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from Does GLaDOS dream of electric sheeps?

Le porte dell'ascensore si aprirono e Joseph Connorway entrò all'interno della Soglia, sezione Freak Events Task Force, con un passo lento. Aveva il cappotto appoggiato sul braccio destro, mentre con la sinistra si stava togliendo la borsa a tracolla, quando urtò una delle scrivanie degli agenti speciali. Non disse niente, non salutò nessuno, non prima di essere entrato nel suo ufficio, oltre il laboratorio di ricerca, e di aver riposto la sua roba. Per chi lavorava nella Task Force già da un po', era piuttosto inusuale che Connorway fosse distratto. Solitamente era di fretta: “c'è sempre una faccenda burocratica da sbrigare. Sempre”. Per questo la dottoressa Cory, che come ogni mattina era vicino al ripiano della cucina, versò del caffè in due tazze e si avvicinò al collega. “Tieni Connorway, prima di addentrarti nella tua tana e addormentarti sulla scrivania, bevi questo”, la dottoressa Cory gli mise in mano la tazza bollente e lo obbligò a sedersi. Dopo aver preso un sorso, Connorway sembrò rilassarsi e fece qualcosa a cui pochissime persone potevano dire di aver assistito. “Sai Cory, oggi sono un po' distratto, credo di aver fatto un sogno riguardo il mio primo caso”. La dottoressa fissò allibita il collega, quasi le avesse detto di aver scoperto la relazione tra viaggio nel tempo e la pausa bagno: stava per condividere un momento della sua vita e durante l'orario di ufficio? Assurdo. “Intendi il tuo primo caso per la Task Force?” 
”No, intendo il mio primo caso nella vita, fortunatamente privo di avvenimenti strambi. Ero al liceo e ho aiutato un amico che stava per finire in prigione” “Non sapevo avessi amici”, gli rispose Cory, che nel frattempo si era quasi strozzata per ridere della sua stessa battuta. Pessima battuta, pensò Connorway, ma decise di ignorarla. Quella mattina si sentiva in vena di condividere. Anche perché non c'era molto da fare e la Task Force era in un periodo un po' morto. “Ho avuto pochi amici, uno dei primi è stato David Wallace, che in una giornata di fine marzo era stato accusato di aver rubato dei soldi alla scuola. Ovviamente non poteva essere stato lui, era mio amico e io non frequento malviventi”. Cory roteò gli occhi senza nascondere il disappunto per lo smisurato ego di Connorway, ma non poteva sprecare questa preziosa occasione. Gli chiese di raccontare e Connorway cominciò.


Era circa mezzogiorno e io e David stavamo per uscire dalla lezione di scienze, dopo aver concluso un interessantissimo esperimento sull'accelerazione angolare. La professoressa Sheila Ferguson, una donna sulla quarantina dagli abiti troppo larghi per il suo esile corpo, gli chiese di riportare gli strumenti elettronici utilizzati per gli esperimenti di fisica. Il liceo di Blythville non era molto grande e tutti gli oggetti di valore, la strumentazione e quant'altro, venivano tenuti in una sola stanza. David prese le chiavi dalla professoressa e portò al suo posto il carrello. Io nel frattempo andai in mensa e ci ritrovammo dopo una decina di minuti per pranzare assieme e andare all'ultima lezione del giorno. Era una giornata come un'altra e non c'era nulla di diverso dal solito: compiti, un giro al paese e poi di nuovo a casa per cenare e guardare Battlestar Galactica. Anche il giorno dopo sembrava l'ennesimo uguale agli altri. Come ogni mattina incontrai David nel parcheggio, vicino alle bici e andammo agli armadietti discutendo dell'episodio della sera precedente. Arrivammo all'armadietto che non avevamo neanche commentato il colpo di scena finale, quando cominciarono le stranezze. Un'occhialuta e impacciata Debby Kirkwood si mise a parlare con David. Non era strano perché eravamo entrambi degli sfigati, era strano perché Debby era stata la migliore amica di David prima di mettersi con Martin Strutt, la stella promessa della squadra di football, nonché ex-migliore amico di David. Non ho mai capito bene cosa fosse successo, ma da trio, David tagliò i ponti facendoli diventare un duo. Poco tempo dopo Martin e Debby si misero insieme. Comunque, lei gli chiese come stesse e altre domande molto specifiche. Per essere la sua ex-migliore amica sembrava piuttosto interessata a cosa avesse fatto nell'ultimo periodo e la conversazione andò avanti fino al suono della campanella. Me lo ricordo bene perché nel frattempo mi stavo annoiando talmente tanto che mi misi a parlare dell'episodio con Freddy il puzzolente. Lui era più sfigato di noi, se non lo avessi capito dal soprannome. Entrai in classe con David e seguirono un paio di interminabili ore di Storia, prima che il preside Byrne non diede l'annuncio all'interfono con voce un po' affannata: le lezioni erano sospese fino al giorno dopo. Non fece in tempo a finire la frase che il secondo dopo sembrava di essere all'ultimo giorno di scuola da quanto baccano c'era. Ragazzi e ragazze che urlavano e correvano via dalla classe a tutta velocità. Anche io e David ci alzammo per andarcene, ma all'uscita ci bloccò una figura corpulenta e dai lunghi baffi. Il preside fermò David, mentre a me disse di andare avanti. Loro due, invece, sarebbero andatati nel suo ufficio. Cominciarono a camminare, ma io rimasi immobile. Sentii il mio corpo ribaltarsi e il mio cervello attivarsi. Pensai che forse era successo qualcosa ai genitori di David. Forse il padre aveva avuto un incidente in auto, d'altronde viaggiava molto per lavoro. Sì, non c'era altra spiegazione logica. In quel momento successe una cosa molto strana, probabilmente dovuta all'adolescenza: nonostante fossi ligio alle regole, decisi di seguire di nascosto David e Byrne per capire cosa fosse successo. Quando ripresi coscienza dei dintorni ormai tutti se ne erano andati e nel corridoio c'ero solo io. Corsi per mettermi in coda agli ultimi studenti che stavano uscendo, ma invece di dirigermi al parcheggio, feci il giro dell'edificio, saltai la siepe che divide il parco degli studenti da quello degli insegnanti e mi diressi sul retro. Il giardiniere Willy di solito lasciava la scaletta per potare gli alberi vicino la rimessa, la usai per arrampicarmi fino al primo piano e spiare all'interno della stanza del preside.

David era seduto su una sedia, mentre il preside era in piedi vicino all'insegnante di educazione fisica, Tusk. Nessuno sembrava essersi accorto della mia presenza, soprattutto David, che al momento fissava il pavimento con gli occhi sbarrati. Non era che la conferma di quello che avevo pensato: ai suoi era successo qualcosa di grave. Ma cosa c'entrava Tusk? Pochi millisecondi dopo, arrivò la risposta. Quando Tusk parlò, era furioso, ma soprattutto brandiva un cacciavite in maniera minacciosa nei confronti di David. Non mi dovetti neanche appoggiare alla finestra per sentire le parole che mi fecero capire che la situazione era più grave del previsto. “Wallace mi devi dire dove sono finiti quei soldi, è inutile continuare questa pagliacciata. Il cacciavite e le chiavi della stanza erano nel tuo armadietto. Avresti dovuto organizzare un piano migliore se non volevi farti beccare. Ora dimmi dove sono i soldi e chiederemo alla polizia di non metterti in galera per più di una notte”. Non potevo credere che David avesse rubato dei soldi. Non avrebbe avuto motivo per farlo. Entrambi odiavamo ardentemente il football, ma David non aveva problemi di soldi e per quanto ne sapessi non era cleptomane. C'era decisamente qualcosa che non tornava, qualcuno lo aveva incastrato e io, in qualità di studente geniale e amico di David, lo avrei aiutato a uscire da quella storia.

 
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from stefanostaccone

(e la centralizzazione non è neutrale)

Spesso si parla delle IA come se fossero entità astratte. Alcuni utilizzatori invece le umanizzano, chiamando il proprio assistente con nomi divertenti. Spesso in definitiva l'utilizzatore scrive il prompt, preme invio e ottiene quello che vuole, fine.

Quello che i più ignorano è che quella risposta è il risultato di una catena fisica: server, rete, alimentazione, raffreddamento, sistemi ridondanti. Un elemento aggiunto alla catena, ancora più ignorato, ma il cui uso è estremamente impattante e l'uso delle acque dolci. Se guardiamo la realtà per quella che è, emerge la verità nuda e cruda: l'IA non è una semplice tecnologia informatica ma una catena industriale che ha un impatto materiale devastante incorporato nella sua architettura.

Nel mio percorso lavorativo passato e attuale (non per flexare, ma per dare contesto, ho un dottorato in ingegneria meccanica, specializzazione energia e ambiente), è capitato di ricevere richieste di progettazione di componenti meccanici per sistemi di raffreddamento di datacenter dedicati a carichi IA. Quello che già è noto dall'esterno diventa ancora più chiaro quando si è un addetto ai lavori. Nel corso del tempo gli impianti sono diventati sempre più grandi, con richieste energetiche da gestire sempre maggiori. La crescita dell'IA si traduce in maniera diretta e concreta in diversi punti tutti con comune denominatore: i componenti aumentano di taglia, le portate crescono, i sistemi aumentano di ridondanza, la manutenzione più critica. Questo perché la crescente densità di potenza da gestire e la richiesta di uptime (tempo in cui l'apparato resta ininterrottamente acceso) non lasciano alternative.

La crescita infrastrutturale con cui ho introdotto l'argomento non è un semplice dettaglio da addetti ai lavori, ma è esattamente il cuore della questione etica. Mentre si discute di bias (pregiudizi generati lato dati e addestramento) e allucinazioni (risposte dell'IA che sembrano plausibili ma sono del tutto errate), si sta ignorando quello che a mio avviso è il nodo cruciale del sistema che lega ogni problema accennato: centralizzazione dei dati e del calcolo.

La conseguenza diretta è che come effetti collaterali, oltre alle problematiche energetiche strutturali, si è normalizzata la cessione di dati e know how (tecnico, artistico) come se fosse il prezzo inevitabile da pagare, con la promessa del miglioramento della nostra vita.

