Reader

Read the latest posts from log.

from 📦 Scatolone

Prima di tutto devo spiegarvi la mia situazione: quando fa eccessivamente caldo, io e i miei genitori ci riuniamo tutti in salotto per non tenere accessi 2 condizionatori e consumare il doppio. È una cosa un po' fastidiosa, perché molti titoli li gioco con il computer, che nel mio caso è un fisso di dimensioni medie. Visto ciò, ho più volte pensato di prendere un apparecchio piccolino da mettere in piatta stabile in salotto, ma questo è l'anno in cui tutto costa troppo, tranne la vecchia tecnologia! Riflettendoci, la PlayStation 3 sembrava la scelta migliore, perché ha diversi videogiochi che mi interessano e non solo nativi. Con questa macchinina si possono giocare anche i titoli PS1, PS2 e PS3. Ben 3 piccioni con 1 fava!

Dopo un po' di ricerche, riesco ad accaparrarmi una PS3 Slim (CECH-2004A) in buono stato, ma priva di uno o più controller originali, con la polvere che sborda dall'unica presa d'aria e 2 piedini mancanti. Avrei dovuto cercare meglio, anzi! Avrei dovuto optare per tutt'altro. Nulla togliere al parco titoli di questa console, ma presenta diversi problemi che fanno lievitare il prezzo, soprattutto se, come me, fate acquisti a cazzo di cane.

Prima fra tutti, la memoria d'archiviazione: la PlayStation 3 ha un controller SATA 1 che non supporta dischi superiori a 1.86 terabyte. E voi dirette “Che problema c'è? Basta prendere un HDD o un SSD da 1 terabyte e mezzo”. No, ragazzi! Stando a ConsoleMods, è meglio non prendere un disco superiore ai 1000 GB. Tra l'altro, non conviene prendere nemmeno un SSD e questo ve lo possono confermare diverse discussioni su Reddit e PSX-Place.

Un altro problema è la safe mode, una modalità di ripristino utilizzabile esclusivamente con pad DualShock 3 e Sixaxis originali. In realtà, anche con alcuni di terze parti, però vai a capire quali sono compatibili. Ora, siamo nel 2026 e, ovviamente, i prezzi dei controller targati Sony sono fuori dalla grazia di Dio. Andando sull'usato non troviamo alternative migliori, perché quelli che costano meno di 30€ sono un misto di crepe e sudore. Non si può nemmeno tentare con un DualShock 4 o un DualSense originale, perché comunque non funzionano nella safe mode. Ah, nemmeno le chiavette USB come la NS Magic permettono di ripristinare la console con un qualsiasi gamepad. Soltanto l'OGX-Mini (una NS Magic fai da te e open source) è in grado di farlo.

Pensate sia tutto? Certo che no! La PlayStation 3 non è famosa per le sue basse temperature, ergo, bisogna prendersene cura e più di qualsiasi altro dispositivo elettronico. Peccato che l'azienda giapponese sopracitata abbia usato delle viti torcs. Che poi, sono 4 viti in croce e per 4 viti sono stato costretto a comprare un set di cacciaviti. Va be', sicuramente mi torneranno utili anche per altro.

Insomma, Sony c'è l'ha messa tutta per renderti impossibile utilizzare la PS3 oltre la sua data di scadenza. Che stupido sono stato! Avrei dovuto informarmi di più, invece ho finito per spendere quasi 200€ fra console, controller, cacciaviti e hard disk. Il bello è che non sono nemmeno riuscito a giocarci, perché... boh! Nonostante sia riuscito a installare il CFW, né la scheda micro SD e né l'hard disk esterno funzionano con la console. Ho formattato in fat32 MBR, ma quando provo leggere il loro contenuto dalla XMB smettono di essere nell'elenco dei dispositivi. Di nuovo, che stupido che sono stato!

 
Continua...

from « Divina Misericordia »

Santa Faustina con sullo sfondo l'immagine della Divina Misericordia
“Santa Faustina con sullo sfondo l'immagine della Divina Misericordia
(Ogni settimana verrà pubblicato un pezzetto del diario della Santa)

Una volta venni citata al giudizio di Dio. Stetti davanti al Signore faccia a faccia. Gesù era tale e quale è durante la Passione. Dopo un momento scomparvero le Piaghe e ne rimasero solo cinque: alle mani, ai piedi ed al costato. Vidi immediatamente tutto lo stato della mia anima, cosi come la vede Iddio. Vidi chiaramente tutto quello che a Dio non piace. Non sapevo che bisogna rendere conto al Signore anche di ombre tanto piccole. Che momento! Chi potrà descriverlo? Trovarsi di fronte al tre volte Santo!

Gesù mi domandò: «Chi sei?». Risposi: «Io sono una tua serva, Signore». «Devi scontare un giorno di fuoco nel purgatorio». Avrei voluto gettarmi immediatamente fra le fiamme del purgatorio, ma Gesù mi trattenne e disse: «Che cosa preferisci: soffrire adesso per un giorno oppure per un breve tempo sulla terra?». Risposi: «Gesù, voglio soffrire in purgatorio e voglio soffrire sulla terra sia pure i più grandi tormenti fino alla fine del mondo». Gesù disse: «E' sufficiente una cosa sola. Scenderai in terra e soffrirai molto, ma non per molto tempo ed eseguirai la Mia volontà ed i Miei desideri ed un Mio servo fedele ti aiuterà ad eseguirla. Ora posa il capo sul Mio petto, sul Mio Cuore ed attingivi forza e vigore per tutte le sofferenze, dato che altrove non troverai sollievo, né aiuto, né conforto. Sappi che avrai molto, molto da soffrire, ma questo non ti spaventi. Io sono con te».

Poco dopo mi ammalai. I disturbi fisici furono una scuola di pazienza per me. Solo Gesù sa quanti sforzi di volontà dovetti fare per adempiere i miei doveri. Gesù quando intende purificare un'anima, usa gli strumenti che vuole. La mia anima si sente completamente abbandonata dalle creature. Talvolta l'intenzione più retta viene interpretata male dalle suore. Questa è una sofferenza molto dolorosa, ma il Signore la permette e bisogna accettarla, perché questo ci fa assomigliare maggiormente a Gesù.

 
Continua...

from guerrilla stickers テッカー禁止

“Stickers disappear, ideas don't!”

It all began on an alchemical afternoon when, while searching for the Lapis Philosophorum in the swamp of cyberspace, I stumbled upon a visual fragment charged with latent memetic energy that began to layer itself within the psychosphere: “no adesivi grazie” (“no stickers thanks”). It was only later that I traced its origin: a grotesquely paradoxical campaign, a semiotic loop poised to collapse in on itself. By appropriating that signal, recoded by the hyperstition, I generated an antinomy capable of cracking the wear and tear of postmodern life. Thus was born the idea: “Ceci n’est pas un autocollant”, in an imaginary partnership with Magritte. “This is not a sticker”, it’s a provocation!

We live immersed in a world built on illusion: synthetic emotions in the form of pills, propaganda in the form of advertisements, brainwashing in the form of mass media. We are prisoners of glass bubbles we call social networks, while we try in vain to throw the ever-growing trash of the human condition into the trash can.

Surveillance capitalism is the latest mutation of an oppressive apparatus that devours life itself. A system that appropriates human experience, fractures it, encodes it, and transforms it into data-commodity—fuel for the relentless cycle of extraction and consumption. A self-replicating, ruthless, and unstoppable machine that metabolizes every fragment of existence to reinforce the asymmetrical domination of the few over the many: an intentional sabotage of the natural principles of mutual support, whose sole ultimate goal is the necrotic accumulation of power.

ステッカー禁止 / no adesivi grazie (“no stickers thanks”) thus becomes a conceptual hack, a memetic provocation poised to shatter the postmodern grid. A cry distilled from the hyperstition of the real, springing from a relentless dissection of the human condition and its socio-technical configurations. A paradox that tears through the veil of simulation, amplifying the urgency to unveil and decipher the profound contradictions that permeate our lives. A disruptive signal, a trigger, to sabotage the System’s loops with the pulsating intensity of art, with the surgical precision of critical knowledge, and with the rebellious will of those who reject the yoke of tyranny.

A creative impulse that dialectically evolves into a guerrilla stickers that will bury you, “because even if you think you’re off the hook, you’re still involved!” (F. De André). The spirit of humanity is a divine fire that, like the Ouroboros biting its own tail, perpetually consumes and renews itself. Unleash the creative anarchy within your hearts: from Nigredo to Consciousness, to subvert the established order!

The revenge of the symbol against the banality of consumption, the return of meaning against the inertia of the obvious. Against the preventive measures that hinder the spread of free art, urban saboteurs around the world, arm yourselves with paradox and join the guerrilla stickers ステッカー禁止!

 
Continua...

from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Cara amica, caro amico, bentornati.

Un pensiero di Harari, per iniziare

Yuval Noah Harari, storico e pensatore che da anni osserva con lucidità i cambiamenti del nostro tempo, si è posto una domanda che sembra un paradosso e invece è una diagnosi: come mai una specie capace di mandare sonde su Marte, di decifrare il genoma, di costruire intelligenze artificiali, si mostra così spesso incapace di gestire le proprie paure, i propri conflitti, persino le proprie relazioni più vicine?

La risposta a cui arriva è semplice e spiazzante: abbiamo confuso l'informazione con la saggezza.

Non è mai esistita un'epoca con così tanti dati a disposizione. Eppure, più informazioni non hanno prodotto automaticamente più comprensione, più pace, più capacità di scegliere bene. A volte è vero il contrario: sommersi da notizie, notifiche, opinioni urlate, finiamo per perdere proprio ciò che serve a orientarsi, il discernimento.

