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from ordinariafollia

ordinariafollia-log_006-2024.

C'è stato un periodo in cui essere sociale era un'esigenza, una necessità.

Uscivo di casa appena fatto pranzo e mi piantavo alla pista di pattinaggio nel mezzo della profonda notte del primo pomeriggio maceratese. L'olfatto cerebrale lanciava i miei pensieri per centinaia di chilometri di piste di possibilità. Intanto che aspettavo.

Entusiasmo, nel freddo degli inverni che non facevano alcuna paura.

Comunicare è bello, specie per chi ama la propria voce. A volte penso che ululare alla luna sia più gratificante rispetto allo spiegare per quale motivo sia importante la diagonale difensiva oppure come si calcola il letame di scorta di una stalla.

Ululare alla luna senza altro motivo dell'esprimersi.

Cavo fuori da me segni e aggiungo qualche colore, da qualunque me.

Per te.

Sulla panchina della pista di pattinaggio, protetto dai pini e dal vento che viene a giocare. In un livello segreto del metaverso. Nella scia di nubi d'alta quota di Nettuno.

Con la stessa esigenza di spremere fuori giaggioli dai bei vividi fiori. Da qualunque me.

Per qualunque te.

 
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from Il Taccuino

Tramonto sul mare (solitudine) Tramonto sul mare (solitudine), foto digitale. Licensed under CC BY-NC-ND vedi su Pixelfed


Se stasera fossi insieme a me, amore mio, mi sembrerebbe forse meno triste l'incedere scarlatto della sera d'estate. Ma non è solo per me che t'invoco, ignoto amore, né è gran cosa la mia malinconia, ma è per ogni pietra, per ogni ramo, che chiamo il tuo nome, e la dura terra, senza di te, non potrebbe germogliare.

Ché insieme potremmo risanare le piaghe degli alberi, tornare a far rinverdire i deserti, discoprire le ombre scure della notte, potremmo consolare i sogni inquieti degli uomini affannati, cogliere il manto grandioso delle stelle per portarlo in ogni casa, in ogni stanza afflitta dal dolore

Così sarebbe il nostro amore il riscatto di ogni tristezza, e tutto abbraccerebbe, si stenderebbe oltre i confini della terra per sanare ogni disperazione, ogni ingiustizia che si consuma sotto il sole.

Eppure non ci sei, e sembra frantumarsi il cielo adesso che sento incombere la notte, mentre in me riposano le solitudini di tutti gli uomini.

 
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from la tana di Belzebu

fragole e sangue

Da due giorni la mia testa è fissa su quando accaduto a Satnam Singh il bracciante agricolo che è morto a Latina a seguito di un incidente sul lavoro, se vogliamo chiamarlo incidente... Un lavoratore agricolo, "regolarmente" in nero, perché lavorare senza tutele e senza diritti ormai è la regola, subisce un grave incidente, molto grave, non parliamo di un bella botta, o di un dito rotto, Singh perde un braccio tranciato da un macchinario per l'avvolgimento e taglio di fogli di nylon, cosa si fa davanti ad un incidente che ferisce un uomo in questo modo ? La risposta è solo una: "Il Possibile" e anche l'impossibile per cercare di aiutarlo, chiamare i soccorsi attivarsi in qualsiasi modo senza se e senza ma... Ma invece il quel di Latina a cosa si pensa ? Si pensa alle conseguenze di un lavoratore in nero infortunato nella propria azienda, e si agisce in questo modo, si carica un essere umano ferito a morte in un furgone, si mette l'arto dilaniato in una cassetta della frutta e il "tutto" si scarica davanti casa, curandosi di requisire il cellulare sia a lui che alla moglie, così da non correre il rischio di una sanzione, si decide di uccidere, di lasciar crepare un essere umano per cosa ? Per cosa ? Il titolare dell'azienda un certo Antonello Lovato di 37 anni decide, con la complicità di tutti quelli che in quel momento erano al suo cospetto e hanno partecipato a questo scempio, di scaricare il rifiuto ferito, l'indiano, il negro, lo schiavo per strada con quello che rimaneva del suo braccio... Renzo Lovato il padre di Antonello, anch'esso co-titolare dell'azienda dichiarerà al TG1 che è stata una leggerezza di Singh, che si è avvicinato troppo alla macchina... E bon! Questo è...

io mi chiedo solo come Antonello un uomo di 37 anni si possa collocare in questo mondo, ha figli ? Interessi ? Passioni, una moglie, una fidanzata ? Prova empatia per qualcosa, ha mai letto un libro, visto un film, una partita di calcio... Non lo so, come si possa scegliere di compiere un gesto come quello di abbandonare una persona gravemente ferita per strada, e farlo coscientemente, per evitare cosa ? Una sanzione ? Che per altro ti meriti tutta e lo sai ? Io posso comprendere la frustrazione malata di una persona che ne uccide un'altra per un motivo futilissimo in preda ad un'ira illogica, ci posso arrivare, ma atti di questo genere restano li, nell'archivio delle atrocità.

Ci raccontano come siano possibili olocausti e crimini atroci ed inimmaginabili, come ci siano uomini disposti a trucidare con serena lucidità altri uomini per il solo fatto di voler evitare una sanzione o smarcare un risultato su una lista di "cose da fare"

La colpa non è solo di Antonello Lovato e del suo adorabile papà, la colpa è anche nostra, che ci giriamo troppo spesso dall'altra parte, la colpa è del nostro atteggiamento da formiche pronte a farci depredare da quatto cavallette solo perché queste sanno ronzare forte... Sono oltre cinquemila i lavoratori a nero in quell'aria, che per mangiare qualcosa nutriti da un'effimera speranza di miglioramento vengo sfruttati, brutalizzati, schiavizzati dai vari "Antonello".

I lavoratori di cui sopra sono per quella zona oltre cinquemila, i negrieri che li sfruttano quanti sono ? Forse adesso è tempo che le amputazioni e i morti inizino ad essere redistribuiti, una sorta di nuova partecipazione agli utili delle imprese...

Non scrivo e non parlo di questo governo e dei sui genitori, nonni, trisavoli ed antenati che hanno tollerato e permesso tutto questo vigliaccamente, massacrando "pochi" per tenere buoni quelli che vanno a votare con le fragole a cinque euro al chilo, perché cosa succederebbe se ne costassero cinquanta ?

 
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from memorie

La mia notte prima degli esami


È stata tormentata dagli schiamazzi per la “ritirata” del santo patrono; a parte questo, non ho vissuto il periodo degli esami come chissà quale momento mitologico di transizione. Era solo la fine di un ciclo scolastico. Spiego cosa sia la ritirata di un santo, per chiunque abbia sempre vissuto in un posto più civile. C'è un santo, patrono o percepito come tale (non è importante che lo sia, anzi: nel posto dove vivevo, ancora non hanno capito quale sia il vero patrono della città) ; questo santo, o meglio, una sua riproduzione in due o tre dimensioni, una volta all'anno catalizza l'attenzione del popolino per un numero variabile di giorni, nel mio caso credo tra i 6 e gli 8. La sua effige viene portata in processione per le vie cittadine, stazionando ogni giorno in un posto diverso, fino a tornare al punto di partenza: quella è la ritirata.