C'è da dire che sono stati bravi a farci ingoiare la pillola, e noi l'abbiamo mandata giù troppo facilmente. Generalizzando, abbiamo accettato che per usare l'IA dobbiamo consegnare contenuti, processi, documenti, conversazioni, competenze, foto, immagini, arte, a piattaforme terze senza alcun consenso informato reale, e senza controllo effettivo su conservazione dei nostri dati e riuso. E se ci opponiamo, alla fine con il web scraping ottengono comunque dati senza consenso.

Se vogliamo (e mi chiedo, la vogliamo?) un'IA che sia compatibile con una società libera, con privacy e limiti fisici, dobbiamo parlare di infrastrutture alternative. Anche qui, la parola chiave è sempre la stessa: decentralizzazione.

Questo è il primo articolo dove scrivo quello che so sul tema, andando a analizzare il costo energetico dell'IA, il costo dell'infrastruttura (il cui impatto sul mercato dei componenti per pc non è trascurabile), il ruolo del raffreddamento e il tema dell'acqua, il movimento dei dati come costo energetico e rischio per la privacy.

Primo costo: il calcolo

Questo è il costo che probabilmente tutti riescono facilmente a immaginare. Usando però terminologie più specifiche, il training delle IA (addestramento con dati, anche i nostri) e l'inference (utilizzo dei dati attraverso un modello che trae conclusioni) richiedono una potenza sempre maggiore. Il training non si ripete tutti i giorni, quindi si sostiene un costo una tantum, un evento in sostanza. Il suo costo però è enorme. L'inference ha un costo per singola richiesta. E' definibile basso, ma continuo, cumulativo e scalabile. Si hanno miliardi di richieste giornaliere.

Questi concetti ci sembrano estremamente nuovi, in realtà la teoria è ben conosciuta da molti anni. Quello che è necessario sottolineare è che l'informazione digitale non è astratta quando la manipoli nel mondo reale. R. Landauer (1) mette un punto fondamentale: il calcolo non è gratis dal punto di vista fisico. In sintesi, Landauer mostra che: – finché un’operazione logica è reversibile (in principio), può essere eseguita senza un minimo obbligatorio di dissipazione; – quando invece un’operazione è logicamene irreversibile (tipicamente: cancellare o “resettare” un bit, cioè comprimere molti stati possibili in uno solo), allora si perde informazione sullo stato precedente; – questa perdita di informazione implica, per i principi della termodinamica/statistica, una dissipazione minima di calore nell’ambiente: almeno Q≥k B T ln2 per ogni bit cancellato.

Semplificando il discorso, in pratica: il limite non dice quanta energia consumano i computer di oggi (che stanno molto sopra), ma stabilisce un limite fisico inferiore e collega in modo rigoroso informazione ↔ entropia ↔ calore. È uno dei pilastri concettuali di tutta la “termodinamica dell’informazione”.

Secondo costo: il raffreddamento (e l'acqua dolce)

Abbiamo appena collegato il calcolo con la produzione di calore. Questo significa che dal punto di vista impiantistico è necessario raffreddare i sistemi. Se i sistemi crescono, gli impianti aumentano e più calore significa più gestione termica. Il raffreddamento è la parte meno interessante per i non addetti ai lavori, ma è quella che decide la scalabilità. Per dare dei numeri, è sufficiente pensare che attualmente se una GPU consuma 500 watt, è necessario smaltire per effetto joule la stessa quantità di calore. A questo va aggiunto il consumo di CPU, RAM, storage, alimentatori, ventole, pompe. Il risultato pratico per chi progetta è spesso una direzione univoca: impianti più grandi e robusti, componentistica dimensionata per portate e condizioni più spinte.

Il costo mascherato di tutto questo, oltre al conto energetico, è proprio legato al fatto che il raffreddamento implica il consumo di acqua dolce, direttamente o indirettamente. Non tutti i datacenter sono uguali, quindi i consumi di acqua possono variare, ma basta esaminare dove i più grandi sono costruiti e subito si capisce che l'acqua dolce è fondamentale e che le condizioni climatiche migliorano le performance dei sistemi di raffreddamento.

Per chi fosse interessato anche ai numeri, uno studio molto citato che ricostruisce in modo critico le stime globali dei consumi energetici dei data center è quello di Masanet et al. (2). Sul tema specifico dell’IA e acqua, negli ultimi anni ha fatto discutere Ren et al. (3), che prova a rendere visibile un costo che spesso non compare nel “conto economico” dell’utente finale. Gli studi sono di qualche anno fa e la situazione ad oggi è senz'altro peggiorata.

Non voglio però spaventare, ma responsabilizzare. Quando una tecnologia cresce e richiede più energia e più raffreddamento, non si può nascondere la cosa come se fosse un semplice dettaglio tecnico. E' un vincolo fisico che influenza i costi, localizzazione degli impianti e impatti ambientali decisamente non trascurabili.

Terzo costo: movimento dei dati

L'attuale modello dominante di oggi è semplice. Che sia da pc o da applicazioni, si raccolgono i dati/richieste, vengono mandati a un cloud, si ottiene un output. Per l'utilizzatore è apparentemente molto comodo e dal punto di vista per economia di scala è potente. Questo però ha due conseguenze inevitabili. Prima conseguenza: lo spostamento dei dati consuma energia e richiede una specifica infrastruttura. Non è il semplice viaggio di un pacchetto, ma usando termini tecnici e semplificandone in maniera estrema il significato, abbiamo: – ingest (processo che l'ia usa per analizzare e capire i nostri dati); – storage (non semplici hdd, ma sistemi complessi per immagazzinare l'immensa mole di dati gestiti in maniera estremamente veloce); – replicazione (copia degli stessi dati in più posti per sicurezza o velocità); – caching (memorizzazione temporanea in aree di memoria per accesso più rapido); – logging (registrazione di attività, eventi e accessi) – retrieval (recupero dei dati quando servono). Il movimento dei dati è energia travestita da software. Più l'IA è centralizzata, più quel movimento diventa parte strutturale del sistema. Seconda conseguenza: se i dati escono dai nostri sistemi, la privacy non è una proprietà ma solo una promessa (non mantenuta). Abbiamo normalizzato la cessione dei dati. Che siano documenti, codice, progetti, processi aziendali, know how, conversazioni personali, immagini, disegni, musica, arte in generale. Spesso li abbiamo caricati per comodità, divertimento, o necessità lavorative perché “altrimenti non funziona”. L'abbiamo fatto senza consapevolezza di cosa viene registrato, per quanto tempo, chi lo vede, come viene utilizzato, se viene riutilizzato per scopi terzi, se diventa training data, se diventa metadato. L'architettura centralizzata crea un incentivo per il sistema, quindi i dati diventano il suo carburante. Il carburante è prezioso, quindi qualcuno lo accumula. Se qualcuno lo accumula, qualcuno accumula potere. Per questo motivo la decentralizzazione non è un capriccio ma è una risposta razionale se vogliamo ridurre l'impatto energetico, proteggere la nostra privacy e know how, e evitare di restare intrappolati e dipendenti da questi sistemi.

Quarto costo: infrastruttura e componenti (e il mercato retail che resta a secco)

L’IA centralizzata non richiede solo energia e acqua: richiede hardware, in grandi quantità e con cicli rapidi. Si pensa che la vita utile di un datacenter sia inferiore a 5 anni, e che il loro costo in funzione della vita utile non permetterà mai di rientrare nell'investimento (questo apre il discorso della “bolla” ma non ne parlerò qui). Quando una parte crescente della produzione di componenti ad alte prestazioni viene assorbita dai data center, succedono tre cose: – Se la domanda industriale cresce più velocemente della capacità produttiva, qualcuno resta senza componenti. Chi ci rimette quindi è il mercato retail che ha meno potere contrattuale rispetto ai grandi acquirenti. – Ammesso che la catena di fornitura regga, la pressione sulla domanda sposta prezzi e disponibilità/priorità. L'utente consumer se ne accorge subito: componenti più costosi, hw di qualità destinato altrove. Pensiamo a Crucial che proprio in questi giorni ha deciso di non vendere più RAM al mercato consumer per girare tutto verso l'uso sulle IA. – Se l'accesso al computer diventa un problema di capitale e di contratti, allora stiamo pagando non solo maggiori costi sui componenti, ma stiamo delegando la capacità di sperimentare e innovare a una minoranza di attori. Questo è un problema sia di concorrenza che di libertà tecnologica.

La centralizzazione non prende solo i dati, prende anche una parte crescente del diritto di calcolare.

Decentralizzare è un obiettivo tecnico e morale

Si parla spesso di IA come fosse un oggetto immateriale e neutrale. Non lo è e qui ho voluto mostrare che ha un corpo composto da energia, raffreddamento, acqua, infrastruttura. Ha una direzione politica incorporata: centralizzare dati e calcolo. Questo impatta negativamente sull'ambiente, sulla nostra privacy, sul nostro potere tecnologico. Se vogliamo un'IA compatibile con la privacy e con i limiti fisici del mondo reale dobbiamo smettere di pensare all'IA come fossimo destinati inevitabilmente a subirla, ma trattarla come un'opzione. Se e dove ne abbiamo bisogno, dobbiamo progettare un futuro dove l'IA è più distribuita, locale e misurabile.

1 – Landauer, R. (1961). Irreversibility and Heat Generation in the Computing Process. IBM Journal of Research and Development. 2 – Masanet, E., et al. (2020). Recalibrating global data center energy-use estimates. Science. DOI: https://doi.org/10.1126/science.aba3758 3 – Ren, S., et al. (2023). Making AI Less “Thirsty”: Uncovering and Addressing the Secret Water Footprint of AI Models. arXiv. Link: https://arxiv.org/abs/2304.03271 4 – Shehabi, A., et al. (2016). United States Data Center Energy Usage Report. LBNL. PDF: https://eta.lbl.gov/publications/united-states-data-center-energy 5 – Parrondo, J. M. R., Horowitz, J. M., Sagawa, T. (2015). Thermodynamics of information. Nature Physics. DOI: https://doi.org/10.1038/nphys3230

 
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from « P a r r o c c h i e »

O Beata Chiara Luce, che ci hai mostrato come si ama veramente Gesù Abbandonato, tu che ci hai salutato con un “Ciao”, segno che non te ne sei mai andata dalle nostre vite, aiutaci ad affrontare le piccole e le grandi sofferenze della nostra vita terrena, prendici per mano quando il dolore ci sta portando lontano da Gesù, fa che la tua presenza viva ci ricordi ogni giorno che un sorriso porta luce e gioia, come tu l’hai portata nel cuore di chi ti vuole bene.

