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from Storieparole

Forse l'ho uccisa. Niente di troppo cruento, nessuno sgozzamento alla CSI, nessun vicino che sente urla disperate e neppure corte unghiette di esili manine che graffiano le mura di qualche cantina alla spasmodica ricerca di una via di fuga. Nulla di tutto questo. Se è morta, è morta d'incuria. Il che, a ben pensarci, potrebbe essere persino peggio di uno sgozzamento. L'ho nascosta così bene da non riuscire più a trovarla, nelle frenetiche giornate da adulta mi sono persa tra lavoro e call e bollette da pagare e scadenze da ricordare fino ad arrivare al punto di dimenticarmi completamente di lei, di darle da mangiare, di pulirle la stanza, anche solo di accertarmi che respirasse ancora. Scena del crimine

Mentre scrivo queste righe è forte la tentazione di mollare tutto e correre a cercarla. Per assicurarmi che sia ancora viva. Che stia ancora bene, nonostante tutto. Nonostante me. Ma ho un compito da svolgere, sono una donna adulta che non si sottrae ai propri doveri, dunque starò qui a scrivere fino a quando non avrò fatto ciò che devo e solo dopo, forse, se avrò tempo, andrò a cercarla per assicurarmi che stia ancora bene. D'un tratto, però, sento qualcosa. Non è un urlo che squarcia il silenzio, non un grido d'aiuto. È un sussurro, come di qualcuno che bisbiglia un segreto all'orecchio, con una risatina di bimba divertita. Una parola sola: Pirata! Cerco di ignorare quella voce che però continua a mormorare, accompagnata da una risatina argentina, come un campanellino scosso dalla brezza. E, d'un tratto, il sussurro diventa immagine: una pagina, una pagina web, scritta al computer, pubblicata circa un anno fa. Di colpo, la risatina diventa una burla, la parola bisbigliata acquista un senso. Pirata!, ma certo! Avevo scritto di pirati, io! Era giugno, faceva caldo, forse non come in questi giorni, ma... sì, la strada era polverosa e arroventata dal sole di fine giugno, ora lo ricordo! E quasi febbrilmente vado alla ricerca di quella pagina, fino a quando la ritrovo proprio qui.

La #SagraIndieWeb nemmeno sapevo cosa fosse, BobbiArbore non aveva ancora deciso che il tema di questo mese sarebbe stato “L'importanza di prendersi cura della nostra parte infantile”, eppure avevo scritto quelle parole. E oggi, a poco più di un anno di distanza, rieccomi qui ad ascoltare il sussurro di quella bambina che sono stata. E che, da qualche parte, sono ancora.

Mi prendo cura di lei? Poco, questo è certo. Spesso la dimentico, so che c'è ma non ci bado, do priorità a tutte quelle cose da grandi che trovavo – e spesso trovo ancora – mortalmente noiose, e sciocche, e senza senso. Vuoi mettere come sarebbe più bello saltare a piedi pari dentro una pozzanghera, invece di pensare a pagare la bolletta del telefono? E passare qualche ora a dipingere in giardino, anziché stare appiccicata al computer e leggere e rispondere a tutte quelle email? Però per fortuna ho una manciata di nipoti, coi quali ogni tanto posso tornare a giocare, con interminabili e combattutissime sfide a carte, o a infrangere il record di numero di scambi a pallavolo, o a disegnare unicorni e farfalle e gattini che però hanno la coda da sirena e nuotano come pesci. E poi ci sono i libri, e i fumetti, e le chiacchiere su Mastodon tra gente che, forse, in fondo in fondo, come me, è ancora un po' bambina. E ci sono anche eventi che, ogni tanto, irrompono nella vita come un fulmine, squarciando l'apparente tranquillità: accadimenti che, da bambina, non avrei saputo affrontare; è in quei momenti che torno indietro, vado da lei, apro con cura la porta della sua cameretta e la tocco su una spalla mentre è lì, china sul suo ennesimo disegno da colorare. Quando si volta a guardarmi, e spalanca i suoi occhi per la sorpresa, le dico di stare tranquilla, che sono la lei del futuro, che tutto andrà bene, che il dolore che ha provato per la presa in giro a scuola guarirà, che fra qualche tempo resterà solo un ricordo, come una piccola cicatrice per rammentare che quella cosa è successa, ma che è servita a renderla più forte. “Stai andando alla grande – le dico -Metà dei tuoi compagni che ti sfottono adesso, in futuro avranno vite insipide, lavori che odieranno, divorzi e rimpianti. E scriveranno tutto su delle cose che si chiameranno social network, che tu oggi non conosci ma che permetteranno a chiunque di ficcare il naso nelle vite altrui. Tu continua per la tua strada, coltiva i tuoi sogni, prenditene cura, non dare retta a chi ti chiama secchiona: se ti dà gioia, studia. Cerca sempre di essere la persona che il tuo spirito ti chiama ad essere e, tesoro, fregatene di tutto il resto! Ciao, piccola”.

 
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from « DIVINA MISERICORDIA »

(Ogni settimana verrà pubblicato un pensiero dal diario della Santa)

Il confessore di suor Faustina le disse di scrivere su un diario tutte le sue esperienze mistiche quotidiane, per aiutarla nel discernimento.

“Sii adorata, o Santissima Trinità, ora e in ogni tempo. Sii adorata in tutte le Tue opere e in tutte le Tue creature. Ammirata ed esaltata la grandezza della Tua Misericordia, o Dio.

Debbo prender nota degli incontri della mia anima con Te, o Dio, nei momenti particolari delle Tue visite. Debbo scrivere di Te, o Incomprensibile nella Misericordia verso la povera anima mia. La Tua santa volontà è la vita della mia anima. Ho avuto quest'ordine da chi Ti sostituisce per me, o Dio, qui in terra e m'insegna la Tua santa volontà. Vedi, Gesù, com'è difficile per me scrivere e che non so descrivere chiaramente ciò che provo in fondo all'anima.

O Dio, può forse la penna descrivere cose per le quali talvolta non esistono nemmeno le parole? Ma, o Dio, mi ordini di scrivere; questo mi basta”.

 
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from CollettivoCasamatta

ELECTROLUX: 1.700 ESUBERI E LA CHIUSURA DI CERRETO D’ESI. RISPONDERE CON UNA LOTTA ORGANIZZATA FUORI DAGLI SCHEMI CONCERTATIVI PERCORSI DALLE BUROCRAZIE SINDACALI E DALLE ISTITUZIONI.

Per il distretto degli elettrodomestici delle Marche non è soltanto una nuova crisi industriale. È la conferma di una lunga parabola discendente che dura da oltre vent’anni anni e che oggi raggiunge uno dei suoi punti più drammatici. L’annuncio di Electrolux di tagliare circa 1.700 posti di lavoro in Italia, pari a quasi il 40% della forza lavoro nazionale, e di chiudere completamente lo stabilimento di Cerreto d’Esi, dove lavorano circa 170 persone, rappresenta uno spartiacque per l’intero comparto manifatturiero italiano. La decisione, comunicata ai sindacati durante il coordinamento nazionale convocato a Marghera, non colpisce soltanto un sito produttivo: mette in discussione il ruolo stesso dell’Italia nella geografia industriale europea del gruppo svedese. L’azienda motiva il piano con la persistente debolezza della domanda europea, l’aumento dei costi produttivi e la crescente pressione competitiva dei produttori asiatici. Una spiegazione che appare coerente con il contesto internazionale ma che, nel territorio fabrianese, viene percepita come l’ennesimo capitolo di una storia già vista perché il problema non nasce oggi. Per decenni l’area compresa tra Fabriano, Cerreto d’Esi e i comuni limitrofi ha rappresentato uno dei principali poli della produzione di elettrodomestici. La crescita era stata trainata dall’esperienza della Merloni, poi diventata Indesit, fino all’acquisizione da parte di Whirlpool. Attorno a quel sistema industriale si era sviluppata una rete capillare di fornitori, aziende meccaniche, imprese di componentistica e servizi. Migliaia di famiglie hanno costruito il proprio benessere grazie a quella filiera. Oggi di quel modello resta poco o niente. Le acquisizioni internazionali, la delocalizzazione delle produzioni a minor valore aggiunto, la competizione dei paesi dell’Est Europa e dell’Asia, l’aumento dei costi energetici e la contrazione dei consumi hanno progressivamente ridotto il peso produttivo del territorio. La chiusura annunciata di Cerreto d’Esi si inserisce dentro questa tendenza. Non è un fulmine a ciel sereno; è l’esito di un processo che per molti era visibile e preannunciato da anni. Un processo imposto dalle multinazionali sponsorizzate dai vari governi di centrodestra e centrosinistra che si sono alternati in questi anni con la “benedizione” delle burocrazie sindacali complici anch’esse e protagoniste di errate valutazioni che di riflesso hanno innescato questi drammi sociali. La vicenda Electrolux richiama inevitabilmente quella di Beko Europe, la nuova realtà nata dall’integrazione delle attività europee di Arçelik e Whirlpool. Anche in quel caso si era partiti da numeri molto pesanti. Le trattative hanno consentito di ridurre il numero degli esuberi inizialmente previsti attraverso uscite volontarie, ammortizzatori sociali e strumenti di accompagnamento. L’accordo è stato sostenuto dal governo di allora e approvato da una larga maggioranza dei lavoratori. I sindacati hanno rappresentato tale vertenza come la dimostrazione che la contrattazione può produrre risultati concreti. Nulla di più falso, sbagliato e dannoso. Per i lavoratori più combattivi e per alcune organizzazioni politiche anticapitaliste con una visione più critica e reale invece, il caso Beko ha evidenziato un altro aspetto: si è trattato soprattutto di gestire il ridimensionamento, non di impedirlo. Una distinzione tutt’altro che marginale perché una cosa è limitare i danni un’altra è salvaguardare integralmente la capacità produttiva e l’occupazione. Il raffronto più delicato e veritiero riguarda probabilmente quello con Elica. L’azienda marchigiana delle cappe aspiranti ha attraversato anni complessi che hanno portato il gruppo dell’ex senatore Casoli a perdere circa 400 posti di lavoro mai più recuperati e la chiusura negli anni degli stabilimenti di Serra San Quirico e ancora una volta a quello di Cerreto d’Esi con l’appoggio e l’assenso delle sigle sindacali confederali. Ma il confronto con quanto accade oggi nel nostro territorio pone una domanda inevitabile: quanto pesa la qualità della strategia industriale rispetto alla semplice gestione delle emergenze occupazionali? Molti economisti sostengono che la sopravvivenza del settore europeo dipenderà sempre più dalla capacità di presidiare segmenti ad alto valore aggiunto. Quando la competizione si sposta esclusivamente sul costo del lavoro, l’Europa parte inevitabilmente svantaggiata rispetto ad altre aree del mondo. Tutto ciò però non deve giustificare ed oscurare il problema delle delocalizzazioni che, nella grande maggioranza, avvengono e passano con l’utilizzo di soldi pubblici e delle tasse pagate dai lavoratori e dalle lavoratrici dipendenti, i quali subiscono anche il danno più oneroso, cioè la perdita del posto di lavoro.

