletta. Non sono un esperto e non ho voluto fare l’eroe.

Potenziali imprevisti, pericoli e cani aggressivi:
Niente di particolare da segnalare, oltre alle difficoltà già descritte.
Non incontrerete gruppi di ciclisti, probabilmente non ne incontrerete neanche uno, se non dopo esser tornati sulla SS 7; in ogni caso, non si è in mezzo al nulla e ci sono case abitate lungo tutto il tragitto.
Cani aggressivi non ne ho mai incontrati, anzi: fate attenzione a eventuali gatti e cani di piccola sdraiati in mezzo alla strada, intenti a godersi la tranquillità del posto.

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La salita per Lenola è una costante di parecchi giri in bicicletta della zona, sia per la salita in sé che come tratto di trasferimento, per raggiungere Lenola e poi proseguire per altre mete, come Vallecorsa, Castro dei Volsci e, in questo caso, Pico.

La salita vera e propria inizia all’incrocio tra la SR 637, via Provinciale per Lenola, e via Sant’Oliva, ovvero la SP 94 che inizia a Monte San Biagio, all’altezza del ristorante “Al Boschetto”.
Provenendo dalla zona di Terracina, è possibile percorrere la via Appia, SS 7, fino, appunto, a Monte San Biagio e la SP 94, oppure procedere sempre sulla statale fino a Fondi e all’intersezione con la SR 637 che, appunto, porta alla salita.
Dal centro di Fondi, oltre che dalla SR 637, è possibile iniziare dalla salita del Cocuruzzo, continuando poi per via Sagliutola e, infine, per la Provinciale per Lenola.

La strada di elezione, comunque, è quella che inizia dall’incrocio con via Sant’Oliva, ed è pure il tratto ufficialmente contemplato su Strava. Ci troviamo su una classica strada provinciale del Centro-Sud, piuttosto larga, in questo caso, solitamente sempre con un lato esposto al sole fino a Lenola. Qualche curvone e poche curve, nessuna delle quali realmente chiusa, ci conducono senza possibilità di errore fino alla fine della salita, all’incrocio di Lenola. Prendendo la strada a destra, inizia la via che ci avvicina a Pico, sostanzialmente una lunga discesa inframezzata da tratti in salita, fino all’incrocio nel punto dove la provincia di Latina cede il passo a quella di Frosinone. A destra, Campodimele e Itri; a sinistra, Pico, ed è li che continuiamo.
La ricetta è invariata: discese, salite, ancora discese, poi l’ultimo tratto in salita ci porta in paese.

Dopo aver oltrepassato la parte più recente, possiamo svoltare a destra e avventurarci nel borgo vero e proprio, ma è un itinerario che merita sicuramente di essere percorso a piedi. Proseguendo a sinistra, invece, ci ritroviamo dopo poco alla fine del comune, sulla strada per San Giovanni Incarico; io, invece, ho percorso la strada al contrario e son tornato a casa.

Cosa portarsi dietro:
– Borraccia;
– Crema solare, si pedala lontani dall’ombra per buona parte del percorso;
– Coccodrilli o orsetti gommosi per un pizzico di dolcezza ma, prima ancora, spizzichi di carboidrati e zuccheri.

Fontanelle:
Dovrebbero essercene diverse a Pico, ho conoscenza diretta solo di quella in cima alla salita dopo la casa comunale. Ce ne saranno anche nella parte urbanizzata di Lenola, zona non toccata da questo giro.

Terreno e altimetria:
Il piatto forte del percorso è, ovviamente, la salita di Lenola: 7,5 km a una pendenza media del 4,4%, secondo Strava. Le percentuali più frequenti oscillano dal 4 al 6%, con qualche impennata in prossimità dei tornanti, attorno al 7-8% per qualche decina di metri.
Approssimativamente, sono queste le pendenze che affronteremo lungo tutto il percorso, quindi non sono richiesti rapporti particolarmente agili. Bici da strada, gravel o mountain bike, tutto fa brodo.
L’asfalto, anche stavolta, non è dei migliori, specie nel tratto tra Lenola e Pico: crepe, rattoppi su rattoppi, preparatevi a qualche sobbalzo di troppo.

Potenziali imprevisti, pericoli e cani aggressivi:
Vi capiterà di sicuro di incontrare numerosi ciclisti, specie nei giorni festivi: in caso di imprevisti, dovreste poter contare su qualche anima pia.
Molte zone antropizzate nel percorso, non si pedala in una landa desolata.
Non ho mai incontrato cani aggressivi o anche solo fastidiosi, ma attenzione a eventuali attraversamenti di volpi o cinghiali.

