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from Falso-Pepe

Inter-Milan è una partita che nel mondo anglosassone definirebbero bigger than football e probabilmente avrebbero ragione. La stracittadina di Milano, infatti, ha una dimensione che trascende dal valore delle due squadre in campo e dall’importanza della posta in palio, nonostante questa sia stata spesso molto rilevante.

Secondo la tradizionale divisione sociale delle due squadre, infatti, la borghesia interista – i baùscia – è opposta alla classe operaia – i casciavit – milanista. Questa distinzione è ovviamente un retaggio del passato, risalente a prima che il calcio assumesse la sua contemporanea connotazione industriale, ma contribuisce a rendere l’idea di quanto l’appartenenza a una o all’altra squadra sia più simile a un’affiliazione religiosa che a una sportiva.

Tuttavia, quello che rende speciale questa partita – oltre la sua capacità di tracciare una linea di demarcazione netta per la propria appartenenza cittadina – è che storicamente ha avuto enorme importanza sportiva; basti pensare che il primo campionato nazionale in cui le due squadre milanesi sono arrivate nei primi due posti è quello che si è giocato nella stagione 1950/51. E allora non c’è da stupirsi che gli echi delle sfide tra i nerazzurri di Helenio Herrera e i rossoneri di Nereo Rocco, che infiammavano Italia ed Europa negli anni ‘60, riverberino nelle sfide tra Lautaro e Leão della nostra contemporaneità. Poco importa, dunque, se siamo solo a Settembre e in palio non c’è il passaggio del turno di Champions o lo scudetto.

 
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from Oliviabenson2

Scrittura, capitalismo e familiari (opinione personale)

Dopo il post sul “lavoro umile” mi sento di dire alcune cose anche su questo argomento, ovvero il rapporto che ho avuto io, nel tempo, con la scrittura e come questo è mutato rispetto ai miei familiari. Parto subito dicendo che ho inserito la parola “capitalismo” nel titolo semplicemente perchè è il sistema in cui sono nata e in cui si sono sviluppati e cresciuti i miei parenti più prossimi, dunque molte delle cose che hanno avuto da dire sulla scrittura (e che ho pensato io della stessa) vanno in quella direzione. La mia famiglia, pur con la sua grande cultura, pur con la consapevolezza che il sistema fosse corrotto (dovuto anche alla presenza di due invalidi in casa) e che i soldi non fossero un fine ma un mezzo, ha visto fino a poco tempo fa solo una perdita di tempo nella mia passione. Se quando andavo a scuola mi beccavano a scrivere, non mi chiedevano che cosa avevo scritto ma se avevo fatto i compiti. Anche se mi hanno fornito i mezzi economici per frequentare i corsi di scrittura, lo hanno sempre fatto storcendo il naso, o buttando qua e là un commento sul costo troppo elevato. Mentre non ho mai sentito dire una parola sulle tasse universitarie, che a quanto pare erano una spesa a loro dire sensata. Mi è stato detto (e purtroppo è vero) che di scrittura non potevo vivere e che c'erano bollette da pagare, che per scrivere c'era sempre tempo, che volendo potevo lavorare di giorno e scrivere di notte... cosa che in realtà già facevo dai tempi delle medie visto che di giorno venivo tenuta d'occhio e guai se avevo in mano un libro diverso da quello di studio. L'atteggiamento ha iniziato a cambiare solo negli ultimi due anni e per un buon motivo: ho iniziato a pubblicare e ad essere pagata. Poco. Ma pagata. Cosa che mi fa piacere, ma non cambia il fatto che non era trattato bene il mio desiderio di scrivere prima che prendesse l'abbozzo di una possibile carriera. Non ho mai capito perchè lo studio deve essere uno sforzo gratuito esaltante mentre lo scritto gratuito non può essere accettato. L'unica spiegazione rimane quella di una forma-mentis impregnata sul guadagnare. Solo che non mi basta più. Del capitalismo se ne parla continuamente e male. Ma non basta un sistema a rendere le persone così negative. C'è anche una responsabilità personale. Non arriverò mai a dire che i miei familiari dovevano farmi vivere con l'illusione che la scrittura era una fonte di vita assicurata, ma almeno mostrarsi più disponibili all'ascolto e alla critica costruttiva; forse, se l'avessero fatto, avrei avuto un rapporto migliore non solo con loro ma anche con la scuola. Per quanto riguarda come vedo io il mio rapporto tra la mia scrittura e il sistema capitalistico attuale, diciamo che anche se vorrei e spero che un giorno cambi e diventi meno pervasivo e più equo, ammetto di non averne troppa paura. Ho pensato spesso ai miei scritti in rapporto con questo sistema, soprattutto quando ho iniziato a diffonderli (anche sotto pseudonimo) e a ricevere un feedback. Si può scrivere per se stessi, ma se vuoi diffondere quello che scrivi devi pensare anche al tuo lettore. Devi scegliere se rispettare delle aspettative prefisse o se stupirlo, se dargli un personaggio da amare o uno da odiare, se avvisarlo che la storia potrebbe essere qualcosa che gli farà male, o lasciargli la sorpresa... e anche in quel caso non saprai mai come la prenderà finchè non lo tasterai con mano tua. Ho sempre saputo che in un mondo come questo le mie storie si sarebbero trovate in difficoltà. Eppure, lì dove ho scritto, senza aiuto di social o altri mezzi di diffusione (tenevo molto alla mia anonimità) sono riuscita a trovare una piccola nicchia. E credo quindi di poterlo fare anche nel mondo reale. Il mondo è pieno di lettori e non sono lettori stupidi. Il mercato può manipolarli, ma non controllarli. La sete di storie, quella vera, se manifesta permette a tutti di trovare un qualcuno che legge. In più, nella perversa legge del mercato, se vedono che lavori, anche se magari non hai grandi risultati, ti preferiscono comunque a un esordiente... costi meno perchè hanno meno da spiegarti. Non credo di avere la possibilità e la capacità comunicativa di creare chissà quale pubblico. Ma credo di poter dare agli altri delle storie che possano restare, perchè piacciono o perchè colpiscono. Di questo però la mia famiglia non era convinta. C'era sempre tra le righe una forma di scherno o di condiscendenza quando si parlava della scrittura. Io però insistevo, scrivendo e partecipando a concorsi per romanzi e racconti, partecipando a fiere e presentazioni, leggendo, ristudiando e analizzando anche per conto mio le storie degli altri. Per scrivere bisogna essere umili, prima di tutto con se stessi: no, non sarai il nuovo Dante Alighieri e probabilmente racconterai qualcosa che altri hanno già raccontato, sebbene con parole diverse. Ma bisogna anche sapersi dare valore: non sarà Shakespear, ma è una storia che ho amato scrivere e che credo potrà piacere anche ad altri. Non è un facile gioco di equilibri e a volte si sbaglia e un'idea che sembra buona in realtà non è un gran che, oppure va rielaborata con termini diversi. Comunque tra una botta e l'altra, un rifiuto e l'altro, non ho smesso nè di scrivere nè di cercare un confronto col mercato. E forse col passare degli anni devo aver convinto anche la mia famiglia che il mio non era un capriccio adolescenziale. Purtroppo questa loro apertura, non mi incanta. Per quante cose si possano vedere nella realtà editoriale italiana che mi fanno venire la pelle d'oca, non ci sarà mai atteggiamento che riuscirà a farmi male come quello che ha avuto la mia famiglia nei miei confronti fino a poco tempo fa. Perchè se da un avido editore mi aspetto il commento “non hai abbastanza followers”, nessuno si aspetta di sentirsi dalla propria mamma “Pensa a studiare” quando le vuole far leggere una cosa che ha appena scritto e di cui si sente orgogliosa.

 
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from Falso-Pepe

Da qualche tempo ho iniziato a collaborare con Takketto, scrivendo dei pezzi relativi al mondo del pallone a cadenza settimanale. È la prima volta, in tanti anni, che abbandono la mia confort zone – mi occupavo di ragionare esclusivamente sugli aspetti sociali e politici del mondo del pallone – per mettermi alla prova con un tipo di narrazione più lineare. Penso che sia una buona idea tenere insieme i vari pezzi qua sopra, come un vero a proprio log personale, appunto. In calce a ciascuno dei pezzi, metterò l'URL del profilo IG di Takketto dove i pezzi vengono pubblicati, e, se vi interessano, vi consiglio di andarli a vedere perché graficamente sono molto belli. Ecco a voi il primo

“Questo riguarda una questione personale”

Da quell’Italia-Macedonia del Nord del 24 Marzo 2022 a Macedonia del Nord-Italia del 9 Settembre 2023 saranno trascorsi – in termini cronologici – soltanto 18 mesi; in termini calcistici, invece, è passata un’eternità. La partita di Palermo ha segnato l’estremo dell’arco in cui la nazionale maschile di calcio italiana ha probabilmente toccato il punto più basso della sua storia, fallendo per la seconda volta consecutiva la qualificazione ai mondiali. L’altro estremo, invece, rappresenta la data della sua auspicata rinascita.

