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from CollettivoCasamatta

STATUTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA

PREAMBOLO Il Collettivo nasce con l’obiettivo di costruire a Pesaro e provincia uno spazio politico, sociale e culturale fondato sui principi del marxismo – e quindi della lotta anticapitalista, dell’antifascismo, dell’internazionalismo, dell’antirazzismo, dell’ecologismo anticapitalista, del transfemminismo e dell’antisessismo. Rifiutiamo ogni forma di oppressione e sfruttamento, e riteniamo necessario un progetto politico che unisca studio, lotta, solidarietà e organizzazione dal basso.

PARTE I — PRINCIPI FONDAMENTALI Art. 1 — Anticapitalismo e Marxismo ● Il Collettivo riconosce che il capitalismo è un sistema ● basato sull’alienazione del lavoro e della vita e sullo sfruttamento del lavoro salariato per il profitto di pochi ● che vive di crisi, disuguaglianze e sfruttamento strutturali ● che subordina i bisogni umani alla logica del profitto 1.2 Il Collettivo sostiene le lotte per la redistribuzione reale delle risorse, per l’accesso universale ai diritti fondamentali e per l’abbattimento delle disuguaglianze economiche e sociali. 1.3 Il nostro riferimento teorico è il marxismo nelle sue diverse interpretazioni critiche e rivoluzionarie. 1.4 Il Collettivo rifiuta ogni forma di compatibilità con logiche socialdemocratiche, neoliberali, aziendaliste o individualiste. 1.5 Il Collettivo combatte ogni forma di sfruttamento, sostenendo l’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici e la difesa dei diritti sul posto di lavoro. 1.6 Il Collettivo riconosce che il cambiamento nasce dal conflitto sociale organizzato: scioperi, mobilitazioni, campagne e lotte sono strumenti fondamentali per trasformare i rapporti di forza nella società.

Art. 2 — Antifascismo e Democrazia partecipata e laica 2. 1 Il Collettivo prende posizione contro le organizzazioni e le ideologie fasciste, naziste e di estrema destra e si riconosce in un antifascismo consapevole e partecipato, inteso come pratica politica, sociale e culturale volta alla difesa dei valori democratici, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. 2. 2 Il Collettivo fonda la propria organizzazione sulla partecipazione attiva, sulla discussione democratica e sull’assenza di gerarchie permanenti, valorizzando la decisione collettiva e condivisa.

Art. 3 — Internazionalismo 3.1 Il Collettivo riconosce che i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo condividono gli stessi interessi e lo stesso nemico di classe: le lotte non possono essere confinate entro i confini nazionali, ma devono costruire solidarietà concreta oltre le frontiere. 3.2 L’internazionalismo implica il rifiuto di ogni forma di dominio economico, politico o militare esercitato da uno Stato su un altro. Il Collettivo sostiene i popoli oppressi nelle loro lotte di autodeterminazione e liberazione. 3.3 L’internazionalismo è incompatibile con qualunque ideologia nazionalista, sciovinista o xenofoba. Il Collettivo promuove invece cooperazione, scambio e solidarietà tra i popoli.

Art. 4 — Antirazzismo e Anticolonialismo 4.1 Il Collettivo ripudia ogni forma di razzismo, suprematismo o discriminazione etnica, culturale o religiosa. 4.2 Sosteniamo le lotte anticoloniali e antimperialiste, riconoscendo che il capitalismo globale riproduce gerarchie tra popoli e nazioni. 4.3 Il Collettivo si oppone al militarismo e rifiuta l’uso della guerra e della forza militare come strumenti di dominio, controllo o risoluzione dei conflitti. 4.4. Il collettivo rivendica il diritto alla resistenza e all'autodeterminazione dei popoli, rifiutando l’equiparazione tra la violenza degli sfruttati e degli oppressi con quella degli sfruttatori e degli oppressori. 4.6 Il Collettivo sostiene la cooperazione internazionale, il dialogo interculturale e la tutela dei diritti dei popoli oppressi, promuovendo un internazionalismo concreto e anti-xenofobo.

Art. 5 — Ecologismo anticapitalista 5.1 Il collettivo afferma che la crisi climatica è una conseguenza diretta del modello produttivo capitalistico. 5.2 Il collettivo sostiene una transizione ecologica radicale, giusta e guidata dai bisogni popolari, non dal profitto. 5.3 Il collettivo rifiuta il greenwashing e l’ecologismo fine a sé stesso. Una critica ecologica – consapevole e coerente – non può che essere anticapitalista e mettere in questione il modello di sviluppo capitalista.

Art. 6 — Femminismo e Lotta contro il Patriarcato 6.1 Il Collettivo si impegna per la parità reale, l’autodeterminazione e la lotta contro ogni forma di oppressione di genere. 6.2 La liberazione delle donne e delle soggettività oppresse dal sistema patriarcale è parte centrale del progetto rivoluzionario. Non sono, quindi, ammesse posizioni sessiste o misogine.

Art. 7 — Antisessismo, Diritti LGBTQIA+ e Liberazione Sessuale 7.1 Il Collettivo sostiene pienamente i diritti e le lotte delle persone LGBTQIA+. 7.2 Non sono tollerate posizioni omo-lesbo-bi-trans-fobiche, queerfobiche o che negano l’esistenza e i diritti delle persone trans e non binarie. 7.3 Viene sostenuta una cultura politica basata sul rispetto, sul consenso e sulla solidarietà.

PARTE II — ORGANIZZAZIONE DEL COLLETTIVO Art. 8 — Assemblearismo e Democrazia Interna 8.1 Il Collettivo si organizza in modo democratico, con assemblee periodiche aperte ai membri ed eventuali interessati. 8.2 Le decisioni vengono prese attraverso discussione collettiva, ricerca del consenso ove possibile o voto a maggioranza. 8.3 Sono rifiutate pratiche autoritarie, leaderismo carismatico e gestione antidemocratica.

Art. 9 — Gruppi di Lavoro 9.1 Potranno essere costituiti gruppi di lavoro tematici e organizzativi. 9.2 I gruppi di lavoro operano in modo orizzontale: le decisioni vengono prese collettivamente, senza ruoli gerarchici fissi. Ogni membro del Collettivo può partecipare liberamente, portare contributi e assumere responsabilità operative. 9.3 Ogni gruppo è tenuto a: ● riferire regolarmente all’assemblea del Collettivo; ● documentare le proprie attività, presentando analisi, proposte, materiali e programmi; ● mantenere coerenza politica con le linee generali del Collettivo. Il lavoro prodotto deve essere accessibile a tutti i membri del Collettivo. 9.4 L’assemblea rimane lo spazio decisionale finale, mentre i gruppi garantiscono continuità e approfondimento.

Art. 10 —Portavoce, ruoli organizzativi e Finanze 10.1 Tutti i ruoli organizzativi, inclusi portavoce, tesoriere e responsabile dei rapporti con la stampa, devono essere decisi collettivamente, revocabili e temporalmente limitati. 10.2 Ove possibile tutti i ruoli di cui sopra devono essere ruotati regolarmente per evitare personalismi e accumulo di ruoli. I gruppi restano sempre aperti a nuovi membri, favorendo inclusione, apprendimento e crescita collettiva. 10.3 Le finanze, le spese e le raccolte fondi devono essere pubbliche e trasparenti, con report aggiornati all’inizio di ogni riunione e resi disponibili ad ogni membro del Collettivo.

PARTE III — ATTIVITÀ POLITICA Art. 11 — Incompatibilità Politica 11.1 Sono incompatibili con la militanza nel Collettivo: ● fascismo, neofascismo e sionismo ● razzismo, suprematismo e xenofobia ● militarismo e nazionalismo autoritario ● sessismo e misoginia ● omofobia, transfobia, queerfobia 11.2 La partecipazione al Collettivo non è compatibile con ruoli ● di vertice, di direzione e di rappresentanza in partiti e in forze politiche che partecipano a giunte, consigli o governi locali di collaborazione di classe ● in aziende partecipate espressione diretta del governo locale o ad esso legate.

Art. 12 — Formazione Politica 12.1 Il Collettivo considera la formazione politica uno strumento indispensabile per comprendere le dinamiche sociali, economiche e storiche del capitalismo. Lo studio collettivo è parte integrante della militanza, e si svolge attraverso gruppi di lettura, seminari, discussioni guidate, percorsi tematici, e/o cineforum. 12.2 La formazione deve essere inclusiva, accessibile e orientata a sviluppare capacità critiche autonome. Ogni militante è incoraggiato a contribuire con competenze e prospettive diverse, promuovendo un sapere condiviso che non riproduca gerarchie accademiche ma favorisca la crescita politica del collettivo nel suo insieme.

Art. 13 — Lotta e Conflitto 13.1 Il Collettivo partecipa alle mobilitazioni studentesche, alle vertenze sul lavoro, alle lotte ambientali e territoriali. 13.2 Il Collettivo promuove pratiche solidali e mutualistiche. 13.3 Si possono costruire alleanze con altri gruppi, purché rispondenti ai principi di questo Manifesto e non operanti in contrasto con esso.

Art. 14 — Comunicazione e Spazio Pubblico 14.1 Il Collettivo utilizza strumenti di comunicazione inclusivi e accessibili: assemblee, conferenze, seminari, social media, volantini. 14.2 Nessun contenuto discriminatorio, offensivo o denigratorio può essere prodotto o diffuso a nome del Collettivo.

CONCLUSIONE 15.1 Questo Manifesto rappresenta la base politica, etica ed organizzativa del Collettivo. 15.2 L’adesione al Collettivo richiede la sottoscrizione del Manifesto. 15.3 La partecipazione è personale. Si aderisce come singole persone, non in forma associata (altri collettivi, organizzazioni, circoli, partiti). 15.4 Chiunque voglia partecipare deve rispettarlo e contribuire alla costruzione di una comunità militante, inclusiva e radicale.