Cosa nutre davvero la mente

Qui si apre una riflessione che riguarda tutti noi, credenti e non credenti. Come ci prendiamo cura del nostro corpo scegliendo cosa mangiare, così dovremmo imparare a chiederci cosa stiamo dando in pasto alla mente, ogni giorno.

C'è un cibo della mente che sazia in fretta e lascia vuoti: lo scrolling continuo, il rumore di fondo, le mezze verità ripetute finché sembrano vere. E c'è un altro nutrimento, più lento, meno immediato, ma capace di far crescere davvero: il silenzio, la lettura che richiede tempo, l'ascolto vero di chi ci sta davanti, la preghiera, una domanda che si porta con sé per giorni invece di una risposta consumata in un secondo.

Non è un caso che tante tradizioni spirituali abbiano insegnato, da sempre, pratiche di silenzio e raccoglimento. Non erano fughe dal mondo, ma allenamenti a distinguere il rumore dal senso, l'informazione dalla verità che orienta la vita.

Costruire una società più umana comincia da qui

Se vogliamo una società più umana, non basterà accumulare più conoscenza o più potenza tecnologica. Serve tornare a coltivare la saggezza: quella capacità silenziosa di fermarsi, di pesare le parole prima di usarle, di scegliere con cura ciò che lasciamo entrare nella nostra mente e nel nostro cuore.

Perché saremo davvero intelligenti non quando sapremo di più, ma quando sapremo scegliere meglio cosa nutre la nostra umanità e cosa, invece, la impoverisce.

Ti invito a custodire una domanda per queste settimane: con cosa nutro mia mente?

Se hai ricevuto questa lettera da un amico e desideri iscriverti per ricevere i prossimi numeri mensili, puoi farlo cliccando qui

 
Continua...

from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Nostra Signora d'Africa
Nostra Signora d'Africa
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo Amen

O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni presto in mio aiuto.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo com'era nel principio, ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen

Salmo 22 di Davide.

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.

Preghiera di Papa Francesco per i migranti.

“Dio di misericordia, Ti preghiamo per tutti gli uomini, le donne e i bambini, che sono morti dopo aver lasciato le loro terre in cerca di una vita migliore. Benché molte delle loro tombe non abbiano nome, da Te ognuno è conosciuto, amato e prediletto. Che mai siano da noi dimenticati, ma che possiamo onorare il loro sacrificio con le opere più che con le parole.

“Ti affidiamo tutti coloro che hanno compiuto questo viaggio, sopportando paura, incertezza e umiliazione, al fine di raggiungere un luogo di sicurezza e di speranza. Come Tu non hai abbandonato il tuo Figlio quando fu condotto in un luogo sicuro da Maria e Giuseppe, così ora sii vicino a questi tuoi figli e figlie attraverso la nostra tenerezza e protezione”.

“Fa' che, prendendoci cura di loro, possiamo promuovere un mondo dove nessuno sia costretto a lasciare la propria casa e dove tutti possano vivere in libertà, dignità e pace. Dio di misericordia e Padre di tutti, destaci dal sonno dell'indifferenza, apri i nostri occhi alle loro sofferenze e liberaci dall'insensibilità, frutto del benessere mondano e del ripiegamento su se stessi. Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste sono nostri fratelli e sorelle. Aiutaci a condividere con loro le benedizioni che abbiamo ricevuto dalle tue mani e riconoscere che insieme, come un'unica famiglia umana, siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te, che sei la nostra vera casa, là dove ogni lacrima sarà tersa, dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio”.

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 25,31-46

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Parola di Dio Rendiamo grazie a Dio

Preghiera a Nostra Signora d'Africa

Nostra Signora d'Africa, Madre di noi tutti, ricordati in particolare dei popoli dell'Africa. Riunisci tutti coloro che seguono Gesù Cristo. Possano essere uniti nella chiesa di tuo Figlio.

Tutti coloro che non hanno ancora riconosciuto Gesù come Figlio del Padre, siano attratti dalla sua luce. Tutti coloro che sono già stati raggiunti da Cristo proclamino la Buona Novella con la loro vita.

Tu che eri presente con gli apostoli agli inizi della Chiesa, sostieni gli apostoli di oggi, affinché possono proclamare con coraggio la Parola di Dio. Amen.

Preghiera per le intenzioni del Santo Padre e per la popolazione di Ceuta, perché possano essere guidati e sorretti dallo Spirito Santo Consolatore

Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre.

 
Continua...

from ordinariafollia

ordinariafollia-log_037-2026.jpg

nell'ogni giorno, l'amore sopravvive preistorico alla propria candela e pur marcio s'avvia verso sera.

dalle finestre spifferano farfalle nere di male parole per fiori appassiti e stanchi di sé stessi immemori.

ai corpi avviliti in catene di tempo e di spazio rimane più facile abbaiare così come ciechi di fronte al sole.

 
Continua...

from The Analogue Dolphin

Manuali aggiuntivi in uso

Powered by Lonelog.

S1 Esplorazione

Giorno 1. 9:20

Il mondo, sin dai tempi antichi, prosperava durante un periodo pacifico fin quando le Cinque Lacrime di Deoir scomparvero improvvisamente. Questi cimeli ricoperti di un materiale paragonabile a diamanti da un valore poderosamente immenso, imparagonabile a qualunque minerale di valore tipico, mantenevano la stabilità del mondo contenendo fenomeni atmosferici, i rapporti fra gli esseri umani e le creature non umane e la magia.

La probabilità che sia stato rubato dai cultisti della Setta del Sangue circola fra le dicerie dei popolani è plausibile. In quel momento, nei vari angoli del continente di Jovrea appaiono orde di esseri vampirici che cominciano ad invadere villaggi ed città. Con la scomparsa di Deoir, il mondo inizia a vivere sotto uno spiraglio di caos che ogni giorno cresce lentamente.

[L:Jovrea]

Inizia la nostra avventura nel mezzo delle terre selvagge che circondano il continente di Jovrea, nella speranza che un gruppo di avventurieri, spinti dalla voglia di esplorazione, cercheranno risposte sulla scomparsa di questi cimeli.

gen: Generazione esagono a 013.051
	Terreno: 2d6 Hexmap Generation System 2d6=9 -> Forest
	Dettaglio: FORGE Terrain Feature d6=2 -> Water, d6=5 -> River
	Contenuto: FORGE Wilderness Discovery d6=3 -> Natural Feature, d6=1 -> Lair, d6=3 -> Cave
	Meteo: FORGE Weather, Dry season 2d6=9 -> Boiling, still

Cinque avventurieri provenienti da origini diverse, tra cui due umani, uno gnomo, un elfa ed infine uno che sembrerebbe un visone, ancora una volta, ripartono in viaggio dopo una pausa discostata in una radura di una foresta bagnata da fiumi. Appena usciti fuori dalla foresta, un caldo torrido lascia poco fiato agli avventurieri, che non avevano idea che quel caldo era arrivato così presto in una stagione primaverile. Killian Sadrizus, un uomo giovane e biondo ed il più alto di tutto il gruppo, di circa 1,54 metri, mette in mano sulla sua fronte per cercare di levare il sudore che gli stava dando fastidio.

[PC:Killian Sadrizus|Umano Guerriero|PF 7|CA 14|
FOR 14|INT 12|SAG 13|DES 8|COS 16|CAR 8]

(killian è il membro principale del party e verrà riferito principalmente con il simbolo @. tutti gli altri PG qualora dovessero eseguire azioni, saranno comandati dall'oracolo)

Killian non sembra del tutto affaticato, ma il vero sentimento che prova in questo momento è il ripensamento ad una scomparsa di un'amica fidata di nome Cosnel Mivilon.

? I compagni di Killian sono incuriositi sui suoi pensieri? (Very Likely) 
-> Sì (CF=5)
=> I compagni sono attirati dalla spensieratezza di Killian. Nannino è il primo a notare.

Nannino: "Che ti prende, Killian?"

@ Mi rivolgo verso Nannino e gli parlo.

Killian: "...non è niente, forse."
Nannino: "Strano, ci siamo conosciuti da poco e mi ritrovo già a vederti stanco. Puah, non posso stare vicino a lungo con una persona che pare di aver perso qualcuno."
Killian: "Si tratta di una amica. Una che avevo perso tempo fa ai tempi di quando abitavo a Brezca."

? Nannino conosce la città di Brezca? (Very Unlikely)
d: 1d100=4
-> Sì Critico (CF=5)
=> Nannino ricorda di essere stato a Brezca per una faccenda personale.

Nannino: "A Brezca... ci ero stato lì in un qualche periodo. Ricordo di aver visto una ragazza veramente bella che correva in cortile."
Killian: "Aveva capelli bianchi. Era sospettata di essere una strega."

Nannino alza un ciglio quando sentì quel dettaglio.

Nannino: "Sospettata come strega? Che strano..."
Killian: "Era innocente. Purtroppo è morta."
Nannino: "Oh... mi dispiace davvero."

continua...

 
Continua...

from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Questo pezzo è particolarmente dedicato a M. e G. (e alla loro prole), che mi hanno invitato con loro alla conferenza di presentazione di Nessun Rimorso Reloaded. Vi ringrazio gente, perché è in piccole situazioni tranquille così che si impara e ci si porta poi dietro, in quelle tese, cosa vuol dire partire e tornare assieme.

