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from ordinariafollia

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Beat qualcun altro vince il premio Nobel per il disegno digitale Beat le pene d'amore viaggiano nelle attese di un messaggio whatsapp Beat lo specchio mi porta per culo Beat come dire che tutto va bene, fin qui Beat le rondini mangiano le mie poesie Beat questa estate mi compro un vestitino giallo e nero Beat se qualcuno si aspetta di meglio, affari suoi Beat le menti migliori della mia generazione finite dentro un maglione Beat febbraio vola, presto finirà pure la scuola Beat

 
Continua...

from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Un racconto dell’Alberghetto

In memoria di Esther Garber, James Colvin, Keith Hammond e Two-Gun Bob

Avviso di contenuto: assunzione di psicotropi; una breve istanza di turpiloquio misogino; una scena erotica esplicita dalla consensualità deliberatamente ambigua.

Successe almeno una dozzina d’anni fa, quando andavo in villeggiatura sulla costa e la sera mi accomodavo sotto la pergola dell’alberghetto: il vento denso di salsedine mi solleticava la barba, le montagne alle mie spalle si specchiavano nel mare placido con tutta la loro corona di boschetti, e gli altri avventori sorbivano il caffè, tracannavano vin rosso con le tagliatelle al ragù, giocavano a tressette e scopone cristonando tutti i santi del Paradiso e probabilmente pure le animelle del Purgatorio. Fra tutti i giocatori v’era una donnina curva curva, con una zazzera di ricci color topo, di nome — mi pare — Maria Rosa Bellagamba, per tutti Rosella. Si sapeva bene in paese che, quand’era ragazza, Rosella era andata a lavorare oltralpe per una decina d’anni ed era rientrata abbiente e navigata delle cose del mondo. Cosa avesse fatto davvero, non lo sapeva nessuno: Don Pompeo, malalingua, diceva ch’era stata donna di malaffare; il mio albergatore raccontava di raccolte di sale nella Camargue fra stormi di aironi; il mio compagno di bevute Ginetto, invece, che si fosse mascherata da uomo per fare la marinaia sui bastimenti da Lisbona fino a Goa. Sia come sia, la storia segreta della Rosella la racconto un’altra volta, ora ho da raccontare quella della Rosella e del texano e — ma andiamo con calma!

C’era una brutta pioggia di fine estate e tutto il paese era tappato in casa, a cacciar via l’umidità con i brodi e i camini accesi. La Rosella era arrivata presto al caffè dell’albergo per giocare a carte con Antonio “Mastro Catrame” e altri due che non mi ricordo; quando scoppiò il temporale, allungarono i giri di carte cambiando da scopone a tressette e poi rubamazzo e scala quaranta. Dopo un’oretta o due io, che mi giravo i pollici, chiesi loro se volessero una lettura di tarocchi — l’avevo imparato a fare quando vivevo ancora a Marsiglia — e la Rosella si rifiutò, dicendo che di demoni e “mesmerimismi” ne aveva avuti abbastanza quando aveva conosciuto il texano. Com’è come non è, tutti la tempestammo di domande, e chi è il texano, e quando è stata Oltreoceano, e se ha visto le miniere d’oro e il cavallo a vapore, eccetera eccetera. E lei con uno sguardo d’avvoltoio ci mise a tacere e fece cenno di accomodarci, che bisognava raccontare dal principio. Il padrone le portò un fiaschetto di vino e due fette di pane scaldate sulla brace, e questa è la storia della Rosella per come me la ricordo io dalla sua bocca.

«Fu l’anno che ero arrivata in vapore a Nuova Orléans, dove il fiume Mississippi sfocia nell’oceano in mille isolotti di sabbia su cui si nascondevano bucanieri che vendevano rum di contrabbando, e il fiume e le isolette creano fango e acquitrini e tutta una regione di terra marcia dove vivono i coccodrilli e i cimarroni scappati dalle piantagioni di cotone (povere anime!). Lì a Nuova Orléans zio D’Aloisio mi trovò un posto da sguattera in una pensione vicino alla biblioteca civica e un pensionante fra i vari era questo bel figliolo texano con il collo da toro, le spalle da armadio e i bracci d’un pescatore che si tira su le reti tutto da solo. Questo giovanotto usciva ogni dì al primo albeggiare, si tappava in biblioteca sino alla chiusura e anche la notte teneva il lume acceso finché fuori dall’abbaino non gli splendevano le stelle; quando la mattina entravo a rigovernare la sua camera, trovavo sempre sullo scrittoio pacchi di carta inchiostrata con figure tutte ritorte, conti come di prestasoldi e ghirigori che sembravano lettere in cinese.» «Senonché una di quelle mattine io non trovai la porta chiusa, bensì mi aprì il giovanotto stesso e mi chiese: “Cameriera, non è che vorreste farmi un servizio?” Io mi feci tutta rossa, mi capite, e gli risposi nel mio più bell’inglese: “Comandate, ma se la mancia è buona e non porta via troppo tempo, ché ho ancora un paio di camere!” “Allora facciamo che voi finite il vostro turno e poi tornate qui con me; la questione è semplice, mi serve che voi mi sorvegliate mentre fa effetto una certa medicina.”» «Io allora finii il mio giro di camere, tornai dal texano e lo trovai che aveva apparecchiato la stanza con sei o sette candele odorose di canfora, incenso e chissà quali altre misture – mi sembrava di stare alla Santa Messa! In più, alla parete era appeso un grande foglio tutto scritto a mano in inchiostro nerissimo che conteneva parole astruse come SYSTEMA SEPHIROTICO, tutto in maiuscolo, oppure Synaptic network of Black Stones in un corsivo sghembo. Quanto al giovanotto, si era messo in camicia e calzoni con bretelle, le maniche tirate all’indietro sulle braccia muscolose, gli occhi grigi luccicanti di gioia come perle.» «“Bene signorina, ora vi spiego tutto” e prese da una valigia un flacone pieno di non so che bevanda trasparente. “Adesso io ingerirò questa droga e resterò come svenuto per non più di un’oretta.” Io trasalii, ma lui mi mise in mano un’altra boccetta, piena di polveri scarlatte. “Voi per favore vegliate su di me e mettetemi sotto il naso questi sali se mi dovessero venire le convulsioni. Clyde m’ha garantito che non accadrà, ma non è certo di prudenza che si muore.”» «Detto ciò, il texano si tolse le scarpe e si sdraiò sul letto, io invece trascinai una seggiola accanto al comodino, mi misi comoda e poggiai i sali sul mio grembiulone bianco. Il giovanotto mi fece il pollice verso, bevette il suo intruglio e subito si assopì. E lì feci la più colossale porcata della mia vita, ché la medicina odorava proprio di mandorla, e io era un mese e mezzo che campavo del pane e acqua che ci dava il padrone, e mancava poco al mio onomastico e io la sera mi sognavo le paste che mi regalava il babbo tutti gli anni per festeggiare un pochettino – così ho preso la boccettina dalle mani di quel bel figliolo addormentato e ho lappato qualche goccia di mistura, giusto per bagnare le labbra. Due secondi da che ho ingoiato e sono crollata pure io come un sacco di patate, là sulla mia seggiola. Quel che successe poi è stato un mesmerimismo, ve lo dico io.»