In mezzo è successo di tutto. Roberto Mancini ha dilapidato tutto il credito che aveva guadagnato trionfando all’Europeo. Lo ha fatto rimanendo alla guida tecnica della nazionale dopo la debacle con la Macedonia, e trasmettendo l’immagine di un selezionatore in confusione che, oltre ad aver smarrito l’intuito tecnico, ha anche imboccato una china scivolosa dal punto di vista della comunicazione. La scomparsa dell’amico e scudiero Luca Vialli è stata sicuramente un fattore che ha influito sulla deriva manciniana, che, tuttavia, poteva essere affrontata meglio se il tecnico di Jesi avesse deciso di rinunciare alla sua dimensione pubblica.

Nella “rivincita” di Skopje – che rinvicità non sarà perché la figuraccia di Palermo rimane inappellabile – ci sarà la prima assoluta dell’allenatore più diverso possibile dal Mancio: Luciano Spalletti. Il toscano arriva dalla stagione più esaltante della sua carriera e ha, immancabilmente, trasmesso il suo entusiasmo al depresso ambiente azzurro. Questo primo passo è stato una scarica di adrenalina necessaria alla selezione nazionale che si era totalmente smarrita tra convocazioni fantasiose, risultati sotto le aspettative e gioco molto noioso. All’allenatore campione d’Italia, però, questo non basterà: dovranno essere i risultati a restaurare il feeling perduto; la qualificazione all’europeo e, soprattutto, quella al mondiale non sono obiettivi che possono essere mancati, non di nuovo.

Lo trovate qui: https://www.instagram.com/p/Cww894KMwT0/?img_index=1

 
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from Oliviabenson2

Sul lavoro umile (opinione personale)

L'ho detto a scuola, molti anni fa. L'ho detto in streaming. Lo scrivo anche qui: non mi interessa l'idea di avere una carriera. Non voglio raggiungere chissà quali vette, o essere il “CEO di Stoc4zz0”, o avere tanti soldi. Sono cresciuta in un ambiente benestante, dove non è mai mancato il cibo, però il denaro era trattato sempre come un mezzo e mai come un fine. Era meglio avere i soldi da parte per emergenze come una gamba rotta o il malessere del proprio animale domestico, che comprare l'ultimo modello di telefono ogni volta che usciva. Mio padre, prima che la malattia gli divorasse il cervello, studiava tanto per il suo lavoro di ingengnere perchè ci teneva molto, ma non ha mai pensato a sè stesso in una posizione di potere. Mi disse anzi, quando ancora riuscivamo a parlare senza scadere in insulti, che più si sale e meno controllo si ha ed è per questo che i Capi usano metodi coercitivi assurdi sui loro dipendenti. Forse anche per questo imprinting molto forte (dove c'erano comunque degli elementi capitalistici-distruttivi, ma ne parleremo in un'altra occasione) ho sempre visto me stessa in una posizione “umile”. Non ho mai sognato in grande, salvo forse con la scrittura, immaginando magari di inventarmi chissà quale formula narrativa originale (SPOILER: crescendo ho capito che non si può fare). Ma anche lì, quello che scrivo io può stare vicino allo scritto di qualcun altro senza dare fastidio. Il lettore vero, consumista o meno, leggerà tutti prima o poi, noti e non noti, pubblicizzati e dimenticati. Chi ama le storie cerca, indaga, al di là di qualunque algoritmo. E prima o poi ti conosce. Perciò ho sempre visto il mio lavoro come qualcosa che avrebbe affiancato la mia scrittura. Non solo facendomi pagare le bollette, ma anche tenendomi a contatto con il mondo reale e con tutte le sue follie altamente ispiratorie. Un sogno di cui ho spesso parlato, era quello di diventare barista. E anzi, forse lì c'era un'aspirazione di carriera: passare da banchista che fa i caffè a possedere un caffè letterario. Un posto sicuro per gli amanti delle storie, dove ogni persona avrebbe avuto la certezza di trovare un caffè caldo e un buon libro da leggere. I caffè letterari romani sono stati un mio rifugio in un periodo nero in cui stare a casa era impossibile per via dell'ambiente che si era creato, e dunque poter riportare quel senso di sicurezza da me trovato, sarebbe stata una grande conquista. Curiosamente, la mia scelta di lavorare in ambienti “umili” è sempre stata vista in modo negativo. Dalla mia famiglia in primis (quando annunciai che avrei fatto un corso di bartending-caffetteria non mi rivolsero la parola per due giorni) e poi da molte mie conoscenze. In un caso divenne addirittura il motivo di separazione tra me e un ragazzo con cui avevo iniziato a uscire. Alcuni miei compagni di università, invece, apprezzavano la cosa, soprattutto quando dicevo che l'obiettivo finale era quello di aprire un caffè letterario tutto mio. Negli anni, non mi sono tirata indietro in nessun lavoro umile offerto, trovando spesso colleghi che si lamentavano di essere le ultime ruote del carro. Io invece, il più delle volte ero felice: quello che facevo mi piaceva, venivo pagata, imparavo a incontrarmi e scontrarmi con chi mi circondava. La soddisfazione più grande è stata quella di lavorare in una biblioteca scolastica, dove ancora oggi se vado a prendere un libro (è aperta agli esterni) mi chiedono se sono tornata a lavorare con loro. E dove uno dei ragazzi autistici che venivano a studiare insieme all'insegnante di sostegno, mi ha abbracciata quando mi ha riconosciuta. Ho avuto molte soddisfazioni nei miei piccoli lavori, anche quando magari non mi trovavo bene con i capi o i colleghi, ero comunque contenta di quello che facevo e la paga è sempre stata puntuale. Tuittavia, quest'anno, ho deciso di dire di no a tre lavori umili. Il motivo non risiedeva nella paga, ma in tante altre piccole cose che, ora che sono più grande e consapevole, mi hanno fatto storcere il naso. Nell'ultimo caso, un lavoro di cui avevo parlato su Mastodon e che originariamente ero ben felice di aver trovato, le motivazioni principali sono state tre.

1 – Per chi, come me, era sprovvisto di macchina, la navetta era gratuita ma con un viaggio di oltre 60 minuti. Chi aveva la macchina, invece, pur lavorando sul posto, non aveva diritto a un parcheggio gratuito (e nessun rimborso benzina o simili, anche se non erano stati neanche richiesti).

2 – Una strana politica di ricerca di personale che ricordava vagamente un “pyramid scheme”, in cui chi portava un'altra persona a lavorare aveva dei soldi in più.

3 – La scoperta di una “non inclusività” generale della manifestazione, che prevede un prezzo piuttosto elevato per il biglietto di partecipazione a fronte di un investimento basso sui dipendenti. Tutti i dipendenti. Non solo noi commessi.

Questo, unito alle 12 ore (quasi 14 con il viaggio) di lavoro, lo stipendio sotto i 500 euro (lordi) e il cibo non incluso (avevamo pause garantite ma dovevamo portarci il mangiare da casa, mentre a manifestazioni come EXPO 2015 erano garantite colazione un pasto per ogni turno, oltre ovviamente all'ospitalità e a una forma di assicurazione in caso di incidenti) non ha contribuito a una mia favorevole disposizione verso questo lavoro. Ci ho pensato a lungo e credo che anche da più piccola avrei probabilmente finito con il rifiutare. Queste cose sono venute fuori a piccole dosi, nel corso dei vari meeting tenuti dagli impiegati delle risorse umane incaricati come intermediari dall'azienda principale per reclutarci. Credo che anche loro siano stati tenuti all'oscuro di molti elementi prima di venire a parlare con noi (pensate che non potevamo dire che non avremmo lavorato per un giorno, ma all'inizio mi avevano detto che se non avessi potuto potevano togliermi dal turno). Sono stati sempre molto gentili e hanno anche fatto pressione per richiedere il nostro diritto a un pasto e al parcheggio gratuiti. Purtroppo temo le loro pressioni non abbiano fatto effetto. Detto ciò, credo sia questo il motivo per cui tutti mi guardavano male da più giovane quando dicevo che mi sarei accontentata di poco nel mondo del lavoro: perchè sapevano che chi sta più in basso viene trattato male. Solo che invece di guardare male a me, avrebbero fatto meglio a guardare a chi ha incoraggiato, e incoraggia tutt'oggi, questo tipo di mentalità nei confronti delle “ultime ruote del carro”. Un operatore ecologico, un'infermiera, un barista, il commesso di un negozio o di un supermercato, l'impiegato all'assistenza clienti o alle poste: tutte queste figure, anche nei meidia, vengono spesso rappresentate in modo molto negativo (forse giusto il barista si salva) e nella realtà si vedono scaricare su di loro frustrazioni e malesseri ogni giorno, anche quando non sono colpevoli. Mi capitava già nella biblioteca scolastica, dove per fortuna riuscivo a tramutare le proteste dei professori (“si può sapere perchè lasciate venire qui i ragazzi a studiare nelle ore di buca!?”) in conversazioni interessanti. All'università poi, lavorando come assistente borsista nell'aula informatica, riusciva a calmare le situazioni grazie alla mia passata esperienza da studente (“Il sistema si bugga sempre, è normale, stiamo qui e aspettiamo, riproviamo tra poco. Anche a me è successo al secondo anno...”). Ma sarei scema a non dire che non è stato brutto sentire certe cose, come vederle capitare a dei colleghi, come quando uno dei borsisti venne quasi aggredito in aula e poi atteso all'uscita dell'università e minacciato di pestaggio da un ex studente furioso. Ad oggi, mentre attendo di laurearmi, ho già deciso di voler comunque proseguire per la strada dell'assistenza clienti e provare a entrare in qualche azienda dedicata alla stessa. In molti casi un assistente umano dall'altra parte della cornetta mi ha aiutato a risolvere problemi non indifferenti e più recentemente un grande aiuto è arrivato al mio ragazzo quando ha quasi perso il suo account twitch. Rimane un lavoro “umile”, ma almeno so che sarà anche utile a qualcuno e se mi troverò nell'ambiente giusto avrò anche denaro sufficiente per continuare a vivere da sola e portare avanti le mie passioni. Non so se succederà, forse troverò altro, forse per assurdo riuscirò a farmi bastarre la scrittura, forse finirò in una biblioteca, forse il professore mi dirà che non sono pronta e la laurea si sposta ancora... qualunque sia il futuro, credo che aver “perso” questa occasione non mi rovinerà. Il mio pensiero va a tutti quelli che sono rimasti, sperando che le pressioni per il cibo e il parcheggio alla fine facciano effetto.

