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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Buonasera, ho letto con attenzione il documento “Verso una piena presenza”, nel quale vengono dettate le linee di comportamento delle persone di fede che utilizzano i social media. Sono una persona matura, ho 59 anni, e sono nel ramo dell'informatica da quando si usavano le schede perforate e gli elaboratori erano grandi come intere stanze. Vorrei dare il mio contributo, perché credo di avere l'esperienza necessaria per esaminare la questione dei social media in maniera oggettiva e senza preconcetti. Dirò una frase forte, ma tant'è, non ho paura di essere testimone della verità, anche se scomoda. Ebbene, non è possibile fare evangelizzazzione sui social media, almeno non su quelli centralizzati e più famosi. Si possono prendere tutti gli accorgimenti possibili, ma il messaggio del Vangelo sarà sempre svilito, ridicolizzato, nascosto, svuotato e reso vano dagli algoritmi del social stesso. Su queste piattaforme si scrive e poi non si sa dove finirà il proprio scritto. Non si ha il controllo di nulla. Il controllo è in mano alla piattaforma, che decide se mostrare o nascondere quello che si scrive. Il messaggio di salvezza va a finire in mezzo al video del maiale con le corna, o a quello di una crema miracolosa, ed è una cosa orrenda ed inaccettabile. Vogliamo parlare della coerenza? con quale coerenza un sacerdote, una persona di fede, che dovrebbe trasmettere il messaggio di Cristo, sta su una piattaforma il cui proprietario non riesce nemmeno più a contare i miliardi di dollari che possiede. Con quale coerenza si affida il messaggio evangelico a delle piattaforme che stanno coscientemente rovinando i nostri figli ed intere generazioni. Veramente ci stiamo convincendo che possiamo dare testimonianza alla Verità, stando sulla torre di Babele? o vogliamo rimboccarci le maniche e ricostruire Gerusalemme, come ha scritto il Santo Padre nell'ultima Enciclica?

Ricominciare da zero è possibile. Farci i “nostri” social, oggi è possibile ed è alla portata di tutti. Io ho messo una prima pietra, costruendo una “Comunità Digitale” che, semplificando molto, rappresenta un social a tema cattolico. Ma altre pietre si possono aggiungere, per costruire uno spazio veramente etico e pulito, dove le persone interagiscono senza algoritmi, pubblicità e vendita di dati personali. Queste piattaforme, che sono collegate insieme ed hanno un respiro internazionale, non hanno scopo di lucro e sono mantenute grazie a donazioni.

Ripartire è possibile, se si aprono gli occhi e si guarda oltre il proprio telefonino. Insieme possiamo veramente costruire una rete di social cattolici, che seguono i canoni del nostro essere cristiani, e magari trovare una fonte di acqua viva nel deserto della sterilità.

Con osservanza.

 
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from @sirmarcoserra

In memoria di Damasceno Monteiro – Log#05

È lunedì mattina, sono circa le 8.30 e sto andando a lavoro. È inizio ottobre ma porto ancora i bermuda e non capisco in che percentuale sia per questo secco e mite autunno zurighese, o quanto per la mia solita ritrosia nell'accogliere la stagione fredda: ritrosia, quest'anno, particolarmente tenace.

I saggi direbbero: non tutto il male viene per, ma mi pare indorino la pillola. Quel che è certo è che il male viene, da tutte le parti, ed ha una fastidiosa tendenza a rimanere, ad appiccicarsi sulle cose e a corroderle da dentro, come il catrame i gabbiani. Il bene invece, che pure esiste (non credere a chi ti dice che il bene e il male non esistono), mi pare invece che si debba fare un continuo lavoro di manutenzione, per tenerlo, trattenerlo; ma senza forzarlo, altrimenti anche quello poi rischia di andare a male. Per inerzia (o per entropia), le cose tendono a guastarsi, almeno da quando l'essere umano può definirsi tale. Il male è più comodo del bene, meno volatile, più probabilmente irreversibile.

Penso ai buoni della Coop, che mi scadono tra una settimana, e devo usarli prima che non li accettino più; o al latte (no: non posso chiamarlo latte, altrimenti la polizia dei nomi dei cibi mi viene a cercare, l'UE ha iniziato a vietare le parole. Lo chiamerò bevanda) che stava in frigo forse da troppo e ieri mattina aveva un sapore un po' così. L'ho bevuto lo stesso.

Sul tram, leggo gli ultimi capitoli di un libro. Di Tabucchi mi stende il modo in cui i piccoli gesti, le conversazioni sul più e sul meno, si facciano carico di un sottotesto ed un significato che non sempre capisco, ma che so che c'è, e mi dà sollievo pensare che magari se tra altri trent'anni dovessi tornare sulle stesse pagine lo afferrerò di sicuro. Di Tabucchi mi smuove qualcosa dentro quella sequenza di virgole, frasi come vagoni lenti e malinconici in cui il discorso diretto si fonde con la narrazione. – Il treno per Vienna parte da Zurigo alle nove e quindici dal quarto binario, disse l'avvocato, dico bene? Di Tabucchi mi piace il modo in cui narra, senza romanticizzarle, le piccole lotte di resistenza, quelle che tutt× dovremmo cercare di portare avanti in un modo o nell'altro.

Mi correggo: siamo noi ad essere piccolx, non le lotte, soprattutto in relazione a quello contro cui combattiamo. Perché in qualche modo la massa critica del male è sempre maggiore di quella del bene, ed è per questo che le nostre lotte sono spesso perse in partenza; ma per lo stesso motivo, non possiamo lasciar perdere.

Smetto di leggere al cambio mezzo, ma non riprendo quando mi siedo sul secondo bus: non sono ancora pronto per sapere se Damasceno Monteiro avrà giustizia e se quel vigliacco prepotente di Titânio Silva la pagherà, anche se ho un certo presentimento. Ho appena trascorso un fine settimana bellissimo e si sa che i lunedì dopo i fine settimana bellissimi sono i più duri. Domani ne compio 31, indosso i bermuda per andare a lavoro e non sono pronto all'inverno che sta arrivando.


05 ottobre 2026, la solita tratta, Zurigo

 
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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Lettera alla Comunità n. 6: Il poco tempo che resta + la risorsa più scarsa è il tempo che ci resta.

Cara amica, caro amico, bentornati.

oggi ti propongo una riflessione di Mario De Andrade

Ho poco tempo

“Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto ne ho vissuto finora. Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di dolci: i primi li mangia con piacere, ma quando si accorge che ne rimangono pochi, comincia a gustarli intensamente. Non ho più tempo per riunioni interminabili dove si discutono statuti, norme, procedure e regolamenti interni, sapendo che non si concluderà nulla.

Non ho più tempo per sostenere persone assurde che, nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.

Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli. Voglio l'essenziale, la mia anima ha fretta. Senza molti dolci nel pacchetto...

Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane.

Persone che sappiano ridere dei propri errori.

Che non si gonfino di vittorie.

Che non si considerino elette prima del tempo.

Che non sfuggano alle proprie responsabilità.

Che difendano la dignità umana.

E che desiderino soltanto camminare insieme alla verità e all'onestà.

L'essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.

Voglio circondarmi di persone che sappiano toccare il cuore delle persone...

Persone a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi nell'anima.

Sì, ho fretta...

ho fretta di vivere con l'intensità che solo la maturità può dare. Pretendo di non sprecare nemmeno uno dei dolci che mi rimangono. Sono sicuro che saranno più squisiti di quelli che ho mangiato finora. Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza.

Abbiamo due vite, e la seconda inizia quando ti rendi conto di averne una sola.”

(Mario De Andrade)

Grazie per essere qui e per far parte di questo cammino. Un caro saluto,

☩ Fra Stefano

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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Cari amici ed amiche, nell'Enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone lancia una provocazione: cosa vogliamo fare del nostro futuro, della nostra umanità? vogliamo costruire la torre di Babele, confidando nella potenza e nell’orgoglio, o vogliamo avere la pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemìa, “pezzo per pezzo”, custodendo l’umano e il bene comune?.

Durante l'omelia della Santa Messa di oggi, il mio parroco ha esposto le difficoltà del nostro secolo. Chiese che si svuotano, vocazioni sempre più rare, finto ateismo di comodo, cattolicesimo limitato alla Messa o poco più. Ma chi è responsabile di tutto questo? chi sta riducendo i numeri della fede ad una minoranza di persone che vengono anche prese in giro, come bambini che credono ad una favoletta infantile?