Regalaci la tua benedizione e aiutaci a vedere il volto di Gesù.

Amen

 
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from Ore liete


Siamo quasi alla fine dell'anno, sono fuori tempo massimo o troppo in anticipo per la sua prossima iterazione, ma ora posso scriverne. Per le festività natalizie andavamo da mia zia, pranzo o cena che fosse, e il mio giorno preferito era quello della vigilia, seguito dall'ultimo dell'anno. Intanto, sono del Sud: non mi pare proprio sia una consuetudine nazionale, ma sotto una certa latitudine c'è il cenone della vigilia. E la preparazione iniziava il pomeriggio, con la preparazione delle anguille, le sfuggevoli anguille. La casa di mia zia stava nel centro storico, che in molti paesoni brutti del Sud è un modo falso e gentile per riferirsi alla zona più degradata e abbandonata, un agglomerato di case mangiate dall'umidità e dallo sfacelo, inghiottite dal buio, l'unico tipo di casa alla portata dei più poveri. Due piani, giù una stanzetta di pochi metri quadri collegata a un cucinino ancora più stretto e al salone, l'unico locale di una metratura approssimativamente umana. Al piano di sopra si accedeva da una scala ricavata da putrelle di ferro, queste sì solide (probabilmente, se il terremoto del 1980 fosse capitato più vicino, quelle putresse sarebbero state l'unica cosa a salvarsi di quell'isolato marcio). Sotto il triangolo disegnato dalla scala, lavorava mio nonno quando faceva il ciabattino. Sì, in uno spazio ridicolo che oggi forse associamo di più alle immagini di Kowloon, uno spazio risicato anche in altezza ed era un attimo alzarsi e picchiare la testa su una putrella di ferro. Al piano di sopra, la stanza da letto e il bagno.

Mia mamma e mia zia se ne stavano quasi tutto il tempo nel cucinino, iniziando col litigare con le anguille, che erano sempre e comunque vive e istintivamente, naturalmente portate alla sopravvivenza. Era il regno della frittura, c'era anche il baccalà, e tutti quanti dovevano starne fuori e accontentarsi del puzzo del fritto e dello sfrigolio dell'olio.

Era tutto buio, sostanzialmente: la casa era al piano terra di un palazzo tra palazzi, il sole vi faceva capolino soltanto per poco, quel che rifletteva dalle pareti una volta bianche delle mura circostanti. Ogni locale doveva accontentarsi di una lampadina o di un neon, tranne il salone che si meritava addirittura un lampadario. La sensazione complessiva, però, era di quel buio che non si riesce a sconfiggere.

Il riscaldamento... parola grossa, comunque dalla cucina arrivava un certo calore e nello stanzino d'ingresso c'era una stufetta elettrica che faceva il possibile; solitamente, a quelle stufette prima o poi si rompe uno degli elementi riscaldanti e quelle nostre erano sempre così. Probabilmente, in qualche misura ci aiutavano anche le lampadine, le lampadinacce di una volta, quelle che consumavano quanto un forno elettrico e illuminavano quanto un cero votivo. Più avanti, la stufetta venne sostituita dalla stufa a gas col bombolone, che solitamente finiva proprio in quei giorni.

Su quelle stufe, comunque, ci accendevo i fitti-fitti. Si chiamano stelline nel resto d'Italia, nel napoletano stelletelle o, più comunemente, fitti-fitti. Avrete capito di cosa stia parlando, ma so essere ridondante e specifico: quei bastoncini composti da un'anima di filo di ferro immersa in una qualche miscela chimica che, innescato il fuoco, si concretizza nella distribuzione copiosa e gioiosa di scintille nel raggio di una ventina di centimetri, esaurendosi in un rumore caratteristico. Bottigliette di champagne a parte (quelle cosine di plastica col filo che sbuca), era l'unico fuoco d'artificio a cui avessi accesso. Mio cugino, più grande, poteva dilettarsi con una scatolina di miniciccioli da far durare tutto il periodo delle feste, facendoli esplodere nel cortile del palazzo, ma in famiglia non siamo mai stati amanti di questa barbarie. Champagne, fitti-fitti e miniciccioli, basta: inoltre, non è che avessimo soldi in eccesso da bruciare.

Poi c'erano i cartoni animati: più o meno sempre gli stessi titoli: come oggi abbiamo Una poltrona per due, all'epoca c'erano i film di Asterix, dei Puffi e dei robottoni di Go Nagai. Mi faceva impazzire di meraviglia vedere Devilman e Mazinga Z insieme, oppure, Goldrake coi Mazinga, le spalle comiche e gli altri personaggi mischiati e immischiati. Sulle reti private, invece, era consuetudine trasmettere un cartone animato russo, con la principessa delle nevi. Non il giorno della vigilia, probabilmente, ma in quel periodo e mi piaceva guardare anche quello. Insomma: tra le sortite in cucina a spiare cosa bollisse in pentola o friggesse in padella, i robottoni, Asterix che prendeva a sberle i Romani, i Puffi e i fitti-fitti, quel pomeriggio non sembrava finire mai, ma poi finiva, tornava mio zio da lavoro, faceva il macellaio, e ci si metteva a tavola dopo poco.

Il cenone della vigilia è a base di pesce e il primo piatto erano spaghetti con vongole o lupini (vongole se ci sentivamo particolarmente ricchi), poi fritto di anguille e baccalà, frutta secca e dolci. Le varie pietanze erano intervallate/accompagnate dalla classica insalata di rinforzo e dai finocchi, questi “per sgrassare”. L'insalata di rinforzo era, appunto, un'insalata di cavolo bollito, alici salate, olive verdi e nere, cipolline in agrodolce, papaccelle (strisce di peperoni tondeggianti, grossi al massimo quanto un pugno, marinati in aceto, spesso anche piccanti), altri vegetali... si chiama di rinforzo perché, successivamente, ci finivano dentro gli avanzi, come per esempio i pezzetti di baccalà avanzati. Il contenitore dell'insalata di rinforzo andava avanti e indietro dalla vigilia al primo dell'anno. Poi la frutta secca: noci, arachidi, mandorle, nocciole, ceci e semi di zucca tostati. Datteri, fichi bianchi e neri, oggi si trovano solo quelli bianchi. Prugne secche. I dolci, con roccocò, mustaccioli e anginetti. Solitamente li compravamo già fatti, ma mia zia si provava, ogni anno, coi roccocò, sempre con lo stesso risultato: erano duri come la pietra. Li portava in tavolta e lo scambio di battute seguente era sempre lo stesso:

- Ho fatto i roccocò, ma quest'anno, chissà come mai... - ... sono venuti un poco duri.

Era mio padre quello che si occupava di far notare la cosa e, effettivamente, erano buoni per piantare i chiodi. Così mangiavamo quelli comprati altrove, mentre quei pezzi di marmo finivano inzuppati nel latte, nei giorni a seguire, o mangiucchiati dalle dentature più audaci.

Poi c'era la tombolata, e si rideva quando a dare i numeri (letteralmente) era mio zio, che si diceva un gran bevitore, capace di resistere a chissà quanti litri di vino, in realtà era già ubriaco dopo mezzo bicchiere e partivano racconti militareschi di imprese epiche e avventure in posti esotici che neanche Sandokan, quando tutto quello che aveva fatto, e che avrebbe fatto per la vita che gli restava, era andare dalla casa alla macelleria e ritornare. Un bicchiere intero e partivano le canzoni e i balli, ma si faceva il possibile per non arrivare a questi estremi. Il panariello poi passava a mia zia, che ha sempre avuto una vista pessima, solo parzialmente mitigata dagli occhiali spessissimi, ogni numero era un'incognita o una runa da decifrare. Lo stesso numero sembrava uscire più volte e bisognava ricontrollare, quei giri di tombola duravano troppo più del dovuto.

Infine, pandoro o panettone, più frequentemente il primo (c'era sempre qualcuno non mi piacciono i passeri (l'uva passa), i canditi, la glassa è troppo dolce...); li facevamo scaldare davanti alla stufa/stufetta, qualche volta dimenticandoceli pure. Difficilmente si aspettava la mezzanotte, lo spumante lo stappavamo con un certo anticipo e la scatola del pandoro/panettone me la portavo sempre a casa, perché ci ritagliavo una feritoia per gli occhi e diventavano gli elmi di Guerre Stellari. Il tipico mascherone di Darth Vader rosa Bauli.

Anche il cenone dell'ultimo si concludeva con un certo anticipo: era meglio non trovarsi in strada nel momento cruciale, perché il resto della popolazione non si limitava a champagne, fitti-fitti e miniciccioli.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Questo articolo è una prosecuzione ideale di A proposito di guru laici, autenticità e utopia; raccomando caldamente di recuperarsi la “scorsa puntata”.

Le ferie con Unicorn Overlord

Sono le vacanze di Natale, e sei attaccato ai videogiochi. C'è un impero dispotico che ha sottomesso tutto il mondo conosciuto, grazie a una magia nera che fa il lavaggio del cervello agli oppositori e li riduce a docili servi del regime. C'è un legittimo principe dai capelli blu a capo di una piccola banda di guerrieri lealisti, con in pugno un'arma segreta: un anello sacro, una reliquia del culto del Padre Celeste, la cui carica mistica può sciogliere l'ipnosi dell'imperatore malvagio. Ci sono piccoli gruppi di insorti irriducibili sparsi per tutto il mondo, dalla foresta lussureggiante degli Elfi alle tundre gelate dei Feridi, tutti messi all'angolo dalla repressione imperiale... tutti perfettamente capaci di riprendersi e vincere, se al momento giusto il nobile principe arriverà a colpire il nemico dove fa più male e a ribaltare le sorti della battaglia.

Sono le vacanze di Natale e stai liberando dalla tirannide un mondo di codice dove sono solo i soldati imperiali a morire, i ribelli si riprendono sempre, e dove l'interfaccia ti preavvisa prima chi prevarrà in uno scontro fra due battaglioni. E dove ci sono abbastanza risorse naturali, pronte alla raccolta, da rimettere in sesto l'economia di tutti i borghi che l'impero ha devastato e ultratassato, assicurando un benessere pan-continentale attraverso un'economia pre-industriale.

Fin qui va tutto bene...

In casa tua.