Dopo due secondi che avevo chiuso gli occhi mi risvegliai, ma attorno non v’era più la pensione di Nuova Orléans: c’era un mare d’erba alta dalle foglie larghe e verde-giallastro, sotto una cupola di cielo celeste da far male agli occhi, con riccioli di nuvole che scorrevano lente. Mi guardai le mani ed erano più chiare e morbide, senza calli da lavoro, e al posto del grembiulone indossavo una tonaca di cotone morbidissimo tinta di verde. Davanti a me c’era un bel puledro baio, già bardato di sella e finimenti, e io senza neppur pensarci montai all’amazzone e lo lanciai al galoppo attraverso la pianura. Andavamo verso est, perché sapevo che mi aspettavano al di là dell’alba. Caracollammo per ore e ore, pian piano il sole mi calava alle spalle e la mia ombra si stagliava sul mare d’erba, e l’oro dell’erba diventava un indaco profondo; quando sopra di me iniziarono a splendere la Croce del Nord, il Corsiero e il Sultano, vidi dritto avanti a me una colonna di fumo e alla base un fuoco scoppiettante circondato di tendaggi, che luccicava sulla superficie cristallina di un lago: la mia prima tappa. Fra i sentieri dell’accampamento trovai orsi in zimarra e cappello piumato che scommettevano sul lancio di astragali, minuti putti dalla zazzera bionda che giravano sul fuoco spiedi di porco grondanti grasso, un rigattiere dalla pelle a scaglie che mercanteggiava con una gelatina parlante sul prezzo di corde e chiodi da arrampicata, un santone del Dio Pavone appartato davanti a un melo solitario a salmodiare i canti del vespero. Una massaia con un infante al seno e un fungo dotato di piccole braccia mi salutarono con un delicato inchino, ma io ricambiai distratta. Smontai, legai il cavallo al melo solitario e mi diressi alla tenda di panno purpureo decorata di lettere d’oro. Dentro mi attendevano una penombra rischiarata da molte paia d’occhi di gatti, un odore fresco di tè e menta, e infine una figura immersa nella luce fioca. Sedeva a gambe incrociate, in volto la maschera laccata a muso di lince, sul collo le scintillava una rete di fili d’oro; con un dito dall’unghia acuminata mi fece cenno di sedermi. “La pace sia con te, viandante verde di un’altra sfera. Cosa ti porta in questo svincolo delle strade di raggi lunari?” Mi accomodai a gambe conserte al centro della tenda, poggiata a terra fra me e la donna vi era una tela intessuta di orbite concentriche. “Sapevo che ti avrei trovata qui a Snodo della Pozza, Strega Bianca. Mi occorre la tua guida per ritrovare il Sacrificio.” Si portò la mano al grembo e lanciò sulla tela una manciata di pietruzze, poi le scrutò: “Il granito è saldo nella casa del Fiore Nero, il diaspro interseca sia il Grande Rospo sia il Re Usurpato, l’ambra è rimasta sospesa nell’intermundia, v’è sostanziale equilibrio su ambo i lati della bilancia cosmica… Il Sacrificio resterà sospeso, almeno per questo ciclo.” “E sia, tu nondimeno conducimi da lui.” Allungai la mano sopra la tela, senza toccarla. La Strega Bianca si curvò su di me con uno spillo fra le dita; una puntura sul mio palmo, cinque gocce di sangue sull’ambra, un urlo agghiacciante di invocazione all’Immondo Motore Immobile. Poi un risucchio, come se mi travolgesse un maroso, alcuni secondi di oscurità puntinata di lucine roteanti…

Un’arida pianura densa d’arbusti e tamerici è incastonata tra un fiume impetuoso a occidente e colline scabre a oriente. Una falange in assetto d’armi marcia verso meridione, cimieri impiumati e scudi dipinti di gorgoni e grifoni scintillanti alla luce violetta dell’aurora, volti che sbuffano madidi di traspirazione; ad affrontarli, guerrieri abbronzati dai capelli neri e ricci che indossano pelli conciate e brandiscono mazze e accette, in piccole bande sparpagliate fra la sponda e i rilievi. La falange accelera il passo, si apre a ventaglio contro i guerriglieri. S’alza un urlo dalle schiere, è un uomo barbuto dalla corazza dorata: “Avanti, cani randagi! Spolpate queste pecorelle! Meritatevi il soldo di Akregas!” La falange cala le sarisse, il porcospino di ferro si lancia alla carica; i guerrieri abbronzati corrono incontro al nemico, alcuni impattano sulle punte letali, altri spaccano le aste e trascinano i falangiti fuori della formazione, e li macellano come porci. Io osservo tutto dal cielo. Cerco il mio Sacrificio. Lo trovo in cima alle colline. È acquattato dietro ai macigni, uno fra decine di arcieri abbronzati dai capelli neri e ricci che accordano le armi. Due occhi grigi scintillano sotto l’elmetto di peltro nero, le braccia muscolose sono coperte di cicatrici. Al suo fianco, un segugio da guerra che trasuda la disciplina di un fedele scudiero. Solleva il capo, osserva la battaglia, alza un braccio. La brigata incocca le armi, tende, mira, e infine tira. Il sibilio delle sagitte sferza l’aria, la battaglia si interrompe e le teste si alzano, i lottatori con accette e mazze si disperdono; la pioggia di frecce prende la falange da sopra e apre vuoti nella formazione. Il generale barbuto richiama all’ordine, ma l’orda nemica ritorna alla carica e spezza la formazione. È il mio momento. Plano in picchiata verso le colline, schivo le frecce tirate troppo in alto, miro all’arciere dagli occhi grigi, lo vedo, lo scruto, lo ghermisco. Si dibatte fra le mie grinfie, mi colpisce con l’arco, sguaina invano la spada, urla, bestemmia il suo dio; il segugio salta e salta per azzannarmi alle cosce, alcuni tiratori mi mirano e scoccano, ma io mi libro troppo veloce, troppo alta. Siamo sopra la pianura, si vede lontano il borgo in legno e calcare dei guerrieri delle colline, ancora più in là la città di marmo e mattone donde sono marciati i falangiti. Da un lato la resilienza primordiale dei fedeli della Capra Ridente, dall’altro la ricerca d’apoteosi dei figli della Lupa. La mia preda sembra arrendersi al mio abbraccio e osserva il panorama; è il primo uomo a volare in questa sfera. Poi si contorce verso di me e mi grugnisce contro: “A che devo questo onore? Ilmarinen vuole fare di me la sua puttana? Mi porti in pasto ai seguaci di Nyogatha? Devo essere sacrificato a Kathulos o all’Uomo Nero del nord?” Lo ignoro e volo verso oriente. Mi lancio nel disco solare: un risucchio, come se mi travolgesse un maroso, alcuni secondi di oscurità puntinata di lucine roteanti… Siamo attesi al di là dell’alba.

