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from CollettivoCasamatta

DI CALDO SI MUORE

«Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo», queste le lungimiranti dichiarazioni del Presidente del Senato Ignazio La Russa. La verità è che siamo arrivati al punto in cui è impossibile ignorare o, peggio, negare il cambiamento climatico. La Terra brucia perché il capitalismo ha bisogno di una crescita infinita per sopravvivere, anche a costo di consumare l'aria che respiriamo.

ALCUNI DATI

Mentre i dividendi degli azionisti crescono, la crisi climatica presenta il conto direttamente sulla carne delle classi subalterne. A livello globale, 7 lavoratori su 10 sono esposti a un calore eccessivo sul posto di lavoro, il che provoca 19 milioni di morti e 22,8 milioni di infortuni ogni anno (dati ILO). In Italia, le temperature estreme causano una media di 4.000 infortuni all'anno (dati INAIL), concentrati soprattutto nei settori di edilizia, agricoltura e logistica. Il sistema selvaggio dei subappalti frammenta i contratti e rende impossibile applicare persino le tutele basilari, costringendo operai e braccianti a spaccarsi la schiena sotto il sole a 40°C. A fine giugno si sono succeduti ben cinque decessi sul lavoro a distanza di poche ore.

IL DIVARIO NORD-SUD

Nel nostro Paese, poi, questa crisi accelera la storica “questione meridionale”. Mentre la povertà energetica nazionale si attesta all'8,5%, nel Sud e nelle Isole schizza oltre il 14% (dati OIPE). Le reti idriche meridionali — devastate da anni di privatizzazioni e tagli — disperdono il 50% dell'acqua (con picchi del 60% in Sicilia e Sardegna) contro il 30% del Nord. Inoltre, l’ISPRA avverte che ben il 70% del territorio a rischio desertificazione si trova proprio al Sud.

SCUOLE AL COLLASSO

La crisi climatica ha trasformato le scuole italiane in vere e proprie serre di cemento, svelando i danni storici causati dai tagli all'istruzione pubblica. Secondo i dati della Flc-Cgil, solo il 7% degli istituti ha un impianto di climatizzazione o raffrescamento funzionante. A fine giugno, durante gli esami di Stato, le aule hanno superato regolarmente i 35°C – 38°C, violando apertamente il D.Lgs. 81/08 sulla sicurezza, che raccomanda temperature estive tra i 24°C e i 27°C. Si sono così susseguiti malori e collassi dovuti al caldo estremo, sia tra gli studenti che tra gli insegnanti.

IL CASO ENI

I “Carbon Majors” — appena 57 entità commerciali e statali — sono responsabili dell'80% delle emissioni globali di CO2 dal 2016 a oggi. In Italia, il simbolo di questo estrattivismo speculativo è ENI. Calcolando le emissioni Scope 3 (quelle generate dall'uso effettivo dei combustibili che commercializza), l'impronta carbonica di ENI supera quella dell'intera nazione. Mentre l'azienda accumula utili netti miliardari grazie alle speculazioni geopolitiche sulle tariffe, lo Stato continua a garantirle miliardi di euro l'anno in Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD). Si tratta di risorse pubbliche sottratte a sanità, trasporti e scuola, utilizzate per finanziare chi sta distruggendo il futuro e che, nel frattempo, entra nelle classi per ripulirsi la coscienza con progetti di greenwashing educativo.

LA GENTRIFICAZIONE CLIMATICA

Nei centri urbani assistiamo alla gentrificazione climatica: i quartieri centrali vengono riqualificati con parchi, alberi e soluzioni architettoniche sostenibili, facendo però impennare i prezzi degli affitti. I lavoratori e le famiglie a basso reddito vengono così espulsi verso periferie sempre più cementificate, prive di verde e schiacciate dall'effetto “isola di calore”. Il diritto al fresco e a un ambiente salubre sta diventando lo status symbol delle classi agiate, mentre i quartieri popolari rimangono trappole d'asfalto invivibili.

NON C'È AMBIENTALISMO SENZA SOCIALISMO

Non esiste una soluzione di mercato a una crisi creata dal mercato stesso. I crediti di carbonio, le auto elettriche di lusso e le eco-tasse che colpiscono i consumi popolari servono solo a creare nuovi settori di speculazione. Per fermare il collasso climatico serve un programma politico radicale di rottura: 1. Nazionalizzazione e socializzazione senza indennizzo delle grandi multinazionali dell'energia, per sottrarle alla borsa e metterle sotto il controllo democratico dei lavoratori e delle comunità. 2. Riduzione drastica dell'orario di lavoro a parità di salario, per sottrarre i corpi dei lavoratori all'esposizione del calore estremo. 3. Piano strutturale di investimenti pubblici per rifondare l'edilizia scolastica, azzerare le dispersioni idriche al Sud e mettere in sicurezza i territori dal dissesto idrogeologico, finanziato interamente con l'esproprio degli extra-profitti fossili. La transizione ecologica o è una rivoluzione sociale, o sarà solo la ristrutturazione verde del capitale sulla pelle dei più deboli.

 
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from « DIVINA MISERICORDIA »

(Ogni Venerdì verrà pubblicato un pezzetto del diario della Santa)

Venne finalmente il momento in cui s'aprì per me la porta del convento. Era la sera del primo agosto, vigilia della Madonna degli Angeli. Mi sentivo infinitamente felice; mi pareva di essere entrata nella vita del paradiso. Dal mio cuore erompeva, unica, la preghiera della gratitudine. Dopo tre settimane però, m'accorsi che qui era così poco il tempo dedicato all'orazione e che c'erano molte altre cose che mi spingevano nell'intimo ad entrare in un convento di regola più stretta. Tale pensiero prendeva sempre più forza dentro di me, ma non era questa la volontà di Dio. Tuttavia quel pensiero, cioè quella tentazione si consolidava sempre più, tanto che un giorno decisi di parlarne con la Madre Superiora e di uscire decisamente dal convento. Tuttavia Iddio diresse le circostanze in modo tale che non potei accedere alla Madre Superiora. Prima di andare a riposare, entrai nella cappellina e domandai a Gesù di illuminarmi su questo problema; ma non ottenni nulla nel mio intimo; solo s'impadronì di me una strana inquietudine che non riuscii a comprendere. Tuttavia, nonostante tutto, mi proposi di rivolgermi alla Madre Superiora di primo mattino, subito dopo la S. Messa e comunicarle la decisione presa. Andai verso la cella; le suore erano già coricate e le luci spente. Entrai, angosciata e insoddisfatta, nella cella. Non sapevo più che fare. Mi buttai a terra e cominciai a pregare con fervore per conoscere la volontà di Dio. Dappertutto silenzio, come in un tabernacolo. Tutte le suore, simili a bianche ostie rinchiuse dentro il calice di Gesù, riposavano e solo dalla mia cella Iddio udiva il gemito di un'anima. Non sapevo che, senza autorizzazione, non era consentito pregare nelle celle dopo le nove di sera. Dopo un momento, nella mia cella si fece un chiarore e vidi sulla tenda il volto di Gesù molto addolorato. Piaghe vive su tutto il Volto e grosse lacrime cadevano sulla coperta del mio letto. Non sapendo che cosa tutto ciò potesse significare, domandai a Gesù: «Gesù, chi ti ha causato un simile dolore? ». E Gesù rispose: «Tu Mi causerai un simile dolore, se uscirai da questo ordine. È qui che t'ho chiamata e non altrove e ho preparato per te molte grazie». Domandai perdono a Gesù e mutai all'istante la decisione che avevo presa.

 
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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

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Ogni settimana, il Sabato o la Domenica, cercherò di proporre un argomento di riflessione, che sarà sviluppato con i vostri contributi. Tutti possono partecipare con il loro pensiero, non ci sono maestri o studenti, siamo tutti allo stesso livello, con il desiderio di accrescere la consapevolezza nella nostra fede.

Maria di Magdala (detta anche “Maria Maddalena”)

Buongiorno amici ed amiche, considerato che 500 caratteri non bastano per introdurre l'argomento, ho deciso che era il caso di utilizzare un articolo sul nostro blog.

Questa settimana vorrei parlare delle donne nel Vangelo, ed in particolar modo di Maria di Magdala, la donna liberata da sette spiriti maligni e che seguì Gesù in tutto il suo cammino, sostenendolo con i suoi averi.

Non voglio sviluppare molto l'argomento, in quanto lascio a voi le considerazioni, però vorrei fare un paio di riflessioni.

  • ad esclusione della Madre di Gesù, la Chiesa ha sempre considerato le donne del Vangelo come figure “di contorno”. Ma è veramente così, oppure è un retaggio del passato, dove la cultura maschilista era la normalità ?

  • nel Vangelo, la storia di Maria di Magdala è stata raccontata in modo soddisfacente, oppure è stata inserita scrivendo il minimo indispensabile per salvaguardare la completezza del racconto ?

Non scrivo altro, anche perché su Maria di Magdala si potrebbe parlare per ore ma qui noi, nella nostra umiltà e semplicità, vogliamo esprimere solo dei brevi pensieri. La catechesi va fatta in parrocchia, confrontandosi con il sacerdote e con altri gruppi.

Buona Domenica Namasté

 
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from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Buonasera amici di Parrocchie. Come di consueto, ogni tanto cerco di “aggiustare il tiro” e di condividere con voi le aspettative, i sogni, i desideri, ma anche e soprattutto le cose concrete, come gli obiettivi e la strada da percorrere.

La nostra bella casa digitale, rappresentata da “Parrocchie” non vuole essere semplicemente un social dove si scrollano delle notizie, mettendo stelline o commentando ogni tanto. Certo, anche quello si deve fare, almeno all'inizio, quando abbiamo in mente ancora il funzionamento dei vecchi social. Purtroppo uscire dagli schemi è molto difficile, inutile girarci intorno. Siamo stati plasmati da 20 anni di rulli da scrollare e cambiare mentalità costa una certa fatica. Eppure dobbiamo rimboccarci le maniche ed affrontare questa montagna che sembra troppo alta da scalare, mettendo un piede dietro l'altro.