 
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from CollettivoCasamatta

MANIFESTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA

CHI SIAMO

Siamo un collettivo di compagne e compagni della provincia di Pesaro che:

● rifiuta la rassegnazione e l’adattamento all’esistente e vuole contribuire alla costruzione di un altro mondo nuovo e possibile; ● vuole assumere, rimettere al centro ed approfondire l’analisi marxista (che racchiude al suo interno una prospettiva di classe, trans-femminista, ecologica, internazionalista, anti-imperialista e anti-colonialista) come strumento quanto mai attuale per comprendere e trasformare la realtà; ● vuole fare formazione ed auto-formazione politica per intervenire nelle lotte locali e globali.

A CHI CI RIVOLGIAMO

Il Collettivo è aperto:

● a chiunque si riconosca in queste esigenze e in questi valori e voglia contribuire alla crescita di questo progetto; ● a chi vive sulla propria pelle sfruttamento e alienazione; ● a chi non si riconosce nelle risposte istituzionali o nella sinistra adattata all’esistente; ● a chi riconosce che questo sistema non è riformabile, ma va trasformato radicalmente; ● a chi vuole studiare, organizzarsi e lottare collettivamente per costruire conflitto, coscienza e solidarietà.

PERCHÉ A PESARO

Siamo periferia rispetto a molte lotte, ma parte viva delle contraddizioni del capitalismo. Precarizzazione del lavoro, povertà, speculazione, crisi ambientale, attacco ai diritti umani attraversano anche questo territorio e colpiscono tutte e tutti noi.

Vogliamo organizzare un’alternativa con chi vuole costruire resistenza, conflitto e solidarietà (anche internazionale) nella nostra città.

Vogliamo mettere insieme sensibilità diverse per superare la frammentazione della sinistra antagonista, radicale, e di classe, dare forza all’analisi marxista e costruire reti di resistenza e partecipazione alle lotte.

 
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from « DIVINA MISERICORDIA »

  • Lunedì 23 Marzo Ore 8.30 e 18.30 Santa Messa Ore 20.00 Veglia di preghiera per i missionari martiri

  • Venerdì 27 Marzo Ore 8.30 e 18.30 Santa Messa Ore 19.00 Via Crucis sul piazzale della chiesa (Animata dai bambini del Catechismo)

  • Domenica 29 Marzo (Domenica delle Palme) Ore 10.00 Benedizione delle palme e dell'ulivo della pace sul piazzale della chiesa S. Messe Ore 8.30 – 10.30 – 12.00 – 18.30 – 20.00

SETTIMANA SANTA

  • Lunedì 30 e Martedì 31 Marzo S. Messe Ore 8.30 – 18.30 Confessioni 7.30 – 9.30 – 17.00 – 19.00

  • Mercoledì 1 Aprile S. Messa Ore 8.30 Confessioni 7.30 – 9.30 Santa Messa Crismale nella Cattedrale di Capua ore 19.00

  • Giovedì 2 Aprile (Giovedì Santo) Ore 19.00 Solenne Celebrazione Eucaristica “in Coena Domini” e lavanda dei piedi Confessioni 10.30 – 12.30 – 16.30 – 19.00 Dalle ore 20.30 alle 24.00 Adorazione della reposizione animata dai gruppi parrocchiali e Sacramento della riconciliazione

  • Venerdì 3 Aprile (Venerdì Santo) Ore 17.00 Celebrazione della Passione del Signore Gesù Cristo e Adorazione della Santa Croce Confessioni 10.30 – 12.30 – 16.30 – 19.00

  • Sabato 4 Aprile (Sabato Santo) Confessioni 10.30 – 12.30 – 16.30 – 19.00 Ore 23.00 Celebrazione della Veglia Pasquale

PASQUA DI RESURREZIONE

  • Domenica 5 Aprile (Pasqua) S. Messe Ore 8.30 – 10.30 – 12.00 – 19.00 – 20.30

  • 6-11 Aprile (Settimana in Albis) S. Messe Ore 8.30 – 19.00

DOMENICA 12 APRILE (DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA)

S. Messe Ore 8.30 – 10.30 – 12.00 – 19.00 – 20.30 Ore 18.30 L'Arcivescovo Mons. Pietro Lagnese benedirà la nuova vetrata dell'immagine alla Divina Misericordia. Ore 19.00 S. Messa presieduta dall'Arcivescovo Mons. Pietro Lagnese

Mons. Filippo Melone e don Davide Ienco augurano a tutti, di vero cuore, una buona e Santa Pasqua.

 
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from Storieparole

(1)

Nel corso della Storia, molti sono stati gli esseri umani che si sono ribellati al potere dominante: rivoluzionari, carbonari, briganti, partigiani, tanto per citarne alcuni tra i più recenti. Nessun gruppo ribelle, però, ha riscosso tanto e duraturo successo quanto i pirati. Tanto quelli che infestarono i mari dei Caraibi, quanto quelli che solcarono le onde dei mari orientali, i pirati hanno saputo solleticare la fantasia e suscitare la simpatia di milioni di persone a ogni latitudine e per secoli, tanto che questa che era partita come l’idea di “scrivere qualcosina sui pirati” si è ben presto trasformata in una mini-serie, di cui ora vi accingete a leggere la prima parte [sempre che vi interessi l’argomento, e che desideriate che pubblichi anche le parti successive]. Prima di avventurarci nella marea di ipotesi che potrebbero giustificare tanto affetto, però, vediamo un po’ di fare conoscenza con questi affascinanti briganti dei marosi. Sia che si tratti di pirati caraibici, sia che si tratti di pirati dei mari orientali, una caratteristica comune c’era: il desiderio di far soldi a scapito dei commerci regolari. La pirateria, infatti, si sviluppò sempre lungo le tratte commerciali e la motivazione è facilmente intuibile: tante imbarcazioni mercantili significavano maggior possibilità di bottino; quindi, sebbene i pirati siano antichi quanto i commerci marittimi, è solo quando le potenze europee iniziarono a espandere le proprie rotte commerciali spingendosi fino alle Indie e alle Americhe che si iniziò a parlare globalmente di pirateria.

Sandokaaaaan, Sandokaaaaan! Il temibile pirata della Malesia, reso celeberrimo dal genio narrativo di Salgari e dalle successive trasposizioni cinematografiche, potrebbe non essere solo frutto di fantasia: le cronache riportano incursioni piratesche nello Stretto di Malacca già dal XIV secolo, quando imbarcazioni degli Orang Laut solcavano i mari che separano l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese. Gli Orang Laut sono il Popolo del Mare in lingua malese, appartenenti a diversi gruppi etnici del Sud-Est asiatico accomunati dal fatto di essere nomadi che vivono in barca; sebbene oggi queste popolazioni si siano in larga misura assimilate alla cultura malese, divenendo sedentarie, conservano le loro tradizioni legate alla marineria e in passato svolsero un ruolo preminente anche nelle lotte per il potere politico. Proprio nel XIV secolo furono le bande pirata di Orang Laut a consentire, con la loro lealtà al principe Parameswara, di resistere e contrastare le pressioni dei regnanti vicini, mantenendo così il proprio potere. Nulla di troppo diverso di quanto avvenne molto più vicino a noi, dove regnanti di vari stati europei graziarono o persino nobilitarono pirati che mutarono pelle, per così dire, divenendo corsari (emblematico e notissimo il caso di Francis Drake, nominato Sir dalla Regina d’Inghilterra, che da solo meriterebbe la stesura di un intero trattato). È proprio a partire dal XVIII secolo, con l’aumento dell’interesse europeo per le spezie dell’Estremo Oriente e la conseguente pressione delle potenze coloniali su quelle lontane terre, che la pirateria inizia la sua ascesa e, proprio come raccontano nei romanzi di Salgari, mentre da un lato i pirati erano spinti dalla povertà sulla terraferma e dal desiderio di cospicui guadagni in mare, dall’altro c’era anche un desiderio di opporsi all’invasione straniera. Cosa che in effetti facevano con grande efficacia l’eroe letterario Sandokan e i suoi Tigrotti della Malesia. Tra il 1813 e il 1823 la pirateria fu combattuta, anche con discreta efficacia, dal sultano del Brunei Kanzul Alam e dal capitano britannico Robert C. Graham. La vera svolta, però, si ebbe nel 1830, quando le potenze coloniali britannica e olandese presenti nella regione si allearono contro i pirati, e tracciarono lungo lo Stretto di Malacca una linea di demarcazione anglo-olandese impegnandosi a combattere la pirateria ciascuno sul proprio versante, e al contempo perseguendo la cara, vecchia e purtroppo ancora oggi validissima tradizione del Divide et impera: una motivazione in più per fomentare nuove guerre, a scapito dei popoli dominati, e a totale ed esclusivo vantaggio delle potenze coloniali europee. L’antica linea di demarcazione, ben lungi dall’essere dimenticata o dal cadere in disuso, segna ancora oggi, a quasi due secoli di distanza, il confine marittimo tra Malaysia e Indonesia nello Stretto di Malacca.