Siamo in cima alla rupe e guardiamo sulla piana del mondo. Sotto di noi brulicano le nazioni della terra e i sacerdoti intonano canti da sicofanti ai loro numi. Vediamo le genti di Sardopolis bruciare ladri e assassini sull’altare di Iod, il Cacciatore-Che-Salta-Fra-I-Mondi; i diabolisti di Saba salmodiano il nome di Droom-Avista sul suo trono d’acciaio nella fortezza di Dite; uomini e donne di buona volontà donano le primizie a Manorama come a Crisopelea. Ma non sono gli dèi della Terra, i miei mandanti. Il mio Padrone sta giungendo ora, dal paese al di là del tramonto. Dalle sue sei ali nasce vento di tramontana che sconquassa la montagna, e il mio Sacrificio rabbrividisce, lacrima e stride i denti. Il Sire atterra sulla rupe presso di noi, io lo onoro con la proscinesi. “O Pastore degli Eserciti, Ti consegno il Sacrificio prescelto, sangue del sangue e carne della carne di colui che macellò i Re Serpenti; il suo seme è forte. Sappi però, o Pastore, che ho consultato la Strega Bianca che siede al crocevia dei mondi, ed ella Ti informa che Zhothaqquah e Vorvadoss sono concordi nel garantire l’Equilibrio empireo; puoi consumare ora la ierogamia, ma l’esito si potrà avvertire solo nella prossima Congiunzione di Sfere, se non oltre.” Il Sire assente sotto il suo cappuccio di cielo stellato, ripiega le ali e solleva un braccio lungo e delicato, tendendo la mano verso il Sacrificio. Il guerriero nerboruto si accosta meccanicamente, come un pupazzo tirato da fili. Il Sire lascia cascare il suo mantello di firmamento. Si svelano le membra color del miele, gli occhi profondi come materia oscura, il petto senza capezzoli e il pube senza sesso. Egli prende delicatamente fra le braccia il guerriero, che depone ogni terrore e cinge i fianchi del Pastore degli Eserciti; gli si accende negli occhi grigi il fuoco di lussuria; lecca sinuosamente il Suo collo e strofina le brache su Suoi fianchi. Il Sire si libra in volo assieme al suo Sacrificio, si porta sopra il disco del sole; gli dissolve gli indumenti e lo esplora nei suoi anfratti più segreti, una mano dalle dita lunghe si insinua fra i glutei marmorei e una lingua biforcuta sibila nelle orecchie. Il membro eretto e rubicondo del Sacrificio struscia sulle gambe del Sire, questi trasmuta il suo corpo carnale e si lascia penetrare in un grembo. Il corpo mortale del Sacrificio è forte ma pur sempre umano e l’orgasmo lo scuote in brevi istanti, il suo seme scorre dentro il Sire e questi si ribalta in volo; i due fluttuano capovolti. Il Sire afferra il Sacrificio con una mano, lo rovescia e ne porta il volto sul proprio pube; il guerriero si abbevera da un membro apparso ove prima era il grembo, intanto il Sire sugge e morde i glutei del Sacrificio. È il mio momento. Afferro l’arco di cristallo, incocco la freccia d’oro e la scocco alla schiena del Sacrificio, là dov’è il cuore; lo trapasso, lo uccido, la punta trafigge anche il mio Sire, icore dorato sgorga frammisto al sangue e al seme. L’essenza mistica trasuda dai due corpi cinti e va a bagnare il disco del sole. La luce bianca si fa azzurra, il calore intenso consuma i due corpi trapassati, il pulviscolo si disperde ai cinque punti cardinali. La ierogamia è compiuta e s’è fatta luce, sulla rupe al di là dell’alba.

«E fu a quel punto che mi svegliai di soprassalto nella stanza a Nuova Orléans, con fuori dalla finestra il puzzo della terra marcia, e sul letto il povero texano in preda alle convulsioni! Berciava e abbaiava come una bestia con la rabbia, e fra un grugnito e l’altro riuscii a intendere qualche frase da cristiano: “La mia ascia… quest’ascia è il mio scettro!”, “Mia Regina, mia Regina della Costa Nera, dove sei?!”, “Gli Abitatori… gli Abitatori dei Cunicoli!” Io svelta gli misi sotto il naso i sali e quello si alzò di soprassalto madido di sudore, i capelli neri tutti spettinati e gli occhi grigi che ancora lacrimavano.» «Vi fu un momento di silenzio, poi quel bell’uomo così sfregiato dal terrore si mise a sussurrare una canzone, ma io ne sentii solo qualche frase:

“Così ci siamo mescolati alla Terra: chi ci ricorda è il vento fra i rami, e le nubi e la marina procella, non più voci di poeti umani.”

Detto ciò alzò il capo, mi guardò, sbiancò, s’alzò e se ne andò di corsa dalla stanza, urlando qualcosa del tipo “L’arpia! L’arpia! L’arpia verde che viene dall’aldilà dell’alba!”»