Variazioni del percorso:
Nessuna rilevante, se volete percorrere il tratto classico; tuttavia, è possibile raggiungere Lenola seguendo percorsi alternativi, come per esempio da via delle Fate, via Vignolo o dalla contrada di Passignano. Sono strade sicuramente meno trafficate, con maggiori possibilità di incontrare animali vaganti e con uno o più tratti in forte pendenza.

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La zona di San Vito, nel territorio di Monte San Biagio, è ottima per pedalare nella natura, con percorsi in grado di soddisfare più tipologie di ciclisti.
Nel giro odierno, ho raggiunto la celebre Sughereta, proseguendo per via San Candido (attenzione alla breve rampa finale, con pendenze superiori al 17%), via Limatella e via Durante, la strada che conduce a uno degli alberi monumentali del Lazio, un leccio dalle dimensioni davvero ragguardevoli per la sua specie.

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È la strada che conduce alla parte più alta di Vallemarina, una delle frazioni di Monte San Biagio. Una zona di campagna, senza attrazioni particolari ma dove è molto piacevole pedalare, affrontando pendenze poco impegnative (generalmente), circondati da una natura non eccessivamente antropizzata, con pochi agglomerati veri e propri di abitazioni che cedono presto il passo alle singole abitazioni.

Che si provenga da Fondi, Terracina o Monte San Biagio, l’accesso principale è sempre lo stesso: l’incrocio che dalla SS 7 Appia immette in via Macchioni, all’altezza del cimitero di Monte San Biagio. Volendo, da Terracina è possibile accedere sia da via Epitaffio, strada non asfaltata, che da via di Mezzo, 500 metri più avanti. Provenendo da Fondi, è possibile evitare la maggior parte del tratto sulla statale seguendo due percorsi: il primo, consiste nella sequenza via San Magno, via Rene, via Provinciale San Magno, viale Europa e, infine, 2,7 km di statale, fino a via Macchioni.
L’altra strada passa per le vie parallele ai binari: via della Ferrovia, via Sotto Ferrovia, via Parallela della Stazione e, infine, via Bufalari per immettersi sulla SS 7, tornare indietro di circa 300 metri e poi inserirsi in via Macchioni.
Ahinoi, questa opzione prevede possibili incontri con cani, mi è capitato di imbattermi in due maremmani: uno tranquillo e disinteressato, l’altro scappato da una recinzione e molto aggressivo, che ha tentato di aggredirmi nonostante fosse presente il proprietario, che cercava di calmarlo senza alcun risultato.

Il tratto iniziale, via Macchioni, è sostanzialmente pianeggiante, con qualche salita e discesa di lieve entità. Dopo 1 km abbondante, c’è il primo incrocio e, volendo, potete andare a destra per percorrere qualche stradina secondaria, per il gusto di farlo.
Per arrivare in via Viola, invece, dovete semplicemente proseguire sempre dritto, seguendo quella che sembrerebbe una strada principale. Lo è.
A un certo punto, ci si imbatte nell’incrocio con via Cervelloni o Cervellone: la toponomastica ufficiale dovrebbe essere al plurale, ma l’indicazione è al singolare, quindi chissà; in ogni caso, svoltando a sinistra si raggiunge uno spiazzo dominato da una fontanella, appunto Fontana di Cervellone.
Proseguendo dritti, invece, siamo finalmente in via Valle Viola, dove la salita vera e propria inizia.

Finite le salitone, brevi ma intensissime nella parte conclusiva, si giunge all’incrocio con via Pozzo Cipolla ed è lì che termina questo itinerario. A destra, via Valle Viola prosegue ancora per un po’, finendo nei cortili di alcune abitazioni; continuando a sinistra, ci imbattiamo in una sbarra con divieto di accesso ai veicoli. Eppure, sembra che non tutti i ciclisti rispettino il segnale, probabilmente usufruendo del cancelletto pedonale alla destra della sbarra, superato il quale ci si dovrebbe immettere su una strada sterrata per poi raggiungere il pozzo che dà il nome alla via, evidentemente locato in una proprietà privata.

Dopo aver percorso il tragitto al contrario, ci si ritrova all’incrocio di via Macchioni con la SS 7 Appia, dove scegliere di proseguire per Terracina, Monte San Biagio o Fondi (rifacendo il percorso inverso o passando per le zone del lago).

