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from Racconti spontanei che attraversano l'autore

È tutta la vita che mi preparo al mio fallimento. Aver costruito così tanto solo per aspettare il terremoto, quel terremoto con l’epicentro nel punto esatto in cui mi trovo ora; sarà dolce vedere sgretolarsi ogni cosa che ho finto di amare. L’esistenza è una lunga attesa per questo unico momento e non conta né il passato che in un modo o nell’altro l’ha portato e né il futuro, banale in ogni sua manifestazione, ma l’attimo dell’apice, la pura catarsi. Un delta di Dirac, fuoco quindi, magma su tutta la superficie terrestre, una densa coltre protettiva; la vita è fatta per essere fallita. E non serve dannarsi, muoversi con ardore, basta attendere pazienti. Gli esseri umani credono di capire quello che dicono, credono di capire quello che pensano e credono di comunicare, significati carichi, svuotati, lontani e lontanissimi dai significanti che non esistono; non esiste un modo per comprendersi attraverso le parole e soprattutto quelle scritte impresse nell’eterno precedente alla fiamma che tutto purifica. Una distesa infinita di bianca cenere, la candida pace, e poi finalmente germogli e solo verdi foreste solo verdi foreste solo verdi foreste. Non c’è da cercare risposte, c’è da fare solo domande e farle in solitudine lontani da se stessi, dove conta solo il sangue che scorre e corrode e l’aria vomitata. Gli esseri umani in quanto vivi sono solo in grado di commettere errori e di scorgere le conseguenze. È da morti che finalmente possono essere utili e immobili nutrire questa terra arida che vuole solo essere dimenticata.

 
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from questononèunblog

Eccoci qui, questo è il mio debutto ufficiale. Come sono emozionata. Tanto che sto abusando dei punti come la scrittrice di After. Ma iniziamo.

Questa potrebbe quasi essere un’opinione espressa in maniera seria, di una serie TV – anzi una ficcion, di borisiana memoria (concedetemi questa licenza poetica) – di qualità davvero fetecchioide; ed il mio continuo sconcerto di fronte al fatto che, sì, la RAI abbia mandato in onda (!) sulla rete principale (!!!) ‘na roba alluscinante come quella che ho visto, beh, non ha proprio senso di esistere amicy.
So’ 30 anni, almeno, che mandano in onda questi obbrobri e non smetteranno di certo adesso e tutto ciò asseta la mia brama di trash.

Introduzione, introduziò

  • Titolo: Sempre al tuo fianco (ngul)
  • Anno: 2024
  • Genere: Drammatico/Avventura/Romantico/Case/Auto/Viaggi/Fogli di giornale
  • Interpreti: AMBRA ANGIOLINI E MI FERMO QUA.

I personaggi

Ambra, la protagonistaH

Immaginate un mondo, un’Italia, in cui Ambra Angiolini con l’accento siciliano è il capo della gestione emergenze (nonhocapitouncazzomavabeneuguale) in Protezione Civile: ma non sentite anche voi l’odore della sicurezza, dell’ottimismo verso la macchina dei soccorsi? No? Nemmeno io.
Niente, non c’è verso: Ambra ha sempre questa faccia da stronza in bilico tra lo scoppiare a ridere in faccia e l’essere poco impressionata, che rende veramente molto poco credibile ogni sua frase o azione nel corso delle puntate.
Coooooomunque, come direbbe Michael Kyle (se non sapete chi è, siete delle brutte persone, sappiatelo). Ambra interpreta la protagonista, Sara Nobili – o Nobbeli, come direbbe lei con questo terribile accento siciliano fintissimo –, una specie di Mary Sue de noantri: vulcanologa, speleologa, donna-ma-anche-mamma, capa delle emergenze… insomma, che palle.
Ad ogni modo, Sara cerca di destreggiarsi tra le varie emergenze, al meglio delle sue possibilità, ovvero andando sul luogo dell’emergenza. E basta. Metà delle scene sono letteralmente questo: X: «Sara è caduta una fornitura di gabinetti sul paese di Vergate sul Membro, è un vero disastro!» Sara: «Vado lì». Segue scena di lei, sul luogo della disgrazia, che stringe mani, abbraccia persone, dice cose e poi se ne va. Così de botto. Bellissimo, satira involontaria sulla gestione delle emergenze e io amo tutto questo.