Sono passati 25 anni dai giorni del G8 di Genova in cui, per la prima volta nel XXI secolo, il blocco atlantico ha spezzato una mobilitazione popolare con pieno sfoggio di tutto il suo arsenale ultratecnologico e primordialmente sanguinario; fra chi, quel giorno, c'era e ha perso, ancora cinque lustri dopo, persistono certi soloni affranti di lacrime di coccodrillo, intenti a distribuire patentini per decretare chi ha giocato pulito e chi ha rovinato tutto, o viceversa chi era lì solo a passeggiare le passerelle e chi invece era maschiamente disposto a usare a ogni mezzo necessario. Soloni, al maschile, e, poco sorprendentemente, col culone al caldo sullo scranno dell'intervista con la stampa mainstream, o della scrivania segreta da cui dispensare controinformazione.

Sarà che i soloni mi hanno già rotto le scatole con le loro salmodie susseguite agli sgomberi del Leoncavallo e dell'Askatasuna; sarà che, seppur maschio, sono abbastanza frocio e matto da sentire di avere molto più da spartire con altrx compagnx frocix e mattx; sarà che sono almento cinque anni, da quando ho rimesso assieme i fatti del luglio 2001, che mi sale il groppo alla gola ogni volta che passo per Genova con il treno verso la Toscana, nella mia vacanza annuale con le amicizie toscane. Sarà quel che vi pare, ma io non ci sto a lasciare la memoria della generazione No Global a capetti e pap(p)oni che vivono come vampiri rimuginando meriti svaporati e forse nemmeno propri in partenza, capetti e pap(p)oni affatto diversi dai vampiri che si arroccano e infeudano nell'accademia dello Stato e del padronato.

Il 19 luglio, al corteo nazionale in ricordo del G8, io c'ero; sono arrivato a Genova con altru compagnu milanesi provenienti da varie frange e settori, ho incrociato con ammirazione delegazioni di altre città (ivi compresa la mia amata ex-GKN), ho sfilato col cuore in gola sotto le scuole Diaz e lungo via Tolemaide fino a piazza De Ferrari... ho pregato sul cippo per Carlo Giuliani in piazza Alimonda e vi ho lasciato sopra un dado a sei facce poggiato sul 6, un dado a sei facce che mi ero ritrovato in tasca per caso mesi e mesi fa e ora, a suo modo, là nel lugo più sacro di Genova, ora rappresenta il cifrario “161” dell'espressione “Anti-Faschistische Aktion”, lo stesso cifrario che appare pure nel CAP del mio quartiere.

Ora quel groppo alla mia gola è diventato un passaggio del testimone, quel “fuoco d'amore che avampa nel cuore di chi porta avanti la lotta”, un fuoco che ci sta motivando a migliaia, ora che lo Stato ha ammazzato il facchino Abderrahim Fakir e in suo nome, forse, finalmente, riusciremo a ravvivare la grande marea già smossa lo scorso anno dagli scioperi generali per Gaza.

Deviazione velocissima: PORCODDUE, quell'uomo si chiamava Abderrhaim di nome proprio e Fakir di cognome. Smettetela di fare finta di non capirlo e scrivere gli striscioni a cazzo, con il solo cognome “Fakir” o con “Fakir Abderrahjm” (la lettera j piazzata così non significa un cazzo, PORCODDUE), solo perché siete troppo razzist* dentro per scomodarvi a imparare l'onomastica arabofona. Merde opportuniste.

Io non ci sto, a lasciar fare chi vuole intestarsi il No Global come un successo personale che è andato irrimedabilmente perduto, sempre per colpa d'altri. Non ci sto al disfattismo frignone di chi afferma che dopo Genova sia andato tutto perduto. Se a ventisei anni mi sono dato una svegliata e ho preso posizione, è perché dopo Genova ci sono state le mobilitazioni contro la guerra e per i beni comuni, l'Onda Anomala e Occupy Wall Street, e sì, certamente, la fase di stanca precedente alla mazzata della quarantena pandemica, ma ora la Guerra Globale è qui e dobbiamo combatterla nell'ottica di vincere; dobbiamo mettere in campo tutto ciò che hanno elaborato i sindacati della logistica e le cooperative agricole e manifatturiere, le lotte indigene dal Chiapas all'Amazzonia fino al Kurdistan, le collettive di autodifesa separata per genere e di mutuo-aiuto finocchio e disabile, e chi più ne trova più ne metta graziemille. Perché il patrimonio di pratiche e risorse c'è, è plurisecolare e multilingue e in costante aggiornamento da Minneapolis a Mosca; serve il coraggio di prenderlo e applicarlo, nella diversità di tecniche e nella cooperazione reciproca fra classi oppresse. Il coraggio che ebbe chi, in via Tolemaide, osò resistere e respingere gli scherani del padronato, ivi compreso quel compagno di nome Carlo.

Ed eccovi, quindi, una mia poesia da leggere alle vostre proli, “a scuola e nei racconti che disegnano le sere”.

Notte prima del pellegrinaggio

18 luglio 2026, 22:44

È puerile, ne sono certo, ammantare di eroismo e mito città, persone, eventi di lutto ma non è forse il puerile, il sogno fanciullesco, la parte più bella, più onesta di quella strana bestia ch'è la creatura umana?

Per cui, va bene, ben vengano i miti e gli eroi Genova repubblicana in rivolta e l'odio per la mattanza digotta e cosa importa, se il mito fosse troppo bello, troppo largo?

Eroi, lo diventiamo nel ricordo di Carlo.

==========

... siete ancora qui?

Oh sono contento, perché c'è il seguito. Ne ho scritta un'altra il giorno dopo l'anniversario, grazie a delle bellissime chiacchiere con una compagna tolkienista come me, per rispondere alla pervicace ostinatezza dei neofascisti nostrani a rivendicarsi come cosa propria il Legendrium della Terra di Mezzo; l'ho scritta proprio ora, perché non ero mai stato prima a Genova, e appena sono entrato nel centro storico è montatata potente la sensazione di trovarmi in una Minas Tirith costiera, e ho constatano quanto fosse esteticamente molto appropriato che l'ultima battaglia campale della scorsa guerra si sia combattuta proprio lì, e che noi orde di orchetti lanciati all'assedio siamo stati macellati dalle legioni gondoriane già schierate in vantaggiosissima posizione difensiva (sì potremmo parlare per ore della possibile metaforizzazione degli orchetti tolkieniani come classi operaie sobillate contro l'ordine costituito dall'ingannatore Sauron/Lenin, ma non adesso). Sia per le suggestioni tolkieniane sia per certe scelti lessicali della prossima poesia, tanti tanti ringraziamenti vanno a Filomena “Filo” Sottile, che da due anni è e resta una delle mie letterate viventi preferite, oltreché (o forse proprio per questo) una compagna (tolkienista) dalla schiena drittissima e dalla sensibilità rara.

Sicuramente io non sono una punkastorie alla maniera di Filo, ma credo stia entrando tanto del suo modello, in come scrivo molte delle mie “cantate cretine”, e la prossima non fa eccezione. Fa così:

Fanculo a Evola

20 luglio 2026, 00:15

I signori padroni e i loro leccapiedi quelli con le penne, e quelli coi bastoni, lo sappiamo, posseggono la scuola e scrivono la storia con libroni ponderosi e le sprangate sopra i denti pertanto è evidente (siamo noi scemetti) che il mondo gira attorno al soldo alla decenza e al rispetto fra ineguali... è un ordine insindacabile, ma certo! e non lo sradichi con grisa sedizione, vandalismi, o un sindacato inetto. L'Ordine civico è quercia, è faggio, è palissandro.

E sapete quanto me ne frega, in casetta o dentro al raggio di un albero infestante e francamente purulento di marcescenze, il vostro senso del dominio? Non so se riuscirò, io, a vedervelo bruciare (ma magari!) so però dove li trovo i miei arbusti civici: in cella, in viuzza, al circolino, nello spazio occupato, sotto ogni targa, sopra ciascun cippo in via Zamenhof, in via Pinelli sul Lungarno, nella Vanchiglia, in un lontano villaggio in Siria e quaggiù sul Tirreno il cippo sullo spiazzo dedicato a un compagno eversivo ragazzo.

A voi padroni e lacché le radici marce vegliarde dei tronchi un po' fallici a noi, che fischiamo il vento, le radici rosse profonde di povere dolci piante che vi spaccano il cemento.

==========

Ehmbeh, siete ancora qui? Dài, andiamo a spaccare assieme il cemento.

 
Continua...

from CollettivoCasamatta

DI CALDO SI MUORE

«Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo», queste le lungimiranti dichiarazioni del Presidente del Senato Ignazio La Russa. La verità è che siamo arrivati al punto in cui è impossibile ignorare o, peggio, negare il cambiamento climatico. La Terra brucia perché il capitalismo ha bisogno di una crescita infinita per sopravvivere, anche a costo di consumare l'aria che respiriamo.

ALCUNI DATI

Mentre i dividendi degli azionisti crescono, la crisi climatica presenta il conto direttamente sulla carne delle classi subalterne. A livello globale, 7 lavoratori su 10 sono esposti a un calore eccessivo sul posto di lavoro, il che provoca 19 milioni di morti e 22,8 milioni di infortuni ogni anno (dati ILO). In Italia, le temperature estreme causano una media di 4.000 infortuni all'anno (dati INAIL), concentrati soprattutto nei settori di edilizia, agricoltura e logistica. Il sistema selvaggio dei subappalti frammenta i contratti e rende impossibile applicare persino le tutele basilari, costringendo operai e braccianti a spaccarsi la schiena sotto il sole a 40°C. A fine giugno si sono succeduti ben cinque decessi sul lavoro a distanza di poche ore.

IL DIVARIO NORD-SUD

Nel nostro Paese, poi, questa crisi accelera la storica “questione meridionale”. Mentre la povertà energetica nazionale si attesta all'8,5%, nel Sud e nelle Isole schizza oltre il 14% (dati OIPE). Le reti idriche meridionali — devastate da anni di privatizzazioni e tagli — disperdono il 50% dell'acqua (con picchi del 60% in Sicilia e Sardegna) contro il 30% del Nord. Inoltre, l’ISPRA avverte che ben il 70% del territorio a rischio desertificazione si trova proprio al Sud.