Fuori di casa tua, nel mondo di atomi, i più ricchi e potenti Stati del mondo sono tutti già in mano a despoti guerrafondai, in ciascun Paese la repressione arresta sfratta e ammazza, e non c'è nessun Padre Celeste a donarci il miracolo salvifico. A ben guardare, non abbiamo nemmeno il principe carismatico benedetto dal Signore Iddio che possa guidare la guerra di liberazione: abbiamo i vari tiranni pronti a sganciarsi le bombe atomiche l'uno contro l'altro. E la nostra economia potrebbe robotizzarsi e assicurare benessere diffuso, invece ci sta trascinando verso l'inabitabilità del pianeta.

Però fin qui tutto bene...

Fra il manganello e la cattedra

Qui nel mondo di atomi, sono cinque mesi che qui in Italia i nostri simpatici despoti mussoliniani demoliscono quelle che, a loro giudizio, sono le cittadelle dei ribelli facinorosi: a luglio, qui a Milano, il centro sociale Leoncavallo è stato espugnato a sorpresa mentre la piazzaforte era bella che vuota (e molti sarcastici complimenti ai suoi difensori assenteisti); pochi giorni fa, a Torino, l'Askatasuna è caduto sotto un assalto di proporzioni bibliche, e in effetti quello spiegamento di armati è servito a ricacciare indietro una tentata controffensiva. Da bravo sinistronzo abitante delle metropoli, sono colpevolmente ignorante di cosa accade in provincia, ma il passaparola delle staffette parla di nubi addensate su tutto il Triveneto, di tempesta lungo il medio Adriatico dalle Marche all'Abruzzo, di una morsa che si stringe nel cuore di Roma attorno al Forte Prenestino; ma se tutte le strade portano ancora a Roma, e se il Forte è il centro sociale più grande d'Europa, il sacco del Forte segnerebbe la disfatta di tutto quel mondo che crede a un'alternativa rispetto alle gerarchie finalizzate al lucro, un'alternativa fatta di autogestione e condivisione.

Ma esiste davvero, quel mondo alternativo?

No raga, perché ora vi invito a dare un occhio alle valutazioni della cosa (per altro, proficuamente discordanti sul alcuni punti) che propongono Valerio Mattioli su «Rivista Studio» e Christian Raimo su «Jacobin Italia» (e grazie all'Archivio Grafton9 per la segnalazione degli articoli!).

Letto? Bene

La percepite anche voi, questa patina di distanza e astrazione nell'analisi, questo mantenere il discorso su un piano teoretico e cerebrale, tutto a parlare di “laboratori culturali”, “glitch nella matrice urbana”, “desiderio”, “dispositivo immaginifico”... e autoproduzione editoriale?
Insomma, a sentire Mattioli e Raimo, i centri sociali sarebbero stati un'esperienza cruciale nel panorama italiano perché hanno fatto da volano alle avanguardie sia musicali sia letterarie di fine millennio: le posse rap, i gruppi punk, la nicchia di sperimentazione narrativa da cui è uscito il New Italian Epic...

E poi quasi basta.

Con tutto il rispetto per Raimo e Mattioli, tanti paroloni sofisticati e filosofeggianti per blaterare tanto senza dire nulla.

Perché l'elaborazione di un'alternativa non deriva solo dalla sala concerti e dallo spazio stamperia, Sacripante!

Il desiderio che muove le masse

Da troppi anni, c'è uno spettro che avvelena quella manciata di persone convinte di poter tenere in piedi una parvenza di attività politica progressista, in questo paese che precipita nel neofascismo. È lo spettro dell'intellettualismo vuoto e borioso, figlio di quella pedagogia borghese della lingua italiana per cui non si “fanno i compiti” bensì si “eseguono i compiti”, il fenomeno tal dei tali non è “cultura giovanile” bensì “tipico dei ragazzi”, non esistono i “ruoli di genere nella cultura” bensì “la figura della donna nella cultura” (evviva l'oggettificazione per cui la donna non agisce mai, bensì è analizzata dall'uomo)... e soprattutto, non esiste la “rilevanza immediata e personale” di un tema, esiste l'“attualità” di quel tema: asettica, emotivamente piatta, ovviamente orientata in partenza a mantenere eternamente “attuale” ciò che la cultura del padronato ha elevato a canone (La poesia lirica cinquecentesca sarebbe ancora attuale? Sì e io allora ho una vagina...).

«Ma cretinodicrescenzago, tu ti stai lamentando della retorica con cui la cultura di regime anestetizza preventivamente tutti i temi caldi! Noi siamo l'opposizione democratica, noi diciamo le cose come sono!»

Oh per favore, caru compagnu, non diciamoci bugie. Davvero non parlate mai in finto compagnese settantasettino, infilando in ogni dove la “soddisfazione dei bisogni materiali” o “l'innalzameno del livello di scontro” oppure il “salto di qualità della repressione” solo perché suonano bene? E davvero non parlate mai in finto compagnese femminista-finocchio, spargendo qua e là come prezzemolo il “potenziale trasformativo” o lo “sguardo dettato dal posizionamento” oppure le “alleanze fra i margini”? E davvero non fate mai anche voi come Raimo e Mattioli, pappagallando la santa trinità dei “comunisti critici” Michel Foucault-Gilles Deleuze-Felix Guattari, più una spruzzatina della buonanima di Primo Moroni?

Ammettetelo, ammettiamolo. Lo facciamo tuttu: parliamo in un accademicese che non capiamo davvero ma che ci dà un tono, ci fa sembrare informati e profonde e capaci di analisi elaborata, capaci di decostruire (ah, altra bella parolona) il sistema del padronato fin nei suoi atomi costitutivi. Ma è tutta una farsa, come i processi finti di Forum: l'accademicese è un comodo strumento per girare attorno al segreto di Pulcinella, all'elefante in mezzo alla stanza.

Intermezzo: in lingua inglese elephant in the room (“elefante nella stanza”) è la metafora equivalente al nostro “segreto di Pulcinella”. Da quando l'ho scoperto, voglio sceneggiare uno sketch comico in cui Pulcinella tenta invano di nascondere un elefante in una stanza. Ahahaha che genio che sono...

Dall'azione al pensiero e di ritorno all'azione

Nell'ultimo lustro, lo sappiamo, è esploso il dibattito pubblico sul linguaggio inclusivo, e ci sono state costruite sopra delle piccole fragili carriere; personalmente, trovo che tale dibattito incapsuli perfettamente il peccato originale accademista della sinistra italiana, tanto più che, mi sembra, nessunu si sta degnando di sbloccare l'empasse grazie al percorso tracciato dalla compagna Brigitte Vasallo (la mia filosofa vivente preferita; ecco, l'ho detto) nel suo splendido Linguaggio inclusivo ed esclusione di classe. Ci spertichiamo a mappare tutte le forme di linguaggio irrispettoso nella speranza che stigmatizzarle spinga le persone a “parlare pulito” e, a catena, ad “agire pulito”, ma non ci poniamo mai il problema che la lingua è uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere monopolizzata o quasi dai padroni, ma se i ceti subalterni creano una propria versione di uno strumento, essa viene svilita e confiscata proprio perché non faccia concorrenza alla versione padronale. Ora, chi ha accesso agli strumenti del padrone e si professa progressista ha gioco estremamente facile a confondere i confini fra povertà materiale e culturale ed eguagliare l'ignoranza col fascismo, marchiando di un peccato originale inespiabile chi certi strumenti concettuali non ce li ha, perché è già tanto se arriva a fine mese con un lavoro di fatica: in un certo senso l'ho esperito io stesso, con amara ironia, alla presentazione milanese di Linguaggio inclusivo ed esclusione di classe, allorché il pubblico che capiva il Castigliano dell'autrice si metteva sistematicamente a ridere e applaudire sopra la traduzione in Italiano a beneficio degli ignoranti come me.

Dove voglio arrivare, con questa filippica? Alla mia convinzione che l'analisi di Vasallo sia il controincantesimo necessario per spezzare quel sortilegio velenoso che rincoglionisce il progressismo italiano: se il linguaggio è uno strumento, e un linguaggio democratico deve essere inclusivo, la comunicazione deve demolire tutti i livelli intermedi di astrazione e mistificazione che confondono le acque e allontanano il pensiero dal mondo degli atomi. La comunicazione politicamente schierata deve smetterla di procedere per goffe citazioni scolastiche da un canone di teoria filosofica che tuttu fingono di conoscere ma quasi nessunu ha letto davvero: deve farsi strumento di emancipazione con cui la singola persona subalterna possa pensare e descrivere sé stessa e la sua condizione, verbalizzare i propri bisogni concreti (materiali o spirituali che siano, differenza non ve n'è), e progettare una prassi trasformativa con cui migliorare il proprio vivere.
E questa che sto formulando io non è la fusione atomica, eh: è solo la sintesi di ciò che ho imparato leggendomi da cima a fondo Pedagogia degli oppressi del compagno Paulo Freire (un classico sessantottino terzomondista), e facendo amicizia con vecchi militanti di Avanguardia Operaia che in gioventù si sono sporcati le mani e spaccati le ossa a fare scontri di piazza, contrastare lo spaccio di eroina, e occupare spazi abbandonati per restituirli alla comunità.

E qui torniamo al mio punto di partenza.

Le vere geografie del desiderio

Non chiedermi chi è stato il primo, non chiedermi come si fa, non chiedermi chi erano i Beatles: chiedi chi era Davide Dax! Chiedilo a chi gli è restato vicino a chi ora è qua nel nome di Dax. Gridalo forte a chi non ha capito cosa vuol dire davvero antifa!

Sono le barre del rapper Aban in memoria di Davide “Dax” Cesare, militante del centro sociale milanese ORSO, assassinato da neofascisti il 16 marzo 2003. Qui in Lombardia, i graffiti “Dax odia ancora” sono una presenza fissa e rassicurante, e un punto di ingresso alla militanza politica per tantu fra noi: lo sono stati per me, che mi trasferii a Milano giusto in tempo per il ventennale della morte di Dax, e la sera del 16 marzo 2023 mi recai lì, sotto la lapide in memoria di Davide, all'angolo fra via Brioschi e via Zamenhof, tutto tremante e intimorito davanti a quel mondo nuovo e sconosciuto, quella sottocultura dell'antagonismo che conoscevo solo dai fumetti di Zerocalcare... finché non abbiamo guardato il documentario sulla vita e il ricordo di Davide, e poi è partito il corteo, e il sound system del furgone ha sparato a tutto volume le barre di Aban. E allora ho capito di essere a casa.