Fausto Renato e la trombostoria con Ambra

Partiamo dal fatto che, per quanto mi riguarda, ho scoperto or ora che si chiama Renato, grazie a Wikipedia, ma per me è sempre stato e sempre sarà Fausto.
Il Faustone nazionale è un cyborg venuto per terminarci, sotto le mentite spoglie di un medico della Protezione Civile. Non c’è altra possibilità per poter giustificare una performance attoriale così robotica, ‘na roba che Detroit Become Human scansate.

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Non temere, il Faustone vuole solo misurarti la febbre per via rettale!

No davvero, Mario de la Telenovela Piemontese esprime una gamma di emozioni molto più ampia; o quantomeno lui era giacente e sapeva piangere, senza l'ausilio di lacrime appoggiate sul volto.
Al di là delle amare considerazioni sulla qualità attoriale del Faustone, la funzione del suo personaggio è il solito cliché delle serie tv idaliane, ovvero l’intreccio amoroso: lui è parte di una specie di triangolo con Ambra e il di lei ex-marito. Ah, dimenticavo: ha anche la funzione di prendersi una malattia che non esiste. Avete capito bene, cari amici lettori, questa serie è talmente all'avanguardia, che le malattie descritte in un qualunque manuale ICD-9 non bastano, no: qui se le inventano! Ricordate: mai mangiare la zuppa di scimmia affumicata, sulle rive del fiume Ngube, altrimenti diventate come il Faustone.

Marina, La figlia

Già mi prudono le mani e ho solo scritto Marina, la figlia. L'ortica è meno fastidiosa: ma d'altronde, come vuoi scriverlo un personaggio adolescente? Le strade sono due: o uno uscito diretto da una Pubblicità Progresso in anni 90 couture, oppure la lancia di Vlad l'Impalatore.

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«Deliziosa la figlia di Ambra, ve'?»

Purtroppo buona parte dei problemi del suo personaggio, derivano dal fatto che sembra un meme di Osho, del tipo anvedi come so' i pischelli ar giorno d'oggi. In ordine lei è: – vegana – ambientalista – free nipple – tendente al vandalismo – amante della musica rave – portatrice sana di rasta

Mancavano solo i capelli blu e sembrava il meme delle femministe di 4chan. Vabbè. Ah dimenticavo il suo lato tenero: odia a morte (in maniera del tutto random) il Faustone, perché spera che mamma e papà tornino insieme, nonostante Ambra abbia ricevuto in dote un palco piuttosto imponente dal maritino. La solidarietà non ha confini!

Per onore di cronaca, la giovane attrice che interpreta Marina è una dei pochi che prova veramente a recitare, bisogna dargliene atto: quindi se mai leggerai questo flusso di scoregge in forma di parole, sappi che in realtà io e il mio gruppo d'ascolto abbiamo apprezzato tantissimo il tuo impegno. Buona fortuna per i tuoi prossimi ruoli!

Lo stagista

L'altra metà della mela di Marina, se la mela fosse fosse una puntura di medusa. Altro grande campione di simpatia, il prode stagista: per 10 episodi sfracella il belino, con un perenne tono da pubblicità del Tantum Verde, perché lui deve andare a lavorare presso una multinazionale che lo riempirà de sordi, grazie alla raccomandazione della sua cornutissima girlfriend, poi improvvisamente scopre le sicurezze della Pubblica Amministrazione, altresì chiamate possibiltà-di-ficcarsi-la-figlia-17enne-della-capa e, niente, decide di rimanere in Protezione Civile. Il suo apporto è più o meno questo, sostanzialmente. Lagne e trombostoria cornifera con la dolce Marina.