Ma Sandokan è esistito oppure no? Be’, di certo è esistito il suo acerrimo nemico, il britannico James Brook: conosciuto anche con il soprannome di Rajah bianco, questi fu un avventuriero e politico britannico, nonché Rajah di Sarawak e Governatore di Labuan attorno alla metà del Milleottocento. Altrettanto certamente è esistito chi non ha accettato di buon grado la dominazione straniera a casa propria, come testimoniano ancora oggi i tanti relitti disseminati sul fondo dello Stretto di Malacca, muti testimoni di un passato costellato da feroci battaglie navali tra pirati più o meno organizzati ed equipaggi europei. Ma sulla figura storica di Sandokan è difficile mettere un punto fermo. Tuttavia la studiosa tedesca Bianca Maria Gerlich ha viaggiato più volte nel Borneo alla ricerca delle radici storiche di questo pirata leggendario, che ritiene di aver rintracciato in un giovane originario proprio del Borneo, commerciante di nidi di rondine fino a quando strinse amicizia con il principe Syarif Osman, deposto dal trono e divenuto pirata per difendere il proprio popolo dai colonizzatori inglesi: da questa amicizia e dal comune desiderio di libertà avrebbero avuto origine le imprese piratesche che si propagarono poi nei racconti prima e nelle leggende in seguito, fino a giungere alla penna di Emilio Salgari che le amplificò e rese immortali. Sandokan e la tigre

La Vedova Ching Spostandoci nel Mar della Cina e tornando a ritroso nel tempo di qualche decennio, possiamo incontrare una delle figure più note e al tempo stesso insolite della pirateria: Shi Yang nacque nel 1775 nella provincia di Guangdong e di lei poco o nulla si sa a parte il fatto che fece la prostituta in un piccolo bordello fino a quando venne catturata e chiesta in moglie dal pirata Cheng Yi, già comandante di sei flotte pirata e discendente di una famiglia dedita alla pirateria sin dal diciassettesimo secolo. La giovane donna, all’epoca venticinquenne, accettò il matrimonio, a patto che il marito le cedesse metà dei suoi averi e una delle sue flotte. Dando prova tanto di capacità militari quanto diplomatiche, Ching Shi partecipò attivamente alle scorribande del marito e, al contempo, lo convinse a utilizzare la propria forza militare per stringere alleanze con altri pirati, fino a riunire le più imponenti flotte cantonesi sotto una sola bandiera: la Red Flag Fleet che divenne l’incubo delle marine dell’Impero Britannico, dell’Impero Portoghese e della Dinastia Qing. Alla morte del marito, avvenuta in Vietnam nel 1807, La Vedova Ching ne prese il posto, rafforzando alleanze e arrivando a governare la più grande flotta della storia: oltre 300 giunche, sulle quali erano imbarcati tra i 20 e i 40 mila pirati, tra uomini, donne e persino bambini. Il solo modo per poter tenere unita e coesa una simile, vasta popolazione era quello di dotarsi di un codice di comportamento e Ching Shi lo fece: chiunque avesse osato contravvenire ai suoi ordini, o emetterne di propri, sarebbe stato decapitato sul posto; la stessa sorte sarebbe toccata a chi non avesse obbedito agli ordini di un superiore. Era vietato rubare dal fondo pubblico e anche i cittadini che rifornivano o aiutavano i pirati erano intoccabili, così come i loro beni. Il frutto delle razzie veniva puntualmente registrato, dopo essere stato consegnato al commissario di bordo, e veniva in seguito consegnato al capitano il quale provvedeva poi a trattenere la propria parte e a dividere il resto equamente tra la ciurma, avendo cura di conservarne l’ottanta per cento per la cassa comune, cui si faceva ricorso per acquistare tutto il necessario per la sopravvivenza quando gli assalti non andavano a buon fine. La cupidigia veniva contrastata con efficacia: chi fosse stato sorpreso a nascondere per sé parte del bottino sarebbe stato duramente frustato, la prima volta, e se recidivo condannato a morte. I pirati erano soliti anche rapire donne, proprio come era stata rapita la stessa Ching Shi a suo tempo e, forse memore del proprio passato, la Vedova Ching pose chiare regole anche in tal senso: le prigioniere non potevano venir stuprate, pena la morte, e dovevano essere liberate, dietro pagamento di un riscatto, a meno che i pirati non volessero tenerle per sé come mogli o concubine, ma in tal caso avrebbero dovuto trattarle con rispetto ed essere loro fedeli. Come finì la storia della Vedova Ching? Bene, perdiana! Dopo aver spadroneggiato per qualche anno razziando villaggi, cittadine e mercati da Canton a Macao, vanificando i tentativi di cattura messi in atto dalla marina della dinastia Qing e persino da quella britannica, la Red Flag Fleet subì considerevoli perdite solo dopo la lunga Battaglia della Bocca della Tigre, contro i portoghesi. A quel punto Shi Yang fece ciò per cui era divenuta tanto celebre: mercanteggiò. Ottenne l’amnistia dal governo Qing, che permise anche di tenere il bottino a tutti i pirati che si fossero arresi e avessero promesso solennemente di condurre, da quel momento, una vita lontana da razzie e brigantaggi: degli oltre 17.300 pirati che facevano parte della Red Flag Fleet, soltanto 126 furono messi a morte e poco più di 200 banditi o esiliati.

E Ching Shih? Ufficialmente concluse la propria esistenza a Macao, dove andò a vivere con la sua famiglia dopo aver ottenuto a sua volta l’amnistia e aprì, gestendola in prima persona, una sala da gioco. Continuò anche le sue imprese per mare, questa volta in modo legale, grazie a una flotta di circa 120 navi impiegate per il commercio del sale. Ma c’è chi giura che, sotto sotto, dietro il velo di irreprensibile rispettabilità, il suo animo pirata non avesse trovato pace e che la Vedova Ching continuò di nascosto a intrallazzare oltre la legalità fino alla fine dei suoi giorni.

Ching Shih

 
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from Geografia - tra antico e moderno

Dal titolo si può pensare che anche questo post riguardi la cartografia, in parte è vero ma i concetti che troverete li ho incontrati per la prima volta grazie alla geomatica. Se avete visto il post precedente vi ricorderete (forse) di aver letto che non è possibile la realizzazione di una carta che risulti fedele al 100% con la realtà. Ecco, con questo articolo vi mostrerò il perché, in maniera spero non troppo tecnica. (Queste considerazioni si applicano ovviamente a quella tipologia di carte che hanno come scopo la rappresentazione geometricamente accurata del territorio).

La forma della Terra

La Terra è tonda. Più precisamente, la sua superficie di riferimento è chiamata “Geoide”, termine con il quale si identifica la superficie equipotenziale del campo gravitazionale (in parole semplici e comprensibili, il Geoide corrisponde alla superficie che assumerebbe la Terra se fosse ricoperta d'acqua, poiché questa si distribuirebbe in modo differente a seconda della forza di gravità, che non è omogenea su tutta la superficie terrestre). Ora, il Geoide non è purtroppo descrivibile in termini matematici, per lo meno con le conoscenze attuali, dunque chi studia la superficie terrestre è costretto a prendere come riferimento un Ellissoide, introducendo quindi una prima approssimazione rispetto alla superficie reale. Questo ellissoide è detto “di rotazione” perché si materializza facendo ruotare un'ellisse lungo un asse (detto Z) in un sistema tridimensionale. Eseguendo questa operazione con un ellisse avente il centro all'origine degli assi si ottiene una figura solida, il cosiddetto “Ellissoide di rotazione”. ellissoide vs geoide

La modellizzazione della Terra si basa dunque su questa figura geometrica solida, realizzata con il seguente sistema di assi: – L'origine degli assi coincidente al centro di massa della Terra – L'asse Z che coincide con l'asse di rotazione terrestre – L'asse X coincidente con il Meridiano di Greenwich – L'asse Y risultante in conseguenza dei due precedenti

Le dimensioni dell'ellissoide di rotazione, inoltre, sono state modificate nel tempo. I due semiassi che lo definiscono (equatoriale – lungo gli assi Y e X; polare – lungo l'asse Z) dovrebbero coincidere con il “raggio terrestre”, ma tali valori sono stati affinati nel corso dei secoli grazie al progresso tecnico che ci ha permesso di ricavarne una stima sempre migliore. Si può inoltre aggiungere che, in base alla porzione di superficie da rappresentare, sono stati elaborati anche i “Datum” (particolari orientamenti degli ellissoidi, o “ellissoidi locali”), che consentono di adattare meglio il modello “globale” alla situazione “locale”, in base all'oscillazione del Geoide in quell'area. datum

Ma non complichiamoci troppo la vita, già da queste premesse potete intuire come la trasposizione su una superficie piana (la carta) di una porzione di superficie terrestre sia basata su modelli approssimativi per definizione, che non sono in grado di rappresentare fedelmente la realtà. Bene, ora facciamo il passo successivo.

La proiezione sul piano

Essendo la carta una rappresentazione sul piano di un oggetto tridimensionale (la Terra o una sua porzione) è necessario comprendere le implicazioni spaziali di questa proiezione, le quali sono in realtà molto intuitive. Immaginate di avere un'arancia e di sbucciarla (creando delle forme a “spicchi” l'esempio è forse più comprensibile, ma qualunque forma prendano i vostri pezzi di buccia il risultato sarà identico). Potrete notare che queste porzioni di buccia non sono “piatte”, ma curve rispetto alla superficie di un ipotetico tavolino. Per tentare di appiattirle dovete schiacciarle, creparle, o romperle in pezzetti più piccoli, senza comunque poter ottenere una superficie piana. Lo stesso concetto si può applicare alla proiezione della superficie terrestre su una carta. Non è possibile riportare una superficie tridimensionale su un piano in due dimensioni senza produrre delle deformazioni. Queste possono essere divise in tre tipologie: – Lineari (riguardanti le distanze) – Areali – Angolari

In base alla caratteristica che NON viene deformata, si possono suddividere le carte in: – Isogoniche o Conformi = angoli non deformati – Equivalenti = aree non deformate – Equidistanti = distanze non deformate – Afilattiche = sono il risultato di un “compromesso” tra tutte le deformazioni

Parlando invece del tipo di proiezione, nella seguente immagine ne sono illustrati tre tipi (la cilindrica rappresentata è detta “diretta”, mentre quando il cilindro è ruotato “orizzontalmente” prende il nome di “trasversa”). tipi di proiezioni Le superfici possono essere tangenti (es. la cilindrica) o secanti (es. la conica), e i punti/linee di tangenza tra Terra – foglio sono gli unici in cui le deformazioni risultano nulle, mentre man mano che ci si allontana da questi punti aumentano di entità. Nella scelta del tipo di proiezione si tiene conto del soggetto da rappresentare. Tra queste, ad esempio, la proiezione migliore per l'Italia è la Cilindrica trasversa, poiché il nostro Paese si estende da Nord a Sud, mentre per la Francia una buona soluzione è quella Conica.