I primi responsabili sono i vertici della Chiesa stessa. Lo affermo con convinzione, nel rispetto di Santa Madre Chiesa. Perché la verità non può essere nascosta. Però, dobbiamo dire che anche in passato le cose non erano di certo migliori, anzi. Eppure la fede non ha mai vacillato, il messaggio di Gesù è riuscito ad attraversare i secoli e ad arrivare fino a noi. Quel Gesù di Nazareth, nato senza una casa, senza denaro, in un villaggio che era considerato l'ultimo delle città di Giuda. Quel Gesù amico dei piccoli e dei poveri, che guarda al cuore delle persone, viene celebrato oggi con grandi riti pomposi e sfoggio di stoffe e mitre e bastoni pastorali.

A che serve parlare di povertà, di carità, quando chi parla indossa una stoffa che è costata centinaia di euro. Ma non è questo il messaggio che voglio trasmettere stasera.

Stasera voglio fare una riflessione su coloro che si impegnano, sulle persone di fede, su quelli che materialmente fanno qualcosa per aiutare chi è in difficoltà. In un mondo che diffonde messaggi razzisti, di paura dell'altro, di chiusura, questi angeli sulla terra si impegnano ogni giorno per fornire un pasto caldo, una coperta, una carezza di consolazione. E' questa l'umanità di cui abbiamo bisogno, dalla quale dobbiamo ripartire per ricostruire Gerusalemme.

L'impegno laico sta diventando più trascinante e più convincente di quello religioso. Me ne accorgo tutti i giorni, in Chiesa, nelle strade, sul posto di lavoro. Ognuno pone il suo piccolo mattoncino. Ma c'è bisogno di unità, da soli non si fa molta strada. Solo in gruppo si cammina spediti e si va più lontano. C'è bisogno di aperture, di guardare il volto e il cuore dell'altro, di condividere scelte, paure e a volte anche delusioni e sconfitte. Perché lungo la strada si cadrà, e c'è bisogno di qualcuno che ci rialzi e ci dia la forza di continuare, insieme.

E' questo il tempo di ricostruire Gerusalemme, pezzo per pezzo, pietra su pietra, riallacciando rapporti, costruendo ponti, realizzando connessioni, ritornando a quei rapporti umani, quando parlando ci si guardava in viso e non in basso sullo schermo di un cellulare.

Ognuno di noi si può interrogare con una semplice domanda: cosa posso fare io?

Pace e serenità.

 
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from Adry

2 anni di Marameo. 2 anni di questa nuova vita. Riguardo le foto di quand'era piccino e mi manca. Lo so che è qui con me, ma più passa il tempo più mi manca quello che non potrà più essere. Per questo mi godo ogni istante.

 
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from Adry

Da quando vivo una vita minimalista ci sono alcune cose che ho smesso di comprare e che ho scoperto non mi mancano assolutamente.

  1. acqua in bottiglia; non riuscirò mai a capacitarmi di come sia possibile che esistano persone che spendono soldi per avere una cosa che esce dal rubinetto di casa. E lo so che ci sono realtà in cui l’acqua di casa (ci viene detto) non è sicura, ma cerchiamo di consultare le strutture preposte alle verifiche invece di dare retta a cosa dicono fonti non accreditate.

  2. fast fashion; ovvero tutte quelle firme che ti permettono di portarti a casa una maglietta a 5 euro per poi ritrovarti tutte le cuciture spostate, buchi o un colore diverso dopo il primo lavaggio. Meglio pochi capi, ma scelti con cura, adatti a me, alla mia figura, alla mia personalità, ai miei bisogni.

  3. libri cartacei; le biblioteche sono la più meravigliosa invenzione che l’umanità potesse concepire. Compro ancora qualche libro fisico, ma si tratta di artbook, manuali o libri che mi servono per il lavoro. Per il resto: romanzi, saggi, tutto quello che posso lo prendo in prestito. Il prestito non occupa spazio, non prende polvere e non richiede sacrificio di carta.

  4. cd, dvd, vinili; da quando frequento il fediverso ho scoperto valide alternative open al comprare fisicamente musica, film o serie.

  5. gioielli; ho passato in rassegna la mia collezione di bigiotteria e l’ho decimata. Oggi non ne compro più. I gioielli in oro o argento che non mi piacevano li ho scambiati in gioielleria per acquistare regali.

  6. cibo spazzatura; questa è una scelta che oltre che al pianeta e alle tasche fa bene anche alla salute.

  7. souvenir; quando viaggio non compro più quelle chincaglierie per turisti che servono solo a ingombrare ulteriormente casa. Come se avessi bisogno di un oggetto per ricordarmi di una vacanza, molto meglio le foto.

  8. creme, cremine, lozioni, olii…; più cose ci mettiamo addosso peggio è. La pelle sa già ripararsi e proteggersi da sola. Quando hai una crema per il viso con fattore di protezione solare e una lozione per pulire il viso la sera non ti serve altro.

 
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from « Divina Misericordia »

Santa Faustina con sullo sfondo l'immagine della Divina Misericordia
“Santa Faustina con sullo sfondo l'immagine della Divina Misericordia
(Ogni settimana verrà pubblicato un pezzetto del diario della Santa)

22 FEBBRAIO 1931.

La sera, stando nella mia cella, vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l'altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l'uno e l'altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul Signore; l'anima mia era presa da timore, ma anche da gioia grande. Dopo un istante, Gesù mi disse: «Dipingi un'immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in Te! Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella, e poi nel mondo intero. Prometto che l'anima, che venererà quest'immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell'ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria».

Quando ne parlai al confessore, ricevetti questa risposta: «Questo riguarda la tua anima». Mi disse così: “Dipingi l'immagine divina nella tua anima”. Quando lasciai il confessionale, udii di nuovo queste parole: «La Mia immagine c'è già nella tua anima. Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l'immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia. + Desidero che i sacerdoti annuncino la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori. Il peccatore non deve aver paura di avvicinarsi a Me». «Le fiamme della Misericordia Mi divorano; voglio riversarle sulle anime degli uomini».

Poi Gesù si lamentò con me dicendomi: «La sfiducia delle anime Mi strazia le viscere. Ancora di più Mi addolora la sfiducia delle anime elette. Nonostante il Mio amore inesauribile non hanno fiducia in Me. Nemmeno la Mia morte è stata sufficiente per loro. Guai alle anime che ne abusano!».

Quando dissi alla Madre Superiora che Iddio voleva questo da me, la M. Superiora mi rispose che Gesù doveva farlo riconoscere più chiaramente con qualche segno. Quando pregai Gesù di dare qualche segno a dimostrazione che “sei veramente Tu, Dio e Signore Mio, e che da Te vengono queste richieste”, udii nel mio intimo questa voce: «Mi farò conoscere dalle Superiore attraverso le grazie che concederò mediante questa immagine».

 
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from ordinariafollia

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mi sono trafitto sopra una pira funebre, sono stato sacrificato da mio padre per un posto alle dipendenze dello Stato, di notte disfo la tela tessuta di giorno, cucino e disegno

nulla di nuovo per questa domenica in settembre che deve solo cominciare e poi finire.

sorseggio verdicchio freddo guardando le tue vele scomparire all'orizzonte, folgorato sulla via della pensione preferisco il peplo alla cravatta, dopo venti anni di musica avrò imparato a ballare da solo? scrivo e poi sogno

nulla di nuovo per questa domenica italiana che passa perché non sa restare.

 
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from Adry

Che cos’è (per me) il Minimalismo?

Molto probabilmente ne avrete già sentito parlare in rete. Quasi sicuramente lo avrete trovato associato a foto di case vuote, asettiche, dai colori che vanno dalla gamma dei bianchi al beige, molto probabilmente abitate da giovani donne bianchissime, magrissime, “acqua e sapone”*, con una crocchia di capelli biondo platino elegantemente disordinata…

Ebbene l’estetica minimalista può piacere (non nascondo che a me piace molto) ma non è questo il Minimalismo™.

