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from ordinariafollia

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a perdifiato corro e skippo da questa patriarcale gabbia in fiamma ora ch'è caduto il seno dal mio petto non chiamarmi moglie, figlia o mamma.

divido pane ed aria con abietti pari orbi di sorte e zoppi di denari e rifiuto la guerra in ogni forma ma più detesto la schiavitù di norma.

a perdifiato zompo e boosto in questa condizion d'eterno nabbo ora ch'è caduto il pene dal mio basso non chiamarmi marito, figlio o babbo.

divido vino ed aria con chi vuole con chi crede all'infinito senza prove e rifiuto giudizio e rima in ogni modo in ogni tempo, in ogni altrove.

 
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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Sono stato fortunato. Da ragazzo ho avuto diversi sacerdoti ai quali chiedevo le cose più curiose. Specialmente durante i campi scout, c'era il tempo di approfondire gli argomenti, senza inutili distrazioni. Un sacerdote, in particolare, poteva essere considerato la mia guida spirituale. Purtroppo si scontrò con il bigottismo della parrocchia di allora e venne spostato per evitare che divenisse un bersaglio delle malelingue.

Da allora, a parte fra Stefano che purtroppo è lontano, non ho più avuto guide spirituali. Ma quello che è successo a me non è un caso singolo, oggigiorno i sacerdoti sono talmente pieni di impegni che un capo d'azienda ha più tempo libero di loro.

E allora si sta verificando un fenomeno inusuale: sono i laici a fare da guida spirituale per i sacerdoti. Non è raro che io mi trovi a dare conforto a sacerdoti scoraggiati, che non hanno più l'entusiasmo di portare il messaggio di Cristo.

Questo è il tempo in cui i laici possono fare la differenza, in un ambiente cattolico sempre più ristretto e chiuso su sé stesso, l'impegno di persone in cammino può risvegliare le coscienze e riportare alla vera fede, con gioia e con entusiasmo.

Non dobbiamo vergognarci di professare la nostra fede, o di credere in un Dio invisibile. Il Signore è presente sempre nella nostra vita, e lo Spirito Santo ci suggerirà le parole da dire quando cercheranno di ridicolizzarci o di prenderci in giro.

Io credo che chiunque si impegni per portare il Vangelo nel suo piccolo ambito, non debba sentirsi isolato o diverso dagli altri. Non c'è bisogno necessariamente di un sacerdote, ci si può confidare con un amico di vecchia data, con una persona degna di stima, o con un'altra anima che sta facendo un cammino di fede.

Il messaggio è questo: non isoliamoci, non chiudiamo ancora di più le porte per paura di non essere capiti. Non vergognamoci di dire la cruda verità. Non abbiamo timore di portare la Parola del Signore. Cerchiamo di essere luce e non facciamoci spegnere dalle vicende della vita. Il Signore ci aiuterà. Namasté.


«Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce. Non c'è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere». (Lc 8,16-18)

 
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from Giardino Videoludico

La locandina del documentario-evento al cinema

Ritorno all'inizio

Il 22 Luglio 2025 il mondo della musica si è fermato. Il “Principe delle Tenebre”, uno dei padri fondatori dell'Heavy Metal, il leader di una delle band musicali più influenti del XX secolo, il leggendario Ozzy Osbourne, si è spento all'età di 76 anni. Nonostante lui stesso abbia predetto la sua dipartita innumerevoli volte, probabilmente il tempo per lui non era ancora arrivato prima di quel momento. Forse c'era bisogno di un evento, di un istante, di un episodio che lo consacrasse alla storia, che scolpisse la sua memoria in una lapide più di quanto le parole potessero fare. E quel momento è arrivato.

Il 5 Luglio 2025, a Birmingham, si è chiuso un cerchio, proprio lì dove è cominciato tutto alla fine degli anni '60. Uno dei più grandi concerti-evento della storia musicale, l'ultima occasione per celebrare un gruppo monumentale e il suo leader, insieme ad uno sconfinato numero di figure importantissime nella scena musicale degli ultimi 50 anni. Il 5 Luglio 2025 i Black Sabbath e Ozzy Osbourne si sono riuniti per salutare definitivamente il loro pubblico e finalmente congedarsi dopo decenni di successi e di storia in quello che è stato chiamato “Back to the Beginning”.

17 giorni dopo, Ozzy Osbourne moriva serenamente nella sua residenza, circondato dall'affetto della sua famiglia e dall'amore dei suoi fan in tutto il mondo.

A questo punto, il fatto che Sharon Osbourne avesse deciso di far registrare il concerto e di farlo diventare un documentario da proiettare al cinema, assume una connotazione ancora più speciale, perchè rimane a testimonianza dell'ultimo grande desiderio di Ozzy, e anche come tributo alla sua vita, alla sua carriera e alla sua figura da carismatico leader di un'epoca intera. Questo documentario-concerto è arrivato, in esclusiva al cinema e in sole due date, 28 e 29 Ottobre 2026.

Io sono andato a vederlo, e ora vi racconto com'è andata.

Gran parte degli artisti chiamati al concerto

L'uomo di ferro

Il documentario si apre direttamente sulle immagini del concerto e su un'esibizione in particolare, che non si è svolta esattamente all'inizio, ovvero “I don't know” con il nostro Ozzy, il sempre fedele Zakk Wylde alla chitarra, Mike Inez al basso e l'inossidabile Tommy Clufetos alla batteria. La scelta non è del tutto inaspettata, perchè storicamente Ozzy Osbourne amava aprire i suoi concerti con la “Carmina Burana” seguita proprio dal primo brano del suo primo album da solista “Blizzard of Ozz”.

Dicevo che nel documentario è stata inserita come prima performance, ma che in realtà non lo è. Questo perchè è stato scelto di “frammentare” il concerto mostrando le esibizioni in ordine sparso, probabilmente per non lasciare tutto il “meglio” alla fine ma diluirlo nelle 2 ore e 27 minuti di durata.

Nelle successive ore di film, tra un'esibizione e l'altra, sono stati raccontati alcuni retroscena dell'organizzazione dell'evento, voluta fortemente dalla moglie di Ozzy, Sharon, e affidata nella sua direzione artistica al leader e chitarrista dei Rage Against the Machine, Tom Morello. Morello ha dichiarato che avrebbe voluto renderlo il “più grande spettacolo heavy metal della storia” e importante almeno quanto il concerto-tributo a Freddie Mercury.

Tutto l'evento si è svolto nell'arco dell'intera giornata in quanto gli artisti contattati e presenti erano davvero tantissimi. A loro è stato chiesto di portare 2/3 brani della loro discografia e 1 o 2 brani dei Black Sabbath o di Ozzy Osbourne da portare come cover. La scelta delle canzoni è stata piuttosto interessante, sono stati portati molti brani iconici ma anche alcuni meno conosciuti, facenti parte della seconda parte della discografia dei Black Sabbath, quella ricordata meno nel periodo di declino della band alla fine degli anni '70 e sfociata poi nel licenziamento di Ozzy. C'è da dire che molte sono state anche le band o gli artisti che non hanno potuto partecipare per impegni concomitanti (tipo AC/DC) o perchè hanno rifiutato (tipo Robert Plant dei Led Zeppelin).

Cronologicamente parlando, tutta la parte “diurna” del concerto ha visto l'alternarsi di gruppi/artisti invitati all'evento, mentre la parte “notturna” ha visto prima esibirsi Ozzy Osbourne nella sua veste solista, per chiudere poi con 4 brani dei Black Sabbath nella sua formazione completa e originale: Ozzy, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward.

Ben 45000 fortunate persone hanno potuto assistere dal vivo a questo evento, e le telecamere si sono soffermate più volte sui fan urlanti o in lacrime, a testimonianza di un momento molto emozionante per tutti, forse consapevoli già che sarebbe stata l'ultima occasione per vedere il gruppo al completo e Ozzy Osbourne ancora vivo.

Una panoramica del palco e del pubblico dello show

Treno pazzo

Per quanto riguarda gli artisti e la scaletta, e per ovvi motivi registici e di durata, le esibizioni delle guest star non sono state riprodotte integralmente (è possibile trovare la scaletta completa sulla pagina Wikipedia), ma si è dato spazio soprattutto ai brani coverizzati della discografia dei padroni di casa. Questa è la lista delle canzoni e degli artisti che è stato scelto di rappresentare in questo documentario:

  • Mastodon – Supernaut
  • Rival Sons – Electric Funeral
  • Anthrax – Into the Void
  • Halestorm – Perry Mason
  • Lamb of God – Children of the Grave
  • Tom Morello's All Stars (supergruppo A) – Shot in the Dark/Believer/Changes
  • Alice in Chains – Fairies Wear Boots
  • Gojira – Under the Sun
  • Drum-off (Travis Barker/Danny Carey/Chad Smith) – Symptom of the Universe
  • Tom Morello's All Stars (supergruppo B) – Snowblind/Flying High Again/Bark at the Moon/Train Kept A-Rollin/Walk This Way
  • Pantera – Electric Funeral
  • Tool – Hand of Doom
  • Slayer – Wicked World
  • Guns N' Roses – Never Say Die
  • Metallica – Hole in the Sky

Alcune note per quanto riguarda queste esibizioni...