Ovviamente, la procedura è accompagnata dalle pratiche più rumorose possibili: bande di fiati stonati e percussioni, cori di preghiere stonate, botti e esplosioni varie. Tipica la figura del fuochista: è un tizio, solitamente in canottiera, con la sigaretta accesa in bocca e una lunga fila di petardi in spalla, che avanza con sicumera spacciata da una “stazione” all'altra, come se da fuoco e polvere pirica non potesse scaturire niente di male. Le stazioni sono punti intermedi delle processioni dove, solitamente a opera dei fedeli più fieri di vedere i loro soldi andare letteralmente in fumo, si trovano delle batterie di fuochi da far detonare, così, per interrompere la noia della camminata e delle preghiere. Il fuochista si ferma, srotola una certa quantità di esplosivi, li poggia a terra e poi dà fuoco alle polveri, con la sigaretta di cui dicevamo. Si sentono dei botti, finiscono, i trogloditi applaudono e si continua.

Ebbene, finché tali dimostrazioni di preistoria si tengono in tarda mattinata o in pomeriggio inoltrato, diciamo che il disturbo è accettabile: tuttavia, il culmine della ritirata è di notte, perché il buio valorizza particolarmente i fuochi artificiali, quelli che la luce del giorno ha temporaneamente oscurato. Quindi, di notte, è il gran finale: luci, scariche di esplosioni, detonazioni su detonazioni di veri e proprio ordini, così si concludono questi giorni di riti tribali contemporanei.

Ebbene, ancora: quella notte di ritirata è stata la mia notte prima degli esami, quindi tutti gli studenti della zona hanno dovuto attendere che i selvaggi facessero i loro comodi, fino alle 3 e oltre. Sì, in quegli anni si finiva a quell'ora circa, poi dopo, molto dopo, troppo dopo, penso abbiano anticipato la chiusura.

Non ero uno di quei quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla (capisco le necessità della metrica, ma Venditti probabilmente avrebbe dovuto averlo visto un pianoforte in vita sua): ero uno che voleva riposare per il giorno del tema, ma le necessità del singolo muoiono davanti alle istanze della collettività.

Qualche ora dopo la chiusura delle feste, ero a scuola, con una polo blu e un jeans di stoffa molto chiara, che odiavo perché mi dava molto fastidio, infatti l'avrò indossato quattro volte in tutto. La traccia non me la ricordo, comunque ando bene. Andò tutto bene, fino alla pubblicazione degli esiti: io ero un 60/60 sicuro, non andò così.

Nella mia classe, c'era la figlia di un assessore, in quota al partito di rappresentanza dei fascisti di quel tempo: ebbene, era stato deciso che quella persona avrebbe dovuto avere il voto più alto della classe. La sua storia scolastica non avrebbe permesso, in alcun modo, di raggiungere il massimo dei voti, ragion per cui le fu assegnato un impossibile 52 e tutti noialtri, tra i quali non spiccavano altri figli di cotanti padri, a scendere; 52 pure per me che, ripeto, ero da 60 senza neanche pensarci, altri amici con un discreto curriculum furono artificiosamente portati al 40 circa.

Finiscono gli esami, gli scrutini, tutto; è il momento di andare a vedere i quadri, così si faceva all'epoca, penso non più: i risultati venivano esposti in un qualche locale dell'edificio scolastico, solitamente l'ingresso. Vado e trovo questo misero 52, assieme a un 52 enorme per quella persona. Nei dintorni, trovo alcuni dei miei professori riuniti in un capannello, vedono avvicinarmi con gli occhi lampeggianti di furia, non ho neanche bisogno io di chiedere: sono loro a dirmi di quel pasticciaccio brutto. Mi suggeriscono, con dei musi lunghi così, di fare ricorso, per rifare l'esame.

No, grazie, e aggiungo: non voglio rifare niente e non voglio vedervi mai più, e così è stato. Per quanto fossero onestamente contriti, perché lo erano, il rapporto di fiducia ormai era andato in frantumi. Per imposizioni dall'alto, vero, ma non mi interessava.

Ok, a parte questo, vedo una mitologia enorme costruita sugli esami di maturità, non la capisco, forse sono arido o chissà cosa. Non la capivo adesso come ora, quindi sarò stato sempre arido o chissà cosa. L'unica cosa che vedo, in questi esami, è il fastidio: dover dimostrare cosa, che non sia già stato dimostrato negli anni scolastici? Non so gli altri, ma quel che avevo da dire, io l'avevo detto.

Fine di una fase della vita? Questo sì, ma la vita è fatta a fasi, prima lo si capisce e meglio è.

Mi mancano quegli anni? Sono, o no, i migliori della vita? Che fine fanno le amicizie maturate in quel quinquennio? Materiale per un altro articoletto.

Intanto, la mia notte prima degli esami volevo passarla a dormire, senza santi esplosivi e senza pressioni.

 
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from RINASCITA DELL’ALCHIMISTA STAREC ZOSIMA

L’alchimista nel suo viaggio incontrò un essere vivente che gli servì un pasto e già qua servire ma come si può volere essere serviti ma come ci si può porre così in alto così in basso servili a volere essere schiacciati a volere sempre di più a sfruttare sempre meglio indistintamente. Che non cambia se si è animali o stranieri in paesi stranieri diversi che eravamo tutti uguali un tempo sicuramente che non cambia mai niente che la violenza è la ragione è solo quello che muove e fa muovere che con la violenza si guadagna che non si può attendere come alberi pazienti che il nutrimento venga generato da graziosi e luminosi raggi caldi e buoni e lacrime almeno un oceano di acqua salata. Lo Starec l’alchimista disse “non chiamarmi signore, ti prego che faccio continuamente incubi insultami piuttosto così che possa acquietarmi anzi no continua così che me ne faccio delle quiete” L’alchimista volle rifugiarsi lontano e ad alta quota perché terrorizzato dall’aumento del livello del mare che le conseguenze erano reali che era finito il tempo dei racconti che tutto stava convergendo che il mare che si stava alzando che i ghiacci si stavano sciogliendo che le coste stavano scomparendo che l’entro terra stava bruciando che i popoli stavano fuggendo. E delle guerre e delle innumerevoli sempre singole la pace temporanea che illude quelli che si fanno illudere da parole troppo belle per essere dette pubblicamente che la guerra inorridisce sempre chi la perde ma a certe condizioni che invece ad altre la alimenta e sicuramente chi la vince ne è fiero che solo così solo grazie ad essa il mondo è l’incantevole giardino che viviamo un giardino però circondato da miseria un giardino innaffiato con il sangue un giardino che verrà divorato dal mare da infiniti oceani fatti da ghiacci sciolti e disse “rifugiamoci in case a 300 metri sul livello del mare, così forse non sfolleremo con gli altri” ma ovviamente siamo troppi e tutti sfolleremo e tutti periremo che è così tragica la fine perché siamo effettivamente alla fine così vicino ad essa che vediamo i bordi e di là il nulla.