Quando ho fondato la nostra comunità, insieme all'amico fraterno Raffaele, abbiamo deciso che doveva sorgere attorno all'Eucarestia. Non è stata una decisione presa a caso, ma ci aiuta a tenere bene a mente cosa è importante e cosa no. Una comunità cristiana che ha come centro l'Eucarestia, deve essere giocoforza una comunità dove si pratica la carità, il perdono, il rispetto e l'aiuto reciproco. La Santa Eucarestia rappresenta l'Amore che Dio ci ha donato e ci dona ogni giorno, un amore che porta frutto, che fa crescere nella fede, che apre gli occhi e ci mostra l'Infinita Misericordia di Gesù.

Lo scopo della nostra Comunità Digitale non si esaurisce con la pubblicazione di qualche post o di qualche foto. Ogni comunità cristiana è chiamata a percorrere un cammino di crescita, non nei numeri ma nella fede, nell'accoglienza, nel confronto, nella meditazione della Parola di Dio.

Proprio come nella Santa Messa, per viverla appieno, ognuno di noi deve avere un compito, un piccolo impegno da portare avanti per far crescere tutta la comunità. Non sono impegni dati a caso o decisi da me, ma conoscendoci durante questo cammino, ognuno si domandi cosa può fare per la comunità, seguendo il suo cuore e fatti salvi gli impegni ed il tempo libero.

Qualche ruolo è già assegnato, come Raffaele che ci ricorda gli appuntamenti di fra Stefano. Filomena, dietro mia richiesta, ha dato la disponibilità a fare da “Tutor” ai nuovi iscritti. Altri supportano il progetto con piccole donazioni mensili. Ognuno si deve sentire parte e protagonista nella costruzione della nostra comunità. Non c'è da vergognarsi o da nascondersi, stiamo in un ambiente di fede e seguendo la via tracciata dallo Spirito Santo.

Io faccio ancora una grande parte, semplicemente perché conosco lo strumento informatico, ma la nostra comunità non si limita a questo, non siamo chiusi in un telefono. Ecco perché dobbiamo sforzarci di interagire, di salutarci, di dire semplicemente “come stai”, sapendo che dall'altra parte la persona ci risponderà. La vera socializzazione si realizza facendo gruppo, e se questo avviene con la presenza di Gesù in mezzo a noi, sarà ancora più bello.

Namasté

 
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from Riflessioni

Il seguente componimento è nato da un momento di complessa “malinconia” per dover andare via da un posto che, anche se per poco, si era chiamato casa. Malinconia che chiamo complessa perchè le emozioni hanno il loro talento per mescolarsi e perdere le etichette.

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Il mondo da questo piccolo angolo, quaggiù. Mi sembra una fila di confini ordinati, plagiati dalla propagazione umana.

L'aria accarezza il suono di un campanello nella sera. Questo posto ha un profumo indecifrabile, fatto di legno rosa, dipinto ceruleo, e cielo giallo sfumato.

Lucine ritmiche si ripetono “io qui più non tornerò” mentre i pipistrelli sussurrano agli insetti, alle nuvole, che ne so.

Caro profumo, so che ti scorderò. Ma non scorderò mai il tuo essere stato primo senso di casa.

L'affetto che provo per le travi un po' sbilenche, il canarino di cui non esiste più il canto, ed i ricordi di sorriso dimenticati nel tumulto dei grilli.

Domani qualcun'altra avrà la mia vista, ma un po' diversa.

In questa casa dove ho visto due lati del silenzio, uno voluto, cercato e mai trovato; l'altro trovato e mai cacciato.

 
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from CollettivoCasamatta

A.s. 2025/2026 – Obiettivo del Ministro Valditara: una scuola al servizio della propaganda reazionaria e del capitale

L’anno scolastico appena concluso ci consegna il triste quadro di un'ulteriore, feroce offensiva contro la scuola pubblica e contro tutti coloro che la abitano, a partire dalle nuove generazioni. Nell'ultima legge di Bilancio i finanziamenti alle scuole private sono notevolmente aumentati, mentre quelli dedicati alla scuola pubblica continuano a diminuire di anno in anno. Ci siamo talmente abituati a questo trend che abbiamo, purtroppo, smesso di stupirci. È dagli anni '90, infatti, che ogni governo, di centrodestra o di centrosinistra, taglia costantemente sull'istruzione pubblica. Gli stipendi dei docenti e di tutti i lavoratori e le lavoratrici del settore scolastico, poi, sono ridicoli, a fronte di un mestiere che richiede un carico di responsabilità notevolissimo. L'ultimo rinnovo contrattuale è stato siglato con un aumento medio di circa 80€ in busta paga: un compenso vergognoso anche se non ci fosse l'inflazione galoppante, che lo rende però quasi criminale.

▪︎ Le Nuove Indicazioni Nazionali

Le nuove Indicazioni Nazionali del primo e del secondo ciclo sono state accolte con sconcerto praticamente unanime da parte dei docenti e delle varie associazioni di categoria. La centralità assoluta attribuita all’Occidente e all’identità nazionale risponde a una precisa visione reazionaria. L'insegnamento della Storia è stato ridotto a una narrazione eurocentrica e acritica. Si torna a proporre agli studenti di adottare uno sguardo coloniale sul mondo, attraverso la lente del suprematismo bianco. Le Indicazioni sono criticabili anche da altri versanti: c'è il tentativo, nemmeno troppo velato, di tornare ai Programmi, cioè di limitare fortemente la libertà di insegnamento. I documenti si presentano infatti ricchi di suggerimenti dettagliati che appaiono come prescrittivi. Le Indicazioni, invece, dovrebbero essere delle linee guida generiche che permettano poi a ogni insegnante di calare le direttive all'interno della propria classe, in base alle proprie modalità di insegnamento. Altro punto critico rilevato nei documenti del primo ciclo è la visione pedagogica incentrata sul talento. Non si fa menzione di quanto le differenze economico-culturali incidano sull'andamento didattico dell'allievo. Compito della scuola dovrebbe essere quello di azzerare o perlomeno diminuire queste disuguaglianze, invece nelle Indicazioni si parla soltanto di valorizzazione dei talenti, come se questi fossero avulsi dal contesto sociale. Infine, solo per citare i punti più macroscopici, nella prima bozza delle linee guida del secondo ciclo non vengono citati autori del calibro di Spinoza, Leibniz e Marx, e viene ridotto lo spazio di approfondimento dedicato ad Hobbes, Locke e Rousseau. La sollevazione dei docenti di Filosofia, però, ha costretto il Ministero a dirsi disponibile ad una correzione. Come spiegavamo prima, le Indicazioni non sono Programmi, quindi ogni docente è libero di approfondire l'autore che ritiene più adatto al proprio percorso, ma non possiamo nascondere il fatto che i libri di testo siano costruiti, a volte pedissequamente, in base alle disposizioni ministeriali. Inoltre, un giovane docente neolaureato sarà sicuramente più condizionato dalle Nuove Indicazioni rispetto ai colleghi con esperienza: questo porterà col tempo a un cambiamento inevitabile. Le risposte collettive, che pure ci sono state, non sempre hanno portato a risultati immediati, come nel più recente caso dei contenuti di Filosofia. Questo, spesso, ha determinato un riflusso individualista. Molti insegnanti tentano di resistere all'attacco ministeriale facendosi scudo con la propria libertà di insegnamento. Ma l'obiettivo politico e sindacale dovrebbe essere quello di ristabilire una dimensione collettiva permanente, che vada al di là della singola battaglia.

▪︎ Il “problema sicurezza”

Il tema della sicurezza, come sappiamo, è cavalcato da questo governo, ma anche dall'opposizione parlamentare. È stato al centro del dibattito e ha caratterizzato anch'esso quest'ultimo anno scolastico. I pochi, comunque gravi, casi di cronaca sono stati utilizzati per stigmatizzare un'intera generazione e, in particolare, i ragazzi di origine straniera. I dati, però, ci dicono altro. Una ricerca pubblicata dalla rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/a/la-violenza-giovanile-e-la-sfida-della-prevenzione.it) dimostra con chiarezza che non esiste alcuna emergenza. Ma al ministro Valditara poco importa dei dati. Dopo aver creato il caso mediatico, con l'aiuto di stampa e opposizione, ha pensato bene a una risposta ad effetto, totalmente inutile e inutilizzata: l'introduzione dei metal detector! Quest'anno, però, è diventata pienamente operativa anche la riforma sul voto in condotta, molto più incisiva dei metal detector. Propagandata anch'essa per rispondere a un fantomatico quanto inesistente “problema educativo”, può in realtà essere usata come arma di ricatto nei confronti delle studentesse e degli studenti politicizzati, rendendo sempre più difficile l'organizzazione o la partecipazione ad occupazioni o autogestioni. La riforma ha reso molto più semplice mettere un'insufficienza, che si traduce automaticamente in una bocciatura. Prima della riforma Valditara per un 5 in condotta serviva l'unanimità del Consiglio di classe, mentre ora è sufficiente la maggioranza semplice. Alla fine dell'anno sono effettivamente aumentate le bocciature per il 5 in condotta, anche nei confronti dei giovanissimi studenti e studentesse delle scuole medie inferiori. Secondo i primi dati forniti dal Mim (Ministero dell'Istruzione e del Merito), i docenti hanno fatto soprattutto largo uso del 6 in condotta che, grazie alla riforma, genera un debito automatico (con l'obbligo di presentare un elaborato e fare un esame a settembre per non essere bocciati). Si tratta di una forma di ricatto che, di fronte a un reale problema educativo, non modifica di una virgola la situazione del ragazzo o della ragazza in questione. La riforma del voto in condotta ha fornito ai docenti una risposta punitiva a problemi (laddove realmente esistenti) che, invece, avrebbero bisogno di una risposta sistemica. Uno studente con comportamenti inadeguati mostra un malessere che andrebbe ascoltato e accolto, non soltanto punito. Servirebbero psicologi in ogni scuola, un numero maggiore di insegnanti in modo da poter seguire con cura tutte le necessità delle nuove generazioni. Servirebbe anche un tessuto sociale in grado di aiutare le famiglie in difficoltà e spazi in cui le ragazze e i ragazzi possano esprimersi liberamente. Ma è chiaro che tutto questo è molto lontano dal pensiero del ministro Valditara.