Da qui in poi un altro tema diventa centrale sul quale, ormai, non si può fare più finta di non vedere: il nodo della rappresentanza sindacale. Al piano Electrolux i sindacati hanno reagito proclamando lo stato di agitazione permanente e otto ore di sciopero nazionale. Una risposta che rientra nella tradizione delle relazioni industriali italiane e che appare quasi automatica di fronte a una decisione di questa portata. La domanda che però le avanguardie operaie più combattive si pongono è un’altra: perché si arriva sempre al momento dello sciopero quando le decisioni industriali sono quasi già prese? Negli ultimi anni le organizzazioni sindacali hanno seguito tavoli, confronti ministeriali, procedure di crisi e negoziati complessi in numerose vertenze del settore. Eppure il risultato finale è stato spesso la riduzione degli organici, la chiusura di siti produttivi o il trasferimento delle produzioni. La sensazione diffusa tra una parte dei lavoratori è che la capacità di incidere realmente sulle strategie delle multinazionali sia diventata estremamente limitata. I sindacati respingono questa lettura e ricordano come molte crisi siano state almeno parzialmente contenute grazie agli accordi raggiunti. Tuttavia resta un dato di fatto eloquente e non modificabile: il numero degli occupati nel distretto continua a diminuire grazie agli accordi siglati che progressivamente hanno cambiato e sbilanciato, verso i padroni, i rapporti di forza segnando la deriva delle burocrazie sindacali che negli anni hanno lasciato molto sul piano della lotta e della contrapposizione. Tra i passaggi più contestati vi è il cosiddetto Testo Unico sulla Rappresentanza, sottoscritto nel 2014 da CGIL, CISL, UIL e Confindustria, con l'obiettivo dichiarato di certificare la rappresentatività sindacale e rendere più efficaci gli accordi sottoscritti. Per i firmatari si trattava di una modernizzazione delle relazioni industriali e di uno strumento per dare certezza alle regole della contrattazione. Per numerosi sindacalisti di base e per una parte della sinistra anticapitalista rivoluzionaria, invece, quel sistema ha contribuito a rafforzare il monopolio delle grandi confederazioni e a rendere più difficile la contestazione degli accordi una volta firmati e la netta esclusione delle sigle più combattive e meno pronte a prendere ordini dai vertici aziendali. La critica è nota: la rappresentanza sarebbe stata progressivamente trasformata da strumento di conflitto a strumento di gestione delle decisioni aziendali. Un'accusa pesante che le confederazioni respingono, ma che continua a riemergere ogni volta che una nuova vertenza si conclude con ridimensionamenti occupazionali. Il punto di rottura simbolico resta però il Jobs Act. La riforma del 2015 ha modificato profondamente il sistema delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, limitando il reintegro automatico previsto dall'articolo 18 per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 e introducendo il sistema delle cosiddette tutele crescenti. Per molti lavoratori quella riforma rappresenta il momento in cui il sindacato confederale ha mostrato tutta la propria debolezza. Non perché la base di CGIL, CISL e UIL fosse favorevole al Jobs Act. Le posizioni furono differenti e in alcuni casi apertamente contrarie. La contestazione riguardò piuttosto l'efficacia della mobilitazione. A distanza di oltre dieci anni, una parte consistente del mondo del lavoro continua a chiedersi come sia stato possibile che la più importante modifica dello Statuto dei Lavoratori dagli anni Settanta sia stata approvata senza una stagione di lotta sociale paragonabile a quella che aveva caratterizzato altre battaglie del passato. Nell'immaginario di molti operai marchigiani il confronto è inevitabile. Negli anni Settanta e Ottanta i sindacati erano percepiti come soggetti capaci di bloccare interi comparti produttivi. Oggi vengono spesso percepiti come interlocutori istituzionali chiamati a gestire le conseguenze delle decisioni già assunte, inquadrando le organizzazioni sindacali da difensori dei lavoratori a gestori delle crisi aziendali. CGIL, CISL e UIL sono ancora organizzazioni nate per impedire la perdita dei posti di lavoro oppure sono diventate strutture che negoziano le condizioni migliori possibili quando i posti di lavoro vengono persi? A questa domanda si potrebbe rispondere con una risposta secca ed esaustiva: queste sigle sindacali non sono più credibili agli occhi della storia contemporanea del nostro tempo. Ogni nuova vertenza conclusa con una riduzione degli occupati, e al peggio la chiusura dei siti produttivi, rafforza la percezione di una rappresentanza incapace di incidere sulle grandi scelte industriali. Una percezione che può apparire “ingenerosa”, considerando la forza delle multinazionali e la globalizzazione delle catene produttive ma che non può essere liquidata come semplice propaganda. Perché nelle Marche, come in molte altre aree industriali italiane, esiste ormai una generazione intera che ha visto chiudere fabbriche, ridurre organici e trasferire produzioni senza mai assistere a una vera inversione di tendenza attraverso lotte di classe. E quando la storia si ripete per vent'anni, la domanda non riguarda più soltanto le aziende, riguarda anche chi avrebbe dovuto contrastarle. Proroghe e cassa integrazione sono gli unici obiettivi, utili non per eliminare il danno ma per contenerlo. Il tutto funzionale per l’autotutela di corporazione e di categoria e per fare muro contro chi, legittimamente, cerca di contrastare e far emergere le responsabilità delle burocrazie e dei ruoli sempre occupati dalle stesse persone. Essere un funzionario sindacale ad oggi significa avere la garanzia del “posto fisso” sulla pelle di chi, dalla sera alla mattina, viene messo per strada. La domanda che emerge oggi da Cerreto d’Esi è la stessa che era emersa a Fabriano, a Siena, a Napoli e in molte altre aree industriali del Paese: esiste una strategia nazionale per difendere i settori del mondo del lavoro oppure ci si limita a gestire le conseguenze delle decisioni prese altrove? Per quanto ci riguarda, a noi la risposta appare chiara e purtroppo inconfutabile.

Per le Marche il problema non riguarda soltanto i 170 lavoratori direttamente coinvolti nello stabilimento. Ogni posto perso in una fabbrica genera effetti sull’indotto, sui consumi locali, sul mercato immobiliare e sulla tenuta sociale del territorio. La chiusura di un impianto industriale non è mai un fatto isolato, è un processo che coinvolge intere comunità. Negli ultimi anni il territorio ha già vissuto riduzioni occupazionali, ristrutturazioni, cessioni di attività e processi di delocalizzazione e ogni nuova crisi rende più difficile assorbire quella successiva. Quando una comunità vede susseguirsi crisi industriali sempre più pesanti, è inevitabile che si interroghi sull’utilità degli strumenti tradizionali di tutela e da chi dovrebbero essere dirette. Ormai lo sciopero ad oltranza della produzione, il blocco delle merci in entrata ed uscita, l’occupazione del sito produttivo vengono fatte passare dai burocrati sindacali come momenti di lotta inutili e superati, e al contrario la contrattazione e la concertazione come unici strumenti di opposizione. Quello che noi pensiamo serva invece sono dinamiche di lotta come quelle prima citate per costruire le basi per l’innalzamento dello scontro in risposta all’aggressione in atto, con l’utilizzo degli strumenti che riportino al centro anche la questione della lotta di classe. Coscienze che possano prendere distanze nette dai sindaci del territorio e le istituzioni che sfilano davanti ai cancelli e rilasciano dichiarazioni promettendo chissà quali battaglie effimere e solo di rappresentanza. Una volta finito tutto, di tali figure rimarrà solo il ricordo illusorio e strumentale.

La vicenda Electrolux dimostra ancora una volta i limiti di un modello economico in cui il destino di intere comunità viene subordinato alle decisioni di grandi gruppi industriali e finanziari con a braccetto le organizzazioni confederali. A Cerreto d'Esi, come prima a Fabriano, e in molte altre realtà industriali, migliaia di lavoratori scoprono che anni di sacrifici, aumenti di produttività e disponibilità a sottoscrivere accordi sempre più onerosi non garantiscono alcuna sicurezza occupazionale. Quando il profitto diminuisce o si aprono opportunità più convenienti altrove, gli stabilimenti chiudono e i territori vengono abbandonati. È una dinamica che alimenta una domanda politica sempre più radicale: fino a quando il lavoro dovrà dipendere dalle scelte di proprietà che non rispondono ai lavoratori né alle comunità locali? La crisi degli elettrodomestici nelle Marche non appare soltanto come il fallimento di una strategia industriale. Per molti rappresenta il fallimento di un intero modello di relazioni sociali fondato sulla convinzione che gli interessi del capitale e quelli del lavoro possano essere conciliati indefinitamente. Gli ultimi decenni raccontano una storia diversa. Le delocalizzazioni, gli esuberi, la precarizzazione del lavoro e l'indebolimento delle tutele hanno progressivamente modificato i rapporti di forza a favore delle imprese e della finanza. In questo contesto torna al centro il tema della coscienza di classe. Consapevolezza che, per decenni, ha rappresentato il motore delle più importanti conquiste sociali e sindacali del Novecento. Per chi si colloca nella tradizione socialista e rivoluzionaria, la risposta non può limitarsi alla gestione delle crisi o alla contrattazione degli esuberi. La questione dovrebbe portare a fare ragionamenti sul tema del controllo stesso della produzione. Le aziende che ricevono sostegno pubblico, utilizzano infrastrutture collettive e determinano il destino economico di interi territori, dovrebbero essere sottratte alla logica della pura redditività privata e poste sotto controllo pubblico e democratico, cioè nazionalizzate e poste sotto il controllo operaio. Un percorso di certo non favorito dall’attuale sistema politico ed economico che viviamo quotidianamente, ma che potrebbe comunque essere messo in discussione e ribaltato con prospettive e basi rivoluzionarie. All’attacco capitalista al mondo del lavoro l’unica risposta può essere quella della costruzione di un fronte unico di lotta unitario e generalizzato capace di unire tutte le maggiori vertenze in un'unica grande mobilitazione di massa operaia.

Le ultime notizie dell’incontro avvenuto in queste ore parlano di una sorta di “tregua” tra azienda e lavoratori, una sorta di pace armata fino alla riapertura del prossimo tavolo che comunque fa pensare a un momento di calma prima della ripresa della tempesta. Un tratto di tempo probabilmente usato dai vertici aziendali ed avallato dal governo che porterà ad un indebolimento progressivo e allo sfinimento di tutta la forza lavoro. L’apprezzamento critico dei sindacati contribuirà pesantemente a segnare in negativo la vertenza. A Cerreto d'Esi non verrà probabilmente chiusa soltanto una fabbrica ma verrà dato un colpo pesante che metterà a dura prova la tenuta del tessuto sociale. Esiste un altro modello di sviluppo sociale e politico possibile che possa dare una risposta che delinei una prospettiva differente? É una domanda sulla quale noi strutturiamo quotidianamente il nostro impegno politico. È una domanda però che il territorio marchigiano continuerà a porsi ben oltre la vicenda Electrolux, sulla quale sarà necessario costruire una reale e concreta risposta di massa e di classe.

Mauro Goldoni

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Alla c.a. del signor Howard, Robert Ervin

Egregio sig. Howard

Spero che la presente mia La trovi in salute... compatibilmente con la salute di cui potete godere voi artisti che decidete di farla finita con una pallottola nel cranio.