«Il texano abbandonò Nuova Orléans un paio di giorni dopo e io continuai con il mio servizio nella pensione, finché non mi spostai nell'Arkansas per fare la boscaiola di pini. Non lo incontrai mai più, ma tuttora credo e giuro sul mio babbo buonanima che quel ragazzo così bello fosse un uomo di malaffare e avesse bevuto del laudano, dell’oppio liquido, dell’eroina o una di quelle porcherie che usano i feticisti per fare i mesmerimismi. Ed ecco, signori miei, perché non voglio le letture dei tarocchi: mi basta e avanza per tutta la vita quella che mi fece la Strega Bianca mentre andavo a cercare il Sacrificio per il Pastore degli Eserciti.»

Così disse la Rosella, poi tacque e sorseggiò le ultime gocce di vino. Io, Mastro Catrame, il padrone e tutti gli altri tornammo pure noi con la testa all’alberghetto, alla pioggia, alle carte e alle bruschette, come lei stessa e il texano erano tornati a Nuova Orléans dal loro viaggio nei fumi allucinogeni. Sono passati tanti anni da allora e Rosella probabilmente sarà pure morta, però tutta questa fantasmagoria su Vorvadoss e Kathulos e l’uccisore dei re Serpenti, la Strega Bianca e il paese al di là dell’alba non mi è mai uscita dalla mente, e la volta che passai per Fort Worth di strada verso El Paso mi fermai in una libreria occulta in cerca del De Vermis Mysteriis e dell’Unaussprechlichen Kulten, e sentii in effetti due pelandroni barbuti sussurrare di un “Veggente di Callahan County” che viveva come in simbiosi con il suo “segugio scudiero” e attendeva l’inizio del “nuovo ciclo cosmico” per “ricongiungersi con il suo Amante e Pastore”. Non dissero, però, se quel veggente attendesse la Congiunzione delle Sfere con sacro terrore, o bensì con trasporto erotico.

Nota autoriale: ho composto questo racconto nell'inverno 2021 per proporlo alla rivista «Alkalina», e fu rifiutato perché la struttura a cornici narrative non convinceva la redazione; venne successivamente accettato e pubblicato nella primavera 2023 sulla webfanzine gargolla.eu, nel frattempo chiusa; lo ripropongo qui, come sua sede definitiva. Avrete intuito che si tratta di una lettera d'amore alla letteratura sword & sorcery; se volete saperne di più, wikipediatevi le persone cui è dedicato.

 
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from Rob's cabinet of mboh?

O quella volta che un cretino di Crescenzago, un ranocchio di vetro, una ragazza senza grazie, un Grande Antico riluttante e una tigre di pezza shakespeariana provarono a cambiare per sempre la storia del progressive.

The Happiest Days of our Lives

Tornate indietro con la mente di qualche anno. È il 1965, e se la Storia con la esse maiuscola lo ricorderà per la morte di Malcolm X e la marcia di Selma, per noi è anche l'anno in cui nel Regno Unito quattro ragazze e una persona non binaria decidono che è giunto il momento di fondare un gruppo ed entrare tra le leggende della musica: sono Ginger Ale (al secolo 'Nessa Ellis), Jay Hollybridge, Lamia Witherspoon, Margaret Mondegreen e Veronica “Ronnie” Law, meglio note come The Revolution Frequency of the Interstellar Mouse.

[...]

La loro per certi versi è una storia come tante: l'arrivo a Londra, le difficoltà nel sbarcare il lunario, le complicate vite personali da gestire e la musica come elemento salvifico e unificatore. Lamia e Ronnie, una da Sheffield e l'altra da Newcastle, hanno avuto in comune un'infanzia povera e difficile, che le ha portate a passare più di qualche notte nelle celle delle stazioni di polizia delle rispettive città. Ma del resto, con la sola eccezione di Margaret, nata in un'agiata famiglia borghese, nel gruppo chi non ha avuto qualche piccolo trascorso con la legge? Anche se le loro storie non sono arrivate tra le pagine di cronaca, cercando molto bene nei casellari giudiziari del Regno è possibile trovare anche i nominativi di Ginger e Jay – anche se trovare quest'ultimo nome è stata un'impresa molto difficile, ci troviamo evidentemente di fronte a una persona molto elusiva che tiene molto alla sua privacy.

[...]

Questa band aveva tanto potenziale quante idee rivoluzionarie, perfino per quell'epoca psichedelica e sperimentale che sono stati gli anni '60. Ma la storia prende direzioni misteriose e, per qualche motivo, tutto quello che ci rimane della loro esistenza è The Second Coming of the Interstellar Mouse, album di esordio che fu un discreto successo in UK a cavallo tra il 1967 e il 1968, e un secondo album, indipendente e totalmente anti-commerciale, pubblicato in quasi clandestinità molti anni dopo solo per uno zoccolo duro di aficionados e quasi del tutto introvabile già fin dalla sua uscita. (Chi vi scrive è riuscito miracolosamente a recuperarne una copia per puro caso in un piccolo negozio di dischi di Minneapolis)

Cos'è successo quindi al Topo Interstellare e alle sue discepole?

Estratto da “Life, Time and Frequency of the Interstellar Mouse. Whatever Happened to the Revolution?”

Sasso, Carta e Rock & Roll

La storia della musica è piena di vicende del genere, ma Ginger, Jay, Lamia, Margaret e Ronnie non esistono. O meglio, per un brevissimo lasso di tempo l'hanno fatto, in quello che è stato lo spazio immaginato condiviso di cinque persone che si sono ritrovate a giocare online a un piccolo gioco di ruolo chiamato Scissors Paper Rock'n'Roll.

Copertina raffigurante un muro di mattoni bianchi dalle cui aperture sbucano un orso polare, un occhio e un arcobaleno

La copertina omaggio tutt'altro che velato ai Pin Floi

Come facilmente intuibile dal preambolo, nel gioco esploreremo le vite e i tentativi di un gruppo di persone di creare un gruppo musicale Rock Progressive nel Regno Unito degli anni tra il 1965 e il 1971 – quantomeno nella sua impostazione di default, perché il gioco è aperto a ogni epoca e genere musicale. Riusciremo a portare la nostra band alla fama internazionale? E se sì, le relazioni tra noi membri del gruppo come si evolveranno? Cercheremo gloria personale seguendo dei progetti individuali o faremo di tutto per tenere coeso il gruppo? Lo scopriremo solo giocando, e il percorso che i nostri personaggi prenderanno potrebbe sorprendere in primis noi stessɜ.

Come Funziona?