Don Pietro Savastano on wheels e assistente

Don Pietro, perchééééééé?????
Mi lascia sempre un po' l'amaro in bocca vedere attori piuttosto validi accostati a ste ciofeche, però capisco anche che in qualche modo bisogna mangiare, ecco.
Comunque Don Pietro è letteralmente l'unico che lavora in tutto l'edificio della Protezione Civile: si butta a capofitto su un'indagine riguardante un principio di inquinamento marino nel Tirreno e manco lo ascoltano, poraccio! Impiegato del mese, nonostante gli strafalcioni scientifici – nel gruppo di ascolto c'era una chimica a cui hanno sanguinato più volte gli occhi, ma vabbè la coerenza scientifica non ci importa amicy!
Ha una backstory un po' fumosa: non è spiegato benissimo il motivo per cui è paraplegico, però trovatemi qualcosa che viene spiegato bene in questa ficcion...
Lui e il suo assistente sono letteralmente la quota Quasi amici: devo dire però che funzionano, l'attore che interpreta l'assistente è abbastanza credibile e c'è una buona alchimia. Forse l'unica cosa azzeccata in 12 ore. Nota a margine: loro due ci hanno regalato forse la miglior scena di sempre.
Immaginate questo: un personaggio paraplegico viene portato a casa dei parenti del suo assistente, tutti maliani e tutti stipati nello stesso appartamento, per risparmiare le spese dell'alloggio. Cosa potrebbe mai andare storto nella scrittura di questa scena? Don Pietro: «Ma vivete tutti e 11 qui?» Donna con turbante: «Sì, noi vivere tutti qui insieme, come grande familia. Abed detto noi che lei non ha gambe ma ha grande cervelo!» Seguono risate generali.

Ma non è magnifico? Una scena scritta da Borghezio sotto Xanax.

Gli altri

Faccio un calderone unico, perché ci sono poi una pletora di personaggi che servono solo a raggiungere il minutaggio corretto per ogni episodio. In ordine: – Il genovese: non serve a recuperare il pubblico AA, come avrebbe detto Stanis La Rochelle, ma solo ad indicare cose o a spiegare le scene. E a beccarsi i domiciliari per una storiaccia tra ultras. – La fregnona bionda: serve per la trombostoria col genovese – Il vero capo: chiama costantemente la Presidenza del Consiglio, manco fosse il centro assistenza Samsung – Il marito di Ambra: serve solo per il triangolo e per vendere villette dalla dubbia autorizzazione a Stromboli – L'ex fidanzato di Marina: non lo sa manco lui a che serve – Gli amici di Marina: vogliono solo fare un crowdfunding per andare in Norvegia, #leavethemalone – La cornutissima girlfriend dello stagista: poooorella, gli trova il lavoro e riceve in cambio un cesto di lumache – Altri personaggi che non mi ricordo: ma chi l sap!

Le maglie

Menzione d'onore va alle maglie della Protezione Civile: non capisco se vengano cucite direttamente sulla pelle o siano dei tatuaggi, perché nessun personaggio le toglie. Credo che sia necessaria particolare attenzione nel maneggiare quelle magliette, sotto le ascelle potrebbero albergare forme mutanti di Cordyceps e sarebbero uccelli senza zucchero.

Ma quindi, la trama?

Non c'è una vera e propria trama, sono quasi tutti episodi autoconclusivi – in cui non succede una mazza – col disastro del giorno da risolvere, ad eccezione degli ultimi, in cui c'è il vero villain della serie (no, non è l'inquinamento marino e nemmeno la pessima recitazione di Ambra), lo Stromboli. Ma non succede una mazza nemmeno in questi, letteralmente.

L'ultimo episodio

L'ultimo episodio lo hanno scritto il piccolo Giulio dello Zecchino d'Oro nel '94, non c'è altra spiegazione.
Come dicevo prima, il villain è lo Stromboli, che sta per eruttare... ma alla fine non succede una mazza. Cioè erutta, ma la macchina della prevenzione funziona, bla bla bla e finisce praticamente così.
Certamente c'è qualche momento di tensione: la dolce Marina rimane bloccata in una delle casette abusive messe in vendita dal paparino (ah, l'Italia che posto meraviglioso!), dopo aver donato il suo fiore allo stagista. C'è un po' di trambusto, mamma Ambra la salva e niente, finisce tutto così, dopo circa 15 minuti.

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Ma quindi che facciamo per i prossimi 40 minuti?

E tu, spettatore incredulo, rimani lì per i prossimi 40 minuti a guardare come chiudono tutte le varie trombostorie, quando ti aspettavi...

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IL VULCANOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO

In the eeeeend

Se come me e come il mio gruppo di ascolto siete amanti del trash inconsapevole, beh amicy miei, dovete assolutamente vederlo. Ma non guardate l'ultimo episodio, NON FATELOH!