Due righe di presentazione: sono l'ennesimo Suo lettore postumo che aveva ben in mente sin dall'adolescenza, per osmosi culturale, l'esistenza di un tal Conan (rigorsamente “il barbaro”, mai “il cimmero”), e dopo aver guardato la pellicola di John Milius ebbe il ghiribizzo di leggere i Suoi racconti autentici; prima il ciclo di Conan, poi in sequela il fantasmagorico re Kull, il melancolico Bran Mak Morn, messer Solomon Kane con i suoi tumulti d'animo così squisitamente calvinisti, gli straordinari racconti di cappa e spada su vichinghi e crociati e mamelucchi e orde mongole, Faccia di teschio e le altre vicende dell'orrore, tanto le Yog-Sothoth-erie quanto i capolavori di Gotico texano... ma sto divagando, non è certo a Lei che serve un catalogo della Sua stessa produzione.

Signor Howard, che dire. Io sottoscritto son nato 89 anni dopo di Lei e, in capo a pochi mesi, sarò vissuto più di Lei, non tanto per mio merito, quanto per la fortuna di aver avuto accesso a strumenti medici salvavita che m'hanno distolto dalla decisione, nelle circostanze peggiori, di farmi saltare le cervella, pertanto non so se vi siano le basi perché Lei possa reputarmi un soggetto comprensibile, apprezzabile e men che meno stimabile. Anzi, non escludo Lei possa da un lato disdegnarmi, viste le mie pratiche di vita sedentarie, molli e licenziose (e tipicamente italiane, possiamo dirlo?) o i miei valori smaccatamente socialisti e moderatamente filantropi, e dall'altro lato invidiarmi, essendo io cresciuto, come Lei, in un territorio agricolo discretamente sonnacchioso ove le mie inclinazioni accademiche erano scarsamente valorizzate, ma a differenza Sua ho avuto a disposizione le risorse per dileguarmi dalla provincia e ricollocarmi con discreto successo nella metropoli (e anche qui, potremmo aprire un capitolo sulla liceità e opportunità delle belle lettere in un contesto schietto e rurale, ma non voglio lanciarmi in troppe divagazioni).

Nondimeno, signor Howard, consapevole di queste premesse e riserve, tuttavia Le ho voluto indirizzare questa mia, in questi giorni del 90ennale della Sua scomparsa, e la compongo avendo ben impressa in mente un'altra lettera, forse la più nota del canone letterario italiano. Alludo alla “Lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513” composta da Niccolò Machiavelli, figuro che, immagino, Lei aborra in quanto epitome della decadenza morale apportata all'umanità dai grandi Stati imperiali (in primis i miei antenati), con la loro ingessatura del vivere sociale in protocolli, mascherate, sotterfugi, calcoli sottobanco e altre pratiche tanto decorose quanto velenose, insomma le pratiche che ne “Il regno d'ombra” Lei attribuiva alla cabala degli uomini-serpente nel loro complotto per controllare gli umani di Valusia. Ora, nella suddetta lettera il Machiavelli, esule nelle campagne fuori Firenze per aver perso degli intrighi di palazzo, riferisce all'amico Vettori che il suo maggior diletto, segregato com'era fuori dal mondo, era leggere le opere dei grandi pensatori del passato, dall'antichità greco-romana al Medioevo italiano, e interloquire con quei grand'uomini attraverso il tempo e lo spazio, stabilendo con loro quella che, suppergiù 300 anni dopo, sarebbe stata chiamata corrispondenza d'amorosi sensi da un altro poeta laureato della mia cultura, l'esimio “letterato in divisa” Ugo Foscolo (ecco, il signor Foscolo credo sarebbe più nelle Sue corde, coi suoi versi sullo “spirito guerrier ch'entro mi rugge”, ma non divaghiamo).

Signor Howard... Robert. Col cuore in mano, a centovent'anni dalla Sua nascita, a novant'anni dal Suo suicidio, a circa dieci anni da quando per la prima volta lessi con i miei occhi delle Sue righe, a cinque anni da quando La inserii come personaggio ampiamente romanzato in una mia novella, a circa quattro anni da quando tradussi di mio pungo le Sue “Lines Written in the Realization that I Must Die” (traduzione tristemente dispersa e ancora non ricostruita, ahimé)... Robert, io La ringrazio con tutto il cuore. La ringrazio perché è stato uno dei primi artisti con cui ho vissuto una corrispondenza d'amorosi sensi: a partire dalla straordinaria teofania (o cosmo-fania) nella pagina climatica de “La torre dell'elefante”, proseguendo con le meditazioni sulla direzionaltà del tempo ne “I re della notte” e sulla vergogna del fallimento ne “Le ali notturne”, fino alle vette di piccolezza e finitudine ne “I vermi della terra” e alle lacerazioni intuibili nel Suo stesso cuore entro gli straordinari “I piccioni dall'inferno” e “I morti ricordano”.

Sicuramente voi morti ricordate, Robert. E sicuramente noi vivi abbiamo la memora un po' troppo corta, in questo secolo di melma e immondizia e marcescenza purulenta in cui la cosiddetta civiltà dell'Occidente ha raggiunto dei picchi di parossismo autodistruttivo imbarazzanti, tali che forse persino Lei si ritroverebbe a parteggiare contro il proprio governo e a sostegno dei teocrati persiani (per altro, sarebbe uno scenario interessante in cui calare Conan: un'avventata spedizione di Nemedia e Brythunia contro l'impero di Turan). Però, Robert, io mi ricordo. Mi ricordo la solitudine e l'impotenza, la tentazione di porre fine a tutto, e il solacio di aggrapparsi ai libri di storia per sognare sulle vicende di capitani ed esploratori, di vagabondi e negromanti. Mi ricordo il sangue macellato e le urla di vendetta dei popoli barbarizzati e brutalizzati dagli imperi, e le rappresaglie che i barbari hanno lanciato ancora e ancora contro la mano che li accalappiava, a partire dall'impresa di Spartaco, qui nel mio paese e fra i miei antenati, sino alle astuzie del grande Cochise nel vostro Sud-Ovest, e ora tento anche io, giorno per giorno, di farmi barbaro e prepararmi ad alzare la testa, quando verrà il momento di saccheggiare nuovamente Roma, con la speranza che, questa volta, sia la volta in cui non sorgeranno mai più civiltà né imperi, e noi esseri umani torneremo, in qualche modo, a rabbrividere attorno ai fuochi, le mani strette ai randelli davanti all'assedio dei misteri notturni... ma con una punta di serenità nel cuore, consapevoli che essere piccoli ma forti nel vasto glaciale universo è la nostra giusta condizione.

Per avermi insegnato tutto questo, e per avermi reso l'uomo che sono, un milione di grazie, Robert... anzi, Bob.

Non ti dimenticherò mai, caro amico. Anzi, caro fratello.

 
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from CollettivoCasamatta

MANI ROSSE E BRACCIA TESE Come i pogrom a Belfast sono un dispositivo dell’imperialismo

In alcuni quartieri di Belfast, assistiamo a notti di cristalli. Folle bianche inferocite danno l’assalto alle abitazioni private di persone razzializzate, ai loro negozi e alle loro auto, in una caccia allo straniero che, per intensità, non si vedeva da decenni in Europa occidentale. A commento di ciò, media borghesi parlano di “rivolte” e i settori suprematisti della società si fregano le mani parlando di “patrioti” e “naturale reazione all’invasione islamica”. Per comprendere la natura profonda di queste violenze, è necessario mappare geograficamente gli scontri, analizzare la composizione di classe delle aree coinvolte e ricollocare la questione nella sua corretta dimensione, quella di un territorio storicamente e tuttora sotto occupazione coloniale.

GLI AVVOLTOI

L'esplosione dei pogrom ha fatto seguito a un grave fatto di cronaca, immediatamente intercettato e strumentalizzato dalle centrali internazionali del suprematismo bianco e dai network dell'estrema destra britannica. L'innesco è stato un feroce attacco con coltello avvenuto nel nord di Belfast ai danni di un cittadino locale, che ha portato all'arresto di un trentenne richiedente asilo di origine sudanese. Nel giro di pochi minuti, la macchina della propaganda razzista si è attivata per trasformare una tragedia isolata in un pretesto per una caccia all'uomo su base etnica. Il ruolo di catalizzatore principale è stato assunto da Stephen Yaxley-Lennon, noto con lo pseudonimo di Tommy Robinson. Il noto agitatore dell'estrema destra britannica, a libro paga sionista, ha diffuso in rete un video di 54 secondi dell'aggressione, accompagnandolo con messaggi incendiari tesi a incitare “uomini e ragazzi bianchi” a scendere in strada per “difendere le proprie comunità”. La portata di questa narrazione tossica è stata moltiplicata in maniera esponenziale da Elon Musk che ha attivamente condiviso i post di Robinson contenenti i dettagli e le coordinate geografiche dei punti di raccolta delle proteste, aggiungendo il proprio personale commento intimidatorio: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A VOCE ALTA ci sarà un cambiamento!”. A dar manforte a questa operazione di sciacallaggio mediatico si sono uniti leader sovranisti britannici come Nigel Farage e Rupert Lowe del partito Reform UK, affiancati da gruppi oltranzisti come il Restore Britain Party, il quale ha diffuso slogan esplicitamente squadristi del calibro di: “Non fate pace con il male. Distruggetelo”. A livello locale, esponenti della politica unionista istituzionale hanno offerto sponda ideologica ai rivoltosi: il leader del DUP Gavin Robinson ha descritto l'attacco come “medievale”, mentre Jim Allister del TUV ha evocato in chiave islamofoba lo spettro di una presunta “importazione di una cultura aliena che include la decapitazione”. Questa saldatura tra i vertici del sovranismo istituzionale e gli influencer fascisti online ha fornito il perfetto paravento ideologico alle squadracce sul campo.

DALLA WEST BANK A BELFAST, I COLONI POGROMISTI

Il primo dato incontrovertibile, sistematicamente taciuto dalla stampa borghese, riguarda la localizzazione dei tumulti: i pogrom sono avvenuti esclusivamente nei quartieri lealisti e unionisti (come le storiche enclave proletarie di Sandy Row e l'est di Belfast). Le devastazioni, gli assalti alle abitazioni (che hanno costretto numerose famiglie e persino neonati a fuggire), i blocchi stradali e i roghi di autobus e veicoli sono circoscritti a precise aree storicamente legate all'identità filo-britannica, e hanno visto il coinvolgimento attivo e la regia delle organizzazioni paramilitari lealiste (in particolare frange legate all'UVF e all'UDA), elementi che fungono storicamente da braccio armato e informale degli interessi conservatori e dell'apparato securitario d'oltremanica. Al contrario, i quartieri repubblicani di Belfast hanno solidarizzato attivamente con le persone attaccate, esprimendo immediata e concreta solidarietà nei confronti delle comunità e delle persone colpite. Questa netta demarcazione smentisce la narrazione di una violenza intercomunitaria generalizzata, evidenziando come l'antirazzismo e la difesa degli oppressi restino saldamente radicati nel tessuto sociale del repubblicanesimo storico.La memoria storica di Belfast non può non andare ai fatti dell’agosto 1969. In quell'anno, le mobilitazioni per i diritti civili della minoranza cattolica/nazionalista vennero represse nel sangue dalla polizia coloniale (RUC) e dalle bande lealiste. Interi quartieri cattolici, come Bombay Street, vennero dati alle fiamme, provocando il più grande sfollamento forzato di civili in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Migliaia di famiglie cattoliche furono costrette a fuggire dalle proprie case sotto la minaccia delle armi e degli incendi. L'uso del terrore sistematico contro “l'altro”, finalizzato a preservare lo status quo colonial-capitalista e la supremazia settaria, rappresenta il DNA ideologico da cui attingono oggi le squadracce che nel 2026 hanno promosso i pogrom contro i migranti nei medesimi quartieri. Non possiamo non pensare anche ai continui attacchi che i palestinesi subiscono in Cisgiordania da parte dei “ragazzi delle colline”, coloni che agiscono da braccio armato per l’insediamento dell’entità sionista.