Il gioco di per sé è abbastanza semplice e, visto che stiamo parlando di un GdR che mi piace, totalmente avulso alle dinamiche tipiche di un D&D. Non c'è un Master e non ci sono tiri di dado a determinare gli esiti di eventuali conflitti narrativi ma tutto è gestito in maniera assolutamente freeform, con le mosse della morra cinese a determinare il tipo di scene che verranno rappresentate e quindi cosa succederà nella fiction.

Come funziona quindi? Partiamo dalle basi, stabilendo luogo, genere e periodo storico della giocata, per poi passare ai personaggi: per prima cosa scegliamo quale strumento vogliamo suonare, dopo di che, prima di definirli nel dettaglio, a turno diciamo una caratteristica che è comune a tutti tranne a uno, in modo da creare un cast sia unito che variegato.

Il nome del gruppo lo decideremo con un metodo di scrittura collettiva che ritornerà nel momento in cui dovremo scrivere le canzoni: ogni persona al tavolo scriverà una parola su una striscia di carta; dopo averle mischiate e rivelate una dopo l’altra, tuttɜ assieme sceglieremo le due parole che ci sembrano migliori per battezzare la band.

Nel corso di sette turni, uno per anno di vita della band, sceglieremo cosa faranno i nostri personaggi mostrando dopo una conta i segni della morra cinese: ✊ Sasso vuol dire che cercheremo di aumentare la sintonia del gruppo; ✌️ Forbici vuol dire che ci dedicheremo a progetti individuali, mentre ✋ Carta vuol dire che proveremo a dare sfogo alla creatività e, se tutto va bene, comporre un singolo.

Qualunque sia stata la nostra scelta per l’anno, dobbiamo rappresentarla in fiction impostando una scena. Può essere breve, limitandoci a dire cosa fa il nostro personaggio, o più strutturata, dandole un taglio più cinematografico coinvolgendo le altre persone al tavolo a interpretare i rispettivi PG o altri comprimari presenti in scena. In ogni caso, alla fine di ogni scena ognunə dirà come il suo PG reagisce a quanto appena accaduto.

Ovviamente per ottenere la fama la nostra band ha bisogno di comporre dei pezzi e per farlo occorre che almeno la metà delle persone al tavolo in un turno abbia scelto Carta. Se la condizione si verifica, esattamente come per il nome del gruppo, scriviamo tuttɜ una breve frase su una striscia di carta e, dopo averle rivelate una a una, decidiamo in che ordine disporle per creare la strofa di una canzone.

A conclusione di ogni turno faremo tutti assieme una scena post-concerto che tirerà un po’ le somme degli avvenimenti di quell’anno e ci trascinerà al successivo.

Tralasciando qualche altra regola più nel dettaglio, il gioco è davvero tutto qui; del resto nella sua prima iterazione stava tutto dentro una cartolina di uno dei Calendari dell’Avvento Ludico di GDR Unplugged e Dreamlord Games.

The Revolution Frequency of the Interstellar Mouse

E quindi com'è stata la nostra avventura di #GenteCheFediGioca nei meandri del Prog-Rock virtuale?

Intanto confesso che abbiamo cominciato benissimo, “trasgredendo” subito il regolamento. Tra le parole emerse c'erano almeno due coppie che combinate assieme formavano un perfetto nome surreale per la nostra band: la frequenza (radio) della rivoluzione che giustapposta al topo interstellare diventa anche la frequenza di rivoluzione di un oggetto nello spazio... era un doppio senso troppo bello per limitarci a solo due elementi.

La fase di creazione dei personaggi l'ho trovata molto stimolante nella sua semplicità. Il fatto che ciascunə di noi dovesse stabilire una caratteristica comune a tutti i componenti del gruppo per poi indicare unə altrə giocatore come eccezione, da un lato mette dei paletti che delimitano il campo di gioco ma dall'altro ci dà una tavolozza di colori con cui cominciare a dipingere la tela. Ed è qualcosa che emerge intervento dopo intervento, perché solo quando hanno contribuito tuttɜ avremo il quadro completo.

Per intenderci, iniziamo con ragazza senza grazie che stabilisce che siamo tuttɜ ventenni tranne il personaggio di Idiran. Cretinodicrescenzago aggiunge che siamo tuttɜ donne tranne il personaggio di GlassFrog, che deciderà che il suo PG è non-binario. A questo punto Idiran dirà che veniamo tuttɜ dal nord dell'Inghilterra tranne il personaggio di ragazza senza grazie, mentre GlassFrog introdurrà il fatto che vestono tuttɜ eleganti tranne il mio personaggio. Infine rimango io, che butto giù il fatto che abbiamo tuttɜ dei piccoli precedenti penali tranne il personaggio di cretinodicrescenzago.

Notate come ogni singola iterazione altrui ci mette di fronte a un fatto compiuto e abbiamo il controllo solo nel definire cosa non siamo? Personalmente trovo molto stimolante che l'idea del tuo PG puoi fartela solo dopo l'interazione con lɜ altrɜ, scoprendo pennellata dopo pennellata che materiale avrai a disposizione.

Illustrazione di una ragazza dai capelli ricci rossi e gli occhi verdi, che si gira sorniona verso chi guarda. Indossa una giacca lisa a quadri e un flat cap con un motivo tartan blu e verde

(E a proposito di pennellate... ecco Veronica “Ronnie” Law, tradotta in immagine per grazia di @sugarcoatedhorror)

A livello di fiction, la libertà nello scegliere cosa fare creando le scene fa scaturire situazioni interessanti e il fatto che dopo una scena impostata da un altrə dobbiamo comunque dire come il nostro PG reagisce alla sua scelta ci permette comunque di mantenere un certo controllo sulla narrazione, anche quando non siamo noi a essere sotto i riflettori.

Per dire, quando ho scelto di dedicarmi ai “progetti personali” con Forbici, ho potuto benissimo dire che quell'anno non ho contribuito alla band non perché seguissi un progetto solista ma perché Ronnie era finita in prigione, e aveva comunque perfettamente senso che questo avesse fatto crescere il livello di Fama Individuale (uno degli unici tre valori numerici del gioco) del mio PG.

Ho amato anche come abbiamo trasformato in maniera diegetica il fatto che al momento di scrivere la prima canzone alcunɜ di noi avessero scritto le frasi in italiano e altrɜ direttamente in inglese, decidendo che Margaret era entrata in possesso delle opere di Nanni Balestrini e Tommaso Landolfi e aveva voluto mettere dentro ai testi delle frasi in italiano per omaggiarli.