 
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from Overthinking

Le scuole hanno riaperto i battenti a fanciulli e insegnanti, gli universitari lottano con gli ultimi appelli della sessione e l’estate si appresta al suo decadimento inesorabile proprio come le foglie d’autunno. Cosa hanno in comune? Sono tappe obbligate della nostra esistenza.

Ieri ero sul limite di un dirupo. Ovviamente non avevo alcuna intenzione di scendere dalla moto ed ero fortemente tentato di buttarmi di sotto per evitare le scale e le funi. Sam Bridges ha però un problema con le moto (e attraverso di lui, anche io): quando frena e il terreno è scivoloso, la moto continua ad andare avanti per molti metri. Questa feature molto realistica mi ha fatto incastrare tra le rocce a pochi cm dal vuoto. Ecco, nel tentativo di sbloccare la situazione e fare la personcina che si fa il viaggio lungo, sono caduto di sotto.

Quante persone avevano fatto la stessa cosa?

In Italia e in molti paesi civilizzati, abbiamo la scuola dell’obbligo fino all’età di 18 anni. Questo significa che tutti i bambini sono uniti da un percorso obbligato che prosegue fino al final boss: il diploma superiore. Gamificando il concetto si può parlare di un lunghissimo RPG dove ogni giorno ti alleni per aumentare le caratteristiche e portarle alla media globale. É uguale per tutti, proprio come il testo di un libro, un videogioco o un film.

In Death Stranding bisogna consegnare pacchi, è un courier simulator positivista in cui bisogna arrivare da A a B cercando di non morire e di non far freddare la pizza. Il percorso che io faccio nell’andare da A a B è affar mio, sono libero di percorrere la strada che più mi aggrada per arrivarci o, se non ci sono limiti di tempo, fare cose nel frattempo come corse automobilistiche o un bagno alle terme. Il punto è raggiungere B perché B è la verifica di Italiano.

Sam Bridges alle terme
Niente regalo di natale, BB

Nella vita abbiamo molti step in comune con le altre persone. In questi frangenti dobbiamo fare qualcosa di preciso per avere qualcosa in cambio che sia una capacità, un voto alto o un metodo. Certo, ci mettiamo del nostro ma la ricetta per arrivare al risultato pieno resta più o meno identica per tutti. Punti comuni che si intrecciano tra loro in percorsi altrimenti personali: posso studiare un libro a memoria, per concetti, sul balcone, in spiaggia, con la musica (country, lo-fi, Dua Lipa, Enya…), a testa in giù o mentre faccio gli squat. Il modo per raggiungere B è relativo alle capacità, la creatività e ciò che è attinente al metodo di esistenza del singolo.

Riflettevo su quanto una storia, nonostante sia confezionata e abbia un percorso definito dall’autore, sia capace di essere vissuta pragmaticamente in modi differenti dal fruitore. Ora, non è niente che non sia già stato teorizzato con Peirce, Eco e co per quanto riguarda l’interpretazione, ma applicarlo ai videogiochi, in cui si muovono i personaggi in maniera diretta, mi ha fatto comprendere una cosa. Un personaggio non è mai lo stesso ma sempre se stesso.

Un diagramma che illustra 3 persone fare un percorso diverso per raggiungere un determinato punto
Ci sono troppe Side Quest in Death Stranding

Ai tempi degli studi universitari (ma in realtà anche prima) avevo sempre la sensazione che ci fosse un modo giusto di studiare e uno sbagliato. Che bisognasse studiare per mesi, sempre, tutti i giorni. Bisognasse imparare a memoria ogni nozione per poterla poi ripescare dai fantomatici “cassetti” al momento giusto.

Eppure c’erano persone che studiavano tutto una settimana prima (come facevo anche io percorrendo la via dell’ansia), magari in modo approssimativo, ma cogliendo qui e là i concetti basilari di ogni sezione. Magari non prendevano voti alti ma riuscivano a sfruttare tecniche diverse per raggiungere l’obiettivo che ci accomunava. Di fatto, sceglievano di buttarsi dal dirupo e rischiare di farsi male piuttosto che prendere la via lunga e sicura e impiegare più tempo.

Io sono Sam, percorro una strada che mi porterà all’obiettivo

Un tipo dai capelli eccentrici e ultimamente reinterpretato in meme imbronciati, aveva parlato di qualcosa del genere: la teoria della relatività. Insomma sto tipetto dice che non esiste un moto assoluto ma che ogni evento è relativo perché la natura è un po’ burlona. Da questo ha capito che anche il tempo e lo spazio hanno una componente casuale proprio come il vento che gli asciugava i capelli dandogli l’aspetto da maddoscientisto.

Per quanto quindi ogni italiano si ritrovi ad affrontare gli stessi eventi “canon”, questi punti di congiunzione vengono vissuti in modo personale. Anche se il personaggio è scritto, dirà sempre la stessa frase in quella precisa scena, non vuol dire che sia lo stesso personaggio. É il mio personaggio, forgiato dai percorsi astrusi e montanari dati dal modus vivendi che Ink sta dando a quell’esperienza. È un personaggio differente da quello di Bigio che, con la fame del completazionista, cercherà l’eccellenza del percorso breve con occhiali dorati e le lenti verde camaleonte. Il suo Sam Bridges non è salito su di una montagna cercando di capire quali fossero i limiti del level design e per traslazione Bigio non saprà mai cosa si prova a non poter né scendere né salire.

Doom guy di Doom Eternal con la skin da unicorno
È dura essere un unicorno all’inferno

Lo stesso vale per i libri e i film nonostante siano dei media più passivi (dal punto di vista dello spettatore) rispetto ai videogiochi. Quando chiudiamo fisicamente un libro in un punto cruciale come quello in cui un personaggio amato sta per tirare le cuoia o altri meno emotivi tipo dover portare il cane a fare la pipì, quella storia si arricchisce di una pausa che l’autore non aveva contemplato. Non una pausa di riflessione o una rilettura ma proprio una pausa pragmatica, un abbandono fisico che rientra in ogni caso nell’esperienza della storia e di come questa viene percepita.

Anche Barbie può essere un buon esempio di questo fenomeno. Di solito l’opinione pubblica si scinde nelle coppie dicotomiche bello/brutto, divertente/palloso. Con Barbie si hanno invece diatribe sulle tematiche trattate perché ognuno ha vissuto in modo diverso quel film, soprattutto quelle che non hanno avuto la possibilità di andare in bagno nella pausa. É possibile quindi vivere un'opera in modo personale sia a livello cognitivo che pratico? Si! Sarà la mia Barbie, il mio Sam Porter Bridges e il mio D'artagnan e questo non vuol dire che sto defraudando il personaggio della sua natura ma che quel personaggio vive in me e attraverso di me in modo diverso dal mio vicino di poltrona.

Che sia un esame, una deadline o la verifica di algebra, tutti ci troveremo al punto B come nei checkpoint della Dakar. L'importante è essere sinceri con le proprie attitudini e capacità per non avere niente da recriminare in futuro.

Se poi ti chiami Bigio e ti piace fare le side quest allora ci vorrà un po’ di più ma almeno avrai le skin fighe.

 
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from LKL

Quell'italiano non sono io, non mi sento italiano come non mi sento finlandese, polacco, cileno, maltese e così via, ma di questo parlerò un'altra volta.

L'italiano medio di cui parlo, italiano brava gente, non ha pronunciato quella frase, sentita parecchio in questi giorni di famosa rassegna cinematografica (scrivo nei primi giorni di settembre 2023), ma il fasciometro riporta approssimativamente gli stessi valori. Frase legata a un film che, diversamente, sarebbe passato del tutto in sordina, interpretato da uno dei 5 o 6 (cinque o sei) attori che interpretano tutti i film italiani da diversi anni a questa parte e si lamentano pure; di questo non parlerò, perché non meritano neanche questa attenzione.