SCUOLE AL COLLASSO

La crisi climatica ha trasformato le scuole italiane in vere e proprie serre di cemento, svelando i danni storici causati dai tagli all'istruzione pubblica. Secondo i dati della Flc-Cgil, solo il 7% degli istituti ha un impianto di climatizzazione o raffrescamento funzionante. A fine giugno, durante gli esami di Stato, le aule hanno superato regolarmente i 35°C – 38°C, violando apertamente il D.Lgs. 81/08 sulla sicurezza, che raccomanda temperature estive tra i 24°C e i 27°C. Si sono così susseguiti malori e collassi dovuti al caldo estremo, sia tra gli studenti che tra gli insegnanti.

IL CASO ENI

I “Carbon Majors” — appena 57 entità commerciali e statali — sono responsabili dell'80% delle emissioni globali di CO2 dal 2016 a oggi. In Italia, il simbolo di questo estrattivismo speculativo è ENI. Calcolando le emissioni Scope 3 (quelle generate dall'uso effettivo dei combustibili che commercializza), l'impronta carbonica di ENI supera quella dell'intera nazione. Mentre l'azienda accumula utili netti miliardari grazie alle speculazioni geopolitiche sulle tariffe, lo Stato continua a garantirle miliardi di euro l'anno in Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD). Si tratta di risorse pubbliche sottratte a sanità, trasporti e scuola, utilizzate per finanziare chi sta distruggendo il futuro e che, nel frattempo, entra nelle classi per ripulirsi la coscienza con progetti di greenwashing educativo.

LA GENTRIFICAZIONE CLIMATICA

Nei centri urbani assistiamo alla gentrificazione climatica: i quartieri centrali vengono riqualificati con parchi, alberi e soluzioni architettoniche sostenibili, facendo però impennare i prezzi degli affitti. I lavoratori e le famiglie a basso reddito vengono così espulsi verso periferie sempre più cementificate, prive di verde e schiacciate dall'effetto “isola di calore”. Il diritto al fresco e a un ambiente salubre sta diventando lo status symbol delle classi agiate, mentre i quartieri popolari rimangono trappole d'asfalto invivibili.

NON C'È AMBIENTALISMO SENZA SOCIALISMO

Non esiste una soluzione di mercato a una crisi creata dal mercato stesso. I crediti di carbonio, le auto elettriche di lusso e le eco-tasse che colpiscono i consumi popolari servono solo a creare nuovi settori di speculazione. Per fermare il collasso climatico serve un programma politico radicale di rottura: 1. Nazionalizzazione e socializzazione senza indennizzo delle grandi multinazionali dell'energia, per sottrarle alla borsa e metterle sotto il controllo democratico dei lavoratori e delle comunità. 2. Riduzione drastica dell'orario di lavoro a parità di salario, per sottrarre i corpi dei lavoratori all'esposizione del calore estremo. 3. Piano strutturale di investimenti pubblici per rifondare l'edilizia scolastica, azzerare le dispersioni idriche al Sud e mettere in sicurezza i territori dal dissesto idrogeologico, finanziato interamente con l'esproprio degli extra-profitti fossili. La transizione ecologica o è una rivoluzione sociale, o sarà solo la ristrutturazione verde del capitale sulla pelle dei più deboli.

 
Continua...

from Riflessioni

Il seguente componimento è nato da un momento di complessa “malinconia” per dover andare via da un posto che, anche se per poco, si era chiamato casa. Malinconia che chiamo complessa perchè le emozioni hanno il loro talento per mescolarsi e perdere le etichette.

-

Il mondo da questo piccolo angolo, quaggiù. Mi sembra una fila di confini ordinati, plagiati dalla propagazione umana.

L'aria accarezza il suono di un campanello nella sera. Questo posto ha un profumo indecifrabile, fatto di legno rosa, dipinto ceruleo, e cielo giallo sfumato.

Lucine ritmiche si ripetono “io qui più non tornerò” mentre i pipistrelli sussurrano agli insetti, alle nuvole, che ne so.

Caro profumo, so che ti scorderò. Ma non scorderò mai il tuo essere stato primo senso di casa.

L'affetto che provo per le travi un po' sbilenche, il canarino di cui non esiste più il canto, ed i ricordi di sorriso dimenticati nel tumulto dei grilli.

Domani qualcun'altra avrà la mia vista, ma un po' diversa.

In questa casa dove ho visto due lati del silenzio, uno voluto, cercato e mai trovato; l'altro trovato e mai cacciato.

 
Read more...

from CollettivoCasamatta

A.s. 2025/2026 – Obiettivo del Ministro Valditara: una scuola al servizio della propaganda reazionaria e del capitale

L’anno scolastico appena concluso ci consegna il triste quadro di un'ulteriore, feroce offensiva contro la scuola pubblica e contro tutti coloro che la abitano, a partire dalle nuove generazioni. Nell'ultima legge di Bilancio i finanziamenti alle scuole private sono notevolmente aumentati, mentre quelli dedicati alla scuola pubblica continuano a diminuire di anno in anno. Ci siamo talmente abituati a questo trend che abbiamo, purtroppo, smesso di stupirci. È dagli anni '90, infatti, che ogni governo, di centrodestra o di centrosinistra, taglia costantemente sull'istruzione pubblica. Gli stipendi dei docenti e di tutti i lavoratori e le lavoratrici del settore scolastico, poi, sono ridicoli, a fronte di un mestiere che richiede un carico di responsabilità notevolissimo. L'ultimo rinnovo contrattuale è stato siglato con un aumento medio di circa 80€ in busta paga: un compenso vergognoso anche se non ci fosse l'inflazione galoppante, che lo rende però quasi criminale.

▪︎ Le Nuove Indicazioni Nazionali

Le nuove Indicazioni Nazionali del primo e del secondo ciclo sono state accolte con sconcerto praticamente unanime da parte dei docenti e delle varie associazioni di categoria. La centralità assoluta attribuita all’Occidente e all’identità nazionale risponde a una precisa visione reazionaria. L'insegnamento della Storia è stato ridotto a una narrazione eurocentrica e acritica. Si torna a proporre agli studenti di adottare uno sguardo coloniale sul mondo, attraverso la lente del suprematismo bianco. Le Indicazioni sono criticabili anche da altri versanti: c'è il tentativo, nemmeno troppo velato, di tornare ai Programmi, cioè di limitare fortemente la libertà di insegnamento. I documenti si presentano infatti ricchi di suggerimenti dettagliati che appaiono come prescrittivi. Le Indicazioni, invece, dovrebbero essere delle linee guida generiche che permettano poi a ogni insegnante di calare le direttive all'interno della propria classe, in base alle proprie modalità di insegnamento. Altro punto critico rilevato nei documenti del primo ciclo è la visione pedagogica incentrata sul talento. Non si fa menzione di quanto le differenze economico-culturali incidano sull'andamento didattico dell'allievo. Compito della scuola dovrebbe essere quello di azzerare o perlomeno diminuire queste disuguaglianze, invece nelle Indicazioni si parla soltanto di valorizzazione dei talenti, come se questi fossero avulsi dal contesto sociale. Infine, solo per citare i punti più macroscopici, nella prima bozza delle linee guida del secondo ciclo non vengono citati autori del calibro di Spinoza, Leibniz e Marx, e viene ridotto lo spazio di approfondimento dedicato ad Hobbes, Locke e Rousseau. La sollevazione dei docenti di Filosofia, però, ha costretto il Ministero a dirsi disponibile ad una correzione. Come spiegavamo prima, le Indicazioni non sono Programmi, quindi ogni docente è libero di approfondire l'autore che ritiene più adatto al proprio percorso, ma non possiamo nascondere il fatto che i libri di testo siano costruiti, a volte pedissequamente, in base alle disposizioni ministeriali. Inoltre, un giovane docente neolaureato sarà sicuramente più condizionato dalle Nuove Indicazioni rispetto ai colleghi con esperienza: questo porterà col tempo a un cambiamento inevitabile. Le risposte collettive, che pure ci sono state, non sempre hanno portato a risultati immediati, come nel più recente caso dei contenuti di Filosofia. Questo, spesso, ha determinato un riflusso individualista. Molti insegnanti tentano di resistere all'attacco ministeriale facendosi scudo con la propria libertà di insegnamento. Ma l'obiettivo politico e sindacale dovrebbe essere quello di ristabilire una dimensione collettiva permanente, che vada al di là della singola battaglia.