Cosa portarsi dietro:
– Borraccia;
– Crema solare, si pedala lontani dall’ombra per buona parte del percorso;
– Coccodrilli o orsetti gommosi per un pizzico di dolcezza ma, prima ancora, spizzichi di carboidrati e zuccheri.

Fontanelle:
Percorrendo via Provinciale San Magno, ci imbattimo alla solita fontanella al semaforo. Come anticipato, nello spiazzo di via Cervelloni ne troviamo un’altra, non so se sia potabile o no. Dovrebbe: non ci sono indicazioni contrarie, comunque non me ne sono mai servito.

Terreno e altimetria:
Secondo Strava, via Valle Viola è una salita di 4,14 km, pendenza media del 5,6%: non ho particolare motivo di dubitarne, ma questo valore può trarre in inganno sulla difficoltà complessiva. Le pendenze sono moderatamente dolci per buona parte del tempo, con qualche breve rampa all’8-10% e un po’ di saliscendi.
Il tratto più difficile ci attende alla fine, con pendenze a due cifre in alcune rampe, anche del 15%: non nego di essermi fermato, una volta, per abbassare il ritmo cardiaco, prima di ripartire per le ultime centinaia di metri. Per i ciclisti meno allenati, come me, consigliati rapporti molto agili, da mountain bike.
L’asfalto è molto buono all’inizio, in via Macchioni, poi diventa progressivamente meno curato, con un numero di solchi e rattoppi crescente. Vista la scarsità di traffico, difficilmente il manto stradale sarà rifatto a breve.

Potenziali imprevisti, pericoli e cani aggressivi:
In salita, poco da segnalare, a parte l’asfalto poco curato di prima. La discesa è da affrontare con cautela nella parte iniziale, per via delle pendenze elevate che vi catapultano velocemente a circa 50 kmh: ci sono alcuni incroci, curve su carreggiate strette con scarsa visibilità e tratti di strada con della ghiaia di troppo, quindi meglio procedere con cautela e evitare inchiodate coi freni, perdite di aderenza o incontri troppo ravvicinati coi pochi automezzi in circolazione.
Non incontrerete gruppi di ciclisti, probabilmente non ne incontrerete neanche uno, se non dopo esser tornati sulla SS 7; in ogni caso, non si è in mezzo al nulla e ci sono case abitate lungo tutto il tragitto.
Cani aggressivi non ne ho mai incontrati, anzi: fate attenzione a eventuali gatti e cani di piccola sdraiati in mezzo alla strada, intenti a godersi la tranquillità del posto.

Variazioni del percorso:
La salita di via Valle Viola presenta un solo versante e non c’è altro modo di percorrerla; tuttavia, siete liberi di perdervi nelle stradine laterali che la precedono, quelle senza via d’uscita sono poche.

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La Sughereta di San Vito (coordinate) è un’area naturale ai piedi del Monte Calvo, nel territorio di Monte San Biagio, piccolo comune dal caratteristico borgo medioevale, parte del comune di Fondi fino all’unità d’Italia, col nome di Monticelli. È la più estesa sughereta dell’Italia peninsulare ed è un posto perfetto per dei giri in bicicletta.

È raggiungibile, partendo dal centro di Fondi, percorrendo via San Magno prima (la strada che parte dall’ospedale e giunge fino al Monastero che dà il nome alla zona) e via Rene poi, verso Monte San Biagio; giunti all’incrocio col semaforo, svoltare a destra e andare sempre dritti.
Scendendo da Lenola, dalla SR 637, bisogna svoltare a destra e seguire via Sant’Oliva prima e Colle Troiano poi, fino a raggiungere via Rene e l’incrocio col semaforo.

La strada è pianeggiante fino all’inizio di via Vetica, poi arrivano le salite di diverse intensità, a seconda delle strade scelte. Le vie principali della zona sono via Vetica, via La Vecchia, via Limatella, via San Candido, via Amerone e Via Dupante.
Via Amerone è da evitare: pendenze molto elevate in entrambi i sensi, fondo a tratti privo di asfalto e ricoperto di rocce aguzze.

Via Dupante, subito dopo la Sughereta, è una strada senza uscita con poco asfalto e molto cemento senza uscita, lunga circa 1,5 km, salita moderata con una o due rampe; giunti quasi alla fine, possiamo ammirare uno degli alberi monumentali d’Italia.