Minimalismo vuol dire prendere coscienza dell’immagine di noi che vogliamo dare tramite le cose che possediamo. Capire se questa immagine ci riflette davvero. E realizzare quanto della nostra vita, del nostro tempo, della nostra serenità abbiamo sacrificato per avere ciò che abbiamo oggi e se ne sia o meno valsa la pena.

Userò come esempio il guardaroba perché è forse l’unica cosa che accomuna ogni essere umano di quello che definirò il mondo occidentale. Ci troviamo spesso ad avere miriadi di capi che teniamo pur non usandoli per i più disparati motivi: perché è un regalo, perché è carino anche se non mi sta, perché l’ho pagato tanto… spesso perché non mi ricordavo neanche di averlo. Ma tutto ciò che non indossiamo è solo ingombro. Conosco persone che hanno armadi stracolmi di vestiti, al punto da non avere spazio per metterne di nuovi. E poi indossano sempre le solite cose. Due o tre maglie che alternano con due paia di pantaloni. E spesso sono anche cose di scarso valore, trasandate. Magari hanno nell’armadio cose graziose, che gli starebbero meglio, e che valgono di più, ma vanno sempre “sul sicuro” coi soliti capi. Io ero una di queste persone.

Il punto è che tutto ciò crea una condizione di frustrazione anche se inconscia perché sentiamo di avere il nostro spazio (e di conseguenza la nostra mente) ingombro di cose che sfuggono al nostro controllo.

È scientificamente dimostrato che uno spazio ingombro e disordinato è fonte di stress. L’armadio è un luogo fisico che apriamo ogni giorno (più o meno), vogliamo davvero che quello che vediamo sia caos, oggetti alla rinfusa, uno spazio ingombro?! Le nostre case (o stanze se viviamo con la nostra famiglia) sono lo specchio della nostra personalità. Che immagine vogliamo vedere ogni volta che apriamo l’armadio? Che immagine vogliamo che le nostre scelte ci rimandino?!

Oltre al benessere psico-fisico il minimalismo porta con se anche l’effetto collaterale non trascurabile del risparmio di denaro.

Ma è sul risparmio di materiali (spazzatura) che mettiamo in circolo che personalmente cerco di concentrami di più.

Quando è successo che l’essere umano ha sviluppato il “bisogno” di possedere 10 (quando è parsimoniosə) maglioni? 50 magliette? 10 paia di jeans?!? Il consumismo è ciò che ha creato quel mostro ingoia-pianeta che è la fast fashion. Non farò nomi di aziende ma sappiamo tuttə quali sono. Una T-shirt non può costare 5,99 euro. Non è matematicamente possibile. A meno che non si tagli pesantemente sui materiali e sui costi di produzione. Tagliare i costi di produzione vuol dire che da qualche parte nel cosiddetto sud del mondo c’è un uomo, una donna o molto più probabilmente unə bambinə che lavora 16 ore al giorno per 2 o 3 dollari alla settimana in un edificio privo delle più basilari norme di sicurezza e benessere. Persone che muoiono giovanissime per tumori sviluppati a causa dei vapori degli agenti chimici usati per lavorare tessuti scadenti, pieni di micro-plastiche, che finiranno per inquinare il pianeta. E no, non sono i “rischi del mestiere”. Perché l’alternativa sicura c’è. È solo che costa troppo per chi vuole vendere T-shirt a 5,99 euro guadagnandoci l’80%.

Io penso spesso a quello che resterà di me dopo che avrò lasciato questo pianeta. Mi preoccupo di cosa troveranno lə miə eredi nel mio armadio, ma anche nel mio computer. E mi preoccupo dell’impatto che avrò avuto, pur nel mio piccolo, sull’ambiente. E quando parlo di ambiente mi riferisco sia alla natura, sia alle vite di coloro che verranno dopo di me. Che non sono per forza i miei figli, ma chiunque dovrà ripulire dopo che me ne sarò andata. Siamo su questo pianeta per pochi anni e io voglio lasciare il minimo di immondizia possibile. Tanto so che niente di quello che possiedo verrà con me nella bara.

Mi rendo conto che forse ho concluso il mio discorso in modo un po’ nichilistico. Dopotutto alcunə aspirano giustamente a lasciare allə propriə eredi una casa, dei possedimenti materiali che rendano loro la vita più agevole. Ma vogliamo che lə nostrə eredi trovino una casa pulita, un piccolo scrigno di tesori, magari gioielli, investimenti... o un armadio pieno di stracci che dovranno preoccuparsi di smaltire?

*ho messo “acqua e sapone” tra virgolette perché la ragazza acqua e sapone non esiste, mettetevela via signori. L'acqua e sapone è solo un sapiente uso di trucco e parrucco

 
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from CollettivoCasamatta

Una Germania polarizzata

Die Linke vince per la prima a Berlino, l’AfD arriva in testa alle elezioni in Sassonia Anhalt e Mecklenburg Vorpommern e il governo Merz si ritrova sempre più in crisi. Queste settimane anche in Italia si è raccontato di una “Germania definitivamente scossa” sul piano politico. Spesso però nei telegiornali italiani si assiste ad analisi schematiche e poco scientifiche che non riescono a spiegare una situazione non semplice, perché incapaci di approfondire le cause dell’attuale polarizzazione della Germania. Prima di tutto bisogna ricordarsi che non ci sono soltanto i successi dell’AFD, ma che esiste anche una buona parte dei giovani tedeschi che guarda sempre di più nella direzione di una sinistra in fase di cambiamento. Basta osservare la crescente presenza di giovani gruppi rossi in tutta la Germania – che stanno prendendo il sopravvento sul classico antifascismo autonomo tedesco degli anni 90 e 2000 – oppure le nuove generazioni che entrano in sindacati o partiti portando al loro interno posizioni piú conflittuali. È chiaro che l’ascesa dell’estrema destra e l’afflusso nei movimenti sociali hanno purtroppo due pesi molto diversi, ma anche a sinistra in Germania l’aria sta cambiando ed è giusto ricordarlo. Solo in questa settimana c‘è stata la „Automobilaktionstag“ (Giornata di azione automobilistica) dei lavoratori e lavoratrici del settore automobilistico: lunedì 21 settembre più di 175.000 lavoratori e lavoratrici hanno portato la loro rabbia nelle strade contro i “piani di produttività” previsti dai colossi automobilistici tedeschi; oggi, 25 settembre, è previsto lo sciopero studentesco nazionale contro la leva militare obbligatoria e domani, 26 settembre, la mobilitazione nazionale contro le riforme pianificate dal governo Merz per questo autunno. Le mobilitazioni sono una risposta diretta a uno Stato che cerca palesemente di salvare un capitalismo tedesco in stagnazione colpendo ancora più drasticamente la classe lavoratrice, gli studenti, gli attivisti e chiunque possa essere considerato un peso per una Germania ormai vulnerabile.

Ma facciamo un passo indietro e puntiamo un secondo i fari sull’ economia tedesca che soprattutto in questi ultimi quattro anni sta passando un periodo anomalo se paragonato agli anni precedenti, specialmente quelli dal 2010 fino al 2017. Negli ultimi tre anni, il PIL tedesco ha registrato una crescita negativa per due anni consecutivi (2023 e 2024) per poi tornare a crescere soltanto dello 0,2% nel 2025. Anche qui bisogna chiedersi il perché. E la risposta la troviamo soprattutto negli elevati costi energetici di oggi (prima del 2022 gran parte del gas naturale e petrolio era importato dalla Russia a costi più bassi), nella concorrenza enorme da parte della Cina e nel fatto che, per molti investitori, la Germania ha perso di attrattività a causa di alcuni settori della sua industria che non hanno investito abbastanza rapidamente nella digitalizzazione, nelle nuove tecnologie e nei nuovi modelli di business, non riuscendo di conseguenza ad aumentare sufficientemente la propria produttività. In questo momento la mutata situazione economica e l’incertezza anche politica in Germania sono due fattori che la rendono un luogo di fatto meno attraente per un capitale che ha bisogno di tenere bassi i costi di produzione e alti i profitti ricavati dal commercio. Soprattutto per quanto riguarda i due mercati prima fondamentali per “il modello di export tedesco”, ovvero Cina e USA, il declino è evidente. La Cina da anni si è trasformata da importatrice di prodotti tedeschi a vera e propria concorrente che cerca di guadagnare quote di mercato. Dall’altra parte ci sono i dazi statunitensi nei confronti dell’Unione europea che hanno alterato le dinamiche commerciali tra le due aree, riducendo la competitività delle esportazioni europee nel mercato statunitense. Nel primo trimestre del 2026, le esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti sono state inferiori del 12,1% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente; per quanto riguarda le automobili e i loro componenti, il calo ha raggiunto addirittura il 28,4%. Per cercare di mantenere la produttività c’è stato un taglio drastico dei posti di lavoro nell’industria tedesca negli ultimi due anni, soprattutto nel settore automobilistico. Solo nel 2025 l'industria tedesca ha visto una perdita di 177.000 posti di lavoro.