Ad accogliermi nella sinistra di movimento non sono state le elucubrazioni professorali e decontestualizzate sul desiderio, il prisma intersezionale, e la declinazione femminile dei sostantivi: è stato il peana funebre per un camionista delle case popolari di Rozzano che si faceva il culo quadro per mantenere la figliola (quasi mia coetanea) e tenere in piedi uno spazio sociale, e ci è stato ammazzato a coltellate a ventisei anni. Ma, come rappa Aban, la comunità di Davide ha “trasformato il dolore in azione”, a partire dai suoi genitori Arcangelo e Rosa, e anche se l'ORSO è stato sgomberato, tuttavia in via Gola sopravvive il quadrilatero delle case occupate, con la sua vertenza perpetua per ottenere la sanatoria, e il volto fiero di Dax che campeggia sul muro all'angolo con via Pichi; poco lontano, sopravvive anche il Cox18, con l'archivio storico di tutta la stampa autoprodotta che il movimento milanese (e non solo) ha accumulato nei decenni e che la biblioteca nazionale di Firenze di sicuro non ha mai catalogato. Un bel po' più a nordovest, c'è lo Spazio Micene, il luogo di ritrovo e coordinamento per chi abita le case popolari del quartiere di San Siro, quella comunità che ieri pianse l'omicidio di Giuseppe Pinelli e ora protegge dalla repressione i suoi figli che parlano un po' Italiano e un po' Egiziano, che hanno il cuore un po' ai piedi dello stadio Giuseppe Meazza e un po' nelle campagne fra il Nilo e il Mediterraneo. Si va tutta a Est, e si raggiunge il SOCS, un seminterrato del plesso di scienze naturali dell'Università Statale, un'aula studio con mensa autogestita che ospita seminari e hacklab, unico piccolo grande risultato del movimento delle Tende in Piazza del 2023 (essendo che la questura li sgomberò dal cinema abbandonato di viale Abruzzi, ma dettagli).

E questi sono solo alcuni, degli spazi sociali variegati e litigiosi sparsi per questa grande metropoli che è Milano. Ciascuno con i suoi limiti, le sue storie, i suoi progetti, il suo sogno di rendere la vita più bella a chi abita il suo territorio. E come Milano ha i suoi, sono certo che ogni piccolo spazio ancora attivo in ogni centro di provincia abbia le sue storie, i suoi progetti, i suoi sogni.

Questi sono i centri sociali, questa è la sinstra di movimento: non paroloni sui libri di filosofia, ma progetti collettivi per migliorare la vita, per dare una risposta a bisogni reali e accrescere un po' il benessere di tutti. È con il progetto collettivo che le famiglie senza tetto rioccupano case abbandonate lasciate a marcire, che chi non spiccica una parola di Italiano impara quantomeno le basi grazie ai corsi gratuiti, che le donne bisognose di supporto hanno accesso a consultorie autogestite e gruppi di sport popolare che fra le righe insegnano anche l'autodifesa.

Non è coi paroloni, che bisogna raccontare questi sogni: è con il linguaggio della leggenda urbana, della poesia rappata, della mitologia moderna.

I sogni si raccontano col cuore.

Olio di gomito, e immaginario di lotta

C'è un motivo, se da cinquant'anni a questa parte vanno forte le storie high fantasy che scopiazzano male quel pezzo da novanta che è Il signore degli anelli: perché è rassicurante sognare mondi in cui la Divinità designa chiaramente un Cristo che possa dissipare il Male incarnato, e gli fornisce pure gli strumenti infallibili per riuscirci. A quel punto, ovvio che ci accodiamo tuttu al carro del vincitore, per guadagnarci l'accesso al nuovo Eden in terra.

Ma questa teologia è una semplificazione consumista, non è la vera visione cattolica del prof. Tolkien, e non è certo l'unica teologia possibile. Ci sono altre storie mitiche, con cui dare forma alla nostra visione del mondo atomico e orientare di conseguenza il nostro agire. La compagna Ursula Kroeber Le Guin ha raccontato ne I reietti dell'altro pianeta una società anarchica in dialettica con un blocco capitalista e uno sovietista, e il suo romanzo, per me, è stato più educativo di mille ore di ciance con anarchici viventi che venerano in modo masturbatorio il pensiero di Errico Maltatesta. Zerocalcare sono quindici anni che si batte con carta e inchiostro per rappresentare l'antagonismo di sinistra come una scelta nobile e gratificante, ed è anche grazie a lui che abbiamo idea, qui in Europa, di ciò che sta facendo il movimento libertario curdo (e ormai non più solo curdo) per costruire un'utopia fra i monti Zagros e il fiume Eufrate. Il defunto Nanni Balestrini si sarà anche adagiato su sé stesso, ma intanto Vogliamo tutto ci racconta in presa diretta le lotte sindacali auto-organizzate della Fiat di Torino nel '69... e a leggerlo, ti dici che avresti voluto essere lì con gli operai insorti, nella battaglia di corso Traiano. E ben prima di Mattioli e Raimo, una difesa dei centri sociali c'è in Al sole come i gatti di Marta Baroni, alla quale sarò per sempre debitore, perché parlando della sua Roma mi ha insegnato cosa vuol dire amare un isolato, un quartiere, una città... È grazie a lei se ora amo la mia via, la mia Affori, la mia Milano.

I compagni di Dax hanno scritto sulla sua lapide che:

[...] Contro la rassegnazione pensare l'impensabile! Contro la paura imparare il coraggio! Cospirare vuol dire respirare insieme. [...]

Pensare l'impensabile, a casa mia, si chiama pensare il fantastico: si chiama scrivere fantascienza, fantasy, horror, realismo magico. Si chiama non cedere all'obbligo eurocentrico scientista di pensare il mondo solo in termini materialisti, e liberare un pensiero spirituale, se non (eresia!) religioso. Pensare l'impensabile è prendere il mondo atomico per come lo esperiamo, e immaginarsi un di più, un'eccedenza, un'anomalia. Un fuori fase che ci permette di intuire un'altra prospettiva. E la buona letteratura fantastica parte dalle eccedenze che la comunità avverte ma non verbalizza, le porta alla luce, e innesca il ragionamento collettivo su cosa fare, di quelle eccedenze. È la chiave di volta dell'afrofuturimo di Octavia Butler, Samuel “Chip” Delany e Charles Saunders. È una possibile sfaccettatura della resistenza palestinese al colonialismo sionista. È un pilastro della sopravvivenza delle persone finocchie come me; chiedetelo alla compagna Filomena Sottile.

Poul Anderson fu uno dei maggiori autori statunitensi di fantascienza in quella generazione che vinse la Seconda Guerra Mondiale e reputava la NATO una forza del bene, destinata a sconfiggere la barbarie sovietica e portare l'umanità verso un futuro di benessere tecnocratico. Nel suo racconto “Gypsy” (mi risulta inedito, in Italiano), del Cinquanta-qualcosa, il giovane Anderson si scatena in un immaginario utopico, a pensare l'impensabile: un futuro neanche troppo distante in cui gli esseri umani potranno scegliere se colonizzare pianeti ecologicamente simili alla Terra, ma privi di vita intelligente, o viaggiare da nomadi fra i sistemi stellari, per il gusto di esplorare lo spazio aperto e conoscere altre specie senzienti. Questa è la costruzione di una prospettiva mitico, di un sogno cui tendere, e questo immaginario, al tempo, dava forma alla classe intellettuale statunitense, quella grazie alla quale siamo arrivatu al computer in ogni casa. Poi il vento dell'immaginario è mutato, e ora viviamo nella peggiore delle distopie che aveva immaginato la generazione del cyberpunk.

Compagnu e compagne e compagni, c'è poco da fare. Se vogliamo invertire il vento, dobbiamo scendere dal piedistallo fatto di libroni di filosofia che nemmeno capiamo, e farci umili e laboriosu: dobbiamo parlare come mangiamo per capire i nostri bisogni reali, sporcarci le mani assieme per soddisfare assieme quei bisogni, e sognare assieme un'utopia in cui stiamo meglio... e raccontare quell'utopia sì da renderla accattivante, attraente, bella.

Se sapremo raccontare con onestà quell'utopia, e se costruiremo con sincerità i nostri sogni strada per strada e casa per casa, forse ci sarà ancora una possibilità.

Forza amicu, cospiriamo assieme.

 
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from Does GLaDOS dream of electric sheeps?

“Era dal 1968 che non mi sentivo così”, esclamò John, cercando goffamente di rimanere in piedi vicino la palizzata. “Così come? Ubriaco? O intendi felice?” Mark era in genere un ragazzo che andava dritto al dunque. “Entrambi, uno la conseguenza dell'altro!” La palizzata era un rimasuglio del recinto con il quale la vecchia e decadente cittadina di Orkaunty segnava il suo confine. Era un pezzo d'epoca, molto famoso: tanto che il primo sindaco arrivato dopo la grande guerra del Nord fece installare una placchetta metallica con scritto “Qui la cittadina di Orkaunty smette di essere circoscritta dalla Valle del Nulla ed espande le sue radici verso l'orizzonte – Russel McKolin” “Che idiota, comunque” Mark si girò di scatto e vide che John stava fissando, con equilibrio precario, la palizzata. Si avvicinò barcollando, scavalcò e si mise di fronte al suo amico. “Di chi parli?”, chiese Mark con sguardo interrogativo. “McKolin... Quel vecchio idiota, schifoso e ladro di un McKolin... McKolin...” “Forse è ora di tornare a casa, che dici?” Mark afferrò il braccio di John per tirarlo verso la strada, ma non riuscì a smuoverlo. “Voglio rimanere ancora un po'”, fece John. “Cosa vuoi fare?” “Non lo so... Sono ubriaco e sto ricordando il passato. Il minimo che posso fare è versare una lacrima per tutti coloro che ho perso durante la mia vita” “Oh, cosa mi tocca sentire alle tre di notte... John andiamo, sei stanco” “No Mark, non sono stanco, sono annoiato” “Da cosa?” “Dalla vita che conduco ogni giorno da ormai quindici anni” “Essere anziani significa questo? E io che non vedo l'ora di arrivare alla pensione!” “Sciocco, sei giovane e puoi permetterti di fare cose che un vecchio bacucco come me non può che sognare” Per diversi secondi nessuno dei due disse nulla, poi John, voltandosi, guardò prima Mark, poi di nuovo il paletto e poi ancora Mark. “Va bene, andiamo a casa” “Oh, dio, grazie! Non vedo l'ora di buttarmi sul letto e...” Ma John gli mise una mano sulla spalla e con un cenno gli intimò di fare silenzio.