Qualche gruppo ha cantato anche altri brani dei Black Sabbath, come ad esempio i Pantera, che hanno portato la loro celebre cover di Planet Caravan, oppure i Metallica, che hanno portato anche Johnny Blade. E' quantomeno curioso che sia stato scelto di far vedere una seconda esibizione di Electric Funeral anzichè una canzone più iconica come Planet Caravan, oltretutto cavallo di battaglia della discografia dei Pantera. Inoltre, i due gruppi delle “All Stars” di Tom Morello, sono costituiti da tutti quei componenti di altri gruppi che non sono venuti insieme alla band, e sono stati uniti ad altri musicisti per formare dei “supergruppi” temporanei (si possono citare Nuno Bettencourt degli Extreme, Mike Bordin dei Faith No More, David Draiman dei Disturbed, Yungblud, Billy Corgan degli Smashing Pumpkins, Steven Tyler degli Aerosmith ecc..).

Personalmente, mi ha fatto strano non trovare alcuna canzone proveniente dall'album “Sabbath Bloody Sabbath” (nonostante tantissimi artisti sul palco portassero una maglia con il logo del disco), così come trovare ad esempio “Wicked World” (che tra l'altro è già una cover di suo) ma non “Black Sabbath” o “The Wizard”, notoriamente brani più famosi. Chiaramente tutti i pezzi più iconici di “Paranoid” sono stati lasciati ai Sabbath stessi per la loro esibizione finale.

Io personalmente ho apprezzato in modo particolare le esibizioni dei Mastodon, dei Gojira e dei Tool, notevoli anche gli assoli di batteria durante Symptom of the Universe. La cover di “Changes” di Yungblud è stata osannata dalla critica e premiata anche con un Grammy Award. Anche questa un'ottima esibizione, molto lontana dall'originale ma davvero molto sentita da parte dell'artista.

Nella tarda serata, è stato il turno di Ozzy, che ha cantato questi brani:

  • I Don't Know
  • Mr. Crowley
  • Suicide Solution
  • Mama, I'm Coming Home
  • Crazy Train

E a chiusura del concerto, i Black Sabbath con:

  • War Pigs
  • N.I.B.
  • Iron Man
  • Paranoid

Come dicevo, “I Don't Know” è stata scelta come canzone di apertura del documentario, mentre gli altri brani sono stati eseguiti tra una cover e un'altra, tranne “Mama, I'm Coming Home”. Io ero a conoscenza del fatto che fosse stata eseguita, ma arrivato praticamente al termine del documentario pensavo la avessero tagliata, invece hanno deciso di metterla a chiusura di tutto quanto, anche dopo i quattro brani della discografia dei Black Sabbath. La motivazione mi è stata ovvia subito dopo: è stato il momento lacrima. Tutti, sia sotto al palco che al cinema, erano visibilmente commossi nel sentire la sua ballad più famosa a chiusura di tutta la sua carriera, e col senno di poi, della sua vita.

Ozzy sorridente mentre canta le sue canzoni

Non puoi uccidere il Rock 'n' Roll

Ozzy Osbourne era malato da tempo. Dopo decenni di abusi di sostanze stupefacenti e di alcol in maniera oltremodo smisurata, è stato già un miracolo che fosse arrivato alla sua età, ma qualche anno prima della sua morte lo aveva colto una particolare forma di Parkinson che lo aveva prima costretto a diminuire i live, e poi lo aveva ridotto alla sedia a rotelle in quanto non più in grado di stare in piedi. Ma questo non lo ha fermato.

Se c'è una cosa che ho imparato da Ozzy è che lui è il ritratto vivente della resilienza. E' caduto (metaforicamente e letteralmente) decine di volte e si è sempre rialzato, perchè la musica e il suo pubblico erano la sua passione, e la sua famiglia il suo appiglio più importante. Anche in questo caso, forse anche consapevole della fine imminente, ha tentato il tutto per tutto per esserci un'ultima volta, e ce l'ha fatta. Vederlo su quel palco in quelle condizioni è allo stesso tempo meraviglioso e straziante, se non altro perchè nel nostro immaginario collettivo, il Principe delle Tenebre soleva correre e saltare per il palco come fosse posseduto. Guardarlo quindi cantare seduto su un trono fa molta impressione, ma anche molta tenerezza. Più di una volta sembrava sul punto di volersi alzare, e in qualche occasione tutti hanno pensato che ce la potesse anche fare, ma alla fine ha dovuto arrendersi alla sua malattia, che comunque non gli ha tolto il sorriso o la voce, stanca ma lucida e forte.

E' stato difficile seguire quasi 2 ore e mezza di concerto del proprio idolo seduto su una poltrona senza potersi muovere, e difatti io non ce l'ho fatta. L'impulso di cantare e muoversi a ritmo delle chitarre e della batteria, seppur senza disturbare gli altri, è stata più forte della costrizione imposta dal cinema, che ha reso l'esperienza piacevole, seppur lontana dall'emozione provata sotto al palco, emozione che ho potuto provare nel 2013 quando ero in quarta fila al Gods of Metal di Rho, ad urlare a squarciagola le canzoni del suo repertorio.

Glielo dovevo. Mi ha dato tanto, mi ha dato troppo. I suoi dischi hanno accompagnato fasi fondamentali della mia vita e certe canzoni sono letteralmente la colonna sonora di alcune tra le mie più importanti esperienze. Essere lì, con tante persone che lo amano, per lui, mi è sembrato il più doveroso tributo alla sua incredibile carriera. E anche io, alla fine, ho pianto.

Proprio negli ultimi minuti del documentario, la famiglia di Ozzy ha deciso di inserire un contributo molto privato e molto toccante, di un Osbourne papà con suo figlio Jack ancora piccolo, a cui spiega come “ringraziare il pubblico alla fine di un concerto”. Onesta e malinconicamente divertente la risposta di Jack alla domanda di Ozzy “Cosa diresti alle persone che non amano Ozzy Osbourne?“:

“Si fottano, andiamo a casa papà”

Perchè c'è una cosa che tutti noi abbiamo imparato da lui... Per quanto i nostri corpi siano destinati all'oblio, nessuno può uccidere il Rock 'n'Roll!

Il video di "You can't kill rock and roll"

 
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from « Divina Misericordia »

Santa Faustina con sullo sfondo l'immagine della Divina Misericordia
“Santa Faustina con sullo sfondo l'immagine della Divina Misericordia
(Ogni settimana viene pubblicato un pezzetto del diario della Santa)

UNA DURA PROVA

Quando, poco dopo i primi voti mi ammalai e, nonostante l'amorevole e premuroso interessamento dei Superiori e le cure dei medici, non mi sentii né meglio né peggio, allora cominciarono a giungermi voci che mi sospettavano di fingere. E così cominciò la mia sofferenza, che divenne doppia e durò per un tempo abbastanza lungo.

Un giorno mi lamentai con Gesù, perché ero un peso per le consorelle. Gesù mi rispose: “Non vivi per te, ma per le anime. Dalle tue sofferenze trarranno vantaggio altre anime. Le tue prolungate sofferenze daranno loro la luce e la forza per uniformarsi alla Mia volontà”.

La sofferenza più dura per me consisteva nel fatto che mi sembrava che né le mie preghiere nè le buone azioni fossero gradite a Dio. Non avevo il coraggio di alzare gli occhi al cielo. Ciò mi causava una sofferenza così grande che diverse volte, quando ero in cappella per le preghiere comunitarie, la Madre Superiora, finite le preghiere mi chiamava presso di sé e mi diceva: «Chieda, sorella, a Dio grazia e consolazione perché, come noto in realtà io stessa e le Suore mi riferiscono, al solo vederla, sorella, lei suscita compassione. Non so proprio cosa fare con lei. Le ordino di non affliggersi per nessuna ragione». Ma tutti questi colloqui con la Madre Superiora non mi procuravano sollievo, né alcun chiarimento della mia situazione.

Un buio ancora più fitto mi nascondeva Dio. Cercavo aiuto nel confessionale, ma anche li non lo trovavo. Un pio sacerdote avrebbe voluto aiutarmi, ma io ero così degna di commiserazione che non riuscivo nemmeno a spiegargli i miei tormenti e questo mi causava una tortura ancora maggiore. Una tristezza mortale aveva invaso la mia anima a tal punto, che non riuscivo a nasconderla, ma era evidente anche all'esterno. Avevo perso la speranza. La notte diventava sempre più buia.