All’incrocio con via Dupante, troviamo il proseguimento di via Vetica, ed è lì che iniziano le salite: come considerazione generale, ne incontrerete di più ardue tenendo la sinistra, ovvero percorrendo tutta via Vetica fino in cima, all’intersezione con via delle Fate, ai piedi del monte omonimo. Nel caso vogliate scegliere questa strada, affronterete una salita che solo i più allenati riusciranno a fare in un solo fiato. Io no: con le mie gambe e i miei rapporti devo fermarmi un paio di volte. I punti più difficili sono, appunto, due: il primo, un tornante micidiale poco prima della strada che porta all’Azienda Equituristica Sughereta, che spezza letteralmente il fiato ai ciclisti meno allenati; la seconda pendenza molto impegnativa è in cima, subito prima di scollinare, prima di scendere per poi risalire brevemente e, infine, scendere a velocità folle per l’altro versante via Vetica.
Il consiglio, per il ciclista della domenica, è di proseguire per via Vetica fino a imboccare via San Candido e poi scendere per via Limatella, sia imboccando la prima discesa a destra che continuando a sinistra. Attenzione: il breve tratto di via San Candido è decisamente tosto, quindi innestate una marcia sufficientemente bassa prima di affrontarlo, per non ritrovarvi a pedalare con cadenze da Tour de France del 1910 sul tratto finale della rampa, poche decine di metri ma con pendenze decisamente importanti.
Attenzione anche alla discesa: se, come me, non siete maestri nel governare il mezzo, meglio evitare di andare a briglia sciolta, specie dopo il passaggio da via Limatella a via La Vecchia. Vi aspettano, infatti, due curve, una dopo l’altra, praticamente a 180° e con pendenze attorno al 14%, almeno. Da fare con freni a disco o, in mancanza, freni a pattino in perfetto stato di manutenzione.

Alla fine di via La Vecchia, potrete svoltare a sinistra per una visita a Cascata San Vito, nello spiazzo di Fontana Villa San Vito. Si tratta di un’area con un paio di tavoli per picnic, una rastrelliera per parcheggiare le bici e tre fontane, a dire il vero sempre chiuse negli ultimi tempi, alle spalle delle quali scorre un torrente generato dalla suddetta cascatella artificiale.

Diversamente, svoltando a destra raggiungerete via località San Vito e, dopo poco, un altro bivio: sulla destra, la salita breve e intensa di via Madonna della Ripa, che porta a Monte San Biagio e, a destra, via Carro, che ci conduce all’incrocio col semaforo visto all’inizio.

Nel mio giro odierno, ho attraversato Monte San Biagio, percorrendo la discesa di viale Europa per poi immettermi, dopo il semaforo, in via Mare, una delle strade della piana di Fondi dalle parti del lago e dei suoi affluenti. Tutto pianeggiante, tutto silenzioso: la quiete del posto è movimentata solo dai versi della fauna locale, gli uccelli di varie specie e gli anfibi che gracidano nei canali.

Cosa portarsi dietro:
– Borraccia;
– Crema solare, si pedala lontani dall’ombra per buona parte del percorso;
– Coccodrilli o orsetti gommosi per un pizzico di dolcezza ma, prima ancora, spizzichi di carboidrati e zuccheri.

Fontanelle:
Ce ne sono diverse. La prima, è al famoso incrocio col semaforo. Successivamente, ci sarebbero le fontanelle di Villa San Vito, ma sono solitamente chiuse, quindi la prossima è poco distante, Fontana del Vescovo, nei pressi dell’omonima traversa senza uscita. Ancora più avanti, ne troverete una all’incrocio tra via Vetica e via San Candido.
Infine, al ritorno ne troverete un’altra a Monte San Biagio, esattamente di fronte alla casa comunale.

Terreno e altimetria:
Questa zona è fattibile con qualsiasi bici da strada, gravel o mountain bike; il manto stradale, seppur non dei migliori, è sempre asfaltato. La gamma di pendenze è abbastanza ampia: si passa dal piano a inclinazioni di media intensità (5-6% in gener, con strappi fino al 10%), alla doppia cifra importante di alcuni tratti e dei tornanti (12-15% e oltre, seppur per pochi metri. Ricordiamo: stiamo evitando le salite importanti di via Vetica. I tratti più impegnativi, quindi, li affrontiamo in via San Candido e via Madonna della Ripa.