Sono in fila per chiedere conto di certe tariffe applicate alla fornitura elettrica e ogni fila è una sofferenza gigantesca: neanche per il tempo perso, proprio per il supplizio di dover ascoltare, volenti o nolenti, la gente che parla, la qual cosa fa venir voglia di essere l'unico sopravvissuto a una qualche catastrofe planetaria, o di esserne morto. Ascolti quella gente e capisci come e perché al governo ci siano dei tizi che legiferano come farebbero gli avventori al bar, quelli che bestemmiano a ogni carta scagliata sul tavolo, con le bottiglie semivuote di birra che tremano a ogni colpo. Capisci chi ce li ha mandati, sono in fila con te alle poste, al CUP, dal medico, ovunque.

C'è un tale, di quelli che si credono sinceramente integerrimi discendenti della patria tricolore, campioni di onestà eccetera eccetera; c'è questo tale ma non ci sono ancora le operatrici in sede, quindi bisogna ascoltarlo o forarsi i timpani.

È il tipico “io li metterei tutti spalle al muro”, perché una volta, mentre ora invece... la cosa di metterli faccia al muro la dice di sicuro, non ricordo specificamente in merito a quale punto della sua narrazione. Dice che costruiva le case per Gheddafi in Libia, quelli sì che erano tempi, poi andava direttamente nel suo ufficio e intascava l'assegno, direttamente dalla sua mano. Poi continua col solito repertorio dei migranti, della necessità e del dovere di tenere un'arma in casa, anche se di provenienza dubbia, perché nessuno ci protegge. Continua, continua, è l'orario di apertura si avvicina, non velocemente come dovrebbe. Non subito, non prima di subito.

Con lui c'è un ragazzo probabilmente dell'area subsahariana, silenzioso per tutto il tempo e probabilmente a conoscenza dell'italiano che basta a sopravvivere. L'italiano modello, quello degli assegni di Gheddafi, dice che deve far attivare un nuovo contatore ma gli viene a costare troppo, più di quanto abbia intenzione di pagare, “così ho portato il negretto e glielo faccio intestare a lui, poi se la vedono tra loro”. Le esatte sue parole

Arrivano le operatrici, si alza la serranda, entra per primo saltando la fila, con la scusa di aver portato il caffè, poi nega platealmente di aver saltato la fila, mentre il suo “negretto” sta lasciando ancora le sue generalità per l'allaccio, perché i migranti possono anche servire a qualcosa.

Signore e signori, se non è un italiano questo. Dovrebbero farci un film, dovrebbe intepretarlo uno dei 5 o 6 (cinque o sei) attori che interpretano tutti i film italiani da diversi anni a questa parte e si lamentano pure.

 
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from Overthinking

Il decimo log, chi ci avrebbe mai pensato? Dieci riflessioni sulla realtà che mi circonda, che ci circonda, in un modo o nell’altro. Non è una lacrimuccia quella che macchia questo foglio, anche perché come tutti abbiamo sperimentato almeno una volta, le lacrime non passano attraverso gli schermi (e meno male).

Sono trascorsi ben due mesi e mezzo in cui, settimana per settimana, ho espresso pensieri e tribolazioni riguardo varie tematiche. Il tempo e la memoria sono capitati più spesso devo dire all’interno dei log, due dimensioni molto vicine tra loro che nidificano in un rapporto di parentela unidirezionale: non c’è memoria senza il tempo. Spero che i momenti che hai trascorso su questi testi ti abbiano aiutato a guardare le cose con un punto di vista differente. Chiudo questo preambolo ringraziando tutti quelli che hanno letto fino a ora i Log, dovrei fare una lista di coloro che conosco ma sono sicuro che sappiano già quanto li ringrazi ogni volta.

Qualche giorno fa ho fatto un aperitivo con un paio di amici qui nella capitale e mi è capitato di riflettere sullo Spritz in quanto cocktail più amato al mondo nonostante il dubbio gusto. Guardavo sto coso arancione, amaro e frizzantino e mi chiedevo: “ma perché piace?”.

Ti capisco compagno, ti capisco.

Questa ricetta, che potremmo anche considerare un ritrovamento archeologico del brand Aperol, ha subito talmente tante campagne di promozione che l’IBA è stata costretta a certificarene gli ingredienti. Lo Spritz è diventato in qualche anno il soft drink più bevuto degli ultimi due decenni. Ovviamente della ricetta originale dell’800 non è rimasto niente (per fortuna): c’è da dire, però, che la ricetta contemporanea ha componenti più economici e reperibili rispetto alla controparte antica e, nonostante questo, un aperitivo costa mille miliardi, sarà colpa dell’inflazione?

Il flusso riflessivo non è però nato dall’origine storica dello Spritz ma dalla sua amarezza. Da ricetta andrebbe bevuto con abbondante ghiaccio, con l’ausilio di stuzzichini salati e in buona compagnia. Riflettendo sulla pratica sociale, quasi tribale, ho notato un fenomeno interessante:

Più discussione c’è, meno lo Spritz è amaro.

Potrei tranquillamente metterla sul piano concettuale per cui ogni momento felice in compagnia stempera l’amarezza di un sapore. Invece voglio proprio entrare nel pragmatismo spicciolo e denunciare questa cosa secondo me molto importante: se lo Spritz si annacqua per via del ghiaccio, significa che l'incontro è riuscito.

Due o più persone che parlano in una discussione accesa hanno scambi continui e ogni botta e risposta evita all’uno o all’altro di bere dal proprio drink che inevitabilmente si annacqua man mano che il tempo passa. Facendo un rapido calcolo sensoriale, all’inizio dell’incontro il drink sarà terribilmente amaro (soprattutto se il barista usa un prosecco molto secco e poco pro) ma circa al ventesimo o trentesimo minuto il cocktail sarà più dolce.

Spritziamo tutti qui sotto

Ci sono poi degli incontri che diventano lunghi monologhi, in cui una persona parla a raffica fino allo snocciolamento della questione in triplice copia protocollata. Questo significa che colui che ascolta sarà propenso a fare qualcosa di più tangibile mentre macina le informazioni che sta ricevendo. Beve, beve prima che il cocktail sia diluito abbastanza da essere meno amaro e mangia salatini che lo spingeranno a bere ancora di più formando così un circolo vizioso di amarezza infinita.

Eri giunto a quell’aperitivo brillante come una Super Nova ma sei esploso al primo sorso divenendo un buco nero che non può fare altro che assorbire informazioni e mangiare salatini: il fallimento cronico di un incontro che diviene un’esperienza da non ripetere in futuro. Ti è successo? Personalmente molte volte ma, come avrai capito dai nove log precedenti, mi piace ascoltare le storie delle persone che mi circondano. Forse è per questo che dopo tanti tentennamenti ho iniziato ad ascoltare gli audiolibri.

Mentre ne scrivo, capisco quanto sia importante riuscire a creare sistemi di discussione capaci di mettere persone in contatto e non far sentire nessuno un buco nero che assorbe le informazioni intorno a lui. Forse fare dei blog post va contro questa direzione in quanto, alla fine, sono dei lunghi monologhi in cui parlo per lo più da solo. Ammetto però che quando da questi post si generano discussioni formanti sui vari canali sono abbastanza contento. Mi fa sentire come se non fosse solo il mio lo Spritz meno amaro ma anche quello del mio interlocutore.

Un buco nero che scoppia un cono di coriandoli
rumore di una stella che muore

Intanto, grazie a un allineamento di pianeti che capita una volta ogni svariati eoni, questo decimo log cade circa il 10 settembre che è anche il giorno del mio genetliaco. Sarebbe stato carinissimo fosse anche il mio decimo compleanno così da chiudere il cerchio ma invece no, sono 36 e questo vuol dire solo una cosa. Non mi arriveranno più notifiche per le promo fasulle della carta giovani. Ora sono adulto e quindi non ci cascherei.

Che vuol dire essere adulti? Forse è stare lì a pensare che uno Spritz sia qualcosa di più di una bevanda o accettare che ci sia più bellezza nei cantieri che nella Venere di Botticelli (questo però ammetto è un ribaltamento statistico, tipo un terrapiattista che afferma la propria teoria come universale).

In realtà erano cose che facevo anche prima (riflettere sulle cose), forse non le dicevo o scrivevo ma credo fosse per il timore di dire qualcosa di “strano” o “cringe” (anche se al tempo non si usava la parola cringe ma awkward o disagiante) perché, al contrario dei terrapiattisti che parlano con convinzione, temevo di venir screditato in pubblica teca. Che poi pensavo, la paura dell’umiliazione non è quella cosa che ferma buona parte delle persone dal dire qualcosa?

meme sulla parola awkward
I meme sulla parola awkward sono così vecchi che risalgono a ep 4

Ricordo, numerosi anni fa, qualcuno che notò questo atteggiamento. Il mio voler dire qualcosa ma fermarmi prima di farlo, perdere l’attimo o il treno per paura di dire una castroneria. Quella stessa persona, durante degli incontri in cui bisognava decidere qualcosa di rilevante tipo “dove andiamo a pasquetta” o “che regaliamo a Jeanclaudino” (spero si scriva così), mi guardava, fermava tutto e mi chiedeva espressamente cosa ne pensassi riguardo questo o quello. Da allora ho manifestato più spesso quello che mi saltava in mente soprattutto quando si trattava di idee che reputavo particolarmente brillanti.