L’alchimista nel suo vagare condizionato dalla fiamma dal vento che fa muovere la fiamma e la fa traballare e a volte la spegne e deciso trovò un essere vivente con cui condivise paranoie e frustrazioni anch’esso fu alchimista ma fu travolto senza dubbio dalla fiamma lo divorò a tal punto a diventare fiamma anch’esso. L’essere vivente prendeva quello che rimaneva e a forza di usare emozioni consumate si consumò a sua volta e divenne carburante e comburente contemporaneamente questo fa la fiamma alchemica quando divora. Festeggiò feste improvvisate e creò la società odierna formata da gruppi di primati seguiti da altri primati danzanti. E non fece differenza tra amici consumanti e amori consumati tutto era sfilacciato al punto da spezzarsi e tutto mancava e tutto era desiderato perché mancante e tutto era così pieno di malinconia e sogni troppo lontani per avere il coraggio di inseguirli. E la paranoia non lo abbandonò mai e si chiese fino all’ultimo se tutto ciò fosse reale e se valeva la pena preoccuparsi così tanto. Lo Starec continuò a fare compagnia all’essere vivente e a studiarlo e a imparare. E poi come sempre accade nei rispettivi silenzi si chiesero “ma domani ci sarà il sole?”

 
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from ordinariafollia

ordinariafollia-log_005-2024.jpg

L'amore è un anello incorruttibile qualcosa che afferma all'universo che non importa aver ragione

una musicassetta pirata fatta per...

per chi ti pare.

Anche per te.

L'amore è un anello ma non importa che sia proprio di metallo

qualcosa che fa perdere la strada e poi ride di te

una musicassetta pirata per la ragazza più bella

di tutta l'Italia

centrale.

L'amore è un anello dove infilare il dito anche se ti hanno tagliato tutte le dita

qualcosa che non sta scritto da nessuna parte

una musicassetta pirata fatta per un nuovo amico

fico

di cui presto non ricorderai il nome.

L'amore è un anello al cuore a cui legare una corda

qualcosa che continua a farti star bene nonostante.

Una musicassetta pirata fatta per la cuginetta

che va in gita scolastica

per la prima volta.

 
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from la tana di Belzebu

la morte del legame e le razioni conseguenti

Non ci gireremo molto in giro, mi sono nuovamente confrontato con qualcuno che difendeva, a mio avviso un po' scioccamente, l'idea della mentalità patriarcale per la quale, per qualche assurdo motivo si tenda a giustificare gratuitamente l'omicidio di una persona, ed ovviamente nello specifico l'omocidio di una donna "femmina" da parte di un uomo, il solito maschio assassino non per altri motivi se non quelli della sua matura maschile della sua mentalità patriarcale e tutto il resto, colpevole uno, colpevoli tutti. In questo momento noi maschi veniamo subito dopo gli orsi nella classifica del pericolo incombente per l'incolumità delle donne. Limitandomi a dire con molta semplicità che le vittime non sono numeri, non sono statistiche, odio sentire la frase un'altra donna uccisa... Beh limitandomi a sostenere, secondo me anche in modo un po' retorico e banale che ogni caso è un mondo a parte e che per ogni vittima esiste un mondo così come, se pur difficile da accettare, esiste un mondo per ogni carnefice e che se pur non funzionali o al fine dei fatti rilevanti ci possano essere delle attenuanti, sia per quanto riguarda indagine, procedimento processulae e giudizio, sia per quanto riguarda la percezione e la dimensione umana di ogni fatto, beh è successo un finimondo, ed alla fine sono stato anche etichettato come il solito maschilista osceno difensore degli assassini. La realtà però alla fine è emersa e la mia controparte ha abbassato un pochino il tono trovandomi infine assolutamente concorde con le sue parole e di questo sono felice. Ma perché questo accade ? Succede ogni volta che si affronta un grande cambiamento, la rivoluzione sessuale che ha interessato il decennio tra gli anni sessanta e settanta ha senza dubbio portato un tangibile miglioramento della società, tutto quello che è stato introdotto è stato positivo e su questo non ci sono dubbi, si sono scritte le regole per una società equa fatta di diritti per tutti, uomini e donne. Tuttavia oggi ci si rende definitivamente conto di come in realtà la questione non sia superata affatto, anzi, si invoca un sostanziale ritorno al passato, tornano la mentalità patriarcale che considera la donna una proprietà dell'uomo, una mentalità infibulatrice che nega alle donne diritti, dimensione ed espressione. Si ridefinisce il concetto di femminismo intossicandolo di spunti che pongono l'affidabilità degli uomini, (maschi), dietro, e non si sa di quante posizioni, quella di un orso... In ogni femminiscidio ogni assassino è identico all'altro, e tutti gli assassini, se maschi, sono identici e complici... Ed ecco che viene chiesta a tutti una presa di responsabilità collettiva, parafrasando una vecchia frase, "In quella coltellata ci sono anche io..." questo è il mantra che le nuove generazioni di donne pretendono venga pronunciata a capo chino da ogni maschio ptenzialmente assassino... Il discorso non finisce quì, per ora "Spolier!" io non ho mai ammzzato nessuno...

 
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from Pensieri di Pollo

Già, ci sono cascato: ho comprato una retro-console portatile. Per i meno esperti, si tratta di macchinetta macina-emulatori in grado di far girare qualsiasi gioco uscito fino alla PS1. Certo, qualunque telefono può fare lo stesso e anche di più, ma portarsi in tasca un dispositivo dedicato e dotato di tasti fisici, fidatevi, è tutta un'altra vita.

Come è ovvio, con milioni di giochi virtualmente a mia disposizione, la mia scelta è andata sulla seconda generazione di Pokémon. D'altro canto sono esattamente quel tipo di persona che ordina sempre gli stessi precisi ingredienti sul Poké e, si sa, da Poké a Pokémon il passo è breve (questa me la dovete passare).

Non avevo però messo in conto una cosa: siamo nel 2024 e di generazioni di giochi Pokémon, anche escludendo i vari remake, ne sono passate sette dai tempi di Oro/Argento/Cristallo.

Sette generazioni, quasi un quarto di secolo e tante innovazioni e migliorie che non hanno risparmiato una serie pur notoriamente fin troppo tradizionalista. Dunque, facciamo insieme questo gioco: quali sono i pro e i contro di giocare Pokémon Cristallo a trent'anni suonati e a quasi venticinque anni dalla sua uscita?

CONTRO:

  1. È tutto estremamente lento. Io sinceramente non ricordavo che tutto, dal movimento del personaggio alle animazioni dei combattimenti fosse così tedioso e così poco scattante. Per fortuna l'emulazione consente di accelerare il gioco nella sua totalità, andando però a sacrificare una delle cose più belle dei vecchi titoli Pokémon: la colonna sonora. Accelerare il gioco significa infatti accelerare anche la musica, che diventa una cacofonia in stile nightcore decisamente insostenibile. Un compromesso di cui in parte mi pento perché non mi ha consentito di rivivere appieno quelle sensazioni, obbligandomi a giocare a volume spento. Ma, fidatevi, credo sia impossibile oggi giocare a Pokémon Cristallo senza accelerare il tutto, e non c'è Bicicletta che tenga.

  2. Il sistema dei box. Forse non ve lo ricordate, ma fino alle generazioni Pokémon del GBA la gestione dei Box era un inferno. Per depositare dei Pokémon al PC di Bill occorreva infatti assicurarsi che ci fossero slot liberi nel Box. In caso contrario, era necessario SALVARE IL GIOCO (non sto scherzando) e muoversi tra gli altri box liberamente. Non finisce qui: immaginate di essere in giro per Johto e di catturare un Pokémon. Alla fine della battaglia, Bill ti telefona e ti dice “ehi, hai finito lo spazio! Vieni al centro Pokémon e cambia Box o non potrai più catturare altri Pokémon!”. Ecco immaginate di essere in mezzo all'erba alta e di non avere a disposizione un Pokémon con la MN Volo (su questo torno fra poco). Ecco, adesso immaginate di camminare verso il centro Pokémon più vicino e di vedervi comparire un fierissimo Entei selvatico e di non potergli tirare una ball perché il Box è pieno. Bene signore e signori, vi ho appena raccontato uno dei primi ricordi traumatici della mia infanzia, riemerso non appena ho premuto il pulsante “Cambia Box” nel corso di questa nuova partita.