*Potenziali imprevisti, pericoli e cani aggressivi:*
La discesa non può definirsi tecnica, ma attenzione alla velocità eccessiva prima di dei curvoni a U: ne incontreremo due scendendo da via Limatella, dopo un lungo rettilineo, quindi attenzione a frenare in tempo e gradualmente per non inchiodare e scodare. Altri curvoni a U nella discesa da Monte San Biagio: in quel caso, essendo le pendenze attorno al 4%, la velocità sarà minore, ma maggiore sarà la probabilità di incontrare automobili.
Ho incontrato, una volta, due cani aggressivi: domestici, a guardia di una villetta in cima alla salita di via Vetica, poco dopo via delle Fate. Un pastore maremmano (con quelli c’è sempre da stare attenti) e un suo compare, parimenti massiccio e pericoloso; sono stato pure inseguito per un tratto, ma la discesa mi ha permesso di distanziarli. Giusto prima di uno strappo in salita, che mi avrebbe rallentato enormemente.
Altri cani domestici, ma di piccola taglia e generalmente confinati in giardini, popolano la zona. Abbaieranno attraverso reti e cancelli o, al massimo, vi seguiranno abbaiando per una decina di metri.
Vi capiterà di sicuro di incontrare numerosi ciclisti, specie nei giorni festivi: in caso di imprevisti, dovreste poter contare su qualche anima pia.

Variazioni del percorso:
Volendo, le strade in zona Sughereta si possono affrontare in ordine sparso: per esempio, salendo per via Limatella (più impegnativa), per poi scendere per via San Candido, iniziare la salita da via La Vecchia eccetera.
Al ritorno, nel caso vogliate passare dalle parti del lago, sono a vostra disposizione anche strade alternative, sterrate: mettete in conto la possibilità di sporcarvi di polvere e fango, nel caso abbia piovuto di recente.

Tutto il percorso è fattibile da chiunque sia un minimo allenato, con rapporti minimi attorno all’1:1; i ciclisti veri, ovviamente, non avranno problemi a terminarlo con rapporti molto più aggressivi.

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La salita per Lenola è una costante di parecchi giri in bicicletta della zona, sia per la salita in sé che come tratto di trasferimento, per raggiungere Lenola e poi proseguire per altre mete, Pico, Castro dei Volsci e, in questo caso, Vallecorsa.

La salita vera e propria inizia all’incrocio tra la SR 637, via Provinciale per Lenola, e via Sant’Oliva, ovvero la SP 94 che inizia a Monte San Biagio, all’altezza del ristorante “Al Boschetto”.
Provenendo dalla zona di Terracina, è possibile percorrere la via Appia, SS 7, fino, appunto, a Monte San Biagio e la SP 94, oppure procedere sempre sulla statale fino a Fondi e all’intersezione con la SR 637 che, appunto, porta alla salita.
Dal centro di Fondi, oltre che dalla SR 637, è possibile iniziare dalla salita del Cocuruzzo, continuando poi per via Sagliutola e, infine, per la Provinciale per Lenola.

La strada di elezione, comunque, è quella che inizia dall’incrocio con via Sant’Oliva, ed è pure il tratto ufficialmente contemplato su Strava. Ci troviamo su una classica strada provinciale del Centro-Sud, piuttosto larga, in questo caso, solitamente sempre con un lato esposto al sole fino a Lenola. Qualche curvone e poche curve, nessuna delle quali realmente chiusa, ci conducono senza possibilità di errore fino alla fine della salita, all’incrocio di Lenola.

Prendendo la strada a sinistra, inizia la via che ci avvicina a Vallecorsa, dopo aver attraversato l’intero abitato di Lenola. Poco dopo il cartello che annuncia la fine del territorio comunale, c’è un incrocio che a destra conduce prima a loc. Ambrifi e poi, eventualmente, a Pastena.
Per seguire il nostro percorso, invece, si tratta, semplicemente, di seguire la strada principale, la SR 637, fino a destinazione.

Cosa portarsi dietro:
– Borraccia;
– Crema solare, si pedala lontani dall’ombra per buona parte del percorso;
– Coccodrilli o orsetti gommosi per un pizzico di dolcezza ma, prima ancora, spizzichi di carboidrati e zuccheri.

Fontanelle:
Una, di sicuro, all’ingresso del centro abitato di Vallecorsa. Dovrebbero essercene nella parte urbanizzata di Lenola, non ci ho ancora fatto caso.