Come afferma il cancelliere tedesco Friedrich Merz, lo Stato tedesco agisce per “riportare in avanti la Germania”. Tradotto significa che si cerca di abbassare i costi di produzione per rendere di nuovo la Germania un luogo dove vale la pena investire, dove i profitti non siano a rischio. Bisogna ricordarsi che il lavoratore tedesco attualmente è tra i più cari al mondo è questo lo si deve anche alle conquiste storiche della classe lavoratrice che tutelano chi dipende dal salario, almeno fino a un certo punto. Ed è proprio qui che il governo tedesco sta aprendo un “nuovo” fronte. Per la verità, nemmeno tanto nuovo, perché sono anni che i vari governi tedeschi approvano leggi che mettono ulteriormente in difficoltà chi già è colpito da precarietà economica. Ma dall’ anno scorso l’attacco da parte del governo nei confronti della classe lavoratrice per salvare questa macchina arrugginita è stato ancora più drastico. Un esempio è la nuova “Grundsicherung” , un sostegno minimo garantito dallo Stato per chi non riesce a mantenersi con le proprie risorse, da molti anni (in diverse forme) esistente in Germania, che però ora prevede per la prima volta un eventuale annullamento dei servizi in caso di un reinserimento tardivo nel mercato di lavoro. Questo autunno è previsto un pacchetto di riforme che i sindacati tedeschi definiscono il più grande attacco allo stato sociale dall'agenda 2010, passato col governo Schröder (SPD). Sono previsti tagli alla sanità pubblica e alla pensione, nel settore della cura e un impoverimento importante delle tutele sul posto di lavoro. Tutto viene giustificato dalla “non-sostenibilità” dello stato sociale che secondo il governo ha bisogno di essere rivisto. Questa retorica viene diffusa mentre lo stato tedesco sta investendo miliardi nel settore bellico. Precisamente, si tratta di un aumento del 108% delle spese e investimenti in questo settore da parte dello stato tedesco soltanto negli ultimi 6 anni. Nel frattempo in Germania due famiglie (Schwarz – Lidl, Kaufland; Boehringer/von Baumbach, proprietaria della farmaceutica privata Boehringer Ingelheim) possiedono una cifra superiore alla ricchezza dell’intero 50% meno abbiente della popolazione tedesca. L’1% piú ricco possiede quasi quindici volte tanto quanto la metà più povera del paese. Il 17% della popolazione tedesca si trova a rischio di povertà e, aggiungendo anche il parametro dell’esclusione sociale, in Germania un bambino su cinque è a rischio di esclusione sociale a causa di precarietà economica familiare. Da anni, anche per quanto riguarda l'area fiscale, le fasce più ricche della popolazione sono favorite, mentre il “cuscinetto sociale” per chi ne ha bisogno è messo a dura prova. Un esempio tra tanti è il fatto che dal 1° gennaio 1997, l’imposta sul patrimonio non viene più riscossa. La Corte costituzionale federale tedesca aveva stabilito nel 1995 che il modo in cui veniva applicata era incostituzionale, perché i diversi tipi di patrimonio – in particolare gli immobili e il patrimonio finanziario – venivano valutati in modo diverso. Da allora non è stata introdotta una nuova imposta sul patrimonio. Ovviamente, la tassazione dei grandi patrimoni era ridicolmente bassa ma in ogni caso l‘abolizione di questa legge sul piano pratico è emblematica di una politica che si piega davanti alla borghesia tedesca, e non soltanto da ieri.

La giusta insoddisfazione e la rabbia di una gran parte della popolazione tedesca crea così anche un terreno fertile per forze reazionarie, come l’AfD, anche in mancanza di una vera rappresentanza per la classe lavoratrice a livello parlamentare. È vero che al momento si sta formando un’ala piú socialista dentro Die Linke, ma questo partito, per quanto riguarda la linea nazionale e i vertici, non è una forza politica capace di fronteggiare l'ascesa della destra nel Paese proprio perché non si oppone radicalmente alle cause che hanno portato sempre più precarietà economica e sociale nel Paese, limitandosi troppo spesso soltanto a condannare l’Alternative für Deutschland e andando a braccetto con i grandi partiti del centro e centro-sinistra dentro la cosiddetta “Brandmauer”, un’alleanza dei grandi partiti democratici uniti in chiave anti-AfD. Purtroppo, dentro il partito, l’ala che segue una linea politica non abbastanza conflittuale è ancora in maggioranza e così viene offerto spazio politico all‘AfD, che può presentarsi come forza anti-establishment. Non è un caso che ampie parti della classe lavoratrice alle elezioni in Sassonia-Anhalt hanno dato il proprio voto al partito di estrema destra. Si tratta di un trend comune in tutta la Germania, anche perché i partiti moderati di sinistra vengono giustamente percepiti come parte dell’establishment contro il quale si vota. Questo conferma che l’unico modo per vincere contro la destra e riguadagnare le masse legittimamente insoddisfatte e arrabbiate è di seguire una linea politica conflittuale, in opposizione non solo con la destra ma con tutto l‘apparato politico degli ultimi decenni che ha portato in questo caso la Germania in una situazione economica e sociale molto più precaria. E qui arriviamo alle elezioni di Berlino della domenica scorsa. Perché nella capitale tedesca Die Linke è riuscita a vincere le elezioni per la prima volta? Un motivo è la composizione comunale e regionale del partito che a Berlino permette una linea più conflittuale e così più rappresentativa delle masse popolari della città. La crescente precarietà economico-sociale e la questione abitativa erano le due tematiche principali della campagna elettorale di Die Linke. È chiaro che in una città strangolata dai prezzi folli delle abitazioni, il programma elettorale di Elif Eralp, che prevede espropriazioni di grandi proprietà immobiliari privati, può funzionare: perché l'unica risposta possibile alle problematiche create dalle politiche (neo-)liberali é quella socialista, in grado di ostacolare un mercato che porta inevitabilmente a crisi, in questo caso a quella abitativa. Nello specifico, Il programma di Die Linke prevede di trasferire gli appartamenti delle grandi società immobiliari (quelle con oltre 3.000 alloggi a Berlino) a un ente pubblico/collettivo. Gli inquilini rimarrebbero nelle loro case, ma gli appartamenti verrebbero gestiti con l’obiettivo di mantenere affitti accessibili, invece di massimizzare il profitto da parte dei proprietari privati. Tra i principali gruppi interessati ci sono grandi operatori come Deutsche Wohnen/Vonovia. Si parla di circa 200.000–220.000 abitazioni. La Linke fa riferimento con la sua proposta al referendum del 2021 di Berlino, in cui il 59,1% dei votanti si espresse a favore della socializzazione dei grandi patrimoni immobiliari. Questa misura prevista dal programma elettorale, come anche le mense di quartiere e il cosiddetto “Sozialticket” per i mezzi di trasporto, ci mostrano come con parole d‘ordine di stampo socialista si possono vincere delle elezioni. Chiaro che die Linke non è un partito rivoluzionario, ma la sua ala più conflittuale e rappresentante delle masse popolari, sta cercando in questo caso di portare una città molto più a sinistra. Le prossime settimane ci diranno se il partito sarà cederà alle pressioni di CDU, SPD e Verdi oppure se riuscirà finalmente a dettare una sua linea.

Sarà interessante soprattutto vedere come si evolverà il movimento a sinistra in Germania. Questo sabato, 26 settembre, la sinistra tedesca scenderà per le strade protestando contro i previsti tagli allo stato sociale. Dalla militanza anticapitalista e rivoluzionaria alla sinistra riformista, un forte movimento di piazza occuperà quindici grandi città. Si spera che queste mobilitazioni contribuiscano a far comprendere definitivamente alla classe lavoratrice tedesca l’importanza della lotta e della partecipazione collettiva, indirizzandola nella direzione di una conflittualità reale, l‘unico modo di garantire nel futuro prossimo una società più libera e solidale.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

A una settimana e mezza dall'inizio della scuola, va tutto bene.