  3. Lo zaino. Fino all'epoca GBA lo zaino non aveva slot infiniti per gli oggetti, ma era anzi molto, molto limitato. Capita quindi già a metà avventura di trovarselo pieno di bacche e ghicocche, di arrivare davanti a uno strumento casuale trovato per terra e di ricevere il messaggio “ehi, lascialo qui, il tuo zaino e pieno”. Quindi, come per i box, dover tornare al centro Pokémon, depositare un po' di monnezza nel PC e tornare a piedi fino allo strumento selvatico per raccoglierlo. Lo senti il fastidio?

  4. Le MN. A me pare folle che fino al 2016(!) i giochi Pokémon basavano la meccanica esplorativa sulle MN, mosse Pokémon utilizzabili fuori dalla battaglia per interagire con l'ambiente e sbloccare nuove zone, un po' come accade nei metroidvania o negli Zelda a due dimensioni. Qual è il problema? Forse non vi ricordate che queste mosse dovevano essere insegnate ad un Pokémon, che tale Pokémon doveva essere in squadra al momento dell'utilizzo della MN e che questo tipo di mosse non sono dimenticabili se non passando da un tizio specifico a Ebanopoli. Quindi cosa succede? Anche ai tempi c'erano due scuole di pensiero: o ti portavi dietro il Rattata e il Goldeen al livello 2 di turno, a cui insegnare più MN possibili (inermi creature sacrificali conosciuti già ai tempi come poveri MN Slave), o correvi avanti e indietro ogni volta dai Centri Pokémon per depositare e ritirare il Pokémon con la MN necessaria per tagliare un alberello o spostare un sasso. Se la prima scelta sacrifica uno o due slot su sei della squadra Pokémon, la seconda è semplicemente una grandissima e fastidiosissima perdita di tempo. A voi la scelta.

  5. Le MT. Già anche le Macchine Tecniche ai tempi antichi avevano i loro problemi: erano monouso. Qua potremmo discutere che fosse una scelta di design, ma ancora non so se pentirmi o meno di aver insegnato Rotolamento a Togetic quando adesso in squadra ho deciso di mettere un Sudowoodo.

  6. Non esisteva la distinzione tra mosse fisiche e speciali. O meglio, non esisteva la distinzione come la conosciamo dal GBA in poi. Banalmente, alcuni tipi di mossa, tipo il Lotta, erano fisiche ed altri, tipo lo Psico, erano speciali. Io non sono mai stato infognato con il gioco competitivo, tutt'ora dimentico costantemente gli schemi di debolezze e resistenze, ma questa logica rivista dopo venti anni mi ha fatto esplodere il cervello.

  7. Quando un Pokémon sale di livello e cerca di imparare una nuova mossa, non c'è alcun modo di capirne gli effetti. Il gioco ti fornisce solo il nome, chiedendoti al volo quale mossa far eventualmente dimenticare. Ora, io credo che il mio cervello sia occupato al 65% da informazioni sui giochi Pokémon (e il restante equamente diviso tra la sceneggiatura completa delle Follie dell'Imperatore, le puntate delle prime venti stagioni dei Simpson e le descrizioni delle carte tarocche di Yu-Gi-Oh tipo Drego dell'Ala), ma ammetto che certe volte avrei voluto un piccolo aiuto perché sinceramente non ricordo quale mossa sia più potente o precisa tra Ventogelato e Raggioaurora.

PRO

Sì, non ci sono solo cose negative nel rigiocare alla seconda generazione nel 2024

  1. La pixel art. Sarà un parere soggettivo, ma tutto, dagli sprite dei Pokémon al mondo di gioco è più caratteristico, più stimolante, più, banalmente, bello in pixel art. Io ancora non ho digerito la svolta 3D della serie Pokémon, anche perché i risultati dal punto di vista tecnico parlano da soli. Sono infatti tra la schiera di persone che vorrebbero tanto un ritorno alle origini dal punto di vista grafico, un nuovo capitolo in pixel art, magari sfruttando le possibilità della tecnologia HD-2D vista ad esempio in Octopath Traveler. Però fidatevi, dal punto di vista stilistico i vecchi giochi mangiano ancora in testa ai nuovi, e non credo che siano solo le lenti della nostalgia a parlare.

  2. L'esplorazione. Una volta non c'era una cutscene ogni dieci passi. Non c'erano dialoghi non skippabili a ripetizione. «Questo è il tuo Cyndaquil, tante care cose ciaooo». Il gioco era comunque fattibilissimo con i pochi dialoghi messi a disposizione, non capitava mai di non sapere dove andare e cosa fare, ma neanche di essere presi per mano ai limiti del tutorial continuo. La magia dell'esplorazione, il sense of wonder, l'eccitazione per una nuova scoperta stava tutto lì, nell'interpretare qualche indizio sentito qua e là e sbloccare qualcosa di unico nel gioco. Un gameplay che, tra le altre cose, snellito di dialoghi e cutscene, fila via liscio come l'olio...al netto dei contro menzionati prima, ovvio!

  3. La mancanza di extra. Ok, lo ammetto, questa è un'opinione fortemente personale, ma per me il fulcro dei giochi Pokémon è: macinare avversari e catturare bestie. Stop. Il resto è orpello. Quindi ben vengano il campeggio con i Pokémon, pettinare i Pokémon, ma anche andando più indietro le basi segrete, le gare Pokémon, il sottosuolo: ho sempre avuto la sensazione che, semplicemente, rompessero il ritmo. Però ehi, almeno sono tutti elementi completamente ignorabili, ma avete idea di cosa significhi convivere con le mamie di completismo e delle modalità extra completamente ignorate? Già mi sembra eccessiva la presenza del casinò di Fiordoropoli...

  4. Gli incontri casuali. Se quella di prima era un'opinione fortemente personale, quest'ultima è un'opinione fortemente controversa. Gli incontri casuali sono all'unanimità riconosciuti come il Male nei giochi di ruolo. Ad apprezzarli rimaniamo credo io e i fan più sfegatati di Dragon Quest. Eppure vi dirò: provate a entrare nell'erba alta e ad aspettare che termini l'animazione dell'incontro casuale per capire se avete beccato un Pidgey oppure qualche bestia più succosa. Ecco, quella amiche ed amici, si chiama dopamina, e se non associata alla ludopatia o ad altre deleterie dipendenze legate proprio a questo meccanismo, beh, è una bella sensazione. Sensazione assolutamente non replicabile se il Pokémon te lo vedi scorrazzare davanti e puoi decidere se andargli o meno incontro, come accade nei nuovi giochi. “Vabbè ma così ti ritrovi con uno Zubat addosso ogni due passi!”. Vero, ma il Repellente è sempre tuo amico.

Bene, mi sembra di aver detto tutto, adesso vado a sconfiggere Misty. Ah già, forse non ve lo ricordate, ma la seconda generazione ha il plot twist più incredibile di tutta la serie, nonché uno dei motivi per cui ad oggi è la mia preferita: dopo Johto puoi visitare tutta Kanto. Double the fun!