In definitiva, Scissors Paper Rock'n'Roll è stata una bella scoperta, e giocarlo con lo stesso gruppo con cui avevo giocato precedentemente Damn the Man, Save the Music è stato particolarmente piacevole, tant'è che a una certa doveva scapparci la citazione-omaggio, con un personaggio di quella giocata che fa una breve comparsata con 46 anni in meno sul groppone 😅

Un foglio excel su google drive che cerca di riprodurre sia la scheda del personaggio del gioco che una sorta di tavolo su cui comporre le canzoni

La partita via internet

L'unica “pecca” – ma questo il manuale lo dice esplicitamente – è che, per quanto sia possibile giocarlo via internet, è sicuramente un gioco che dà un'esperienza migliore dal vivo; la morra cinese da fare online è un inferno di conte fuori-sincro e webcam da controllare per assicurarsi che la propria mano sia inquadrata bene, che si aggiunge ai problemi strutturali già presenti: il ritardo inevitabile nel processare gli input altrui, che aumenta se qualcunə usa delle cuffie bluetooth, col rischio di parlare sovrapponendosi per poi fermarsi di colpo, la mancanza di tutta la parte di comunicazione visuale e spaziale che di presenza è immediata e online no... insomma, quello che dal vivo ci avrebbe preso giusto una serata in tutta tranquillità, online ha richiesto due serate e ne avrebbe chiesto una terza se non avessimo deciso a malincuore di saltare l'ultimo anno per passare all'epilogo.

Per il resto, per come funziona il metodo di composizione delle canzoni che porterà inevitabilmente a risultati alquanto surreali, ci si chiedeva se il gioco avesse senso applicato a un genere che non fosse il Prog. Secondo me sì, ma probabilmente per ottenere un risultato più coerente occorre che tuttɜ al tavolo abbiano ben presente il genere di riferimento. O in effetti anche no, alla fine il vero cuore del gioco non sta tanto negli artefatti che produrremo come gruppo (bella anche l'idea di disegnare le copertine degli album) ma nelle storie collettive dei nostri personaggi, per cui alla fine che importa se il nostro gruppo Death Metal avrà una strofa che recita “Sole, cuore e amore” subito dopo un “Butta sangue e muori”? 🤟

Hashtag rilevanti: #RobsCabinetOfGDR, #GDRSegreto, #TTRPG, #GDR, #ScissorsPaperRockNRoll, #60s, #Music

 
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from highway-to-shell

Non ho mai fatto distrohopping. A parte gli inizi con Slackware ho sposato quasi subito RedHat e poi Fedora Core 1 fino all'attuale Fedora 43. Ho però provato tanti Desktop Environment e Window Manager, cominciando da Fluxbox sono passato a KDE per atterrare poi abbastanza stabilmente a Gnome. Dico abbastanza perché di Gnome non ho mai sopportato il posizionamento delle finestre e quando ho scoperto i tiling window manager ho prima tentato di replicarne il comportamento con le estensioni per poi decidere che no, il comportamento di un tiling nativo è tutt'altra cosa, anche perché su Gnome si sono nel frattempo sviluppate decine di estensioni per il tiling delle finestre ma finiscono quasi tutte per perdersi per strada, per pasticciare con i keybinds di default e per appesantire il sistema. Quindi prima i3 e poi Sway. No hyprland per via di una comunità che in molti definiscono “tossica”. Con i3 e Sway è cominciata l'ansia della customizzazione per cui passavo più tempo a fare file di configurazione e css per waybar che a lavorare. E' un disturbo grave quasi quanto il distrohopping perché va a finire che è il computer ad usare te e non viceversa. Inoltre c'è da dire che i tiling window manager risolvono si il problema di sapere dove apparirà esattamente la finestra che stai per aprire ma è anche vero che il classico layout 2x2 o altri layout con tante finestre affiancate finivano per essere molto poco frequenti per le mie necessità di lavoro: per il 90% del tempo ho bisogno di una finestra che è quasi full screen. Last but not least in Sway mi mancava tremendamente la possibilità di cambiare finestra con ALT-TAB...si ok...ci sono degli accrocchi per emulare il comportamento ma di nuovo uno sbatti assurdo per avere quello che dovrebbe essere una funzionalità base di un qualunque ambiente di lavoro.

Ed ecco la svolta: ho scoperto l'esistenza di Niri. Niri è uno scrollable-tiling window manager, quindi le finestre di uno specifico workspace vengono tutte affiancate una all'altra e con combinazioni di tasti puoi decidere a piacimento la larghezza delle colonne e anche decidere di impilare una finestra sotto un'altra per ottenere layout simili a quelli di un classico tiling window manager. Questo risolve diversi problemi, primo fra tutti il fatto che almeno nel mio caso la finistra su cui lavoro normalmente occupa più del 50% della larghezza del monitor. Sul sito ufficiale ci sono screenshot e video che probabilmente rendono molto meglio l'idea di quanto non possano fare le mie parole. Ovviamente ha l'ALT-TAB nativo (e molto bello) per cambiare finestra. Ma la seconda e rivoluzionaria svolta è stata la scoperta di Dank Linux, un progetto che punta a portare le comodità di un Desktop Environment su Niri (e altri window manager): ok, non è maturo come Gnome e non ha la stessa barca di funzionalità ma è MOLTO ma MOLTO più customizzabile e infinitamente più leggero. Sia Niri che Dank Linux guadagnano ogni giorno più popolarità e hanno cicli di sviluppo e release estremamente veloci e promettenti, insomma nuove funzionalità sono introdotte a ritmi frenetici.

Da diversi mesi se voglio cambiare tema è un semplice click nelle impostazioni, so come saranno disposte le finestre che apro, a livello estetico siamo ai vertici di unixporn, la batteria mi dura circa il doppio rispetto a Gnome e soprattutto... posso lavorare con il computer senza perdermi in file di configurazione :–)

Lascio i link: Niri Dank Linux

#linux #opensource

 
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from highway-to-shell

Leggo che il decreto Milleproroghe – in discussione alla Camera – vuole prolungare anche nel 2026 la possibilità di far lavorare i medici fino a 72 anni, anche richiamandoli dalla pensione.

