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from Racconti spontanei che attraversano l'autore

Non c'è fretta, infante, non c'è fretta. Non desiderare così intensamente di essere amato, gli esseri umani non capirebbero, sono così impegnati a guarirsi in modo errato, aggiungono invece di togliere, e anche tu infante, rimuovi finché puoi. Piangi il più possibile, svuotati di lacrime, le librerie sono così piene di autori che non hanno saputo ascoltare; bisogna smetterla di parlare, emettere, condizionare, che tu sia felicemente in contemplazione del nulla. Si può scrivere solo una volta morti, si può morire solo una volta risorti. I raggi del sole ci guidano, il calore è conoscenza infinita. Puoi scegliere se annegare dopo aver finalmente visto la base del relitto, o morire con la testa fracassata da scogli appuntiti a pochi metri dalla riva. Raccontare non è per noi, la vita non è per noi, costretti in mura piene di muffa e grovigli di spine alle finestre e feci, montagne almeno, che coprono casolari antichi, dove sì, si moriva di fame e gli inverni erano molto più rigidi e il fuoco non bastava per scaldare, serviva aprire la porta degli inferi e sprigionare il peccato. La vita è semplice, infante, va vissuta lenta, che lento è lo scorrere del tempo immaginario. Lo sappiamo, l'abbiamo provata più e più volte tanto da pensala nostra, da crederla parte di noi, ma ci avevano ingannati così bene, a farci credere nelle occasioni, non serve a niente vedere il deserto se non riconosci l'abete nel bosco, infante, figlio di una terra che muta più di te e che è benissimo in grado di andarti oltre, superarti e sopravviverti, sopra le carcasse nasceranno muschi e licheni. I popoli sono fatti da esseri umani, e i loro desideri comuni non fanno che manifestarsi. Vi piacerebbe mentire ancora di più, ma la colpa è sempre degli esseri umani e della loro inadeguatezza che sfocia in barbarie sempre più tollerabili. La strada è ancora una volta sgombra e i cumuli delle nuove macerie sono indistinguibili da quelle passate; tutti gli esseri umani vivono contornati da macerie, la nostra preziosa eredità.

 
Continua...

from Klaus

Il giorno della festa del villaggio giunse, e con lui anche le mie insicurezze. Sapevo che l'avrei vista. I preparativi per i festeggiamenti avevano interessato gran parte degli abitanti, tra chi addobbava le strade, le case, chi organizzava la cucina che avrebbe dovuto sfamare chiunque avesse voluto assaporare la cucina tipica del nord, tra stufati, carne allo spiedo e dolci di ogni sorta, e la varietà di birre scure artigianali. Anche la caserma era stata richiamata dal sentimento di appartenenza di quelle terre, ed ingaggiati i migliori soldati per sfoggiare le proprie armature scintillanti, gli apprendisti maghi per stupire grandi e piccoli con qualche trucchetto, e i bardi da battaglia con i loro tamburi e cornamuse per intrattenere la gente. Io come altri miei compagni eravamo stati chiamati per controllare che non ci fossero disordini, ma quella volta Leo ed io godevamo di una licenza e quindi avremmo potuto goderci la festa senza troppi pensieri.

Leo ed io ci saremmo visti al calar del sole all'ingresso della porta Sud del villaggio, quindi avevo a disposizione tutto il giorno per rilassarmi col mio passatempo, il che comprendeva passare anche del tempo coi miei genitori, e ne fui davvero felice. Sembrava quasi che quei giorni stessero in qualche modo mitigando le afflizioni dei mesi passati.

Quel giorno mi cimentai in creazioni che avevo sentito solo in storie raccontatemi dai miei superiori, o alla taverna e fu molto liberatorio. Davvero.

La leggenda del tesoro degli elementali leggenda tesoro elementali La leggenda narra di un luogo ai confini del Piano, dove i quattro elementi si uniscono. Qui un portale porterebbe ad una stanza segreta, contenente un tesoro ricco di artefatti antichi quanto il mondo stesso.

L'Abissale del Mare del Nord mito abissale Essere che infesta i mari del Nord, e che solo in pochi hanno avuto la fortuna di poter descrivere. Io ho sentito una storia di un marinaio della flotta di Luksan sopravvissuto ad un attacco della bestia.

La sera sopraggiunse e mi incamminai pensieroso verso il punto d'incontro con Leo. Sapevo già quali sarebbero state le sue intenzioni, spingermi tra le braccia di colei per la quale il mio cuore risuonava più forte dei tamburi di una carica. Venni travolto sin da subito dall'ondata di profumi di cibo e ovviamente ne approfittammo, ordinando dello stinco con patate e della buona birra scura, al tendone fuori dalla taverna “Il settimo boccale”, allestito per la festa per soddisfare più gente possibile. Ed eccola là, dietro al bancone a spillare birra e ricevere le persone che preferivano stare all'interno del locale. Clara è una ragazza con un paio di anni più di me, era alta, dai capelli biondi e occhi scuri, con la pelle chiara e una voglia sotto l'occhio sinistro, simile alla forma di una lacrima. Era rientrata un paio di giorni prima dall'addestramento sui monti a Nord, ed il suo obiettivo era quello di conseguire il titolo di ranger, ma per quei giorni di festa, aveva deciso, anziché sfruttare i giorni di licenza per riposare, di aiutare il padre alla taverna.

taverna

Non era la classica ragazza di osteria, affabile e “piaciona” con i clienti, ma al contrario era molto professionale, distaccata coi clienti che provavano ad avere un atteggiamento troppo amichevole, ed invece accomodante con le persone che le mostravano rispetto e gentilezza. Di fronte a persone che osavano disturbare il locale, o creare disordini, nonché i più villani che tentavano di metterle le mani addosso, sapeva come reagire, grazie agli insegnamenti del padre Gustavo, veterano del mestiere, e ovviamente all'addestramento militare. Per mia fortuna i miei genitori erano stati di quella categoria che non ammette maleducazione.