Il sacerdote dal quale mi confessavo una volta mi disse: «Io vedo in lei, sorella, delle grazie particolari e sono completamente tranquillo sul suo conto. Perché dunque si tormenta tanto?». Ma io allora questo non lo capivo e perciò mi meravigliavo enormemente quando per penitenza mi veniva ordinato di recitare il Te Deum od il Magniflcat e talvolta di sera dovevo correre velocemente per il giardino, oppure ridere forte dieci volte al giorno. Queste penitenze mi stupivano molto, ma ciononostante quel sacerdote non mi fu di molto aiuto. Evidentemente il Signore voleva che Lo adorassi con la sofferenza. Quel sacerdote mi confortava dicendo che in quello stato ero più gradita a Dio, che se avessi sovrabbondato nelle più grandi consolazioni. «Che grande grazia di Dio, sorella, che lei nell'attuale stato di tormenti spirituali non offenda Dio, ma cerchi di esercitarsi nelle virtù. Io osservo la sua anima, sorella; vi scorgo grandi disegni da parte di Dio e grazie speciali e vedendo ciò in lei, sorella, ne rendo grazie al Signore».

Però, nonostante tutto, la mia anima si trovava in un supplizio e in un tormento inesprimibili. Imitavo il cieco, che si fida della propria guida e la tiene saldamente per mano e non mi allontanavo nemmeno un attimo dall'obbedienza, che fu la mia àncora di salvezza in quella prova di fuoco.

 
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from Adry

Ho intenzione di farmi un regalo di compleanno. Voglio regalarmi la morte online. Chiudere tutto: profili, chat, robe nell'internet (praticamente tutte inutilizzate). Voglio accendere il computer solo per le cose che mi serve fare e non per anestetizzarmi davanti a siti che non mi interessano facendo cose che non mi servono solo per far passare il tempo.

In realtà ci sono delle cose che non potrò eliminare, per ora. Gmail la dovrò tenere perché ho ancora troppe questioni in sospeso per le quali vengo contattata tramite quella mail e non posso eliminarla. Però non escludo che appena avrò chiuso queste questioni creerò la mia nuova mail e reindirizzerò tutti al nuovo indirizzo. Inoltre ho un telefono piuttosto vecchio che non è compatibile con sistemi operativi foss perciò mi serve ancora gugol per farlo funzionare. E poi c'è uotsap e tutti i gruppi di famiglia, di amici, di lavoro... Altra cosa che, ahimè, mi tocca tenere. Però più ci penso e più mi rendo conto che ho un sacco di profili che tengo solo perché non c'è un motivo valido per eliminarli, o perché in fondo sono anni che ho quel profilo e sarebbe un peccato chiuderlo, no? E intanto accumulo cose online. Sono un'accumulatrice seriale di profili online.

Ci sono solo due cose che non voglio lasciare: una è la mia libreria virtuale che al momento si trova su goodreads, ma appena trovo una buona laternativa nel fediverso la migro. L'altra è una app di musica. Non ho ancora deciso quale sarà, preferirei non spotify, ma non so se Soundcloud o Bandcamp rispondano alle mie esigenze.

 
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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Buonasera, ho letto con attenzione il documento “Verso una piena presenza”, nel quale vengono dettate le linee di comportamento delle persone di fede che utilizzano i social media. Sono una persona matura, ho 59 anni, e sono nel ramo dell'informatica da quando si usavano le schede perforate e gli elaboratori erano grandi come intere stanze. Vorrei dare il mio contributo, perché credo di avere l'esperienza necessaria per esaminare la questione dei social media in maniera oggettiva e senza preconcetti. Dirò una frase forte, ma tant'è, non ho paura di essere testimone della verità, anche se scomoda. Ebbene, non è possibile fare evangelizzazzione sui social media, almeno non su quelli centralizzati e più famosi. Si possono prendere tutti gli accorgimenti possibili, ma il messaggio del Vangelo sarà sempre svilito, ridicolizzato, nascosto, svuotato e reso vano dagli algoritmi del social stesso. Su queste piattaforme si scrive e poi non si sa dove finirà il proprio scritto. Non si ha il controllo di nulla. Il controllo è in mano alla piattaforma, che decide se mostrare o nascondere quello che si scrive. Il messaggio di salvezza va a finire in mezzo al video del maiale con le corna, o a quello di una crema miracolosa, ed è una cosa orrenda ed inaccettabile. Vogliamo parlare della coerenza? con quale coerenza un sacerdote, una persona di fede, che dovrebbe trasmettere il messaggio di Cristo, sta su una piattaforma il cui proprietario non riesce nemmeno più a contare i miliardi di dollari che possiede. Con quale coerenza si affida il messaggio evangelico a delle piattaforme che stanno coscientemente rovinando i nostri figli ed intere generazioni. Veramente ci stiamo convincendo che possiamo dare testimonianza alla Verità, stando sulla torre di Babele? o vogliamo rimboccarci le maniche e ricostruire Gerusalemme, come ha scritto il Santo Padre nell'ultima Enciclica?

Ricominciare da zero è possibile. Farci i “nostri” social, oggi è possibile ed è alla portata di tutti. Io ho messo una prima pietra, costruendo una “Comunità Digitale” che, semplificando molto, rappresenta un social a tema cattolico. Ma altre pietre si possono aggiungere, per costruire uno spazio veramente etico e pulito, dove le persone interagiscono senza algoritmi, pubblicità e vendita di dati personali. Queste piattaforme, che sono collegate insieme ed hanno un respiro internazionale, non hanno scopo di lucro e sono mantenute grazie a donazioni.

Ripartire è possibile, se si aprono gli occhi e si guarda oltre il proprio telefonino. Insieme possiamo veramente costruire una rete di social cattolici, che seguono i canoni del nostro essere cristiani, e magari trovare una fonte di acqua viva nel deserto della sterilità.

Con osservanza.

 
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from @sirmarcoserra

In memoria di Damasceno Monteiro – Log#05

È lunedì mattina, sono circa le 8.30 e sto andando a lavoro. È inizio ottobre ma porto ancora i bermuda e non capisco in che percentuale sia per questo secco e mite autunno zurighese, o quanto per la mia solita ritrosia nell'accogliere la stagione fredda: ritrosia, quest'anno, particolarmente tenace.

I saggi direbbero: non tutto il male viene per, ma mi pare indorino la pillola. Quel che è certo è che il male viene, da tutte le parti, ed ha una fastidiosa tendenza a rimanere, ad appiccicarsi sulle cose e a corroderle da dentro, come il catrame i gabbiani. Il bene invece, che pure esiste (non credere a chi ti dice che il bene e il male non esistono), mi pare invece che si debba fare un continuo lavoro di manutenzione, per tenerlo, trattenerlo; ma senza forzarlo, altrimenti anche quello poi rischia di andare a male. Per inerzia (o per entropia), le cose tendono a guastarsi, almeno da quando l'essere umano può definirsi tale. Il male è più comodo del bene, meno volatile, più probabilmente irreversibile.

Penso ai buoni della Coop, che mi scadono tra una settimana, e devo usarli prima che non li accettino più; o al latte (no: non posso chiamarlo latte, altrimenti la polizia dei nomi dei cibi mi viene a cercare, l'UE ha iniziato a vietare le parole. Lo chiamerò bevanda) che stava in frigo forse da troppo e ieri mattina aveva un sapore un po' così. L'ho bevuto lo stesso.

Sul tram, leggo gli ultimi capitoli di un libro. Di Tabucchi mi stende il modo in cui i piccoli gesti, le conversazioni sul più e sul meno, si facciano carico di un sottotesto ed un significato che non sempre capisco, ma che so che c'è, e mi dà sollievo pensare che magari se tra altri trent'anni dovessi tornare sulle stesse pagine lo afferrerò di sicuro. Di Tabucchi mi smuove qualcosa dentro quella sequenza di virgole, frasi come vagoni lenti e malinconici in cui il discorso diretto si fonde con la narrazione. – Il treno per Vienna parte da Zurigo alle nove e quindici dal quarto binario, disse l'avvocato, dico bene? Di Tabucchi mi piace il modo in cui narra, senza romanticizzarle, le piccole lotte di resistenza, quelle che tutt× dovremmo cercare di portare avanti in un modo o nell'altro.

Mi correggo: siamo noi ad essere piccolx, non le lotte, soprattutto in relazione a quello contro cui combattiamo. Perché in qualche modo la massa critica del male è sempre maggiore di quella del bene, ed è per questo che le nostre lotte sono spesso perse in partenza; ma per lo stesso motivo, non possiamo lasciar perdere.

Smetto di leggere al cambio mezzo, ma non riprendo quando mi siedo sul secondo bus: non sono ancora pronto per sapere se Damasceno Monteiro avrà giustizia e se quel vigliacco prepotente di Titânio Silva la pagherà, anche se ho un certo presentimento. Ho appena trascorso un fine settimana bellissimo e si sa che i lunedì dopo i fine settimana bellissimi sono i più duri. Domani ne compio 31, indosso i bermuda per andare a lavoro e non sono pronto all'inverno che sta arrivando.