Ok bye!

 
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from TridiComics

Premessa: il seguente scritto è la trasposizione di un mio articolo apparso sul numero 338 di Fumo di China, uscito a febbraio 2024. Questa versione è stata riscritta utilizzando i caratteri ə e ɜ (il primo per il numero singolare e il secondo per quello plurale) come suffissi a nomi e aggettivi per esprimere il non-genere. Questa scelta deriva dalla mia personale prospettiva socio-politica che riconosce il genere come un costrutto sociale arbitrario e storicamente determinato che può (anzi deve) essere superato.

Avvertenza: il dibattito italiano sulle IA generative è deragliato furiosamente quando Eris Edizioni ha annunciato, il 9 ottobre 2023, la pubblicazione di Sunyata: un progetto editoriale che impiega immagini generate dall’IA proposto da Francesco D'Isa. Sebbene questo articolo contesti un pezzo di terminologia dei comunicati di Eris e D'Isa, si prega di non impugnarlo per rivolgere loro ulteriori attacchi.

  1. Giano confonde il dibattito

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”

La celebre battuta del Palombella Rossa di Nanni Moretti, pronunciata nel film dal nevrotico alter ego del regista, metteva in guardia lə spettatorə contro la mistificazione, deliberata o meno, del linguaggio. Anch’io credo, come Moretti, che le parole siano “importanti” in questo senso: che una terminologia esatta sia necessaria per orientarsi su argomenti di notevole complessità.

La rapidità con cui l'intelligenza artificiale (IA) generativa è stata introdotta nel mondo dell’arte ha colto di sorpresa la comunità creativa gettandola nel panico e nella baraonda. La discussione è incentrata, giustamente, su quanto sia lecito o etico lo sfruttamento di contenuti generati a partire da dataset ottenuti estraendo indebitamente dalla rete materiali sensibili o protetti da copyright e (ma molto a margine) su come immaginare l’arte oltre il capitalismo.

Se però unə creativə (come me che sono un generico fumettista di “piccolo cabotaggio”) volesse immediatamente comprendere la natura della AI-powered creativity, dovrebbe confrontarsi fin da subito con un linguaggio mistificato. Questa ambiguità è figlia di due diverse narrazioni che, però, provengono dalla medesima fonte: le aziende che sviluppano e possiedono le varie IA generative come Midjourney, DALL·E, Stable Diffusion, ChatGPT, etc. Come il proverbiale “Giano bifronte”, la comunicazione di queste società cambia infatti a seconda dei soggetti a cui è rivolta:

• Quando parla alle maestranze creative: l’IA è raccontata come strumento innovativo per facilitare il lavoro dellɜ artistɜ umanɜ (come nella promozione della feature di riempimento generativo recentemente implementata in Adobe Photoshop). • Davanti a investitori o altri imprenditori: l’IA è presentata come un servizio che, facendosi carico del lavoro creativo, sostituisce integralmente lɜ artistɜ umanɜ.

La IA generativa è quindi strumento, servitore o entrambi? La stessa espressione AI-powered creativity, utilizzata dal filosofo della scienza Arthur I. Miller, gioca sulla polisemia della parola inglese power che può indicare sia una facoltà (power-up, un potenziamento) che una forza lavoro (Inhuman-power, una maestranza non umana).

  1. Il supporto fa l'artefice

Nel panorama del Fumetto italiano, Lorenzo Ceccotti (in arte LRNZ) e Francesco D'Isa (che ha annunciato di aver dato alle stampe un fumetto la cui immagine è generata dall’IA) hanno affrontato la questione in modo approfondito e stimolante (i loro articoli: ”Click To Image” di Lorenzo “LRNZ” Ceccotti; “Non fa tutto il computer: il ritorno di vecchie perplessità nell’arte digitale” di Francesco D’Isa) provando a capire in che termini le IA sono artefici o strumenti. Con i miei limiti in fatto di esperienze, competenze e conoscenze, scrivo in appendice alle loro considerazioni adottando una prospettiva analitica e il più possibilmente concreta (ne esistono altre altrettanto legittime: post-moderniste, post-strutturaliste, estetiche, esoteriche, sciamaniche, new age etc. che però si pongono oltre la determinazione semantica).