DIVIDE ET IMPERA: la speculazione privata fomenta il razzismo

Per comprendere l'adesione di frange giovanili lealiste a questi moti reazionari, è necessario osservare le cause economico-sociali di fondo. L'Irlanda del Nord rimane, a tutti gli effetti, un paese occupato. In questo contesto, sia l'EIRE (il governo di Dublino) sia gli occupanti britannici utilizzano l'Ulster come hub logistico per ospitare numerosi rifugiati, allocati in apposite strutture private. Gran parte di queste strutture private si trova nelle aree piccolo-borghesi e popolari delle città, che nell'assetto urbanistico e segregato di Belfast sono in netta maggioranza protestanti e unioniste. Questo mix, fatto apposta o meno, è la ricetta sicura perché si creino queste situazioni di scontro orizzontale. La potenza occupante scarica le contraddizioni delle proprie politiche migratorie su territori già impoveriti. I quartieri in cui sono esplosi i disordini sono aree colpite da decenni di deindustrializzazione, totale assenza di investimenti pubblici, disoccupazione cronica e drastico smantellamento dei servizi sociali di base. Anziché indirizzare la propria rabbia contro la classe politica dirigente e le politiche neoliberiste che hanno devastato il loro stesso territorio, la frustrazione sociale di questi settori è stata abilmente manipolata. Il razzismo sistemico e la retorica della “supremazia bianca” sono stati inoculati per offrire un capro espiatorio immediat come i migranti, i rifugiati e i piccoli commercianti di origine straniera, i cui negozi e abitazioni sono stati metodicamente distrutti o dati alle fiamme. Le statistiche giudiziarie sui partecipanti a questi disordini confermano d'altronde un profilo ad alto tasso di marginalità sociale, con una fortissima incidenza di soggetti già noti alle autorità per gravi reati di violenza domestica e abusi familiari, a riprova di come la sbandierata retorica della “difesa delle donne e dei bambini locali” sia solo un paravento ideologico per lo squadrismo.

CONTRADDIZIONI E FORZA DELL’AREA REPUBBLICANA

La partecipazione ai pogrom di una esigua minoranza di elementi provenienti dall'area repubblicana viene oggi strumentalizzata dai detrattori della causa irlandese per dimostrare un presunto “fallimento del nazionalismo”. Lettura grossolana e controrivoluzionaria che rivela una visione monodimensionale dei popoli colonizzati: l'area repubblicana non è interamente socialista, poiché al suo interno albergano storicamente anime di destra e conservatrici, rappresentate nella Repubblica d'Irlanda da partiti storici dell'establishment borghese come il Fianna Fáil e il Fine Gael. È dunque perfettamente normale che settori minoritari di estrazione repubblicana, slegati dalla coscienza di classe e influenzati dalla propaganda reazionaria, si siano fatti trascinare nei pogrom. Questo, tuttavia, non inficia la postura della stragrande maggioranza del movimento, poiché l'intera area repubblicana socialista -dalle posizioni più moderate di Sinn Féin fino alle avanguardie oltranziste di Saoradh – ha condannato senza appello i pogrom. Le organizzazioni della sinistra repubblicana hanno chiaramente indicato la responsabilità strutturale di queste violenze nella propaganda tossica diffusa dagli occupanti britannici e dai loro collaborazionisti lealisti. Si profila però un compito difficilissimo per i settori repubblicani socialisti, che da una parte devono difendere l'accoglienza, il diritto d'asilo e l'internazionalismo di classe, dall'altra rischiano di apparire conniventi con politiche sociali e abitative imposte dall'alto dall'occupante britannico. Fino a questo momento, le reti di base del repubblicanesimo di classe stanno reagendo con straordinaria maturità, respingendo la guerra tra poveri senza cedere di un millimetro alla retorica coloniale; la speranza è che questa postura politica tenga nel tempo.

CHI PIANGE PER LE VETRINE ROTTE, RIDE PER LE CASE BRUCIATE.

I fatti degli ultimi giorni hanno squarciato definitivamente il velo d'ipocrisia che avvolge la destra istituzionale e reazionaria. L'intera area sovranista sta difendendo i pogrom, con organi di stampa, tabloid e testate giornalistiche impegnati a magnificare o giustificare devastazioni, blocchi e incendi storici, derubricandoli a “comprensibile esasperazione popolare”.Questo atteggiamento svela il bluff del legalismo della destra, che invoca la legge, l'ordine e il carcere duro quando a scendere in piazza sono i lavoratori, gli studenti o i militanti rivoluzionari e tollera, minimizza e legittima l'illegalità squadrista più feroce quando questa serve a colpire i più deboli e a deviare la rabbia sociale. Il loro feticcio dell'ordine è un'arma a doppio taglio che tanfa di cadavere. La prossima volta che le masse rivoluzionarie bloccheranno porti e strade, le loro lacrime ci faranno ridere ancora di più.

 
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Cuba di fronte alla minaccia dell'imperialismo statunitense: una prospettiva marxista

​Dalla vittoria della rivoluzione del 1959, Cuba ha rappresentato una sfida simbolica e politica all'egemonia degli Stati Uniti nei Caraibi e in America Latina. La nazionalizzazione delle grandi proprietà, l'espropriazione del capitale straniero e la costruzione di un'economia pianificata hanno posto l'isola in aperto contrasto con gli interessi economici e strategici di Washington. ​Nel corso dei decenni, gli Stati Uniti hanno adottato una politica di isolamento economico e diplomatico nei confronti di Cuba. L'embargo (bloqueo), le sanzioni e le costanti pressioni politiche hanno avuto l'obiettivo di indebolire e strangolare il sistema nato dalla rivoluzione. Sono precisi strumenti dell'imperialismo finalizzati a subordinare una nazione alle esigenze delle grandi potenze capitalistiche. Questa strategia non è un caso isolato, ma risponde a un preciso asse geopolitico che trova il suo parallelo più immediato nelle aggressioni imperialiste contro il Venezuela. Proprio come accaduto con il Venezuela – colpito da sanzioni economiche devastanti, dal congelamento dei beni statali all'estero, da tentativi di colpi di Stato e da costanti minacce di intervento – l'obiettivo di Washington non è mai la promozione della democrazia o dei diritti umani. Sia nel caso venezuelano che in quello cubano, l'imperialismo agisce per riaffermare il proprio controllo geopolitico nella regione, abbattere qualsiasi modello alternativo o non allineato e riprendere il possesso delle risorse strategiche e dei mercati locali (nel caso del Venezuela in chiave direttamente anticinese). ​Un eventuale attacco militare a Cuba -o comunque il rovesciamento del suo legittimo governo- costituirebbe quindi il punto più avanzato di questa medesima politica di ricolonizzazione. ​Perché la minaccia emerge oggi e quali sono le condizioni materiali a Cuba ​Dal punto di vista marxista, le tensioni che periodicamente riemergono tra Stati Uniti e Cuba non possono essere comprese esclusivamente attraverso le dichiarazioni diplomatiche o le scelte dei governi. Esse affondano le proprie radici nelle contraddizioni economiche e geopolitiche del capitalismo contemporaneo. In un contesto internazionale caratterizzato da una crescente competizione tra grandi potenze, instabilità economica globale e ridefinizione degli equilibri regionali, Cuba continua a rappresentare un'anomalia politica nel continente americano. La persistenza di un sistema economico sottratto al libero mercato e la sopravvivenza delle principali conquiste sociali della rivoluzione costituiscono elementi di attrito permanente con gli interessi strategici dell'imperialismo. ​Allo stesso tempo, l'isola attraversa una delle fasi economiche più difficili della sua storia recente. La popolazione deve confrontarsi con carenze di beni essenziali, frequenti difficoltà nell'approvvigionamento energetico, bassi salari reali e una crescente pressione inflazionistica. Le conseguenze della pandemia, il rafforzamento delle sanzioni economiche, il golpe mascherato in Venezuela (che rappresentava la principale fonte di approvvigionamento energetico), la diminuzione delle entrate esterne e le debolezze strutturali di una gestione burocratica e centralizzata dell'economia, slegata da un reale controllo dei lavoratori, hanno contribuito a un peggioramento delle condizioni materiali di vita di ampi settori della popolazione lavoratrice. ​Di fronte a queste difficoltà, il governo cubano ha cercato di preservare la stabilità introducendo una serie di riforme e concessioni al mercato. Negli ultimi anni si è assistito a una maggiore apertura verso iniziative private di piccola e media dimensione, all'espansione di spazi destinati agli investimenti stranieri e a misure volte ad attrarre capitali dall'estero. Sono tentativi difensivi adottati sotto fortissime pressioni economiche interne ed esterne, ma al tempo stesso sollevano enormi interrogativi sul rischio di una progressiva crescita delle disuguaglianze sociali e di una maggiore penetrazione dei rapporti di produzione capitalistici. ​In questo quadro, la pressione esercitata dagli Stati Uniti mira ad approfondire le difficoltà economiche dell'isola per favorire il suo crollo. ​La posizione marxista: difesa incondizionata contro l'aggressione e democrazia operaia. ​La tradizione politica marxista ha elaborato da tempo il principio della difesa degli Stati e dei paesi oppressi contro l'imperialismo. Questo principio significa che, nel caso di un conflitto tra una potenza imperialista e uno Stato dipendente – tanto più se nato da una rivoluzione sociale- i rivoluzionari devono sostenere incondizionatamente la resistenza contro l'aggressore, indipendentemente dal giudizio politico sulla direzione di quel paese. ​Difendere Cuba non significa però rinunciare alla critica delle sue strutture politiche o all'esigenza di una transizione socialista basata sul reale potere dei lavoratori. Il marxismo sostiene che la difesa delle conquiste economiche debba andare di pari passo con la lotta per il controllo democratico dei lavoratori sulle istituzioni e sull'economia. Pertanto, una prospettiva marxista coerente combina sempre due parole d'ordine: resistenza intransigente all'imperialismo esterno e avanzamento della democrazia operaia all'interno. ​In caso di attacco, la resistenza non potrebbe basarsi unicamente su metodi burocratici o diplomatici, ma richiederebbe il pieno coinvolgimento e l'armamento politico oltre che militare delle masse popolari, le uniche realmente interessate a difendere ciò che la rivoluzione ha costruito. ​Il ruolo della classe lavoratrice internazionale e l'asse Cuba-Venezuela ​Nessuna rivoluzione può sopravvivere isolata per un periodo indefinito entro i confini di un solo Stato. Le difficoltà economiche e politiche affrontate da Cuba nel corso della sua storia sono state aggravate dall'isolamento internazionale e dall'assenza di processi rivoluzionari vittoriosi nei paesi economicamente più sviluppati. ​Di fronte a una minaccia statunitense, la risposta più efficace non sarebbe limitata all'ambito diplomatico. Sarebbe necessario che la classe operaia innanzitutto dell'America Latina si mobilitasse con i propri metodi: * ​Campagne di opposizione attiva all'intervento e mobilitazioni di piazza. * ​Scioperi e azioni di boicottaggio contro il coinvolgimento bellico e per bloccare il rifornimento delle forze imperialiste. * ​La costruzione di un fronte unico dei lavoratori che unisca le forze di classe cubane, venezuelane, del resto del continente e del mondo contro il comune nemico imperialista. ​In questa visione, il movimento operaio degli stessi Stati Uniti avrebbe una responsabilità particolare. La tradizione marxista ha sempre attribuito una priorità assoluta alla lotta contro il proprio imperialismo nazionale. Per i lavoratori statunitensi, la parola d'ordine centrale sarebbe dunque quella di contrastare qualsiasi aggressione condotta da Washington, unendo la parola d'ordine “Giù le mani da Cuba e dal Venezuela!” alla lotta interna contro il sistema capitalista. ​Oltre la difesa: per una prospettiva socialista internazionale ​Cuba non può essere difesa se la sua rivoluzione resta entro i confini nazionali. Le conquiste della rivoluzione cubana, pur importantissime, sono destinate a incontrare limiti strutturali invalicabili se confinate in una piccola isola soggetta alle costanti pressioni del mercato mondiale. ​Per questo motivo, la solidarietà con Cuba e con il Venezuela deve accompagnarsi alla costruzione di movimenti rivoluzionari in altri paesi e alla promozione di una prospettiva internazionalista. Solo l'estensione della lotta socialista su scala regionale e globale, abbattendo il dominio del capitale nei centri nevralgici del continente, potrebbe creare le condizioni per superare definitivamente la dipendenza economica, l'isolamento e il ricatto delle grandi potenze. Siamo molto lontani da questo scenario, ma occorre essere consapevoli che l'unico modo di difendere Cuba è dare una prospettiva socialista e internazionalista alla battaglia per la sua difesa.