05 ottobre 2026, la solita tratta, Zurigo

 
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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Lettera alla Comunità n. 6: Il poco tempo che resta + la risorsa più scarsa è il tempo che ci resta.

Cara amica, caro amico, bentornati.

oggi ti propongo una riflessione di Mario De Andrade

Ho poco tempo

“Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto ne ho vissuto finora. Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di dolci: i primi li mangia con piacere, ma quando si accorge che ne rimangono pochi, comincia a gustarli intensamente. Non ho più tempo per riunioni interminabili dove si discutono statuti, norme, procedure e regolamenti interni, sapendo che non si concluderà nulla.

Non ho più tempo per sostenere persone assurde che, nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.

Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli. Voglio l'essenziale, la mia anima ha fretta. Senza molti dolci nel pacchetto...

Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane.

Persone che sappiano ridere dei propri errori.

Che non si gonfino di vittorie.

Che non si considerino elette prima del tempo.

Che non sfuggano alle proprie responsabilità.

Che difendano la dignità umana.

E che desiderino soltanto camminare insieme alla verità e all'onestà.

L'essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.

Voglio circondarmi di persone che sappiano toccare il cuore delle persone...

Persone a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi nell'anima.

Sì, ho fretta...

ho fretta di vivere con l'intensità che solo la maturità può dare. Pretendo di non sprecare nemmeno uno dei dolci che mi rimangono. Sono sicuro che saranno più squisiti di quelli che ho mangiato finora. Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza.

Abbiamo due vite, e la seconda inizia quando ti rendi conto di averne una sola.”

(Mario De Andrade)

Grazie per essere qui e per far parte di questo cammino. Un caro saluto,

☩ Fra Stefano

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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Cari amici ed amiche, nell'Enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone lancia una provocazione: cosa vogliamo fare del nostro futuro, della nostra umanità? vogliamo costruire la torre di Babele, confidando nella potenza e nell’orgoglio, o vogliamo avere la pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemìa, “pezzo per pezzo”, custodendo l’umano e il bene comune?.

Durante l'omelia della Santa Messa di oggi, il mio parroco ha esposto le difficoltà del nostro secolo. Chiese che si svuotano, vocazioni sempre più rare, finto ateismo di comodo, cattolicesimo limitato alla Messa o poco più. Ma chi è responsabile di tutto questo? chi sta riducendo i numeri della fede ad una minoranza di persone che vengono anche prese in giro, come bambini che credono ad una favoletta infantile?

I primi responsabili sono i vertici della Chiesa stessa. Lo affermo con convinzione, nel rispetto di Santa Madre Chiesa. Perché la verità non può essere nascosta. Però, dobbiamo dire che anche in passato le cose non erano di certo migliori, anzi. Eppure la fede non ha mai vacillato, il messaggio di Gesù è riuscito ad attraversare i secoli e ad arrivare fino a noi. Quel Gesù di Nazareth, nato senza una casa, senza denaro, in un villaggio che era considerato l'ultimo delle città di Giuda. Quel Gesù amico dei piccoli e dei poveri, che guarda al cuore delle persone, viene celebrato oggi con grandi riti pomposi e sfoggio di stoffe e mitre e bastoni pastorali.

A che serve parlare di povertà, di carità, quando chi parla indossa una stoffa che è costata centinaia di euro. Ma non è questo il messaggio che voglio trasmettere stasera.

Stasera voglio fare una riflessione su coloro che si impegnano, sulle persone di fede, su quelli che materialmente fanno qualcosa per aiutare chi è in difficoltà. In un mondo che diffonde messaggi razzisti, di paura dell'altro, di chiusura, questi angeli sulla terra si impegnano ogni giorno per fornire un pasto caldo, una coperta, una carezza di consolazione. E' questa l'umanità di cui abbiamo bisogno, dalla quale dobbiamo ripartire per ricostruire Gerusalemme.

L'impegno laico sta diventando più trascinante e più convincente di quello religioso. Me ne accorgo tutti i giorni, in Chiesa, nelle strade, sul posto di lavoro. Ognuno pone il suo piccolo mattoncino. Ma c'è bisogno di unità, da soli non si fa molta strada. Solo in gruppo si cammina spediti e si va più lontano. C'è bisogno di aperture, di guardare il volto e il cuore dell'altro, di condividere scelte, paure e a volte anche delusioni e sconfitte. Perché lungo la strada si cadrà, e c'è bisogno di qualcuno che ci rialzi e ci dia la forza di continuare, insieme.

E' questo il tempo di ricostruire Gerusalemme, pezzo per pezzo, pietra su pietra, riallacciando rapporti, costruendo ponti, realizzando connessioni, ritornando a quei rapporti umani, quando parlando ci si guardava in viso e non in basso sullo schermo di un cellulare.

Ognuno di noi si può interrogare con una semplice domanda: cosa posso fare io?

Pace e serenità.

 
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from Adry

2 anni di Marameo. 2 anni di questa nuova vita. Riguardo le foto di quand'era piccino e mi manca. Lo so che è qui con me, ma più passa il tempo più mi manca quello che non potrà più essere. Per questo mi godo ogni istante.

 
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from Adry

Da quando vivo una vita minimalista ci sono alcune cose che ho smesso di comprare e che ho scoperto non mi mancano assolutamente.

  1. acqua in bottiglia; non riuscirò mai a capacitarmi di come sia possibile che esistano persone che spendono soldi per avere una cosa che esce dal rubinetto di casa. E lo so che ci sono realtà in cui l’acqua di casa (ci viene detto) non è sicura, ma cerchiamo di consultare le strutture preposte alle verifiche invece di dare retta a cosa dicono fonti non accreditate.

  2. fast fashion; ovvero tutte quelle firme che ti permettono di portarti a casa una maglietta a 5 euro per poi ritrovarti tutte le cuciture spostate, buchi o un colore diverso dopo il primo lavaggio. Meglio pochi capi, ma scelti con cura, adatti a me, alla mia figura, alla mia personalità, ai miei bisogni.

  3. libri cartacei; le biblioteche sono la più meravigliosa invenzione che l’umanità potesse concepire. Compro ancora qualche libro fisico, ma si tratta di artbook, manuali o libri che mi servono per il lavoro. Per il resto: romanzi, saggi, tutto quello che posso lo prendo in prestito. Il prestito non occupa spazio, non prende polvere e non richiede sacrificio di carta.

  4. cd, dvd, vinili; da quando frequento il fediverso ho scoperto valide alternative open al comprare fisicamente musica, film o serie.

  5. gioielli; ho passato in rassegna la mia collezione di bigiotteria e l’ho decimata. Oggi non ne compro più. I gioielli in oro o argento che non mi piacevano li ho scambiati in gioielleria per acquistare regali.

  6. cibo spazzatura; questa è una scelta che oltre che al pianeta e alle tasche fa bene anche alla salute.

  7. souvenir; quando viaggio non compro più quelle chincaglierie per turisti che servono solo a ingombrare ulteriormente casa. Come se avessi bisogno di un oggetto per ricordarmi di una vacanza, molto meglio le foto.

  8. creme, cremine, lozioni, olii…; più cose ci mettiamo addosso peggio è. La pelle sa già ripararsi e proteggersi da sola. Quando hai una crema per il viso con fattore di protezione solare e una lozione per pulire il viso la sera non ti serve altro.

 
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from Giardino Videoludico

La prima scena del gioco

Ombre nell'oscurità

Nel mondo dei videogiochi, ci sono diversi livelli di difficoltà, così come ci sono differenti modi per un gioco di essere difficile. C'è il puzzle game complesso da risolvere, c'è l'avventura grafica dagli enigmi intricati, c'è l'action game dalle sezioni di combattimento lunghe e faticose... E poi c'è Shadow of the Beast.

Shadow of the Beast è un action/platform del 1989, sviluppato da Reflections Interactive e pubblicato dalla storica Psygnosis inizialmente per Commodore Amiga, e poi convertito per una serie sconfinata di home computer e console, tra cui Atari ST, ZX Spectrum, Commodore 64, Sega Mega Drive e Sega Master System, per fare alcuni nomi.

Nella seconda metà degli anni '80, il fondatore di una software house chiamata Reflections Interactive (fondata nel 1984 con il nome “Reflections”, sviluppatrice di alcuni giochi come Ravenskull o Codename: Droid prima e successivamente di titoli più famosi come Brian the Lion, Ballistix e Destruction Derby, e infine essere assorbiti da Ubisoft per creare la storica serie di Driver), Martin Edmonson, venne affiancato da Paul Howarth per la scrittura e la progettazione di un nuovo videogioco, dall'ambientazione fantasy ed estremamente cupa. Il comparto musicale fu affidato all'ormai consolidato autore e compositore britannico David Whittaker, già creatore di temi per moltissimi videogiochi per home computer nella prima metà degli anni '80 (Lazy Jones, Mayhem, Obliterator ecc...). Shadow of the Beast, nonostante la sua incredibile realizzazione tecnica (di cui parlerò più avanti), è stato sviluppato nell'arco di soli 9 mesi.