Terreno e altimetria:
Il piatto forte del percorso è, ovviamente, la salita di Lenola: 7,5 km a una pendenza media del 4,4%, secondo Strava. Le percentuali più frequenti oscillano dal 4 al 6%, con qualche impennata in prossimità dei tornanti, attorno al 7-8% per qualche decina di metri.
Dopo l’incrocio che immette nel centro di Lenola, la salita continua, con pendenze massime attorno al 4%, fino a località Quercia del Monaco, superata la quale inizia la discesa per Vallecorsa, con brevi tratti in salita al 2-4%.
Approssimativamente, sono queste le pendenze che affronteremo lungo tutto il percorso, quindi non sono richiesti rapporti particolarmente agili. Bici da strada, gravel o mountain bike, tutto fa brodo.
L’asfalto non è dei peggiorni, ma neanche dei migliori.

Potenziali imprevisti, pericoli e cani aggressivi:
Vi capiterà di sicuro di incontrare numerosi ciclisti, specie nei giorni festivi e, in particolar modo, dopo aver oltrepassato lenola: anche decine e decine; in caso di imprevisti, dovreste poter contare su qualche anima pia.
Il tratto tra Lenola e Vallecorsa è desolato.
Non ho mai incontrato cani aggressivi o anche solo fastidiosi, ma attenzione a eventuali attraversamenti di volpi o cinghiali.
Il pericolo vero sono i motociclisti, che sfrecciano a velocità da ritiro della patente.

Variazioni del percorso:
Nessuna rilevante, se volete percorrere il tratto classico; tuttavia, è possibile raggiungere Lenola seguendo percorsi alternativi, come per esempio da via delle Fate, via Vignolo o dalla contrada di Passignano. Sono strade sicuramente meno trafficate, con maggiori possibilità di incontrare animali vaganti e con uno o più tratti in forte pendenza.

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Siamo a Valle Marina, una delle frazioni di Monte San Biagio. Una zona di campagna, senza attrazioni particolari ma dove è molto piacevole pedalare, affrontando pendenze poco impegnative (generalmente), circondati da una natura non eccessivamente antropizzata, con pochi agglomerati veri e propri di abitazioni che cedono presto il passo alle singole abitazioni.

Che si provenga da Fondi, Terracina o Monte San Biagio, l’accesso principale è sempre lo stesso: l’incrocio che dalla SS 7 Appia immette in via Macchioni, all’altezza del cimitero di Monte San Biagio. Volendo, da Terracina è possibile accedere sia da via Epitaffio, strada non asfaltata, che da via di Mezzo, 500 metri più avanti. Provenendo da Fondi, è possibile evitare la maggior parte del tratto sulla statale seguendo due percorsi: il primo, consiste nella sequenza via San Magno, via Rene, via Provinciale San Magno, viale Europa e, infine, 2,7 km di statale, fino a via Macchioni.
L’altra strada passa per le vie parallele ai binari: via della Ferrovia, via Sotto Ferrovia, via Parallela della Stazione e, infine, via Bufalari per immettersi sulla SS 7, tornare indietro di circa 300 metri e poi inserirsi in via Macchioni.
Ahinoi, questa opzione prevede possibili incontri con cani, mi è capitato di imbattermi in due maremmani: uno tranquillo e disinteressato, l’altro scappato da una recinzione e molto aggressivo, che ha tentato di aggredirmi nonostante fosse presente il proprietario, che cercava di calmarlo senza alcun risultato.

Il tratto iniziale, via Macchioni, è sostanzialmente pianeggiante, con qualche salita e discesa di lieve entità. Arrivati alla rotonda, per avvicinarci alla destinazione di oggi dobbiamo girare a sinistra, oltrepassare il ponticello della ferrovia, girare ancora a sinistra e procedere fino all’incrocio con via Chivi e seguire questa strada fino a raggiungere, appunto, via Epitaffio.

La torre dell’epitaffio è la nostra meta; vi troviamo una piccola area di ristoro con un paio di tavoli e una panchina, a pochi metri da una stradina nel bosco che fa parte della via Francigena.

Cosa portarsi dietro:
– Borraccia;
– Crema solare, si pedala lontani dall’ombra per buona parte del percorso;
– Coccodrilli o orsetti gommosi per un pizzico di dolcezza ma, prima ancora, spizzichi di carboidrati e zuccheri.

Terreno e altimetria:
Il breve tratto che ci interessa non è adatto alle bici da strada: almeno una gravel, meglio una MTB. Si pedala sulla ghiaia per buona parte del tempo, ma alcuni tratti sono abbastanza critici per la presenza di ciottoli di dimensioni importanti, uniti alla velocità sostenuta offerta gratuitamente dalle discesine pepate.
Molto facile cadere, se non si è abbastanza padroni del mezzo: solo per puro caso non son caduto più volte e, quando qualcosa mi ha detto che sarei rovinato a terra di sicuro, mi son fermato bruscamente per mettere i piedi a terra, la qual cosa è avvenuta contemporaneamente a un salto di catena.
Col senno di poi, ho rifatto quelle parti, al ritorno, spingendo a mano la bicicletta. Non sono un esperto e non ho voluto fare l’eroe.