Quella sera l'ordine del cibo e bevande lo facemmo alla sorella più giovane di Clara, Bea, che non perdeva occasione per punzecchiarmi, invitandomi ad entrare ad ordinare “Signore”, schernendomi, “Le devo chiedere di proseguire le sue ordinazioni all'interno”, o a vedere come aveva allestito la stanza “Ehi, voi due, non ho ancora ricevuto i complimenti per come ho sistemato tutto!”, o semplicemente a fare due parole con colei che mi toglieva letteralmente il fiato “Rubacuori, non entri?”. Non eravamo nuovi del posto, era tranquillo, la birra era ottima e non si avevano mai problemi, e quindi capitava di tanto in tanto di bazzicarlo, conoscevamo sia Gustavo, che Bea e pure Clara, con la quale però non avevo mai parlato, singhiozzato qualcosa di incomprensibile forse. La serata stava proseguendo come mi aspettavo, tra un boccale di birra e l'altro, qualche chiacchiera con Leo e altri che poi si unirono a noi, volgendo appena potevo lo sguardo verso la finestrella che dava proprio sul bancone, sperando di vederla, e il più delle volte era così. Le ore passarono e pian piano la gente rientrò nelle proprie case, i bardi smisero di suonare, i locandieri si apprestarono a pulire, per poter tornare a casa esausti. In pochi rimanemmo lì, solo io e Leo e qualche reduce che ormai sonnecchiava con la testa appoggiata al tavolo; ci stavamo godendo quel silenzio, e forse stavamo un po' prendendo fiato, riempiendoci di quella normalità che nei giorni passati era mancata. Ad un tratto, dall'interno della taverna, poco illuminata ormai, sentimmo dei rumori di passi veloci calpestare le vecchie assi di legno del pavimento, subito dopo un mormorio e una voce strozzata tentare di gridare “Aiu....!”. In un attimo fummo all'ingresso e spiando l'interno non vedemmo nessuno, solo si sentivano delle voci di sottofondo provenire dalla cucina. Cercando di non far rumore entrammo e giunti alla porta spalancata vidi tre uomini minacciare Gustavo, che giaceva a terra ferito alla testa, e Clara tenuta per il collo da un uomo alle sue spalle, che con una mano le teneva serrata la bocca. I tre che accerchiavano Gustavo lo stavano malmenando, intimandogli di dargli l'incasso della giornata, colpendolo ripetutamente anche se questo ormai giaceva a terra, quasi privo di sensi. Feci cenno a Leo di portarsi all'ingresso sul retro della cucina, e pochi istanti dopo fissando la piccola feritoia sopra quella porta vidi un ombra, era lui che si appostava. Riuscii a farmi notare da Clara, che mi vide per un attimo solo e in quel frangente notai i suoi occhi colmi di gioia; sapeva che qualsiasi cosa fosse avvenuta sarebbe accaduta da lì a poco, e sapeva che doveva creare un diversivo alla svelta. Cominciò a dimenarsi in modo energico, ed uno dei tre di fronte al padre le si avvicinò “Stai zitta, lurida puttana!”. Il mio cuore sobbalzò. Subito dopo un colpo al suo viso, facendola sanguinare, dato l'anello che portava l'uomo. Il mio cuore sobbalzò nuovamente. Ma lei, con le gambe libere, sferrò un calcio preciso tra quelle del suo aguzzino, ed io e Leo entrammo in scena.

Spade già alla mano, ci avventammo sui due di fronte al padre, ferendoli in modo grave e lasciandoli a terra, per poi scagliarci contro l'uomo che ormai aveva lasciato libera la presa al collo di Clara, probabilmente spaventato. Lo mettemmo fuori combattimento in pochissimi secondi. Quello a terra, che si stava rialzando dopo il duro colpo della ragazza, tentò di dileguarsi, sfruttando il momento, ma Clara accortasi del tentativo di fuga, raccolse la prima cosa che gli capitò sottomano, una padella , e la scaraventò contro l'individuo, colpendolo alla testa e facendolo cadere rovinosamente a terra. Ero ufficialmente innamorato. Poi accorse verso il padre per soccorrerlo, Leo si occupò dei malviventi legandoli, aiutato da altri che nel frattempo avevano sentito il frastuono ed erano entrati, ed io mi affiancai a Clara, per prestare le prime cure a Gustavo. Lei si voltò verso di me, “Grazie!” e mi abbracciò. Ancora una volta non ebbi il fiato per rispondere.

Ma la strinsi forte a me.

 
Continua...