Reader

Read the latest posts from log.

from Ore liete


O nelle zone da picnic e nelle località di villeggiatura più rustiche, più o meno sono uguali. Parlo del Sud, magari al Nord l'impostazione è diversa; parlo di quel che ho visto nei decenni e, a margine, la villeggiatura non esiste più o quasi.

Eh sì, parlo proprio di impostazione, perché sembrano tutti arredati dalla stesse figure professionali, ovvero i proprietari e, probabilmente, è una cosa in famiglia. Non dei proprietari specifici, proprietari come idea, il concetto di proprietari.

Fuori, c'è un muro intonacato. Bianco, giallino al massimo, ma intonacato, possibilmente screpolato. Consapevole e vittima del passare dei decenni, insomma. L'insegna è molto semplice, solitamente una lastra di plexiglass bianca con delle lettere blu o rosse (più spesso blu, perché il rosso è troppo facilmente macelleria), molte volte a rilievo. Le insegne di una volta erano così. Sono illuminate, internamente, da più neon, alcuni dei quali indecisi o, semplicemente, non funzionano.
L'interno è minimamente illuminato, spesso più dalla luce che filtra che dai neon. Il neon è ricorrente, è la tecnologia predominante in quegli ambienti. Ci sono scaffali più attenti alla sostanza che alla forma, quando non proprio scaffalature da ferramenta su cui esporre anche articoli non commestibili: secchietti e palette, palloni, bombolette di gas da campeggio, altro che possa servire al turista pendolare di passaggio. Alcune di quelle cose sono lì da anni, imballaggi scoloriti, palloni flosci.

Poi, c'è il banco della salumeria, ovviamente vecchio come il resto dell'arredo, ha visto l'inaugurazione del negozio, è rischiarato da una luce da autopsia, ospita salumi, formaggi e contorni molto rustici e poco stellati.
Una cesta coi panini alle spalle e, possibilmente, il classico frigorifero a pozzetto per i gelati, *“prendeteveli da soli.” Spesso bianco, a volte addirittura di quelli con le pareti marroni e qualche adesivo di gelati che non esistono più, di quelli che affiancavano un nomignolo regionale al nome ufficiale; il nomignolo era più diffuso del nome.

Ai clienti di passaggio, mi ci metto anche io, non importavano/importano queste cose. Fermarsi in quelle botteghe è una tappa del giorno di vacanza, l'antipasto di momenti felici?, possiamo dirlo? Da bambini, lo erano quasi di sicuro, da adulti son diventati ricordi da... vecchi. Possiamo dirlo?

Vecchi o bambini, quelle salumerie parecchio alla mano, che ancora esistono e resistono, fanno parte dell'estetica della vacanza o, almeno, delle mie vacanze che furono.

 
Continua...

from Super Relax


Venerdì 15 maggio 2026, ho assistito a un passaggio rapido del tappone appenninico del Giro d'Italia, partenza a Formia e arrivo in Abruzzo, sulla salità del Blockhaus, dopo 245 km e 4.600 metri di dislivello.
È stato un momento decisamente fugace, perché in pianura i professionisti tengono velocità che non riesco a tenere neanche praticamente neanche in discesa.

Il secondo incontro col Giro della mia vita, a distanza di oltre 40 anni: chissà se avremo modo di reincontrarci. Allego qualche foto di quelle che si sono salvate, è la prima volta che ho fotografato soggetti in movimento.

Ciclisti professionisti ripresi lateralmente, in sfondo la gente si gode il passaggio della gara e scatta fotografie.

Quintetto di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara.

Gruppo di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara. In completino giallo e nero, con cachetto rosso, Jonas Vingeegard, uno dei ciclisti più forti delle gare a tappe degli ultimi anni.

Gruppo di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara.

 
Continua...

from balnibarbi

Gli eventi sociali mi prosciugano. Posso divertirmi, stare con persone che mi piacciono, può essere un ambiente tranquillo, ma mi polverizzano lo scheletro sempre. A volte anche una persona alla volta, basta che non sia estremamente intima o convivente.

Il peggio “altro” possibile è l'istituzione. L'età e la pratica mi avvicinano sempre di più ad un'interfaccia taoista/zen nei confronti del mondo esterno ma fra i limiti più ostici c'è l'ipocrisia e la pratica disumana di istituzionalizzare, impacchettare, inquadrare, intellettualizzare la sensibilità creativa di chi spontaneamente si trova di traverso nella matrice e ha il coraggio di restarci. Vivo in bolle e in tane. Metter la testa fuori per approvvigionarsi è sempre più faticoso.

 
Continua...

from « P a r r o c c h i e »

Vale la pena soffermarci e riflettere un pò più a fondo sulle vere dinamiche dei social media attuali. Sempre per analizzare la presenza cattolica in rete, che al momento è quasi tutta lì.

Essendo un informatico, vengo a conoscenza di informazioni che per la gente comune non sembrano avere importanza, ed invece hanno un'importanza sostanziale.

Iniziamo.

I social media sono piattaforme per fare soldi. Questo è ormai assodato, ed è anche assodato che per fare questo vendono i nostri dati alle aziende e cercano di tenerci il più possibile davanti allo schermo per servirci la pubblicità di questo e quest'altro prodotto. Fin qui, sono notizie di dominio pubblico e non ho detto nulla di nuovo.

Ma perché sono tossiche e perché ci ingannano?

Sicuramente avrete sentito parlare della famosa “dopamina”. La dopamina è un neurotrasmettitore che agisce come messaggero chimico per permettere la comunicazione tra le cellule nervose nel cervello e nel corpo. Svolge un ruolo cruciale nella regolazione di movimento, umore, motivazione, attenzione e nei meccanismi di ricompensa e piacere, incentivando la ripetizione di comportamenti gratificanti.

Ebbene, nel nostro caso la dopamina è quella sostanza che viene prodotta in grande quantità dal nostro stesso corpo, quando scorriamo il feed di FB, IG o TikTok. Ci spinge a rullare di continuo, alla ricerca di un contenuto interessante o divertente. La dopamina, in grande quantità, è simile ad una droga. Non ci accorgiamo del tempo che passa, e sprechiamo una grossa parte del nostro tempo come criceti in una ruota, che non si ferma mai.

Questa dipendenza da dopamina non è una dipendenza lieve. Provate a far cancellare TikTok ad un adolescente, oppure a far disinstallare IG ad una giovane ragazza. Non ci riuscirete mai, perché, appunto, si tratta di una vera e propria dipendenza, che causerebbe una crisi di astinenza abbastanza pesante.

La tossicità ha ormai raggiunto livelli inaccettabili. La sovraesposizione alla dopamina causa, dopo diverso tempo, uno stato quasi catatonico, di disinteresse per tutto ciò che è al di fuori del proprio smartphone.

Passiamo ora al grande inganno, costruito dagli algoritmi. Faccio un esempio: condivido un video dove costruisco un galeone e ricevo dei like. Questi segnali di apprezzamento, non sono tutti spontanei. E' l'algoritmo che spinge il mio contenuto nel feed di chi è appassionato di velieri o di barche in genere. La mia convinzione che la costruzione di modellini attrae tante persone, in realtà è completamente sbagliata. Non è il mio contenuto che attrae, ma è l'algoritmo che spinge altri utenti a vedere il mio video. La differenza è sostanziale, perché se il mio video diventa “virale” (e non per merito mio), tutto il movimento attorno ad esso viene sfruttato per vendere più pubblicità. Risultato: la piattaforma ha guadagnato dei bei soldini su di me, facendomi credere di essere un mago del modellismo. Non finisce qui. Magari avrò anche tante persone che mi seguono, e crederò di essere diventato un “influencer”. Nella realtà, un altro algoritmo sfrutta questa mia convinzione per spingere a condividere più contenuti, e sempre più spesso, fino a quando impegnerò tutto il mio tempo libero (e oltre) per girare video nuovi. In pratica, sono diventato “schiavo” del sistema.

Come se ne esce?

E' molto difficile uscirne. Occorre molta consapevolezza e molta forza di volontà. Il sistema ha plasmato i nostri pensieri a tal punto che solo a pensare di uscire già stiamo male. E troviamo mille scuse. Ci convinciamo che uscire significherebbe mettersi in disparte, non fare più parte della società. Ma adesso, con la testa sempre bassa sullo smartphone, di quale società facciamo parte? della società degli “zombie”, degli schiavi di un sistema in mano a pochi multimiliardari, che ha un solo obiettivo: fare più soldi.

Il discorso è molto ampio, e magari ne riparleremo più in là. Occorre prima di tutto una consapevolezza informatica, sapere cosa stiamo usando e gli effetti che può avere su di noi.

Buona serata. Namasté

 
Continua...

from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Questo articolo parlerà, come mio solito, di scienze sociali e massimi sistemi, ma per una volta sarà prevalente il taglio autobiografico da vero e proprio diario online. Se non vi interessa, pregovi di passare oltre senza insultare (per favore :( ).