 
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from Le ricette di Kenobit

In grecia fanno delle frittelle buonissime che chiamano “keftedes”. Le fanno con molte verdure, inclusi i pomodori, ma le più buone secondo me sono quelle con le zucchine: kolokithokeftedes. Mi è venuta voglia di mangiarle, ma purtroppo la ricetta originale prevede feta e uova. Ho provato a farne una versione vegana, con quello che avevo in casa. Ci ho messo la farina di ceci invece di quella bianca, perché non l'avevo in casa. Sono venute buonissime. Profumate, golose, aromatiche. Sono state un successone e ho deciso di scrivermele qui per poterle rifare. Sono solo ispirate alle kolokithokeftedes, perché senza uova e formaggio vengono più leggere e spicca di più il sapore degli aromi. Personalmente, le ho trovate ancora più buone delle originali.

Ingredienti

  • la parte verde di un paio di cipollotti
  • quattro zucchine
  • menta
  • prezzemolo
  • basilico
  • un cucchiaino di lievito chimico/baking powder
  • sale
  • pepe
  • un cucchiaino di cumino in polvere
  • tre cucchiai di lievito nutrizionale
  • farina di ceci (cinque cucchiai)
  • olio per friggere

PREPARAZIONE Partiamo dalle zucchine. Le vogliamo grattuggiate e ben strizzate dall'acqua. Io faccio così:

1) Preparo una ciotola con dentro un panno da cucina pulito 2) Grattugio le zucchine con la maglia più larga della grattugia 3) Metto le zucchine nella ciotola e le salo 4) Aspetto dieci minuti 5) Strizzo fortissimo, facendo una palla con il panno e girandola per fare uscire più acqua possibile

Toglierla tutta è impossibile e non necessario, ma facendo così ne toglierete molto più di quanta se ne tolga a mani nude e vi verranno frittelle più croccanti. Togliete il panno e mettete le zucchine scolate nella ciotola. Tritate il verde del cipollotto, la menta, il prezzemolo e il basilico. Aggiungeteli alle zucchine. Nota: tecnicamente dovrebbe starci bene anche il finocchietto, ma non l'avevo e non l'ho usato.

Aggiungete il cucchiano di cumino, una grattata di pepe, il cucchiaino di baking powder (facoltativo, ma fa venire tutto più arioso). Aggiungete la farina di ceci. Ho scritto cinque cucchiai, ma ovviamente dipende tutto da quanto sono grosse le zucchine che avete grattugiato. Il fatto è che di farina ce ne vuole veramente poca. Non serve creare una pastella classica, basta ottenere un pastone che sta rozzamente insieme.

Coprite e mettete a riposare in frigo per almeno un paio d'ore, o ancora meglio una notte/mezza giornata. Questo serve a due cose: le verdure salate butteranno fuori dell'acqua, che andrà a legarsi con la farina di ceci. Al tempo stesso, il tempo di riposo/ammollo faciliterà la cottura della farina di ceci (sono pur sempre ceci!).

Mettete un generoso dito d'olio in padella, portatelo a temperatura e quando è abbastanza caldo metteteci le frittelle. Io le formo con due cucchiai, facendo una classica quenelle. Vanno trattate con cura perché non c'è l'uovo, ma dovrebbero starvi tranquillamente insieme. Se così non fosse, aggiungete un po' di farina. Friggete qualche minuto, girandole, finché non sono ben dorate. Servitele con della tzatziki e godete fortissimo!

 
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from 📦 Scatolone

Dopo i cianobatteri, Doom è la cosa più diffusa al mondo. Non esiste un singolo oggetto sulla faccia della Terra che non possa ospitarlo. Sì, anche le cellule del nostro corpo. Ma oggi sono qui per parlarvi di DsDoom PVR, un source port per Nintendo DS che ha delle belle peculiarità: tanto per incominciare, funziona più o meno come PrBoom, perché ne è un fork, e la mappa è sempre visibile nello schermo inferiore. Adoperarlo per giocare ai WAD originali non è complicato, basterà inserirli nella cartella di DsDoom PVR e poi selezionare quello che più ci aggrada dal menu principale, Per quanto riguarda quelli sviluppati dalla comunità, esistono 2 metodi:

Metodo N°1

Il primo consiste nello specificare il percorso di un .wad nel file prboom.cfg (se ne posso segnalare massimo 2, lo stesso vale anche per i .deh). Di seguito, un piccolo esempio:

wadfile_1 "Wad/Chex/Chex.wad"

Funziona, eh! Però non è la soluzione più comoda, perché ci costringe a modificare questo file ogni volta che vogliamo cambiare

Metodo N°2

Il secondo metodo consiste nel creare un eseguibile per ogni singolo WAD, per far dobbiamo creare un file .argv con all'interno la seguente sintassi:

dsdoom.nds -wad [POSIZIONE E NOME DEL WAD]

 
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from CollettivoCasamatta

Il (finto) silenzio che spiazza un mondo in attesa – Contributo esterno di Ingmar Potenza (un compagno dalla Cina) -

Quando le prime due economie nazionali al mondo si incontrano, hanno tutti gli occhi puntati addosso inevitabilmente. Eppure, al di là della propaganda di regime del cosiddetto Occidente, ben poco emerge oltre al fatto stesso che l’incontro sia avvenuto, come se questo fosse già un grande risultato. Per quanto si cerchi qualcosa di concreto, qualche accordo commerciale di rilievo, qualcosa sul piano diplomatico, sembrerebbe che l’ospite sia ripartito a mani vuote. Come sembrerebbe non esserci stati proclami in linea con il livello della delegazione statunitense, che si presenta a Pechino con buona parte del governo e un folto gruppo di affaristi di alto calibro. Va detto comunque che tutti gli oligarchi in passerella sono già di casa a Pechino, con cui fanno affari da decenni, per cui non è che portino nulla di nuovo al tavolo. Possiedono da queste parti fabbriche e uffici, fornitori e dipendenti, e da almeno 40 anni hanno leggi scritte a proprio favore. Perché sì, per chi non ne fosse a conoscenza, lo “statuto dei lavoratori” cinese non si applica del tutto ai lavoratori stranieri, e soprattutto alle aziende straniere, sin dall’apertura del compagno Deng. Proprio le aziende statunitensi si opposero a determinate misure e salvaguardie, ottenendo velocemente esenzioni specifiche in cambio dei soliti agognati “investimenti”. Sulla pelle dei lavoratori, come sempre.
Ma non divaghiamo, torniamo all’evento diplomatico dell’anno. Le uniche parti che sono date sapere sono di protocollo: un rituale non di massimo livello, una sedia dai significati sottili e subdoli, il linguaggio del corpo, complimenti melliflui profusi da una parte e ammonizioni tutt’altro che velate dall’altra, ma che diventano note di colore. Visita che non rispetta neanche la durata originale, ma viene ridotta nel finale. Per capirne di più bisogna probabilmente guardare anche all’immediato seguito: Putin arriva a Pechino per la venticinquesima volta. I toni di questa visita ormai consueta, quasi una tappa annuale come un Sanremo qualunque, sono ben più roboanti. L’organo ufficiale di divulgazione in lingua inglese del Partito – CPC Works – che nei giorni precedenti aveva tenuto un profilo appena sopra il regolare in quanto a produzione, all’improvviso snocciola comunicati a ripetizione, e ben più articolati, con una quantità notevole di dettagli su tutti gli accordi, commerciali e diplomatici, sottoscritti da Mosca e Pechino, che siano nuovi o riconfermati. E a distanza di settimane ormai, questa produzione continua di sviluppi diplomatici con qualsiasi paese non accenna a fermarsi. Le conclusioni politiche dell’idillio con Putin sono, a differenza di quanto timidamente accennato alla presenza di Trump, di grande rilievo: mondo multipolare – leggi imperialismo condiviso, non monopolistico – e rispetto del diritto internazionale! Che già detto da chi arma gruppi “mercenari” di matrice nazista in giro per il mondo è quantomeno ironico. Se poi si andasse a considerare qualche dettaglio sulla condotta diplomatica di entrambi i dichiaranti, pure meglio: due dei cinque paesi con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che si astengono durante la votazione della risoluzione criminale sulla Palestina appena pochi mesi fa. Paesi che non hanno minimamente cambiato rapporti diplomatici e commerciali con Israele in questi anni. Paesi, infine, che sostengono attivamente, tramite commercio e finanza, gli stessi Stati Uniti che fingono di bacchettare e opporre, per la gioia di tutti i campisti di qualsiasi lingua impegnati a sostenere questi baluardi dell’anti-imperialismo… perché è la contraddizione principale, perché hanno la bandiera rossa quindi sono comunisti (o non ce l’hanno più, ma dentro, in fondo, nell’anima, lo sono ancora), e altre baggianate tipiche dei dediti al culto della personalità invece che all’analisi della realtà. Sullo sfondo intanto rimane la questione iraniana, come un non-detto, mentre la questione taiwanese sbandierata senza troppi complimenti da Xi genera imbarazzo, e viene sbrigativamente spinta da parte. Anche questo sembra inusuale a prima vista: un tema che si presterebbe facilmente alla comunicazione sbruffona del capo del marketing statunitense viene silenziato, letteralmente. Oltretutto un punto fondamentale nell’agenda politica ‘Project 2025’ e suoi derivati, che sono la sovrastruttura politica che muove i fili di Trump.