▪︎ Il consenso informato

Il disegno di legge sul consenso da parte dei genitori per i progetti di educazione sessuo-affettiva è un'altra testa d'ariete utilizzata dal Governo per far avanzare la propria visione conservatrice e retrograda. L'idea che sottende questa decisione ci fa fare un salto indietro di addirittura due secoli. In passato, infatti, i figli erano considerati proprietà esclusiva dei genitori, in particolare del padre. A partire dall'800, e poi più compiutamente durante il '900, i bambini e le bambine sono diventati soggetti di diritto e la loro educazione una responsabilità collettiva. In questo processo, l'istituzione della scuola pubblica, pur con tutte le storture dovute al sistema capitalistico, è stata una conquista fondamentale. Ora si tenta di tornare al primato dell'educazione impartita tra le mura domestiche. Inutile dire quanto, invece, sia importante che la formazione, intesa a 360°, resti e si rafforzi come patrimonio collettivo. La dimensione sessuo-affettiva fa parte dello sviluppo della persona, anche se non dobbiamo nasconderci che la scuola, così com'è oggi, non ha gli strumenti per seguire la crescita di studenti e studentesse in tutte le sue sfaccettature. Per poter affrontare adeguatamente la questione servirebbe una scuola pensata in modo diverso: con più ore, più docenti, più risorse e meno alunni per classe. Ma, anche se aggiungere un'ora di educazione sessuo-affettiva senza modificare null'altro non è la soluzione ideale, la scuola è senza dubbio il luogo deputato per affrontare certi argomenti.

▪︎ Il 4+2 di istituti tecnici e professionali

Un altro capolavoro di quest'anno scolastico è la controriforma degli istituti tecnici e professionali, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo anno. È la rappresentazione più pura della subordinazione della scuola al capitale. Si taglia un anno di percorso scolastico per rispondere alla necessità dei distretti industriali di immettere precocemente i giovani nelle aziende. Inoltre, si mutilano le discipline culturali e storiche a vantaggio dell’addestramento aziendale e dei PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l'Orientamento, nella realtà il più delle volte è lavoro non retribuito). La differenziazione, di gentiliana memoria, tra licei e scuole tecniche e professionali viene acuita ulteriormente. I plessi scolastici si trasformeranno in anticamere della fabbrica. Le aziende locali potranno addirittura salire in cattedra e modificare i programmi in base alle loro esigenze. Contro questo attacco gravissimo docenti e studenti si sono subito mobilitati; ci auguriamo che possano vincere questa battaglia. Ogni ragazzo e ogni ragazza ha diritto a una formazione il più completa possibile, non a essere trattato, sin dalla più tenera età, come pura forza-lavoro.

▪︎ La “Maturità”

Il Ministro del cosiddetto Merito non ha mancato di modificare anche l'Esame di Stato, che è tornato a chiamarsi Esame di Maturità, così come era stato definito durante il ventennio fascista. Le commissioni sono state ridotte da 7 a 5 membri, a parità di compenso. È stata, poi, eliminata l'interdisciplinarietà: al colloquio orale si presentano soltanto 4 discipline. Ciò significa, ad esempio, escludere Storia negli Istituti tecnici e professionali. Valditara ha inoltre aggiunto, da quest'anno, l'attribuzione di 5 punti in base al “grado di maturazione personale, autonomia e responsabilità dello sviluppo dell'individuo”. Un parametro totalmente soggettivo e, naturalmente, classista. Pensiamo, ad esempio, a chi vive in condizioni di marginalità ed è privato dei mezzi materiali per coltivare le proprie inclinazioni e il proprio benessere: dovrebbe forse essere giudicato carente sul piano dello “sviluppo personale”? Ovviamente la gran parte dei docenti si è detta contraria a utilizzare questo parametro valutativo anti-pedagogico, per cui i 5 punti verranno in realtà attribuiti, nella stragrande maggioranza dei casi, in base al risultato della prova d'esame. Resta, però, il tentativo da parte del Ministro di umiliare ancora una volta le studentesse e gli studenti che non si allineano, per volontà o per necessità, ai suoi schemi reazionari.

▪︎ Un bilancio

Il bilancio di quest'anno scolastico non lascia spazio a interpretazioni: la scuola pubblica è sotto un attacco frontale che mira a scardinarne la residua funzione emancipatrice. È necessario e urgente ricostruire un fronte unico di classe che riunisca studenti, studentesse, docenti e lavoratori e lavoratrici del settore. Purtroppo finora le risposte, seppur presenti, non sono state all'altezza degli attacchi subiti. Serve un salto di qualità immediato, pena la perdita definitiva di una conquista fondamentale come lo è stata la scuola pubblica.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Fra meno di tre settimane sarà il 25° anniversario del G8 di Genova, cioè la seconda sconfitta mai del tutto processata dalla sinistra extraparlamentare italiana (e non solo) assieme ai tumulti del 1977 (e di quelli se ne parla il prossimo anno), e dopo la quale non abbiamo più raggiunto strutture e numeri tali da fare davvero tremare il padronato. Stasera avrei dovuto spulciare tutti i siti web in chiaro ancora esistenti dei centri sociali di Milano per capire se qualcun* organizza una maledetta carovana per scendere a Genova, invece mi sono messo a frugare nella mia cloud Google, allo scopo di recuperare e salvarmi in locale tutto il materiale che non voglio lasciare in pasto ai tecno-plutocrati... e per combinazione ho ritrovato una poesia risalente a poco meno di 3 anni fa esatti: una riscrittura beffarda della canzone di rock neofascista “Claretta e Ben” dei 270 Bis, composta da un cretinodicrescenzago giovane ed entusiasta come inno a quel Movimento delle masse oppresse in cui credeva con tutto il cuore, prima di accumulare anche lui mazzate (metaforiche), esaurimenti (da assemblee incastrate su sé stesse) e candelotti di lacrimogeni (pochi ma forti).

Oggi la pubblico qui, come sputo limaccioso sul busto ebete del Duce, come prima preghiera del pellegrinaggio fino alla tomba di Carlo Giuliani, e come dono a chi vorrà remixare un po' la partitura della canzone originale per mettere in musica la mia versione senza rotture legali. Se lo fate, accreditatemi come paroliere, e o mandatemi una registrazione, o invitatemi direttamente; perché starci dentro “è difficile / ma ci credo!”.

O almeno, ci voglio ancora credere.

In Piazzale Loreto

Su svegliatevi riscuotetevi vedo in terra una rossa bandiera come un angelo tra le fabbriche che si lancia a colpire il cielo!

Forse è un inno o solo un sogno il ricordo di una canzone ma ora sale sai come il ritmo di una furia dentro al mio cuore.

Han ballato sui nostro corpi, han sputato sul nostro nome, han nascosto le nostre tombe, ma non ci possono cancellare!

Puoi vederli sai, sono qui con noi con le braccia levate al Sole; lottan qui con noi io le vedo, stan ballando in Piazzale Loreto

È una piazza piena di sogni un'armata di care amiche, mille anime di caduti ma nel ricordo per sempre vivi.

Son studenti di Valle Giulia e compagne in Alimonda, il picchetto di Sanremo le mondine di Molinella.

E ora sono qui, son per sempre qui, son tornate a marciare ancora dalle carceri dalle tombe dagli scrigni della memoria.

Mille innanzi a me mille dietro a te e altre mille per ogni lato è difficile ma ci credo! Ci si vede in piazzale Loreto! Ci si vede in piazzale Loreto!

E io ho il cuore rosso-nero e re Umberto io lo mando al cimitero. E io ho il cuore verde-nero perciò non cedo e difendo il mondo intero.

E io ho il cuore rosa-nero tripla luna brilla nel mio cielo. E io ho il cuore viola-nero o compagna, compagna io ti credo.

Insieme ora partiamo, insieme torneremo. (Ad libitum in dissolvenza)

 
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from ordinariafollia

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Questo cuore impavido batte per te ogni giorno solo per te da mezzogiorno e due alle due meno tre.

Ricorda il fischio di un treno che passa lontano e vorresti salirci ma è proprio lontano.

Questo cuore impavido e nudo nell'isola degli scimmiotti inseguito da luoghi comuni ed etichettatori con occhiali grossi come piatti.

Ricorda le urla di una madre affacciata al balcone: è ora di fare merenda! ma non hai ancora finito di giocare a pallone.

Questo cuore impavido vestito da chierico della patata nel dungeon del tempo che passa con la mazza più uno con supercazzola incantata.

Ricorda le ferite fatte con le unghie per grattare le punture di zanzare e le bolle dell'ortica.

Questo cuore impavido che viaggia nel giorno del tentacolo in groppa al cinghiale bianco e ancora ti dice: sei un miracolo.

Ricorda un ghiacciolo al limone in un giorno d'afa e di sole.

 
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from Storieparole

Forse l'ho uccisa. Niente di troppo cruento, nessuno sgozzamento alla CSI, nessun vicino che sente urla disperate e neppure corte unghiette di esili manine che graffiano le mura di qualche cantina alla spasmodica ricerca di una via di fuga. Nulla di tutto questo. Se è morta, è morta d'incuria. Il che, a ben pensarci, potrebbe essere persino peggio di uno sgozzamento. L'ho nascosta così bene da non riuscire più a trovarla, nelle frenetiche giornate da adulta mi sono persa tra lavoro e call e bollette da pagare e scadenze da ricordare fino ad arrivare al punto di dimenticarmi completamente di lei, di darle da mangiare, di pulirle la stanza, anche solo di accertarmi che respirasse ancora. Scena del crimine

Mentre scrivo queste righe è forte la tentazione di mollare tutto e correre a cercarla. Per assicurarmi che sia ancora viva. Che stia ancora bene, nonostante tutto. Nonostante me. Ma ho un compito da svolgere, sono una donna adulta che non si sottrae ai propri doveri, dunque starò qui a scrivere fino a quando non avrò fatto ciò che devo e solo dopo, forse, se avrò tempo, andrò a cercarla per assicurarmi che stia ancora bene. D'un tratto, però, sento qualcosa. Non è un urlo che squarcia il silenzio, non un grido d'aiuto. È un sussurro, come di qualcuno che bisbiglia un segreto all'orecchio, con una risatina di bimba divertita. Una parola sola: Pirata! Cerco di ignorare quella voce che però continua a mormorare, accompagnata da una risatina argentina, come un campanellino scosso dalla brezza. E, d'un tratto, il sussurro diventa immagine: una pagina, una pagina web, scritta al computer, pubblicata circa un anno fa. Di colpo, la risatina diventa una burla, la parola bisbigliata acquista un senso. Pirata!, ma certo! Avevo scritto di pirati, io! Era giugno, faceva caldo, forse non come in questi giorni, ma... sì, la strada era polverosa e arroventata dal sole di fine giugno, ora lo ricordo! E quasi febbrilmente vado alla ricerca di quella pagina, fino a quando la ritrovo proprio qui.