Quando mi sono trasferito a Milano, nel 2023, sono entrato in un gruppo di volontariato che erogava innanzitutto forniture alimentari nei quartieri di Turro-Gorla e di Lorenteggio-Giambellino, ma mirava a occuparsi anche di diritto all'abitare, nel quadro più ampio di contrastare il carovita e la speculazione edilizia. Visto che sulla città incombeva la spada di Damocle delle Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026, mi chiesi se ci fossero modi per fare agitpropaganda contro l'economia rapace dei grandi eventi, e trovai uno spunto nella memoria dei moti di Reggio Calabria del luglio 1970-febbraio '71. Per chi non lo sapesse (immagino, chiunque non sia un secchione sinistronzo come me) il capoluogo della regione Calabria doveva essere (e tuttora è) collocato a Catanzaro, ma la sezione reggina del Movimento Sociale Italiano colse l'occasione per scatenare in città mesi e mesi di tumulti di protesta, grazie ai quali i neofascisti si costruirono un notevole consenso locale e strapparono importanti meccanismi di clientele al governo nazionale... ovviamente senza che, alla fin fine, il capoluogo fosse davvero spostato a Reggio; fra le altre cose, il 22 luglio '70 ci fu un incidente ferroviario mortale alla stazione di Gioia Tauro, e se la magistratura non ha mai del tutto chiarito i fatti, molta storiografia (me compreso) lo annovera fra le stragi dinamitarde neofasciste del '68-'80, assieme a piazza Fontana, il treno Italicus, piazza della Loggia e la stazione di Bologna. E lo annoveriamo come tale anche perché cinque giovani militanti della Federazione Anarchica reggina, in nemmeno due mesi, misero assieme un dossier di controinformazione che collocava i moti di Reggio entro un più ampio disegno nazionale di eversione nera... e furono ammazzati il 27 settembre in un incidente stradale proprio mentre protavano il plico a Roma, alla redazione del settimanale anarchico «Umanità Nova». I loro nomi erano Gianni Aricò, Annelise “Muki” Borth, Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso, gli “anarchici della Baracca”, e per chi si riconosce nella A cerchiata rossa e nera, i loro nomi sono stelle polari, assieme a quelli di Giuseppe “Pino” Pinelli e Franco Serantini.

Ora, al di là del sacrificio di sangue pagato dal movimento anarchico, tutte le formazioni di Sinistra calabresi fecero del loro meglio per sviare la popolazione dalla demagogia dei missini e dimostrare che la povertà strutturale della Calabria non si sarebbe certo risolta con una guerra fra poveri per accaparrarsi la mangiatoia della pubblica amministrazione regionale: l'apice fu raggiunto nel settembre '72 con la marea umana di operai del Nord (e chissà in quanti erano meridionali migrati) confluiti a Reggio per una manifestazione nazionale, narrata ne “I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini, ma già l'anno precedente il Partito Comunista reggino aveva commissionato agli omologhi bolognesi una canzone di propaganda ad hoc: “La rabbia esplode a Reggio Calabria” del Canzoniere delle Lame.

Ebbene, io sono nato e cresciuto in Lombardia ma mio padre è nato e cresciuto proprio in provincia di Reggio ed era bambino durante i mesi dei moti, e a quanto pare mio nonno paterno, in quei giorni, tolse il saluto a un cugino (ben più ricco) che si era schierato coi missini. Per cui, la riscrittura della canzone venne da sé: mi bastò scambiare il sindaco reggino Pietro Battaglia con il meneghino Giuseppe Sala e il suo assessore Piefrancesco Maran, e sostituire il rione delle Sbarre, periferia della periferia di Reggio, con i quartieri popolari milanesi storicamente dormitorio per i migranti prima padani, poi meridionali, ora terzomondisti. Poi certo, aggiunsi la lobby cattolica di Comunione & Liberazione, da decenni una potenza entro la Destra lombarda, e quanto alla mafia..., ah la mafia non manca mai.

«Contro le Olimpiadi di Milano-Cortina»

Piazza Corvetto esplode: / la miccia brucia già Ma chi l’ha accesa / sono gli stessi / che ruban case qua. Quest’Olimpiade serve / solo al PD e ai mafiosi per ottenere ancor più potere / di quello che hanno già Maran e Beppe Sala servon da copertura dietro han le banche, i palazzinari pure Ci-Elle e Lega. Che importa dare un tetto / alla povera gente? Che cosa importa se chi lavora / non può comprare niente? Piazza Loreto esplode: / la miccia brucia già Ma chi l’ha accesa / sono gli stessi / che ruban case qua. Musocco, San Siro, e Gola / la gente insorge già contro gli sfratti, contro la fame, contro questo PD! Fascisti con le guardie, mafiosi col potere i proletari sole le braccia hanno da far valere. Padroni i vostri giochi / vi esploderanno in mano Perché Milano a questo schifo / ora risponde no! Milano adesso esplode / la gente adesso sa contro chi deve usare la rabbia / la mafia non passerà.

Alla fine non la incidemmo mai, questa riscrittura. Il gruppo di volontariato è andato pressoché in bancarotta, io ho cambiato quartiere e mi sono spostato su altri progetti un filino più solidi, le Olimpiadi del 2026 sono andate e venute lasciandosi dietro le proprie macerie di opere inutili, e purtroppo non siamo statu capaci di fare i tumulti “contro il PD e i mafiosi”; certo, a Settembre 2025 si è vandalizzato il cantiere dell'ennesimo grattacielo obbrobrioso eretto dal solito architetto ammanicato, ma poca roba, niente di paragonabile ai moti contro l'Expo 2015, che comunque non furono neanche lontanamente sufficenti.

Per cui, piuttosto che lasciarla per sempre nel mio taccuino, la pubblico qui, la mia poesiola; una piccola testimonianza di cosa sognavamo di fare a Milano in attesa della tempesta delle Olimpiadi, un tassello su cui costruire i progetti da qui al 2030 e oltre... un filo riannodato nella storia della mia famiglia, di quel percorso tortuoso che l'altro ieri ci vedeva sottoproletari nella Piana di Goia Tauro e ora alto-proletari fra la profonda Brianza e le periferie di Milano. Da cinquant'anni classe lavoratrice, da cinquant'anni gente del Sud testardo e martoriato, di quel Sud che va da Lampedusa a certi quartieri popolari, qui in Padania, che “etnicamente” fanno provincia a Reggio, a Napoli o a Bari.

Nei miei trent'anni di vita ho certamente dovuto affrontare tanto razzismo antimeridionalista interiorizzato, e tante tensioni sociali con quella parte della mia famiglia che la mia visione di mondo non la sposa (anzi), ma quando ripenso alla presa di posizione di mio nonno, ai trascorsi da sindacalista di mio padre, e alla pacata flemma mediterannea che riconoscono in me sia i compagni e le compagne polentoni, sia quellu che come me sono figliu della Diaspora terrona, oggi non ho dubbi: almeno in parte, su calabrisi e calabrisi sugnu [...] fazzu li cosi mei cu’ forza e ‘mpegnu e casa mia, come posso, la difendo. Come la cinquina della Baracca ieri, come le case occupate di via Emilo Gola oggi, come chiunque arriverà domani a lottare con noi.

Da Reggio a Milano, ogni città trasformata, solidarietà, non più “libero” mercato; con tanti abbracci e tanta commozione noi ancora la vogliamo, la rivoluzione.

 
Continua...

from balnibarbi

Dall'ultima volta in cui ho avuto un weblog sono passati almeno quindici anni. Era già un'evoluzione della mia presenza sull'internet, anche di quella relazionale. Se ne parlava all'inizio degli anni zero su IRC. Ero andata a vedere se ce n'era qualcuno italiano. Leggere diari intimi ha sempre lenito il mio senso di solitudine e in quel caso non erano scrittori pubblicati, ma qualche nerd spaesato come me che, senza l'aspettativa di avere più di cinque lettori riusciva a rimanere fra la spontaneità di un diario segreto e la sensazione di essere potenzialmente ascoltati, tipo parlare da soli mentre si passeggia in montagna. Grado di pubblicità: meno che lasciare un quaderno sul tavolo in una casa dove vivono altre persone, più che corrispondere con un amico intimo. È stato un momento durato pochissimo, forse meno di un anno, poi ho capito che molta gente si impegnava tanto per essere vista. Sono arrivate features come i contatori di visitatori, i commenti ai post, i link, i contenuti multimediali, la lista degli altri blog seguiti, i tag. Poi dopo tanto ancora i premi, i blogger di mestiere, i banner pubblicitari, i raduni, i feed RSS.

Nessuna nostalgia e neanche nessun fastidio. A pensarci sono sentimenti che in generale ho provato poco e ora forse non provo più. Questo post è più un tentativo di sblocco che utilizza un argomento aleatorio. Forse questo ritorno a un livello semi-segreto in cui esistere potrebbe tornare propizio all'output diaristico.

 
Continua...

from Storieparole

Agguanto il testimone passatomi da zompetto e con gratitudine mi slancio a proseguire questa staffetta della Sagra Indie Web. Il tema che vi propongo per questo mese di maggio è comunicazione, parola che a me piace molto perché idealmente associata a due termini che mi sono cari: comune e azione. Non si può fare comunicazione senza agire: azione è la parola del fare, del mettersi in gioco in prima persona per ottenere un cambiamento di stato – dalla quiete al moto, da qui a lì, dalla tenebra alla luce o qualsiasi altra cosa vi baleni nella mente. Comune è nostro, né mio né tuo, ma condiviso e, se vogliamo, anche diffuso, non elitario: un oggetto comune è qualcosa che si trova facilmente, il cui nome è noto e cui spesso si fa ricorso, quindi qualcosa di utile e non superfluo.