▪︎ Il “problema sicurezza”

Il tema della sicurezza, come sappiamo, è cavalcato da questo governo, ma anche dall'opposizione parlamentare. È stato al centro del dibattito e ha caratterizzato anch'esso quest'ultimo anno scolastico. I pochi, comunque gravi, casi di cronaca sono stati utilizzati per stigmatizzare un'intera generazione e, in particolare, i ragazzi di origine straniera. I dati, però, ci dicono altro. Una ricerca pubblicata dalla rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/a/la-violenza-giovanile-e-la-sfida-della-prevenzione.it) dimostra con chiarezza che non esiste alcuna emergenza. Ma al ministro Valditara poco importa dei dati. Dopo aver creato il caso mediatico, con l'aiuto di stampa e opposizione, ha pensato bene a una risposta ad effetto, totalmente inutile e inutilizzata: l'introduzione dei metal detector! Quest'anno, però, è diventata pienamente operativa anche la riforma sul voto in condotta, molto più incisiva dei metal detector. Propagandata anch'essa per rispondere a un fantomatico quanto inesistente “problema educativo”, può in realtà essere usata come arma di ricatto nei confronti delle studentesse e degli studenti politicizzati, rendendo sempre più difficile l'organizzazione o la partecipazione ad occupazioni o autogestioni. La riforma ha reso molto più semplice mettere un'insufficienza, che si traduce automaticamente in una bocciatura. Prima della riforma Valditara per un 5 in condotta serviva l'unanimità del Consiglio di classe, mentre ora è sufficiente la maggioranza semplice. Alla fine dell'anno sono effettivamente aumentate le bocciature per il 5 in condotta, anche nei confronti dei giovanissimi studenti e studentesse delle scuole medie inferiori. Secondo i primi dati forniti dal Mim (Ministero dell'Istruzione e del Merito), i docenti hanno fatto soprattutto largo uso del 6 in condotta che, grazie alla riforma, genera un debito automatico (con l'obbligo di presentare un elaborato e fare un esame a settembre per non essere bocciati). Si tratta di una forma di ricatto che, di fronte a un reale problema educativo, non modifica di una virgola la situazione del ragazzo o della ragazza in questione. La riforma del voto in condotta ha fornito ai docenti una risposta punitiva a problemi (laddove realmente esistenti) che, invece, avrebbero bisogno di una risposta sistemica. Uno studente con comportamenti inadeguati mostra un malessere che andrebbe ascoltato e accolto, non soltanto punito. Servirebbero psicologi in ogni scuola, un numero maggiore di insegnanti in modo da poter seguire con cura tutte le necessità delle nuove generazioni. Servirebbe anche un tessuto sociale in grado di aiutare le famiglie in difficoltà e spazi in cui le ragazze e i ragazzi possano esprimersi liberamente. Ma è chiaro che tutto questo è molto lontano dal pensiero del ministro Valditara.

▪︎ Il consenso informato

Il disegno di legge sul consenso da parte dei genitori per i progetti di educazione sessuo-affettiva è un'altra testa d'ariete utilizzata dal Governo per far avanzare la propria visione conservatrice e retrograda. L'idea che sottende questa decisione ci fa fare un salto indietro di addirittura due secoli. In passato, infatti, i figli erano considerati proprietà esclusiva dei genitori, in particolare del padre. A partire dall'800, e poi più compiutamente durante il '900, i bambini e le bambine sono diventati soggetti di diritto e la loro educazione una responsabilità collettiva. In questo processo, l'istituzione della scuola pubblica, pur con tutte le storture dovute al sistema capitalistico, è stata una conquista fondamentale. Ora si tenta di tornare al primato dell'educazione impartita tra le mura domestiche. Inutile dire quanto, invece, sia importante che la formazione, intesa a 360°, resti e si rafforzi come patrimonio collettivo. La dimensione sessuo-affettiva fa parte dello sviluppo della persona, anche se non dobbiamo nasconderci che la scuola, così com'è oggi, non ha gli strumenti per seguire la crescita di studenti e studentesse in tutte le sue sfaccettature. Per poter affrontare adeguatamente la questione servirebbe una scuola pensata in modo diverso: con più ore, più docenti, più risorse e meno alunni per classe. Ma, anche se aggiungere un'ora di educazione sessuo-affettiva senza modificare null'altro non è la soluzione ideale, la scuola è senza dubbio il luogo deputato per affrontare certi argomenti.

▪︎ Il 4+2 di istituti tecnici e professionali

Un altro capolavoro di quest'anno scolastico è la controriforma degli istituti tecnici e professionali, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo anno. È la rappresentazione più pura della subordinazione della scuola al capitale. Si taglia un anno di percorso scolastico per rispondere alla necessità dei distretti industriali di immettere precocemente i giovani nelle aziende. Inoltre, si mutilano le discipline culturali e storiche a vantaggio dell’addestramento aziendale e dei PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l'Orientamento, nella realtà il più delle volte è lavoro non retribuito). La differenziazione, di gentiliana memoria, tra licei e scuole tecniche e professionali viene acuita ulteriormente. I plessi scolastici si trasformeranno in anticamere della fabbrica. Le aziende locali potranno addirittura salire in cattedra e modificare i programmi in base alle loro esigenze. Contro questo attacco gravissimo docenti e studenti si sono subito mobilitati; ci auguriamo che possano vincere questa battaglia. Ogni ragazzo e ogni ragazza ha diritto a una formazione il più completa possibile, non a essere trattato, sin dalla più tenera età, come pura forza-lavoro.

▪︎ La “Maturità”

Il Ministro del cosiddetto Merito non ha mancato di modificare anche l'Esame di Stato, che è tornato a chiamarsi Esame di Maturità, così come era stato definito durante il ventennio fascista. Le commissioni sono state ridotte da 7 a 5 membri, a parità di compenso. È stata, poi, eliminata l'interdisciplinarietà: al colloquio orale si presentano soltanto 4 discipline. Ciò significa, ad esempio, escludere Storia negli Istituti tecnici e professionali. Valditara ha inoltre aggiunto, da quest'anno, l'attribuzione di 5 punti in base al “grado di maturazione personale, autonomia e responsabilità dello sviluppo dell'individuo”. Un parametro totalmente soggettivo e, naturalmente, classista. Pensiamo, ad esempio, a chi vive in condizioni di marginalità ed è privato dei mezzi materiali per coltivare le proprie inclinazioni e il proprio benessere: dovrebbe forse essere giudicato carente sul piano dello “sviluppo personale”? Ovviamente la gran parte dei docenti si è detta contraria a utilizzare questo parametro valutativo anti-pedagogico, per cui i 5 punti verranno in realtà attribuiti, nella stragrande maggioranza dei casi, in base al risultato della prova d'esame. Resta, però, il tentativo da parte del Ministro di umiliare ancora una volta le studentesse e gli studenti che non si allineano, per volontà o per necessità, ai suoi schemi reazionari.

▪︎ Un bilancio

Il bilancio di quest'anno scolastico non lascia spazio a interpretazioni: la scuola pubblica è sotto un attacco frontale che mira a scardinarne la residua funzione emancipatrice. È necessario e urgente ricostruire un fronte unico di classe che riunisca studenti, studentesse, docenti e lavoratori e lavoratrici del settore. Purtroppo finora le risposte, seppur presenti, non sono state all'altezza degli attacchi subiti. Serve un salto di qualità immediato, pena la perdita definitiva di una conquista fondamentale come lo è stata la scuola pubblica.

 
Continua...

from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Fra meno di tre settimane sarà il 25° anniversario del G8 di Genova, cioè la seconda sconfitta mai del tutto processata dalla sinistra extraparlamentare italiana (e non solo) assieme ai tumulti del 1977 (e di quelli se ne parla il prossimo anno), e dopo la quale non abbiamo più raggiunto strutture e numeri tali da fare davvero tremare il padronato. Stasera avrei dovuto spulciare tutti i siti web in chiaro ancora esistenti dei centri sociali di Milano per capire se qualcun* organizza una maledetta carovana per scendere a Genova, invece mi sono messo a frugare nella mia cloud Google, allo scopo di recuperare e salvarmi in locale tutto il materiale che non voglio lasciare in pasto ai tecno-plutocrati... e per combinazione ho ritrovato una poesia risalente a poco meno di 3 anni fa esatti: una riscrittura beffarda della canzone di rock neofascista “Claretta e Ben” dei 270 Bis, composta da un cretinodicrescenzago giovane ed entusiasta come inno a quel Movimento delle masse oppresse in cui credeva con tutto il cuore, prima di accumulare anche lui mazzate (metaforiche), esaurimenti (da assemblee incastrate su sé stesse) e candelotti di lacrimogeni (pochi ma forti).

Oggi la pubblico qui, come sputo limaccioso sul busto ebete del Duce, come prima preghiera del pellegrinaggio fino alla tomba di Carlo Giuliani, e come dono a chi vorrà remixare un po' la partitura della canzone originale per mettere in musica la mia versione senza rotture legali. Se lo fate, accreditatemi come paroliere, e o mandatemi una registrazione, o invitatemi direttamente; perché starci dentro “è difficile / ma ci credo!”.

O almeno, ci voglio ancora credere.

In Piazzale Loreto

Su svegliatevi riscuotetevi vedo in terra una rossa bandiera come un angelo tra le fabbriche che si lancia a colpire il cielo!

Forse è un inno o solo un sogno il ricordo di una canzone ma ora sale sai come il ritmo di una furia dentro al mio cuore.

Han ballato sui nostro corpi, han sputato sul nostro nome, han nascosto le nostre tombe, ma non ci possono cancellare!

Puoi vederli sai, sono qui con noi con le braccia levate al Sole; lottan qui con noi io le vedo, stan ballando in Piazzale Loreto

È una piazza piena di sogni un'armata di care amiche, mille anime di caduti ma nel ricordo per sempre vivi.

Son studenti di Valle Giulia e compagne in Alimonda, il picchetto di Sanremo le mondine di Molinella.

E ora sono qui, son per sempre qui, son tornate a marciare ancora dalle carceri dalle tombe dagli scrigni della memoria.

Mille innanzi a me mille dietro a te e altre mille per ogni lato è difficile ma ci credo! Ci si vede in piazzale Loreto! Ci si vede in piazzale Loreto!

E io ho il cuore rosso-nero e re Umberto io lo mando al cimitero. E io ho il cuore verde-nero perciò non cedo e difendo il mondo intero.

E io ho il cuore rosa-nero tripla luna brilla nel mio cielo. E io ho il cuore viola-nero o compagna, compagna io ti credo.

Insieme ora partiamo, insieme torneremo. (Ad libitum in dissolvenza)

 
Continua...

from ordinariafollia

ordinariafollia-log_036-2026.jpg

Questo cuore impavido batte per te ogni giorno solo per te da mezzogiorno e due alle due meno tre.