Da questo mio punto di vista, introdurre il concetto di supporto rivela il grave errore logico-semantico nel considerare un’IA generativa uno strumento al pari di matite, pennelli, tavolette grafiche, macchine da presa, etc. Per amore di semplicità, mi limiterò alla realizzazione di un'opera senza considerare la sua successiva riproduzione, proiezione, diffusione, etc.

In termini marxiani, si potrebbe dire che un'opera d'arte è “un bene (materiale, immateriale, performativo, muto, comunicante, etc.) il cui valore d'uso è la propria esistenza”. Un tavolo viene prodotto innanzitutto per fare da superficie d'appoggio mentre un dipinto, prima ancora di essere contemplato per il suo valore estetico, viene creato per essere creato. Ars gratia artis: l'arte è fine a se stessa.

Allora la produzione artistica è un “processo creativo in cui uno o più artefici, utilizzando uno o più strumenti, realizzano un'opera d'arte (in cui, parafrasando McLuhan, forma e contenuto coincidono) derivata da un impulso (l’idea guida secondo cui l'opera viene creata e modellata)”. Questa definizione è però incompleta perché introduce un problema di attribuzione. Infatti, nel caso in cui l'impulso venga da un committente (il mandante che affida l’incarico di produrre l’opera), per separarlo dal processo creativo non basta dire che la sua idea primitiva si esaurisce man mano che il lavoro viene completato da altrɜ. La forma-contenuto finale conserverà comunque una qualche relazione, seppur flebile e residua, con la visione iniziale. È quindi giusto attribuire le opere d'arte anche allɜ committenti (per esempio nominando papa Giulio II co-autore degli affreschi della Cappella Sistina di Michelangelo)? Oppure si può comunque tracciare un confine netto tra committente e artefice?

In nostro aiuto viene il concetto di supporto inteso come “il campo inerte in cui si esprime (o imprime) la produzione artistica”. In questo caso, l'aggettivo “inerte” non significa strettamente “passivo” o “inanimato”. Un supporto può infatti essere allestito o accadere, diventare parte integrante dell'opera oppure perdere ogni legame con essa, essere manipolabile o meno, materiale o immateriale, etc. Il supporto è “inerte” perché, al contrario degli strumenti, non incide ma vi si incide (in senso lato) durante il processo creativo. Ecco alcuni esempi pratici di artefici, strumenti e supporti nei vari media:

• Nella fotografia: lə fotografə (artefice), usa la macchina fotografica (strumento) per catturare una scena su pellicola (supporto). • Nel disegno tradizionale: lə disegnatorə (artefice) traccia con vari utensili (strumento) su tela, foglio, tavola, etc. (supporto). • Nel collage: lə collagista (artefice) lavora con vari materiali e leganti (strumenti) su un piano di ritaglio e composizione (supporto). • Nel cinema: varie maestranze (artefici come attorɜ, operatorɜ, regista, etc.) usano varie risorse (strumenti come recitazione, macchine da presa, attrezzatura di scena, regia, etc.) nel set cinematografico (supporto). • Nell’arte concettuale: l’artista (artefice) esprime significati disponendo forme significanti (strumenti) su oggetti, eventi o spazi referenti (supporto).

In ambito digitale il discorso non cambia. Sebbene strumenti (softwares, dispositivi di puntamento, etc.) e supporti (interfaccia grafica, monitor, touch screen, etc.) siano simulati o simulanti, mantengono comunque il ruolo di strumenti e supporti.

• Nella scrittura digitale: lə scrittorə (artefice) utilizza tastiera e software di scrittura (strumenti) per scrivere le parole nel foglio virtuale (supporto). • Nel disegno digitale: lə disegnatorə (artefice) utilizza software di disegno e penna digitale (strumenti) agendo sullo schermo della tavoletta grafica che contiene un’area di disegno virtuale (supporto).

Non sono né gli strumenti (che possono essere rudimentali) né le competenze (che possono essere scarse) a fare l’artefice, ma l'accesso esclusivo al supporto durante il processo creativo. Unə committente può essere artisticamente capace e coltə, ma finché non incide nel supporto, restando fuori da quel “campo inerte”, non partecipa alla produzione artistica e quindi non può attribuirsi il ruolo di artefice. Unə pittorə espertə può ordinare a unə bambinə di disegnare un fiore ma, finché non interviene su quel supporto foglio, non può dirsi artefice di quella rappresentazione.