L’etimologia, al di là di ciò che è il mio sentire, mi dà ragione e, anzi, amplia ancor più il valore di questa parola, facendola derivare dal latino communis, a sua volta composto dalla preposizione cum e dal sostantivo munus, che significano rispettivamente con, insieme a e dono, ma secondariamente anche incarico e infine dovere. Comune è, dunque, un dono da condividere o un incarico da compiere coralmente e, finalmente, un dovere da affrontare insieme. Partendo da una radice tanto ricca e florida, la comunicazione dovrebbe pertanto adempiere a questi tre compiti insiti nella sua natura e sanciti sin dal 1700 dall’abate Egidio Forcellini e dal suo buon amico e maestro Jacopo Facciolati, allorché inserirono il vocabolo nel Lexicon Totius Latinitatis, la Bibbia di ogni lessicista.

Comunicare, nel senso di ricevere un dono, implica un duplice impegno: da un lato, il donatore, dovrebbe sentirsi in qualche modo obbligato a cedere qualcosa di prezioso, di utile, di gradevole e gradito; dall’altro, chi riceve il dono, dovrebbe parimenti sentirsi obbligato a restituire l’attenzione ricevuta. È a questo punto che la riflessione su cosa e come debba essere la comunicazione inizia a farsi interessante, perché tra dire, parlare, blaterare, sproloquiare e comunicare ci sono enormi differenze. La comunicazione, per essere tale, deve essere: – mirata, avere cioè un obiettivo che soddisfi tutti coloro che sono coinvolti; – condivisa, svilupparsi su un terreno comune (se io parlo in inglese di uncinetto e tu mi rispondi in tedesco di botanica entrambi stiamo parlando, magari anche sorridendoci e aspettando ciascuno educatamente il proprio turno, ma è chiaro che non stiamo comunicando); – sociale, devono esserci almeno due soggetti affinché si possa comunicare, altrimenti siamo di fronte a un monologo o a un soliloquio (e, sì, questo vale anche per tutti i «Ti lascio un vocale, così lo ascolti quando vuoi…»: mai, non lo ascolterò mai, perché io voglio comunicare e se desiderassi assistere a un monologo me ne andrei a teatro!) – azione: come dice la parola stessa, la comunicazione non può essere un oggetto statico, bensì un processo che richiede azione, un movimento che coinvolge in maniera attiva, comune e partecipe i soggetti, quasi fosse una danza lessicale e semantica. E, proprio come in una danza si condivide uno spazio comune rispettandosi a vicenda ed evitando di prestarsi i piedi, in una comunicazione ciascuna parte dovrebbe avere la stessa importanza, mettendo in comunione un valore condiviso, in un perfetto equilibrio privo di egocentrismo.

Quanto e come, oggi, si faccia o meno comunicazione aspetto di leggerlo con vivo interesse nei post di coloro che parteciperanno alla #SagraIndieWeb di maggio. A presto!

Comunicazione... e l'arte di David Revoy

 
Continua...

from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

È inizio Maggio, sono indietro di due mesi, ma quel reazionario guerrafondario del mio insegnante di scienze motorie delle superiori mi inculcò che “barcolli, ma non molli”, per cui ecco il mio articolo di Marzo per la Sagra Indie Web del Fediverso italiano lanciata dal mio admin locale Ed Tamarro & Antifascista (sì Ed, continuerò a citare in ogni intro il tuo nick mensile, stacce).

Bilanciare i pixel e gli atomi (di nuovo)

Scrivo queste righe dopo una primavera piuttosto piena in cui, fra le altre cose, ho rivalutato il concetto stesso di social network, siccome a fine Aprile ho abusato del mio profilo Mastodon per berciare sulla pubblica piazza certi miei pensieri aggressivi, senza filtraggio preventivo né rispetto per chi poteva soffrirne... il che, due anni fa, fu lo stesso punto di non ritorno dopo il quale sono fuggito da Instagram, ragion per cui penso ancor più di prima che il concetto stesso di social network tiri fuori il peggio di me (e “forse” non solo di me) e che ci converrebbe fare due passi indietro verso il web dei siti tematici e dei forum, pensandolo come strumento per rafforzare la vita nel mondo reale anziché per sostituirla... ma di questo riparlerò se e quando riusciremo a cucinare qualcosa con le ame hacker qui a Milano (se mi leggete, ciao regaz <3).

Per cui, dicevo, sono un po' di giorni che ho ridotto la mia esistenza virtuale per, proverbialmente, toccare di più l'erba, e mi sono lanciato in avventure inconcepibili al me tredicenne che stava tappato in casa davanti alla Nintendo Wii... tipo scendere al bar sottocasa un giovedì sera di inizio ponte, alzare un pochino il gomito e flirtare con un'affascinante persona sconosciuta che è avventrice assidua (se mi leggi, ciao anche a te <3). A sapere che mi accingo a parlare di videogiochi, fresco di un'avventura del genere, il mio cugino quasi quarantenne buon padre di famiglia (sic) rispolvererebbe i cari vecchi argomenti a sfavore del digitale tutto, presentandoci come auto-evidente che bisogni “spegnere il piccì e andare a sc*pare” (immaginatelo detto con inflessione calabrese di Reggio).

Per quanto sarei tentato di dargli ragione e concludere almeno questo articolo, per una volta, con una posizione garbatamente conservatrice, in effetti ci tengo troppo al patentino di intellettuale di sinistra sfaccendato, per cui mi toccherà esaminare la posizione del Cuggino ed estrapolarne ciò che può servirci.

Discere ludendo (per la gente normale, “imparare giocando”)

Da insegnante di ruolo ma ancora in gavetta, mi accorgo sempre di più che non sarei mai diventato un drago in storia e geografia senza lo stimolo dei videogiochi di simulazione politica-militare: tuttora le mie lezioni di storia del Mediterraneo antico prendono le mosse da suggestioni di storia militare romana imparata tramite la serie Imperium, e dentro di me vorrei tanto poter valutare lu studentu sul colonialismo europeo rinascimentale mettendo davanti a ogni allievu una qualche versione semplificata di Europa Universalis e assegnando l'incarico “Scegli una civiltà amerindia, cerca di respingere i coloni europei e relazionami come hai vinto oppure fallito”. Allo stesso modo, i simulatori di capitalismo mercantile come Anno e Patrician mi hanno insegnato concetti economici di base quali filiera produttiva, domanda e offerta, e partita doppia (oltreché tangente), e devo alla mia breve incursione nella simulazione di guerra meccanizzata di Company of Heroes 1 (ma francamente preferivo il fratello maggiore fantascientifico WarHammer 40k: Dawn of War 1) la scoperta che il retro dei carriarmati è costitutivamente più delicato del muso (sperando che questa nozione non mi serva mai durante una ferma militare...). Allo stesso modo, il mio vocabolario e la mia percezione dei meccanismi drammaturgici devono non poco ai videogiochi dalla forte impronta narrativa: certamente sono in debito con avventure punta-e-clicca classiche quali i Monkey Island dal 1 al 3 (non ho amato il 4 e il 5 mi è rimasto colpevolmente a metà), i Runaway (solo 1 e 2, mi impantanai subito con il 3) e i Sam & Max (sia Hit the Road sia Save the World... che scopro or ora essere stato pubblicato vent'anni fa, porcoddue), ma ricordo con affetto pure il mio primo videogioco di ruolo, il tenero e derivativo Puzzle Quest 1 con i suoi comprimari monodimensionali e matti in culo... e sopratutto Life is Strange 1, la più bella avventura parla-e-scegli di sempre (sì sono molto obiettivo, lo so...), quella che a 20 anni mi mise nei panni di una ragazza mia coetanea e socialmente impedita al quinto anno di superiori (insomma, la me di due anni prima), ma dotata di tutti gli strumenti per trovare la propria gente e costruirsi una comunità affiatata e felice, ivi compresa la possibilità di pomiciare sia con il nerd assurdamente impacciato sia con la punk un po' teppistella. A distanza di più di un decennio, Maxine Caulfield di LiS 1 resta una delle mie eroine immaginarie del cuore, oltreché la protagonista dell'unica fanfiction che io abbia mai scritto e pubblicato (non ci credo, compirà 10 anni esattamente due settimane dopo la stesura di questo articolo)... e l'anello di congiunzione col prossimo punto del nostro discorso.