Ricorda il fischio di un treno che passa lontano e vorresti salirci ma è proprio lontano.

Questo cuore impavido e nudo nell'isola degli scimmiotti inseguito da luoghi comuni ed etichettatori con occhiali grossi come piatti.

Ricorda le urla di una madre affacciata al balcone: è ora di fare merenda! ma non hai ancora finito di giocare a pallone.

Questo cuore impavido vestito da chierico della patata nel dungeon del tempo che passa con la mazza più uno con supercazzola incantata.

Ricorda le ferite fatte con le unghie per grattare le punture di zanzare e le bolle dell'ortica.

Questo cuore impavido che viaggia nel giorno del tentacolo in groppa al cinghiale bianco e ancora ti dice: sei un miracolo.

Ricorda un ghiacciolo al limone in un giorno d'afa e di sole.

 
Continua...

from Storieparole

Forse l'ho uccisa. Niente di troppo cruento, nessuno sgozzamento alla CSI, nessun vicino che sente urla disperate e neppure corte unghiette di esili manine che graffiano le mura di qualche cantina alla spasmodica ricerca di una via di fuga. Nulla di tutto questo. Se è morta, è morta d'incuria. Il che, a ben pensarci, potrebbe essere persino peggio di uno sgozzamento. L'ho nascosta così bene da non riuscire più a trovarla, nelle frenetiche giornate da adulta mi sono persa tra lavoro e call e bollette da pagare e scadenze da ricordare fino ad arrivare al punto di dimenticarmi completamente di lei, di darle da mangiare, di pulirle la stanza, anche solo di accertarmi che respirasse ancora. Scena del crimine

Mentre scrivo queste righe è forte la tentazione di mollare tutto e correre a cercarla. Per assicurarmi che sia ancora viva. Che stia ancora bene, nonostante tutto. Nonostante me. Ma ho un compito da svolgere, sono una donna adulta che non si sottrae ai propri doveri, dunque starò qui a scrivere fino a quando non avrò fatto ciò che devo e solo dopo, forse, se avrò tempo, andrò a cercarla per assicurarmi che stia ancora bene. D'un tratto, però, sento qualcosa. Non è un urlo che squarcia il silenzio, non un grido d'aiuto. È un sussurro, come di qualcuno che bisbiglia un segreto all'orecchio, con una risatina di bimba divertita. Una parola sola: Pirata! Cerco di ignorare quella voce che però continua a mormorare, accompagnata da una risatina argentina, come un campanellino scosso dalla brezza. E, d'un tratto, il sussurro diventa immagine: una pagina, una pagina web, scritta al computer, pubblicata circa un anno fa. Di colpo, la risatina diventa una burla, la parola bisbigliata acquista un senso. Pirata!, ma certo! Avevo scritto di pirati, io! Era giugno, faceva caldo, forse non come in questi giorni, ma... sì, la strada era polverosa e arroventata dal sole di fine giugno, ora lo ricordo! E quasi febbrilmente vado alla ricerca di quella pagina, fino a quando la ritrovo proprio qui.

La #SagraIndieWeb nemmeno sapevo cosa fosse, BobbiArbore non aveva ancora deciso che il tema di questo mese sarebbe stato “L'importanza di prendersi cura della nostra parte infantile”, eppure avevo scritto quelle parole. E oggi, a poco più di un anno di distanza, rieccomi qui ad ascoltare il sussurro di quella bambina che sono stata. E che, da qualche parte, sono ancora.

Mi prendo cura di lei? Poco, questo è certo. Spesso la dimentico, so che c'è ma non ci bado, do priorità a tutte quelle cose da grandi che trovavo – e spesso trovo ancora – mortalmente noiose, e sciocche, e senza senso. Vuoi mettere come sarebbe più bello saltare a piedi pari dentro una pozzanghera, invece di pensare a pagare la bolletta del telefono? E passare qualche ora a dipingere in giardino, anziché stare appiccicata al computer e leggere e rispondere a tutte quelle email? Però per fortuna ho una manciata di nipoti, coi quali ogni tanto posso tornare a giocare, con interminabili e combattutissime sfide a carte, o a infrangere il record di numero di scambi a pallavolo, o a disegnare unicorni e farfalle e gattini che però hanno la coda da sirena e nuotano come pesci. E poi ci sono i libri, e i fumetti, e le chiacchiere su Mastodon tra gente che, forse, in fondo in fondo, come me, è ancora un po' bambina. E ci sono anche eventi che, ogni tanto, irrompono nella vita come un fulmine, squarciando l'apparente tranquillità: accadimenti che, da bambina, non avrei saputo affrontare; è in quei momenti che torno indietro, vado da lei, apro con cura la porta della sua cameretta e la tocco su una spalla mentre è lì, china sul suo ennesimo disegno da colorare. Quando si volta a guardarmi, e spalanca i suoi occhi per la sorpresa, le dico di stare tranquilla, che sono la lei del futuro, che tutto andrà bene, che il dolore che ha provato per la presa in giro a scuola guarirà, che fra qualche tempo resterà solo un ricordo, come una piccola cicatrice per rammentare che quella cosa è successa, ma che è servita a renderla più forte. “Stai andando alla grande – le dico -Metà dei tuoi compagni che ti sfottono adesso, in futuro avranno vite insipide, lavori che odieranno, divorzi e rimpianti. E scriveranno tutto su delle cose che si chiameranno social network, che tu oggi non conosci ma che permetteranno a chiunque di ficcare il naso nelle vite altrui. Tu continua per la tua strada, coltiva i tuoi sogni, prenditene cura, non dare retta a chi ti chiama secchiona: se ti dà gioia, studia. Cerca sempre di essere la persona che il tuo spirito ti chiama ad essere e, tesoro, fregatene di tutto il resto! Ciao, piccola”.

 
Read more...

from CollettivoCasamatta

ELECTROLUX: 1.700 ESUBERI E LA CHIUSURA DI CERRETO D’ESI. RISPONDERE CON UNA LOTTA ORGANIZZATA FUORI DAGLI SCHEMI CONCERTATIVI PERCORSI DALLE BUROCRAZIE SINDACALI E DALLE ISTITUZIONI.

Per il distretto degli elettrodomestici delle Marche non è soltanto una nuova crisi industriale. È la conferma di una lunga parabola discendente che dura da oltre vent’anni anni e che oggi raggiunge uno dei suoi punti più drammatici. L’annuncio di Electrolux di tagliare circa 1.700 posti di lavoro in Italia, pari a quasi il 40% della forza lavoro nazionale, e di chiudere completamente lo stabilimento di Cerreto d’Esi, dove lavorano circa 170 persone, rappresenta uno spartiacque per l’intero comparto manifatturiero italiano. La decisione, comunicata ai sindacati durante il coordinamento nazionale convocato a Marghera, non colpisce soltanto un sito produttivo: mette in discussione il ruolo stesso dell’Italia nella geografia industriale europea del gruppo svedese. L’azienda motiva il piano con la persistente debolezza della domanda europea, l’aumento dei costi produttivi e la crescente pressione competitiva dei produttori asiatici. Una spiegazione che appare coerente con il contesto internazionale ma che, nel territorio fabrianese, viene percepita come l’ennesimo capitolo di una storia già vista perché il problema non nasce oggi. Per decenni l’area compresa tra Fabriano, Cerreto d’Esi e i comuni limitrofi ha rappresentato uno dei principali poli della produzione di elettrodomestici. La crescita era stata trainata dall’esperienza della Merloni, poi diventata Indesit, fino all’acquisizione da parte di Whirlpool. Attorno a quel sistema industriale si era sviluppata una rete capillare di fornitori, aziende meccaniche, imprese di componentistica e servizi. Migliaia di famiglie hanno costruito il proprio benessere grazie a quella filiera. Oggi di quel modello resta poco o niente. Le acquisizioni internazionali, la delocalizzazione delle produzioni a minor valore aggiunto, la competizione dei paesi dell’Est Europa e dell’Asia, l’aumento dei costi energetici e la contrazione dei consumi hanno progressivamente ridotto il peso produttivo del territorio. La chiusura annunciata di Cerreto d’Esi si inserisce dentro questa tendenza. Non è un fulmine a ciel sereno; è l’esito di un processo che per molti era visibile e preannunciato da anni. Un processo imposto dalle multinazionali sponsorizzate dai vari governi di centrodestra e centrosinistra che si sono alternati in questi anni con la “benedizione” delle burocrazie sindacali complici anch’esse e protagoniste di errate valutazioni che di riflesso hanno innescato questi drammi sociali. La vicenda Electrolux richiama inevitabilmente quella di Beko Europe, la nuova realtà nata dall’integrazione delle attività europee di Arçelik e Whirlpool. Anche in quel caso si era partiti da numeri molto pesanti. Le trattative hanno consentito di ridurre il numero degli esuberi inizialmente previsti attraverso uscite volontarie, ammortizzatori sociali e strumenti di accompagnamento. L’accordo è stato sostenuto dal governo di allora e approvato da una larga maggioranza dei lavoratori. I sindacati hanno rappresentato tale vertenza come la dimostrazione che la contrattazione può produrre risultati concreti. Nulla di più falso, sbagliato e dannoso. Per i lavoratori più combattivi e per alcune organizzazioni politiche anticapitaliste con una visione più critica e reale invece, il caso Beko ha evidenziato un altro aspetto: si è trattato soprattutto di gestire il ridimensionamento, non di impedirlo. Una distinzione tutt’altro che marginale perché una cosa è limitare i danni un’altra è salvaguardare integralmente la capacità produttiva e l’occupazione. Il raffronto più delicato e veritiero riguarda probabilmente quello con Elica. L’azienda marchigiana delle cappe aspiranti ha attraversato anni complessi che hanno portato il gruppo dell’ex senatore Casoli a perdere circa 400 posti di lavoro mai più recuperati e la chiusura negli anni degli stabilimenti di Serra San Quirico e ancora una volta a quello di Cerreto d’Esi con l’appoggio e l’assenso delle sigle sindacali confederali. Ma il confronto con quanto accade oggi nel nostro territorio pone una domanda inevitabile: quanto pesa la qualità della strategia industriale rispetto alla semplice gestione delle emergenze occupazionali? Molti economisti sostengono che la sopravvivenza del settore europeo dipenderà sempre più dalla capacità di presidiare segmenti ad alto valore aggiunto. Quando la competizione si sposta esclusivamente sul costo del lavoro, l’Europa parte inevitabilmente svantaggiata rispetto ad altre aree del mondo. Tutto ciò però non deve giustificare ed oscurare il problema delle delocalizzazioni che, nella grande maggioranza, avvengono e passano con l’utilizzo di soldi pubblici e delle tasse pagate dai lavoratori e dalle lavoratrici dipendenti, i quali subiscono anche il danno più oneroso, cioè la perdita del posto di lavoro.