La #SagraIndieWeb nemmeno sapevo cosa fosse, BobbiArbore non aveva ancora deciso che il tema di questo mese sarebbe stato “L'importanza di prendersi cura della nostra parte infantile”, eppure avevo scritto quelle parole. E oggi, a poco più di un anno di distanza, rieccomi qui ad ascoltare il sussurro di quella bambina che sono stata. E che, da qualche parte, sono ancora.

Mi prendo cura di lei? Poco, questo è certo. Spesso la dimentico, so che c'è ma non ci bado, do priorità a tutte quelle cose da grandi che trovavo – e spesso trovo ancora – mortalmente noiose, e sciocche, e senza senso. Vuoi mettere come sarebbe più bello saltare a piedi pari dentro una pozzanghera, invece di pensare a pagare la bolletta del telefono? E passare qualche ora a dipingere in giardino, anziché stare appiccicata al computer e leggere e rispondere a tutte quelle email? Però per fortuna ho una manciata di nipoti, coi quali ogni tanto posso tornare a giocare, con interminabili e combattutissime sfide a carte, o a infrangere il record di numero di scambi a pallavolo, o a disegnare unicorni e farfalle e gattini che però hanno la coda da sirena e nuotano come pesci. E poi ci sono i libri, e i fumetti, e le chiacchiere su Mastodon tra gente che, forse, in fondo in fondo, come me, è ancora un po' bambina. E ci sono anche eventi che, ogni tanto, irrompono nella vita come un fulmine, squarciando l'apparente tranquillità: accadimenti che, da bambina, non avrei saputo affrontare; è in quei momenti che torno indietro, vado da lei, apro con cura la porta della sua cameretta e la tocco su una spalla mentre è lì, china sul suo ennesimo disegno da colorare. Quando si volta a guardarmi, e spalanca i suoi occhi per la sorpresa, le dico di stare tranquilla, che sono la lei del futuro, che tutto andrà bene, che il dolore che ha provato per la presa in giro a scuola guarirà, che fra qualche tempo resterà solo un ricordo, come una piccola cicatrice per rammentare che quella cosa è successa, ma che è servita a renderla più forte. “Stai andando alla grande – le dico -Metà dei tuoi compagni che ti sfottono adesso, in futuro avranno vite insipide, lavori che odieranno, divorzi e rimpianti. E scriveranno tutto su delle cose che si chiameranno social network, che tu oggi non conosci ma che permetteranno a chiunque di ficcare il naso nelle vite altrui. Tu continua per la tua strada, coltiva i tuoi sogni, prenditene cura, non dare retta a chi ti chiama secchiona: se ti dà gioia, studia. Cerca sempre di essere la persona che il tuo spirito ti chiama ad essere e, tesoro, fregatene di tutto il resto! Ciao, piccola”.

 
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ELECTROLUX: 1.700 ESUBERI E LA CHIUSURA DI CERRETO D’ESI. RISPONDERE CON UNA LOTTA ORGANIZZATA FUORI DAGLI SCHEMI CONCERTATIVI PERCORSI DALLE BUROCRAZIE SINDACALI E DALLE ISTITUZIONI.

Per il distretto degli elettrodomestici delle Marche non è soltanto una nuova crisi industriale. È la conferma di una lunga parabola discendente che dura da oltre vent’anni anni e che oggi raggiunge uno dei suoi punti più drammatici. L’annuncio di Electrolux di tagliare circa 1.700 posti di lavoro in Italia, pari a quasi il 40% della forza lavoro nazionale, e di chiudere completamente lo stabilimento di Cerreto d’Esi, dove lavorano circa 170 persone, rappresenta uno spartiacque per l’intero comparto manifatturiero italiano. La decisione, comunicata ai sindacati durante il coordinamento nazionale convocato a Marghera, non colpisce soltanto un sito produttivo: mette in discussione il ruolo stesso dell’Italia nella geografia industriale europea del gruppo svedese. L’azienda motiva il piano con la persistente debolezza della domanda europea, l’aumento dei costi produttivi e la crescente pressione competitiva dei produttori asiatici. Una spiegazione che appare coerente con il contesto internazionale ma che, nel territorio fabrianese, viene percepita come l’ennesimo capitolo di una storia già vista perché il problema non nasce oggi. Per decenni l’area compresa tra Fabriano, Cerreto d’Esi e i comuni limitrofi ha rappresentato uno dei principali poli della produzione di elettrodomestici. La crescita era stata trainata dall’esperienza della Merloni, poi diventata Indesit, fino all’acquisizione da parte di Whirlpool. Attorno a quel sistema industriale si era sviluppata una rete capillare di fornitori, aziende meccaniche, imprese di componentistica e servizi. Migliaia di famiglie hanno costruito il proprio benessere grazie a quella filiera. Oggi di quel modello resta poco o niente. Le acquisizioni internazionali, la delocalizzazione delle produzioni a minor valore aggiunto, la competizione dei paesi dell’Est Europa e dell’Asia, l’aumento dei costi energetici e la contrazione dei consumi hanno progressivamente ridotto il peso produttivo del territorio. La chiusura annunciata di Cerreto d’Esi si inserisce dentro questa tendenza. Non è un fulmine a ciel sereno; è l’esito di un processo che per molti era visibile e preannunciato da anni. Un processo imposto dalle multinazionali sponsorizzate dai vari governi di centrodestra e centrosinistra che si sono alternati in questi anni con la “benedizione” delle burocrazie sindacali complici anch’esse e protagoniste di errate valutazioni che di riflesso hanno innescato questi drammi sociali. La vicenda Electrolux richiama inevitabilmente quella di Beko Europe, la nuova realtà nata dall’integrazione delle attività europee di Arçelik e Whirlpool. Anche in quel caso si era partiti da numeri molto pesanti. Le trattative hanno consentito di ridurre il numero degli esuberi inizialmente previsti attraverso uscite volontarie, ammortizzatori sociali e strumenti di accompagnamento. L’accordo è stato sostenuto dal governo di allora e approvato da una larga maggioranza dei lavoratori. I sindacati hanno rappresentato tale vertenza come la dimostrazione che la contrattazione può produrre risultati concreti. Nulla di più falso, sbagliato e dannoso. Per i lavoratori più combattivi e per alcune organizzazioni politiche anticapitaliste con una visione più critica e reale invece, il caso Beko ha evidenziato un altro aspetto: si è trattato soprattutto di gestire il ridimensionamento, non di impedirlo. Una distinzione tutt’altro che marginale perché una cosa è limitare i danni un’altra è salvaguardare integralmente la capacità produttiva e l’occupazione. Il raffronto più delicato e veritiero riguarda probabilmente quello con Elica. L’azienda marchigiana delle cappe aspiranti ha attraversato anni complessi che hanno portato il gruppo dell’ex senatore Casoli a perdere circa 400 posti di lavoro mai più recuperati e la chiusura negli anni degli stabilimenti di Serra San Quirico e ancora una volta a quello di Cerreto d’Esi con l’appoggio e l’assenso delle sigle sindacali confederali. Ma il confronto con quanto accade oggi nel nostro territorio pone una domanda inevitabile: quanto pesa la qualità della strategia industriale rispetto alla semplice gestione delle emergenze occupazionali? Molti economisti sostengono che la sopravvivenza del settore europeo dipenderà sempre più dalla capacità di presidiare segmenti ad alto valore aggiunto. Quando la competizione si sposta esclusivamente sul costo del lavoro, l’Europa parte inevitabilmente svantaggiata rispetto ad altre aree del mondo. Tutto ciò però non deve giustificare ed oscurare il problema delle delocalizzazioni che, nella grande maggioranza, avvengono e passano con l’utilizzo di soldi pubblici e delle tasse pagate dai lavoratori e dalle lavoratrici dipendenti, i quali subiscono anche il danno più oneroso, cioè la perdita del posto di lavoro.