V-A T-U-T-T-O B-E-N-E

E non me ne capacito.

Cioè in realtà sì, me ne capacito: 10 anni che semino, finalmente raccolgo.

Comunque è strano, ed è strano bello.

Mi sento tanto amato dalle mie persone care, ivi comprese persone con cui pomicio (e anche altro). Il me adolescente si commuove ogni volta che becco, per caso o per appuntamento, una delle mie amicizie del quartiere e parliamo della qualunque gironzolando nel parco o svaccandoci sulle panchine (o facendo pipì nel laghetto, ehm ehm): finalmente questa vita non è più un sogno remoto che sublimavo nelle sit-com. Il me bambino si sente riconosciuto e accudito, perché tante questioni si sono concluse e ho finalmente iniziato un percorso di logopedia, ed è stato assurdamente bello fare gli esercizi di prima diagnosi sapendo che dall'altra parte il Doc si stava occupando di me. Nella mia nuova scuola, mi sento a mio agio, energico e propositivo, e spero di stare impostando bene il lavoro con le mie testoline matte, questi adolescenti cui voglio offrire strumenti per stare bene nel mondo e levare più che posso lo stress da performance.

Oggi a scuola abbiamo ripulito un armadio dai libri di testo vecchi e tarmati e mi sono un po' perso via a leggere i capitoli finali di una storia della letteratura italiana, ovviamente dedicati alla morte dell'Intellettuale come alta funzione sociale e all'ascesa del postmoderno e della comunicazione di massa, con Roberto Saviano e l'autofiction posti a ultima frontiera artistica e due paginette a testa di ghetto femminile per Elena Ferrante, Michela Murgia e Patrizia Cavalli. Non un cenno, ovviamente, né alle scritture e auto-scritture della classe operaia fra il Miracolo Economico e il lungo Sessantotto, né alla letteratura militante cyberpunk prima e solarpunk poi, né allo sdoganamento del romanzo di formazione fantastico, né al citizen journalism inaugurato da IndyMedia, men che meno alle possibilità della letteratura elettronica, al fumetto “colto” lanciato per lo meno da Dino Buzzati nel '69, e ai quasi quattro decenni di poesia italofona che si esprime nelle forme dell'hip-hop (a tal proposito, date assolutamente un occhio a questo saggio dellx mix amicx Ellis).

A inizio della quinta superiore, io volevo fare la tesina di maturità sull'“Intellettuale che forma il senso civico”, mettendo in piedi un apparato comparativo fra Lucio Anneo Seneca, Luciano di Samosata, Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, George Orwell e John Ronald Reuel Tolkien, ma entro Gennaio ebbi la buona idea di restringerla a un “John Tolkien aedo dei tempi moderni”. Quel sogno di una ricerca su vasta scala però non è mai andato via del tutto, come dimostra la mia biblioteca personale, e mi piace pensare di averne un po' fatto la mia tesi di dottorato informale presso l'Università della Strada (sic sigh); oggi, dopo aver sfogliato quel manuale così miope, ho scritto una poesia che credo possa costituire un articolo intermedio in peer review... se non addirittura la mia tesi finale.

Perché come mi dice Ellis, come mi ha fatto presente un apprezzamento su Mastodon (grazie Jay, mi hai commosso), e come voglio comprovare alle mie classi, bisogna scrivere.

Perché ancora compongo

23 settembre 2026, 11:35 circa

Certo che le mie poesie non salveranno il mondo: per quello servirebbero tutte le gabbie vuote mille ghiacciai ricomposti e zappe e fucili in mano alle ultime.

Le mie poesie salvano me innanzitutto e cantano questa mente torbida e un corpo storto ed elastico sciocchezze risate corse appetiti orgasmi e pianti.

Poi, talvolta, io penso le mie poesie soccorrono te che ci ritrovi dentro l'anomalia contenta e la piazza elettrica, il bisogno sacrosanto di tumulto il lutto per chi abbiamo perso le alte grida solenni di festa lo schiocco dei baci in 3 o 4 il gesto beffardo di chi sullo spiazzo alza ancora il medio od il pugno ai padroni nel palazzo.

Le mie poesie non salvano un bel niente perché la salvezza non spetta al presente: cantano rabbia ed amore e i nostri progetti di diserzione, d'insurrezione.

Cantano il sogno di mille altri mondi.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Fra circa 9 ore, qui in Lombardia, inizia la scuola dell'obbligo. Io scalpito per conoscere le mie classi, sperando di riuscire a voler loro bene e a donargli un qualcosa di cui abbiano bisogno. In realtà, poche decine di ore fa, ero preso dal panico e dall'ansia dolorosa di dover diventare una volta per tutte il professore sbirro, come dice l'adagio

La disoccupazione ti ha fatto celerino ma senza manganello: professorino

Ne sono uscito, perché è andata avanti la vicenda di cui ho raccontato in «Prima poesia dei miei 31 anni»: fra venerdì sera e ora, domenica sera, ho trascorso in proporzione variabile, e con una qualità assurdamente alta, tanto tanto tempo sia con Lei (“Lety”) sia con Lui (“Giulio”), e non mi sentivo così felice, accolto e amato da tanto, tanto tempo. C'è stata, anzi, abbiamo scelto di creare, condivisione, ascolto sincero, espressione e rispetto di confini, compartecipazione sincera a rispettive questioni, quel tocco di arte che non guasta mai, e anche quel tocco di sconcio che a noi persone finocchie gaudenti piace. E c'è stato, da parte mia, anche del tempo in solitudine per visitare compagn* di lotte amic* di persone mie amic*, due compas che ci hanno tolto anzitempo, e per cui io ancora un po' piango, anche se Davide mica lo ho conosciuto e Rino mi conosceva vagamente solo di vista... però, se si ama forte, brucia sempre dentro.

Per cui, siccome brucia forte questo affetto, per chi non c'è più e per chi c'è ora, e per chi verrà poi, ho scritto questi versi. Che vi facciano compagnia, a voi studenti insegnanti persone lavoranti e chiunque avverta un senso di nuovo inizio a Settembre, e soprattutto chi vuole sbattere in faccia ai padroni un po' di autunno caldo... e a chi vuole tenere al caldo sé e le proprie persone care.

Amic*, non demordete, ci siamo dentro assieme. Vi voglio bene.

Spirito del '77

In memoria di Rino. Se puoi e vuoi, veglia su di noi, là dal parco Segantini.

13 settembre 2026, 22:31

Sono certo che infiniti professori compagnoni siano già tutti turgidi e pontefici per sciorinarci da imbarazzanti pulpiti che l'imminente mezzo secolo fu spranghe rivoltelle bombe siringhette gli autonomi gli indiani la mafia la P2 Deleuze Foucault Guattari.

Vecchi fannulloni, levatevi di torno.

Lo spirito di allora, già spirito di Stonewall, non sta là nei libroni non sta là nei cordoni nei festini al parco o nelle occupazioni.

Sta invece in ogni sogno che osiamo fare assieme, in ogni abbraccio caldo e scazzo con amore.

Sta in cucina, dentro al letto nei compagni di via Gola e in Casoretto, nel pianto condiviso, in ogni grammo di sorriso, in chi ami e ti confida, carino, che oggi ha detto un bel “Ti amo” e lo senti più vicino.

È in ogni passo avanti che vogliamo fare assieme affrontando mille intoppi i padroni e le sirene per seguire quel bel sogno: delle relazioni vere.

Per cui, non dirmi, idiota, che non c'è, lo spirito di allora: perché la decenza tua, non c'è.

Perché dentro a ogni cordone ogni sghemba occupazione ogni bel puntello al parco ogni ballo ed ogni piazzo ogni gioia ed ogni rabbia per spaccare un po' la gabbia... sì che c'è.

Ma certo che qui c'è.

 
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from Adry

Che cos'è? Un decluttering premorte, diciamo così. Decluttering significa liberarsi di tutto quello che ingombra la mia vita. Death decluttering significa liberarsi di tutto quello che ingombra la vita mia e quella di chi dovrà sistemare quello che resterà dopo di me.