Un gargoyle sputa fuoco mentre noi tentiamo di raccogliere la sfera che tiene in mano

Alla ricerca del male

La trama di Shadow of the Beast, come spesso accadeva in quegli anni, viene interamente spiegata nel manuale di gioco: in una terra desolata e popolata solo da mostri e da creature demoniache, il Re delle Bestie e sovrano di Karamoon, Maletoth, incarica il suo braccio destro, il mago Zelek, di rapire un neonato di nome Aarbron e di portarlo da lui per renderlo suo schiavo e assoggettarlo al suo potere. Aarbron viene quindi portato via dalla sua famiglia e condotto da Maletoth, che lo cresce e lo nutre con veleni e altre sostanze tossiche che lentamente lo trasformano in una bestia assetata di sangue, mutandolo nel guerriero più forte e spietato del regno di Karamoon. Passa il tempo e Aarbron è sempre più forte, rafforzando il potere di Maletoth e il suo dominio. Tuttavia un giorno, Maletoth fa rapire il padre di Aarbron per sacrificarlo, e quando il figlio assiste alla sua uccisione, la memoria improvvisamente torna e scatena in quest'ultimo una profonda sete di vendetta nei confronti del suo padrone e della sua intera stirpe di creature immonde. E con la ricerca di Maletoth, ha inizio il gioco e l'avventura di Aarbron.

Ma cos'è Shadow of the Beast?

Difficile da dire. È sicuramente un platform. Ma è anche un beat'em up. Ma è anche un'avventura dinamica. Insomma, è probabilmente un ibrido che potremmo tranquillamente riassumere nel “gioco d'azione”. In particolare, con il nostro personaggio ci troveremo all'interno di ambientazioni che possono essere percorse sia orizzontalmente che verticalmente, piene di nemici di qualsiasi tipo, e avremo la possibilità di muoverci, saltare, abbassarci e tirare pugni. Il nostro scopo è farci strada all'interno di questi ambienti colpendo tutti i nemici che troviamo, raccogliendo oggetti che ci serviranno per proseguire nell'avventura (ad esempio: chiavi per aprire porte, utensili per sbloccare macchinari, torce per illuminare il sentiero ecc..), uccidendo i vari boss di fine livello, per arrivare infine al mostro finale e farlo fuori. Raccontata in questo modo, sembra molto semplice, ma se questo videogioco è annoverato fra quelli più difficili di sempre, un motivo ci sarà, e ve lo spiego subito.

C'è una grande varietà di creature che popolano il mondo di Karamoon, ma hanno tutte una caratteristica comune: si uccidono con un colpo solo. Le uniche che fanno eccezione sono i boss di fine livello, che hanno bisogno di più colpi per essere uccisi. Il problema è che questi mostri sono tanti... Tantissimi. Spesso compaiono all'improvviso, rapidamente, e ci vengono addosso togliendoci un punto energia. Aarbron ha un massimo di 12 punti energia, e quando arriva a 0, muore, ed è necessario ricominciare tutto il gioco da capo (non sono previsti checkpoints o savegames). Non c'è una variabilità nel posizionamento dei nemici, quindi la strategia migliore è ricordarsi quanti sono e dove sono posizionati i nemici, da dove arrivano, e anticipare le loro mosse tirando un pugno prima che possano colpirci. Purtroppo la collisione non è sempre perfetta, quindi bisogna avere un ottimo tempismo, altrimenti si rischia di non colpire ma di venire colpiti a propria volta, e solo chi conosce il gioco sa quanto può essere prezioso anche solo un punto energia. Questo si aggiunge al fatto che alcune trappole, specialmente gli spuntoni o le gocce di liquido che escono dai soffitti o dai pavimenti, presentano una componente randomica, per cui bisogna avanzare lentamente per capire dove compariranno e cercare di evitarli.

Durante l'avventura, potremo raccogliere alcune pozioni, che potranno restituirci tutti i punti energia o solo alcuni, ma non sono distribuite “equamente” all'interno del gioco: può accadere che in una ristretta porzione di livello ci siano così tante pozioni da renderci quasi immortali, così come può accadere che in lunghissime sessioni non si veda una pozione neanche col binocolo e rischiamo la pelle ad ogni passo. È fondamentale, quindi, conoscere le mappe alla perfezione e sapere dove e quando possiamo rischiare di più o di meno.

In alcune sezioni di gioco raccoglieremo dei potenziamenti, che in realtà non ci faciliteranno il gioco, ma saranno obbligatori per uccidere alcuni boss, che altrimenti non avremmo la possibilità di sconfiggere. Inoltre, nelle 6 sezioni che compongono il gameplay di gioco, avremo un livello dove indosseremo un jetpack con fucile annesso, e Shadow of the Beast si trasformerà in uno shoot'em up, dove voleremo e spareremo ai nemici in un'ambientazione “aliena” piena di creature volanti, laser e trappole.

Si tratta quindi di un gioco basato sulla memoria temporale e muscolare, che richiede tanta pazienza e forza di volontà per poter arrivare fino alla fine, che comunque si raggiunge con non più di 30 minuti se si conoscono i percorsi e il posizionamento degli oggetti fondamentali per andare avanti. Per fare questo, però, sono necessari decine di tentativi e di fallimenti, tanto che, a lungo andare, quello che sembra un platform orientato all'azione finisce per diventare quasi un rhythm game, in cui è importante conoscere esattamente l'attimo in cui colpire.

Il boss con più fauci del livello shoot'em up

Piani scorrevoli e armonie iconiche

Tecnicamente, possiamo parlare solo bene di Shadow of the Beast. Chiarisco che sia necessario riportare tutto al tempo in cui il gioco è uscito, ovvero la fine degli anni '80: in questo senso, il lavoro grafico fatto da Martin Edmonson e Paul Howarth è magistrale, con 12 diversi livelli di parallasse che restituiscono un bellissimo senso di profondità, una risoluzione di 320x200 a 16 colori di palette base, ambientazioni particolareggiate e ricche di oggetti passivi a contorno di ciò che invece è attivo, come le trappole e i mostri. Il parallasse sfruttava la tecnologia del Commodore Amiga chiamata “Dual Playfield”, che consentiva di gestire un doppio livello di oggetti, uno nel background e uno nel foreground, potendo contare su 8 colori per ciascun livello (ad esempio, all'esterno il background è costituito dalle nuvole, dalle montagne e dall'erba, mentre il foreground dagli alberi e dalle rocce). Il resto degli elementi, quindi il protagonista, i nemici e gli oggetti attivi sono invece degli sprites animati, più o meno presenti a seconda di quanti elementi dello sfondo siano presenti a schermo in quel momento. A volte è stato necessario sacrificare il numero di nemici a schermo a fronte della numerosa quantità di oggetti in background, ma bisogna ricordare che tutto ciò, a differenza dello standard, veniva gestito ad una incredibile frequenza di 50Hz (che significa 50 frames al secondo) senza un singolo frame drop.

Le creature sono tante e diverse tra loro, ma soprattutto spiccano per la differenza di dimensione: troviamo mostri piccoli e insignificanti come lumache, melme o pseudovermi, e nemici giganti che riempiono da soli metà dello schermo, oltre ovviamente ai boss che spesso coprono l'intera schermata di gioco. Da questo punto di vista, Shadow of the Beast non delude, passando da ambienti esterni come boschi o montagne, ad interni come caverne e castelli, tutto costruito su basi solide e piacevoli da attraversare e percorrere.

La colonna sonora, creata da David Whittaker, si compone di 12 tracce, tutte molto accattivanti e ben fatte, con alcuni brani che sono rimasti nella memoria collettiva e anche “coverizzati” (come il brano “Welcome” o la intro). Sappiamo bene che, soprattutto su Commodore Amiga, le musiche erano una parte importante nello sviluppo di un videogioco, e questo è ancora più accentuato nella saga intera di Shadow of the Beast, le quali accompagnano Aarbron nella sua quest scandendo i suoi passi e celebrando le sue vittorie (ma anche e soprattutto le sue sconfitte).