 
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from Pensieri di Pollo

Ho finalmente recuperato l'ultima incarnazione nipponica della lucertola gigante, Godzilla Minus One. Faccio una premessa importante: non ho mai assolutamente avuto tempo né voglia di spararmi le dozzine di lungometraggi giapponesi usciti dal dopoguerra ad oggi, ma mi piace comunque definirmi un appassionato di Godzilla e potrei passare ore a parlare delle forti metafore che porta avanti da settanta e passa anni.

Morte, ineluttabilità del destino, guerra, bomba nucleare, divinità insensibile, terrore puro, vendetta della Terra: sono solo alcuni dei simboli che si celano dietro le scaglie di Godzilla. Tutto sembrava essere stato già raccontato sul re dei kaiju, eppure in Godzilla Minus One succede una magia: si tifa per l'umanità.

Esatto, inutile negarlo: esiste qualcuno che nei film di mostri giganti tifa per le persone? Sinceramente non ne conosco. C'è un fatto però che esalta questa presa di posizione: laddove la messa in scena è concentrata su bestioni che schiacciano tutto e si menano tra loro, va per foza di cose a morire la scrittura di trama e personaggi; tutte cose che, sinceramente, non mi era mai interessata in film del genere e anzi, se presenti, risultano forzate e noiose (vedi alla voce Monsterverse), futili orpelli che spezzano il ritmo e la piacevolezza di bestiali mazzate senza logica, unico vero motivo per cui bruciarsi retine e neuroni dietro ai film meno raffinati della storia del cinema.

La magia di Godzilla Minus One è invece proprio quella di raccontare una storia, una storia in cui Godzilla c'è, si vede e si sente, con un bagaglio di potenza e ferocia che trasmette un senso di terrore puro. Però è una storia in cui ci sono anche le persone. Non carne da macello, non fastidiosi espertoni, soldati, tuttologi o quant'altro serva ad allungare il brodo e giustificare la sezione cast sulla pagina di Wikipedia. Persone disperate, traumatizzate da una guerra, la seconda mondiale, appena conclusa nel peggiore dei modi, addolorate da lutti, sensi di colpa, paura.

Ecco quindi l'empatia, questa (fin'ora) sconosciuta. Quella che ci fa tifare quasi sempre per chi con tracotanza cerca di sconfiggere gli dei, sfidando la sorte e il buon senso. Per chi lotta per la vita in un contesto in cui la vita stessa si scopre essere una cosa piccola e fragile, eppure così preziosa per i legami che si porta dietro e per chi quegli dei, alla fine, li sconfigge davvero.

Godzilla Minus One è la prova visiva che una scrittura solida, dei personaggi profondi e un mostro alto come una montagna possono convivere nello stesso film, e che, anzi, questa convivenza regala una sorta di dignità ad un genere, spesso anche giustamente, così bistrattato. Il tutto non rinunciando a trovate esagerate e fuori di testa come dinosauri che sputano raggi termici e trappole sottomarine ai limiti dei corti di Tom e Jerry.

La magia del cinema, signore e signori.

 
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from RINASCITA DELL’ALCHIMISTA STAREC ZOSIMA

L’alchimista creò il dolore a se stesso a causa della sofferenza e dell’immagine di se stesso riflessa in specchi altrui. E si rivide sconfitto e trafitto infinite volte. Che quelle immagini erano così nitide con contorni così ben definiti da averlo illuso e ancora illusioni dovette ammettere l’odio Zosima e lo ammise. E si illuse a tal punto da entrare nello specchio e vivere nei panni di lui e dall’altra parte scorse se stesso e si illuse ancora nulla di tutto ciò è mai esisto e pensò di vederlo e pensò di urlare: “Tu sei beato, stolto, che ignori chi sei e cosa sono gli altri, tu vivi in pace!” così pensò di urlare lo Starec ma non parlò a se stesso ma parlò a un essere vivente che umiliò Zosima lo Starec l’alchimista che l’essere vivente insegnò allo Starec che sì gli esseri viventi che subiscono il potere lo odiano e nei limiti delle loro possibilità lo affrontano a prescindere dal loro intelletto consapevolezza stato sociale. Urlò ancora e sentì un eco eterno ciclico che dalle sue corde vocali fino alle labbra fuggirono lontano per poi arrivare alle orecchie con una forza uguale a come uscì e dalle orecchie il flusso raggiunse i polmoni e il ventre si gonfiò e pure le spalle e la gola e ancora sentì vibrare e l’eco continuò almeno per un’eternità e sicuramente durò di più che venne tra noi a raccontarlo che spezzò l’anello che si attorcigliò fino a scomparire dall’altra parte e da tutte le possibili altre parti tutto falso Zosima era nel piano dell’illusione così ferito da non distinguere più se stesso gli altri. Zosima in quel periodo non era morto e utilizzò il potere delle fiamma che amplificava la percezione con cui entrò dentro i pensieri di alcuni essere viventi ma erano tutte illusioni erano i suoi pensieri dentro loro e di loro scorse solo quello che gli esseri viventi mostravano e delle volte fu sufficiente anche se si chiese Zosima se fosse davvero così se è possibile comprendere un vita in pochi istanti di utilizzo della fiamma che la fiamma fece diventare Zosima un alchimista scopritore di sentieri ma la fiamma era sempre esterna allo Starec la fiamma era una forza che lo divorava che la fiamma era tutto per l’alchimista. Zosima percorse le vie degli esseri viventi e la fiamma gli permise di confondersi tra loro e godere e gioire ma sempre di se stesso e perdersi ancora ma sia le vie che gli essere viventi erano devitalizzate non morte che nella morte si rinasce ma vive senza scopo vive senza slancio spinta intenzione e comprese Zosima che così erano e iniziò a disimparare e chiese: “hai iniziato il tuo percorso per disimparare?” a chi se non a se stesso e agli esseri viventi stolti tutti vittime di voi stessi e della vostra superbia ammettete di essere nulla ammettete che non esistete in quanto non comprendete il tutto che esiste solo dio. Poi riempì i nuovi vuoti imparando di nuovo e meglio sugli altri esseri viventi su se stesso che c’era così tanto spazio e chiese: “hai riempito i nuovi vuoti come quando eri bambino?” e infine: “ma con giochi diversi, ma con errori più grandi” Gli errori sì siano benedetti mai ne saranno abbastanza e mai smetterà di averne bisogno e questa dipendenza dagli errori lo guidò e sì certo che ne fu lieto ogni istante ogni momento contemplò l’amore e l’abbraccio intimo e segreto e così avvolgente da sparire là e ritrovarsi ancora nello stesso punto ma più sbiadito e leggero ma non meno libero e vorace di sapere e sapere era così gradevole che non smise se non nei momenti di sconforto che però che gioia che gioia.

 
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from Il Taccuino

Veduta di Castrogiovanni


In questa mattina chiara che leggera risplende sui tetti di tegole ordinate spesso mi torni in mente montagna mia coi tuoi boschi verdi sui ripidi fianchi solo da un rigagnolo attraversati quasi fosse una lacrima a rigarti il viso antico che vide greci, arabi, normanni e saraceni, le variopinte facce delle genti, e i dolori e le speranze delle generazioni.