Fonte

Leggo anche di un disegno di legge interessante: Secondo un documento visto da Reuters, il piano allo studio porterebbe Esercito, Marina e Aeronautica da circa 170.000 a 275.000 unità entro il 2044

Fonte

Insomma mancano i medici, sostituiamoli con i militari.

Giuro che la prossima volta che sento qualcuno lamentarsi della sanità, dei tempi di attesa per un esame medico, della congestione dei pronto soccorso...chiedo cortesemente cosa ha votato negli ultimi vent'anni e se ha votato a destra gli urlo in faccia tutto il mio disappunto, senza risparmiare parolacce, bestemmie ed insulti ai suoi avi e alla sua progenie culminando in “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Se invece ha votato a sinistra gli farò notare che la sinistra non ha mai fatto nulla per salvare la sanità dal percorso di privatizzazione, non si è mai opposta alla trasformazione degli ospedali in aziende (anzi) e che quindi in definitiva “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.

#sanità #italia #politica #malasanità #esercito #guerra

 
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from kipple


Come è giusto che sia, perché è giusto sia così, non amo l'automobile. Mi piacevano i modelli di una volta come oggetti di design, sia fuori che dentro, ma ora sono tutte orrende. Fuori e dentro. Non amo l'automobile, ma l'ho ereditata e devo tenermela, serve per mia madre e in Italia non posso farne a meno. Faccio, fortunatamente, pochi chilometri all'anno, circa 1.200 così distribuiti: un 10% per andare da parenti tossici che abitano vicino, 15% per la spesa, 4% per “divertimento” e quel che resta tra ospedali, visite specialistiche e simili. Capirete: non amo l'automobile, specie quando decide di rompersi e farmi spendere ulteriori soldi che non potremmo permetterci. Stavolta c'è stato un problema ai fari, restavano fissi gli abbaglianti e non è bello accecare la gente, considerando pure che ne possono scaturire diverbi e risse. Appena possibile sono andato dall'elettrauto, abbiamo creduto di identificare la causa, sostituito il pezzo presumibilmente scassato e... niente, il malfunzionamento era ancora lì. Forse difettoso il ricambio? L'elettrauto rismonta il volante, piglia la sua macchinina, va dal rivenditore e torna. Proviamo il nuovo ricambio e niente, decide di andarne a prenderne un altro, di un'altra marca.

Il tempo passa, penso a quanto ne sto perdendo per una cosa che schifo ma devo tenermi, mi innervosisco; appena fuori, però, la strada è disseminata di pioppi, spogli in questo periodo di finto inverno. Visto che devo aspettare, mi avvicino e ci poggio la mano, tocco questa creatura splendida, non so quanti anni abbia, so per certo che venti anni fa era già di quelle dimensioni maestose. Non so se sia più vecchia di me, so per certo che arriverà a esserlo, che mi sopravvivrà, il contatto con la natura mi rimette, una volta in più, al mio posto. Una volta in più perché so benissimo quale è il mio posto su questo pianeta, ovvero quello di una cosa destinata a durare un battito di ciglia e di cui nessuno e niente si ricorderà. Questa cosa l'ho capita presto e ho imparato a accettarla, il pioppo me l'ha solo gentilmente ricordato.

Mi sono rilassato, molto, poi ho pensato alle persone che vanno nei boschi a provare questa esperienza in maniera più strutturata e profonda. Ho pensato a quegli orrendi servizi televisivi che ne parlano, imbarazzanti; ho pensato a quelle persone, che quei servizi orrendi ci mostrano come un po' strane, come se avessero un numero insufficiente di rotelle. Ho pensato che hanno ragione le persone che toccano gli alberi, le pietre, la natura e che hanno torto quelli che si infilano in una prigione ambulante alla prima possibilità, come se ciò rientrasse legittimamente nell'unico modo sensato e certificato di vivere la vita.

 
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from highway-to-shell

La strada brucia cantava Alan Sorrenti nel 1981 La strada uccide scrivono i giornalisti nel 2026

E niente, non ce la fanno, è più forte di loro: la cultura auto-centrica li ha resi schiavi di una narrazione che si ripete sempre uguale

Non ce la fanno a scrivere che le persone uccidono altre persone, che il camionista in questione è un assassino: il semplice fatto di non avere usato una pistola o un coltello lo assolve automaticamente da quell'infamia.

Così dobbiamo leggere che in Italia esistono delle strade assassine e dei tragitti letali, parole che se venissero lette da un virus sai come ci rimarrebbe male? Ce lo vedo a mandare una mail di protesta alla redazione rivendicando per sè l'aggettivo letale.

Il rasoio di Occam non si applica mai a danno del traffico stradale, se in quel tratto di strada gli incidenti sono così frequenti perché non vietare l'accesso ad automobili e camion? Si risolverebbe il problema alla radice.

Quale sarà il prossimo titolo? – Rotonda criminale – La corsia del terrore – Non percorrete quella strada

#giornalai #bike #automobili

 
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from Geografia - tra antico e moderno

Vi siete mai chiesti perché una carta geografica (il termine “mappa”, sebbene spesso venga usato impropriamente, indica solo carte a grandissima scala, come ad esempio quelle catastali) possa apparire molto diversa da un'altra, sebbene rappresenti la stessa porzione di territorio? La risposta si trova (anche) indagando lo scopo per cui quelle carte sono state realizzate.

Bisogna premettere che, nonostante attualmente risulti difficile immaginare una carta metricamente scorretta (prima o poi torneremo ad analizzare questo punto), prima della “riscoperta di Tolomeo” risalente al 1400 d.C. le carte geografiche non pretendevano di rappresentare fedelmente la realtà, seppure in scala.

Piccolo spoiler: non è realizzabile una carta che sia una fedele riproduzione della realtà, nemmeno con gli strumenti tecnologici a nostra disposizione attualmente e non sarà possibile neanche in futuro, per motivi strettamente tecnici e pratici.

Dovete sapere che le carte, di qualunque tipo, sono una rappresentazione simbolica e mediata della realtà, prodotto di una selezione operata dal cartografo sulla base dello scopo e del contesto. Grazie al lavoro di Brian Harley la carta geografica viene attualmente considerata al pari di un testo storico (si parla nello specifico di “testo cartografico”), per cui risulta necessario ricollocarla nel contesto di produzione per darne un'interpretazione corretta.