Vale più un'ora di gioco che un anno di conversazione

Gente ben più studiata di me (segnalo giusto il doc Francesco Toniolo, che è “amico di amici”) analizza da decenni la possibilità di insegnare col gioco gli elementi tecnico-disciplinari delle materie scolastiche, non solo per l'ambito umanistico di cui mi occupo io ma vieppiù per gli ambiti scientifici facilmente allenabili attraverso il rompicapo logico-matematico (scommetto che tutti gli ingegneri che mi leggono siano giocatori di Factorio oppure di InfiniFactory); e del resto, a ben vedere, i miei primi videogiochi sono stati proprio software di edu-intrattenimento progettati per rafforzare la prima alfabetizzazione, per lo più enigmistica animata e musicata prodotta dalla benemerita DeAgostini (molti anni dopo, ho insegnato spalla a spalla con una docente di inglese che lavorava per loro ai contenuti di anglistica, e scoprirlo mi ha fatto sorridere), più un titolo sviluppato dai Walt Disney Interactive Studios a tema Winnie Pooh (sì, ho imparato i punti cardinali con il minigioco in cui si doveva guidare Tigro su una mappa del tesoro). Di converso, negli ultimi (almeno) dieci anni si baltera tanto di sviluppare nei discenti le soft skills e trattare dettagliatamente l'Educazione Civvvica come percorso interdisciplinare, il che, se volete la mia, è la solita porcheria aziendalista per togliere dignità e urgenza allo sviluppo (diciamolo come si deve) delle facoltà sociali-relazionali e della sensibilità politica, sì da intrappolarci in una società atomizzata ed egoista (ma di questo parlo già troppo...); e che c'entra questo coi videogiochi, chiederete voi? C'entra, perché la mia partita a Life is Strange 1 ha dato al me ventenne socialmente impacciato degli strumenti di analisi e azione sul mondo che successivamente, piano piano e giorno dopo giorno, ho messo a frutto nel mondo reale, fino a diventare così socialmente capace da riconoscere un'anima affine al bar sotto casa e instaurarci un'interazione significativa e bella. Allo stesso modo, ormai due anni fa, il delizioso Unpacking mi ha fatto esperire una narrativa emergente in cui noi utenti ricostruiamo l'esistenza dell'eroina disfacendole i bagagli dopo ogni trasloco della sua vita... esperienza che mi ha preparato al mio, di trasloco dalla cameretta in affito all'appartamentino di proprietà (con una tappa in ostello). E ancora, che dire di Hades 1, un gioco che a livello prettamente meccanico abitua alla pazienza e alla perseveranza, perché paziente e perseverante è il dio greco Zagreo nella sua fuga da casa, atta a mettere la giusta distanza con i suoi immortali parenti e, incidentalmente, a rimettere ordine nei propri rapporti sentimentali con Lui, Lei e l'Altra (sì, giocandoci mi sono convinto ad andare a vivere per conto mio e a praticare attivamente il poliamore)? E poi, come non citare Persona 5 Royal, il videogioco mainstream più komunista mai uscito da una compagnia giapponese, in cui uno studente di campagna trasferito a Tokyo impara a coltivare i rapporti sociali nella grande città e a tenere in piedi un collettivo scolastico di agitpropaganda in salsa urban fantasy? L'ho concluso questa primavera, dopo anni che lo giocavo in grossi spezzoni intervallati con grosse pause (ho anche fatto in tempo a far mettere l'eroe con la personaggia che più assomigliava alla mia morosa dei tempi), ed è stato commovente congedarmi dai Ladri Fantasma nel momento in cui, ufficialmente, ho dimesso i panni di campagnolo fuori sede che portavo all'avvio della partita, e ho indossato la maschera di adulto naturalizzato nella grande città.

Dove voglio arrivare, con questa mia raffica di fatti miei? A comprovare che il medium videogioco è medium, quindi comunicazione culturale, quindi non solo può trasmettere contenuti tecnici e/o allenare al pensiero logico e astratto, quindi risultare “educativo” nel senso libresco del termine, ma può allenare i muscoli dell'emozione e della socialità, e lo sappiamo bene che l'homo sapiens è animale sociale.

Otro mondo es posible

Non mi stanco mai di raccontare che la mia educazione politica è merito di Zerocalcare e del suo lavoro indefesso per costruire un immaginario eroico attorno a noi sfigatu malandatu della Sinistra di movimento. Non mi stanco mai neppure di sostenere che il mondo stia andando sempre più a rotoli da una ventina d'anni, dopo che la sconfitta del G8 di Genova ha massacrato il movimento No Global e la fase di Onda Anomala, Occupy Wall Street eccetera non ha saputo reagire con abbastanza forza alla crisi economica del 2008. Ora, vi faccio notare che, nelle sue memorie a fumetti, Calcare non nasconde mai che la sua generazione aveva accesso alle PlayStation 1, console supremamente facili da piratare e con una libreria di titoli stratosferica, in cui il gioco komunista per eccellenza era quel Final Fantasy VII in cui una cellula ecoterrorista combatte contro un mercenario pazzo che ha disertato le milizie private di una multinazionale; ma quella generazione aveva ancora accesso alla sala giochi, lo spazio aggregativo nazionalpopolare dove il bar di quartiere conviveva con l'angolo hobbistico in cui giocare spalla a spalla a Metal Slug oppure testa a testa a Street Figther... e chissà se poi non si limonava sul retro, magari fra due maski che ancora per vent'anni non avrebbero potuto certo definirsi “gaymer”, o fra due ragazze che magari già si beccavano brutte occhiate perché uniche avventirci donne, figurarsi far sapere che erano “leccaciuffe”... o magari si formava la comitiva per andare tutt'assieme al concerto di musica strana nel centro sociale occupato. E anche chi era un bravo bambino casa e chiesa, comunque la mancetta della comunione poteva investirla in un GameBoy con allegato Pokémon Rosso o Blu, e vai di baratto di figurine virtuali con gli amichetti, in un multiplayer locale che spostava la sala giochi nel parchetto. E infine, non scordiamo gli smanettoni matti capaci di far girare sui computer giochi astrusi e intellettualoidi, gli stessi smanettoni probabilmente capaci di collegarsi a internet e aggiornarsi in tempo quasi reale sui fatti del mondo... tipo l'andamento dell'alterglobalismo tramite il network federato IndyMedia.

Oggi, che panorama videoludico hanno a disposizione le nostre giovani testoline? Un panorama videoludico coerente con lo stato generale del mondo virtuale. Console e computer sempre più costosi per l'inflazione galoppante, accesso relativamente facile a smartphone pensati, essenzialmente, come terminali dei social network centralizzati, una ludificazione dei social e del commercio online mirata a suscitare assuefazione... e un'offerta di videogiochi mainstream che sembra aver preso e rafforzato a bella posta i limiti peggiori dei Massive Multiplayer Online Games di una volta: enfasi sul gioco competitivo mordi e fuggi, demolizione delle possibilità di socializzazione fra utenti, gratuità apparente che nasconde acquisti ad abbonamento esacerbati con elementi di azzardo (e qui non neghiamolo, il boom dei giochi di carte collezionabili dei nostri tempi ha fatto da apripista). Non oso negare che ci siano delle ottime intuizioni di design alla base di Brawl Stars o Fortnite o Clash Royal (altrimenti non farebbero di certo milioni e milioni di utenti!), ma sinceramente mi pare che tali meriti vengano allegramente massacrati dall'infrastruttura imposta del modello commerciale assuefacente, e a momenti rimpiango i tempi in cui noi adolescenti di ieri bozzavamo con i genitori per mettere le mani su dei Call of Duty che erano “solo” propaganda imperialista yankee VM18.

Videogiocare a trent'anni

Scrivo queste righe dopo aver concluso, con una maratona un po' faticosa (non ho più 15 anni...), il delizioso strategico Unicorn Overlord, che ha saputo gasarmi il giusto con il suo lieto fine da storia high fantasy. Il giorno prima, uno stimato conoscente mi ha invitato a sorpresa al concerto milanese del compositore Nobuo Uematsu, e c'era un teatro di prestigio straripante di gente pronta a cantare e ballare sia sulle note dell'acid rock più recebte di Uematsu, sia sulla musica chiptune che rese Final Fantasy I un fenomeno di cultura pop nel lontano 1987. Il giorno ancora prima, ero a cena dal mio amico che fu mio partner ai tempi dell'università, e come ai vecchi tempi gli ho fatto da navigatore delle mappe mentre si dilettava con il simpatico sparatutto di fantascienaza horror Saros; abbiamo anche speculato sull'ipotesi di un sottotesto omoerotico achilleo, dopo i tanti colpi di scena saffici nei giochi della Sony odierna.

Nelle abusate parole del mio intellettuale cristiano preferito, il professor John Tolkien, l'arte di qualità è quella “escapista” nel senso di permettere a un prigioniero di resistere alla galera e concertare la propria evasione.

Ebbene, io lo dico spesso, su queste pagine web: il mondo moderno è una galera che ci vuole isolatu e interiormente distruttu, pertanto evadere significa anche co-spirare assieme per realizzare un'esistenza con-viviale. E se il sistema ci impone una vita grigia, la convivialità deve prevedere anche l'arte, un'arte che ci dia strumenti cognitivi e sociali funzionali alla nostra vita felice.

Per cui gente, io dico sì, ben vengano i videogiochi: ben venga l'edu-intrattenimento per insegnarci l'ingegneria gestionale e le grammatiche verbali, ben vengano i videogiochi competitivi che insegnano il fair play, ben vengano i videogiochi strappalacrime sugli amori omoerotici e il lutto per malattia, ben venga l'emulazione di titoli antichi, l'acquisto collettivo di opere nuovissime, e lo sviluppo di titoli indie fatto in tre amicu con un macinino che fa girare Linux. Ben vengano i cabinati dismessi dalla sala giochi ricondizionati nei circoli di quartiere, e negli spazi occupati. Ben vengano i videogiochi come strumento per spezzare l'eurocentrismo e conoscere le istanze e i pensieri di artistu che vengono dal Sud Globale.

Ben venga il videogioco, purché il virtuale intensifichi e rafforzi il reale.

Ben venga videogiocare, oggi, nel 2026, se il gioco diventa mezzo o premessa per abbracciarsi dolcemente con altre belle persone, e proporre loro di cambiare assieme il mondo.