La prima chiave di lettura di un quadro complesso

Per cercare di sbrogliare un po’ questa matassa, insidiosa perché fatta più da silenzi che da prese di posizione, il primo spunto di riflessione a mio parere valido lo da Richard Medhurst, giornalista britannico indipendente.
In un articolo dettagliato e preciso (ma dalle conclusioni opinabili, sia chiaro) pubblicato nel suo Substack, Medhurst descrive come l’imperialismo statunitense stia mutando gradualmente – ma accelerando negli ultimi mesi – da occupatore globale terrestre a super potenza navale. In quella che suona come una sorprendente eco dell’origine dell’imperialismo moderno europeo, una effettiva forma di pirateria della marina statunitense prende il controllo di tutte le rotte commerciali marine, specialmente in relazione all’energia, attuando veri e propri furti dei carichi di idrocarburi operati in acque internazionali. I risultati sono già evidenti: gli Stati Uniti controllano oggi il mercato del petrolio e del gas naturale, avendo forzato i flussi verso le proprie raffinerie interne, e bloccato quelle dei concorrenti principali. La centralità dell’Asia Occidentale per questo mercato decade. Si tratta di un cambiamento epocale negli equilibri economici e finanziari globali, e di una riscrittura delle regole di coesistenza del capitalismo. Passiamo dall’epoca post-bellica del libero commercio (per i paesi coloniali), a quella del racket mafioso (o capitalista, che poi è lo stesso) di un solo attore a viso aperto.
Gli echi delle pratiche delle Compagnie delle Indie – di mezza Europa, non solo britanniche – sono evidenti: un Giappone del tutto chiuso su se stesso forzato a interagire con il mondo esterno; le guerre dell’oppio in Cina che devastano il sub-continente e inaugurano un secolo di “umiliazioni”, vale a dire di colonizzazione; il saccheggio senza fine dell’India che finanzia la rivoluzione industriale in Gran Bretagna. La lista è molto più lunga, ci limitiamo a questi pochi esempi per focalizzarci sui metodi sempre uguali: strozzare l’economia locale tramite il controllo delle rotte navali o con blocchi in piena regola fino alla capitolazione, invadere militarmente quando le strutture di potere sono pronte a concedere. La Cina del 18esimo secolo era solida e autonoma, produceva abbondantemente e non necessitava strettamente del commercio con l’esterno per coprire i consumi interni. Di conseguenza, la bilancia commerciale pendeva decisamente a proprio favore, esattamente come oggi, con i partner commerciali costretti ad acquistare beni pagando in argento, senza potere dal canto loro vendere nulla di rilevante. Le mosse dei pirati europei che ne conseguirono, con l’introduzione destabilizzante dell’oppio in enormi quantità, non furono comprese in tempo e portarono a un crollo tanto veloce quanto violento.
I pirati odierni, sempre di matrice europea, seppure oggi si imbarchino dalle coste americane della colonia su cui si modella Israele, hanno cambiato l’oppio con il petrolio e il gas (in questo caso specifico), ma le dinamiche sono le stesse. La Cina, che dipende quasi interamente da partner esterni per le proprie forniture energetiche, si trova ad affrontare una strozzatura evidente, tramite la forzata riduzione della propria capacità produttiva a causa dei costi gonfiati ad arte.


E se così non fosse in realtà? Se la storia avesse, per una volta, insegnato delle lezioni?


La Cina sta affrontando una crisi economica interna prolungata, iniziata almeno nel 2018, che oggi è diventata innegabile. I livelli di disoccupazione continuano ad aumentare, la stabilità delle piccole e piccolissime imprese è un ricordo lontano, il tessuto economico della classe media si sta sgretolando. Buona parte del problema, sul piano interno, viene dalla bolla speculativa edilizia che, per quanto sia stata soggetta a una esplosione guidata e controllata, ha avuto gravi effetti. La conseguenza ovvia è stata l‘aumento dell’insicurezza verso il mercato degli individui, che si sono rifugiati ancora una volta in dinamiche di accumulo, ma ancora più dannose e limitanti della speculazione edilizia che ha dominato gli ultimi decenni. Da qui il malcontento del governo davanti ai risultati strabilianti della bilancia commerciale per il 2025, che ha registrato un avanzo di quasi mille e duecento miliardi di dollari. Questi flussi di denaro quindi entrano nel Paese, ma appare evidente che si blocchino appena incassati, ben fermi nelle tasche di quella borghesia che ha visto bruciarsi capitali nei ciechi investimenti edilizi.
Di conseguenza la Cina necessita di una scossa che forzi questi capitali a rientrare nel mercato, prima di tutto verso l’esterno, per poi alimentare a stretto giro quello interno ancora da sviluppare, che da almeno 15 anni è il tema di interesse principale delle pianificazioni economiche del governo, e su cui continua a registrare sonori fallimenti. I costi dell’energia gonfiati, di pari passo a una domanda che torni in crescita negli Stati Uniti, primo partner commerciale cinese, potrebbero costringere i buoni commercianti locali ad aprire i cordoni delle borse e ripartire. Diversamente dall’oppio di cui sopra, seppure ancora più devastante sotto molti aspetti, l’energia è un prodotto commerciale “virtuoso”, che si presta a una trasformazione commerciale positiva capace di alimentare altri flussi di prodotti ben diversi.
A questo punterebbe quindi la strategia cinese che fa tesoro delle sconfitte degli imperatori Manchu: commercio come mutuo beneficio, non a senso unico. E questo è un aspetto fondamentale da tenere in considerazione quando si parla della Cina in particolare, e di diverse culture del sud-est asiatico nella sua sfera di influenza storica in generale.
Nella cultura cinese, il mercantilismo della dottrina confuciana è di origine collaborativa rurale. Le comunità, legate a un tipo di agricoltura più collettivistica di quelle europee, pur cercando il proprio vantaggio nello scambio, fino a banali truffe e ruberie innate degli scambi commerciali, sono comunque avverse a pratiche assolute che portino all’annientamento della controparte, che sia cliente, fornitore o concorrente. Tale controparte rimane una possibile fonte di guadagno innanzitutto, quindi la sopraffazione violenta è logicamente controproducente nel medio e lungo termine, per quanto possa magari tornare utile nell’immediato. Gli esempi storici non mancano a dimostrare come, in particolare il gruppo etnico dominante Han, sia stato, e sia tutt’ora, più valido e attivo nel produrre commercianti che guerrieri.
Tornando alla situazione odierna quindi, l’idea che la Cina non sia così avversa ad accettare il controllo energetico statunitense è affascinante, anche perché eviterebbe un ulteriore bagno di sangue. Non che sia una questione centrale per alcuno, considerato come quelli già in atto non intacchino il corso politico cinese, ma è pur sempre una medaglia luccicante da farsi appuntare al petto gratuitamente da ogni categoria di stolti ammiratori.

L’analisi marxista dei rapporti tra nazioni

E qui arriviamo a un’altra chiave di lettura, questa mutuata da Bordiga, il quale sosteneva oltre un secolo fa che la guerra, nel contesto capitalista, è un accordo tra borghesie nazionali.
Quando la crisi economica diventa difficile da superare, come ben sappiamo, la guerra si affaccia all’orizzonte come sbocco apparentemente naturale. Il punto è che questa non sia una questione di competizione tra borghesie nazionali che si contendono mercati, ma una forma di investimento comune che porta svariati benefici a tutti i mercati coinvolti, che ovviamente include la redistribuzione delle aree geografiche di influenza, ma solo come prodotto del tutto secondario. Il prodotto principale della guerra è piuttosto eliminare – anche e soprattutto fisicamente – classe lavoratrice in eccesso e in stato di agitazione, anche solo potenziale, o comunque estendere il controllo violento su di essa. Questo è il compito fondamentale del capitalismo, non dimentichiamolo. Che sia attuato in maniera consapevole o meno dai vari governanti è del tutto irrilevante, è nella natura stessa del loro ruolo. In seconda istanza viene poi l’investire enormemente in merci altamente volatili quali sono gli armamenti, e via andando.
Quindi torniamo a guardare alla quiete seguita al grande incontro Cina – Stati Uniti, e alle dichiarazioni ben più rumorose del successivo incontro Cina – Russia, o anche Cina – Chiunque-Altro-della-Lunga-Fila-di-Questuanti. L’accordo per fare la guerra globale non si è trovato, che non vuol dire che la Cina si oppone alla guerra di altri, ma solo che non si farà coinvolgere attivamente. Nonostante gli sforzi innegabili da parte americana per alimentarla, la classe dominante cinese – e per quello che conta quella russa in questo specifico contesto, in cui è subordinata al “partner” cinese – ha rifiutato questo percorso di risoluzione della crisi economica, spingendosi a dichiararlo apertamente, seppure i filtri di giornalisti e analisti abbiano fatto di tutto per mascherare e depotenziare il messaggio. La Cina non muoverà un dito (armato) per i propri partner commerciali sul fronte energetico, perché il proprio interesse sta nel benessere a lungo termine del proprio miglior cliente, che come abbiamo visto passa dal controllo del mercato dell’energia. Inoltre l’Europa che sprofonda nell’irrilevanza economica e politica è di relativa importanza per entrambi gli attori principali del mercato, anzi semmai è un risultato positivo. Del resto è già stata spazzata via più volte negli ultimi secoli, ed è sempre stato un ottimo affare per i capitalisti.
Tutto ciò perché la Cina, come piace ripetere a tutti gli analisti borghesi che la idolatrano – inclusi i campisti – pensa sempre al lungo termine, al programma pianificato a tappe forzate. Mentre ci tiene sempre a rimarcare di essere “la seconda economia mondiale” – non la prima, non ancora – e di essere ancora un paese generalmente povero e in via di sviluppo (!!!), sa anche che il sorpasso, nelle condizioni odierne, è solo questione di tempo, e non ha davvero a cuore che avvenga. Non potrebbe essere altrimenti per chi segue pedissequamente la dottrina mercantilista confuciana di produrre per gli altri per il mutuo beneficio e sviluppo, del resto. Velocizzare il sistema in modo caotico, come inevitabilmente avviene quando si imbracciano le armi, sarebbe quindi in contraddizione con l’attento controllo cadenzato e moderato di tale dottrina. Con buona pace di chi attribuisce a Pechino logiche dettate da spirito umanitario da dittatura del proletariato.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Iersera sono crollato dopo il lavoro e ho rinunciato a partecipare a un'assemblea politica in altra zona della città, ma poi di punto in bianco salta fuori che letteralmente davanti casa mia ci sarebbe stata una conferenza di Dario Salvietti, il delegato del collettivo di fabbrica ex-GKN e portavoce della Global Sumud Flotilla. Dopo la conferenza del compagno Dario, è emersa spontaneamente una serata di chiacchiere a cuore aperto con persone carine del quartiere che già conoscevo di vista, e con cui, in poche ore, ho fatto grandi passi verso l'amicizia in senso proprio (sì sono uno che quando si apre va a fondo, ed è una capacità cui tengo tanto). Ora sono così pieno di rabbia e di gioia che ho deciso di trascrivere qui una mia poesiola, assolutamente banalotta a livello di struttura metrica e immagini, ma che, proprio per questo, credo possa risultare incisiva. Forza, chi vuole: leggete, fate girare, e poi agiamo.