Si poteva dire in italiano? Non esattamente. Non esiste una parola che esprima alla perfezione tutto quello che comprende clutter, a mio parere. Disordine, sì, ma anche groviglio e confusione. Non solo ingombro fisico ma anche mentale.

Diventare genitore ti porta a pensare inevitabilmente a cosa resterà di te. E non importa se sei ancora giovane e in salute. L'imprevisto è sempre dietro l'angolo. E più vedo i miei di genitori invecchiare più non posso fare a meno di pensare a cosa resterà a me. E mi rendo conto di gioire ogni volta che i miei annunciano di avere intenzione di buttare via cose. Cose vecchie, inutili, magari investite di un valore affettivo ma che è un valore per loro, non per me. So che quando sarà il momento sarà dura dover sgrovigliare tutto quel mucchio di ricordi che avevano un valore per i miei ma non ne hanno per me. E sarà devastante. Per questo li ringrazio quando mi annunciano che faranno loro quel lavoro anziché lasciarlo a me.

Per questo farò io quel lavoro anziché lasciarlo a mio figlio.

 
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from Miceliø

LA RACCOLTA FONDI LEGATA A CUPE VAMPE È STATA CHIUSA E noi vogliamo raccontare cos'è successo. Questa è la nostra restituzione pubblica sulla raccolta fondi per Gaza in collaborazione con A.O.I, sui fondi e sugli strumenti che non useremo più.

Care tutte e tutti,

dopo più di due anni abbiamo deciso, con molto dolore e molta rabbia, di chiudere definitivamente l’account GoFundMe di Cupe Vampe, la raccolta fondi per Gaza con A.O.I. Vogliamo dirlo subito nel modo più netto possibile: non è il progetto Cupe Vampe ad essere scomparso. Non pariscono le iniziative nate attorno, non svanisce il sostegno materiale che abbiamo costruito e non cambia la parte dalla quale abbiamo scelto di stare. Chiude una sua parte precisa: l’account e la pagina GoFundMe attraverso cui, dal 2024, abbiamo raccolto una parte dei fondi. Chiudiamo uno strumento che qualcun altro aveva già reso inoperativo e al quale non intendiamo più affidare la continuità, la memoria e le possibilità concrete di questa esperienza.

Cupe Vampe nasce nel 2024 da un gesto insieme artistico e politico, maturato da noi come singoli e come band, Le Piccole Morti (e in seguito come rete di cooperazione artistica e editoriale, Miceliø): riportare nel presente 'Cupe Vampe' del C.S.I., un brano nato dentro un’altra guerra, e rifiutare che quella scelta rimanesse soltanto una presa di posizione musicale. Non volevamo usare Gaza come sfondo simbolico di una canzone o come occasione per esibire un posizionamento. Volevamo che quel gesto producesse qualcosa di concreto. Da qui è nata la raccolta fondi con A.O.I.; da qui sono nate giornate, concerti, incontri, discussioni e iniziative di solidarietà per la Palestina, e non solo. La raccolta ha continuato a vivere oltre il primo evento. Nel 2025 è entrata nel percorso di SPORE, la rassegna culturale di Miceliø, intrecciando ancora una volta musica, cultura dal basso, pensiero politico, relazioni e sostegno materiale a Gaza. A portare avanti ostinatamente questa esperienza siamo stati noi, per chi ci conosce Eleonora e Alessandro, insieme a Le Piccole Morti, alle altre persone di Miceliø e a tutte quelle che hanno scelto di attraversarla, sostenerla, condividerla e farla circolare.

Attraverso GoFundMe, 31 donazioni hanno portato Cupe Vampe a raccogliere 1.660 euro complessivi. Dai movimenti registrati dalla piattaforma risultano 1.604,08 euro effettivamente accreditati e trasferiti sul conto aperto appositamente e destinato alla donazione. La differenza tra la somma donata e quella accreditata è quindi di 55,92 euro e consta in commissioni. Manteniamo distinte le due cifre per mostrare sia quanto le persone hanno affidato alla raccolta sia quanto è stato effettivamente trasferito. Quando abbiamo scoperto della sospensione, quei 1.604,08 euro erano già fuori da GoFundMe. Erano sul conto predisposto per la donazione e non sono stati congelati, bloccati o resi indisponibili. Questa è una cosa che oggi possiamo dire con sollievo: la piattaforma non ha potuto trattenere nessuno dei fondi già accreditati. I 1.660 euro rappresentano soltanto ciò che è transitato attraverso GoFundMe. Attraverso iniziative successive e modalità diverse abbiamo raccolto altri fondi, non compresi in questa cifra, che abbiamo progressivamente destinato allo stesso scopo, anche e soprattutto grazie alla collaborazione con Modena per la Palestina, un gruppo aperto di persone che organizza momenti dedicati alla stessa causa. Quelle iniziative non vengono chiuse: intendiamo mantenerle attive e continuare a costruirne altre senza dipendere da GoFundMe o simili. Abbiamo conservato la documentazione della raccolta, delle singole donazioni, degli accrediti e dei trasferimenti. Conserveremo e renderemo verificabili i passaggi economici necessari, proteggendo i dati personali di chi ha donato. La trasparenza verso chi ci ha affidato cinque, dieci, venti, cinquanta o centinaia di euro non è un adempimento accessorio: fa parte della stessa responsabilità politica da cui Cupe Vampe è nata.

Dietro questi numeri non stanno semplici transazioni. Ci sono anni di lavoro, energie, relazioni, serate organizzate, persone incontrate e fiducia ricevuta. E c’è una convinzione che non è cambiata di un millimetro: davanti al genocidio in atto, all’occupazione e alla violenza esercitata sulla popolazione palestinese, stare a guardare non era e non è un’opzione. Così come non lo è nei numerosi altri contesti in cui la sopraffazione domina.

Nelle ultime settimane è diventato impossibile continuare a trattare come neutrali le infrastrutture digitali e finanziarie attraverso cui costruiamo le nostre reti.

Il 26 agosto 2026, l’Office of Foreign Assets Control — OFAC — del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, guidato dal segretario al Tesoro Scott Bessent, ha sanzionato Autistici/Inventati inserendolo nella Specially Designated Nationals and Blocked Persons List con la qualifica di Specially Designated Global Terrorist — SDGT, nell’ambito dell’Executive Order 13224. Non si è trattato di una sentenza pronunciata da un tribunale italiano o europeo, né dell’esito di un procedimento giudiziario nel quale il collettivo abbia potuto conoscere e contestare pubblicamente le prove a proprio carico. Si è trattato di un provvedimento amministrativo statunitense che, attraverso il peso internazionale delle infrastrutture tecnologiche e finanziarie americane e la minaccia di sanzioni secondarie, ha prodotto conseguenze materiali immediate anche in Europa. Nei giorni successivi il dominio autistici.org è stato posto in stato serverHold dal registro del dominio .org, diventando irraggiungibile. PayPal ha bloccato l’account usato dal collettivo per ricevere donazioni. Banca Etica, pur dichiarando che il conto di A/I aveva sempre avuto un’operatività regolare e non aveva mai destato particolari problemi sotto il profilo antiriciclaggio, ha comunicato la sospensione temporanea della sua operatività e la concreta possibilità di doverlo chiudere per non esporre l’intera banca alle conseguenze delle sanzioni secondarie. Poco dopo A/I ha annunciato la chiusura dei propri servizi, spiegando di non voler trasferire sulle persone che li utilizzavano rischi legali, finanziari e personali diventati ormai incontrollabili. Supportiamo e comprendiamo profondamente le ragioni delle persone che hanno coltivato A/I. La catena degli effetti è importante: una decisione amministrativa presa negli Stati Uniti ha inciso su un collettivo italiano, su un dominio internazionale, su un servizio di pagamento statunitense e sul rapporto con una banca italiana. Non perché in Italia o in Europa fosse intervenuta una sentenza equivalente, ma perché una parte decisiva delle infrastrutture da cui dipendono comunicazioni e pagamenti risponde direttamente o indirettamente al sistema statunitense.