Un'ulteriore distinzione si può fare basandosi sulla posizione del punto di proiezione rispetto all'ellissoide di rotazione (nell'ortografica è posto all'infinito), che ovviamente porta a implicazioni differenti in termini di deformazioni. punti di proiezione

Conclusioni

Spero di aver esposto tutte queste considerazioni in maniera comprensibile, se avete trovato questi argomenti troppo noiosi (ed incredibilmente siete arrivati a leggere -forse solo- la fine) non preoccupatevi... Per esperienza ho notato che sono poche le persone che si interessano di tali temi.

In definitiva, comunque, spero di aver reso l'idea della complessità che sta dietro alla realizzazione di una carta geografica che abbia come scopo la rappresentazione il più metricamente corretta possibile della superficie terrestre. In breve, ecco riassunti i punti essenziali: – La base di partenza non è la reale superficie terrestre ma un modello che la approssima – Le dimensioni di tale modello sono state variate nel tempo – La proiezione sul piano genera necessariamente delle deformazioni – Le deformazioni variano anche in base al tipo di proiezione scelta

P.S. Ci sarebbero ulteriori considerazioni da fare, ma non voglio caricare eccessivamente un post già complesso... In futuro potrei farne un secondo su questo tema, magari riguardante nello specifico la “scala” di una carta

 
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from ordinariafollia

ordinariafollia-log_032-2026.jpg

Beat qualcun altro vince il premio Nobel per il disegno digitale Beat le pene d'amore viaggiano nelle attese di un messaggio whatsapp Beat lo specchio mi porta per culo Beat come dire che tutto va bene, fin qui Beat le rondini mangiano le mie poesie Beat questa estate mi compro un vestitino giallo e nero Beat se qualcuno si aspetta di meglio, affari suoi Beat le menti migliori della mia generazione finite dentro un maglione Beat febbraio vola, presto finirà pure la scuola Beat

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Un racconto dell’Alberghetto

In memoria di Esther Garber, James Colvin, Keith Hammond e Two-Gun Bob

Avviso di contenuto: assunzione di psicotropi; una breve istanza di turpiloquio misogino; una scena erotica esplicita dalla consensualità deliberatamente ambigua.

Successe almeno una dozzina d’anni fa, quando andavo in villeggiatura sulla costa e la sera mi accomodavo sotto la pergola dell’alberghetto: il vento denso di salsedine mi solleticava la barba, le montagne alle mie spalle si specchiavano nel mare placido con tutta la loro corona di boschetti, e gli altri avventori sorbivano il caffè, tracannavano vin rosso con le tagliatelle al ragù, giocavano a tressette e scopone cristonando tutti i santi del Paradiso e probabilmente pure le animelle del Purgatorio. Fra tutti i giocatori v’era una donnina curva curva, con una zazzera di ricci color topo, di nome — mi pare — Maria Rosa Bellagamba, per tutti Rosella. Si sapeva bene in paese che, quand’era ragazza, Rosella era andata a lavorare oltralpe per una decina d’anni ed era rientrata abbiente e navigata delle cose del mondo. Cosa avesse fatto davvero, non lo sapeva nessuno: Don Pompeo, malalingua, diceva ch’era stata donna di malaffare; il mio albergatore raccontava di raccolte di sale nella Camargue fra stormi di aironi; il mio compagno di bevute Ginetto, invece, che si fosse mascherata da uomo per fare la marinaia sui bastimenti da Lisbona fino a Goa. Sia come sia, la storia segreta della Rosella la racconto un’altra volta, ora ho da raccontare quella della Rosella e del texano e — ma andiamo con calma!

C’era una brutta pioggia di fine estate e tutto il paese era tappato in casa, a cacciar via l’umidità con i brodi e i camini accesi. La Rosella era arrivata presto al caffè dell’albergo per giocare a carte con Antonio “Mastro Catrame” e altri due che non mi ricordo; quando scoppiò il temporale, allungarono i giri di carte cambiando da scopone a tressette e poi rubamazzo e scala quaranta. Dopo un’oretta o due io, che mi giravo i pollici, chiesi loro se volessero una lettura di tarocchi — l’avevo imparato a fare quando vivevo ancora a Marsiglia — e la Rosella si rifiutò, dicendo che di demoni e “mesmerimismi” ne aveva avuti abbastanza quando aveva conosciuto il texano. Com’è come non è, tutti la tempestammo di domande, e chi è il texano, e quando è stata Oltreoceano, e se ha visto le miniere d’oro e il cavallo a vapore, eccetera eccetera. E lei con uno sguardo d’avvoltoio ci mise a tacere e fece cenno di accomodarci, che bisognava raccontare dal principio. Il padrone le portò un fiaschetto di vino e due fette di pane scaldate sulla brace, e questa è la storia della Rosella per come me la ricordo io dalla sua bocca.

«Fu l’anno che ero arrivata in vapore a Nuova Orléans, dove il fiume Mississippi sfocia nell’oceano in mille isolotti di sabbia su cui si nascondevano bucanieri che vendevano rum di contrabbando, e il fiume e le isolette creano fango e acquitrini e tutta una regione di terra marcia dove vivono i coccodrilli e i cimarroni scappati dalle piantagioni di cotone (povere anime!). Lì a Nuova Orléans zio D’Aloisio mi trovò un posto da sguattera in una pensione vicino alla biblioteca civica e un pensionante fra i vari era questo bel figliolo texano con il collo da toro, le spalle da armadio e i bracci d’un pescatore che si tira su le reti tutto da solo. Questo giovanotto usciva ogni dì al primo albeggiare, si tappava in biblioteca sino alla chiusura e anche la notte teneva il lume acceso finché fuori dall’abbaino non gli splendevano le stelle; quando la mattina entravo a rigovernare la sua camera, trovavo sempre sullo scrittoio pacchi di carta inchiostrata con figure tutte ritorte, conti come di prestasoldi e ghirigori che sembravano lettere in cinese.» «Senonché una di quelle mattine io non trovai la porta chiusa, bensì mi aprì il giovanotto stesso e mi chiese: “Cameriera, non è che vorreste farmi un servizio?” Io mi feci tutta rossa, mi capite, e gli risposi nel mio più bell’inglese: “Comandate, ma se la mancia è buona e non porta via troppo tempo, ché ho ancora un paio di camere!” “Allora facciamo che voi finite il vostro turno e poi tornate qui con me; la questione è semplice, mi serve che voi mi sorvegliate mentre fa effetto una certa medicina.”» «Io allora finii il mio giro di camere, tornai dal texano e lo trovai che aveva apparecchiato la stanza con sei o sette candele odorose di canfora, incenso e chissà quali altre misture – mi sembrava di stare alla Santa Messa! In più, alla parete era appeso un grande foglio tutto scritto a mano in inchiostro nerissimo che conteneva parole astruse come SYSTEMA SEPHIROTICO, tutto in maiuscolo, oppure Synaptic network of Black Stones in un corsivo sghembo. Quanto al giovanotto, si era messo in camicia e calzoni con bretelle, le maniche tirate all’indietro sulle braccia muscolose, gli occhi grigi luccicanti di gioia come perle.» «“Bene signorina, ora vi spiego tutto” e prese da una valigia un flacone pieno di non so che bevanda trasparente. “Adesso io ingerirò questa droga e resterò come svenuto per non più di un’oretta.” Io trasalii, ma lui mi mise in mano un’altra boccetta, piena di polveri scarlatte. “Voi per favore vegliate su di me e mettetemi sotto il naso questi sali se mi dovessero venire le convulsioni. Clyde m’ha garantito che non accadrà, ma non è certo di prudenza che si muore.”» «Detto ciò, il texano si tolse le scarpe e si sdraiò sul letto, io invece trascinai una seggiola accanto al comodino, mi misi comoda e poggiai i sali sul mio grembiulone bianco. Il giovanotto mi fece il pollice verso, bevette il suo intruglio e subito si assopì. E lì feci la più colossale porcata della mia vita, ché la medicina odorava proprio di mandorla, e io era un mese e mezzo che campavo del pane e acqua che ci dava il padrone, e mancava poco al mio onomastico e io la sera mi sognavo le paste che mi regalava il babbo tutti gli anni per festeggiare un pochettino – così ho preso la boccettina dalle mani di quel bel figliolo addormentato e ho lappato qualche goccia di mistura, giusto per bagnare le labbra. Due secondi da che ho ingoiato e sono crollata pure io come un sacco di patate, là sulla mia seggiola. Quel che successe poi è stato un mesmerimismo, ve lo dico io.»