La decisione che John prese molti anni prima, di andare a vivere lontano dal centro, in mezzo al deserto e alle sterpaglie, era una delle poche cose che non rimpiangeva. Camminando in silenzio poteva ascoltare il rumore dei passi di Mark, che trascinava i piedi per terra, il fruscio del vento e il canto dei grilli. Il cielo era nuvoloso, ormai lo era da anni, guardando in alto cercava di ricordarsi le stelle, piccoli puntini luminosi, alcuni più, altri meno, che invadevano il cielo dopo il calar del Sole. Neanche il Sole c'era più da molto tempo. L'alcol che aveva in corpo lo rilassava e lo scaldava. Arrivati a pochi metri dall'ingresso, si fermò di colpo: aveva voglia di stendersi da qualche parte ed osservare il cielo notturno. “Cosa succede?”, Mark sembrava preoccupato. “Niente Mark, sono solo... Sono...”, si guardarono negli occhi e Mark poté vedere che qualcosa turbava il suo anziano amico. “Sei stanco?” “No. Beh, un po' sì, ma è normale alla mia età. No, in realtà vorrei stendermi da qualche parte per osservare il cielo” “Il cielo? Ma John, mio caro vecchio John, sai meglio di me che il cielo non esiste più da ormai troppi anni” “Il cielo esiste, solo che non possiamo vederlo” “Allora cosa vorresti osservare, se il cielo non si può vedere?” John esitò. “Il mio passato” I due si fissarono e dopo un po' Mark mugolò qualcosa che assomigliava a “fai come vuoi io sono troppo sbronzo per dormire fuori” e si avviò sullo stradino di terriccio che portava alla casetta. Stare in piedi in mezzo alla strada, di notte, a quell'età, era rischioso. Certo di animale selvatico ormai non ce n'era quasi nessuno, ma qualche predone del deserto poteva approfittarsi del momento. A John non importava. Contemplando il cielo ricordò di quando stava disteso sul prato con Anna, di notte, a guardare le stelle. “Secondo te John, riusciremo mai a raggiungere almeno una di quelle stelle?”, chiese lei, osservando quella che un tempo era chiamata la costellazione di Orione. “Mio fratello dice che un giorno le stelle non esisteranno più” Anna spostò il braccio di John dietro la sua schiena e si accoccolò su di lui “Credo che sia una cosa molto triste” “In effetti lo è An, ma forse mio fratello si sbaglia” John spostò lo sguardo dal cielo sulla casetta e pensò che, in fondo, suo fratello aveva avuto ragione su tutto. Con molta pazienza (e presa di coscienza sull'ubriacarsi alla sua veneranda età), si mise a gattoni, si sollevò in piedi e si incamminò verso casa, ponendo fine alla lunga giornata.

La mattina seguente, John si rese conto anche senza aprire gli occhi che la coperta era del tutto avvolta attorno a lui, ma decise di rimanere a letto ancora un po'. Verso mezzogiorno Mark bussò alla porta di camera sua.

“Sei vivo?” “Sì, sono solamente intrecciato nella coperta” “Se mai volessi smetterla di poltrire, il pranzo è pronto” “Sai Mark, dovrei alzarti la paga” “Forse prima dovresti cominciare a pagarmi” “Già, forse...” Entrando in cucina c'era una tavola rettangolare, lunga circa due metri, larga uno, quasi spoglia, apparecchiata con due piatti, due bicchieri, un paio di cucchiai e ogni piatto aveva una fetta di formaggio, del pane duro come una palla da baseball e dello stufato. Dello stufato? “Dello stufato? Dove hai trovato della carne?” John non vedeva dello stufato da quell'inverno in cui per sbaglio una tegola della casa era caduta sopra una lepre che passava nei dintorni. “Credo... Credo di non potertelo dire” “Sei andato in città, non è vero'?” Mark non rispose. “Allora?!”, John alzò il tono della voce. “Io...” “TU COSA?! Ti è dato di volta il cervello? Vuoi farti ammazzare?” Le urla misero Mark sulla difesa. “Ma non si rischia ad andare in centro! Sei pieno di pregiudizi! Quelle persone sono come noi! Solo perché hai deciso di fare l'eremita non vuol dire che loro siano mostri alieni!” John mantenne fisso lo sguardo su Mark e dato l'affanno, si mise a sedere. “Mangiamo, ne discuteremo dopo” Calò in silenzio, come succedeva un tempo, quando gli schermi trasmettevano dei programmi televisivi e tutti erano abbindolati dalle immagini proiettate. Mark posò il cucchiaio sul piatto e si rivolse a John. “Senti, mi dispiace, ma stavamo finendo il cibo e sinceramente cominciava a darmi la nausea mangiare tutti i giorni la stessa cosa” “Se avessero capito da dove vieni avrebbero potuto metterti in prigione e torturarti, come minimo” “Ma non è successo! Sono vivo, non mi hanno riconosciuto, ho l'accento locale da anni ormai e non possono neanche basarsi sul colore della pelle visti tutti gli schizzati che si fanno modificare il DNA al giorno d'oggi” John non lo guardò neanche. Spostò la sedia facendo rumore e andò vicino la finestra, guardando fuori. La teatralità di John colpì Mark al punto di doversi trattenere dal fare battute, non era proprio il momento. “Sai cos'è successo a mio fratello, no?” “Certo, me lo avrai raccontato un milione di volte” “Bene, ma non sai perché mi sono trasferito qui” In effetti era più una supposizione che una certezza. Il fratello di John, Albert, era morto in un campo di concentramento durante la guerra del Nord. Quelli che una volta erano gli Stati Uniti avevano dichiarato guerra al Canada e tutti coloro che non avrebbero prestato servizio in nome della difesa della propria patria, sarebbero stati considerati traditori e puniti a dovere. Un classico. Albert era un ricercatore universitario, un pacifista, un socialista, insomma una piaga, ma finché il governo poteva guadagnare dai suoi lavori sottopagandolo, andava bene. Quando ci fu la chiamata alle armi si oppose, quindi lo arrestarono e lo imprigionarono. John non fece la stessa fine, combatté quella inutile guerra e tornò a casa più povero di prima. “Perché la tua vecchia casa ti ricordava tuo fratello?” “No, non mi dispiace ricordare mio fratello, era una bravissima persona... No, il problema non era la casa, il problema erano le persone. Nonostante avessi dato tutto me stesso, il governo mi tenne sotto controllo per evitare che potessi fare qualche “follia” vendicando mio fratello. Non solo, divenni un reietto, il mio vecchio quartiere mi considerava un traditore, come Alb, e non c'era nulla che potessi dire o fare per cambiare la loro opinione. Così decisi di attuare il piano Z, quello che tenevo come soluzione alternativa per tutto: me ne andai in mezzo al niente per condurre una vita solitaria e pacifica. La prima devo dire di averla ottenuta, la seconda, invece, un po' meno” Mark non sapeva cosa dire, ma non sapeva neanche cosa c'entrasse questo con quello che aveva fatto durante la mattina. In fondo, gli Stati Uniti non esistevano più da un bel pezzo. “Non c'è più un pericolo simile, però... Capisco la tua preoccupazione, ma non c'è nessun governo totalitario a bacchettarci” “No, ma le persone non cambiano. Se vogliono odiare lo fanno, anche senza un vero motivo. E quelle persone che abitano nel centro cittadino non hanno nulla se non rabbia repressa, rinvigorita ogni giorno dalle notizie e dall'odio l'uno per l'altro e per sé stessi. La città è pericolosa, preferirei morire di fame che tornarci” Non ci fu risposta se non il rumore dei piatti e delle posate che venivano portate in cucina, pronte ad essere lavate. John continuò a guardare fuori, a scrutare la linea dell'orizzonte che divideva la terra sabbiosa e il cielo cupo. Una patina gialla ricopriva tutto quello che un paio di occhi non potenziati potevano captare e di tanto in tanto passava un uccello. Un uccello? Stupido vecchio, non era un uccello, era un drone, gli uccelli non esistono più.

Originally wrote in 2020-05-12T23:57:00.002+02:00

 
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from Does GLaDOS dream of electric sheeps?