Da qui in poi un altro tema diventa centrale sul quale, ormai, non si può fare più finta di non vedere: il nodo della rappresentanza sindacale. Al piano Electrolux i sindacati hanno reagito proclamando lo stato di agitazione permanente e otto ore di sciopero nazionale. Una risposta che rientra nella tradizione delle relazioni industriali italiane e che appare quasi automatica di fronte a una decisione di questa portata. La domanda che però le avanguardie operaie più combattive si pongono è un’altra: perché si arriva sempre al momento dello sciopero quando le decisioni industriali sono quasi già prese? Negli ultimi anni le organizzazioni sindacali hanno seguito tavoli, confronti ministeriali, procedure di crisi e negoziati complessi in numerose vertenze del settore. Eppure il risultato finale è stato spesso la riduzione degli organici, la chiusura di siti produttivi o il trasferimento delle produzioni. La sensazione diffusa tra una parte dei lavoratori è che la capacità di incidere realmente sulle strategie delle multinazionali sia diventata estremamente limitata. I sindacati respingono questa lettura e ricordano come molte crisi siano state almeno parzialmente contenute grazie agli accordi raggiunti. Tuttavia resta un dato di fatto eloquente e non modificabile: il numero degli occupati nel distretto continua a diminuire grazie agli accordi siglati che progressivamente hanno cambiato e sbilanciato, verso i padroni, i rapporti di forza segnando la deriva delle burocrazie sindacali che negli anni hanno lasciato molto sul piano della lotta e della contrapposizione. Tra i passaggi più contestati vi è il cosiddetto Testo Unico sulla Rappresentanza, sottoscritto nel 2014 da CGIL, CISL, UIL e Confindustria, con l'obiettivo dichiarato di certificare la rappresentatività sindacale e rendere più efficaci gli accordi sottoscritti. Per i firmatari si trattava di una modernizzazione delle relazioni industriali e di uno strumento per dare certezza alle regole della contrattazione. Per numerosi sindacalisti di base e per una parte della sinistra anticapitalista rivoluzionaria, invece, quel sistema ha contribuito a rafforzare il monopolio delle grandi confederazioni e a rendere più difficile la contestazione degli accordi una volta firmati e la netta esclusione delle sigle più combattive e meno pronte a prendere ordini dai vertici aziendali. La critica è nota: la rappresentanza sarebbe stata progressivamente trasformata da strumento di conflitto a strumento di gestione delle decisioni aziendali. Un'accusa pesante che le confederazioni respingono, ma che continua a riemergere ogni volta che una nuova vertenza si conclude con ridimensionamenti occupazionali. Il punto di rottura simbolico resta però il Jobs Act. La riforma del 2015 ha modificato profondamente il sistema delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, limitando il reintegro automatico previsto dall'articolo 18 per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 e introducendo il sistema delle cosiddette tutele crescenti. Per molti lavoratori quella riforma rappresenta il momento in cui il sindacato confederale ha mostrato tutta la propria debolezza. Non perché la base di CGIL, CISL e UIL fosse favorevole al Jobs Act. Le posizioni furono differenti e in alcuni casi apertamente contrarie. La contestazione riguardò piuttosto l'efficacia della mobilitazione. A distanza di oltre dieci anni, una parte consistente del mondo del lavoro continua a chiedersi come sia stato possibile che la più importante modifica dello Statuto dei Lavoratori dagli anni Settanta sia stata approvata senza una stagione di lotta sociale paragonabile a quella che aveva caratterizzato altre battaglie del passato. Nell'immaginario di molti operai marchigiani il confronto è inevitabile. Negli anni Settanta e Ottanta i sindacati erano percepiti come soggetti capaci di bloccare interi comparti produttivi. Oggi vengono spesso percepiti come interlocutori istituzionali chiamati a gestire le conseguenze delle decisioni già assunte, inquadrando le organizzazioni sindacali da difensori dei lavoratori a gestori delle crisi aziendali. CGIL, CISL e UIL sono ancora organizzazioni nate per impedire la perdita dei posti di lavoro oppure sono diventate strutture che negoziano le condizioni migliori possibili quando i posti di lavoro vengono persi? A questa domanda si potrebbe rispondere con una risposta secca ed esaustiva: queste sigle sindacali non sono più credibili agli occhi della storia contemporanea del nostro tempo. Ogni nuova vertenza conclusa con una riduzione degli occupati, e al peggio la chiusura dei siti produttivi, rafforza la percezione di una rappresentanza incapace di incidere sulle grandi scelte industriali. Una percezione che può apparire “ingenerosa”, considerando la forza delle multinazionali e la globalizzazione delle catene produttive ma che non può essere liquidata come semplice propaganda. Perché nelle Marche, come in molte altre aree industriali italiane, esiste ormai una generazione intera che ha visto chiudere fabbriche, ridurre organici e trasferire produzioni senza mai assistere a una vera inversione di tendenza attraverso lotte di classe. E quando la storia si ripete per vent'anni, la domanda non riguarda più soltanto le aziende, riguarda anche chi avrebbe dovuto contrastarle. Proroghe e cassa integrazione sono gli unici obiettivi, utili non per eliminare il danno ma per contenerlo. Il tutto funzionale per l’autotutela di corporazione e di categoria e per fare muro contro chi, legittimamente, cerca di contrastare e far emergere le responsabilità delle burocrazie e dei ruoli sempre occupati dalle stesse persone. Essere un funzionario sindacale ad oggi significa avere la garanzia del “posto fisso” sulla pelle di chi, dalla sera alla mattina, viene messo per strada. La domanda che emerge oggi da Cerreto d’Esi è la stessa che era emersa a Fabriano, a Siena, a Napoli e in molte altre aree industriali del Paese: esiste una strategia nazionale per difendere i settori del mondo del lavoro oppure ci si limita a gestire le conseguenze delle decisioni prese altrove? Per quanto ci riguarda, a noi la risposta appare chiara e purtroppo inconfutabile.

Per le Marche il problema non riguarda soltanto i 170 lavoratori direttamente coinvolti nello stabilimento. Ogni posto perso in una fabbrica genera effetti sull’indotto, sui consumi locali, sul mercato immobiliare e sulla tenuta sociale del territorio. La chiusura di un impianto industriale non è mai un fatto isolato, è un processo che coinvolge intere comunità. Negli ultimi anni il territorio ha già vissuto riduzioni occupazionali, ristrutturazioni, cessioni di attività e processi di delocalizzazione e ogni nuova crisi rende più difficile assorbire quella successiva. Quando una comunità vede susseguirsi crisi industriali sempre più pesanti, è inevitabile che si interroghi sull’utilità degli strumenti tradizionali di tutela e da chi dovrebbero essere dirette. Ormai lo sciopero ad oltranza della produzione, il blocco delle merci in entrata ed uscita, l’occupazione del sito produttivo vengono fatte passare dai burocrati sindacali come momenti di lotta inutili e superati, e al contrario la contrattazione e la concertazione come unici strumenti di opposizione. Quello che noi pensiamo serva invece sono dinamiche di lotta come quelle prima citate per costruire le basi per l’innalzamento dello scontro in risposta all’aggressione in atto, con l’utilizzo degli strumenti che riportino al centro anche la questione della lotta di classe. Coscienze che possano prendere distanze nette dai sindaci del territorio e le istituzioni che sfilano davanti ai cancelli e rilasciano dichiarazioni promettendo chissà quali battaglie effimere e solo di rappresentanza. Una volta finito tutto, di tali figure rimarrà solo il ricordo illusorio e strumentale.