Dopo due secondi che avevo chiuso gli occhi mi risvegliai, ma attorno non v’era più la pensione di Nuova Orléans: c’era un mare d’erba alta dalle foglie larghe e verde-giallastro, sotto una cupola di cielo celeste da far male agli occhi, con riccioli di nuvole che scorrevano lente. Mi guardai le mani ed erano più chiare e morbide, senza calli da lavoro, e al posto del grembiulone indossavo una tonaca di cotone morbidissimo tinta di verde. Davanti a me c’era un bel puledro baio, già bardato di sella e finimenti, e io senza neppur pensarci montai all’amazzone e lo lanciai al galoppo attraverso la pianura. Andavamo verso est, perché sapevo che mi aspettavano al di là dell’alba. Caracollammo per ore e ore, pian piano il sole mi calava alle spalle e la mia ombra si stagliava sul mare d’erba, e l’oro dell’erba diventava un indaco profondo; quando sopra di me iniziarono a splendere la Croce del Nord, il Corsiero e il Sultano, vidi dritto avanti a me una colonna di fumo e alla base un fuoco scoppiettante circondato di tendaggi, che luccicava sulla superficie cristallina di un lago: la mia prima tappa. Fra i sentieri dell’accampamento trovai orsi in zimarra e cappello piumato che scommettevano sul lancio di astragali, minuti putti dalla zazzera bionda che giravano sul fuoco spiedi di porco grondanti grasso, un rigattiere dalla pelle a scaglie che mercanteggiava con una gelatina parlante sul prezzo di corde e chiodi da arrampicata, un santone del Dio Pavone appartato davanti a un melo solitario a salmodiare i canti del vespero. Una massaia con un infante al seno e un fungo dotato di piccole braccia mi salutarono con un delicato inchino, ma io ricambiai distratta. Smontai, legai il cavallo al melo solitario e mi diressi alla tenda di panno purpureo decorata di lettere d’oro. Dentro mi attendevano una penombra rischiarata da molte paia d’occhi di gatti, un odore fresco di tè e menta, e infine una figura immersa nella luce fioca. Sedeva a gambe incrociate, in volto la maschera laccata a muso di lince, sul collo le scintillava una rete di fili d’oro; con un dito dall’unghia acuminata mi fece cenno di sedermi. “La pace sia con te, viandante verde di un’altra sfera. Cosa ti porta in questo svincolo delle strade di raggi lunari?” Mi accomodai a gambe conserte al centro della tenda, poggiata a terra fra me e la donna vi era una tela intessuta di orbite concentriche. “Sapevo che ti avrei trovata qui a Snodo della Pozza, Strega Bianca. Mi occorre la tua guida per ritrovare il Sacrificio.” Si portò la mano al grembo e lanciò sulla tela una manciata di pietruzze, poi le scrutò: “Il granito è saldo nella casa del Fiore Nero, il diaspro interseca sia il Grande Rospo sia il Re Usurpato, l’ambra è rimasta sospesa nell’intermundia, v’è sostanziale equilibrio su ambo i lati della bilancia cosmica… Il Sacrificio resterà sospeso, almeno per questo ciclo.” “E sia, tu nondimeno conducimi da lui.” Allungai la mano sopra la tela, senza toccarla. La Strega Bianca si curvò su di me con uno spillo fra le dita; una puntura sul mio palmo, cinque gocce di sangue sull’ambra, un urlo agghiacciante di invocazione all’Immondo Motore Immobile. Poi un risucchio, come se mi travolgesse un maroso, alcuni secondi di oscurità puntinata di lucine roteanti…

Un’arida pianura densa d’arbusti e tamerici è incastonata tra un fiume impetuoso a occidente e colline scabre a oriente. Una falange in assetto d’armi marcia verso meridione, cimieri impiumati e scudi dipinti di gorgoni e grifoni scintillanti alla luce violetta dell’aurora, volti che sbuffano madidi di traspirazione; ad affrontarli, guerrieri abbronzati dai capelli neri e ricci che indossano pelli conciate e brandiscono mazze e accette, in piccole bande sparpagliate fra la sponda e i rilievi. La falange accelera il passo, si apre a ventaglio contro i guerriglieri. S’alza un urlo dalle schiere, è un uomo barbuto dalla corazza dorata: “Avanti, cani randagi! Spolpate queste pecorelle! Meritatevi il soldo di Akregas!” La falange cala le sarisse, il porcospino di ferro si lancia alla carica; i guerrieri abbronzati corrono incontro al nemico, alcuni impattano sulle punte letali, altri spaccano le aste e trascinano i falangiti fuori della formazione, e li macellano come porci. Io osservo tutto dal cielo. Cerco il mio Sacrificio. Lo trovo in cima alle colline. È acquattato dietro ai macigni, uno fra decine di arcieri abbronzati dai capelli neri e ricci che accordano le armi. Due occhi grigi scintillano sotto l’elmetto di peltro nero, le braccia muscolose sono coperte di cicatrici. Al suo fianco, un segugio da guerra che trasuda la disciplina di un fedele scudiero. Solleva il capo, osserva la battaglia, alza un braccio. La brigata incocca le armi, tende, mira, e infine tira. Il sibilio delle sagitte sferza l’aria, la battaglia si interrompe e le teste si alzano, i lottatori con accette e mazze si disperdono; la pioggia di frecce prende la falange da sopra e apre vuoti nella formazione. Il generale barbuto richiama all’ordine, ma l’orda nemica ritorna alla carica e spezza la formazione. È il mio momento. Plano in picchiata verso le colline, schivo le frecce tirate troppo in alto, miro all’arciere dagli occhi grigi, lo vedo, lo scruto, lo ghermisco. Si dibatte fra le mie grinfie, mi colpisce con l’arco, sguaina invano la spada, urla, bestemmia il suo dio; il segugio salta e salta per azzannarmi alle cosce, alcuni tiratori mi mirano e scoccano, ma io mi libro troppo veloce, troppo alta. Siamo sopra la pianura, si vede lontano il borgo in legno e calcare dei guerrieri delle colline, ancora più in là la città di marmo e mattone donde sono marciati i falangiti. Da un lato la resilienza primordiale dei fedeli della Capra Ridente, dall’altro la ricerca d’apoteosi dei figli della Lupa. La mia preda sembra arrendersi al mio abbraccio e osserva il panorama; è il primo uomo a volare in questa sfera. Poi si contorce verso di me e mi grugnisce contro: “A che devo questo onore? Ilmarinen vuole fare di me la sua puttana? Mi porti in pasto ai seguaci di Nyogatha? Devo essere sacrificato a Kathulos o all’Uomo Nero del nord?” Lo ignoro e volo verso oriente. Mi lancio nel disco solare: un risucchio, come se mi travolgesse un maroso, alcuni secondi di oscurità puntinata di lucine roteanti… Siamo attesi al di là dell’alba.

Siamo in cima alla rupe e guardiamo sulla piana del mondo. Sotto di noi brulicano le nazioni della terra e i sacerdoti intonano canti da sicofanti ai loro numi. Vediamo le genti di Sardopolis bruciare ladri e assassini sull’altare di Iod, il Cacciatore-Che-Salta-Fra-I-Mondi; i diabolisti di Saba salmodiano il nome di Droom-Avista sul suo trono d’acciaio nella fortezza di Dite; uomini e donne di buona volontà donano le primizie a Manorama come a Crisopelea. Ma non sono gli dèi della Terra, i miei mandanti. Il mio Padrone sta giungendo ora, dal paese al di là del tramonto. Dalle sue sei ali nasce vento di tramontana che sconquassa la montagna, e il mio Sacrificio rabbrividisce, lacrima e stride i denti. Il Sire atterra sulla rupe presso di noi, io lo onoro con la proscinesi. “O Pastore degli Eserciti, Ti consegno il Sacrificio prescelto, sangue del sangue e carne della carne di colui che macellò i Re Serpenti; il suo seme è forte. Sappi però, o Pastore, che ho consultato la Strega Bianca che siede al crocevia dei mondi, ed ella Ti informa che Zhothaqquah e Vorvadoss sono concordi nel garantire l’Equilibrio empireo; puoi consumare ora la ierogamia, ma l’esito si potrà avvertire solo nella prossima Congiunzione di Sfere, se non oltre.” Il Sire assente sotto il suo cappuccio di cielo stellato, ripiega le ali e solleva un braccio lungo e delicato, tendendo la mano verso il Sacrificio. Il guerriero nerboruto si accosta meccanicamente, come un pupazzo tirato da fili. Il Sire lascia cascare il suo mantello di firmamento. Si svelano le membra color del miele, gli occhi profondi come materia oscura, il petto senza capezzoli e il pube senza sesso. Egli prende delicatamente fra le braccia il guerriero, che depone ogni terrore e cinge i fianchi del Pastore degli Eserciti; gli si accende negli occhi grigi il fuoco di lussuria; lecca sinuosamente il Suo collo e strofina le brache su Suoi fianchi. Il Sire si libra in volo assieme al suo Sacrificio, si porta sopra il disco del sole; gli dissolve gli indumenti e lo esplora nei suoi anfratti più segreti, una mano dalle dita lunghe si insinua fra i glutei marmorei e una lingua biforcuta sibila nelle orecchie. Il membro eretto e rubicondo del Sacrificio struscia sulle gambe del Sire, questi trasmuta il suo corpo carnale e si lascia penetrare in un grembo. Il corpo mortale del Sacrificio è forte ma pur sempre umano e l’orgasmo lo scuote in brevi istanti, il suo seme scorre dentro il Sire e questi si ribalta in volo; i due fluttuano capovolti. Il Sire afferra il Sacrificio con una mano, lo rovescia e ne porta il volto sul proprio pube; il guerriero si abbevera da un membro apparso ove prima era il grembo, intanto il Sire sugge e morde i glutei del Sacrificio. È il mio momento. Afferro l’arco di cristallo, incocco la freccia d’oro e la scocco alla schiena del Sacrificio, là dov’è il cuore; lo trapasso, lo uccido, la punta trafigge anche il mio Sire, icore dorato sgorga frammisto al sangue e al seme. L’essenza mistica trasuda dai due corpi cinti e va a bagnare il disco del sole. La luce bianca si fa azzurra, il calore intenso consuma i due corpi trapassati, il pulviscolo si disperde ai cinque punti cardinali. La ierogamia è compiuta e s’è fatta luce, sulla rupe al di là dell’alba.