Rivedo il lago tra i canneti, fenicotteri e aironi volare, e più tristi uccelli neri a pelo d'acqua andare insieme a schiera una lenta sacra processione nella luce della sera azzurrorosa, crepuscolare. E sotto questi pini mi piaceva passeggiare, perdermi sul declivio dolce dove amavo riposarmi alla frondeggiante ombra dei rami verdi sempre come il mio cuore, quando alle spalle lasciavo le case di cemento, gli altezzosi muri e i loro spigoli sbrecciati.

Ti sentivo, montagna mia, e mi parlavi, inutilmente cercavi di placare il mio dolore che di notte strepitava, e nemmeno il bianco volo del barbagianni cacciatore mi poteva consolare. Così disperavo di ogni cosa, del pallore dei miei giorni, e di me stesso, che appartengo già alla morte, come tutti, in fin dei conti. Fossi terra almeno e mi rinvigorissi con la pioggia, potesse magari ritrovarsi il mio sempiterno stare quotidiano nella vita nuova dell'aspargo, del finocchio selvatico, del cardo, e potessi riposarmi dall'incessante andare delle orme delle scarpe dalla vuota bramosia che illude chi s'inganna di potere andar lontano.

Eppure oggi cammino su queste bianche e lisce pietre levigate, non più sulla mia cara terra, e sento la mia anima disfarsi ad ogni passo. In questa città che pur mi è tanto cara, mia Ragusa, città in discesa, sospesa sulla valle verdeggiante, tenuta ferma dai tuoi ponti, città appesa, non riesco ancora a consolarmi e piango la mia rocca alta antica e sacra, la volpe grigia che di notte si vede ancora per le strade, la campagna silenziosa e le sue stelle e il mio ricordo si disperde quasi a scomparire fino ad abitare la durezza della pietra, il rugoso tronco tortile dell'olivastro, il contegno malinconico del pino quando si staglia solitario sopra il campo, un soldato, una vedetta che scruta l'imbrunire.

 
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from Testudo Blues

Cliccate qui per un mini-riassunto delle puntate precedenti

“Ehi, chi diavolo hai chiamato Biancaneve?” “Scusami, Bronco, stavo raccontando di te ai miei seguaci e...” “E hai deciso di darmi un nome da ragazza.” “Per proteggere la tua identità e non coinvolgerti in questo casino. Non volevo offenderti” “Non mi sono offeso. Anzi, sai che ti dico? Biancaneve mi piace. Quando mi deciderò a rinnovare il mio ufficio, mi farò fare una bella targa: Agenzia Investigativa Biancaneve.” “Sembra un ottimo posto per rimediare un po' di coca.” “Smettila di fare l'idiota e rimetti in moto il tuo rottame. Dobbiamo trovare il tuo socio in affari.” “Ex socio.”

Chiedo scusa, mascalzoni e sicofanti di Testudo, per avervi tenuto sulle spine. Quella che avete sentito è la voce del detective Biancaneve, dal vivo sulla mia radio. Anche se ormai è inutile nascondere la sua vera identità. Puntando la sua SIG Mosquito contro il buttafuori del Ranucci Jazz Club per salvarmi la vita, il mio amico Bronco (questo è il suo vero nome) ha deciso di sua spontanea volontà che era ora di dire addio all'anonimato.

Dunque, dove eravamo rimasti?

il detective prende la parola, intervenendo con la sua voce profonda

“E adesso portaci dal capo,” ho ordinato all'uomo-bufalo, appoggiando il dito sul cane della pistola per aumentare l'effetto drammatico.

Vedendosi minacciato da un'arma molto più grossa e pericolosa del giocattolino impugnato dal mio amico Danny, il buttafuori abbassa la testa, ruota sui tacchi e ci conduce attraverso una serie di porte di servizio, fino a un lungo corridoio fiancheggiato da foto di cantanti jazz dentro enormi cornici dorate.

“Posso chiamare i soccorsi per mio fratello? Sta perdendo sangue.”

“Li chiamerai più tardi,” rispondo io. “E che vi serva da lezione. Se non aveste cercato di fregarci, a quest'ora il tuo fratellino sarebbe ancora in ottima salute.”

“A parte l'asma,” ribatte il buttafuori, pentendosi immediatamente di aver aperto bocca,

“Adesso fai anche lo spiritoso? Forse dovrei sforacchiare anche te, per far uscire tutto questo sarcasmo dal tuo corpo.”

La porta in fondo al corridoio è circondata da un telaio d'oro massiccio e ha un batacchio a forma di testa di leone. “L'ufficio di Ranucci,” dice l'uomo-bufalo, indicando la porta con un cenno della testa.

A quel punto il mio amico Danny Catenaccio gli affonda la snub-nose nella schiena e gli dice: “Annunciaci.”

Accidenti, scusami, ti sto rubando la scena. Vuoi proseguire tu?

Beh, il tizio entra nell'ufficio e biascica qualcosa al suo capo. “Ci sono due tizi. Chiedono di lei. Hanno dei soldi che le appartengono.” Quindi spalanca la porta e ci invita a entrare. “Prego. Il signor Ranucci è disposto a ricevervi.”

Beh, per farla breve, Catenaccio gli sbatte la valigetta sulla scrivania e fa scattare il meccanismo, facendo comparire di fronte ai suoi avidi occhi l'eterea visione di un milione di corazze.

*Eterea? Vacci piano Bronco, non essere retorico. I miei ascoltatori odiano questa robaccia.”

E sapete cosa ci dice Ranucci?

Roba da rimanerci secchi, sul serio.

Il signor Ranucci si massaggia la fronte grassoccia, poi scuote la testa, sbadiglia sonoramente davanti alle corazze fruscianti e poi dice: “Quindi sei stato tu a rubarli? Che razza di idiota, Catenaccio. Quei soldi erano già tuoi. Non avevo mai visto nessuno rubare il proprio denaro.”

 
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from Kenobit

ARRIVANO I SOCIALINI

Questo post è copiato dalla Settimana Sovversiva, la mia newsletter. Lo pubblico anche qui per diffonderlo più comodamente sul Fediverso.

Oggi lanciamo un progetto al quale tengo moltissimo, frutto di mesi di pensieri e lavoro. Parlo al plurale perché siamo un collettivo, nato con la consapevolezza che l’obiettivo è ambizioso e lo raggiungeremo solo lottando insieme, come gruppo, e che dobbiamo strutturarci in modo che chiunque possa decidere di unirsi a noi. Ma non divaghiamo.

Vi presento Socialini.it.

logo socialini

Il progetto dei Socialini nasce da una domanda scomoda. Come facciamo a preparare le nuove generazioni alla vita su Internet? Che opzioni ci sono se abbiamo un figlio o una figlia di 6 anni? Allo stato attuale, ci troviamo davanti a una scelta che mi sembra perdente a prescindere.

Possiamo:

  • Darlǝ accesso subito accesso a Internet. Per quanto possiamo impegnarci e cercare di essere presenti, non avremo mai modo di proteggerlǝ dai meccanismi predatori delle grandi piattaforme, ai quali lǝ bambinǝ sono ancor più vulnerabili, e dagli altri ovvi pericoli derivanti dalla presenza di sconociuti e contenuti problematici;
  • Non darlǝ accesso a Internet e aspettare che sia più grande. Stiamo solo rinviando il problema, per giunta a un momento dell’esistenza in cui siamo particolarmente fragili. Se aspettiamo i 12 anni, per dirne una, arriverà sui social completamente privǝ degli strumenti per difendersi, magari in un momento cruciale della ricerca della sua identità, nel quale la cultura dell’immagine di Instagram e affini può arrecare danni devastanti. Ricordiamo che su TikTok sono stati proposti allǝ adolescenti account che promuovono l’uso dell’Ozempic, un farmaco antidiabete, come strumento per dimagrire. Metà del business dei social commerciali è dirci che siamo sbagliatǝ per poi venderci la soluzione sotto forma di prodotto.