I vari livelli di parallasse del gioco

Una pesante eredità

Come ho accennato nell'introduzione, Shadow of the Beast è stato sviluppato principalmente (ed è anche la versione migliore) per Commodore Amiga, ma dato il suo iniziale successo, è stato convertito per una serie sconfinata di sistemi... Vediamo brevemente le loro caratteristiche:

  1. Atari ST: convertita da Eldritch the Cat, è una versione lenta e senza musica;
  2. Commodore 64: convertita da DMA Design (Lemmings, Grand Theft Auto), è una versione sicuramente più fluida di quella Atari ST, il SID garantisce un buon comparto musicale ma non permette di avere contemporaneamente effetti sonori e musica, gli sprite sono poco renderizzati;
  3. ZX Spectrum: ad opera di Gremlin Graphics, i movimenti sono fluidi ma i nemici sono indistinguibili dai fondali, tecnicamente si poteva fare meglio;
  4. Amstrad CPC: conversione diretta da ZX Spectrum, meno fluida di quella ma nettamente più colorata;
  5. Atari 8-Bit: solo un prototipo, non è mai stata completata
  6. Sega Mega Drive (europea): ad opera di WJS Design, ha meno colori, meno nemici e la musica non è neanche lontanamente comparabile a quella Commodore Amiga, ma contempla un punteggio per chi è amante dell'high score;
  7. Sega Mega Drive (giapponese): sempre WJS Design, ma ha un design e musiche migliori, e ha una bonus cutscene finale dove Aarbron riacquista parte della sua forma umana (preludio al secondo capitolo);
  8. FM Towns: convertita da Creative Assembly, ha una grafica più cartoonosa, una musica meno immersiva ma presenta una serie di cutscenes inedite;
  9. PC Engine CD: anche questa creata da DMA Design, ha meno livelli di parallasse ma alcuni elementi grafici aggiuntivi nei fondali. Inoltre mantiene le cutscenes della versione FM Towns, ha alcuni colori in più, un gameplay più bilanciato e il protagonista ha più animazioni;
  10. Atari Lynx: convertita da Digital Developments, presenta sezioni platform e puzzle aggiuntive con un sistema di inventario, oltre ad alcuni boss extra e un redesign generale. Inoltre migliora le collisioni e ha una difficoltà più bilanciata. Risulta essere una delle conversioni migliori;
  11. Sega Master System: ad opera di TecMagik, ha molti meno nemici, ambientazioni più vuote, controlli meno responsivi e collisioni imperfette, ma presenta un sistema di inventario e alcune animazioni di Aarbron che respira, e come in quella Sega Mega Drive, alla fine del gioco torna umano;
  12. Super Nintendo: convertita da IGS e rinominata Super Shadow of the Beast, è rimasta solo a livello prototipo in quanto mai approvata da Nintendo ed è molto diversa dall'originale anche nel level design ed ha molti bug;

Il successo del primo capitolo diede origine a due seguiti e un remake, oltre ad alcuni cloni:

  1. Shadow of the Beast II uscì l'anno successivo, ma oltre ad aumentare la difficoltà e risultare pressoché interminabile, fu anche un passo indietro tecnicamente parlando ed è ricordato come l'episodio peggiore;
  2. Shadow of the Beast III, al contrario, uscito nel 1992, calibrò pesantemente la difficoltà risultando come il più bilanciato della saga, e tecnicamente replicò (e per molti versi migliorò) i fasti tecnici del primo capitolo, risultando a tutt'oggi il miglior capitolo della saga intera. Gli stessi sviluppatori, a fronte dell'uscita di questo capitolo (l'unico esclusivo per Commodore Amiga), ammisero che il primo capitolo, così terribilmente difficile ma anche così bello tecnicamente, fu concepito più come una grande “tech demo” che come un videogioco nel senso più significativo del termine;
  3. Nel 2016 venne pubblicato un remake del primo capitolo in esclusiva per PS4, ma oltre a cambiarne significativamente il gameplay, non fu apprezzato tecnicamente e ad oggi è ricordato con un videogioco dimenticabile e non all'altezza del nome che porta;
  4. Nel 1991 uscì Wrath of the Demon sviluppato da Abstrax e pubblicato da ReadySoft, un clone che potremmo definire “spudorato”, il quale non solo provava ad imitare lo stesso tipo di parallasse e lo stesso smooth scrolling, ma aveva lo stesso gameplay e lo stesso compositore musicale (David Whittaker), il quale per l'occasione fece una colonna sonora assolutamente sovrapponibile a quella dell'originale;

Un buon inizio

Ma allora, se Shadow of the Beast è così difficile e ha un gameplay così dimenticabile, perché è rimasto nella memoria storica di molti videogiocatori dell'epoca e ad oggi è ricordato come una “esperienza”?

La risposta è semplice: Shadow of the Beast, con il suo comparto tecnico innovativo e avanzato si impose sul mercato per essere un titolo accattivante nel panorama dei videogiochi del periodo, e segnò un passo in avanti nell'immersione del videogiocatore, che ne fu catturato, contribuendo a creare una sfida tecnologica che molte software house si impegnarono presto a superare.

Recuperarlo oggi può essere piacevole per il giocatore di una certa età che ha vissuto quel periodo storico, ma difficilmente un giovane potrebbe approcciare a Shadow of the Beast con la passione e la dovuta perseveranza che richiede.

Il boss finale: il piede di un gigante!

 
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from ordinariafollia

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mi sono trafitto sopra una pira funebre, sono stato sacrificato da mio padre per un posto alle dipendenze dello Stato, di notte disfo la tela tessuta di giorno, cucino e disegno

nulla di nuovo per questa domenica in settembre che deve solo cominciare e poi finire.

sorseggio verdicchio freddo guardando le tue vele scomparire all'orizzonte, folgorato sulla via della pensione preferisco il peplo alla cravatta, dopo venti anni di musica avrò imparato a ballare da solo? scrivo e poi sogno

nulla di nuovo per questa domenica italiana che passa perché non sa restare.

 
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from Adry

Che cos’è (per me) il Minimalismo?

Molto probabilmente ne avrete già sentito parlare in rete. Quasi sicuramente lo avrete trovato associato a foto di case vuote, asettiche, dai colori che vanno dalla gamma dei bianchi al beige, molto probabilmente abitate da giovani donne bianchissime, magrissime, “acqua e sapone”*, con una crocchia di capelli biondo platino elegantemente disordinata…

Ebbene l’estetica minimalista può piacere (non nascondo che a me piace molto) ma non è questo il Minimalismo™.

Minimalismo vuol dire prendere coscienza dell’immagine di noi che vogliamo dare tramite le cose che possediamo. Capire se questa immagine ci riflette davvero. E realizzare quanto della nostra vita, del nostro tempo, della nostra serenità abbiamo sacrificato per avere ciò che abbiamo oggi e se ne sia o meno valsa la pena.

Userò come esempio il guardaroba perché è forse l’unica cosa che accomuna ogni essere umano di quello che definirò il mondo occidentale. Ci troviamo spesso ad avere miriadi di capi che teniamo pur non usandoli per i più disparati motivi: perché è un regalo, perché è carino anche se non mi sta, perché l’ho pagato tanto… spesso perché non mi ricordavo neanche di averlo. Ma tutto ciò che non indossiamo è solo ingombro. Conosco persone che hanno armadi stracolmi di vestiti, al punto da non avere spazio per metterne di nuovi. E poi indossano sempre le solite cose. Due o tre maglie che alternano con due paia di pantaloni. E spesso sono anche cose di scarso valore, trasandate. Magari hanno nell’armadio cose graziose, che gli starebbero meglio, e che valgono di più, ma vanno sempre “sul sicuro” coi soliti capi. Io ero una di queste persone.

Il punto è che tutto ciò crea una condizione di frustrazione anche se inconscia perché sentiamo di avere il nostro spazio (e di conseguenza la nostra mente) ingombro di cose che sfuggono al nostro controllo.

È scientificamente dimostrato che uno spazio ingombro e disordinato è fonte di stress. L’armadio è un luogo fisico che apriamo ogni giorno (più o meno), vogliamo davvero che quello che vediamo sia caos, oggetti alla rinfusa, uno spazio ingombro?! Le nostre case (o stanze se viviamo con la nostra famiglia) sono lo specchio della nostra personalità. Che immagine vogliamo vedere ogni volta che apriamo l’armadio? Che immagine vogliamo che le nostre scelte ci rimandino?!

Oltre al benessere psico-fisico il minimalismo porta con se anche l’effetto collaterale non trascurabile del risparmio di denaro.

Ma è sul risparmio di materiali (spazzatura) che mettiamo in circolo che personalmente cerco di concentrami di più.

Quando è successo che l’essere umano ha sviluppato il “bisogno” di possedere 10 (quando è parsimoniosə) maglioni? 50 magliette? 10 paia di jeans?!? Il consumismo è ciò che ha creato quel mostro ingoia-pianeta che è la fast fashion. Non farò nomi di aziende ma sappiamo tuttə quali sono. Una T-shirt non può costare 5,99 euro. Non è matematicamente possibile. A meno che non si tagli pesantemente sui materiali e sui costi di produzione. Tagliare i costi di produzione vuol dire che da qualche parte nel cosiddetto sud del mondo c’è un uomo, una donna o molto più probabilmente unə bambinə che lavora 16 ore al giorno per 2 o 3 dollari alla settimana in un edificio privo delle più basilari norme di sicurezza e benessere. Persone che muoiono giovanissime per tumori sviluppati a causa dei vapori degli agenti chimici usati per lavorare tessuti scadenti, pieni di micro-plastiche, che finiranno per inquinare il pianeta. E no, non sono i “rischi del mestiere”. Perché l’alternativa sicura c’è. È solo che costa troppo per chi vuole vendere T-shirt a 5,99 euro guadagnandoci l’80%.