«E fu a quel punto che mi svegliai di soprassalto nella stanza a Nuova Orléans, con fuori dalla finestra il puzzo della terra marcia, e sul letto il povero texano in preda alle convulsioni! Berciava e abbaiava come una bestia con la rabbia, e fra un grugnito e l’altro riuscii a intendere qualche frase da cristiano: “La mia ascia… quest’ascia è il mio scettro!”, “Mia Regina, mia Regina della Costa Nera, dove sei?!”, “Gli Abitatori… gli Abitatori dei Cunicoli!” Io svelta gli misi sotto il naso i sali e quello si alzò di soprassalto madido di sudore, i capelli neri tutti spettinati e gli occhi grigi che ancora lacrimavano.» «Vi fu un momento di silenzio, poi quel bell’uomo così sfregiato dal terrore si mise a sussurrare una canzone, ma io ne sentii solo qualche frase:

“Così ci siamo mescolati alla Terra: chi ci ricorda è il vento fra i rami, e le nubi e la marina procella, non più voci di poeti umani.”

Detto ciò alzò il capo, mi guardò, sbiancò, s’alzò e se ne andò di corsa dalla stanza, urlando qualcosa del tipo “L’arpia! L’arpia! L’arpia verde che viene dall’aldilà dell’alba!”»

«Il texano abbandonò Nuova Orléans un paio di giorni dopo e io continuai con il mio servizio nella pensione, finché non mi spostai nell'Arkansas per fare la boscaiola di pini. Non lo incontrai mai più, ma tuttora credo e giuro sul mio babbo buonanima che quel ragazzo così bello fosse un uomo di malaffare e avesse bevuto del laudano, dell’oppio liquido, dell’eroina o una di quelle porcherie che usano i feticisti per fare i mesmerimismi. Ed ecco, signori miei, perché non voglio le letture dei tarocchi: mi basta e avanza per tutta la vita quella che mi fece la Strega Bianca mentre andavo a cercare il Sacrificio per il Pastore degli Eserciti.»

Così disse la Rosella, poi tacque e sorseggiò le ultime gocce di vino. Io, Mastro Catrame, il padrone e tutti gli altri tornammo pure noi con la testa all’alberghetto, alla pioggia, alle carte e alle bruschette, come lei stessa e il texano erano tornati a Nuova Orléans dal loro viaggio nei fumi allucinogeni. Sono passati tanti anni da allora e Rosella probabilmente sarà pure morta, però tutta questa fantasmagoria su Vorvadoss e Kathulos e l’uccisore dei re Serpenti, la Strega Bianca e il paese al di là dell’alba non mi è mai uscita dalla mente, e la volta che passai per Fort Worth di strada verso El Paso mi fermai in una libreria occulta in cerca del De Vermis Mysteriis e dell’Unaussprechlichen Kulten, e sentii in effetti due pelandroni barbuti sussurrare di un “Veggente di Callahan County” che viveva come in simbiosi con il suo “segugio scudiero” e attendeva l’inizio del “nuovo ciclo cosmico” per “ricongiungersi con il suo Amante e Pastore”. Non dissero, però, se quel veggente attendesse la Congiunzione delle Sfere con sacro terrore, o bensì con trasporto erotico.

Nota autoriale: ho composto questo racconto nell'inverno 2021 per proporlo alla rivista «Alkalina», e fu rifiutato perché la struttura a cornici narrative non convinceva la redazione; venne successivamente accettato e pubblicato nella primavera 2023 sulla webfanzine gargolla.eu, nel frattempo chiusa; lo ripropongo qui, come sua sede definitiva. Avrete intuito che si tratta di una lettera d'amore alla letteratura sword & sorcery; se volete saperne di più, wikipediatevi le persone cui è dedicato.

 
Continua...

from Rob's cabinet of mboh?

O quella volta che un cretino di Crescenzago, un ranocchio di vetro, una ragazza senza grazie, un Grande Antico riluttante e una tigre di pezza shakespeariana provarono a cambiare per sempre la storia del progressive.

The Happiest Days of our Lives

Tornate indietro con la mente di qualche anno. È il 1965, e se la Storia con la esse maiuscola lo ricorderà per la morte di Malcolm X e la marcia di Selma, per noi è anche l'anno in cui nel Regno Unito quattro ragazze e una persona non binaria decidono che è giunto il momento di fondare un gruppo ed entrare tra le leggende della musica: sono Ginger Ale (al secolo 'Nessa Ellis), Jay Hollybridge, Lamia Witherspoon, Margaret Mondegreen e Veronica “Ronnie” Law, meglio note come The Revolution Frequency of the Interstellar Mouse.

[...]

La loro per certi versi è una storia come tante: l'arrivo a Londra, le difficoltà nel sbarcare il lunario, le complicate vite personali da gestire e la musica come elemento salvifico e unificatore. Lamia e Ronnie, una da Sheffield e l'altra da Newcastle, hanno avuto in comune un'infanzia povera e difficile, che le ha portate a passare più di qualche notte nelle celle delle stazioni di polizia delle rispettive città. Ma del resto, con la sola eccezione di Margaret, nata in un'agiata famiglia borghese, nel gruppo chi non ha avuto qualche piccolo trascorso con la legge? Anche se le loro storie non sono arrivate tra le pagine di cronaca, cercando molto bene nei casellari giudiziari del Regno è possibile trovare anche i nominativi di Ginger e Jay – anche se trovare quest'ultimo nome è stata un'impresa molto difficile, ci troviamo evidentemente di fronte a una persona molto elusiva che tiene molto alla sua privacy.

[...]

Questa band aveva tanto potenziale quante idee rivoluzionarie, perfino per quell'epoca psichedelica e sperimentale che sono stati gli anni '60. Ma la storia prende direzioni misteriose e, per qualche motivo, tutto quello che ci rimane della loro esistenza è The Second Coming of the Interstellar Mouse, album di esordio che fu un discreto successo in UK a cavallo tra il 1967 e il 1968, e un secondo album, indipendente e totalmente anti-commerciale, pubblicato in quasi clandestinità molti anni dopo solo per uno zoccolo duro di aficionados e quasi del tutto introvabile già fin dalla sua uscita. (Chi vi scrive è riuscito miracolosamente a recuperarne una copia per puro caso in un piccolo negozio di dischi di Minneapolis)

Cos'è successo quindi al Topo Interstellare e alle sue discepole?

Estratto da “Life, Time and Frequency of the Interstellar Mouse. Whatever Happened to the Revolution?”

Sasso, Carta e Rock & Roll

La storia della musica è piena di vicende del genere, ma Ginger, Jay, Lamia, Margaret e Ronnie non esistono. O meglio, per un brevissimo lasso di tempo l'hanno fatto, in quello che è stato lo spazio immaginato condiviso di cinque persone che si sono ritrovate a giocare online a un piccolo gioco di ruolo chiamato Scissors Paper Rock'n'Roll.

Copertina raffigurante un muro di mattoni bianchi dalle cui aperture sbucano un orso polare, un occhio e un arcobaleno

La copertina omaggio tutt'altro che velato ai Pin Floi

Come facilmente intuibile dal preambolo, nel gioco esploreremo le vite e i tentativi di un gruppo di persone di creare un gruppo musicale Rock Progressive nel Regno Unito degli anni tra il 1965 e il 1971 – quantomeno nella sua impostazione di default, perché il gioco è aperto a ogni epoca e genere musicale. Riusciremo a portare la nostra band alla fama internazionale? E se sì, le relazioni tra noi membri del gruppo come si evolveranno? Cercheremo gloria personale seguendo dei progetti individuali o faremo di tutto per tenere coeso il gruppo? Lo scopriremo solo giocando, e il percorso che i nostri personaggi prenderanno potrebbe sorprendere in primis noi stessɜ.

Come Funziona?

Il gioco di per sé è abbastanza semplice e, visto che stiamo parlando di un GdR che mi piace, totalmente avulso alle dinamiche tipiche di un D&D. Non c'è un Master e non ci sono tiri di dado a determinare gli esiti di eventuali conflitti narrativi ma tutto è gestito in maniera assolutamente freeform, con le mosse della morra cinese a determinare il tipo di scene che verranno rappresentate e quindi cosa succederà nella fiction.

Come funziona quindi? Partiamo dalle basi, stabilendo luogo, genere e periodo storico della giocata, per poi passare ai personaggi: per prima cosa scegliamo quale strumento vogliamo suonare, dopo di che, prima di definirli nel dettaglio, a turno diciamo una caratteristica che è comune a tutti tranne a uno, in modo da creare un cast sia unito che variegato.

Il nome del gruppo lo decideremo con un metodo di scrittura collettiva che ritornerà nel momento in cui dovremo scrivere le canzoni: ogni persona al tavolo scriverà una parola su una striscia di carta; dopo averle mischiate e rivelate una dopo l’altra, tuttɜ assieme sceglieremo le due parole che ci sembrano migliori per battezzare la band.

Nel corso di sette turni, uno per anno di vita della band, sceglieremo cosa faranno i nostri personaggi mostrando dopo una conta i segni della morra cinese: ✊ Sasso vuol dire che cercheremo di aumentare la sintonia del gruppo; ✌️ Forbici vuol dire che ci dedicheremo a progetti individuali, mentre ✋ Carta vuol dire che proveremo a dare sfogo alla creatività e, se tutto va bene, comporre un singolo.

Qualunque sia stata la nostra scelta per l’anno, dobbiamo rappresentarla in fiction impostando una scena. Può essere breve, limitandoci a dire cosa fa il nostro personaggio, o più strutturata, dandole un taglio più cinematografico coinvolgendo le altre persone al tavolo a interpretare i rispettivi PG o altri comprimari presenti in scena. In ogni caso, alla fine di ogni scena ognunə dirà come il suo PG reagisce a quanto appena accaduto.

Ovviamente per ottenere la fama la nostra band ha bisogno di comporre dei pezzi e per farlo occorre che almeno la metà delle persone al tavolo in un turno abbia scelto Carta. Se la condizione si verifica, esattamente come per il nome del gruppo, scriviamo tuttɜ una breve frase su una striscia di carta e, dopo averle rivelate una a una, decidiamo in che ordine disporle per creare la strofa di una canzone.

