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Miscellanea di tecnologia, filippiche, immaginario pop e chissà cosa ancora

Essere di destra, quanto deve essere comodo


Non sono per il pensiero unico, saluterei con relativo, moderato sollievo l'esistenza di una destra sana, che nel mio paese non è mai esistita e mai esisterà, visti i trascorsi e il presente; un concetto assurdo, da riderne parossisticamente. All'estero, non so: ci sarà qualche eccezione virtuosa, probabilmente. Intanto, quanto deve essere più facile stare e votare a destra?

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Eh già, la verità non sempre si può nascondere. Gli annunci consentono a miliardi di persone nel mondo di utilizzare YouTube. Guarda i video senza annunci con YouTube Premium. I creator continueranno a generare entrate dal tuo abbonamento.

Ai creator suggerisco di magnare tranquilli.

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Quell'italiano non sono io, non mi sento italiano come non mi sento finlandese, polacco, cileno, maltese e così via, ma di questo parlerò un'altra volta.

L'italiano medio di cui parlo, italiano brava gente, non ha pronunciato quella frase, sentita parecchio in questi giorni di famosa rassegna cinematografica (scrivo nei primi giorni di settembre 2023), ma il fasciometro riporta approssimativamente gli stessi valori. Frase legata a un film che, diversamente, sarebbe passato del tutto in sordina, interpretato da uno dei 5 o 6 (cinque o sei) attori che interpretano tutti i film italiani da diversi anni a questa parte e si lamentano pure; di questo non parlerò, perché non meritano neanche questa attenzione.

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Antichi scrittori statunitensi, per identificarli con un aggettivo a loro caro e, da loro stessi, usato allo stremo.

Parlo di H.P. Lovecraft e Robert E. Howard, in particolare: conosciamo tutti il primo, il secondo pure. Indirettamente, per opera della sua creatura più famosa: Conan il barbaro, protagonista del suo ciclo più fortunato e, azzardo, avendo letto ampia parte della sua produzione, anche il migliore. Tutti lo conoscono, anche per i muscolacci di Schwarzenegger. Non sappiamo chi ne abbia scritto i libri, o non ne ricordiamo immediatamente il nome, ma due braccia possenti, costantemente impegnate a mulinare uno spadone, le ricordiamo tutti.

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Cambiare il comportamento del tasto ALT. Subito.

Di default, Linux Mint (e, immagino, anche altre distro) gli assegna il potere di trascinare la finestra in giro per il desktop, con la pressione associata del click sinistro; ebbene, qualcuno in alto ha deciso che, statisticamente, sia più frequente che usare il modificatore ALT assieme al mouse.

“Eh, di sicuro sarà un problema solo tuo: starai usando Windows in una VM o una robaccia, sempre di Windows, (non)emulata in Wine”.

No. Anche con Blender: provate a selezionare un edge loop con ALT+LMB, poi sappiatemi dire.

Quindi, per evitare di impazzire, procedura in Mint Cinnamon, non so altrove: tasto super, cercate finestre, andate in comportamento e in tasto speciale di spostamento e ridimensionamento finestre dimenticate ALT e impostate SUPER.


E ne seguiranno altri, fino alla fine.

30 anni tra i piedi e non ha fatto niente per me, niente per i mediamente poveri come me. 30 anni di accanimento ostinato contro di me, contro quelli come me. I suoi alleati continueranno nello stesso solco.

Ha rimbecillito gli italiani, che già non brillavano e pareva non aspettassero altro. Ha imbarbarito definitivamente la politica e la sua concezione da parte degli italiani, con tutti i mezzi possibili; poi sono arrivati i pentastellati e hanno sfasciato definitivamente l'elettorato.

Fonte di continuo imbarazzo nel mondo, si è sentito un re, circondandosi di una corte di buffoni accorsi da tutti i punti cardinali della politica, per rosicchiare qualche osso o un torsolo di mela.


Sì, ci ho messo del tempo a recuperare la serie. 30 e più anni fa l’avevo mancata clamorosamente. Mi sentivo ancora troppo duro, per badare a questi due che si sposeranno, perché è chiaro sin dalla prima puntata, forse dalla sigla. La prima sigla è bellissima, a differenza di tutte quelle di apertura di Lamù: non penso ce ne sia una che mi piaccia davvero. Non me ne vogliano i puristi (o me ne vogliano, non cambia), ma la sigla italiana è perfetta

Maison Ikkoku è un seinen, intanto: potrà sfuggire a qualcuno, era sfuggito a me di sicuro, fin quando non ho iniziato a vederlo. Ha la struttura superficiale di un’ottima commedia leggera, di una comicità difficilmente sopra le righe, con momenti di tristezza e emozioni che preferiremmo non provare. Scavando giusto un pochettino, si rivela una serie assolutamente ancorata agli anni della sua pubblicazione in Giappone, negli anni intermedi tra la fine del boom economico e l’inizio della crisi dei ‘90.

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Ho un’edizione del 2000 di “Stagioni diverse”, antologia di quattro racconti di uno dei miei scrittori contemporanei preferiti, autore di libri che fanno parte di me. Il ciclo delle Torre Nera in particolare, per motivi che non spiego. Parlo di Stephen King, ovviamente. Le stagioni, è il caso di dirlo, sono andate e tornate un buon numero di volte, ora che sto rileggendo questo titolo, un epub caricato su un tablet. con la versione in carta e ossa che ancora svetta in soggiorno.

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Se non siete troppo giovani o troppo vecchi, se avete l’età giusta, conoscete Ken il guerriero. Se avete l’età giustissima, lo venerate: l’abbiamo conosciuto prima col cartone animato leggendario, poi in molti hanno voluto leggere il parimenti leggendario manga, per fare i confronti e perché sì; perché nel fumetto tizio aveva un nome diverso, mancava un pezzo del cartone o c’era qualcosa in più. E perché ci sentivamo in dovere di comprarlo, visto lo you wa shock provocato da quelle immagini di violenza, devastazione, abbrutimento, speranza in un futuro impossibilmente luminoso, amicizia maschile.

Uno shock speculare a quello prodotto dal cartone dei cartoni: Conan, il ragazzo del futuro. Se non siete d’accordo sul suo status di re dei re, siete liberi di sbagliare. Non è la sede per parlarne, quindi ve lo lascio come tema da svolgere a casa: “Perché Ken il guerriero è l’esatto contrario di Conan, il ragazzo del futuro.”

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Preziosa serie di libri scritta (e non tradotta, ma in un inglese tutt’altro che ostico) da John Szczepaniak, giornalista che ha all’attivo collaborazioni con numerose testate videoludiche, tra cui Hardcore Gaming 101, Gamasutra, The Escapit, Tom’s Hardware Guide ecc., presenta numerose interviste (36 nel primo volume, 30 nel secondo e 35 nell’ultimo) a personaggi chiave della allora nascente industria videoludica giapponese.

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