La situazione, purtroppo, è chiara. La scuola non prepara alla vita su Internet. Non ne racconta la storia, i meccanismi e i pericoli. Di fatto, non ci insegna a gestire una parte gigantesca delle nostre vite. Scherzosamente, dico sempre che è un po’ come se non ci insegnasse l’algebra.

Lo stato ha fallito. La scuola è piena di insegnanti che fanno un lavoro cruciale, forse il più importante di tutta la società, ma non hanno gli strumenti e le risorse per avviare un percorso didattico sulla rete. Tutto è delegato alle famiglie, che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno le competenze necessarie per insegnare la consapevolezza dei mezzi informatici. E, sottolineo, non ne hanno colpa.

Cosa succede quando lo stato lascia un vuoto problematico e non soddisfa un’esigenza chiave del popolo? Si materializza una grande occasione di organizzarsi dal basso e di mettere in atto le pratiche del mutuo soccorso, riaffermandone il valore e la necessità. Possiamo avere un ruolo attivo, riprenderci un po’ di potere e ridistribuirlo in maniera orizzontale.

Ed ecco, quindi, che nascono i Socialini. Cosa sono?

Un Socialino è un server Mastodon, un piccolo social network con tutte le funzioni del caso: condivisione di foto, frasi, link. Fa parte del Fediverso, ma in un modo speciale. Parliamo sempre di Fediverso per la sua possibilità di unire tutto il mondo online in una grande federazione, ma quasi mai di come possa fare l’opposto: creare un’isola indipendente, completamente separata dal resto di Internet. Sicura, privata, protetta.

Il Socialino, dunque, è un social network giocattolo, per imparare a vivere e conoscere Internet, ma in un contesto realmente sicuro, dove i meccanismi tossici dei social commerciali non possono attecchire.

Il Socialino è il vostro social di famiglia e ha una tripla funzione pedagogica.

  • Per i genitori. I genitori riceveranno da noi le chiavi del loro server e una breve spiegazione su come usarlo. Saranno lǝ admin, di fatto. La gestione di un Socialino è semplicissima e non richiede competenze informatiche avanzate, ma al tempo stesso vi permetterà di capire perfettamente i meccanismi della Federazione e di Internet. Vi restituirà la complessità di cui Meta e soci vi hanno privato;
  • Per lǝ bambinǝ. Il gioco è il nostro strumento per capire il mondo e imparare a vivere. È normale che lǝ bambinǝ, crescendo in un mondo così connesso, vogliano giocare a condividere i loro pensieri o i loro disegni su Internet. Nel Socialino di famiglia potranno farlo in totale sicurezza, perché sul server saranno presenti solo i genitori ed eventuali amici di famiglia (chiunque venga approvato dallǝ admin, ossia i genitori). Giocando, potranno capire i meccanismi di Internet, ma su una piattaforma che non è progettata per rubare il loro tempo e la loro attenzione;
  • Per la terza età. Anche nonne e nonni hanno bisogno di sviluppare un rapporto più consapevole con la tecnologia. Facebook è un letamaio che lǝ espone a truffe e contenuti avvilenti (ultimamente generati in gran parte dall’IA), del resto. Nel Socialino di famiglia potranno interagire con lǝ nipoti, commentare, raccontare, il tutto usando software libero e imparando a usare uno strumento che non è progettato per turlupinarlǝ.

Abbiamo già fatto dei primi test con un paio di famiglie e possiamo dire che il concept funziona. Ora, dunque, siamo prontǝ a partire con la prima fase ufficiale del progetto: trovare 10 famiglie che vogliono un Socialino, per stringere i bulloni del progetto e rodarlo su scala più ampia. L’idea è di definire le pratiche, scrivere guide e documenti e attirare altrǝ alleatǝ, su tutti i fronti, per poter in futuro creare altri 10, 100, 1000 Socialini.

Se vorreste essere una di quelle 10 famiglie, scrivete a ciao@socialini.it e diteci in due righe chi siete e perché vi farebbe piacere partecipare. In questa fase, per motivi prettamente numerici, dovremo fare una selezione, nella quale cercheremo di privilegiare la varietà, alla ricerca delle tante forme diverse che una famiglia può assumere.

Il progetto è totalmente no profit e lo sarà sempre. Socialini non è un business, ma un progetto di mutuo soccorso volto alla creazione di saperi e competenze digitali per il presente e il futuro. Ogni Socialino ha un costo di mantenimento di circa 3 euro al mese, che in questa fase assorbiremo noi (o ci finanzieremo con un concerto o un giro di donazioni). Tutto il lavoro svolto è volontario e gratuito. Un domani, quando il progetto sarà avviato, l’unico costo per le famiglie sarà quello mensile del server, che puntiamo a ridurre ulteriormente, magari trovando uno spazio per tenere delle macchine. Ma non bruciamo le tappe...

Parte del progetto sarà anche la Piazzetta, un’istanza Mastodon a parte dove raccoglieremo contenuti fidati, sempre open e senza pubblicità, per chi vorrà del materiale per arricchire il suo Socialino. Ne parleremo nel dettaglio nei mesi a venire.

Sono sinceramente emozionato di svelare questo progetto. Ci abbiamo messo il cuore (io, FDA, Morloi e Kzk) e qualcosa mi dice che questa idea bizzarra potrà realmente cambiare qualcosa in positivo. Ho tanta voglia di parlarne e di confrontarmi, quindi non esitate a scrivermi, rispondendo al nostro piccione viaggiatore.

Riprendiamoci Internet.

 
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from RINASCITA DELL’ALCHIMISTA STAREC ZOSIMA

Lo Starec Zosima alchimista sparì fuggì si nascose pregò vari Dei tutti inesistenti e pieni di belle parole di sale marcio sporco e nero con sfumature viola inquinamento che prende fuoco e contagia. Lo Starec disse: “Dio è la massima espressione della percezione, il mio Dio è la mia forza ora che percepisco il mondo, cibo, gatto, fringuello” L’alchimista Starec si domandò: “Che differenza c’è dal campo arato che tanto odiavi?” Che alla fine tutto in questa aggregazione umana fondata sul denaro non può che schiavizzare chi non ne ha chi ne vorrebbe avere ma sarà fermato in tempo anzi con il suo tempo che sarà breve perso a inseguire un sogno di qualcun’altro che sì era il suo ma non per sua scelta che sì era sua nata da un desiderio un istinto troppo più forte e incisivo di quanto possa un essere vivente amato fin troppo distinguere e capire e capire e no non capirà mai. E lo Starec disse: “E ora che ho questi due soldi mi fate schifo, voi poveri. Ma va bene anche l'amore al posto dei due soldi, che schifo i poveri d'amore soli” Amore denaro amore denaro ne voglio di più che sì godere fammi godere ancora di più echi nati nel passato ma con estrema forza rimbombano ancora e ancora. E lo Starec chiese: “Ma quando sarai troppo vecchio per lavorare, ricorderai del bel tempo speso in cui eri forte? O dirai chi me l'ha fatto fare e ancora dove sono i miei ricordi?” Essere vivente stolto al servizio di un Dio per liberarti dall’angoscia di essere inutile consapevole di esserlo quanto meno stolto e non di essere al servizio di un Dio per liberarti dall’angoscia questo mai è inaudito che lui ci ha donato la vita che devo possedere e vincolare ma è la paura che ti guida liberati infine ammetti ciò che ti terrorizza e vivi fuori da te e non scusarti così velocemente che la mia ira non si è ancora placata. E sì lo chiese più volte e non ricevette risposta nessuno volle ascoltarlo ma in realtà non lo chiese che a se stesso e se stesso non volle ascoltarlo che il lavoro era urgente che le scadenze erano prossime che dall’altezza più irraggiungibile come il sole e i suoi raggi li toccano e ne furono così lieti così caldi sono che tepore provocano che tepore che gioia che tepore che gioia che gioia.