A conclusione di ogni turno faremo tutti assieme una scena post-concerto che tirerà un po’ le somme degli avvenimenti di quell’anno e ci trascinerà al successivo.

Tralasciando qualche altra regola più nel dettaglio, il gioco è davvero tutto qui; del resto nella sua prima iterazione stava tutto dentro una cartolina di uno dei Calendari dell’Avvento Ludico di GDR Unplugged e Dreamlord Games.

The Revolution Frequency of the Interstellar Mouse

E quindi com'è stata la nostra avventura di #GenteCheFediGioca nei meandri del Prog-Rock virtuale?

Intanto confesso che abbiamo cominciato benissimo, “trasgredendo” subito il regolamento. Tra le parole emerse c'erano almeno due coppie che combinate assieme formavano un perfetto nome surreale per la nostra band: la frequenza (radio) della rivoluzione che giustapposta al topo interstellare diventa anche la frequenza di rivoluzione di un oggetto nello spazio... era un doppio senso troppo bello per limitarci a solo due elementi.

La fase di creazione dei personaggi l'ho trovata molto stimolante nella sua semplicità. Il fatto che ciascunə di noi dovesse stabilire una caratteristica comune a tutti i componenti del gruppo per poi indicare unə altrə giocatore come eccezione, da un lato mette dei paletti che delimitano il campo di gioco ma dall'altro ci dà una tavolozza di colori con cui cominciare a dipingere la tela. Ed è qualcosa che emerge intervento dopo intervento, perché solo quando hanno contribuito tuttɜ avremo il quadro completo.

Per intenderci, iniziamo con ragazza senza grazie che stabilisce che siamo tuttɜ ventenni tranne il personaggio di Idiran. Cretinodicrescenzago aggiunge che siamo tuttɜ donne tranne il personaggio di GlassFrog, che deciderà che il suo PG è non-binario. A questo punto Idiran dirà che veniamo tuttɜ dal nord dell'Inghilterra tranne il personaggio di ragazza senza grazie, mentre GlassFrog introdurrà il fatto che vestono tuttɜ eleganti tranne il mio personaggio. Infine rimango io, che butto giù il fatto che abbiamo tuttɜ dei piccoli precedenti penali tranne il personaggio di cretinodicrescenzago.

Notate come ogni singola iterazione altrui ci mette di fronte a un fatto compiuto e abbiamo il controllo solo nel definire cosa non siamo? Personalmente trovo molto stimolante che l'idea del tuo PG puoi fartela solo dopo l'interazione con lɜ altrɜ, scoprendo pennellata dopo pennellata che materiale avrai a disposizione.

Illustrazione di una ragazza dai capelli ricci rossi e gli occhi verdi, che si gira sorniona verso chi guarda. Indossa una giacca lisa a quadri e un flat cap con un motivo tartan blu e verde

(E a proposito di pennellate... ecco Veronica “Ronnie” Law, tradotta in immagine per grazia di @sugarcoatedhorror)

A livello di fiction, la libertà nello scegliere cosa fare creando le scene fa scaturire situazioni interessanti e il fatto che dopo una scena impostata da un altrə dobbiamo comunque dire come il nostro PG reagisce alla sua scelta ci permette comunque di mantenere un certo controllo sulla narrazione, anche quando non siamo noi a essere sotto i riflettori.

Per dire, quando ho scelto di dedicarmi ai “progetti personali” con Forbici, ho potuto benissimo dire che quell'anno non ho contribuito alla band non perché seguissi un progetto solista ma perché Ronnie era finita in prigione, e aveva comunque perfettamente senso che questo avesse fatto crescere il livello di Fama Individuale (uno degli unici tre valori numerici del gioco) del mio PG.

Ho amato anche come abbiamo trasformato in maniera diegetica il fatto che al momento di scrivere la prima canzone alcunɜ di noi avessero scritto le frasi in italiano e altrɜ direttamente in inglese, decidendo che Margaret era entrata in possesso delle opere di Nanni Balestrini e Tommaso Landolfi e aveva voluto mettere dentro ai testi delle frasi in italiano per omaggiarli.

In definitiva, Scissors Paper Rock'n'Roll è stata una bella scoperta, e giocarlo con lo stesso gruppo con cui avevo giocato precedentemente Damn the Man, Save the Music è stato particolarmente piacevole, tant'è che a una certa doveva scapparci la citazione-omaggio, con un personaggio di quella giocata che fa una breve comparsata con 46 anni in meno sul groppone 😅

Un foglio excel su google drive che cerca di riprodurre sia la scheda del personaggio del gioco che una sorta di tavolo su cui comporre le canzoni

La partita via internet

L'unica “pecca” – ma questo il manuale lo dice esplicitamente – è che, per quanto sia possibile giocarlo via internet, è sicuramente un gioco che dà un'esperienza migliore dal vivo; la morra cinese da fare online è un inferno di conte fuori-sincro e webcam da controllare per assicurarsi che la propria mano sia inquadrata bene, che si aggiunge ai problemi strutturali già presenti: il ritardo inevitabile nel processare gli input altrui, che aumenta se qualcunə usa delle cuffie bluetooth, col rischio di parlare sovrapponendosi per poi fermarsi di colpo, la mancanza di tutta la parte di comunicazione visuale e spaziale che di presenza è immediata e online no... insomma, quello che dal vivo ci avrebbe preso giusto una serata in tutta tranquillità, online ha richiesto due serate e ne avrebbe chiesto una terza se non avessimo deciso a malincuore di saltare l'ultimo anno per passare all'epilogo.

Per il resto, per come funziona il metodo di composizione delle canzoni che porterà inevitabilmente a risultati alquanto surreali, ci si chiedeva se il gioco avesse senso applicato a un genere che non fosse il Prog. Secondo me sì, ma probabilmente per ottenere un risultato più coerente occorre che tuttɜ al tavolo abbiano ben presente il genere di riferimento. O in effetti anche no, alla fine il vero cuore del gioco non sta tanto negli artefatti che produrremo come gruppo (bella anche l'idea di disegnare le copertine degli album) ma nelle storie collettive dei nostri personaggi, per cui alla fine che importa se il nostro gruppo Death Metal avrà una strofa che recita “Sole, cuore e amore” subito dopo un “Butta sangue e muori”? 🤟

Hashtag rilevanti: #RobsCabinetOfGDR, #GDRSegreto, #TTRPG, #GDR, #ScissorsPaperRockNRoll, #60s, #Music

 
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from highway-to-shell

Non ho mai fatto distrohopping. A parte gli inizi con Slackware ho sposato quasi subito RedHat e poi Fedora Core 1 fino all'attuale Fedora 43. Ho però provato tanti Desktop Environment e Window Manager, cominciando da Fluxbox sono passato a KDE per atterrare poi abbastanza stabilmente a Gnome. Dico abbastanza perché di Gnome non ho mai sopportato il posizionamento delle finestre e quando ho scoperto i tiling window manager ho prima tentato di replicarne il comportamento con le estensioni per poi decidere che no, il comportamento di un tiling nativo è tutt'altra cosa, anche perché su Gnome si sono nel frattempo sviluppate decine di estensioni per il tiling delle finestre ma finiscono quasi tutte per perdersi per strada, per pasticciare con i keybinds di default e per appesantire il sistema. Quindi prima i3 e poi Sway. No hyprland per via di una comunità che in molti definiscono “tossica”. Con i3 e Sway è cominciata l'ansia della customizzazione per cui passavo più tempo a fare file di configurazione e css per waybar che a lavorare. E' un disturbo grave quasi quanto il distrohopping perché va a finire che è il computer ad usare te e non viceversa. Inoltre c'è da dire che i tiling window manager risolvono si il problema di sapere dove apparirà esattamente la finestra che stai per aprire ma è anche vero che il classico layout 2x2 o altri layout con tante finestre affiancate finivano per essere molto poco frequenti per le mie necessità di lavoro: per il 90% del tempo ho bisogno di una finestra che è quasi full screen. Last but not least in Sway mi mancava tremendamente la possibilità di cambiare finestra con ALT-TAB...si ok...ci sono degli accrocchi per emulare il comportamento ma di nuovo uno sbatti assurdo per avere quello che dovrebbe essere una funzionalità base di un qualunque ambiente di lavoro.

Ed ecco la svolta: ho scoperto l'esistenza di Niri. Niri è uno scrollable-tiling window manager, quindi le finestre di uno specifico workspace vengono tutte affiancate una all'altra e con combinazioni di tasti puoi decidere a piacimento la larghezza delle colonne e anche decidere di impilare una finestra sotto un'altra per ottenere layout simili a quelli di un classico tiling window manager. Questo risolve diversi problemi, primo fra tutti il fatto che almeno nel mio caso la finistra su cui lavoro normalmente occupa più del 50% della larghezza del monitor. Sul sito ufficiale ci sono screenshot e video che probabilmente rendono molto meglio l'idea di quanto non possano fare le mie parole. Ovviamente ha l'ALT-TAB nativo (e molto bello) per cambiare finestra. Ma la seconda e rivoluzionaria svolta è stata la scoperta di Dank Linux, un progetto che punta a portare le comodità di un Desktop Environment su Niri (e altri window manager): ok, non è maturo come Gnome e non ha la stessa barca di funzionalità ma è MOLTO ma MOLTO più customizzabile e infinitamente più leggero. Sia Niri che Dank Linux guadagnano ogni giorno più popolarità e hanno cicli di sviluppo e release estremamente veloci e promettenti, insomma nuove funzionalità sono introdotte a ritmi frenetici.

Da diversi mesi se voglio cambiare tema è un semplice click nelle impostazioni, so come saranno disposte le finestre che apro, a livello estetico siamo ai vertici di unixporn, la batteria mi dura circa il doppio rispetto a Gnome e soprattutto... posso lavorare con il computer senza perdermi in file di configurazione :–)

Lascio i link: Niri Dank Linux

#linux #opensource

 
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from highway-to-shell

Leggo che il decreto Milleproroghe – in discussione alla Camera – vuole prolungare anche nel 2026 la possibilità di far lavorare i medici fino a 72 anni, anche richiamandoli dalla pensione.