Inutile dire che in ogni caso era devastante essere lanciato tra i lupi e avere la sensazione che non ne sarei uscito come capobranco

Che poi, a me, essere capobranco è sempre stato stretto, leggi da rispettare e far rispettare, decidere della vita degli altri... Naaa, non fa per me. Da quando ho memoria, ho sempre trattato quasi tutti al mio stesso livello e questo va decisamente contro l’archetipo del leader sforando in quello del tovarisc. Tornando al tema principale dopo questa lunghissima digressione, lo Spritz è buono quanto la compagnia con cui lo si beve.

Poi ci sono quelle persone che lo tracannano a shot, come me che bevo il caffè amaro perché solo con uno shock narrativo ci si sveglia dal torpore. Questi temerari meritano tutto il mio rispetto anche solo per il fatto che dopo aver finito il primo giro calato come una tequila bum bum, si faranno un altro Spritz. Forse per acciuccarsi e rendere la vita più commestibile? Non lo so, in caso tu sia un* dei temerari, fammi sapere che ne pensi.

Che sia uno Spritz con qualcuno che parla a macchinetta come Elliot Reid o un gruppo per decidere che si fa a capodanno, avere paura di parlare rinchiude le persone in fortezze della solitudine le cui mura si ispessiscono a ogni occasione. Una volta segregato, però, non resta che l’amaro di un’occasione persa.

 
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from Overthinking

In queste ultime settimane di Agosto mi sono spesso imbattuto nei notiziari TV. É un evento straordinario perché di solito mi tengo ben distante dai canali tradizionali di informazione. Capita, però, quando sono fuori casa, di assistere ai tg di vari canali sia istituzionali che periferici. Dico il vero vero: mi viene una forte angoscia ogni volta.

Innanzi tutto, hanno cambiato il format del tg1. Ora passano notizie stupide anche in prima pagina come il combattimento Elon vs Zuck, Elodie che va a Viva Radio2 e i trend virali su TikTok. Cioè, io posso capire che bisogna spingere le nuove generazioni a guardare il Tg1, ma che cosa ne sarà della tradizione tribale dietro il primo canale, quello che vedi solo se vuoi farti del male?

Dopo il tg mi è capitato lo spot di Milly Carlucci che sopra un tetto in CGI, vestita da Catwoman dell’autogrill, guarda tra le nuvole il bat segnale di Ballando sotto le stelle (con tanto di main theme di Batman). Addio Rai1, una volta eri il canale boomer per eccellenza, adesso i tuoi telegiornali parlano delle ciappe rifatte delle modelle su Instagram.

Che poi in generale, chi della Gen Z guarda la TV ancora?!
Già lo sento il direttore di Rai1:“Ma non vi sta mai bene niente nnè!” a cui rispondo sereno: “Compa’ no. Non mi sta bene, voglio vedere Rai1 solo quando ho voglia di ammattonarmi i maroni con la roba seria. Voglio avere la certezza che quello che vedo là è puro boomerism, così posso sentirmi giovane e intavolare discussioni con i parenti su quanto siano schiavi delle comunicazioni dello Stato.”

Invece adesso è tutto un po’ confuso, non è né pane raffermo né pane integrale con poco sale già affettato. Fa incazzare i boomer che si sentono defraudati della loro fonte di informazione e intrattenimento principale (perfino Montalbano gli hanno ringiovanito, poracci) e fa incazzare i giovani perché vedono strumentalizzate le proprie passioni e tendenze come un'esca attaccata a una canna fatta coi Mikado e la bandiera dei fasci.

Mi chiedo chi se la sia sparata la canna magica quando hanno approvato questi cambiamenti. Però boh, ormai è andata e perfino Wired ci ha tirato su un’inchiesta… Wired… Mi fa venire in mente un campione di apnea quando tocca il fondo e inizia l’emersione. A te il compito di capire chi sia chi anche perché io non so nuotare e già il pensiero mi mette un po’ di ansietta.

Bambino campione di scacchi intervistato dal Tg1
Muovo il memino in C4, scacco.

Personalmente non mi innervosisco più nemmeno per le notizie raccontate in modo palesemente partitico, l’America best, i migranti sono il male, il ponte sullo stretto must have... Non mi arrabbio quando cercano di indicare l’Oriente come l’origine di tutti i mali o le persone non binarie come demoni che adescano bambini fuori dalle scuole. L’unica cosa che mi innervosisce forse è vedere che le persone ci credono. Quello mi tocca i nervi. A te?

Non tutti hanno le nozioni, pazienza o voglia di andare a fare una bella ricerca personale sul web. Cercare la neutralità dei fatti (che ormai è un punto di vista anche quando è palese) è uno sforzo fisico e mentale non da poco ed è così coooomodo dare per assodato che un canale istituzionale per cui paghiamo il canone ci dica le cose come stanno. E invece no, invece ciccia fratellí.

La verità è che forse un po’ rosico. I tempi cambiano, le certezze scivolano via tra le mani come la credibilità del governo dopo ogni scandalo. Quei programmi erano più che altro, un punto di riferimento a tavola per parlare della società moderna, avere un dibattito con i nostri vecchi, affrontarsi su tematiche di etica, civiltà, capitalismo… Discorsi fatti per far crescere una salda coscienza, capire per cosa è giusto dibattere e per cosa no. Ora, con la concordanza di opinioni sull’inutilità dell’ultimo gossip sull’ex fidanzato di Belen, entrambe le generazioni si ritrovano alla transenna di un cantiere metafisico a vedere il mondo del giornalismo che cambia.

Umarells che guardano il cantiere
Io lo facevo anche a sedici anni

Non è un'ode al “si stava meglio quando si stava peggio”, ci mancherebbe! I tempi cambiano ed è giusto che sia così, una vita da Flinstones non mi sarebbe piaciuta, preferisco molto di più quella di oggi con l’eco-ansia* e l’orologio dell’apocalisse a pochi rintocchi dalla mezzanotte. Una vita frizzantina che Cyberpunk 2077 togliti.

Vorrei poter saltare come V di palazzo in palazzo, di argomento in argomento e raccontare quanto la narrazione confezionata dai vari telegiornali, giornali fisici e digitali miri effettivamente a manipolare l’attenzione pubblica e la percezione con cui le persone avvertono i fatti che accadono. La capacità di giocare con le emozioni delle persone è una di quelle cose che più mi impaurisce delle comunicazioni istituzionali.

Granny rapper
Come immagino l’avatar di Rai1 adesso

ad esempio, riguardo la guerra in Ucraina, quando ci sono i bombardamenti e purtroppo dei civili sono coinvolti, non so se hai notato che vengono annunciati prima di tutto i bambini, poi le donne e poi un conteggio generico di persone. A meno che non ci siano animali, in quel caso vengono dopo i bambini.

La guerra fa vittime, la guerra fa male a tutti, bambini, adulti, donne, animali, opere architettoniche e culturali, soldati ucraini e russi, famiglie ucraine e russe. Immagino infatti che quando viene data la notizia che un attacco a un posto di blocco russo ha mietuto vittime, non si pensa alle famiglie di quei soldati che resteranno senza un genitore o un figlio. C’è solo una fazione viabile per me, quella che va contro la guerra. Rendersi conto che siamo tutti esseri umani forse è il primo passo per sentire, attraverso queste narrazioni, la vera voce di chi sta parlando.

E niente, mi sono fatto prendere la mano anche in questo log e inevitabilmente si è andati contro qualcosa con la tipica ferocia di un panda rosso quando qualcuno cerca di rubargli la frutta. Solo che questa volta vogliono rubarci il diritto di fare dissing su Rai1. Comunque una cosa la volevo dire:

I cantieri non sono belli solo per la nostalgia del passato ma anche per la visione di un futuro che sta crescendo.

*“Senza sacrificio l’uomo non può ottenere nulla. Per ottenere qualcosa è necessario dare in cambio qualcos’altro che abbia il medesimo valore. In alchimia è chiamato “il principio dello scambio equivalente”. A quel tempo, noi eravamo sicuri che fosse anche la verità della vita.” cit. Edward Elric. Dati decenni di menefreghismo sul tema ambientale, ci saranno decenni di ansia. Almeno ora si fa qualcosa in modo più pragmatico.

 
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from LKL

Antichi scrittori statunitensi, per identificarli con un aggettivo a loro caro e, da loro stessi, usato allo stremo.

Parlo di H.P. Lovecraft e Robert E. Howard, in particolare: conosciamo tutti il primo, il secondo pure. Indirettamente, per opera della sua creatura più famosa: Conan il barbaro, protagonista del suo ciclo più fortunato e, azzardo, avendo letto ampia parte della sua produzione, anche il migliore. Tutti lo conoscono, anche per i muscolacci di Schwarzenegger. Non sappiamo chi ne abbia scritto i libri, o non ne ricordiamo immediatamente il nome, ma due braccia possenti, costantemente impegnate a mulinare uno spadone, le ricordiamo tutti.