 
Continua...

from @sirmarcoserra

Di sparizioni e ritorni – Log#02 sparizioni&ritorni

Mi rendo conto di essere un po' sparito. Da ragazzini c'era questa risposta a effetto, del tipo “si sparisce sempre in due”, e mi viene un po' da sorridere: decisamente non è questo il caso.

Perché effettivamente sono sparito, o quasi. Nessuna canzone in un anno e mezzo, i poetry slam li avevo accannati già prima. Non ricordo neanche più quale sia stato l'ultimo. Attività “artistica” sui social non reperita, e da gennaio ho pure disinstallato IG dal cellulare.

Mi viene da chiedermi se qualcunx se ne sia accorto. Se a qualcunx io sia in qualche modo un po' mancato. [che fai ti sorprendi? per un po' ho girato l'italia di tasca mia per recitare poesie davanti a sconosciuti che ti danno un voto, non dovrebbe sorprenderti se a volte mi]

Ma un po' mi dispiace, perché al di là del mio apporto oggettivamente quasi nullo al movimento artistico italiano, e al di là d'un certo-qual-simil-narcisismo-nondiagnosticato-latente, là fuori c'era davvero qualcunx che credeva in me (probabilmente più di quanto non ci credessi io, col senno di poi). Lo so perché me lo avete detto, qualcunx mi ha ringraziato, me lo ricordo e ci posso giurare, per le mie parole o per la mia storia ed averla messa a nudo su un palco, ed io quei grazie ora non posso far altro che tenermeli caldi in tasca nell'attesa. [l'attesa che]

Perciò ora, ora ahinoi, ora non riesco a non sentirmi non dico colpevole, ma almeno responsabile, e non solo nei miei confronti, anche nei confronti di quelle persone, le persone che mi hanno detto: “non smettere!” e invece ho smesso, [o meglio ho rallentato, ma il problema è che a un certo punto ero talmente lento da essere praticamente fermo, ed è successo senza accorgermene, anzi di sicuro se piazzi l'origine del sistema di riferimento su un vagone, uno qualunque, del treno della vita, ed ignori tutto il resto, e consideri solo il mio stato di quiete rispetto al moto di tale vagone di tale treno della vita, o rispetto a quello ancora più rapido del mercato di oggi, che dico del mercato?, dell'industria, allora di sicuro il mio moto sarà senz'altro un moto in senso opposto, retromarcia relativa] non riesco a non sentirmi responsabile, dicevo, di questo silenzio.

Le persone che stanno in silenzio e si sentono responsabili di tale silenzio di solito hanno due opzioni rispetto al silenzio: assecondarne l'inerzia o romperlo. Io per un tot ho seguito la a) ma sento che ora mi sta stretta e quindi andiamo di b). Ma come procedere?

La questione è delicata, layerata. E per snocciolarla devo prima sbucciarla, ma non per buttare la buccia. Sacrilegio: sono contro lo spreco alimentare [e comunque la maggior parte delle bucce che buttiamo sono in realtà commestibili, e anzi la parte più nutriente del frutto stesso, tu dirai eh ma allora i pesticidi?, io ti risponderò: sfatiamo questo mito, evolviti caro, siamo nel terzo millennio, l'essere umano si è ormai adattato ai veleni che lui stesso ha progettato, altrimenti saremmo già tutti morti, anche i sassi sanno che siamo fatti al 70% di microplastiche e si sa che le plastiche sono immuni ai pesticidi, e se anche così non fosse sarà selezione naturale, no? tu continua così e non mangiarti questa buona buccia zuccherina e piena di kryptonite, così alla prossima nucleare avrai le difese immunitarie bassine, è la legge del più forte e da che mondo è mondo è mondo è molto noto che la forza della frutta risieda nella sua buccia che come uno scudo la protegge da]

E quindi è deciso: partirò dalla buccia, cioè dallo strato più esterno, che è quello che vedi. E quello che vedi di questo mio goffo ritorno [?] è che tutte queste minchiate che leggi sono su questo sito che sembra un blog e che si chiama log. E quindi la prossima volta, se mai ci sarà, parlerò di perché sto scrivendo qui, e del perché al momento non ho intenzione di tornare indietro. Poi vediamo.

Abbi cura di te,

MS


24 aprile 2026, su un treno tra Zurigo e Milano

 
Continua...

from CollettivoCasamatta

Alcuni contributi dalla manifestazione a Pesaro per un 25 Aprile resistente contro fascismo e imperialismo

Oggi più che mai, in occasione delle celebrazioni per questo 25 aprile, riteniamo necessario non soltanto rendere onore all’eroica resistenza dei partigiani che hanno liberato l’Italia dal giogo nazifascista, ma anche ricordare, in quanto collettivi e organizzazioni dichiaratamente antifascisti, l’evoluzione degli strumenti di repressione del dissenso impiegati dal fascismo. La criminalizzazione delle idee radicalmente antifasciste, ovvero rivoluzionarie, orientate alla costruzione di un’alternativa socialista, per cui molte bande partigiane si sono battute, a cui hanno dedicato la propria esistenza, è oggi più che mai sotto aspra minaccia. L’intensificarsi delle misure violente e securitarie ha infatti come obiettivo dichiarato, esplicito, le nostre organizzazioni, i nostri compagni e le nostre compagne. Bisogna ricordare come prima della fondazione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, creato tra la fine del 1926 e l’inizio del 1927 tramite una tra le più becere leggi fascistissime, che colpì in prima istanza gli avversari politici del regime, il partito fascista si servì – piegandoli ai propri scopi – di quegli stessi istituti liberali che ancora oggi si vogliono considerare roccheforti per la tutela dei diritti delle persone, per la salvaguardia delle loro esistenze, introducendo tutta una serie di crimini – l’associazione a delinquere, i reati di stampa, l’espatrio clandestino – capaci di trasformare in reato perseguibile l’idea, l’intenzione, l’appartenenza politica: in breve, l’antifascismo.

La storia, la nostra storia, ci ha già raccontato di come all’antifascismo come crimine il regime fascista non giunse rompendo una volta per tutte con le leggi liberali, ma ci arrivò prima torcendo progressivamente quelle stesse leggi, insinuandosi in maniera parassitaria nel loro corpo, ma senza sostituirlo; ci ha raccontato, cioè, di come le garanzie a tutela delle nostre vite non sono e non saranno mai abbastanza protette soltanto dagli istituti liberali della democrazia borghese entro la quale ci tocca vivere. Per questo oggi è fondamentale riconoscere i segni di una trasformazione che, pur nelle differenze storiche, presenta dinamiche già patite cento anni fa, tra sangue e torture, da compagni e compagne.

Lo abbiamo visto con la proposta di “riforma della giustizia”, con quella di riforma della legge elettorale, e più palesemente con lo squallido decreto sicurezza approvato giusto ieri dalla camera, volto ad annichilire il più elementare accesso al diritto alla difesa per le persone migranti, a facilitare gli sgomberi – con la conseguenza peraltro di soffocare gli ultimissimi spazi in cui potevano ancora immaginarsi concezioni e pratiche di vita mutualistiche, solidali, alternative al neoliberalismo imperante –, oltre a estendere il reato di rivolta per le persone in carcere e nei CPR, a irrobustire in generale un impianto giuridico definitivamente disciplinato dall’abuso, dalla trasformazione della polizia in quell’organo sempre più autonomo cui si delega l’esercizio della sovranità e della repressione, soprattutto nei confronti delle forme collettive di espressione del dissenso. In quest’ottica vanno interpretate la trasformazione da illecito amministrativo in reato penale del blocco stradale, la punibilità anche della resistenza passiva, l’inasprimento delle pene per reati contro pubblici ufficiali specie in contesti di manifestazione e di conflitto. Tutto questo avviene entro un quadro in cui, anche prima della validità effettiva del decreto sicurezza, in Italia oggetto principale delle premure poliziesche già erano i movimenti: dalle misure cautelari comminate a chi si opponeva, ad esempio, lo scorso settembre 2025, in stazione a Milano, alla complicità nel genocidio del popolo palestinese del governo Meloni, fino ai processi per direttissima intentati ai militanti del Pedro, centro sociale occupato di Padova, perché responsabili di stare organizzando la giornata del 25 aprile.

Anche oggi dobbiamo capire che la deriva fascista delle ultradestre non si affermerà tramite una rottura improvvisa, ma tramite una crescente forzatura in chiave autoritaria delle norme esistenti, esattamente come accadde tra il 1923, dai primi processi ai militanti del Partito Comunista d’Italia, e il 1926, prima cioè che il fascismo si tramutasse nel regime traditore, torturatore e genocida con cui ha scelto per sempre di consegnarsi alla storia. Allora si utilizzavano reati comuni per colpire gli antifascisti; oggi si utilizzano dispositivi giuridici per colpire movimenti sociali e soggettività politiche conflittuali proprio nel momento in cui in risposta al genocidio del popolo palestinese, alle guerre imperialiste degli Stati Uniti e di Israele, stiamo tentando con tutte le nostre forze di costruire un blocco sociale coeso, finalmente alternativo a questa barbarie. Nonostante forme di repressione tangibili e sempre più criminali cui dobbiamo sottostare, non dobbiamo però dimenticare, specie durante questa giornata di commemorazione e lotta, la natura reazionaria del fascismo di ieri come quello di oggi, a cui uno strato inerme della popolazione, la nostra piccola-borghesia nazionale, credette di non dover opporre alcuna forza – come ricordava Togliatti – poiché pensava nel proprio intimo al fascismo, alla realtà materiale che dagli anni venti condusse alla seconda guerra mondiale, come un’inevitabilità storica, come una fatalità. E’ dunque oggi più che mai, in questo preciso quadro storico-politico, che soltanto a partire da azioni che abbiano come orizzonte ultimo il radicale mutamento del complesso economico-sociale, come fu a loro tempo per una consistente parte di compagni partigiani, e prima dei rivoluzionari russi ed europei, che crediamo possibile combattere anche quel fatalismo e quella rassegnazione di fronte alla storia che hanno e che continuano drammaticamente a irrobustire il fascismo e i suoi orrori. In un momento di regressione generalizzata delle prospettive di cambiamento, anche nelle fila delle nostre organizzazioni, deve risuonare, come fu per la lotta partigiana, come è stato ed è in ogni lotta, quel monito che prelude all’avvenire di un mondo nuovo, e che recita: Se non è ora, dovrà pur succedere. Ma essere pronti, è tutto.