La vicenda Electrolux dimostra ancora una volta i limiti di un modello economico in cui il destino di intere comunità viene subordinato alle decisioni di grandi gruppi industriali e finanziari con a braccetto le organizzazioni confederali. A Cerreto d'Esi, come prima a Fabriano, e in molte altre realtà industriali, migliaia di lavoratori scoprono che anni di sacrifici, aumenti di produttività e disponibilità a sottoscrivere accordi sempre più onerosi non garantiscono alcuna sicurezza occupazionale. Quando il profitto diminuisce o si aprono opportunità più convenienti altrove, gli stabilimenti chiudono e i territori vengono abbandonati. È una dinamica che alimenta una domanda politica sempre più radicale: fino a quando il lavoro dovrà dipendere dalle scelte di proprietà che non rispondono ai lavoratori né alle comunità locali? La crisi degli elettrodomestici nelle Marche non appare soltanto come il fallimento di una strategia industriale. Per molti rappresenta il fallimento di un intero modello di relazioni sociali fondato sulla convinzione che gli interessi del capitale e quelli del lavoro possano essere conciliati indefinitamente. Gli ultimi decenni raccontano una storia diversa. Le delocalizzazioni, gli esuberi, la precarizzazione del lavoro e l'indebolimento delle tutele hanno progressivamente modificato i rapporti di forza a favore delle imprese e della finanza. In questo contesto torna al centro il tema della coscienza di classe. Consapevolezza che, per decenni, ha rappresentato il motore delle più importanti conquiste sociali e sindacali del Novecento. Per chi si colloca nella tradizione socialista e rivoluzionaria, la risposta non può limitarsi alla gestione delle crisi o alla contrattazione degli esuberi. La questione dovrebbe portare a fare ragionamenti sul tema del controllo stesso della produzione. Le aziende che ricevono sostegno pubblico, utilizzano infrastrutture collettive e determinano il destino economico di interi territori, dovrebbero essere sottratte alla logica della pura redditività privata e poste sotto controllo pubblico e democratico, cioè nazionalizzate e poste sotto il controllo operaio. Un percorso di certo non favorito dall’attuale sistema politico ed economico che viviamo quotidianamente, ma che potrebbe comunque essere messo in discussione e ribaltato con prospettive e basi rivoluzionarie. All’attacco capitalista al mondo del lavoro l’unica risposta può essere quella della costruzione di un fronte unico di lotta unitario e generalizzato capace di unire tutte le maggiori vertenze in un'unica grande mobilitazione di massa operaia.

Le ultime notizie dell’incontro avvenuto in queste ore parlano di una sorta di “tregua” tra azienda e lavoratori, una sorta di pace armata fino alla riapertura del prossimo tavolo che comunque fa pensare a un momento di calma prima della ripresa della tempesta. Un tratto di tempo probabilmente usato dai vertici aziendali ed avallato dal governo che porterà ad un indebolimento progressivo e allo sfinimento di tutta la forza lavoro. L’apprezzamento critico dei sindacati contribuirà pesantemente a segnare in negativo la vertenza. A Cerreto d'Esi non verrà probabilmente chiusa soltanto una fabbrica ma verrà dato un colpo pesante che metterà a dura prova la tenuta del tessuto sociale. Esiste un altro modello di sviluppo sociale e politico possibile che possa dare una risposta che delinei una prospettiva differente? É una domanda sulla quale noi strutturiamo quotidianamente il nostro impegno politico. È una domanda però che il territorio marchigiano continuerà a porsi ben oltre la vicenda Electrolux, sulla quale sarà necessario costruire una reale e concreta risposta di massa e di classe.

Mauro Goldoni

 
Continua...

from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Alla c.a. del signor Howard, Robert Ervin

Egregio sig. Howard

Spero che la presente mia La trovi in salute... compatibilmente con la salute di cui potete godere voi artisti che decidete di farla finita con una pallottola nel cranio.

Due righe di presentazione: sono l'ennesimo Suo lettore postumo che aveva ben in mente sin dall'adolescenza, per osmosi culturale, l'esistenza di un tal Conan (rigorsamente “il barbaro”, mai “il cimmero”), e dopo aver guardato la pellicola di John Milius ebbe il ghiribizzo di leggere i Suoi racconti autentici; prima il ciclo di Conan, poi in sequela il fantasmagorico re Kull, il melancolico Bran Mak Morn, messer Solomon Kane con i suoi tumulti d'animo così squisitamente calvinisti, gli straordinari racconti di cappa e spada su vichinghi e crociati e mamelucchi e orde mongole, Faccia di teschio e le altre vicende dell'orrore, tanto le Yog-Sothoth-erie quanto i capolavori di Gotico texano... ma sto divagando, non è certo a Lei che serve un catalogo della Sua stessa produzione.

Signor Howard, che dire. Io sottoscritto son nato 89 anni dopo di Lei e, in capo a pochi mesi, sarò vissuto più di Lei, non tanto per mio merito, quanto per la fortuna di aver avuto accesso a strumenti medici salvavita che m'hanno distolto dalla decisione, nelle circostanze peggiori, di farmi saltare le cervella, pertanto non so se vi siano le basi perché Lei possa reputarmi un soggetto comprensibile, apprezzabile e men che meno stimabile. Anzi, non escludo Lei possa da un lato disdegnarmi, viste le mie pratiche di vita sedentarie, molli e licenziose (e tipicamente italiane, possiamo dirlo?) o i miei valori smaccatamente socialisti e moderatamente filantropi, e dall'altro lato invidiarmi, essendo io cresciuto, come Lei, in un territorio agricolo discretamente sonnacchioso ove le mie inclinazioni accademiche erano scarsamente valorizzate, ma a differenza Sua ho avuto a disposizione le risorse per dileguarmi dalla provincia e ricollocarmi con discreto successo nella metropoli (e anche qui, potremmo aprire un capitolo sulla liceità e opportunità delle belle lettere in un contesto schietto e rurale, ma non voglio lanciarmi in troppe divagazioni).

Nondimeno, signor Howard, consapevole di queste premesse e riserve, tuttavia Le ho voluto indirizzare questa mia, in questi giorni del 90ennale della Sua scomparsa, e la compongo avendo ben impressa in mente un'altra lettera, forse la più nota del canone letterario italiano. Alludo alla “Lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513” composta da Niccolò Machiavelli, figuro che, immagino, Lei aborra in quanto epitome della decadenza morale apportata all'umanità dai grandi Stati imperiali (in primis i miei antenati), con la loro ingessatura del vivere sociale in protocolli, mascherate, sotterfugi, calcoli sottobanco e altre pratiche tanto decorose quanto velenose, insomma le pratiche che ne “Il regno d'ombra” Lei attribuiva alla cabala degli uomini-serpente nel loro complotto per controllare gli umani di Valusia. Ora, nella suddetta lettera il Machiavelli, esule nelle campagne fuori Firenze per aver perso degli intrighi di palazzo, riferisce all'amico Vettori che il suo maggior diletto, segregato com'era fuori dal mondo, era leggere le opere dei grandi pensatori del passato, dall'antichità greco-romana al Medioevo italiano, e interloquire con quei grand'uomini attraverso il tempo e lo spazio, stabilendo con loro quella che, suppergiù 300 anni dopo, sarebbe stata chiamata corrispondenza d'amorosi sensi da un altro poeta laureato della mia cultura, l'esimio “letterato in divisa” Ugo Foscolo (ecco, il signor Foscolo credo sarebbe più nelle Sue corde, coi suoi versi sullo “spirito guerrier ch'entro mi rugge”, ma non divaghiamo).

Signor Howard... Robert. Col cuore in mano, a centovent'anni dalla Sua nascita, a novant'anni dal Suo suicidio, a circa dieci anni da quando per la prima volta lessi con i miei occhi delle Sue righe, a cinque anni da quando La inserii come personaggio ampiamente romanzato in una mia novella, a circa quattro anni da quando tradussi di mio pungo le Sue “Lines Written in the Realization that I Must Die” (traduzione tristemente dispersa e ancora non ricostruita, ahimé)... Robert, io La ringrazio con tutto il cuore. La ringrazio perché è stato uno dei primi artisti con cui ho vissuto una corrispondenza d'amorosi sensi: a partire dalla straordinaria teofania (o cosmo-fania) nella pagina climatica de “La torre dell'elefante”, proseguendo con le meditazioni sulla direzionaltà del tempo ne “I re della notte” e sulla vergogna del fallimento ne “Le ali notturne”, fino alle vette di piccolezza e finitudine ne “I vermi della terra” e alle lacerazioni intuibili nel Suo stesso cuore entro gli straordinari “I piccioni dall'inferno” e “I morti ricordano”.

Sicuramente voi morti ricordate, Robert. E sicuramente noi vivi abbiamo la memora un po' troppo corta, in questo secolo di melma e immondizia e marcescenza purulenta in cui la cosiddetta civiltà dell'Occidente ha raggiunto dei picchi di parossismo autodistruttivo imbarazzanti, tali che forse persino Lei si ritroverebbe a parteggiare contro il proprio governo e a sostegno dei teocrati persiani (per altro, sarebbe uno scenario interessante in cui calare Conan: un'avventata spedizione di Nemedia e Brythunia contro l'impero di Turan). Però, Robert, io mi ricordo. Mi ricordo la solitudine e l'impotenza, la tentazione di porre fine a tutto, e il solacio di aggrapparsi ai libri di storia per sognare sulle vicende di capitani ed esploratori, di vagabondi e negromanti. Mi ricordo il sangue macellato e le urla di vendetta dei popoli barbarizzati e brutalizzati dagli imperi, e le rappresaglie che i barbari hanno lanciato ancora e ancora contro la mano che li accalappiava, a partire dall'impresa di Spartaco, qui nel mio paese e fra i miei antenati, sino alle astuzie del grande Cochise nel vostro Sud-Ovest, e ora tento anche io, giorno per giorno, di farmi barbaro e prepararmi ad alzare la testa, quando verrà il momento di saccheggiare nuovamente Roma, con la speranza che, questa volta, sia la volta in cui non sorgeranno mai più civiltà né imperi, e noi esseri umani torneremo, in qualche modo, a rabbrividere attorno ai fuochi, le mani strette ai randelli davanti all'assedio dei misteri notturni... ma con una punta di serenità nel cuore, consapevoli che essere piccoli ma forti nel vasto glaciale universo è la nostra giusta condizione.

Per avermi insegnato tutto questo, e per avermi reso l'uomo che sono, un milione di grazie, Robert... anzi, Bob.

Non ti dimenticherò mai, caro amico. Anzi, caro fratello.

 
Continua...