 
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from La cantina dell'appartamento al terzo piano (senza ascensore)

Spotify è incredibilmente comodo: tra i vari servizi di streaming musicali provati è probabilmente quello che più si avvicina a ciò di cui ho bisogno (e lo dice una persona che al tempo pagava Google Music per riempirsi le orecchie di canzoni). Nel tempo però sono diventato sempre più allergico a diversi aspetti legati a questo servizio:

L'alternativa che fa al caso mio? Navidrome. Un software Open Source con supporto alle Subsonic API (permettendo l'utilizzo da diversi client, tra le altre cose).

Vediamo come tirarlo in piedi in cinque minuti e come iniziare a caricare la nostra musica lì sopra. Sì, anche quella che abbiamo su Spotify. Sì, anche le Playlist invece delle canzoni singole.

Installare (e gestire) Navidrome

Per una volta ho voluto mettere da parte la mia voglia di smanettamento cercando di comprendere se per una persona “non troppo nerd” sia possibile abbracciare questa soluzione. Fortunatamente le meravigliose creature di PikaPods ci vengono incontro e in dieci minuti possiamo tirare in piedi un'istanza Navidrome senza alcuna rogna (o necessità di gestire le cose in prima persona).

I passaggi di base sono davvero banali:

  • mi registro (e ho anche cinque dollari di credito gratuito) qui

  • scelgo il pod Navidrome e imposto le seguenti risorse (2CPU, 2GB di RAM, 50GB di storage):

  • se voglio posso configurare le variabili (tab “ENV VARS”) per prendere da LastFM e Spotify artwork e informazioni su canzoni, album e artist3 – qui la guida passo passo

  • segnatevi il dominio (DOMAIN) e modificatelo a piacere: sarà l'indirizzo con cui accederemo a Navidrome

E... fatto. No, non sto scherzando: è già finito. Andando al dominio che vi siete segnati nell'ultimo punto vedrete la vostra installazione di Navidrome: create username e password e avete il vostro Spotify fatto in casa come le cose buone delle nonne 🔥 Niente altro da configurare (se non eventuali altre utenze) e niente da mantenere (ci pensa PikaPods).

Volendo (ma non è minimamente necessario) è possibile configurare le variabili per personalizzare la vostra istanza, trovate tutto qui. Siamo a post— ah, già, manca ancora la musica!

Caricare la propria musica

A questo punto ci troviamo davanti a due situazioni: chi si è già fatto un backup della propria musica in .mp3 (chessò, “rippando” – mamma mia che termine arcaico – i propri CD) e chi invece ad esempio ha della musica in vinile e non ha possibilità di estrarla per caricare il tutto nella libreria personale. Partiamo dal primo caso, il secondo è un filo meno legale (ma ve lo mostro comunque).

Per caricare i nostri .mp3 su Navidrome dobbiamo prima di tutto procurarci un client FTP e configurarlo. Niente panico: è semplicemente un programmino per trasferire i dati dal nostro PC al nostro server, vediamo come fare. A me piace particolarmente Cyberduck, disponibile sia in versione gratuita che a pagamento (a noi basta quella gratuita scaricabile da qui: https://cyberduck.io/download/) quindi userò quello come esempio su come procedere.

  • scarichiamo il programma e installiamolo

  • mentre il programma si sta installando torniamo su PikaPods e segnamoci le impostazioni di connessione: si trovano sotto Pod Settings (la rotellina) > File:

  • apriamo Cyberduck e clicchiamo su “Nuova connessione”

  • dal menù a tendina scegliamo SFTP (e magicamente la porta cambierà da 21 a 22) e inseriamo i parametri per la connessione

  • clicchiamo su “Connessione” e confermiamo nel popup che appare

  • a questo punto vedremo due cartelle: data e music. Apriamo music con un doppio click e trasciniamo lì dentro la nostra musica (meglio se già organizzata in artisti e album).

Fatto! Diamo a Navidrome un attimo per indicizzare tutta la musica e in pochi minuti ci troveremo le canzoni nella nostra libreria. Ah, giusto, già che ci siamo: si può usare Navidrome dall'interfaccia web oppure utilizzare una delle tante applicazioni che supportano le Subsonic API. Qui una lista: https://www.navidrome.org/docs/overview/#apps

Spotify casalingo: fatto ✔️

Recuperare la propria musica

Okay, ora arriviamo al punto più delicato della questione. Può capitare che non abbiate modo di trasformare in .mp3 la vostra musica o i brani che avete già comprato. Eviterò di farvi la predica sul fatto di acquistare la musica che ascoltate per supportare chi l'ha creata: davvero, è importante e nulla di quanto segue andrebbe eseguito se non si possiedono già i brani in altri formati (e lo dico da persona che crede che le leggi relative al diritto d'autore andrebbe riviste, aggiornate e corrette).

Ma basta premesse, al volo.

  • scaricatevi OnTheSpot (mi raccomando la versione _ffm)

  • avviate il programma (non va installato) e andate nella tab “Configuration”

  • inserite nome utente e password di Spotify (anche un account gratuito) e cliccate su “Add account” (in fondo alla pagina)

  • non cambiate altro se non il percorso dove viene scaricata la musica

  • nella tab “OnTheSpot Search” è ora possibile inserire il nome di una canzone, di un artista, l'URL di una Playlist (o qualunque URL di Spotify) per permettervi di scaricare il brano scelto (o la serie di brani dentro la Playlist, ad esempio)

A posto: potete vedere i progressi nella tab “Progress”, ma davvero non c'è molto altro da fare con questa applicazione. Godetevi gli .mp3 delle canzoni che possedete già e caricate poi il tutto su Navidrome.

Considerazioni finali

Sto usando Navidrome da una settimana circa e le uniche cose che ho trovato fastidiose sono state:

  • ricostruirmi le playlist (perché Spotify è stronzo e non te le fa esportare se non con tool esterni) SOLUZIONE: nessuna, se non che sto sfruttando questa cosa a mio vantaggio per rivedere un po' le playlist (con molta soddisfazione vi dirò)

  • il buffering delle canzoni nella riproduzione casuale in contesti con poca rete internet SOLUZIONE 1: nell'applicazione che uso c'è la possibilità di far pre-caricare le successive canzoni di una playlist, spettacolo SOLUZIONE 2: è possibile scaricare un'intera playlist per l'uso offline, se so che avrò poca rete scarico e sono a bolla

Se avete intenzione di provarvi a lanciare in cose simili e trovate difficoltà (o avete suggerimenti da darmi) mi trovate come al solito sul Fediverso: @ed@livellosegreto.it

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