L’inganno del nemico

Sono passati più di 100 anni dalla prima guerra mondiale ma la retorica, la narrativa dei governi, della stampa Mainstream e dei vertici dell economia globale rimane quella che allora portò circa 9 milioni soldati e 7 milioni civili alla morte apparecchiando il tavolo per la seconda guerra mondiale che seguì 21 anni dopo. Di nuovo, anche se in maniera diversa, ci dicono che siamo sotto attacco, che dobbiamo difenderci, dobbiamo difendere i nostri paesi, le nostre sacre nazioni. Ma sono davvero nostre queste nazioni dal momento che L unica partecipazione politica rimane una crocetta su un foglio di carta ogni 2 o ogni 4 anni e la forbice delle disuguaglianze economiche e sociali si sta aprendo sempre di più? Al momento l’1 percento in Italia ha più ricchezza del 50% messo insieme. Il 50% della popolazione in Italia possiede circa il 5% della ricchezza totale, mentre il 10% della stessa popolazione ne possiede dal 50 al 60%. Altri paesi affermano disuguaglianze simili.

Come disse Karl Liebknecht della Lega di spartaco nel 1915 “il nemico si trova nel proprio paese” puntando il dito verso l’alto, verso la borghesia. Con questa frase cercó di far capire al popolo che il vero nemico non si trova nella trincea del battaglione di un altra nazione, ma il nemico si trova nella figura di chi ha fatto sì che accadesse tutto questo orrore chiamato guerra e ora ci specula e ci guadagna. Il tutto mentre la classe operaia andó a morire non per gli interessi sociali propri ma per gli interessi economici e imperialistiche di una percentuale minuscola della popolazione che dai suoi palazzi guardó il mondo andare a fuoco come se fosse uno spettacolo teatrale.

E oggi ? Oggi stiamo vivendo il periodo del riarmo dei cosiddetti paesi democratici. Gli Stati membri della NATO stanno aumentando gli investimenti nel settore bellico per eguagliare L obiettivo di destinare il 2% del PIL alla spesa militare, concordato più di 10 anni fa. Nel mentre anno scorso la stessa NATO ha deciso di aumentare ancora la percentuale del PIL da spendere nel settore militare. Dal 2 al 5 percento.

Le imprese dell'industria bellica guadagnano sia dal riarmo dei paesi occidentali che non accusano una guerra sul proprio territorio, sia dall esportazione nei paesi terzi già colpiti da conflitti armati, ovvero guerre e genocidi, delle quali i paesi occidentali stanno alla radice vedendo il passato coloniale e presente imperialista.

Un esempio di tanti è la Germania che fornisce il 30% delle armi utilizzate da Israele nel genocidio contro il popolo palestinese. L industria bellica europea dal 2021 ha visto un aumento di fatturato stimato al 50%. In Italia L industria militare sta vedendo un aumento di fatturato sopra il 10% ogni anno negli ultimi 4 anni. Questo proprio grazie al aumento del budget d investimento nel settore bellico da parte gli Stati membri della nato. Chiaramente investendo nel riarmo per i governi non può mancare L aumento del materiale umano. Nei vari paesi europei si sta discutendo di modificare oppure si stanno già modificando le leggi per quanto riguarda la leva militare. Dal 1 gennaio 2026 la situazione in Germania è cambiata drasticamente. Tutti i giovani che compiono i 18 anni devono compilare un questionario per la rilevazione della loro motivazione e idoneità. A partire dalla metà del 2027 si aggiungerà una visita di leva obbligatoria. In più sempre a partire da gennaio di quest anno tutti i soggiorni all estero di uomini di cittadinanza tedesca che durano più di 3 mesi devono in linea di principio essere comunicati alla Bundeswehr oppure essere autorizzati. Si parla di una regola che è legge, soltanto che al momento non viene applicata ancora come dichiarò il ministero della difesa tedesco. Non ancora.

Stiamo vivendo in un periodo di militarizzazione di vari settori della società civile, della criminalizzazione del dissenso, come mostra il nuovo decreto sicurezza, e di povertà generalizzata data dell accumulo di ricchezza nelle mani di pochi. I governi cercano ancora una volta di raggrupparci sotto bandiere che non ci rappresentano. Bandiere di Stati complici di genocidi e simboli di disuguaglianze socio economiche enormi, e repressioni.

Quindi organizzatevi, non basta fare la solita chiacchierata politica con l'amico all'una di notte. Leggete, mettetevi in gioco, trasformate la teoria in pratica resistente. Organizziamoci contro un nemico che si trova all'interno dei nostri confini. Nei palazzi di lusso come nei parlamenti borghesi. Organizziamoci contro chi non ci permette di arrivare a fine mese mentre accumula sempre più ricchezza e privilegi. Organizziamoci contro chi sta trasformando uno stato già di sua natura, repressivo in uno stato sempre più poliziesco. Contro chi cerca di farci cadere nella propaganda nazionalista e tenta di di metterci gli uni contro gli altri, spingendoci a combattere tra noi invece che contro chi detiene il potere. È ora di formare un fronte popolare. E ricordiamoci sempre: un dito si può rompere, ma cinque dita sono un pugno!

Dalla Resistenza partigiana a quella palestinese

La parola “Resistenza” evoca oggi, con urgenza quasi inevitabile, l'immagine della Palestina. Una terra devastata, depredata e umiliata, che tuttavia resiste da decenni e continuerà a farlo finché non vedrà riconosciuta l a propria dignità. La questione palestinese non può più essere liquidata con frasi di circostanza o retorica umanitaria: i n Italia e nel resto dell'Occidente, molti si dichiarano a parole sostenitori della causa, m a lo fanno con mille “distinguo”, ponendo paletti morali che valgono solo per alcuni. Si concede, per gentile concessione, che i palestinesi possano avere diritto a uno Stato, a patto però che si accontentino di minuscoli lembi d i terra, frammentati e privi di sovranità reale. Si pretende che chi vive nei campi profughi dal 1948, dall'anno della Nakba, rinunci definitivamente al diritto al ritorno, cancellando la memoria di intere generazioni. Soprattutto, s i esige che i palestinesi accettino supinamente bombardamenti costanti, occupazioni illegali, stupri, carcerazioni arbitrarie (che colpiscono persino i bambini), furti di terra e l'introduzione di leggi aberranti, come quella che istituisce la pena di morte. La richiesta unanime dei governi occidentali è il disarmo. Mentre subiscono un genocidio, viene chiesto alle vittime di deporre le armi. Il paradosso è accecante: a Israele è riconosciuto i l diritto a possedere testate nucleari e armi tecnologicamente avanzate che continuiamo a fornirgli; agli israeliani è riconosciuto il diritto inalienabile di scegliere i l proprio governo, anche quando questo si rivela apertamente genocidiario e suprematista. Al contrario, ai palestinesi è chiesto di subire i n silenzio. Non devono reagire, non devono lottare e dovrebbero persino sciogliere i propri gruppi politici secondo i desiderata esterni. Noi occidentali vorremmo decidere chi h a i l diritto di rappresentarli, arrogandoci una tutela coloniale antica e mai superata. Oggi, mentre celebriamo la Resistenza italiana e i valori di libertà e uguaglianza, avvertiamo quanto sia ancora difficile, in certi contesti, accostare quella parola alla Palestina. Sembra che il diritto alla resistenza sia un privilegio concesso a condizioni prestabilite da noi, secondo il nostro gusto e l a nostra convenienza geopolitica. Ma l a Storia non segue i binari del nostro paternalismo: i palestinesi hanno resistito e continueranno a farlo, definendo autonomamente le proprie forme di lotta. È innegabile che decenni di isolamento sistematico, privazione di futuro e violenza quotidiana abbiano alimentato un certo fanatismo religioso, che è spesso il frutto amaro della disperazione e della mancanza di alternative politiche credibili e garantite. Tuttavia, non si può confondere la reazione con la causa: finché non c i sarà giustizia, la resistenza rimarrà l'unica lingua possibile per un popolo a cui è stato tolto tutto, tranne la volontà di esistere.