Io penso spesso a quello che resterà di me dopo che avrò lasciato questo pianeta. Mi preoccupo di cosa troveranno lə miə eredi nel mio armadio, ma anche nel mio computer. E mi preoccupo dell’impatto che avrò avuto, pur nel mio piccolo, sull’ambiente. E quando parlo di ambiente mi riferisco sia alla natura, sia alle vite di coloro che verranno dopo di me. Che non sono per forza i miei figli, ma chiunque dovrà ripulire dopo che me ne sarò andata. Siamo su questo pianeta per pochi anni e io voglio lasciare il minimo di immondizia possibile. Tanto so che niente di quello che possiedo verrà con me nella bara.

Mi rendo conto che forse ho concluso il mio discorso in modo un po’ nichilistico. Dopotutto alcunə aspirano giustamente a lasciare allə propriə eredi una casa, dei possedimenti materiali che rendano loro la vita più agevole. Ma vogliamo che lə nostrə eredi trovino una casa pulita, un piccolo scrigno di tesori, magari gioielli, investimenti... o un armadio pieno di stracci che dovranno preoccuparsi di smaltire?

*ho messo “acqua e sapone” tra virgolette perché la ragazza acqua e sapone non esiste, mettetevela via signori. L'acqua e sapone è solo un sapiente uso di trucco e parrucco

 
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from CollettivoCasamatta

Una Germania polarizzata

Die Linke vince per la prima a Berlino, l’AfD arriva in testa alle elezioni in Sassonia Anhalt e Mecklenburg Vorpommern e il governo Merz si ritrova sempre più in crisi. Queste settimane anche in Italia si è raccontato di una “Germania definitivamente scossa” sul piano politico. Spesso però nei telegiornali italiani si assiste ad analisi schematiche e poco scientifiche che non riescono a spiegare una situazione non semplice, perché incapaci di approfondire le cause dell’attuale polarizzazione della Germania. Prima di tutto bisogna ricordarsi che non ci sono soltanto i successi dell’AFD, ma che esiste anche una buona parte dei giovani tedeschi che guarda sempre di più nella direzione di una sinistra in fase di cambiamento. Basta osservare la crescente presenza di giovani gruppi rossi in tutta la Germania – che stanno prendendo il sopravvento sul classico antifascismo autonomo tedesco degli anni 90 e 2000 – oppure le nuove generazioni che entrano in sindacati o partiti portando al loro interno posizioni piú conflittuali. È chiaro che l’ascesa dell’estrema destra e l’afflusso nei movimenti sociali hanno purtroppo due pesi molto diversi, ma anche a sinistra in Germania l’aria sta cambiando ed è giusto ricordarlo. Solo in questa settimana c‘è stata la „Automobilaktionstag“ (Giornata di azione automobilistica) dei lavoratori e lavoratrici del settore automobilistico: lunedì 21 settembre più di 175.000 lavoratori e lavoratrici hanno portato la loro rabbia nelle strade contro i “piani di produttività” previsti dai colossi automobilistici tedeschi; oggi, 25 settembre, è previsto lo sciopero studentesco nazionale contro la leva militare obbligatoria e domani, 26 settembre, la mobilitazione nazionale contro le riforme pianificate dal governo Merz per questo autunno. Le mobilitazioni sono una risposta diretta a uno Stato che cerca palesemente di salvare un capitalismo tedesco in stagnazione colpendo ancora più drasticamente la classe lavoratrice, gli studenti, gli attivisti e chiunque possa essere considerato un peso per una Germania ormai vulnerabile.

Ma facciamo un passo indietro e puntiamo un secondo i fari sull’ economia tedesca che soprattutto in questi ultimi quattro anni sta passando un periodo anomalo se paragonato agli anni precedenti, specialmente quelli dal 2010 fino al 2017. Negli ultimi tre anni, il PIL tedesco ha registrato una crescita negativa per due anni consecutivi (2023 e 2024) per poi tornare a crescere soltanto dello 0,2% nel 2025. Anche qui bisogna chiedersi il perché. E la risposta la troviamo soprattutto negli elevati costi energetici di oggi (prima del 2022 gran parte del gas naturale e petrolio era importato dalla Russia a costi più bassi), nella concorrenza enorme da parte della Cina e nel fatto che, per molti investitori, la Germania ha perso di attrattività a causa di alcuni settori della sua industria che non hanno investito abbastanza rapidamente nella digitalizzazione, nelle nuove tecnologie e nei nuovi modelli di business, non riuscendo di conseguenza ad aumentare sufficientemente la propria produttività. In questo momento la mutata situazione economica e l’incertezza anche politica in Germania sono due fattori che la rendono un luogo di fatto meno attraente per un capitale che ha bisogno di tenere bassi i costi di produzione e alti i profitti ricavati dal commercio. Soprattutto per quanto riguarda i due mercati prima fondamentali per “il modello di export tedesco”, ovvero Cina e USA, il declino è evidente. La Cina da anni si è trasformata da importatrice di prodotti tedeschi a vera e propria concorrente che cerca di guadagnare quote di mercato. Dall’altra parte ci sono i dazi statunitensi nei confronti dell’Unione europea che hanno alterato le dinamiche commerciali tra le due aree, riducendo la competitività delle esportazioni europee nel mercato statunitense. Nel primo trimestre del 2026, le esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti sono state inferiori del 12,1% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente; per quanto riguarda le automobili e i loro componenti, il calo ha raggiunto addirittura il 28,4%. Per cercare di mantenere la produttività c’è stato un taglio drastico dei posti di lavoro nell’industria tedesca negli ultimi due anni, soprattutto nel settore automobilistico. Solo nel 2025 l'industria tedesca ha visto una perdita di 177.000 posti di lavoro.

Come afferma il cancelliere tedesco Friedrich Merz, lo Stato tedesco agisce per “riportare in avanti la Germania”. Tradotto significa che si cerca di abbassare i costi di produzione per rendere di nuovo la Germania un luogo dove vale la pena investire, dove i profitti non siano a rischio. Bisogna ricordarsi che il lavoratore tedesco attualmente è tra i più cari al mondo è questo lo si deve anche alle conquiste storiche della classe lavoratrice che tutelano chi dipende dal salario, almeno fino a un certo punto. Ed è proprio qui che il governo tedesco sta aprendo un “nuovo” fronte. Per la verità, nemmeno tanto nuovo, perché sono anni che i vari governi tedeschi approvano leggi che mettono ulteriormente in difficoltà chi già è colpito da precarietà economica. Ma dall’ anno scorso l’attacco da parte del governo nei confronti della classe lavoratrice per salvare questa macchina arrugginita è stato ancora più drastico. Un esempio è la nuova “Grundsicherung” , un sostegno minimo garantito dallo Stato per chi non riesce a mantenersi con le proprie risorse, da molti anni (in diverse forme) esistente in Germania, che però ora prevede per la prima volta un eventuale annullamento dei servizi in caso di un reinserimento tardivo nel mercato di lavoro. Questo autunno è previsto un pacchetto di riforme che i sindacati tedeschi definiscono il più grande attacco allo stato sociale dall'agenda 2010, passato col governo Schröder (SPD). Sono previsti tagli alla sanità pubblica e alla pensione, nel settore della cura e un impoverimento importante delle tutele sul posto di lavoro. Tutto viene giustificato dalla “non-sostenibilità” dello stato sociale che secondo il governo ha bisogno di essere rivisto. Questa retorica viene diffusa mentre lo stato tedesco sta investendo miliardi nel settore bellico. Precisamente, si tratta di un aumento del 108% delle spese e investimenti in questo settore da parte dello stato tedesco soltanto negli ultimi 6 anni. Nel frattempo in Germania due famiglie (Schwarz – Lidl, Kaufland; Boehringer/von Baumbach, proprietaria della farmaceutica privata Boehringer Ingelheim) possiedono una cifra superiore alla ricchezza dell’intero 50% meno abbiente della popolazione tedesca. L’1% piú ricco possiede quasi quindici volte tanto quanto la metà più povera del paese. Il 17% della popolazione tedesca si trova a rischio di povertà e, aggiungendo anche il parametro dell’esclusione sociale, in Germania un bambino su cinque è a rischio di esclusione sociale a causa di precarietà economica familiare. Da anni, anche per quanto riguarda l'area fiscale, le fasce più ricche della popolazione sono favorite, mentre il “cuscinetto sociale” per chi ne ha bisogno è messo a dura prova. Un esempio tra tanti è il fatto che dal 1° gennaio 1997, l’imposta sul patrimonio non viene più riscossa. La Corte costituzionale federale tedesca aveva stabilito nel 1995 che il modo in cui veniva applicata era incostituzionale, perché i diversi tipi di patrimonio – in particolare gli immobili e il patrimonio finanziario – venivano valutati in modo diverso. Da allora non è stata introdotta una nuova imposta sul patrimonio. Ovviamente, la tassazione dei grandi patrimoni era ridicolmente bassa ma in ogni caso l‘abolizione di questa legge sul piano pratico è emblematica di una politica che si piega davanti alla borghesia tedesca, e non soltanto da ieri.