Fonte

Leggo anche di un disegno di legge interessante: Secondo un documento visto da Reuters, il piano allo studio porterebbe Esercito, Marina e Aeronautica da circa 170.000 a 275.000 unità entro il 2044

Fonte

Insomma mancano i medici, sostituiamoli con i militari.

Giuro che la prossima volta che sento qualcuno lamentarsi della sanità, dei tempi di attesa per un esame medico, della congestione dei pronto soccorso...chiedo cortesemente cosa ha votato negli ultimi vent'anni e se ha votato a destra gli urlo in faccia tutto il mio disappunto, senza risparmiare parolacce, bestemmie ed insulti ai suoi avi e alla sua progenie culminando in “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Se invece ha votato a sinistra gli farò notare che la sinistra non ha mai fatto nulla per salvare la sanità dal percorso di privatizzazione, non si è mai opposta alla trasformazione degli ospedali in aziende (anzi) e che quindi in definitiva “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.

#sanità #italia #politica #malasanità #esercito #guerra

 
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from kipple


Come è giusto che sia, perché è giusto sia così, non amo l'automobile. Mi piacevano i modelli di una volta come oggetti di design, sia fuori che dentro, ma ora sono tutte orrende. Fuori e dentro. Non amo l'automobile, ma l'ho ereditata e devo tenermela, serve per mia madre e in Italia non posso farne a meno. Faccio, fortunatamente, pochi chilometri all'anno, circa 1.200 così distribuiti: un 10% per andare da parenti tossici che abitano vicino, 15% per la spesa, 4% per “divertimento” e quel che resta tra ospedali, visite specialistiche e simili. Capirete: non amo l'automobile, specie quando decide di rompersi e farmi spendere ulteriori soldi che non potremmo permetterci. Stavolta c'è stato un problema ai fari, restavano fissi gli abbaglianti e non è bello accecare la gente, considerando pure che ne possono scaturire diverbi e risse. Appena possibile sono andato dall'elettrauto, abbiamo creduto di identificare la causa, sostituito il pezzo presumibilmente scassato e... niente, il malfunzionamento era ancora lì. Forse difettoso il ricambio? L'elettrauto rismonta il volante, piglia la sua macchinina, va dal rivenditore e torna. Proviamo il nuovo ricambio e niente, decide di andarne a prenderne un altro, di un'altra marca.

Il tempo passa, penso a quanto ne sto perdendo per una cosa che schifo ma devo tenermi, mi innervosisco; appena fuori, però, la strada è disseminata di pioppi, spogli in questo periodo di finto inverno. Visto che devo aspettare, mi avvicino e ci poggio la mano, tocco questa creatura splendida, non so quanti anni abbia, so per certo che venti anni fa era già di quelle dimensioni maestose. Non so se sia più vecchia di me, so per certo che arriverà a esserlo, che mi sopravvivrà, il contatto con la natura mi rimette, una volta in più, al mio posto. Una volta in più perché so benissimo quale è il mio posto su questo pianeta, ovvero quello di una cosa destinata a durare un battito di ciglia e di cui nessuno e niente si ricorderà. Questa cosa l'ho capita presto e ho imparato a accettarla, il pioppo me l'ha solo gentilmente ricordato.

Mi sono rilassato, molto, poi ho pensato alle persone che vanno nei boschi a provare questa esperienza in maniera più strutturata e profonda. Ho pensato a quegli orrendi servizi televisivi che ne parlano, imbarazzanti; ho pensato a quelle persone, che quei servizi orrendi ci mostrano come un po' strane, come se avessero un numero insufficiente di rotelle. Ho pensato che hanno ragione le persone che toccano gli alberi, le pietre, la natura e che hanno torto quelli che si infilano in una prigione ambulante alla prima possibilità, come se ciò rientrasse legittimamente nell'unico modo sensato e certificato di vivere la vita.

 
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from highway-to-shell

La strada brucia cantava Alan Sorrenti nel 1981 La strada uccide scrivono i giornalisti nel 2026

E niente, non ce la fanno, è più forte di loro: la cultura auto-centrica li ha resi schiavi di una narrazione che si ripete sempre uguale

Non ce la fanno a scrivere che le persone uccidono altre persone, che il camionista in questione è un assassino: il semplice fatto di non avere usato una pistola o un coltello lo assolve automaticamente da quell'infamia.

Così dobbiamo leggere che in Italia esistono delle strade assassine e dei tragitti letali, parole che se venissero lette da un virus sai come ci rimarrebbe male? Ce lo vedo a mandare una mail di protesta alla redazione rivendicando per sè l'aggettivo letale.

Il rasoio di Occam non si applica mai a danno del traffico stradale, se in quel tratto di strada gli incidenti sono così frequenti perché non vietare l'accesso ad automobili e camion? Si risolverebbe il problema alla radice.

Quale sarà il prossimo titolo? – Rotonda criminale – La corsia del terrore – Non percorrete quella strada

#giornalai #bike #automobili

 
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from Geografia - tra antico e moderno

Vi siete mai chiesti perché una carta geografica (il termine “mappa”, sebbene spesso venga usato impropriamente, indica solo carte a grandissima scala, come ad esempio quelle catastali) possa apparire molto diversa da un'altra, sebbene rappresenti la stessa porzione di territorio? La risposta si trova (anche) indagando lo scopo per cui quelle carte sono state realizzate.

Bisogna premettere che, nonostante attualmente risulti difficile immaginare una carta metricamente scorretta (prima o poi torneremo ad analizzare questo punto), prima della “riscoperta di Tolomeo” risalente al 1400 d.C. le carte geografiche non pretendevano di rappresentare fedelmente la realtà, seppure in scala.

Piccolo spoiler: non è realizzabile una carta che sia una fedele riproduzione della realtà, nemmeno con gli strumenti tecnologici a nostra disposizione attualmente e non sarà possibile neanche in futuro, per motivi strettamente tecnici e pratici.

Dovete sapere che le carte, di qualunque tipo, sono una rappresentazione simbolica e mediata della realtà, prodotto di una selezione operata dal cartografo sulla base dello scopo e del contesto. Grazie al lavoro di Brian Harley la carta geografica viene attualmente considerata al pari di un testo storico (si parla nello specifico di “testo cartografico”), per cui risulta necessario ricollocarla nel contesto di produzione per darne un'interpretazione corretta.

Ma cos'è il contesto di produzione? Può essere suddiviso in tre categorie: 1. Contesto del cartografo (che può essere anonimo, o la carta può essere il risultato del lavoro di più persone) 2. Contesto delle altre carte (si rapporta la carta da analizzare con altre carte, aventi delle caratteristiche in comune – autore, area, periodo o tipologia) 3. Contesto sociale (che guida la rappresentazione della carta in relazione al potere)

Si deve inoltre considerare che ogni carta è frutto della selezione degli elementi presenti realmente sul territorio. Indagando le omissioni, cioè i “silenzi”, è possibile ricavare maggiori informazioni che osservando ciò che la carta mostra. Questi silenzi possono essere di due tipi, “intenzionali” (dovuti a segreti militari, commerciali o forme di censura) e “non intenzionali” (derivanti unicamente dall'impossibilità di rappresentare ogni cosa, per via della scala). Questi ultimi però non sono silenzi “casuali”, il cartografo in base alle finalità della carta e ai limiti tecnici della stessa sceglie coscientemente cosa inserire e con quale simbologia.

Quindi, per riassumere, la rappresentazione cartografica è strettamente legata ai rapporti di potere, alla cultura e all'ideologia, è la materializzazione di un mondo sociale oltre che di quello fisico. Non è dunque giusto cercare di classificare e valutare le carte verificando quanto queste siano metricamente corrette, ma analizzandole secondo il metodo storico si rivelano essere degli utili testimoni ed espressioni del contesto di produzione.

Spero che questa piccola introduzione al mondo della cartografia storica si sia rivelata interessante e non eccessivamente confusionaria, e che quando vi capiterà di osservare una carta, oltre che ammirarne la bellezza, potrete soffermarvi anche a riflettere sulle sue finalità e sull'attento lavoro di selezione che il cartografo ha dovuto operare :)

 
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from Geografia - tra antico e moderno

Io sì. Ed è stato molto divertente finire a fare la magistrale proprio in questa disciplina. La verità è che, dopo una triennale in scienze forestali, volevo proseguire sul cammino della geomatica (se non sapete cos'è non preoccupatevi, non lo sa nessuno), ma non esistendo un corso di studi apposito sono finita a geografia.

La geografia che si impara a scuola, purtroppo, in genere è estremamente noiosa. Si tratta di imparare a memoria luoghi, numeri e poche altre cose, quando in realtà questa disciplina è decisamente affascinante e racchiude una vastità di argomenti incredibile, anche molto differenti tra loro. Si parla infatti di geografia fisica e di geografia umana, e queste due macro-categorie includono una serie molto lunga di sotto-discipline diverse. Insomma, anche se la geografia economica e politica può farvi schifo (come a me), potreste trovare appassionanti gli urban studies, o la geomorfologia.

In questo blog pubblicherò ogni tanto qualche informazione, probabilmente più interessante che utile, relativa a una di queste sotto-discipline geografiche. Non posso prevedere cosa deciderò ogni volta di pubblicare, ma probabilmente salterò da un argomento all'altro senza pretesa di continuità :)

Ah, il titolo del blog deriva dalla mia passione esagerata per la geomatica (il “moderno”) e il grande interesse per la cartografia storica (l'“antico”), quindi probabilmente vi troverete più post relativi a queste due categorie rispetto alle altre.

Con questo chiudo e prossimamente pubblicherò il primo “vero” post, appena avrò deciso l'argomento...

 
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