Potenziali imprevisti, pericoli e cani aggressivi:
Niente di particolare da segnalare, oltre alle difficoltà già descritte.
Non incontrerete gruppi di ciclisti, probabilmente non ne incontrerete neanche uno, se non dopo esser tornati sulla SS 7; in ogni caso, non si è in mezzo al nulla e ci sono case abitate lungo tutto il tragitto.
Cani aggressivi non ne ho mai incontrati, anzi: fate attenzione a eventuali gatti e cani di piccola sdraiati in mezzo alla strada, intenti a godersi la tranquillità del posto.

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È stato così ribattezzato, non ufficialmente, il passo Le Crocette, nel territorio di Campodimele, raggiungibile principalmente da Lenola e Fondi, sempre in provincia di Latina, in onore di Marco Pantani, idolo del ciclismo italiano (e non solo) di fine anni Novanta, la cui esistenza è terminata in maniera tragica, lasciando ancora molti interrogativi. Non è questa la sede per parlare di quegli anni particolarmente bui del ciclismo, sia a livello di atleti che dello sport in sé.
La salita gli è stata dedicata perché, per diversi anni e in via ufficiosa, se ne era parlato come di uno dei suoi percorsi di allenamento, durante le sue permanenze in Centro Italia: quella che appariva come una specie di leggenda, sembra sia stata poi confermata, in un’intervista, da Stefano Garzelli, all’epoca suo compagno di squadra e oggi direttore sportivo.

Come anticipato, il passo è raggiungibile anche da Lenola, passando per via Pozzavelli e Camposerianni: si inizia con una breve discesa per proseguire, poi, con una salita costante, con alcuni tratti abbastanza impegnativi, con pendenze a due cifre che fanno capolino per diversi metri.
Non è questo, però, il versante che ci interessa, se non facendolo in discesa: ci torneremo dopo.
La salita che interessa ai ciclisti che vogliano sentirsi partecipi, in qualche modo, della sua leggenda, inizia nel territorio di Fondi, più precisamente in zona Querce.
Si parte dal centro di Fondi, da via Arnale Rosso per poi immettersi in via Querce; inizio alternativo in via Vetrine, con immissione in via Querce all’altezza dell’incrocio di via Valle Rocco. Dopo 500 metri abbondanti, sulla sinistra appare la Chiesa di S. Antonio e, proseguendo a destra inizia la salita, moderata ma con qualche strappetto, fino all’incrocio tra via dell’Ape regina e la SP 154, in località Camposerianni, dove inizia il segmento di Strava.

La strada provinciale si presenta subito con decisione: un doppio tornante molto stretto, con pendenze attorno al 15% circa, ci introduce a quelle che saranno le pendenze tipiche della salita.
Siamo subito nella natura e nel silenzio (a dire il vero, ci eravamo già da un po’): a farci compagnia, i suoni della natura, il passaggio di altri ciclisti o podisti, qualche rara automobile; è possibile anche non incontrarne nessuna durante tutto il percorso, ma non bisogna mai distrarsi, specie percorrendo il tragitto in discesa, inebriati dalla velocità e dal sibilo del vento.
Si alternano tratti di strada esposta da un lato al sole a altri in cui l’ombra la farà da padrona, proiettata dagli alberi a entrambi i lati della strada.
Lungo l’asfalto, i tifosi hanno lasciato con le bombolette testimonianze del loro affetto per il Pirata, con delle scritte che inneggiano al suo ricordo.
Si prosegue lungo una strada povera di curve, per la maggior parte piuttosto aperte, a parte un altro paio di tornanti a U: ancora una volta, da percorrere con cautela in discesa.
Ed è proprio all’altezza dell’ultimo tornante, a 4 km dall’inizio della salita e 600 metri all’arrivo, sulla destra appare un cartello ligneo con varie indicazioni, tra cui a destra la strada sterrata che porta alla foresta di S. Arcangelo e, al suo interno, l’orto botanico, raggiungibile dopo un tratto di circa 3 km, a piedi o in mountain bike/gravel.
L’arrivo è quasi in vista, ci aspetta un ultimo tratto piuttosto intenso e ci siamo. Ad accoglierci, posata tra due alberi sempreverdi di alto fusto, la stele dedicata a Pantani (inaugurata in presenza della madre), con incisi la sua firma e la sua figura stilizzata. Nelle immediate vicinanze, sulla destra, oltrepassando una sbarra è possibile inoltrarsi in un percorso sassoso, aperto a coloro che vogliano percorrerlo a piedi o in mountain bike, conoscendo i sentieri. Da evitare, nel caso non si sia pratici della zona.