Da qui in poi un altro tema diventa centrale sul quale, ormai, non si può fare più finta di non vedere: il nodo della rappresentanza sindacale. Al piano Electrolux i sindacati hanno reagito proclamando lo stato di agitazione permanente e otto ore di sciopero nazionale. Una risposta che rientra nella tradizione delle relazioni industriali italiane e che appare quasi automatica di fronte a una decisione di questa portata. La domanda che però le avanguardie operaie più combattive si pongono è un’altra: perché si arriva sempre al momento dello sciopero quando le decisioni industriali sono quasi già prese? Negli ultimi anni le organizzazioni sindacali hanno seguito tavoli, confronti ministeriali, procedure di crisi e negoziati complessi in numerose vertenze del settore. Eppure il risultato finale è stato spesso la riduzione degli organici, la chiusura di siti produttivi o il trasferimento delle produzioni. La sensazione diffusa tra una parte dei lavoratori è che la capacità di incidere realmente sulle strategie delle multinazionali sia diventata estremamente limitata. I sindacati respingono questa lettura e ricordano come molte crisi siano state almeno parzialmente contenute grazie agli accordi raggiunti. Tuttavia resta un dato di fatto eloquente e non modificabile: il numero degli occupati nel distretto continua a diminuire grazie agli accordi siglati che progressivamente hanno cambiato e sbilanciato, verso i padroni, i rapporti di forza segnando la deriva delle burocrazie sindacali che negli anni hanno lasciato molto sul piano della lotta e della contrapposizione. Tra i passaggi più contestati vi è il cosiddetto Testo Unico sulla Rappresentanza, sottoscritto nel 2014 da CGIL, CISL, UIL e Confindustria, con l'obiettivo dichiarato di certificare la rappresentatività sindacale e rendere più efficaci gli accordi sottoscritti. Per i firmatari si trattava di una modernizzazione delle relazioni industriali e di uno strumento per dare certezza alle regole della contrattazione. Per numerosi sindacalisti di base e per una parte della sinistra anticapitalista rivoluzionaria, invece, quel sistema ha contribuito a rafforzare il monopolio delle grandi confederazioni e a rendere più difficile la contestazione degli accordi una volta firmati e la netta esclusione delle sigle più combattive e meno pronte a prendere ordini dai vertici aziendali. La critica è nota: la rappresentanza sarebbe stata progressivamente trasformata da strumento di conflitto a strumento di gestione delle decisioni aziendali. Un'accusa pesante che le confederazioni respingono, ma che continua a riemergere ogni volta che una nuova vertenza si conclude con ridimensionamenti occupazionali. Il punto di rottura simbolico resta però il Jobs Act. La riforma del 2015 ha modificato profondamente il sistema delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, limitando il reintegro automatico previsto dall'articolo 18 per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 e introducendo il sistema delle cosiddette tutele crescenti. Per molti lavoratori quella riforma rappresenta il momento in cui il sindacato confederale ha mostrato tutta la propria debolezza. Non perché la base di CGIL, CISL e UIL fosse favorevole al Jobs Act. Le posizioni furono differenti e in alcuni casi apertamente contrarie. La contestazione riguardò piuttosto l'efficacia della mobilitazione. A distanza di oltre dieci anni, una parte consistente del mondo del lavoro continua a chiedersi come sia stato possibile che la più importante modifica dello Statuto dei Lavoratori dagli anni Settanta sia stata approvata senza una stagione di lotta sociale paragonabile a quella che aveva caratterizzato altre battaglie del passato. Nell'immaginario di molti operai marchigiani il confronto è inevitabile. Negli anni Settanta e Ottanta i sindacati erano percepiti come soggetti capaci di bloccare interi comparti produttivi. Oggi vengono spesso percepiti come interlocutori istituzionali chiamati a gestire le conseguenze delle decisioni già assunte, inquadrando le organizzazioni sindacali da difensori dei lavoratori a gestori delle crisi aziendali. CGIL, CISL e UIL sono ancora organizzazioni nate per impedire la perdita dei posti di lavoro oppure sono diventate strutture che negoziano le condizioni migliori possibili quando i posti di lavoro vengono persi? A questa domanda si potrebbe rispondere con una risposta secca ed esaustiva: queste sigle sindacali non sono più credibili agli occhi della storia contemporanea del nostro tempo. Ogni nuova vertenza conclusa con una riduzione degli occupati, e al peggio la chiusura dei siti produttivi, rafforza la percezione di una rappresentanza incapace di incidere sulle grandi scelte industriali. Una percezione che può apparire “ingenerosa”, considerando la forza delle multinazionali e la globalizzazione delle catene produttive ma che non può essere liquidata come semplice propaganda. Perché nelle Marche, come in molte altre aree industriali italiane, esiste ormai una generazione intera che ha visto chiudere fabbriche, ridurre organici e trasferire produzioni senza mai assistere a una vera inversione di tendenza attraverso lotte di classe. E quando la storia si ripete per vent'anni, la domanda non riguarda più soltanto le aziende, riguarda anche chi avrebbe dovuto contrastarle. Proroghe e cassa integrazione sono gli unici obiettivi, utili non per eliminare il danno ma per contenerlo. Il tutto funzionale per l’autotutela di corporazione e di categoria e per fare muro contro chi, legittimamente, cerca di contrastare e far emergere le responsabilità delle burocrazie e dei ruoli sempre occupati dalle stesse persone. Essere un funzionario sindacale ad oggi significa avere la garanzia del “posto fisso” sulla pelle di chi, dalla sera alla mattina, viene messo per strada. La domanda che emerge oggi da Cerreto d’Esi è la stessa che era emersa a Fabriano, a Siena, a Napoli e in molte altre aree industriali del Paese: esiste una strategia nazionale per difendere i settori del mondo del lavoro oppure ci si limita a gestire le conseguenze delle decisioni prese altrove? Per quanto ci riguarda, a noi la risposta appare chiara e purtroppo inconfutabile.

Per le Marche il problema non riguarda soltanto i 170 lavoratori direttamente coinvolti nello stabilimento. Ogni posto perso in una fabbrica genera effetti sull’indotto, sui consumi locali, sul mercato immobiliare e sulla tenuta sociale del territorio. La chiusura di un impianto industriale non è mai un fatto isolato, è un processo che coinvolge intere comunità. Negli ultimi anni il territorio ha già vissuto riduzioni occupazionali, ristrutturazioni, cessioni di attività e processi di delocalizzazione e ogni nuova crisi rende più difficile assorbire quella successiva. Quando una comunità vede susseguirsi crisi industriali sempre più pesanti, è inevitabile che si interroghi sull’utilità degli strumenti tradizionali di tutela e da chi dovrebbero essere dirette. Ormai lo sciopero ad oltranza della produzione, il blocco delle merci in entrata ed uscita, l’occupazione del sito produttivo vengono fatte passare dai burocrati sindacali come momenti di lotta inutili e superati, e al contrario la contrattazione e la concertazione come unici strumenti di opposizione. Quello che noi pensiamo serva invece sono dinamiche di lotta come quelle prima citate per costruire le basi per l’innalzamento dello scontro in risposta all’aggressione in atto, con l’utilizzo degli strumenti che riportino al centro anche la questione della lotta di classe. Coscienze che possano prendere distanze nette dai sindaci del territorio e le istituzioni che sfilano davanti ai cancelli e rilasciano dichiarazioni promettendo chissà quali battaglie effimere e solo di rappresentanza. Una volta finito tutto, di tali figure rimarrà solo il ricordo illusorio e strumentale.

La vicenda Electrolux dimostra ancora una volta i limiti di un modello economico in cui il destino di intere comunità viene subordinato alle decisioni di grandi gruppi industriali e finanziari con a braccetto le organizzazioni confederali. A Cerreto d'Esi, come prima a Fabriano, e in molte altre realtà industriali, migliaia di lavoratori scoprono che anni di sacrifici, aumenti di produttività e disponibilità a sottoscrivere accordi sempre più onerosi non garantiscono alcuna sicurezza occupazionale. Quando il profitto diminuisce o si aprono opportunità più convenienti altrove, gli stabilimenti chiudono e i territori vengono abbandonati. È una dinamica che alimenta una domanda politica sempre più radicale: fino a quando il lavoro dovrà dipendere dalle scelte di proprietà che non rispondono ai lavoratori né alle comunità locali? La crisi degli elettrodomestici nelle Marche non appare soltanto come il fallimento di una strategia industriale. Per molti rappresenta il fallimento di un intero modello di relazioni sociali fondato sulla convinzione che gli interessi del capitale e quelli del lavoro possano essere conciliati indefinitamente. Gli ultimi decenni raccontano una storia diversa. Le delocalizzazioni, gli esuberi, la precarizzazione del lavoro e l'indebolimento delle tutele hanno progressivamente modificato i rapporti di forza a favore delle imprese e della finanza. In questo contesto torna al centro il tema della coscienza di classe. Consapevolezza che, per decenni, ha rappresentato il motore delle più importanti conquiste sociali e sindacali del Novecento. Per chi si colloca nella tradizione socialista e rivoluzionaria, la risposta non può limitarsi alla gestione delle crisi o alla contrattazione degli esuberi. La questione dovrebbe portare a fare ragionamenti sul tema del controllo stesso della produzione. Le aziende che ricevono sostegno pubblico, utilizzano infrastrutture collettive e determinano il destino economico di interi territori, dovrebbero essere sottratte alla logica della pura redditività privata e poste sotto controllo pubblico e democratico, cioè nazionalizzate e poste sotto il controllo operaio. Un percorso di certo non favorito dall’attuale sistema politico ed economico che viviamo quotidianamente, ma che potrebbe comunque essere messo in discussione e ribaltato con prospettive e basi rivoluzionarie. All’attacco capitalista al mondo del lavoro l’unica risposta può essere quella della costruzione di un fronte unico di lotta unitario e generalizzato capace di unire tutte le maggiori vertenze in un'unica grande mobilitazione di massa operaia.

Le ultime notizie dell’incontro avvenuto in queste ore parlano di una sorta di “tregua” tra azienda e lavoratori, una sorta di pace armata fino alla riapertura del prossimo tavolo che comunque fa pensare a un momento di calma prima della ripresa della tempesta. Un tratto di tempo probabilmente usato dai vertici aziendali ed avallato dal governo che porterà ad un indebolimento progressivo e allo sfinimento di tutta la forza lavoro. L’apprezzamento critico dei sindacati contribuirà pesantemente a segnare in negativo la vertenza. A Cerreto d'Esi non verrà probabilmente chiusa soltanto una fabbrica ma verrà dato un colpo pesante che metterà a dura prova la tenuta del tessuto sociale. Esiste un altro modello di sviluppo sociale e politico possibile che possa dare una risposta che delinei una prospettiva differente? É una domanda sulla quale noi strutturiamo quotidianamente il nostro impegno politico. È una domanda però che il territorio marchigiano continuerà a porsi ben oltre la vicenda Electrolux, sulla quale sarà necessario costruire una reale e concreta risposta di massa e di classe.

Mauro Goldoni

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Alla c.a. del signor Howard, Robert Ervin

Egregio sig. Howard

Spero che la presente mia La trovi in salute... compatibilmente con la salute di cui potete godere voi artisti che decidete di farla finita con una pallottola nel cranio.

Due righe di presentazione: sono l'ennesimo Suo lettore postumo che aveva ben in mente sin dall'adolescenza, per osmosi culturale, l'esistenza di un tal Conan (rigorsamente “il barbaro”, mai “il cimmero”), e dopo aver guardato la pellicola di John Milius ebbe il ghiribizzo di leggere i Suoi racconti autentici; prima il ciclo di Conan, poi in sequela il fantasmagorico re Kull, il melancolico Bran Mak Morn, messer Solomon Kane con i suoi tumulti d'animo così squisitamente calvinisti, gli straordinari racconti di cappa e spada su vichinghi e crociati e mamelucchi e orde mongole, Faccia di teschio e le altre vicende dell'orrore, tanto le Yog-Sothoth-erie quanto i capolavori di Gotico texano... ma sto divagando, non è certo a Lei che serve un catalogo della Sua stessa produzione.