Una Resistenza tradita

Il 25 Aprile è il giorno i n cui festeggiamo la vittoria della Lotta d i Liberazione dal nazi-fascismo. Ricordiamo l'insurrezione di centinaia d i migliaia di partigiani e partigiane, i l sacrificio d i chi ha scelto di non piegarsi per la libertà e l'uguaglianza. Ma nel 1943/'45, la Resistenza e la rivolta operaia non erano solo un'aspirazione democratica: erano la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo per reprimere la rivoluzione operaia e di rovesciare il capitalismo e imporre i l potere dei lavoratori. Era la speranza della “rossa primavera”

Quella volontà rivoluzionaria fu tradita. Stalin pattuì con gli imperialismi vincitori una spartizione in zone d'influenza e l'Italia doveva restare nel campo capitalista per il quieto vivere del Cremlino. II PCI di Togliatti fu l'esecutore di questa linea: • La subordinazione ai partiti borghesi: La Resistenza fu sottomessa alla collaborazione con la DC nel CLN, concedendo loro diritto di veto. • I Governi di Unità Nazionale: Nel dopoguerra, questi governi disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti (Valletta) e reinsediarono i vecchi prefetti. • L'Amnistia Togliatti (1947): II colpo di grazia fu l'amnistia per gli sgherri fascisti firmata dal segretario del PCI come Ministro di Grazia e Giustizia. • La Costituzione del 1948: Come disse Piero Calamandrei, fu “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”, utile a mascherare il potere restaurato dei capitalisti che, una volta sicuri, cacciarono il PCI all'opposizione e scatenarono la repressione sanguinosa degli anni '50.

L'Autunno Caldo svenduto al Compromesso Storico

Quando vent'anni dopo una nuova generazione operaia rialzò la testa con l'Autunno Caldo ('69/'76), fu nuovamente il PCI a sbarrare la via con il Compromesso Storico con la DC: • L'Austerità di Lama: Il congresso dell'EUR della CGIL sancì la politica dei sacrifici e la subordinazione delle richieste operaie alle compatibilità del profitto. • L'identificazione con lo Stato Borghese: Il risultato fu una demoralizzazione di massa che aprì la strada all'offensiva della FIAT (ottobre 1980) e all'ascesa del craxismo. La Seconda Repubblica, nata dalle ceneri di Tangentopoli e nello scenario del riflusso mondiale del movimento comunista a seguito della caduta dell'URSS, è lo sbocco di questa deriva reazionaria e della cancellazione delle conquiste operaie.

Il trasformismo a sinistra nella Seconda Repubblica

Il gruppo dirigente del PCI sciolse il partito per candidarsi a gestire direttamente il capitalismo italiano, secondo il copione comune delle burocrazie dell'est. Una lunga stagione di arretramenti e adattamenti al sistema borghese – dal PDS ai DS sino al PD -ha portato la vecchia sinistra a diventare compiutamente un partito liberale. Non ci si propone più di cambiare il sistema capitalista, ma di governarlo entro le sue compatibilità. Parallelamente, Rifondazione Comunista, nata per essere “il cuore dell'opposizione” è stata condotta nei governi Prodi a votare la precarizzazione del lavoro, le missioni di guerra e i tagli sociali, finendo per suicidarsi politicamente. Oggi la classe lavoratrice è priva di rappresentanza proprio all'alba di un nuovo conflitto mondiale tra imperialismi, con il capitalismo in crisi che aggredisce ogni aspetto della vita e della società in cerca di profitto.

Per un 2 5 Aprile resistente a Pesaro e nel mondo Oggi il ricordo della Resistenza a Pesaro è ridotto a puro cerimoniale svuotato di senso, o strumentalizzato da chi vota l'invio di armi e leggi antipopolari. Vogliamo un momento di piazza alternativo: • Contro i nuovi rigurgiti reazionari: Il governo Meloni, erede di chi voleva cancellare la Resistenza, fiero esecutore delle peggiori politiche repressive e antioperaie. • Contro la guerra e l'imperialismo: Dalle lotte contro il genocidio in Palestina all'intervento USA in Venezuela, dal blocco a Cuba a i bombardamenti i n Iran e Libano. Difendiamo la memoria partigiana contro le ultradestre e contro i liberali che equiparano partigiani e fascisti e riconosciamo il diritto alla Resistenza per ogni popolo oppresso. • Contro la repressione: Denunciamo i tentativi che, sul modello Trump, vogliono criminalizzare le pratiche di lotta e dividere l'antifascismo in “buoni” e “cattivi”.

 
Continua...

from ordinariafollia

ordinariafollia-log_034-2026.jpg

Prendi pure tutto il braccio visto che ci sei, non solo il dito non fare i complimenti sono fatto di poesia, non siamo in tanti.

Strappami il cuore getta le mie ossa nere in mare e se hai un gatto dagli milza e polmone sono fatto di poesia, non di ragione.

Fai una palla con la mia pelle attaccami le palle alla batteria dell'automobile e coi miei occhi sbatti la maionese sono fatto di poesia, devo solo arrivare a fine mese.

Prendi il mio fegato e strizzalo per bene dichiara morta la mia lingua e spegni il mio sistema nervoso afferente sono fatto di poesia, meglio di niente.

 
Continua...

from Storieparole

Partiamo subito col piede giusto, così da far capire a chi ancora non mi conosce e dovesse imbattersi per caso (il caso non esiste, ma facciamo finta di sì per un attimo) in questo post con che razza di soggetto ha a che fare: la parola sovranità mi dà l’orticaria. Non importa in quale contesto venga usata: sovranità, lo si sente già nel solo pronunciarla, include la parola sovra, sinonimo arcaico di sopra e ancora oggi usata come radice di aggettivi come sovrastante e sovrascritto. Etimologicamente, nonostante la derivazione dal francese souverain (ma siamo già nel XVI secolo), nasce dal latino volgare superanus, a sua volta originato dal latino super che, francamente, non ritengo necessiti spiegazioni. La sovranità dunque indica, per sua stessa natura, gerarchia, distingue tra ciò che è superiore e ciò che è inferiore o, peggio ancora, tra chi si ritiene, per nascita, censo, stato sociale o tara mentale, superiore a qualche altro essere umano.

Calandoci nel contesto del digitale, qui l’etimologia è molto più simpatica, gli sviluppi molto più estesi e variopinti ed è buffo pensare che ciò che oggi viene collegato a concetti volatili e intangibili come codici binari, reti web, connessioni virtuali parta da qualcosa di estremamente concreto come un dito e l’azione, parimenti concreta, di batterlo su una tastiera.

Per capire bene cosa sia la sovranità digitale avevo pensato di documentarmi un po’, non essendo questo il mio campo di studi, e la scelta era caduta su un articolo, che speravo potesse essere non troppo tecnico e chiaro a chiunque, di RaiNews pubblicato l’8 aprile di quest’anno, a firma di Pierluigi Mele, dal titolo “Cosa è la sovranità digitale e perché l’Europa non può più aspettare”. Purtroppo, il sottotitolo “l controllo sui dati, sulle infrastrutture cloud e sui modelli…”, con quell’articolo mutilo e storpio, mi ha fatto rinuciare. A ogni modo, qualcosa di chiaro emerge già dalla lettura del titolo: se l’Europa non può più aspettare, significa che in questo momento o è priva di sovranità digitale o ne subisce una extraeuropea o entrambe le cose e, per quanto io sia digiuna in materia informatica, non credo di sbagliare nell’identificare questo sovrano estero negli Stati Uniti d’America: Microsoft e Google sono di fatto monopolisti, con Apple che finge di essere alternativa ma di fatto è persino più blindata e inattaccabile. E ammetto di non essere informata su come funzionino i siti istituzionali dei vari Stati europei, ma per quanto riguarda l’Italia la quasi totalità (scrivo quasi perché non li ho verificati tutti singolarmente) dei siti istituzionali governativi, quelli i cui indirizzi terminano con .gov.it per capirci, si appoggiano su Microsoft e Google. Le mail sono Outlook, le videoconferenze Teams. È chiaro, poi, che quasi tutti (circa l’utilizzo della parola quasi, si veda la parentesi qualche riga sopra) hanno collegamenti a Instagram, Facebook, X e Whatsapp. Sarebbe facile dare la colpa di tutto questo all’attuale governo, ma sarebbe anche sbagliato: occorre ricordare, infatti, che, nonostante l’abilissima e persistente campagna di stampa messa in atto, l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale era alleata della Germania e pertanto gli Statunitensi non ci hanno liberati, ci hanno conquistati. D’altro canto non è certo necessario arrivare all’analisi dello strapotere informatico di oggi per notare che, di fatto, siamo una colonia socio-economica statunitense: guardiamo film girati a Hollywood, beviamo Coca-Cola e mangiamo nei fast-food, un quinto delle parole che compaiono su giornali e nei tg è in lingua inglese, ci scattiamo selfie da postare su Instagram… O, almeno, questo è ciò che fa la maggioranza degli italiani. Dunque, no, non penso proprio che l’Italia sia pronta a cambiare sovranità digitale, almeno non fino a quando l’Europa non sarà stata in grado di mettere in piedi un sistema che sappia affascinare e catturare le nuove generazioni come hanno saputo fare Gary Cooper e Audrey Hepburn, Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald, Happy Days e Sex and the City con le nostre vecchie generazioni. Personalmente, poi, proprio in considerazione dell’orticaria che mi scatena la sola parola sovranità, gradirei molto di più se si potesse parlare di individualità ed equità digitale.