Qui non si molla

26 marzo 202, 22:46

E anche se non ritorneranno il vero vecchio Leoncavallo né quei cordoni da spavento né Davide, Lorenzo e Carlo resta nei cuori quel fomento delle bandiere rosse al vento.

Perché se non ritorneranno le stesse lotte di quel tempo comunque il fuoco non si è spento: sta a noi fischiare il vento.

 
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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

“Signore Gesù,

la tua Chiesa in cammino volge lo sguardo a tutti i giovani del mondo.

Ti preghiamo perché con coraggio, prendano in mano la loro vita, mirino alle cose più belle e più profonde e conservino sempre un cuore libero.

Accompagnati da guide sagge e generose, aiutali a rispondere alla chiamata che Tu rivolgi a ciascuno di loro, per realizzare il proprio progetto di vita e raggiungere la felicità. Tieni aperto il loro cuore ai grandi sogni e rendili attenti al bene dei fratelli.

Come il Discepolo amato, siano anch’essi sotto la Croce per accogliere tua Madre, ricevendola in dono da Te.

Siano testimoni della tua Risurrezione e sappiano riconoscerti vivo accanto a loro, annunciando con gioia che Tu sei il Signore. Amen”.

Dalla preghiera di Papa Francesco per i giovani, durante il Sinodo del 2018.


Signore Gesù, ricordati che sei stato a Nazareth un adolescente, un giovane, e poi un giovane operaio. La tua vita allora si è svolta semplice e tranquilla tra i tuoi concittadini. Oggi, Signore, per la maggioranza dei giovani la vita è più complicata.

La scuola è lunga. La scelta della professione è difficile. L’avvenire è incerto. E soprattutto l’ambiente spesso è pesante, impuro, violento…

Signore, Ti prego per tutti i giovani del mondo. Portano in sé tante ricchezze, tante speranze, tanti desideri di una vita felice e utile.

Aiutali a sviluppare tutte queste loro risorse. Non permettere che siano soffocate, sviate, calpestate. Per questo ti chiedo di dare ai genitori un amore fedele e forte, un senso vivo della responsabilità, una capacità di dialogo con i figli.

Ti chiedo di non lasciare questi giovani isolati e perduti: manda loro degli amici e degli educatori numerosi, competenti, dedicati. Trovino anche nella vita politica e sociale dei loro paesi gente che si preoccupi di loro non per sfruttarli, ma per difenderli e servirli.

Manda loro degli evangelizzatori: possano incontrarti come loro Signore e Salvatore. Trovino in Te il senso della loro vita, la forza di camminare nella verità, la dolcezza del tuo Amore e di quello di tua Madre. Preservali da ogni male e guidali sulla strada che conduce alla pace su questa terra e alla Salvezza Eterna.

Amen.


Preghiera per i figli

O Signore, custodisci sotto la tua paterna protezione i figli che tu stesso mi hai dato. Io so che tu li ami con amore più grande e più puro del mio. Tu hai per loro parole silenziose e forze soavi a me sconosciute; tu sei con loro ogni momento e ne conosci la mente e il cuore. A te dunque li affido. Sii per essi la via, la verità e la vita; fa che non si allontanino dalla vera fede e non siano vinti dal male. Dona loro la salute del corpo e la forza dello spirito perché compiano fedelmente la loro missione nella vita. Fanne degli eletti per il tuo regno. Amen


Ti benediciamo, Padre Santo: nel tuo immenso amore verso il genere umano, hai mandato nel mondo come Salvatore il tuo Figlio, fatto uomo nel grembo della Vergine purissima. In Cristo, mite ed umile di cuore tu ci hai dato l'immagine della tua infinita Misericordia. Contemplando il suo volto scorgiamo la tua bontà, ricevendo dalla sua bocca le parole di vita, ci riempiamo della tua sapienza; scoprendo le insondabili profondità del suo cuore impariamo benignità e mansuetudine; esultando per la sua resurrezione, pregustiamo la gioia della Pasqua eterna. Concedi o Padre che i tuoi fedeli, onorando questa sacra effigie abbiano gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, e diventino operatori di concordia e di pace. Il Figlio tuo o Padre, sia per tutti noi la verità che ci illumina, la vita che ci nutre e ci rinnova, la luce che rischiara il cammino, la via che ci fa salire a te per cantare in eterno la tua Misericordia. Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

Preghiera a Gesù Misericordioso di San Giovanni Paolo II


Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

 
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from lemagi

Questo spazio. Questo spazio immenso. Pieno di pensieri cavi, contorti, manifesti e silenti.

Si vede una figura. Una forma indistinta. Un frammento di immagine e

ho già perso attenzione.

Ci sono così tante cose... È davvero spazio, senza vuoto?

Probabilmente il concetto di spazio è qualcosa generato dalla nostra percezione del mondo, che ci aiuta a renderlo comprensibile. Ad immaginare il vuoto.

Quello che vedo è semplicemente differenza di densità. Qui, lì. Distanza? Io sono più densa qui, tu lì, e il tizio che bestemmia per strada sta là.

La differenza forse sta solo in quanti pezzi di noi si incontrano nello stesso istante;

quanti suoni di me conosci indicano quanto siamo vicine: se senti il battito del mio cuore stiamo condividendo molte cose.

Me. Te. Stiamo creando il nostro spazio. O ci lasciamo creare con esso.

 
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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

La riflessione di stasera, come scritto nel titolo, è sul valore della preghiera. La preghiera a volte è la cenerentola della fede. Si preferisce allestire grandi cerimonie con alti prelati, in grandi basiliche, con centinaia se non migliaia di fedeli. Anche nelle piccole parrocchie, le famiglie si recano a messa la Domenica più per abitudine che per ringraziare il Signore. Eppure la nostra fede è la fede dei piccoli e dei poveri. Vale di più una preghiera recitata in silenzio da una persona mite di cuore, magari leggendo un libretto spaginato, che mille cerimonie pompose con cori ed incenso a iosa.

Come diceva spesso la Beata Chiara Luce Badano: “La nostra religione è bella anche perché si può sempre ricominciare”.

Quante persone si sono allontanate non per mancanza di fede, ma perché hanno avuto cattive testimonianze da chi quella fede avrebbe dovuto coltivarla e preservarla.

Quanti comportamenti superficiali e senza empatia, da parte di prelati e simili, hanno allontanato persone e famiglie dal corpo della Chiesa.

Quante persone, e ne conosco anche io, si sono fatte la propria religione, decidendo di dialogare direttamente con il Signore, senza intermediari.

E' triste ammetterlo, ma è così e la verità non si può nascondere a lungo. I più grandi danni alla Chiesa sono stati causati dalla Chiesa stessa

I princìpi di carità, di accoglienza, di comprensione, sono stati traditi proprio da chi doveva praticarli.

Eppure “si può ricominciare” da dove ci eravamo fermati.

Non permettiamo che le azioni di qualcuno fermino la nostra sete di Gesù. Se la vostra parrocchia non fa per voi, andate in un'altra. Se avete ricevuto del male, non portatene il peso per tutta la vita. Perdonate e andate avanti.

Per ricominciare basta poco: una breve preghiera durante la giornata, una riflessione quando si fa sera, un segno di croce fatto prima di mettersi a tavola. Gesù non è lontano, non se ne va via da noi. Il Signore ci è vicino, ma non può forzarci a credere in Lui, sta a noi fare quel piccolo passo verso di Lui. Vi assicuro che troverete pace e una serenità del cuore che nessuno potrà mai donarvi.

Sentitevi amati, perché il Signore è amore puro, incondizionato.

Buona serata.

 
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from CollettivoCasamatta

Fine della Comune di Parigi. Qualche impronta sul lurido, sanguinoso pantano d’Europa.

Il 28 maggio del 1871 è data con cui si è soliti far coincidere la fine della breve esperienza di autogoverno proletario a Parigi, meglio nota come Comune. L’incertezza relativa all’inizio della vicenda comunarda dipende dai vari modi, tutti pertinenti, con cui è possibile accostare la storia della più significativa rivoluzione del XIX° secolo in Europa. Il trionfo militare del 18 marzo, peraltro solo difensivo, a scopo di protezione della municipalità parigina, degli operai armati contro i soldati versagliesi di Thiers (buona parte dei quali, prigionieri di guerra dopo la pesante sconfitta di Sedan che mise fine al Secondo Impero, furono sguinzagliati da Bismarck appositamente per farla finita col Comitato centrale della Guardia repubblicana della capitale), resta indubbiamente la più nota e quella che ancora oggi si celebra. Eppure, dal punto di vista strettamente politico, il governo comunardo è proclamato ufficialmente soltanto in seguito alle elezioni del 26 marzo, al tramonto di quella che Jacques Rougerie, importante storico della Comune, ebbe a definire la “settimana dell’incertezza”, contraddistinta in particolare da posizioni antitetiche all’interno del Comitato centrale relativamente alla necessità di instaurare immediatamente o meno una dittatura proletaria. Da una parte c’era chi, come i blanquisti, premeva per la dispersione delle frazioni reazionarie interne all’Assemblea (tra cui i sindaci di molti arrondissements parigini), e che incitava soprattutto a muovere un’immediata controffensiva contro le truppe di Thiers per conquistare Versailles, sede provvisoria di quel fantoccio repubblicano instaurato, secondo Marx, come “misura nazionale di difesa” nei confronti dell’insurrezione operaia. Dall’altra – e fu la linea adottata – si considerava come preminente, in virtù delle condizioni tragiche in cui versava Parigi (sfiancata dalla carestia e ancora accerchiata dalle unità militari prussiane), organizzare l’autonomia amministrativa senza predisporre le forze militari della Guardia nazionale per l’attacco definitivo al proprio governo nemico, e senza preoccuparsi neppure di reprimere la reazione all’interno delle mura cittadine. Si evitò, non senza colpevoli responsabilità secondo la critica di Marx, di scatenare nell’unico momento propizio, quello di maggior debolezza dell’esercito nazionale, una guerra civile che avrebbe giovato alla longevità del governo operaio e ai suoi obiettivi rivoluzionari. Altro motivo di debolezza della Comune durante i primissimi giorni è rintracciabile, a parere di Marx ed Engels, nella mancata azione di esproprio nei confronti della Banca di Francia. Nonostante la fuga del 23 marzo del suo governatore, Gustave Rouland, la banca riuscì a convincere gli interlocutori comunardi, in particolare Beslay – membro dell’Internazionale e tra i più anziani tra gli eletti al governo della Comune – della necessità di preservare l’istituzione bancaria per proteggere il valore della moneta stampata, e di conseguenza l’intero assetto economico della Comune stessa. Beslay tornò dal confronto con Le Plœc, governatore ad interim e personaggio ben più scaltro di Rouland, annunciando all’assemblea riunita nelle stanze dell’Hotel de Ville che «[l]a banca è la fortuna del paese; senza di essa non c’è più industria, non c’è più commercio. Se la violeremo, tutte le sue banconote saranno carta straccia».