Signor Howard, che dire. Io sottoscritto son nato 89 anni dopo di Lei e, in capo a pochi mesi, sarò vissuto più di Lei, non tanto per mio merito, quanto per la fortuna di aver avuto accesso a strumenti medici salvavita che m'hanno distolto dalla decisione, nelle circostanze peggiori, di farmi saltare le cervella, pertanto non so se vi siano le basi perché Lei possa reputarmi un soggetto comprensibile, apprezzabile e men che meno stimabile. Anzi, non escludo Lei possa da un lato disdegnarmi, viste le mie pratiche di vita sedentarie, molli e licenziose (e tipicamente italiane, possiamo dirlo?) o i miei valori smaccatamente socialisti e moderatamente filantropi, e dall'altro lato invidiarmi, essendo io cresciuto, come Lei, in un territorio agricolo discretamente sonnacchioso ove le mie inclinazioni accademiche erano scarsamente valorizzate, ma a differenza Sua ho avuto a disposizione le risorse per dileguarmi dalla provincia e ricollocarmi con discreto successo nella metropoli (e anche qui, potremmo aprire un capitolo sulla liceità e opportunità delle belle lettere in un contesto schietto e rurale, ma non voglio lanciarmi in troppe divagazioni).

Nondimeno, signor Howard, consapevole di queste premesse e riserve, tuttavia Le ho voluto indirizzare questa mia, in questi giorni del 90ennale della Sua scomparsa, e la compongo avendo ben impressa in mente un'altra lettera, forse la più nota del canone letterario italiano. Alludo alla “Lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513” composta da Niccolò Machiavelli, figuro che, immagino, Lei aborra in quanto epitome della decadenza morale apportata all'umanità dai grandi Stati imperiali (in primis i miei antenati), con la loro ingessatura del vivere sociale in protocolli, mascherate, sotterfugi, calcoli sottobanco e altre pratiche tanto decorose quanto velenose, insomma le pratiche che ne “Il regno d'ombra” Lei attribuiva alla cabala degli uomini-serpente nel loro complotto per controllare gli umani di Valusia. Ora, nella suddetta lettera il Machiavelli, esule nelle campagne fuori Firenze per aver perso degli intrighi di palazzo, riferisce all'amico Vettori che il suo maggior diletto, segregato com'era fuori dal mondo, era leggere le opere dei grandi pensatori del passato, dall'antichità greco-romana al Medioevo italiano, e interloquire con quei grand'uomini attraverso il tempo e lo spazio, stabilendo con loro quella che, suppergiù 300 anni dopo, sarebbe stata chiamata corrispondenza d'amorosi sensi da un altro poeta laureato della mia cultura, l'esimio “letterato in divisa” Ugo Foscolo (ecco, il signor Foscolo credo sarebbe più nelle Sue corde, coi suoi versi sullo “spirito guerrier ch'entro mi rugge”, ma non divaghiamo).

Signor Howard... Robert. Col cuore in mano, a centovent'anni dalla Sua nascita, a novant'anni dal Suo suicidio, a circa dieci anni da quando per la prima volta lessi con i miei occhi delle Sue righe, a cinque anni da quando La inserii come personaggio ampiamente romanzato in una mia novella, a circa quattro anni da quando tradussi di mio pungo le Sue “Lines Written in the Realization that I Must Die” (traduzione tristemente dispersa e ancora non ricostruita, ahimé)... Robert, io La ringrazio con tutto il cuore. La ringrazio perché è stato uno dei primi artisti con cui ho vissuto una corrispondenza d'amorosi sensi: a partire dalla straordinaria teofania (o cosmo-fania) nella pagina climatica de “La torre dell'elefante”, proseguendo con le meditazioni sulla direzionaltà del tempo ne “I re della notte” e sulla vergogna del fallimento ne “Le ali notturne”, fino alle vette di piccolezza e finitudine ne “I vermi della terra” e alle lacerazioni intuibili nel Suo stesso cuore entro gli straordinari “I piccioni dall'inferno” e “I morti ricordano”.

Sicuramente voi morti ricordate, Robert. E sicuramente noi vivi abbiamo la memora un po' troppo corta, in questo secolo di melma e immondizia e marcescenza purulenta in cui la cosiddetta civiltà dell'Occidente ha raggiunto dei picchi di parossismo autodistruttivo imbarazzanti, tali che forse persino Lei si ritroverebbe a parteggiare contro il proprio governo e a sostegno dei teocrati persiani (per altro, sarebbe uno scenario interessante in cui calare Conan: un'avventata spedizione di Nemedia e Brythunia contro l'impero di Turan). Però, Robert, io mi ricordo. Mi ricordo la solitudine e l'impotenza, la tentazione di porre fine a tutto, e il solacio di aggrapparsi ai libri di storia per sognare sulle vicende di capitani ed esploratori, di vagabondi e negromanti. Mi ricordo il sangue macellato e le urla di vendetta dei popoli barbarizzati e brutalizzati dagli imperi, e le rappresaglie che i barbari hanno lanciato ancora e ancora contro la mano che li accalappiava, a partire dall'impresa di Spartaco, qui nel mio paese e fra i miei antenati, sino alle astuzie del grande Cochise nel vostro Sud-Ovest, e ora tento anche io, giorno per giorno, di farmi barbaro e prepararmi ad alzare la testa, quando verrà il momento di saccheggiare nuovamente Roma, con la speranza che, questa volta, sia la volta in cui non sorgeranno mai più civiltà né imperi, e noi esseri umani torneremo, in qualche modo, a rabbrividere attorno ai fuochi, le mani strette ai randelli davanti all'assedio dei misteri notturni... ma con una punta di serenità nel cuore, consapevoli che essere piccoli ma forti nel vasto glaciale universo è la nostra giusta condizione.

Per avermi insegnato tutto questo, e per avermi reso l'uomo che sono, un milione di grazie, Robert... anzi, Bob.

Non ti dimenticherò mai, caro amico. Anzi, caro fratello.

 
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from CollettivoCasamatta

MANI ROSSE E BRACCIA TESE Come i pogrom a Belfast sono un dispositivo dell’imperialismo

In alcuni quartieri di Belfast, assistiamo a notti di cristalli. Folle bianche inferocite danno l’assalto alle abitazioni private di persone razzializzate, ai loro negozi e alle loro auto, in una caccia allo straniero che, per intensità, non si vedeva da decenni in Europa occidentale. A commento di ciò, media borghesi parlano di “rivolte” e i settori suprematisti della società si fregano le mani parlando di “patrioti” e “naturale reazione all’invasione islamica”. Per comprendere la natura profonda di queste violenze, è necessario mappare geograficamente gli scontri, analizzare la composizione di classe delle aree coinvolte e ricollocare la questione nella sua corretta dimensione, quella di un territorio storicamente e tuttora sotto occupazione coloniale.

GLI AVVOLTOI

L'esplosione dei pogrom ha fatto seguito a un grave fatto di cronaca, immediatamente intercettato e strumentalizzato dalle centrali internazionali del suprematismo bianco e dai network dell'estrema destra britannica. L'innesco è stato un feroce attacco con coltello avvenuto nel nord di Belfast ai danni di un cittadino locale, che ha portato all'arresto di un trentenne richiedente asilo di origine sudanese. Nel giro di pochi minuti, la macchina della propaganda razzista si è attivata per trasformare una tragedia isolata in un pretesto per una caccia all'uomo su base etnica. Il ruolo di catalizzatore principale è stato assunto da Stephen Yaxley-Lennon, noto con lo pseudonimo di Tommy Robinson. Il noto agitatore dell'estrema destra britannica, a libro paga sionista, ha diffuso in rete un video di 54 secondi dell'aggressione, accompagnandolo con messaggi incendiari tesi a incitare “uomini e ragazzi bianchi” a scendere in strada per “difendere le proprie comunità”. La portata di questa narrazione tossica è stata moltiplicata in maniera esponenziale da Elon Musk che ha attivamente condiviso i post di Robinson contenenti i dettagli e le coordinate geografiche dei punti di raccolta delle proteste, aggiungendo il proprio personale commento intimidatorio: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A VOCE ALTA ci sarà un cambiamento!”. A dar manforte a questa operazione di sciacallaggio mediatico si sono uniti leader sovranisti britannici come Nigel Farage e Rupert Lowe del partito Reform UK, affiancati da gruppi oltranzisti come il Restore Britain Party, il quale ha diffuso slogan esplicitamente squadristi del calibro di: “Non fate pace con il male. Distruggetelo”. A livello locale, esponenti della politica unionista istituzionale hanno offerto sponda ideologica ai rivoltosi: il leader del DUP Gavin Robinson ha descritto l'attacco come “medievale”, mentre Jim Allister del TUV ha evocato in chiave islamofoba lo spettro di una presunta “importazione di una cultura aliena che include la decapitazione”. Questa saldatura tra i vertici del sovranismo istituzionale e gli influencer fascisti online ha fornito il perfetto paravento ideologico alle squadracce sul campo.