La colpa primigenia, tra i due, la attribuisco a Lovecraft, al suo seminale ciclo dei Grandi Antichi, un immaginario potente scappato dalle pagine dei suoi libri e approdato ovunque. Divinità primeve, mostruosità comparse in un passato tanto remoto da portare un uomo alla follia, al solo pensiero. Eoni che si succedono, eoni così strani da vedere morire persino la Morte stessa, entità così primordiale da giocarsela col Tempo. Le vicende ributtanti di queste mostruosità, intergalattiche e interdimensionali, contaminano le locazioni arcaiche della geografia disegnata dal nostro: Innsmouth, Dunwich, Arkham, in particolare. Un triangolo geografico al centro di mostruosità di dimensioni galattiche, empietà inenarrabili perpetrate collateralmente da divinità folli, svogliate e disinteressate, capaci di emanare un male cosmico con la loro semplice, eterna presenza.

Ebbene, anche questi luoghi sono antichi: risalgono, addirittura, a qualche secolo prima! Ben poca cosa nella storia, non già dell’umanità, ma anche della sola urbanizzazione; eppure, ne parla come si trattasse di Uruk o Nippur. Dall’altro lato dell’Atlantico, forti di agglomerati umani ben più remoti, non possiamo che prendere atto di questa necessità bizzarra e sorriderne. La presenza storica sul territorio, le radici (termine che odio), non sono cose che si possano materializzare in così poco tempo, specie quando si tratta di territori occupati. Bisogna fantasticare e inventare, Lovecraft l’ha fatto.

E ha continuato a farlo, suppongo tra altri che non conosco, Howard, autore successivo di alcuni decenni, innegabilmente influenzato dal nostro, tanto da inglobarne le tematiche in buona parte dei suoi scritti o proporre dei racconti che potrebbero quasi sembrare apocrifi. Fan fiction diremmo oggi, probabilmente. La Pietra Nera, La cosa sopra il tetto, Sfida all’ignoto, Il fuoco di Assurbanipal, Zoccoli infernali: titoli fatti rientrare nel Ciclo di Cthulhu, col Necronomicon, il pazzo Alhazred e tutto quanto.

La bramosia di antico, in queste narrazioni, ancora è accettabile: sono rami che spuntano dallo stesso albero, i temi non si discostano di una virgola. Nel Ciclo di Kull di Valusia, invece, il ricordo di un passato immaginario diventa così sfacciato da sfociare nello stucchevole, appesantendo una prosa che già non brilla di suo. Omaggio (?), anche questo, alla funesta scrittura di Lovecraft: tanto potente l’immaginario quanto goffe certe descrizioni e artefatti i dialoghi. Questi ultimi, tutti, sono chiaramente frutto di un soggetto totalmente disavvezzo alla conversazione diretta, vis-à-vis, con un suo simile.

Chiudo, riassumendo il Ciclo di Kull: azioni impossibilmente eroiche, spargimenti di sangue e budella e bromance, intervallati da dialoghi pestilenziali di bruti che non fanno altro che ricordarsi, a vicenda, l’esistenza di (in)civiltà talmente antiche da mettere a rischio la ragione. Avvisaglie di nostalgia dell’antico anche in Conan, ma molto più stemperate: tra i due barbari, indubbiamente quello invecchiato meglio.

 
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from Falso-Pepe

È questo il modo in cui finisce il mondo È questo il modo in cui finisce il mondo È questo il modo in cui finisce il mondo Non già con uno schianto ma con un lamento. (Thomas Stearns Eliot – Gli uomini vuoti)

Karl Marx si sbagliava di grosso: il capitalismo non morirà sotto i colpi della classe operaia e non avverrà nemmeno nei tempi che lui aveva teorizzato. Su questo non paiono esserci molti dubbi, ma pensare che la dittatura del proletariato, i soviet e tutto il resto possano rimpiazzare i meccanismi liberisti appare ancora forse più utopistico.

La lotta di classe si è conclusa con la vittoria schiacciante del capitale sulla forza lavoro, di quelle in cui non si fanno prigionieri: la guerra fredda si è trasformata in una debacle per il proletariato; persino i vari conflitti sociali nazionali in Europa degli anni ‘60 e ‘70 sono finiti con il sale gettato sulle macerie di chi proponeva – con tempi e modi che dipendevano dalla sensibilità di ciascuno – un modello economico e sociale differente rispetto a quello che nasceva da rivoluzione industriale e colonialismo. Quello che è venuto dopo è stata una gigantesca macelleria sociale mascherata da sviluppo eeconomico infiocchettato dai dogmi neo-liberisti; come se non bastasse tutto il processo è stato legittimato da quella gigantesca truffa chiamata “sinistra social-democratica”.

La vittoria è stata perentoria e inequivocabile, come detto, e ha lasciato un’eredità pesantissima: ovvero, la convinzione che il modello diventato egemonico manterrà il proprio status nei secoli dei secoli. Siamo addirittura arrivati a “la fine della storia”, come celebrato da Fukuyama affettando con l’accetta moltissimi “ma” e “però” a livello globale. Queste avversative, che di solito introducono considerazioni post coloniali, sono state completamente tenute fuori dal discorso e si è andati avanti come si era sempre fatto, ovvero glorificando i fasti del passato imperiale dei vari stati-nazione europei, reale traino della rivoluzione industriale.

L’immutabilità del capitalismo è diventata una convinzione talmente radicata nella società nella quale viviamo che ci siamo limitati a registrare, impotenti, la costante degradazione della classe operaia verso condizioni sociali già osservate negli opifici di Manchester un secolo e mezzo orsono. Quel che è più preoccupante, tuttavia, è che questi processi non sembrano spinti dalla forza e dalla violenza degli accumulatori di capitali, ma piuttosto azionati dall’ inerzia. Le classi subalterne si sono ritrovate a scannarsi tra loro, dividendosi le briciole e hanno perso di vista l’obiettivo della propria rabbia.

Qualche utopista ha deciso di indicare la retta via utilizzando il motto “il tuo nemico non arriva col barcone, ma con la limousine”. Questo slogan, però, non è stato portato avanti dalle masse ma è stato sventolato da diverse nicchie di (più o meno) intellettuali di qualsiasi estrazione sociale ed è stato mostrato alle proprie irrilevanti bolle sociali di riferimento.

Karl Marx si sbagliava, dicevo. Tuttavia, quello che intendevo con l’incipit di questa riflessione non era sull’oggetto – il capitalismo collasserà, ah se collasserà, e anche in tempi brevi – bensì sulle modalità con le quali lo farà. E, anzi, sta già collassando nella maniera più ingiusta e deludente possibile. Non sarà, infatti, la paura dell’estinzione della specie umana a trasformare radicalmente la nostra società globale, ma sarà la voglia di comprare Karim Benzema, Sergej Milinkovic Savic e compagnia cantante.

Il calcio – ma più in generale gli sport con diffusione di massa – è il palcoscenico perfetto per capire cosa sia e come funzioni il capitalismo. In breve: l’accumulazione di capitali garantisce successi sempre maggiori permettendo la moltiplicazione degli introiti; questa spirale assicura che pochi ammassino ricchezze sempre maggiori a discapito dei molti, da quali vengono estratte (con varie forme e modi) tutte le ricchezze necessarie a tenere in piedi il sistema, ricevendo in cambio, appunto, briciole.

Questo meccanismo genera, nemmeno a dirlo, enormi sperequazioni tra chi possiede i capitali e chi possiede la forza-lavoro (aka il danaro per sorreggere il sistema ottenuto tramite lo scambio/ricatto con la passione verso lo sport). Il sistema è ovviamente insostenibile, così come lo è il capitalismo nella sua interezza, perché consuma più risorse di quante ce ne siano a disposizione. Oltre a essere insostenibile, però, è anche molto resistente al cambiamento, dato che chi detiene le ricchezze possiede anche il potere politico reale di scegliere se modificarne o meno i meccanismi che lo regolano; pertanto gli stessi agenti che avrebbero la possibilità di riformare o rivoluzionare lo strumento (perdendo qualche rendita) preferiscono farlo affondare, rinunciando a tutto. Marracash lo diceva meglio di qualsiasi saggio socio-economico cantando: ”riesco a immaginare più la fine del mondo, sì/ che la fine della differenza sociale”.

Tuttavia quest’estate abbiamo osservato collettivamente a un punto di svolta del giochino. Le potenze calcistiche operanti nella neo-liberalissima Europa hanno constatato l’arrivo di qualcuno più grande di loro, che, aiutato dalla ben visibile mano dei fondi sovrani d’investimento derivanti dalla vendita del petrolio, ha spazzato via qualsiasi convinzione riguardante l’egemonia economica in piedi fino a quel momento. Improvvisamente, nel mondo regolato da mere logiche di supremazia finanziaria, infatti, il pesce grosso si è ritrovato a scendere di un paio di livelli nella catena alimentare e ad assistere, impotente, a un’opera di colonialismo inversa. Sono stati i capitali sauditi a trattare le squadre europee come semplici supermercati da cui prendere calciatori a proprio piacimento, sbertucciando concetti quali tradizione, passione, storia con le quali cercavano di giustificare la propria superiorità morale.