Negli stessi giorni NoBlogs, la piattaforma gestita da Autistici/Inventati che per anni ha ospitato migliaia di blog di movimenti, collettivi e singole persone, ha subito una compromissione. Parallelamente Jennica Pounds, conosciuta online come DataRepublican, ha pubblicato ciò che ha chiamato TrumpBlogs: una banca dati interrogabile e una mappatura di circa 7.600 blog anarchici, antifascisti, ecologisti, anticarcerari, solidali con migranti e appartenenti ad altre aree di movimento. I blog sono stati classificati, geolocalizzati e messi in relazione attraverso mappe e grafi che mostrano prossimità, rimandi reciproci e reti di lettura. Pounds ha dichiarato di aver costruito autonomamente il progetto attraverso lo scraping dei contenuti pubblicamente accessibili di NoBlogs. Dal luglio 2026 è anche una Special Government Employee del Dipartimento della Difesa statunitense, circostanza confermata dal Pentagono alla stampa. Non abbiamo elementi per affermare che TrumpBlogs sia stato realizzato nell’ambito del suo incarico governativo: abbiamo però ogni ragione per considerare politicamente rilevante che chi ha costruito una simile mappatura delle reti anarchiche e antifasciste lavori contemporaneamente per l’apparato statale e militare degli Stati Uniti.

Non disponiamo dei documenti necessari per dimostrare che la compromissione di NoBlogs, TrumpBlogs, le sanzioni contro A/I e gli effetti successivi appartengano a un’unica operazione governata da una sola catena di comando. Ma non abbiamo nemmeno bisogno di immaginare una stanza segreta nella quale ogni decisione venga coordinata. Il potere non agisce soltanto attraverso ordini diretti. Agisce anche e soprattutto attraverso sistemi diversi che condividono interessi, classificazioni e criteri di rischio: un’autorità inserisce un soggetto in una lista; registri, banche e servizi di pagamento reagiscono; le piattaforme incorporano quelle regole nei propri termini e nelle proprie procedure; reti politiche e relazioni diventano insiemi di dati da analizzare, classificare e mappare. Che esista o meno una regia unica non cambia la convergenza concreta di questi effetti.

È dentro questo contesto che, oggi 11 settembre 2026, siamo entrati nel nostro account GoFundMe con l’intenzione di occuparci della raccolta e abbiamo scoperto qualcosa che non avevamo deciso noi: le donazioni erano già state sospese dalla piattaforma. Non avevamo messo in pausa e non avevamo chiesto che venisse bloccata. Non avevamo ricevuto, per quanto ci risulta, una comunicazione che ci rendesse consapevoli del provvedimento. Accedendo alla pagina abbiamo trovato semplicemente l’indicazione:

“Donazioni sospese. Questa raccolta fondi al momento non accetta donazioni.”

Fino a quel momento non sapevamo che la raccolta fosse stata resa inoperativa. Mentre scriviamo, GoFundMe non ci ha comunicato quale regola, segnalazione, verifica o procedura interna abbia prodotto la sospensione. Questo è tuttavia, l’unico elemento che non conosciamo. La causa politica non è misteriosa. GoFundMe si presenta come un’organizzazione globale con sede negli Stati Uniti. La sua informativa sulla privacy dichiara che i servizi sono ospitati negli Stati Uniti e che i dati di chi utilizza la piattaforma da altri Paesi possono essere trasferiti, conservati e trattati negli USA e altrove; precisa inoltre che, in determinate circostanze, quei dati possono essere accessibili alle autorità statunitensi incaricate dell’applicazione della legge e della sicurezza nazionale. Per chi utilizza GoFundMe dall’Italia, il contratto è formalmente stipulato con GoFundMe Ireland Limited. Gli stessi Termini stabiliscono però che GoFundMe Inc. può applicare il contratto ed esercitarne i diritti per conto della società europea. I Termini di servizio in vigore dal 23 giugno 2026 attribuiscono alla piattaforma poteri molto ampi. GoFundMe dichiara di poter modificare, sospendere o interrompere in qualunque momento una parte o la totalità dei servizi e ammette che, in alcuni casi, potrebbe non fornire un preavviso. Si riserva inoltre, a propria discrezione, il diritto di rifiutare, condizionare, sospendere, congelare o vietare donazioni, account, raccolte e trasferimenti quando ritenga che possano violare i Termini o esporre la piattaforma, i partner o altre persone a un rischio che considera inaccettabile. Gli stessi Termini vietano attività che coinvolgano Paesi, regioni, governi, persone o soggetti sottoposti a sanzioni economiche statunitensi o di altre giurisdizioni e richiamano espressamente le liste dell’Office of Foreign Assets Control. GoFundMe dichiara inoltre, nelle proprie pagine di assistenza, che in quanto società statunitense è soggetta alle leggi e ai regolamenti degli Stati Uniti, comprese le sanzioni amministrate dall’OFAC. C’è poi un elemento direttamente legato alla nostra esperienza: GoFundMe afferma che tutte le raccolte relative a Gaza vengono sottoposte a revisione. La piattaforma e i suoi partner di pagamento possono chiedere informazioni aggiuntive sull’identità dei destinatari, sul rapporto tra chi organizza la raccolta e chi ne riceverà i fondi, sui luoghi in cui il denaro arriverà e sulle modalità con cui sarà trasferito. Questo ci era già successo nel 2024, quando faticosissimamente siamo infine riusciti ad aprire la raccolta fondi. Sarebbe quindi falso raccontare GoFundMe come un supporto puramente tecnico sul quale compaiono notifiche inspiegabili. Le raccolte per Gaza si muovono dentro un sistema finanziario e tecnologico che le considera fin dall’inizio attività da sottoporre a sorveglianza e verifica rafforzate. Quel sistema aderisce esplicitamente all’apparato sanzionatorio statunitense, traduce le sue prescrizioni in procedure interne e conferisce alla piattaforma il potere materiale di decidere se una raccolta possa continuare a ricevere e trasferire denaro.

Non possiamo documentare che la sospensione del nostro account sia stata ordinata direttamente dal governo statunitense. Non sappiamo se l’interruttore sia stato azionato da una revisione automatica, da una segnalazione, da una verifica umana, da un partner di pagamento o da una specifica valutazione di rischio. Ma non serve un ordine rivolto personalmente a noi per riconoscere ciò che sta accadendo. La motivazione procedurale non ci è stata comunicata, ma la causa politica è davanti ai nostri occhi. La solidarietà con Gaza viene classificata come un’attività eccezionale, sottoposta a controlli speciali e condizionata da regole sulle quali non esercitiamo alcun potere. Nel momento in cui quelle regole o il margine di rischio della piattaforma cambiano, qualcun altro può togliere dall’alto a una rete costruita da noi, da chiunque, la possibilità di raccogliere denaro. È esattamente ciò che abbiamo trovato entrando nel nostro account. Noi non l’abbiamo deciso. E questo non è un problema informatico. Fortunatamente non hanno potuto bloccare ciò che ci era già stato affidato: i fondi accreditati erano stati trasferiti. Ma l’episodio ha mostrato con chiarezza quanta parte della nostra autonomia avevamo consegnato a un’infrastruttura per la quale non contiamo assolutamente nulla (e nei confronti della quale non possiamo nulla). Una raccolta ideata, costruita, curata e tenuta aperta da noi per anni è stata resa inoperativa attraverso una decisione alla quale non abbiamo partecipato. La piattaforma custodisce dati, relazioni, cronologia e flussi economici e si riserva di stabilire quando e in quale forma possano continuare a esistere al suo interno.

Questa dipendenza, però, non è un destino. La sospensione non ci lascia immobili e la chiusura dell’account non è la semplice presa d’atto di una sconfitta. È una nostra decisione: sottrarre per quanto possibile parte della memoria e il futuro tutto di Cupe Vampe a una piattaforma commerciale tutt’altro che neutrale e spostare altrove il terreno sul quale continueremo ad agire. Sappiamo che chiudere un account non cancella automaticamente tutti i dati che una piattaforma ha già raccolto e può conservare secondo le proprie regole. Non fingiamo di poter recuperare retroattivamente un controllo che non avevamo. Possiamo però smettere di alimentare quel sistema, conservare direttamente la nostra documentazione, rendere conto delle somme senza delegare alla piattaforma la memoria dell’esperienza e costruire i prossimi passaggi con strumenti differenti.