DALLA WEST BANK A BELFAST, I COLONI POGROMISTI

Il primo dato incontrovertibile, sistematicamente taciuto dalla stampa borghese, riguarda la localizzazione dei tumulti: i pogrom sono avvenuti esclusivamente nei quartieri lealisti e unionisti (come le storiche enclave proletarie di Sandy Row e l'est di Belfast). Le devastazioni, gli assalti alle abitazioni (che hanno costretto numerose famiglie e persino neonati a fuggire), i blocchi stradali e i roghi di autobus e veicoli sono circoscritti a precise aree storicamente legate all'identità filo-britannica, e hanno visto il coinvolgimento attivo e la regia delle organizzazioni paramilitari lealiste (in particolare frange legate all'UVF e all'UDA), elementi che fungono storicamente da braccio armato e informale degli interessi conservatori e dell'apparato securitario d'oltremanica. Al contrario, i quartieri repubblicani di Belfast hanno solidarizzato attivamente con le persone attaccate, esprimendo immediata e concreta solidarietà nei confronti delle comunità e delle persone colpite. Questa netta demarcazione smentisce la narrazione di una violenza intercomunitaria generalizzata, evidenziando come l'antirazzismo e la difesa degli oppressi restino saldamente radicati nel tessuto sociale del repubblicanesimo storico.La memoria storica di Belfast non può non andare ai fatti dell’agosto 1969. In quell'anno, le mobilitazioni per i diritti civili della minoranza cattolica/nazionalista vennero represse nel sangue dalla polizia coloniale (RUC) e dalle bande lealiste. Interi quartieri cattolici, come Bombay Street, vennero dati alle fiamme, provocando il più grande sfollamento forzato di civili in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Migliaia di famiglie cattoliche furono costrette a fuggire dalle proprie case sotto la minaccia delle armi e degli incendi. L'uso del terrore sistematico contro “l'altro”, finalizzato a preservare lo status quo colonial-capitalista e la supremazia settaria, rappresenta il DNA ideologico da cui attingono oggi le squadracce che nel 2026 hanno promosso i pogrom contro i migranti nei medesimi quartieri. Non possiamo non pensare anche ai continui attacchi che i palestinesi subiscono in Cisgiordania da parte dei “ragazzi delle colline”, coloni che agiscono da braccio armato per l’insediamento dell’entità sionista.

DIVIDE ET IMPERA: la speculazione privata fomenta il razzismo

Per comprendere l'adesione di frange giovanili lealiste a questi moti reazionari, è necessario osservare le cause economico-sociali di fondo. L'Irlanda del Nord rimane, a tutti gli effetti, un paese occupato. In questo contesto, sia l'EIRE (il governo di Dublino) sia gli occupanti britannici utilizzano l'Ulster come hub logistico per ospitare numerosi rifugiati, allocati in apposite strutture private. Gran parte di queste strutture private si trova nelle aree piccolo-borghesi e popolari delle città, che nell'assetto urbanistico e segregato di Belfast sono in netta maggioranza protestanti e unioniste. Questo mix, fatto apposta o meno, è la ricetta sicura perché si creino queste situazioni di scontro orizzontale. La potenza occupante scarica le contraddizioni delle proprie politiche migratorie su territori già impoveriti. I quartieri in cui sono esplosi i disordini sono aree colpite da decenni di deindustrializzazione, totale assenza di investimenti pubblici, disoccupazione cronica e drastico smantellamento dei servizi sociali di base. Anziché indirizzare la propria rabbia contro la classe politica dirigente e le politiche neoliberiste che hanno devastato il loro stesso territorio, la frustrazione sociale di questi settori è stata abilmente manipolata. Il razzismo sistemico e la retorica della “supremazia bianca” sono stati inoculati per offrire un capro espiatorio immediat come i migranti, i rifugiati e i piccoli commercianti di origine straniera, i cui negozi e abitazioni sono stati metodicamente distrutti o dati alle fiamme. Le statistiche giudiziarie sui partecipanti a questi disordini confermano d'altronde un profilo ad alto tasso di marginalità sociale, con una fortissima incidenza di soggetti già noti alle autorità per gravi reati di violenza domestica e abusi familiari, a riprova di come la sbandierata retorica della “difesa delle donne e dei bambini locali” sia solo un paravento ideologico per lo squadrismo.

CONTRADDIZIONI E FORZA DELL’AREA REPUBBLICANA

La partecipazione ai pogrom di una esigua minoranza di elementi provenienti dall'area repubblicana viene oggi strumentalizzata dai detrattori della causa irlandese per dimostrare un presunto “fallimento del nazionalismo”. Lettura grossolana e controrivoluzionaria che rivela una visione monodimensionale dei popoli colonizzati: l'area repubblicana non è interamente socialista, poiché al suo interno albergano storicamente anime di destra e conservatrici, rappresentate nella Repubblica d'Irlanda da partiti storici dell'establishment borghese come il Fianna Fáil e il Fine Gael. È dunque perfettamente normale che settori minoritari di estrazione repubblicana, slegati dalla coscienza di classe e influenzati dalla propaganda reazionaria, si siano fatti trascinare nei pogrom. Questo, tuttavia, non inficia la postura della stragrande maggioranza del movimento, poiché l'intera area repubblicana socialista -dalle posizioni più moderate di Sinn Féin fino alle avanguardie oltranziste di Saoradh – ha condannato senza appello i pogrom. Le organizzazioni della sinistra repubblicana hanno chiaramente indicato la responsabilità strutturale di queste violenze nella propaganda tossica diffusa dagli occupanti britannici e dai loro collaborazionisti lealisti. Si profila però un compito difficilissimo per i settori repubblicani socialisti, che da una parte devono difendere l'accoglienza, il diritto d'asilo e l'internazionalismo di classe, dall'altra rischiano di apparire conniventi con politiche sociali e abitative imposte dall'alto dall'occupante britannico. Fino a questo momento, le reti di base del repubblicanesimo di classe stanno reagendo con straordinaria maturità, respingendo la guerra tra poveri senza cedere di un millimetro alla retorica coloniale; la speranza è che questa postura politica tenga nel tempo.

CHI PIANGE PER LE VETRINE ROTTE, RIDE PER LE CASE BRUCIATE.

I fatti degli ultimi giorni hanno squarciato definitivamente il velo d'ipocrisia che avvolge la destra istituzionale e reazionaria. L'intera area sovranista sta difendendo i pogrom, con organi di stampa, tabloid e testate giornalistiche impegnati a magnificare o giustificare devastazioni, blocchi e incendi storici, derubricandoli a “comprensibile esasperazione popolare”.Questo atteggiamento svela il bluff del legalismo della destra, che invoca la legge, l'ordine e il carcere duro quando a scendere in piazza sono i lavoratori, gli studenti o i militanti rivoluzionari e tollera, minimizza e legittima l'illegalità squadrista più feroce quando questa serve a colpire i più deboli e a deviare la rabbia sociale. Il loro feticcio dell'ordine è un'arma a doppio taglio che tanfa di cadavere. La prossima volta che le masse rivoluzionarie bloccheranno porti e strade, le loro lacrime ci faranno ridere ancora di più.

 
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from CollettivoCasamatta

Cuba di fronte alla minaccia dell'imperialismo statunitense: una prospettiva marxista