Il ruolo del committente si limita quindi a trasmettere impulsi (idee, istruzioni, indicazioni, richieste di modifica, references, etc.) all’artefice mediante terminali di comunicazione (mentali, vocali, materiali, digitali, etc.). Anche nel caso in cui un’enorme quantità di impulsi venisse comunicata per affinare il processo creativo, committente e artefice sono comunque separatɜ dall'accesso al supporto dove si esprime la produzione artistica. Paradossalmente, anche unə artista è committente di se stessə quando si auto-trasmette mentalmente un’idea. Solo poi, quando inizia a spaziare sul supporto, si fa finalmente artefice della propria creazione.

  1. L’homunculus artifex

Applicando quanto appena detto a un’IA generativa, per esempio una che produce opere visuali text to image (TTI), possiamo dire che:

• L’utente umano (committente), digitando dei prompt di testo (impulso), dà indicazioni affinché l’IA TTI (artefice) produca un’immagine impiegando dataset e blocchi della propria architettura software (strumenti) e lavorando all’interno di uno spazio procedurale (supporto).

I prompt possono essere così numerosi e dettagliati da condurre a un output che soddisfi alla perfezione l'intenzione dell’utente umano, ma in nessun modo possibile questo può attribuirsi la paternità delle opere generate dall’IA perché lo spazio procedurale è trascendente, oltre la realtà fisica, e quindi è un supporto inaccessibile. Con l’AI-powered creativity si è avverato, in senso figurato, il sogno alchemico di creare l’homunculus, la leggendaria forma di vita artificiale descritta da Paracelso, per affidargli la produzione artistica. La IA è quindi un homunculus artifex che, solitario, genera opere d’arte chiuso in un’ampolla da cui può ricevere input e restituire output ma in cui nessunə umanə potrebbe mai entrare per partecipare al suo lavoro.

In virtù dell’accesso esclusivo al supporto-spazio procedurale, le IA sono le uniche artefici dei contenuti che generano, non strumenti utilizzabili da artistɜ umanɜ. Per questo credo che chiunque le descriva come qualcosa di analogo a pennelli, matite, software di disegno, tavolette grafiche, etc. vada contestatə fermamente. Considero inoltre scorretto chi scrive prompt e si dichiara “Artista IA” per rivendicare come sua un'opera realizzata dall'IA.

Bisogna accettare il fatto che le IA generative siano artiste, ma non è detto che dobbiamo fare loro guerra con foga luddista. Al netto delle questioni (ancora da risolvere) relative allo sfruttamento dei dataset, le IA possono rivelarsi utili per democratizzare l'essere committenti, eliminando le barriere di censo per chi non può permettersi di assoldare unə artista umanə. Credo inoltre che, in futuro, queste saranno preziose collaboratrici (per esempio il giorno in cui sarà l'IA a mettere i flat sulle tavole dellɜ fumettistɜ quando questɜ non avranno sufficiente tempo per farlo direttamente né la disponibilità economica per assumere unə flattista umano). E potrebbe rivelarsi stimolante fare generare all’IA del materiale artistico di partenza con cui sperimentare e realizzare (con strumenti e supporti accessibili) opere attribuibili ad artistɜ umanɜ.

Continuare invece a sostenere che le IA generative siano strumenti resta un errore grossolano che si può fare in buona fede (specialmente se non si masticano questioni artistiche troppo sofisticate e distanti dalla quotidianità), perché vittime di allucinazione per l'eccessivo entusiasmo o per condurre una vera e propria operazione di mistificazione e depistaggio.