La giusta insoddisfazione e la rabbia di una gran parte della popolazione tedesca crea così anche un terreno fertile per forze reazionarie, come l’AfD, anche in mancanza di una vera rappresentanza per la classe lavoratrice a livello parlamentare. È vero che al momento si sta formando un’ala piú socialista dentro Die Linke, ma questo partito, per quanto riguarda la linea nazionale e i vertici, non è una forza politica capace di fronteggiare l'ascesa della destra nel Paese proprio perché non si oppone radicalmente alle cause che hanno portato sempre più precarietà economica e sociale nel Paese, limitandosi troppo spesso soltanto a condannare l’Alternative für Deutschland e andando a braccetto con i grandi partiti del centro e centro-sinistra dentro la cosiddetta “Brandmauer”, un’alleanza dei grandi partiti democratici uniti in chiave anti-AfD. Purtroppo, dentro il partito, l’ala che segue una linea politica non abbastanza conflittuale è ancora in maggioranza e così viene offerto spazio politico all‘AfD, che può presentarsi come forza anti-establishment. Non è un caso che ampie parti della classe lavoratrice alle elezioni in Sassonia-Anhalt hanno dato il proprio voto al partito di estrema destra. Si tratta di un trend comune in tutta la Germania, anche perché i partiti moderati di sinistra vengono giustamente percepiti come parte dell’establishment contro il quale si vota. Questo conferma che l’unico modo per vincere contro la destra e riguadagnare le masse legittimamente insoddisfatte e arrabbiate è di seguire una linea politica conflittuale, in opposizione non solo con la destra ma con tutto l‘apparato politico degli ultimi decenni che ha portato in questo caso la Germania in una situazione economica e sociale molto più precaria. E qui arriviamo alle elezioni di Berlino della domenica scorsa. Perché nella capitale tedesca Die Linke è riuscita a vincere le elezioni per la prima volta? Un motivo è la composizione comunale e regionale del partito che a Berlino permette una linea più conflittuale e così più rappresentativa delle masse popolari della città. La crescente precarietà economico-sociale e la questione abitativa erano le due tematiche principali della campagna elettorale di Die Linke. È chiaro che in una città strangolata dai prezzi folli delle abitazioni, il programma elettorale di Elif Eralp, che prevede espropriazioni di grandi proprietà immobiliari privati, può funzionare: perché l'unica risposta possibile alle problematiche create dalle politiche (neo-)liberali é quella socialista, in grado di ostacolare un mercato che porta inevitabilmente a crisi, in questo caso a quella abitativa. Nello specifico, Il programma di Die Linke prevede di trasferire gli appartamenti delle grandi società immobiliari (quelle con oltre 3.000 alloggi a Berlino) a un ente pubblico/collettivo. Gli inquilini rimarrebbero nelle loro case, ma gli appartamenti verrebbero gestiti con l’obiettivo di mantenere affitti accessibili, invece di massimizzare il profitto da parte dei proprietari privati. Tra i principali gruppi interessati ci sono grandi operatori come Deutsche Wohnen/Vonovia. Si parla di circa 200.000–220.000 abitazioni. La Linke fa riferimento con la sua proposta al referendum del 2021 di Berlino, in cui il 59,1% dei votanti si espresse a favore della socializzazione dei grandi patrimoni immobiliari. Questa misura prevista dal programma elettorale, come anche le mense di quartiere e il cosiddetto “Sozialticket” per i mezzi di trasporto, ci mostrano come con parole d‘ordine di stampo socialista si possono vincere delle elezioni. Chiaro che die Linke non è un partito rivoluzionario, ma la sua ala più conflittuale e rappresentante delle masse popolari, sta cercando in questo caso di portare una città molto più a sinistra. Le prossime settimane ci diranno se il partito sarà cederà alle pressioni di CDU, SPD e Verdi oppure se riuscirà finalmente a dettare una sua linea.

Sarà interessante soprattutto vedere come si evolverà il movimento a sinistra in Germania. Questo sabato, 26 settembre, la sinistra tedesca scenderà per le strade protestando contro i previsti tagli allo stato sociale. Dalla militanza anticapitalista e rivoluzionaria alla sinistra riformista, un forte movimento di piazza occuperà quindici grandi città. Si spera che queste mobilitazioni contribuiscano a far comprendere definitivamente alla classe lavoratrice tedesca l’importanza della lotta e della partecipazione collettiva, indirizzandola nella direzione di una conflittualità reale, l‘unico modo di garantire nel futuro prossimo una società più libera e solidale.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

A una settimana e mezza dall'inizio della scuola, va tutto bene.

V-A T-U-T-T-O B-E-N-E

E non me ne capacito.

Cioè in realtà sì, me ne capacito: 10 anni che semino, finalmente raccolgo.

Comunque è strano, ed è strano bello.

Mi sento tanto amato dalle mie persone care, ivi comprese persone con cui pomicio (e anche altro). Il me adolescente si commuove ogni volta che becco, per caso o per appuntamento, una delle mie amicizie del quartiere e parliamo della qualunque gironzolando nel parco o svaccandoci sulle panchine (o facendo pipì nel laghetto, ehm ehm): finalmente questa vita non è più un sogno remoto che sublimavo nelle sit-com. Il me bambino si sente riconosciuto e accudito, perché tante questioni si sono concluse e ho finalmente iniziato un percorso di logopedia, ed è stato assurdamente bello fare gli esercizi di prima diagnosi sapendo che dall'altra parte il Doc si stava occupando di me. Nella mia nuova scuola, mi sento a mio agio, energico e propositivo, e spero di stare impostando bene il lavoro con le mie testoline matte, questi adolescenti cui voglio offrire strumenti per stare bene nel mondo e levare più che posso lo stress da performance.

Oggi a scuola abbiamo ripulito un armadio dai libri di testo vecchi e tarmati e mi sono un po' perso via a leggere i capitoli finali di una storia della letteratura italiana, ovviamente dedicati alla morte dell'Intellettuale come alta funzione sociale e all'ascesa del postmoderno e della comunicazione di massa, con Roberto Saviano e l'autofiction posti a ultima frontiera artistica e due paginette a testa di ghetto femminile per Elena Ferrante, Michela Murgia e Patrizia Cavalli. Non un cenno, ovviamente, né alle scritture e auto-scritture della classe operaia fra il Miracolo Economico e il lungo Sessantotto, né alla letteratura militante cyberpunk prima e solarpunk poi, né allo sdoganamento del romanzo di formazione fantastico, né al citizen journalism inaugurato da IndyMedia, men che meno alle possibilità della letteratura elettronica, al fumetto “colto” lanciato per lo meno da Dino Buzzati nel '69, e ai quasi quattro decenni di poesia italofona che si esprime nelle forme dell'hip-hop (a tal proposito, date assolutamente un occhio a questo saggio dellx mix amicx Ellis).

A inizio della quinta superiore, io volevo fare la tesina di maturità sull'“Intellettuale che forma il senso civico”, mettendo in piedi un apparato comparativo fra Lucio Anneo Seneca, Luciano di Samosata, Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, George Orwell e John Ronald Reuel Tolkien, ma entro Gennaio ebbi la buona idea di restringerla a un “John Tolkien aedo dei tempi moderni”. Quel sogno di una ricerca su vasta scala però non è mai andato via del tutto, come dimostra la mia biblioteca personale, e mi piace pensare di averne un po' fatto la mia tesi di dottorato informale presso l'Università della Strada (sic sigh); oggi, dopo aver sfogliato quel manuale così miope, ho scritto una poesia che credo possa costituire un articolo intermedio in peer review... se non addirittura la mia tesi finale.

Perché come mi dice Ellis, come mi ha fatto presente un apprezzamento su Mastodon (grazie Jay, mi hai commosso), e come voglio comprovare alle mie classi, bisogna scrivere.

Perché ancora compongo

23 settembre 2026, 11:35 circa

Certo che le mie poesie non salveranno il mondo: per quello servirebbero tutte le gabbie vuote mille ghiacciai ricomposti e zappe e fucili in mano alle ultime.

Le mie poesie salvano me innanzitutto e cantano questa mente torbida e un corpo storto ed elastico sciocchezze risate corse appetiti orgasmi e pianti.

Poi, talvolta, io penso le mie poesie soccorrono te che ci ritrovi dentro l'anomalia contenta e la piazza elettrica, il bisogno sacrosanto di tumulto il lutto per chi abbiamo perso le alte grida solenni di festa lo schiocco dei baci in 3 o 4 il gesto beffardo di chi sullo spiazzo alza ancora il medio od il pugno ai padroni nel palazzo.

Le mie poesie non salvano un bel niente perché la salvezza non spetta al presente: cantano rabbia ed amore e i nostri progetti di diserzione, d'insurrezione.

Cantano il sogno di mille altri mondi.

 
Continua...