​Dalla vittoria della rivoluzione del 1959, Cuba ha rappresentato una sfida simbolica e politica all'egemonia degli Stati Uniti nei Caraibi e in America Latina. La nazionalizzazione delle grandi proprietà, l'espropriazione del capitale straniero e la costruzione di un'economia pianificata hanno posto l'isola in aperto contrasto con gli interessi economici e strategici di Washington. ​Nel corso dei decenni, gli Stati Uniti hanno adottato una politica di isolamento economico e diplomatico nei confronti di Cuba. L'embargo (bloqueo), le sanzioni e le costanti pressioni politiche hanno avuto l'obiettivo di indebolire e strangolare il sistema nato dalla rivoluzione. Sono precisi strumenti dell'imperialismo finalizzati a subordinare una nazione alle esigenze delle grandi potenze capitalistiche. Questa strategia non è un caso isolato, ma risponde a un preciso asse geopolitico che trova il suo parallelo più immediato nelle aggressioni imperialiste contro il Venezuela. Proprio come accaduto con il Venezuela – colpito da sanzioni economiche devastanti, dal congelamento dei beni statali all'estero, da tentativi di colpi di Stato e da costanti minacce di intervento – l'obiettivo di Washington non è mai la promozione della democrazia o dei diritti umani. Sia nel caso venezuelano che in quello cubano, l'imperialismo agisce per riaffermare il proprio controllo geopolitico nella regione, abbattere qualsiasi modello alternativo o non allineato e riprendere il possesso delle risorse strategiche e dei mercati locali (nel caso del Venezuela in chiave direttamente anticinese). ​Un eventuale attacco militare a Cuba -o comunque il rovesciamento del suo legittimo governo- costituirebbe quindi il punto più avanzato di questa medesima politica di ricolonizzazione. ​Perché la minaccia emerge oggi e quali sono le condizioni materiali a Cuba ​Dal punto di vista marxista, le tensioni che periodicamente riemergono tra Stati Uniti e Cuba non possono essere comprese esclusivamente attraverso le dichiarazioni diplomatiche o le scelte dei governi. Esse affondano le proprie radici nelle contraddizioni economiche e geopolitiche del capitalismo contemporaneo. In un contesto internazionale caratterizzato da una crescente competizione tra grandi potenze, instabilità economica globale e ridefinizione degli equilibri regionali, Cuba continua a rappresentare un'anomalia politica nel continente americano. La persistenza di un sistema economico sottratto al libero mercato e la sopravvivenza delle principali conquiste sociali della rivoluzione costituiscono elementi di attrito permanente con gli interessi strategici dell'imperialismo. ​Allo stesso tempo, l'isola attraversa una delle fasi economiche più difficili della sua storia recente. La popolazione deve confrontarsi con carenze di beni essenziali, frequenti difficoltà nell'approvvigionamento energetico, bassi salari reali e una crescente pressione inflazionistica. Le conseguenze della pandemia, il rafforzamento delle sanzioni economiche, il golpe mascherato in Venezuela (che rappresentava la principale fonte di approvvigionamento energetico), la diminuzione delle entrate esterne e le debolezze strutturali di una gestione burocratica e centralizzata dell'economia, slegata da un reale controllo dei lavoratori, hanno contribuito a un peggioramento delle condizioni materiali di vita di ampi settori della popolazione lavoratrice. ​Di fronte a queste difficoltà, il governo cubano ha cercato di preservare la stabilità introducendo una serie di riforme e concessioni al mercato. Negli ultimi anni si è assistito a una maggiore apertura verso iniziative private di piccola e media dimensione, all'espansione di spazi destinati agli investimenti stranieri e a misure volte ad attrarre capitali dall'estero. Sono tentativi difensivi adottati sotto fortissime pressioni economiche interne ed esterne, ma al tempo stesso sollevano enormi interrogativi sul rischio di una progressiva crescita delle disuguaglianze sociali e di una maggiore penetrazione dei rapporti di produzione capitalistici. ​In questo quadro, la pressione esercitata dagli Stati Uniti mira ad approfondire le difficoltà economiche dell'isola per favorire il suo crollo. ​La posizione marxista: difesa incondizionata contro l'aggressione e democrazia operaia. ​La tradizione politica marxista ha elaborato da tempo il principio della difesa degli Stati e dei paesi oppressi contro l'imperialismo. Questo principio significa che, nel caso di un conflitto tra una potenza imperialista e uno Stato dipendente – tanto più se nato da una rivoluzione sociale- i rivoluzionari devono sostenere incondizionatamente la resistenza contro l'aggressore, indipendentemente dal giudizio politico sulla direzione di quel paese. ​Difendere Cuba non significa però rinunciare alla critica delle sue strutture politiche o all'esigenza di una transizione socialista basata sul reale potere dei lavoratori. Il marxismo sostiene che la difesa delle conquiste economiche debba andare di pari passo con la lotta per il controllo democratico dei lavoratori sulle istituzioni e sull'economia. Pertanto, una prospettiva marxista coerente combina sempre due parole d'ordine: resistenza intransigente all'imperialismo esterno e avanzamento della democrazia operaia all'interno. ​In caso di attacco, la resistenza non potrebbe basarsi unicamente su metodi burocratici o diplomatici, ma richiederebbe il pieno coinvolgimento e l'armamento politico oltre che militare delle masse popolari, le uniche realmente interessate a difendere ciò che la rivoluzione ha costruito. ​Il ruolo della classe lavoratrice internazionale e l'asse Cuba-Venezuela ​Nessuna rivoluzione può sopravvivere isolata per un periodo indefinito entro i confini di un solo Stato. Le difficoltà economiche e politiche affrontate da Cuba nel corso della sua storia sono state aggravate dall'isolamento internazionale e dall'assenza di processi rivoluzionari vittoriosi nei paesi economicamente più sviluppati. ​Di fronte a una minaccia statunitense, la risposta più efficace non sarebbe limitata all'ambito diplomatico. Sarebbe necessario che la classe operaia innanzitutto dell'America Latina si mobilitasse con i propri metodi: * ​Campagne di opposizione attiva all'intervento e mobilitazioni di piazza. * ​Scioperi e azioni di boicottaggio contro il coinvolgimento bellico e per bloccare il rifornimento delle forze imperialiste. * ​La costruzione di un fronte unico dei lavoratori che unisca le forze di classe cubane, venezuelane, del resto del continente e del mondo contro il comune nemico imperialista. ​In questa visione, il movimento operaio degli stessi Stati Uniti avrebbe una responsabilità particolare. La tradizione marxista ha sempre attribuito una priorità assoluta alla lotta contro il proprio imperialismo nazionale. Per i lavoratori statunitensi, la parola d'ordine centrale sarebbe dunque quella di contrastare qualsiasi aggressione condotta da Washington, unendo la parola d'ordine “Giù le mani da Cuba e dal Venezuela!” alla lotta interna contro il sistema capitalista. ​Oltre la difesa: per una prospettiva socialista internazionale ​Cuba non può essere difesa se la sua rivoluzione resta entro i confini nazionali. Le conquiste della rivoluzione cubana, pur importantissime, sono destinate a incontrare limiti strutturali invalicabili se confinate in una piccola isola soggetta alle costanti pressioni del mercato mondiale. ​Per questo motivo, la solidarietà con Cuba e con il Venezuela deve accompagnarsi alla costruzione di movimenti rivoluzionari in altri paesi e alla promozione di una prospettiva internazionalista. Solo l'estensione della lotta socialista su scala regionale e globale, abbattendo il dominio del capitale nei centri nevralgici del continente, potrebbe creare le condizioni per superare definitivamente la dipendenza economica, l'isolamento e il ricatto delle grandi potenze. Siamo molto lontani da questo scenario, ma occorre essere consapevoli che l'unico modo di difendere Cuba è dare una prospettiva socialista e internazionalista alla battaglia per la sua difesa.

 
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from Le ricette di Kenobit

In grecia fanno delle frittelle buonissime che chiamano “keftedes”. Le fanno con molte verdure, inclusi i pomodori, ma le più buone secondo me sono quelle con le zucchine: kolokithokeftedes. Mi è venuta voglia di mangiarle, ma purtroppo la ricetta originale prevede feta e uova. Ho provato a farne una versione vegana, con quello che avevo in casa. Ci ho messo la farina di ceci invece di quella bianca, perché non l'avevo in casa. Sono venute buonissime. Profumate, golose, aromatiche. Sono state un successone e ho deciso di scrivermele qui per poterle rifare. Sono solo ispirate alle kolokithokeftedes, perché senza uova e formaggio vengono più leggere e spicca di più il sapore degli aromi. Personalmente, le ho trovate ancora più buone delle originali.

Ingredienti

  • la parte verde di un paio di cipollotti
  • quattro zucchine
  • menta
  • prezzemolo
  • basilico
  • un cucchiaino di lievito chimico/baking powder
  • sale
  • pepe
  • un cucchiaino di cumino in polvere
  • tre cucchiai di lievito nutrizionale
  • farina di ceci (cinque cucchiai)
  • olio per friggere

PREPARAZIONE Partiamo dalle zucchine. Le vogliamo grattuggiate e ben strizzate dall'acqua. Io faccio così:

1) Preparo una ciotola con dentro un panno da cucina pulito 2) Grattugio le zucchine con la maglia più larga della grattugia 3) Metto le zucchine nella ciotola e le salo 4) Aspetto dieci minuti 5) Strizzo fortissimo, facendo una palla con il panno e girandola per fare uscire più acqua possibile

Toglierla tutta è impossibile e non necessario, ma facendo così ne toglierete molto più di quanta se ne tolga a mani nude e vi verranno frittelle più croccanti. Togliete il panno e mettete le zucchine scolate nella ciotola. Tritate il verde del cipollotto, la menta, il prezzemolo e il basilico. Aggiungeteli alle zucchine. Nota: tecnicamente dovrebbe starci bene anche il finocchietto, ma non l'avevo e non l'ho usato.

Aggiungete il cucchiano di cumino, una grattata di pepe, il cucchiaino di baking powder (facoltativo, ma fa venire tutto più arioso). Aggiungete la farina di ceci. Ho scritto cinque cucchiai, ma ovviamente dipende tutto da quanto sono grosse le zucchine che avete grattugiato. Il fatto è che di farina ce ne vuole veramente poca. Non serve creare una pastella classica, basta ottenere un pastone che sta rozzamente insieme.

Coprite e mettete a riposare in frigo per almeno un paio d'ore, o ancora meglio una notte/mezza giornata. Questo serve a due cose: le verdure salate butteranno fuori dell'acqua, che andrà a legarsi con la farina di ceci. Al tempo stesso, il tempo di riposo/ammollo faciliterà la cottura della farina di ceci (sono pur sempre ceci!).

Mettete un generoso dito d'olio in padella, portatelo a temperatura e quando è abbastanza caldo metteteci le frittelle. Io le formo con due cucchiai, facendo una classica quenelle. Vanno trattate con cura perché non c'è l'uovo, ma dovrebbero starvi tranquillamente insieme. Se così non fosse, aggiungete un po' di farina. Friggete qualche minuto, girandole, finché non sono ben dorate. Servitele con della tzatziki e godete fortissimo!

 
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from 📦 Scatolone

Dopo i cianobatteri, Doom è la cosa più diffusa al mondo. Non esiste un singolo oggetto sulla faccia della Terra che non possa ospitarlo. Sì, anche le cellule del nostro corpo. Ma oggi sono qui per parlarvi di DsDoom PVR, un source port per Nintendo DS che ha delle belle peculiarità: tanto per incominciare, funziona più o meno come PrBoom, perché ne è un fork, e la mappa è sempre visibile nello schermo inferiore. Adoperarlo per giocare ai WAD originali non è complicato, basterà inserirli nella cartella di DsDoom PVR e poi selezionare quello che più ci aggrada dal menu principale, Per quanto riguarda quelli sviluppati dalla comunità, esistono 2 metodi:

Metodo N°1

Il primo consiste nello specificare il percorso di un .wad nel file prboom.cfg (se ne posso segnalare massimo 2, lo stesso vale anche per i .deh). Di seguito, un piccolo esempio:

wadfile_1 "Wad/Chex/Chex.wad"

Funziona, eh! Però non è la soluzione più comoda, perché ci costringe a modificare questo file ogni volta che vogliamo cambiare

Metodo N°2

Il secondo metodo consiste nel creare un eseguibile per ogni singolo WAD, per far dobbiamo creare un file .argv con all'interno la seguente sintassi:

dsdoom.nds -wad [POSIZIONE E NOME DEL WAD]

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Iersera sono crollato dopo il lavoro e ho rinunciato a partecipare a un'assemblea politica in altra zona della città, ma poi di punto in bianco salta fuori che letteralmente davanti casa mia ci sarebbe stata una conferenza di Dario Salvietti, il delegato del collettivo di fabbrica ex-GKN e portavoce della Global Sumud Flotilla. Dopo la conferenza del compagno Dario, è emersa spontaneamente una serata di chiacchiere a cuore aperto con persone carine del quartiere che già conoscevo di vista, e con cui, in poche ore, ho fatto grandi passi verso l'amicizia in senso proprio (sì sono uno che quando si apre va a fondo, ed è una capacità cui tengo tanto). Ora sono così pieno di rabbia e di gioia che ho deciso di trascrivere qui una mia poesiola, assolutamente banalotta a livello di struttura metrica e immagini, ma che, proprio per questo, credo possa risultare incisiva. Forza, chi vuole: leggete, fate girare, e poi agiamo.

Qui non si molla

26 marzo 202, 22:46

E anche se non ritorneranno il vero vecchio Leoncavallo né quei cordoni da spavento né Davide, Lorenzo e Carlo resta nei cuori quel fomento delle bandiere rosse al vento.

Perché se non ritorneranno le stesse lotte di quel tempo comunque il fuoco non si è spento: sta a noi fischiare il vento.

 
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