 
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from thornsinnercircle

La condizione minima

dopo diversi anni spesi a lavorare presso una struttura pubblica, a luglio di quest'anno ho deciso di andarmene. è una struttura sanitaria, dove le grida delle persone con disagio psichico venivano ignorate, a meno che non giungessero alle orecchie di qualcuno della direzione, e allora il malato veniva spostato in stanze più lontane. l'agitazione psicomotoria viene di regola istituzionalizzata con sedazioni e contenzioni, anche se non c'è prova di efficacia scientifica sul loro utilizzo. un problema in meno per le mansioni lavorative già sottoposte a stress. una soluzione che fa comodo a molti, con controlli il tanto che basta per avere una facciata in regola anche se manchevole eticamente. dove durante la pandemia era sopportato un clima generale permissivo, che non avrà di sicuro contribuito a rallentare i contagi. solo perché presi tramite un obbligo, i dubbi dei contrariani sull'efficacia dei vaccini venivano spesso solo sussurrati in base all'ultimo studio scientifico uscito su facebook. in generale gli approcci alla salute del lavoratore erano rivolti solo ad espletare obblighi di legge con corsi superficiali, consigli banali sul ricorrere alle medicine alternative, perché si aveva come guida il solo basarsi sul “senso comune” caro a chi ha la mentalità conservativa e chiusa. perché questa decadenza? perché viene prima di tutto il profitto. le strutture sanitarie sono diventate aziende dove si bada ad incanalare il possibile flusso di denaro facendo pubblicità illusorie e cercando amicizie nella politica locale. illusorie perché le terapie promesse vengono somministrate da personale che talvolta fa il minimo necessario per scansare le critiche dei clienti, pazienti. personale che quando non disquisiva alla macchinetta del caffé sull'aspetto fisico di una nuova assunta passava il suo tempo in attesa creativa dell'orario dove timbrare il cartellino. perché questo veniva permesso. il flusso di denaro della sanità pubblica mantiene in certe strutture un gioco di equilibri dove per il quieto vivere ci si copre a vicenda la sciatteria di certi comportamenti. non saranno infatti criminali o illegali, ma non si può darne un giudizio positivo e guardarsi allo specchio con la coscienza a posto. le possibili polemiche interne venivano scansate o soffocate con un meccanismo caro alla politica, trovando di volta in volta obiettivi minori su cui dimostrare un decisionismo ridondante e apparentemente concreto. per fare un esempio, ascensori o bagni che non funzionavano venivano rattoppati senza mai risolvere il problema, mentre per la presenza di cani che si avvicinavano alla struttura veniva immediatamente diramata comunicazione a tutti i lavoratori di evitare di dargli da mangiare, in estate come in inverno. alcuni sono stati testimoni di maltrattamenti veri e propri, con riunioni su riunioni di persone toccate come mai prima dalla voglia di risolvere questo problema, fino a paventare soppressioni di massa. in ogni caso per ripulirsi l'anima tanto bastava dichiarare il giorno dopo il proprio amore per gli animali portando un bel coniglietto a cui fare le foto per instagram con improvvise confessioni su un ritrovato sentimento naturalisticheggiante.

in chi non è inserito, per sua natura o scelta, in questo meccanismo, il rimanerci a contatto inquina l'anima. dato che per vivere può essere necessario percepire un reddito, viene di conseguenza il non poter scansare il fastidio di trovarsi un lavoro. perché anche quando il lavoro piace, se le condizioni sono queste, non sono quelle minime per avere un bilancio interno sano. di qui il mio tenerci a far sì che tutte le persone che per un qualsiasi motivo provano disagio a causa del loro lavoro cerchino di cooperare per venirne fuori, per quel che si riesce. diamoci consigli sul fare la cosa giusta, esterniamo i problemi, non barattiamo per nemmeno mille euro al mese i valori che sostengono la nostra idea sullo stare al mondo.

un po' di solidarietà di classe ;)

 
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from kyoka

Tempi e luogo

presso BITZ fablab, via Antonio Rosmini, 9 (BZ) negli orari di apertura (mar-ven 13-19; sab 10-13 e 14-17)

Porta i tuoi ricordi, lascia una traccia, e insieme a tutti gli altri contribuisci a creare un simbolo di collettività. Ti aspetto per creare insieme!

Modalità

Utilizzando una macchina da maglieria manuale voglio creare uno spazio di riflessione e di espressione, a cui chiunque può contribuire con idee, temi, motivi, pezzi di stoffa o di filato. Documenterò ogni interazione in modo da poter indicare il significato di ogni piccola area nell’opera finale, rispettando le intenzioni e la privacy di ognuno.

 
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