Questo è stato possibile per la natura intrinseca dei possessori di suddetti capitali sconfinati: non più imprenditori spregiudicati e di successo, ma sovrani – neanche illuminati – detentori del monopolio dello sfruttamento delle risorse presenti all’interno dei confini dei territori su cui regnano. Il risultato è che i predicatori della concorrenza come stimolo verso il successo si sono trovati, all’improvviso, a competere ad armi impari con chi ha semplicemente approfittato della propria appartenenza alla dinastia giusta. Tutto d’un tratto si sono resi conto che la meritocrazia non esiste in condizioni di partenza diseguali. È stata una vera e propria catastrofe, sia economica che ideologica, per chi ha fatto del detto “faber est suae quisque fortunae” non solo il proprio motto, ma anche il proprio vessillo da sbattere in faccia a chi chiedeva un sistema economico e sociale più giusto.

Arrivati a questo punto, però, sorge spontanea una domanda: quanto ci vorrà prima che anche in Europa si invocherà l’aiuto statale per cercare di proteggere il proprio status egemonico? I sedicenti incrollabili difensori del laissez-faire (già piuttosto démodé) hanno già accettato di buon grado gli interventi di Macron e quelli di Boris Johnson quando c’era da difendere rispettivamente il prestigio del PSG o dei fat cats della Premier League. Ma, nemmeno loro – i Macron e i BoJo del caso intendo – hanno potuto niente quando i Benzema, Kante, Neymar di questo mondo si imbarcavano verso l’Arabia, dicendosi motivati dalle nuove frontiere del calcio internazionale, dai nuovi progetti tecnici sviluppati nel deserto e persino da ragioni religiose più o meno credibili.

Dunque, se un domani gli imperfetti meccanismi democratici attualmente in piedi dovessero essere considerati un legaccio alla produttività imprenditoriale e dunque combattuti frontalmente dai settori produttivi, veramente ci stupiremmo? Sarebbe forse la prima volta che il benessere della collettività – e dunque le conquiste ottenute tramite decenni di lotte – venisse subordinato agli interessi degli industriali? E ancora – questa volta in termini economicistici – che cosa succederebbe se il sistema democratico venisse tutto d’un tratto considerato un ostacolo alla massimizzazione del profitto privato? Sarebbe probabilmente la prima storica biforcazione della storia tra liberismo e liberalismo – la cui sovrapposizione ha fatto le fortune della narrazione capital-illuminista sin dalla metà del diciannovesimo secolo. Si arriverebbe, in questo modo, alla fine del capitalismo prevista da Karl Marx, ma per ragioni delle quali nel Capitale non c’è nemmeno il più piccolo accenno.

 
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from Overthinking

C’è un’immagine che lentamente si sta perdendo nel tempo. Quando è in TV significa che si è inevitabilmente perso qualcosa per strada: un segnale, una trasmissione, un’epoca. A volte mi ha accompagnato quando capitava di addormentarmi sul divano dopo uno dei Bellissimi. Ora è sostituita da un frame nero e se hai fortuna la frase: “nessun segnale”. Questo perché oggi, quando si perde qualcosa, tutto diventa più buio.

Stavo parlando con un amico a cena qualche giorno addietro: un ragazzo tutto d'un pezzo, sempre pronto a dare una mano. Rivangavamo i vecchi fasti universitari, i memini che si sono persi nel tempo, i memini nuovi, facevamo il sunto delle nostre vite cercando di distillare con attenzione gli eventi da S Tier. A un certo punto sospira, alza gli occhi dal piatto e mi dice:

“Da’, sento di essere fermo, di non andare più avanti nella vita, forse sono arrivato al capolinea.”

Non ti nascondo che sentire da lui quelle parole mi ha un po’ spiazzato. Il fatto è che ho sentito quelle parole tante volte, dette in modo tremendamente superficiale e in un certo qual senso spesso le ho prese un po’ alla leggera rispondendo con qualcosa tipo "maddai, c'hai 'na vita davanti XD" (NB: "XD" e non emoji o hahaha). Forse sentirle proprio da lui che lavora, ha degli obiettivi e dei frangenti ancora inesplorati, ha solleticato una ferita non ancora cicatrizzata del tutto.

Essere una persona riflessiva crea un substrato di pensieri continui che macinano concetti in continuazione: un cubetto di ghiaccio che si scioglie all'infinito facendo alzare il livello dell'acqua proprio come l'effetto del riscaldamento globale sui ghiacciai. Quel pensiero mi aveva toccato già in precedenza, il sentirmi al capolinea, fermo, impietrito come sotto attacco perpetuo di un basilisco che non ha digerito la cena di Natale 1452 e allora ti tiene come una bella statuina a oltranza che prima o poi la fame verrà. È una sensazione sgradevole di olio bruciato e polvere.

basilisco di Harry Potter che fa meow meow
Ambrogio ho voglia di qualcosa di buono

Sentire quelle parole mi aveva riportato a quel giorno. Ho avvertito in quel momento il vociare di Imralith avvicinarsi e non potevo restare con le mani in mano. In primis perchè aveva avuto il coraggio di dirlo e già questo era meritevole di aiuto (come se non ci fossero persone meritevoli di aiuto), in secundis perchè avevo avuto anche io quella sensazione in passato, avevo vissuto quel sentimento e sapevo come ci si sentiva. Sapevo che era uno scalino che portava verso il basso e che scendere il primo, senza la dovuta attenzione, avrebbe scatenato un effetto valanga.

Quando risolsero involontariamente il problema del rumore bianco alla TV promisero che ci sarebbero stati talmente tanti canali che mai più ci saremmo trovati senza qualcosa da vedere, tutto grazie al potere dell'internet. Ovviamente non c’è bisogno di dire che essendo in Italia i canali saltano ogni due per tre e che l’unico potere dell’internet è quello dello streaming on-demand. Però sai che c'è, ai tempi della TV analogica, quando un canale saltava, il rumore bianco riempiva lo schermo, c’è perfino un SCP sul white noise! Quell’immagine era *qualcosa*, come ripartire da tre (bianco/nero e rumore). Ora c'è solo un vuoto che spesso fa paura.

Il demone Imralith da Macerie Prime
Imralith da Macerie Prime 6 mesi dopo, Zerocalcare

Come quelle immagini andate ormai perse nel tempo, quella sensazione di essere fermi in un punto si è trasformata in una mancanza inconcepibile, qualcosa che, non solo ti mette in una condizione di ansia dovuta dal non fare abbastanza, ma che fa mettere in discussione quello che hai fatto prima. Un buco nero che risucchia non solo il presente ma anche il passato.

Nelle narrazioni cinematografiche di oggi è molto difficile trovare storie che inneggino all’immobilità, soprattutto in quelle Hollywoodiane. Un personaggio che non agisce mai, che non prende posizione o non fa esplodere un paio di macchine, risulta noioso e atipico.

Questo perché il cinema americano si affida allo schema classico (quello aristotelico già citato nei precedenti Log) che prevede molta più azione scenica e un cambiamento molto marcato nel protagonista poco prima della fine, che sia esso positivo (Commedia/Epica) o negativo (Tragedia).

La cosa, personaggio marvel
Quando sei talmente granitico che diventi La Cosa.

Nel vecchio continente invece siamo dei pesantoni e, soprattutto in alcune narrazioni del _cinema d'essai_, esistono personaggi granitici che affrontano orde di eventi (o pochi ma buoni) restando fermi nel loro credo o ideologia… O almeno ci provano.

Potremmo immaginare un no man che vince a una lotteria a cui non ha partecipato. Sarebbe carino! Molto ottimistico. Molto hollywoodiano. Nell'avanguardia non c'è spazio per questo ottimismo e infatti, questo tipo di narrazioni, vedono molto più spesso un* pover* crist* cercare di arrivare a fine mese tra stenti e sacrifici e, nel cercare di sopravvivere già alla realtà, succedono cose terribili per mandare avanti la narrazione.

Il climax della storia arriverà quando il personaggio riceve il massimo della sofferenza a cui opporrà il massimo della resistenza. il personaggio non cederà, resterà granitico e tornerà precisamente al punto di partenza. Come una quercia che sopravvive all’apocalisse nucleare, zombie, virale e TikTok senza diventare un Ent e spaccare tutto (debellando ipso facto anche l’apocalisse arborea).

quercia millenaria
Sono stanco, Capo.