«Lo shuttle 16996 proveniente da Neo Roma 1 e diretto a Milano 4 è stato cancellato. VolItalia si scusa per il disagio»
La voce si interruppe mentre io cominciavo già a schizzare male. 
«Cazzo, è la seconda volta in due giorni, se prendo la testa di quel porco di Augusti...», pensai ad alta voce. Persone non curanti di ciò che dicevo mi sfrecciavano di fianco, intente a badare ai fatti loro. Sferro un calcio una lattina innocente che finisce oltre la banchina, nel vuoto. La stazione sospesa a centinaia di metri da terra e comunque sotto non c'è niente, il calore del razzo in arrivo e in partenza è troppo alto per poter costruire qualcosa al di sotto. Sicuramente non è un problema di sicurezza, la morte accidentale di innocenti è solo un modo per ridurre il sovrappopolamento mondiale.
 Mentre continuo a pensare ai fatti miei, vedo due energumeni che si avvicinano. “Polizia” dice la scritta sul cromo che hanno al posto del torace.
«Ehi, tu» esclama uno dei due cinghiali.
«Mi dica, agente», rispondo con faccia angelica, mentre il mio neuralink modificato cerca il percorso più rapido per uscire. Una mod del pathfinder che include le mappe di tutta la città fa sempre comodo quando la Legge non permette di vivere rilassati.
«Sei stato avvistato da una telecamera di sorveglianza mentre davi un calcio a della spazzatura, facendola cadere nel vuoto. Come ti dichiari?»
Nel frattempo la Legge ha stabilito che il Potere Esecutivo doveva combaciare con quello Giudiziario, creando una succursale italiana del sistema americano. Ora anche qui possiamo ricreare il cyber farwest, con tanto di Sceriffo e taglie sui ricercati. Chissà com'erano i tempi dei meme e delle AI che non capivano un cazzo.
«Innocente, vostro onore»
Il neuralink mi avvisa che il percorso migliore parte dalle scale alle mie spalle, passa per i bagni, per finire all'uscita laterale della stazione, prendendo il turboascensore che sbuca nel vicolo. Ho due possibilità, una delle quali inizia con una corsa e finisce nella pattuglia pronta ad aspettarmi in fondo al turboascensore. L'altra, invece, comincia con una pisciata e finisce con una più probabile fuga nelle fogne.
«Prima che mi diciate il verdetto, agenti, vorrei appellarmi alla vostra clemenza e chiedervi di poter andare in bagno. Ovviamente potete accompagnarmi, se necessario»
I due piedicromati si guardano, probabilmente comunicando privatamente via neuralink e poi con un cenno del capo e una bella spinta mi fanno sapere che possiamo avviarci verso le latrine. Ottimo. Il bagno è più una sorta di ufficio vecchio stile, fatto di cubiculi in cui puoi lavarti o espletare le tue funzioni senza problemi di sorta. Quello che le guardie non sanno è che il mio neuralink hackerato mi permette di entrare e prendere possesso dei sistemi digitali più elementari. Dopo aver cominciato a urinare sotto lo sguardo vigile di quei porci depravati, mi connetto al sistema di porte elettronico. Lo specchio smart mi permette di vedere chi passa per il corridoio e nel momento in cui un energumeno si trova esattamente davanti il mio cubicolo, faccio scattare la porta. L'uomo, col naso sanguinante, comincia a imprecare verso i due poliziotti.
«Guardie infabi, non si buò neanghe biù bisciare in bace!» Grazie amico mio, non sai quanto hai ragione. Mentre i piedicromati si girano per placare le ire dell'energumeno, io mi dileguo nella direzione opposta, uscendo di soppiatto dalla porta.    La voce che annuncia gli arrivi rimbomba nel corridoio mentre passo attraverso un branco di persone dirette a Milano 4. Il turboascensore per il piano terra è vuoto e mi infilo dentro il più velocemente possibile. Mentre la cabina prende velocità e il rumore della carrucola sfrega sui grossi cavi, mi appoggio alla parete e mando un messaggio vocale al contatto che dovevo incontrare oggi.
«Per colpa delle guardie non sono potuto salire sul razzo. Ci riprovo domani. Bella»
Il capo non sarà contento, ma non importa. Meglio consegnare in ritardo i dati che darli in mano alla Legge. In fondo nessuno ci mette fretta. Nessuno sa che quei dati sono stati rubati e che nel momento in cui verranno rilasciati, il sistema bancario crollerà sotto il culo di quei porci borghesi. La loro ricchezza andrà in fumo e noi prenderemo il sopravvento.

Originally wrote in 2023-11-09T17:16:00.000+01:00

 
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from Does GLaDOS dream of electric sheeps?

Ferro. Alluminio. Zolfo. Cosa c’è nelle profondità di Neo Roma 3? Carcasse di anime di metallo buttate negli angoli sporchi di stagno. C’è puzza di silicio andato a male. I neuro impianti fritti dalle cyber droghe dei mutanti umani cyborg. Cosa vuoi fare? Preferisci ricevere iniezioni gratuite di dopamina al costo di un semplice post sulla rete? O trastullarti con un massaggio neurale apposta per venirti nelle mutande nel tragitto casa lavoro? Dove vuoi abitare? Qual è la differenza tra un cubicolo nel centro storico e una stanza vuota nello sprawl? Quanta terra bruciata. Quanta terra sprecata, ecco un edificio di bianco cemento che si erge in mezzo alle lande desolate delle borgate. Lo vedi quello? È il prezzo da pagare per poterti sollazzare con i social, quando metti like pensa che hai regalato un centimetro cubo in più di terra a quel mastodontico palazzo che come Gengis Khan non fa più crescere l’erba. Il gigante dei tera byte della conoscenza umana. Il mostro finale dell’umanità stessa, l’uomo che progetta e porta avanti il suo ordigno finale. Accenditi una sigaretta virtuale, per della nicotina direttamente iniettata nel cervello dal tuo neuralink. Vuoi provare una sniffata digitale? Quanto pagheresti per vivere più veloce senza doverti muovere? Ricordati che la filmografia è gratuita, devi solo dire allɜ amicɜ quanto la nostra azienda sostenga la loro causa. Transumanesimo? Ecco una maglia. Cyberpropaganda comunista? Abbiamo una bandana come quella di Cyber-Guevara. 

Sono sul treno per il quartiere cyborg, vedo un vecchio seduto che si spara l’aria condizionata per evitare di sorbirsi il caldo infernale del deserto che si stende fuori dai binari. Le arterie stradali abbandonate, la spazzatura mai raccolta, gli zombi del verano che vagano in cerca di cyber K. Il vagone sussulta. I sedili sono più vecchi di quell'uomo con le protesi robotiche. I polmoni di un anziano, le gambe di un ragazzino. La fermata della metro è piena, la puzza di marcio non ci lascia mai, l’aria condizionata non fa altro che ributtarci addosso lo stesso schifo che sputiamo fuori dalle bocche. Fiumi di carcasse che non sanno di essere morte si riversano per le strade di Neo Roma dirette a produrre, a consumare, a vivere gli ultimi anni rimasti alla Terra. Un grigio sole che filtra attraverso la cupola di contenimento illumina gli alberi di metallo e i pannelli solari si muovono come girasoli robot. Respiro a pieno, il filtro della mascherina sa di medicinale. Eccomi, per una nuova giornata, pronto a lavorare per sopravvivere, fino all’imminente fine. 

Originally wrote in 2022-05-29T20:27:00.005+02:00

 
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from Lelio

Alla fine mi sono fatto ricoverare. Ma solo dopo aver ricevuto la carta di identità col mio nome corretto. Non potevo rischiare discriminazione di genere da parte di infermierǝ e dottorǝ.

Sono uscito da un po', va meglio, riesco a restare abbastanza concentrato per leggere, il che è una gran cosa considerato il previo stato delle cose. In questi giorni di festività ho letto molto. Ma mi sono anche sentito molto solo, perché non ho trovato aperture per condividere il mio dolore con la mia famiglia. È faticoso mettere a tacere i propri sentimenti, ma è anche dannatamente facile indossare la maschera dello stoico.

 
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from ordinariafollia

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Sono il mio mulino a vento quello che cammina sulla scala mobile per il paradiso di Natale alla fine di un arcobaleno banale contento e coccolato dal quotidiano luogo privato.

Seduto sui gradini del mo foglio accompagnato dal ricordo di me stesso metto insieme parole come adesso.

Sono il mio leviatano quello con un buon lavoro e una buona paga e va sereno con il biglietto del treno in mano e davvero convinto che basti mettere lo smalto nero.

Seduto sui gradini del mio foglio accoccolato dalla visione di me stesso cerco segni e colori come adesso.

 
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from « P a r r o c c h i e »

Ieri ho assistito alla presentazione di un libro, scritto dal parroco della mia parrocchia. In realtà non è la parrocchia a cui appartengo, ma è la più vicina e la più “viva”. Intendo dire che è un ambiente giovane, con la presenza di diversi gruppi parrocchiali. Insomma, un ambiente dinamico e in continua crescita.

Ebbene, il libro è costituito da brevi pensieri, uno per ogni giorno dell'anno. Subito dopo averlo acquistato, prima della presentazione, ne ho letto qualcuno. Sono brevi pensieri, scritti con un linguaggio poetico, che fanno pensare. Niente di banale insomma, ma delle riflessioni in cui ognuno può ritrovarsi, nella vita di tutti i giorni.

Sono scritti che invitano alla meditazione su noi stessi, sui falsi miti della nostra esistenza. Una “guida” che ha un suo filo logico anche se in apparenza sembrano slegati tra di loro.

Purtroppo, e lo dico con dispiacere, la presentazione non è stata altrettanto genuina. Erano presenti le solite autorità, che hanno fatto i soliti discorsi di circostanza. Parole infiocchettate e discorsi altisonanti, i soliti complimenti di rito, ringraziamenti e frasi fatte.

Voglio bene al mio parroco, un uomo che ha saputo creare e mantenere una comunità di persone, soprattutto giovani, evitando che prendessero cattive strade. Eppure non è un uomo e un sacerdote perfetto, a volte lo vedo preso nelle cose del mondo, che inevitabilmente deve seguire, ma che lo prendono più di quanto lui vorrebbe.

Mi piacciono le persone imperfette, sanno di vita vissuta, sono dinamici, sbagliano perché stanno costruendo qualcosa.

Personalmente avrei fatto una presentazione diversa, leggendo ed approfondendo qualche pensiero del libro, insieme alle persone care, in modo molto simile ai gruppi di lettura. Ma io sono io e non conosco persone importanti.

In conclusione, è un libro che invita alla riflessione, che leggerò ogni sera dopo le mie preghiere. Un libro non perfetto e non famoso, ma che parla direttamente al cuore.

Grazie, don Filippo.

 
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from « P a r r o c c h i e »

Signore Gesù, vengo a Te così come sono, in questo momento. Accogli la mia umanità, con le sue imperfezioni e la sua bellezza. Tu scegli il silenzio, non il clamore. La semplicità, non il potere. La notte più buia, per portare la luce più vera. In questi giorni di attesa, rallenta il mio passo. Sciogli la fretta che mi consuma, le paure che mi paralizzano, i rumori che soffocano la Tua voce. Trasforma la mia vita in un rifugio accogliente: un luogo dove la debolezza diventa forza, dove le ferite possono guarire, dove Tu trovi spazio per nascere di nuovo. Apri i miei occhi a riconoscere la Tua presenza, anche là dove non la cercherei. Ammorbidisci il mio cuore perché sia accogliente, rendi le mie mani capaci di custodire con tenerezza, fa' che la mia vita sia ricolma della tua grazia. Maria, che hai accolto l'impossibile con fiducia, insegnami ad arrendermi alla speranza. Giuseppe, che hai ascoltato lo Spirito nel silenzio della notte, insegnami a riconoscerne la voce e a lasciarmi guidare. Vieni, Signore Gesù. Perché ho bisogno della Tua luce, del Tuo amore, della Tua pace. Vieni Signore Gesù Adesso, che ho bisogno di te. Amen.

 
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from Dal Nulla

Chiedo perdono se non sono come voi, se non sento sulle spalle il destino del mondo se non mi curo delle sofferenze se le ingiustizie mi sono indifferenti, se di nessuno mi importa se non di me stesso, e forse nemmeno.

Chiedo perdono se non posso agire come voi, con la vostra sicurezza il vostro piglio ché tutto mi appare senza scopo e ogni passo compiuto è come un passo di marionetta, e anche voi mi apparite come enigmi, volti sconosciuti, ma non ho pietà di voi, e non mi sento solo se anche questa notte vi maledico e perdo per sempre la vostra compagnia.


penitente

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Oggi voglio scrivere in modo diverso. Sì “diverso” come siamo diversi noi culatton* quando siamo sulla bocca di vostra madre.