 
Continua...

from « P a r r o c c h i e »

Messaggio di testimonianza di padre Ernesto Ascione, Missionario comboniano in Brasile

« Nel 3 marzo di quest'anno, 2026, ho compiuto 57 anni di vita missionaria in Brasile: i primi 12 anni ho lavorato nella diocesi di San Matteo, nello Stato dello Spirito Santo; altri 10 anni come formatore in un seminario comboniano in Portogallo; altri 12 anni, di nuovo, nella diocesi di San Matteo; 20 anni nella periferia di Brasilia, la capitale, e gli ultimi 3 anni, come formatore, assieme ad altri due confratelli sacerdoti, in un seminario per studenti di teologia, di cui 11 africani e due latino-americani.

Assieme al seminario, fu data alle nostre cure pastorali una grande parrocchia con 10 comunità, sparse in un raggio di 10 Km. Oltre al seminario, abbiamo ereditato dai nostri predecessori un'opera sociale, che offre un piatto caldo ogni giorno a più di 500 poveri della “Favela” circostante, come pure da mangiare, ogni giorno, a 120 bambini della strada e assistenza alle loro famiglie.

E' una goccia in un mare di necessità. La Divina Provvidenza mi ha aperto 8 anni fa una grande porta per evangelizzare: ogni settimana un giornale brasiliano, TRIBUNA do CRICARE', di larga diffusione, pubblica due miei articoli,: uno sul tema del giorno, e un altro sul Vangelo della Domenica.

Essere missionari è farsi una sola cosa con il popolo, che la Divina Provvidenza affida al missionario, chiamato a rinunciare alla sua propria visione del mondo, ai gusti personali, ai modi di pensare e, persino, al sentire della sua propria cultura.

Ma l'amore è più forte: lo Spirito Santo fa rinascere il missionario, facendolo diventare più umile, più povero e più libero. Il missionario va per evangelizzare e finisce per essere evangelizzato, dal popolo umile e semplice, diventando più forte nella fede e più misericordioso nell'azione, più uomo e più credente, nella vita di ogni giorno.

Cari benefattori e benefattrici, vi ringrazio di tutto cuore per avermi accompagnato in questo lungo itinerario missionario, con la vostra preghiera e collaborazione missionaria. In particolare, il ringraziamento va al caro Don Filippo, per il suo grande cuore missionario, come, pure, ai miei familiari che mi hanno permesso di seguire il mio ideale missionario ed aiutato in tutti i modi. Nelle Sante Messe di tutti i giorni, ricordo al Signore le vostre intenzioni; aiutatemi a ringraziare il Signore per il mare di grazie che mi ha concesso per i miei 60 ani di vita sacerdotale, che compio il 26 Aprile di quest'anno. Buone e Sante feste Pasquali.

La grazia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo, che è il piùprezioso di tutti i beni, vi accompagnino, oggi e sempre. Amen »

Padre Ernesto

Contatti: Tel. +5527997860071 Indirizzo: Missionari Comboniani, Rua Josè Rubens, 15 005515-000 San Paolo (SP) – Brasile

Per eventuali donazioni: Padre Ernesto Ascione IBAN Poste Italiane: IT96T0760114900001080273632 BIC/SWIFT BPPIITRRXXX Causale: mantenimento bambini della strada, per p. Ernesto Ascione.

 
Continua...

from « P a r r o c c h i e »

Nel mio campo, l'informatica, cerco di spiegare cose anche complesse, facendo discorsi ed esempi semplici, alla portata di tutti. Nel tempo ho acquisito una certa esperienza e posso affermare che nella maggior parte dei casi mi faccio capire.

Oggi vorrei spiegare, semplicemente, la differenza tra Social Media Centralizzati (FB. IG, X ecc.) e il Fediverso (Mastodon, Friendica, Lemmy, Pixelfed, ecc.). Allora, vi va di partire con me in questo breve viaggio sulle ali della fantasia? andiamo!

Immaginate un oceano. Voi siete su un grande molo e davanti a voi ci sono diversi tipi di navi. Innanzitutto ci sono grandi navi da crociera, enormi, bellissime e lussuose. Il personale di bordo vi chiama sorridendo e vi invita a salire. Vi dicono che è gratis, non si paga nulla, ci sono grandi ristoranti, piscine, campi da tennis e ogni tipo di divertimento. Si canta e ci si diverte notte e giorno, senza sosta. Non si dorme mai, e le navi sono già piene di gente. Ci sono i vostri amici, i vostri parenti, il vostro datore di lavoro. Prima di salire cercate di capire se è tutto così bello come sembra. Fate qualche domanda a chi è già a bordo e vi dicono che si, è gratis, però la nave conoscerà tutti i vostri segreti, l'orientamento sessuale, religioso, politico. Insomma, una grande comunità dove non esiste la privacy, però ci si diverte un mondo. E poi... cosa abbiamo da nascondere?

Più avanti c'è una piccola flotta di barche a remi e a vela. Sono piccole, alcune stanno a galla per miracolo, altre sono dipinte a mano con figure di fantasia. A bordo ci sono pescatori, gente povera, che mangia il pesce pescato e beve acqua. Sono amici di navigazione, si conoscono tutti, si rispettano l'un l'altro. Il divertimento se lo inventano da sé, senza avere a disposizione grosse somme di danaro. Loro non ti chiamano, non ti invitano a salire a bordo. Aspettano che sia tu a decidere, senza manipolazioni. E' gente vera, leale, che dà ancora importanza ad una stretta di mano, ad un abbraccio, che si aiuta vicendevolmente.

A questo punto dovete decidere dove salire, se nella nave da crociera o sulla barca di pescatori.

Ognuno ha già fatto la sua scelta. La maggior parte sta sulla nave da crociera ma...il Signore Gesù, dove salirebbe?

E voi, seguaci di Gesù, Sacerdoti, persone di fede, che ci fate sulla nave da crociera?

Con questi due interrogativi, chiudo l'articolo. A voi le dovute riflessioni. Namasté 🙏

 
Continua...

from « P a r r o c c h i e »

Scrivo questo articolo per i componenti della comunità, ma soprattutto per coloro che vorrebbero farne parte.

Vorrei chiarire alcuni punti che, anche se sono ampiamenti descritti nelle info, nelle regole dell'istanza e nel manifesto, sembra non vengano correttamente compresi, nonostante siano scritti in maniera chiara ed inequivocabile.

Punto primo: “Parrocchie” non è una copia di X/Twitter. Non si chiede l'iscrizione perchè ogni tanto si vuole pubblicare un post a tema cattolico, o perché la Domenica si va a messa. La nostra istanza è come una grande famiglia, ci conosciamo personalmente, ci telefoniamo, ci incontriamo e chi vuole vivere un social senza coinvolgimento può andare su altri lidi. Ci sono istanze, generaliste e tematiche, per tutti i gusti.

Punto secondo: la nostra non è semplicemente una istanza cattolica, ma è una casa per coloro i quali vivono realmente e concretamente la fede. Una comunità cattolica deve avere al centro la Parola di Dio e l'Eucarestia. Non serve a molto pubblicare qualche post con madonne varie o figurine di Santi, o la preghiera ad effetto, se non c'è dietro una vita concreta di conversione ed amore per il Signore.

Punto terzo: come diretta conseguenza dei punti precedenti, qui non c'è posto per i disturbatori, gli adoratori di statue e quadri, i fissati della religione, i malati di protagonismo. Questa è la nostra casa, costruita da me per i cuori aperti all'accoglienza, al dialogo, allo scambio di opinioni. E' una casa fatta su misura per la vita parrocchiale o di fede. Ci ho speso molto tempo per renderla più bella e accogliente possibile, e non me la faccio rovinare dal primo furbetto della rete.

Punto quarto: l'iscrizione è (e resterà sempre) su invito. A costo di rimanere in tre, devo proteggere ciò che ho costruito dalla feccia che circola in rete. Non sono uno stupido, né un ingenuo. Utilizzavo le chat quando la maggior parte di voi non era ancora nata, quindi una persona non equilibrata o che vuole entrare solo per guardare i “fatti nostri” la riconosco dopo 10 secondi. Di falsi profili ne ho visto a migliaia e li sento a fiuto. Quindi mi spiace se qualche volta ho negato l'invito, ma succederà ancora e non ho alcun rimorso per questo. Come ho detto sopra, devo proteggere ciò che ho costruito.

Punto quinto: nella nostra comunità si parla, ci si confronta, ci si racconta. Avere un ambiente etico e rispettoso ha questo scopo, di far sentire lo spirito di accoglienza, di carità. Nessuno qui viene giudicato ed ognuno è libero di esprimere sé stesso, nel rispetto delle regole e degli altri.

Mi scuso se sono stato prolisso, ma era necessario che chiarissi lo scopo di “Parrocchie”, anche se non finisce tutto qui e molto ci sarà da dire in futuro. A tutti voi... grazie di esserci. Namasté

 
Continua...

from highway-to-shell

Al parco ho visto da lontano un papà con la schiena curva che inseguiva una bimbetta in bicicletta con la tipica andatura a zig-zag di quando si impara a pedalare. Una scena che mi fa stringere sempre il cuore pensando a quando 2 decenni fa me lo sono spaccata io la schiena. Quando mi avvicino vedo che il papà ha una felpa delle frecce tricolori dell'aeronautica militare. Avrei voluto affiancarlo e dirgli che grazie a quelli della sua felpa ci sono due genitori che una figlia non ce l'hanno più.

Torino, tragedia delle Frecce tricolori, i genitori: «Dopo un anno Laura ci manca come l’aria. Le dobbiamo giustizia»

 
Read more...