Il “sacro rispetto” dei comunardi di fronte all’istituzione finanziaria di cui parlava Engels può spiegarsi attraverso l’eterogenea composizione del suo governo, dove prevaleva su tutte una forma di socialismo utopico, per sua natura incapace di comprendere, marxianamente, la necessità di subordinare il potere finanziario, cuore pulsante della borghesia, alle necessità della classe operaia insorta. In aggiunta a ciò, la banca concentrava in sé l’idea di un’istituzione a vocazione nazionale imprescindibile per la coesione e l’integrità della patria francese, valori ampiamente circolanti tra quei comunardi che in nome del loro acceso patriottismo avevano strenuamente difeso Parigi contro l’invasore prussiano ben oltre la spietata rassegnazione di Trochu e il successivo armistizio firmato da Thiers. Il governo della Comune era formato infatti da proudhoniani di sinistra (federalisti), come lo stesso Beslay, blanquisti (insurrezionalisti-rivoluzionari), neo giacobini, radicali, pochi marxisti ed anche rappresentanti di posizioni borghesi-reazionarie in virtù della possibilità, per ciascun arrondissement, inclusi quelli più ricchi, di candidare al governo della Comune rappresentanti propri. La proclamazione della Comune avvenne il 28 marzo. Il governo deciso dai voti dei cittadini due giorni prima consistette, per la prima volta nella storia, in buonissima parte di operai (il 41%), alcuni dei quali avevano ruoli attivi all’interno della prima Internazionale; era costituito in prevalenza da persone giovani (la metà dei consiglieri non aveva nemmeno trent’ anni), tra le quali pochissime avevano beneficiato di un ’istruzione secondaria (soltanto il 2%). Mentre la Comune tentava di mettere a punto il suo assetto politico-amministrativo in senso profondamente egualitario e redistributivo (se ne dirà meglio più avanti), portando al loro culmine e realizzando le idee che ispirarono i cicli di lotte operaie avviati nel 1830, Thiers non perse un attimo per rimpolpare le fila dell’esercito, mendicando uomini nelle aree rurali francesi (dove la propaganda anti-parigina e anti-proletaria di Napoleone III gli aveva consentito il successo tramite plebiscito con cui ratificò il senatoconsulto del 20 aprile, che significava: guerra al proletariato all’interno, guerra alla Prussia all’ esterno), e soldati dai reparti d’Oriente non inclusi nell’armistizio con Bismarck. I soldati che componevano l’esercito affidato da Thiers al generale Mac Mahon raddoppiarono dunque da 65.000 che erano a inizio aprile fino ai 130.000 di metà maggio. Le spese militari relative al periodo di esistenza della Comune ammontarono addirittura al quadruplo di quanto spese nel medesimo torno di tempo il governo parigino, 216 milioni di franchi a fronte di 42 milioni. Sin dai primi d’aprile, l’esercito repubblicano riassestato dopo la rovinosa sconfitta del 18 marzo inflisse le prime gravi perdite alla scompaginata ala militare della Guardia nazionale costretta a cedere importanti punti d’accesso al centro della capitale (Neuilly, Puteaux, Courbevoie). La Comune rispose tornando a erigere le celebri barricate e gridando all’ unisono perché si procedesse all’atteso scontro che avrebbe scacciato una volta per tutte la minaccia reazionaria del governo repubblicano. I civili della neonata Commisione esecutiva si dimostrarono contrari, saldi nel mantenere la linea della prudenza, ma questa volta i comandanti militari decisero di sferrare l’attacco: le armate, addirittura convinte di raggiungere Versailles, sopperirono accerchiate per debolezza strategica e totale improvvisazione, attribuibile in parte alla controversa figura del comandante Cluseret. Caddero vittime della furia repubblicana, tra le centinaia, figure di rilievo all’interno della struttura militare della Comune: il comandante della XX° legione, lo scienziato Gustave Flourens, e il generale, membro della Commissione militare, Emile Duval. Quello tra il 2 e il 4 aprile fu soltanto il preludio dell’accanita serie di battaglie che ebbe luogo fuori dalle mura di Parigi, e che finì in breve per piegare le strenue resistenze della Guardia nazionale (incalzati al contempo dalla continua presenza delle truppe prussiane a nord e a est). La Comune aveva perso in serie, da aprile fino ai primi di maggio, i forti di Vanves, Petit Vanves, Clamart e soprattutto di Issy, vale a dire i più importanti bastioni difensivi per evitare l’ingresso delle truppe di Thiers al centro di Parigi, portando all’allontanamento di Cluseret dal posto comando della Guardia nazionale, e alle dimissioni, nove giorni dopo, in seguito alla perdita del forte di Issy, del suo sostituto Rossel. I soldati che presidiavano i forti erano inoltre gli stessi che avevano combattuto l’assedio prussiano durante l’inverno precedente, contravvenendo ai vili ordini di gettare le armi imposti dal governo Thiers (benevolo nel concedere alle truppe prussiane, i primi di marzo, il lusso di una marcia trionfale nella capitale deserta). Le ragioni del massacro occorso durante la “semaine sanglante”, la settimana di sangue, di centocinquantacinque anni fa per le strade di Parigi, affonda le proprie ragioni nell'inadeguatezza della struttura militare della Comune di fronte all’alleanza omicida degli eserciti di Francia e Prussia, gli stessi che giusto qualche mese prima si scambiavano cannonate sui fronti di guerra per l’affermazione o, nel caso della Francia di Napoleone III, per la vana difesa della propria natura di impero. Le brutalità delle truppe di Thiers durante i giorni tra 21 e 28 maggio trovano piena testimonianza nella documentazione archiviata dalla storia, che dopo pochi mesi già li aveva, con le parole di Marx, inchiodati alla “gogna eterna”. Ciò che spesso si tende a dimenticare è la reale, lunga durata della fine della Comune di Parigi, che duplica, ma stavolta in modo tragico, l’incertezza relativa ai suoi momenti fondanti – aurorali, in questo senso, furono anche le giornate di settembre, e l’insurrezione del 31 ottobre, giorno della condanna in contumacia di Blanqui. Il massacro dei trentamila civili inermi che inzuppò di sangue le strade della capitale proseguì con altri mezzi nel periodo successivo, dove il minimo sospetto di partecipazione ai mesi della Comune costò ai cittadini l’arresto e la tortura nelle prigioni di Versailles. Soltanto grazie al timore dell’opinione pubblica e all’alto rischio di diffusione di malattie epidemiche la barbarie del governo repubblicano trovò modo di quietarsi. Si contarono, in quei mesi, all’incirca trentamila inchieste giudiziarie. Chi non moriva nelle prigioni, veniva deportato e costretto ai lavori forzati in Nuova Caledonia, come fu il caso, celebre, di Louise Michel. Chi ebbe in sorte di sfuggire ai colpi d’arma da fuoco o ai calappi dei versagliesi, partì, nel migliore dei casi, verso luoghi in cuil’Associazione Internazionale dei Lavoratori riusciva a mettere a disposizione fondi per l’ accoglienza dei compagni operai costretti all’esilio. L’AIL stessa fu oggetto, nel marzo del ‘72, delle premure dei galoppini della borghesia finanziaria francese, messa al bando dall’infame legge Dufaure, che stimava punibile non solo la pratica delle libere riunioni (il cui diritto fu del tutto riconquistato soltanto durante i mesi della Comune come prova la fioritura dei numerosissimi clubs), ma persino ogni opinione contraria alla proprietà privata, o che esprimeva disaccordo rispetto alla società patriarcale e chiesastica che la III° Repubblica aveva assunto a proprio modello. Lo sterminio, gli arresti di massa, le deportazioni furono il volto esiziale dell’esperienza della Comune. Il tentativo di estirpare dispoticamente la classe operaia dal suo ruolo di potere, come i versagliesi col beneplacito dei bravi prussiani tentarono di fare negli ultimi giorni del maggio 1871, non poté – e non avrebbe tuttavia potuto – decretare la sparizione del proletariato francese come classe. Soltanto il prolungamento dell’esperienza di autogoverno proletario avrebbe infatti gradualmente condotto, abolendo lo stesso dominio di classe, alla fine della società che prevede al suo interno la divisione in classi. La Comune interpretò a suo modo quel periodo di passaggio di progressiva fuoriuscita dal dominio del capitale sul lavoro, esprimendo una forma politica inedita la cui analisi aiutò, altrove, il progredire e il realizzarsi della rivoluzione, finendo per essere tassello decisivo nell’elaborazione strategica del partito bolscevico. Come notava proprio Lenin a proposito della filosofia marxiana, l’esposizione di una dottrina non può mai discostarsi, deve anzi coincidere col bilancio di un' esperienza storica. Il bilancio dell’ esperienza della Comune fu, a suo modo, elemento dirimente nell’elaborazione di una dottrina che fornì strumenti affinati in direzione della prassi rivoluzionaria, a partire dall’inedita idea di Stato fornita sempre da Lenin. La sburocratizzazione delle istituzioni di governo (i funzionari e i contabili erano revocabili e percepivano stipendi “da operai”), il riallineamento del potere esecutivo e di quello giudiziario (composto da organi eleggibili) che sancì un nuovo modo di intendere il parlamentarismo (come lavoro dei cittadini per i cittadini), lo smembramento dell’esercito permanente e la sua trasformazione in istituzione di autodifesa della classe, furono i primissimi decreti promulgati dal Comitato centrale della Comune. Furono anche i due elementi che, all’interno della prospettiva leninista, meglio rappresentano il volto coercitivo della classe borghese, lo strumento del suo dominio di classe. La Comune ebbe il torto, secondo Lenin, in condizioni di arretratezza delle forze produttive e priva di un partito operaio d’avanguardia, di allargare solo in senso democratico le istituzioni di dominio ereditate dalla classe borghese. Non seppe cioè spezzare il suo rapporto con esse una volta per tutte, e ciò le impedì di giungere esplicitamente alla fase transizionale verso il comunismo rappresentata dalla dittatura del proletariato, che prevede giocoforza l’acuirsi della repressione delle forze reazionarie borghesi in seno alla società. Ciononostante, come per la rivoluzione mancata in Russia del 1905-1907, vi sono parentesi rivoluzionarie il cui esito drammatico è capace di lasciare “l’impronta delle [sue] esigenze”. I decreti del governo comunardo riguardanti la sostituzione dell’ esercito col popolo in armi e la sovversione della macchina burocratica di Stato – prima della rovinosa guerra fra imperi del ‘14-’18 – sono da riconoscere come tentativo rivoluzionario maturo per la garanzia della pace e della giustizia sociale, come veri e propri capisaldi di ogni teoria politica d’impronta comunista. Considerando, sempre con Lenin, che l’ampliamento del funzionariato borghese e dell’esercito costituiscono gli strumenti pratici di potere di cui si dota ogni macchina statale, e che anche il nostro presente rovina verso quel “lurido, sanguinoso pantano”, le impronte indelebili della Comune si sono plasmate nel monito che ricorda il dovere di demolire quella macchina.

 
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