La febbre a 38 a volte vale la candela. Vale l'annichilimento delle energie e gli incubi in cui non puoi mai smettere di essere l'organizzatore responsabile. Vale, se quella febbre inizia in una serata mistica di musica elettronica e chiacchiere sugli autobus notturni, e ti concede tre giorni di isolamento per riprovare a vivere come se fosse il 1998.

Perché se il mondo è andato in vacca nel 2001, allora l'unico modo per preservare la sanità mentale è mantenere l'orologio fermo a prima del Millenium Bug, allestire un diorama funzionante di com'era la vita allora, e da lì produrre in vitro i successivi 25 anni tentando di dargli una piega migliore, almeno su scala micro.

Tre giorni per fare finta che la tua Nintendo Switch 1 sia una Sony PlayStation 1... non che cambi la tua mostruosità che non è ludopatia ma forse ci si avvicina un pochino. Tre giorni per fare finta di non avere tutti i media del mondo on demand e giocare a farsi un palinsesto. Il palinsesto con le sue scadenze insindacabili che dovevi essere pronto davanti alla TV giusto giusto, se no ti perdevi i pezzi, e allora assimilavi la puntualità e ti costruivi di conseguenza le routine.

Mi manca La Melevisione dopo scuola alle elementari. Dio che sfigato.

Tre giorni per spingere la rievocazione storica ancora più all'indietro e provarci pure con la radio. Perché la radio ce l'ha ancora il palinsesto, e quella tua mostruosità che è ossessiva-compulsiva delle cause perse può palinsestare persino i podcast che nascono per l'on demand.

Tre giorni, e un paio d'ore per ricablare daccapo per la terza volta tutto il tuo portale sull'Internet e abilitarti sul browser SearXNG.

Ho eretto nel cuore del deserto una porta verso lo spazio. Sabbia su sabbia, una voragine aperta sul cosmo. Ci ho caduto dentro il mio vispissimo occhietto.

Lo spazio è morte e lerciume.

Il 1998 è morto. Fuori dalla rievocazione storica, là fuori, non si può fare altro che piegarsi di vomito.

Oppure nascondersi sotto il letto, e darsi del tempo analogico.

 
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from stefanostaccone

Da tempo rifletto su un problema che osservo su più livelli della nostra società: la disumanizzazione.
Non come evento improvviso, ma come processo lento, normalizzato, che attraversa le grandi multinazionali, le istituzioni, e finisce per infiltrarsi anche nei contesti più piccoli, fino al quotidiano. Prendiamo un esempio semplice e familiare: l’acquisto online.
Clicchiamo, paghiamo, e nel giro di poche ore o giorni l’oggetto è davanti alla nostra porta. Tutto è veloce, efficiente, apparentemente automatico. La sensazione è che dietro ci siano solo macchine, algoritmi, sistemi perfetti. Le persone scompaiono. Questa percezione non resta confinata all’e-commerce.
La portiamo con noi nel lavoro, nei rapporti professionali, nel modo in cui valutiamo il tempo, la presenza e persino la salute degli altri.

L’algoritmo come semplificazione estrema dell’umano

Recentemente ho scritto una riflessione in cui criticavo la trasformazione dell’individuo, con la sua singolarità, complessità e fragilità, in un algoritmo. Un modello semplificato, ottimizzato, misurabile. Le grandi aziende (ma non solo) hanno un bisogno strutturale di semplificare problemi complessi.
È comprensibile: gestire sistemi grandi richiede modelli, metriche, KPI, performance. Il problema nasce quando questa logica viene applicata senza filtro all’essere umano. Sono un ingegnere meccanico, con un dottorato di ricerca.
Nel mio lavoro sono abituato ad affrontare problemi complessi scomponendoli in parti più semplici, isolando cause ed effetti, analizzando fenomeni sovrapposti. È un metodo necessario in ambito ingegneristico.

Ma ciò che funziona per una macchina non funziona automaticamente per una persona.

Eppure oggi vedo questo approccio applicato ovunque: le persone diventano risorse, funzioni, colli di bottiglia, problemi da risolvere o strumenti da ottimizzare e sotto continuo giudizio attraverso indicatori che ne misurano le prestazioni.

Quando smetti di funzionare, diventi un problema

Questa riflessione si è fatta più concreta durante le ultime settimane.
Sono stato operato e, per diversi giorni, costretto a letto, con movimenti limitati e l’obbligo di evitare stress e sforzi. Questa immobilità forzata mi ha rallentato fisicamente, ma ha accelerato il pensiero.
Ho avuto tempo per riflettere su ciò che ho fatto, su ciò che sto facendo e su ciò che potrei fare. Ho letto, osservato, pensato. E soprattutto ho osservato le reazioni del mondo del lavoro intorno a me.

Dal giorno dell’operazione non c’è stato un solo giorno senza messaggi di lavoro.
Il pretesto era spesso umano: “come stai?”. Immediatamente dopo (o prima) arrivava la richiesta: problemi, urgenze, decisioni.

Tutti sapevano che ero immobilizzato a letto.
Tutti erano stati avvisati con largo anticipo della mia assenza.
Avevo anticipato lavoro, organizzato consegne, preparato il terreno. Eppure, per molti, questo non è stato sufficiente.

Il caso che mi ha fatto scattare qualcosa

L’episodio più emblematico è avvenuto pochi giorni fa.
Un collaboratore, non informato della mia malattia, mi ha chiesto una modifica a un disegno tecnico. Gli ho spiegato la situazione: ero stato operato, immobilizzato a letto, impossibilitato a lavorare.
La risposta è stata:

“Ok, spero ti riprenda presto. Ma riesci per questo fine settimana?”

In quel momento è stato chiaro.
Non ero una persona che stava male.
Ero una funzione temporaneamente guasta. Se funziono, risolvo problemi.
Se non funziono, divento io il problema.

Un’osservazione (non statistica, ma significativa)

Ho notato un dettaglio interessante, senza pretendere che abbia valore scientifico.
Le persone che hanno mostrato maggiore attenzione, empatia e reale preoccupazione per la mia salute avevano mediamente meno di 30 anni.
Quelle più distaccate, insistenti, focalizzate solo sul lavoro avevano spesso più di 30 anni.

Non è un giudizio generazionale. È una sensazione, una traccia che mi fa riflettere su cosa ci stiamo portando dietro come modello culturale. La cosa positiva è che forse le nuove generazioni stanno guardando al mondo del lavoro con occhi diversi e, spero, sviluppino anticorpi appropriati per conservare l'empatia verso il prossimo.

Un sistema che non dialoga

Viviamo immersi in sistemi che ci osservano, ci misurano, ci classificano.
Dai social ai dati fiscali, dai censimenti alle abitudini di consumo, tutto confluisce in algoritmi che decidono, o influenzano, come veniamo trattati. La cosa più inquietante non è l’algoritmo in sé.
È il fatto che non possiamo parlarci.

Non possiamo spiegare il contesto.
Non possiamo raccontare una fragilità temporanea.
Non possiamo contrattare il giudizio. E, lentamente, iniziamo a comportarci allo stesso modo anche tra di noi.

Quando la disumanizzazione diventa sistemica

Sarebbe però miope fermarsi al mondo del lavoro.
La disumanizzazione che osservo nelle dinamiche professionali è solo una versione attenuata di qualcosa di molto più grave, che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti a livello globale.

I conflitti armati attualmente in corso nel mondo mostrano la stessa logica portata all’estremo: persone ridotte a numeri, vittime trasformate in statistiche, vite umane raccontate come effetti collaterali. In contesti come quello palestinese, ciò che colpisce non è solo la violenza in sé, ma la sua progressiva normalizzazione. La morte viene raccontata in modo asettico, minimizzata, resa astratta. Come se alcune vite valessero meno di altre.

Anche qui il meccanismo è lo stesso: quando un gruppo umano viene percepito come un ostacolo, come un problema da rimuovere, la sua disumanizzazione diventa funzionale. Non si parla più di persone, ma di territori, equilibri geopolitici, interessi strategici. L’individuo scompare, proprio come accade, in forma infinitamente meno drammatica, nei contesti lavorativi quando una persona smette di “funzionare”.

Questo non rende meno legittime le riflessioni sul lavoro, ma le ridimensiona. Ci ricorda che ciò che viviamo ogni giorno è parte di una cultura più ampia, che accetta sempre più facilmente la perdita dell’umanità quando questa intralcia l’efficienza, il controllo o il potere.

Non arrendersi alla disumanizzazione

Quello che voglio ricordare, a chi legge e soprattutto a me stesso, è questo:
non dobbiamo normalizzare tutto questo.

Non dobbiamo accettare che l’essere umano venga ridotto in maniera assoluta e irreversibile a un numero. Non dobbiamo smettere di difendere la singolarità, la lentezza, la vulnerabilità. Combattere la disumanizzazione non è un gesto eroico.
È fatto di piccoli atti quotidiani:

  • rispettare un limite
  • accettare un’assenza
  • riconoscere che una persona non è una funzione

Arrendersi a questo processo significa perdere qualcosa che non possiamo recuperare.
E nessun algoritmo potrà mai restituircelo.

La malattia come atto sovversivo

In un sistema che pretende disponibilità continua, prestazione costante e presenza totale, la malattia diventa qualcosa di più di una semplice condizione fisica: diventa una sorta di atto sovversivo. Essere malati significa interrompere il flusso, spezzare la catena dell’efficienza, sottrarsi, anche solo temporaneamente, alla logica della performance. Non perché lo si voglia, ma perché il corpo lo impone. E questo, oggi, è quasi inaccettabile.

Nel momento in cui non sei operativo, non sei performante, non sei “al 100%”, smetti di essere una risorsa e inizi a essere percepito come un problema.
La fragilità, invece di essere accolta, viene tollerata a fatica, come un errore di sistema. Eppure è proprio lì che si misura l’umanità di un ambiente di lavoro: nella capacità di riconoscere che fermarsi non è una colpa, che ammalarsi non è una scelta, e che il valore di una persona non può coincidere con la sua produttività.

Resistere a questa narrazione, anche solo rifiutandosi di colpevolizzarsi quando ci si ferma, è forse uno dei pochi gesti realmente rivoluzionari che ci restano.

 
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