Per questo chiuderemo definitivamente l’account GoFundMe di Cupe Vampe, non Cupe Vampe. Continueremo le iniziative già attive. Continueremo a raccogliere e destinare fondi con modalità diverse. Continueremo a rendere verificabili le somme raccolte e la loro destinazione. Continueremo a costruire mutuo aiuto, complicità, relazioni e sostegno concreto insieme a Le Piccole Morti, a Miceliø e alle persone che in questi anni hanno deciso di esserci e continueranno a farlo. Non smettiamo di denunciare e non prendiamo le distanze dal genocidio. Non arretriamo di un passo nell'intento resistente. E non abbiamo intenzione di diventare meno solidali, meno antifascisti, meno ostili alla guerra, all’occupazione, al colonialismo, alle dinamiche capitaliste sfrenate e ai dispositivi di repressione perché gli spazi nei quali ci muoviamo stanno diventando sempre più ostili. Se qualcosa cambia, cambieranno gli strumenti. Mai la parte dalla quale abbiamo scelto di stare. Cominciamo da qui: riportare fuori dalle piattaforme commerciali la memoria delle iniziative; costruire strumenti più autonomi e meno centralizzati; moltiplicare i passaggi diretti; impedire, per quanto ci è possibile, che ogni relazione debba diventare un profilo, ogni comunità un grafo e ogni gesto di solidarietà una riga nel database di qualcun altro.

A chi ha donato, a chi ha condiviso, suonato, organizzato, parlato, lavorato e attraversato Cupe Vampe insieme a noi va il nostro grazie. Quei fondi sono stati molto più della cifra registrata da una piattaforma: sono una delle tracce concrete di persone che hanno espresso l'intenzione più lontana possibile dall'indifferenza. La rete di iniziative costruita attorno a Cupe Vampe continuerà a esistere e a produrre sostegno materiale.

Grazie per questa esperienza insieme. Avanti pure.

 
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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Torta di compleanno con una candelina

Cari amici parrocchiani, il 13 settembre sarà un anno che la nostra comunità “Parrocchie” è attiva con l'istanza Mastodon.

Non è tempo di bilanci, perché siamo ancora agli inizi del nostro cammino e non sappiamo ancora dove ci porterà. Nata per ospitare i gruppi parrocchiali e ogni persona di fede, la nostra comunità si è sviluppata seguendo il sentiero indicato dallo Spirito Santo, diventando uno strumento di evangelizzazione, di fede, di rispetto e di pace.

Sono consapevole che il Fediverso (la galassia di social network della quale siamo una piccola stellina) rappresenta un ambiente per la maggior parte anticlericale, per cui non mi aspettavo accoglienze calorose e tappeti rossi, ma la nostra presenza rispettosa e mai sopra le righe, che ci ha sempre caratterizzato fin dall'inizio, non ha mai portato a chiusure o a scontri di idee.

Ogni comunità cristiana deve stringersi intorno all'Eucaristia, deve avere Gesù come maestro di vita e lo Spirito Santo come guida. Con questi riferimenti, possiamo anche cadere, ma ci rialzeremo sempre, perché abbiamo un Padre celeste che ci rialza ogni volta.

Approfitto per ringraziare Raffaele, mio riferimento spirituale, che mi ha sempre spronato a mettere in pratica le mie folli idee, e lo fa ancora. Ringrazio la mia famiglia, che deve sopportare i miei “sermoni” sulla tossicità dei social media centralizzati. Ringrazio le persone che ho incontrato lungo il cammino, che mi hanno dato consigli utilissimi. Ringrazio chi supporta questo progetto con piccole donazioni mensili. Ringrazio chi non fa parte di Parrocchie, ma ha trovato in noi delle persone rispettose e simpatiche.

Ringrazio don Fabio Rosini che mi scrisse di provarci, e fra Stefano Bordignon, con il quale feci discernimento prima di partire con il progetto.

Infine ringrazio chiunque abbia contribuito, anche solo con una parola di incoraggiamento. Le parole sono importanti, possono segnare il destino delle persone.

Prego e mi affido alla nostra beata Chiara “Luce” Badano, affinché ci dia la forza di seguire le orme di Gesù anche nelle difficoltà.

Cosa succederà nel futuro? e chi lo sa. Al momento l'ambiente della maggior parte delle parrocchie è molto chiuso, triste, e ognuno va per sé. Soprattutto dopo il Covid, non ci siamo più ripresi. Il mio intento, con voi, è di ricucire rapporti, di creare connessioni laddove c'è isolamento. Ricominciamo a parlare con le persone, a chiedere come va, a dare una mano a chi è in difficoltà. Alziamo la testa dal telefono e ricominciamo a guardare le stelle, lo sguardo di chi ci sta vicino. Non dobbiamo fare tutto da soli, il Signore ci aiuterà, il grosso del lavoro lo fa Lui, noi dobbiamo solo dire il nostro piccolo “si”.

Auguri parrocchiani. Namasté

 
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from highway-to-shell

L'universo

Faccio fatica ad addormentarmi poi mi risveglio a metà notte e rifaccio fatica a riaddormentarmi.

Penso al capo che domani mi chiederà di andare in ufficio per parlare con il nuovo collega del Sud Africa. Ma se lui sta in Sud Africa perché devo andare in ufficio? Non posso parlargli da casa? Penso al capo che mi chiederà come mai siamo in ritardo con il progetto P. Gli dovrò rispiegare che dopo avere contattato tutti i fornitori e pianificato le attività nel dettaglio sto ancora aspettando la sua approvazione per effettuare l'ordine. Poi vorrà dei nuovi KPI, perché quelli di prima sono andati fuori moda e comunque a fronte di ogni metrica non ci sarà nulla che lo farà spostare dalle decisioni già prese. Ma se le metriche non servono per prendere decisioni a cosa servono? A Febbraio ha mandato via un consulente che lavorava veramente bene perché i piani alti chiedevano di usare copilot. Dopo alcuni problemi tra Giugno e Luglio è venuto fuori che ci sono ancora dei limiti nell'utilizzo dell'AI ma siccome lui deve fare vedere che risolve problemi con l'AI i nuovi prompt dei dipendenti assomigliano a generami un problema che non ho e poi aiutami a risolverlo (ma risolvilo risparmiando soldi perché al capo non piace che poi spendiamo il doppio di prima in token)

Così siccome ho ancora un mutuo ed i figli all'università penso a quanto sia insignificante tutto questo nella totalità dell'universo

Secondo le più recenti e precise osservazioni, l'universo si è formato circa 13,8 miliardi di anni fa. Il dato si basa sullo studio della radiazione cosmica di fondo (CMB), una sorta di “bagliore” residuo del Big Bang che possiamo ancora osservare. Questa radiazione si è formata circa 380.000 anni dopo l'inizio dell'universo, quando il cosmo si è raffreddato abbastanza da permettere la formazione dei primi atomi e diventare trasparente alla luce. Mappando questa luce fossile con strumenti sempre più precisi, come il telescopio ACT (Atacama Cosmology Telescope), gli scienziati hanno potuto calcolare l'età del cosmo con una precisione dello 0,1%.

La Terra si è formata circa 4,54 miliardi di anni fa. Per metterla in prospettiva con la data precedente: l'universo ha 13,8 miliardi di anni, il che significa che la Terra si è formata quando l'universo aveva già circa 9,2 miliardi di anni. Il nostro pianeta è quindi “giovane” rispetto al cosmo, avendo meno di un terzo dell'età totale dell'universo.

Invece la vita sulla Terra è comparsa molto presto nella storia del pianeta, circa 3,5 – 4,2 miliardi di anni fa.

E l'uomo?

Ecco le tappe fondamentali dell'evoluzione umana: – La comparsa del genere Homo: La nostra storia evolutiva inizia circa 2,4 – 2,5 milioni di anni fa in Africa, con la comparsa della prima specie del genere Homo, l'Homo habilis. – La comparsa dell'uomo moderno (Homo sapiens): La nostra specie, l'Homo sapiens, è molto più recente. Le stime scientifiche più aggiornate, basate su fossili scoperti in Marocco nel 2017, ne fanno risalire l'origine a circa 300.000 anni fa. Questa scoperta ha spostato indietro nel tempo di circa 100.000 anni la datazione precedente, che collocava l'origine della nostra specie intorno ai 200.000 anni fa.

Il mio capo ha 39 anni e non può togliermi il sonno nella sua infinitesimalità.

#scienza #ansia #salute #lavoro

 
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