Quando stai fermo per molto tempo in una routine mentale e fisica, ti sembra di essere confinato in un distretto con mura alte quanto il Wall Marie. Non solo è dispendioso cercare di uscire ma le mura sono così alte che censurano il mondo esterno a quella routine. Questa sensazione però non si presenta solo quando ci si accorge di vivere in una routine ma anche quando si è concluso un percorso che ha portato lunga sofferenza e sforzo, un progetto in cui si è dato sempre il Plus Ultra, la laurea, la consegna del bilancio a fine anno… In quel momento ci si sente stanchi e incapaci di vedere oltre il proprio palmo che sicuro sarà spalmato sul materasso (è stanco pure lui ao). Ci si sente sfiniti, al capolinea, soprattutto quando si è raggiunto un obiettivo da lasciarsi alle spalle e non se ne ha un altro davanti.

sleep eat work repeat
C'è sempre combattere il capitalismo eh

Il capolinea un luogo di passaggio: un punto di fine e di inizio dove ci si ferma per capire qual è la prossima meta. Aiuta a fare una sintesi di ciò che si è seminato e raccolto e serve agli spettatori per capire cosa è successo nella stagione precedente. Camminare guardando diritto davanti a sé, magari attraverso un portale per un nuova avventura, è una scelta proprio come quella di tirar su una casa e decidere di difendersi dai giganti. L'importante è avere un obiettivo, ricordarsi di essere vivi e di non essere mai soli.

Sei tu il pilota delle tue gambe e dei tuoi pensieri e fermarti a godere il paesaggio fa parte del viaggio.

Che poi per me le immagini di statico sono come le nuvole, ci vedi un po’ quello che ti pare.

 
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from Il calderone di Gabratta

Pro Wrestling is Art

“Pagliacciata”, “americanata”, “tanto è tutto finto”. Di solito sono questi i commenti che l’utente medio pronuncia di solito quando viene nominato il wrestling. Ma esattamente cos’è il wrestling? O meglio, cos’è per me il wrestling? Partiamo dal principio: mi ritengo un fan di lunga data, vado verso i 36 anni e ho cominciato ad appassionarmi alla disciplina quando di anni ne avevo 10 e guardavo ogni sabato pomeriggio le puntate di WCW Nitro su Italia Uno commentate da Cavallone e Sironi, due DJ radiofonici che di wrestling non ne sapevano effettivamente una mazza, ma figurati cosa ne potevo sapere ai tempi.

Da lì ho cominciato a registrare VHS su VHS, alimentare amicizie prima dal vivo e poi sui forum, la scoperta della pirateria (non guardatemi male, per molte cose è ancora l’unico modo per guardare certe cose) e soprattutto di altre compagnie, o promotion per usare il linguaggio della disciplina. La allora WWF (ora WWE), la ECW (una delle 5 promotion che più ho amato), il sottobosco delle indie americane della prima metà degli anni 2000 dominata da ROH, CZW e CHIKARA, la scena giapponese (o puroresu), la lucha libre messicana, la scena europea (Italia compresa). Insomma, si nota che sono una persona curiosa? E lo ero pure quando, per decenni, ho scritto sui forum e sui siti italiani. In un mondo di appassionati che guardano principalmente la WWE, la promotion più famosa nel mondo del wrestling, io ero lo “stronzo” che si esaltava nel vedere Jon Moxley (il fu Dean Ambrose in WWE, ora in AEW con il nome che lo ha reso famoso nelle indies) ridursi ad una pozza di sangue al Tournament of Death della CZW.

Già, perché per fortuna, e sottolineo per fortuna, il wrestling non è solamente quello che vedete in tv.

Ho sempre ritenuto questa disciplina, un’arte. Pensiero che un wrestler come Ricochet (ora in WWE) ha ribadito più e più volte in interviste e con una maglietta, dopo le polemiche scaturite su internet dopo il chiacchieratissimo match contro l’inglese Will Ospreay durante il torneo Best of Super Junior in NJPW. A discapito della visione comune, il wrestling non è solamente quello che proviene dagli Stati Uniti e che guardate ogni settimana su DMAX (WWE) o su Sky (AEW). Certo, quella è una delle tante sfaccettature della disciplina, la più conosciuta dai fan e dai suoi detrattori: dove le storie, in gergo storyline, vengono raccontate allo spettatore con interviste o avvenimenti che accadono fuori dal ring (sempre in gergo si parla di angle) per poi avere il match vero e proprio. Quello che è noto ai più come “sport-entertainment”, di solito l’idea a cui tutti pensiamo quando si parla di pro wrestling. Ecco, specifico “pro wrestling” per differenziarlo dall’amateur wrestling, quella che in Italia conosciamo come “lotta libera” e che di solito vediamo durante le olimpiadi estive…nonostante il comitato olimpico faccia di tutto per liberarsene in quanto è una delle discipline “meno televisive” e poco seguite, pur essendo la disciplina più antica della kermesse, ma questo è un altro discorso.

Tornando a noi, e partendo dalla base dello sport-entertainment che dicevo prima: collegandola ad un’altra arte che adoro, ovvero la musica, questa è solo una delle tante sfaccettature in cui si può esprimere il concetto del pro wrestling. D’altronde sappiamo che la musica è fatta di milioni di generi, sottogeneri e sfumature. Insomma, possiamo concordare che ridurre la musica alla sola hit parade è una boiata, no? Ecco, col wrestling succede la stessa identica cosa. E guai paragonare lo sport-entertainment di major americane come WWE o AEW alla lucha libre messicana di AAA o CMLL (la più antica promotion di wrestling ancora attiva, fondata nel 1933!), o al puroresu giapponese di promotion come NJPW, AJPW o NOAH. Tre mondi diversi e tre scuole di pensiero completamente diverse. Laddove negli Stati Uniti si punta all’appariscenza e a personaggi “larger than life”, in Messico la lucha libre è qualcosa di puramente folkloristico, dove molto spesso si sente il retaggio del passato azteco e dove i luchador diventano eroi popolari (basti pensare a El Santo). E in Giappone? per quanto la disciplina sia arrivata in terra nipponica dagli “odiati” americani dopo la seconda guerra mondiale, non è servito poi molto per imprimere il proprio background culturale: il puroresu, ovvero il termine con cui i giapponesi pronunciano “pro wrestling”, è uno sport duro e puro(resu. Concedetemi la battuta). Pochissimi fronzoli e un ring per dimostrare che io sono più forte del mio avversario e che darò tutto me stesso pur di schienarlo per il conto di 3 finale. Fateci caso, non è lo stesso pensiero che sta dietro ad un manga o un anime shonen? Credetemi, ci sono poche differenze tra il vedere uno scontro tra Goku e Vegeta e uno tra Kazuchika Okada e Tetsuya Naito, per citare la recente finale del G1 Climax di quest’anno. E ci sarebbe da parlare anche del joshi, il wrestling femminile giapponese, uno stile (guai a chiamarla scena o divisione femminile!) che negli anni ‘80 divenne famosissimo in terra natia grazie a team come le Crush Gals e le terribili Gokuaku Domei guidate da Dump Matsumoto. Fun fact, la mia promotion preferita degli ultimi anni è la STARDOM, tutta al femminile. Ah e ovviamente non si può parlare di puroresu senza citare l’Uomo Tigre che chi è cresciuto a cavallo tra gli anni ‘80 e i ‘90 conosce molto bene. E se siete più grandi di me, sappiate che se negli anni ‘80 guardavate il catch commentato da Tony Fusaro nelle reti regionali…in realtà stavate guardando il meglio che offriva il wrestling giapponese di quei tempi, tra un Antonio Inoki (pace all’anima sua) e una Jaguar Yokota.

Potrei anche parlare dei vari sti li di wrestling adottate da varie promotion in giro per il mondo: dall’hardcore della ECW, passando per il deathmatch/garbage/ultraviolent di FMW, CZW e GCW, il comedy proposto spesso e volentieri dalla DDT o dalla CHIKARA (una delle mie promotion preferite in assoluto, che straconsiglio a tutti i fan dei fumetti Marvel), ma verrebbe qualcosa di troppo grande e dispersivo per chi non è avvezzo, e questo mio scritto vuole essere solo d’introduzione al pro wrestling in generale. Però permettemi di darvi un consiglio.

Ritengo il wrestling un’arte perché, come tutte le arti, usa il suo linguaggio per raccontare delle storie. Cercate di non alzare un muro e di provare quantomeno a capire questo linguaggio, senza alcun pregiudizio. Cercate la promotion, il wrestler, lo stile del prodotto che più rispecchia i vostri gusti. Perché di questo si parla: gusti personali. Ci sono promotion e stili che possono piacere, e non piacere (personalmente non apprezzo più la stragrande maggioranza di ciò che viene dagli Stati Uniti per una serie di motivi), ma diamine, almeno provateci. Non mancherò di consigliarvi qualcosa, cosa che spero di fare su questo blog dove, quando avrò l’ispirazione giusta, parlerò di alcuni match storici e attuali che più mi hanno colpito.

E nel frattempo vi saluto con la catchphrase di Giulia, wrestler italo-giapponese della STARDOM: “Arrivederci! MATA-NA!”

 
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from LookaComics

Oggi vi propongo un breve fumetto che ho scritto un mesetto fa per un concorso a fumetti (appunto, sul sito di “Concorsi Fumetti”) perché molto adatto a questo blog.

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Se per qualche motivo voleste leggerlo sul sito di Concorsi Fumetti, potete farlo qui dovete potete anche (volendo) commentare e cercarvi altri fumetti belli di altre persone brave.

 
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