Poco distanti, una cornice per i selfie e un cartello che illustra la storia della salita, nei pressi di un incrocio che ci permette di proseguire in varie direzioni.
Partiamo da quella meno utile, per così dire: accedendo alla stradina più a destra, si percorre una strada che finisce, dopo circa 1,5 km, in una proprietà privata, quindi di scarsissima rilevanza.

La via intermedia, SP 99, funge da collegamento a via Civita Farnese, SR 82. Una bella discesa, da affrontare con cautela per i sette tornanti, più o meno aperti, che la contraddistinguono. Giunti all’incrocio con Taverna, si può proseguire verso Pico o girare a destra, in direzione Campodimele o Itri.
Scegliendo la strada a sinistra, procedendo praticamente dritti, ci si imbatte prima in un’area attrezzata per i picnic, con tavoli, braci e una rastrelliera per le biciclette. L’area verde, ahimè, non è accessibile ai disabili e a chi abbia problemi rilevanti di deambulazione: è vero, si tratta di una zona in pendenza tra alberi e rocce, ma mancano, in ogni caso, sia una rampa che una semplice successione di gradini degni di tal nome.
Proseguendo ancora dritto, si giunge fino a Lenola: nella traccia allegata, ho seguito la strada per Campodimele-Taverna, ma il modo più rapido è semplicemente quello di proseguire per Camposerianni, SP 154.
A una breve, ma intensa, salita iniziale, segue una lunga discesa (attenzione a non lasciarsi andare troppo, ci sono dei piccoli centri abitati in corrispondenza di un restringimento della carreggiata) che passa anche per loc. Madonna del Latte. Rampa finale e si è nel territorio di Lenola, di cui allego qualche foto del Santuario di Madonna del Colle e qualche panorama.

Nel caso vogliate scegliere la via più lunga, all’incrocio di passo Le Crocette potete seguire la freccia per Campodimele, proseguire in direzione Taverna e poi sempre dritti, fino all’incrocio, sulla sinistra, con l’indicazione per Lenola (diversamente, raggiungerete Pico).
In loc. Taverna inconterete un distributore di benzina, ma a noi ciclisti i motori a scoppio interessano poco: più interessanti i punti di ristoro, tra cui la trattoria/bar/b&b La Taverna, il ristorante Lo Stuzzichino, il bar/trattoria La Clessidra e la fontanella.

Cosa portarsi dietro:
– Una o più borracce, non ci sono fontanelle in zona;
– Crema solare, si pedala lontani dall’ombra per buona parte del percorso;
– Coccodrilli o orsetti gommosi per un pizzico di dolcezza ma, prima ancora, spizzichi di carboidrati e zuccheri.

Fontanelle:
Ahimé, nessuna dopo l’inizio della salita, dopo aver lasciato loc. Querce. La prima disponibile è quella di cui ho parlato, in loc. Taverna, sulla strada che porta a Campodimele, di sicuro non immediatamente raggiungibile per fare rifornimento.

Terreno e altimetria:
Come anticipato, ai due tornanti abbastanza impegnativi seguono pendenze impegnative ma umane, 7-8% con qualche strappetto attorno al 10% qua e là. Secondo Strava, il segmento in questione è lungo 4,59 km, il guadagno altimetrico è di 372 metri e la pendenza media è dell’8,1%.
L’asfalto è liscio e non presenta buche/crepe, anzi la parte iniziale è stata rifatta in tempi relativamente brevi e presenta un manto ancora molto compatto, visto il traffico in prevalenza di ciclisti.

Potenziali imprevisti, pericoli e cani aggressivi:
Mai incontrati di randagi, c’è qualche cane di piccola-media taglia in zona Querce, nelle villette che precedono la salita. Abbaiano, al massimo.
Vi capiterà di sicuro di incontrare un numero variabile di ciclisti, quasi sicuramente diversi nei giorni festivi: in caso di imprevisti, dovreste poter contare su qualche anima pia.

Variazioni del percorso:
Non ve ne sono, sostanzialmente: se vi interessa la salita Pantani, dovete accedere dalle Querce e proseguire fino in cima.

Traccia su Komoot

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