Ma cos'è il contesto di produzione? Può essere suddiviso in tre categorie: 1. Contesto del cartografo (che può essere anonimo, o la carta può essere il risultato del lavoro di più persone) 2. Contesto delle altre carte (si rapporta la carta da analizzare con altre carte, aventi delle caratteristiche in comune – autore, area, periodo o tipologia) 3. Contesto sociale (che guida la rappresentazione della carta in relazione al potere)

Si deve inoltre considerare che ogni carta è frutto della selezione degli elementi presenti realmente sul territorio. Indagando le omissioni, cioè i “silenzi”, è possibile ricavare maggiori informazioni che osservando ciò che la carta mostra. Questi silenzi possono essere di due tipi, “intenzionali” (dovuti a segreti militari, commerciali o forme di censura) e “non intenzionali” (derivanti unicamente dall'impossibilità di rappresentare ogni cosa, per via della scala). Questi ultimi però non sono silenzi “casuali”, il cartografo in base alle finalità della carta e ai limiti tecnici della stessa sceglie coscientemente cosa inserire e con quale simbologia.

Quindi, per riassumere, la rappresentazione cartografica è strettamente legata ai rapporti di potere, alla cultura e all'ideologia, è la materializzazione di un mondo sociale oltre che di quello fisico. Non è dunque giusto cercare di classificare e valutare le carte verificando quanto queste siano metricamente corrette, ma analizzandole secondo il metodo storico si rivelano essere degli utili testimoni ed espressioni del contesto di produzione.

Spero che questa piccola introduzione al mondo della cartografia storica si sia rivelata interessante e non eccessivamente confusionaria, e che quando vi capiterà di osservare una carta, oltre che ammirarne la bellezza, potrete soffermarvi anche a riflettere sulle sue finalità e sull'attento lavoro di selezione che il cartografo ha dovuto operare :)

 
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from Geografia - tra antico e moderno

Io sì. Ed è stato molto divertente finire a fare la magistrale proprio in questa disciplina. La verità è che, dopo una triennale in scienze forestali, volevo proseguire sul cammino della geomatica (se non sapete cos'è non preoccupatevi, non lo sa nessuno), ma non esistendo un corso di studi apposito sono finita a geografia.

La geografia che si impara a scuola, purtroppo, in genere è estremamente noiosa. Si tratta di imparare a memoria luoghi, numeri e poche altre cose, quando in realtà questa disciplina è decisamente affascinante e racchiude una vastità di argomenti incredibile, anche molto differenti tra loro. Si parla infatti di geografia fisica e di geografia umana, e queste due macro-categorie includono una serie molto lunga di sotto-discipline diverse. Insomma, anche se la geografia economica e politica può farvi schifo (come a me), potreste trovare appassionanti gli urban studies, o la geomorfologia.

In questo blog pubblicherò ogni tanto qualche informazione, probabilmente più interessante che utile, relativa a una di queste sotto-discipline geografiche. Non posso prevedere cosa deciderò ogni volta di pubblicare, ma probabilmente salterò da un argomento all'altro senza pretesa di continuità :)

Ah, il titolo del blog deriva dalla mia passione esagerata per la geomatica (il “moderno”) e il grande interesse per la cartografia storica (l'“antico”), quindi probabilmente vi troverete più post relativi a queste due categorie rispetto alle altre.

Con questo chiudo e prossimamente pubblicherò il primo “vero” post, appena avrò deciso l'argomento...

 
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from highway-to-shell

Il quotidiano La Repubblica è in sciopero

Mi sto chiedendo se sia possibile quantificare il danno che subirebbe l'informazione italiana in caso di vendita del Gruppo GEDI. E la risposta è si, è possibile: il danno sarebbe pari a ZERO.

Era più o meno il 2006 quando un luminoso Marchionne di cui è possibile ricordare solo i pregi senza evidenziare i difetti iniziava un lento ed inesorabile processo di deindustrializzazione della FIAT e di conseguenza di Torino, del Piemonte e dell'Italia (la delocalizzazione in Polonia e Turchia è antecedente ma la leadership italiana non era mai stata messa in discussione). Questi eventi si svolgevano nel silenzio più assoluto di sindacati, politici locali e nazionali e giornalisti che solo negli ultimi anni sembrano essersi accorti di un “problemino”. E qual è stato il ruolo del quotidiano in questione in questa vicenda? Nessuno, forse qualche sparuto trafiletto ma la mia personalissima opinione è che i dipendenti fossero tenuti a seguire una linea editoriale ben precisa, altrimenti non mi saprei spiegare il silenzio assordante che ha accompagnato l'Italia fuori dall'industria dell'automobile.

In definitiva se La Repubblica dovesse smettere di andare in edicola non ci sarebbe nessun impatto sulla libertà di informazione in Italia.

#torino #lavoro #capitalismo #giornalai

 
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from kipple


Scritto diverso dalle solite tristezze che mi caratterizzano, ma di sola tristezza non si vive e, a volte, si muore. Cosa vecchia, risale a un periodo in cui mi andava di scrivere cose ironiche, parodistiche, nell'intenzione divertenti, tutte accomunate dall'inutilità di fondo; intanto, una parentesi su quel che penso di Tony Scott e Top Gun, quello del 1986, non ho alcun interesse a vedere quello nuovo. Ho già dato.

Qualcuno ha detto che Tony è quello bravo dei fratelli Scott. No. Non nell'universo in cui viviamo. Non in universi paralleli o alternativi. Ha fatto anche cose buone, si dice così, ma Ridley Scott avrebbe potuto girare solo Alien e Blade Runner e poi andarsene in pensione in Portogallo, sarebbe rimasto un pilastro del cinema degli ultimi decenni e ci avrebbe evitato cose inspiegabili come Prometheus e compagnia brutta bella. Tra le cose buone di Tony Scott non c'è il montaggio insensato frenetico degli ultimi film, con tagli ogni due fotogrammi. Ho finito col testo barrato e con Tony Scott, adesso Top Gun. È un'opera di pura propaganda, nessun mistero. Come buona parte di un certo cinema, di una certa provenienza geografica. Contemporaneamente, è una pagliacciata che potrebbe solo scatenare risate e sarcasmo, invece... invece no, qualcuno l'ha preso sul serio, per qualcuno è un film di culto e per qualcuno Tony è il fratello bravo.

Bene, cioè, male: ho già straparlato di un film che non mi piace, diretto da un regista che non mi appartiene e interpretato, tra gli altri, da Tom Cruise che meno lo vedo e meglio è. A voi, un concentrato di Top Gun.


I piloti di caccia si svegliano verso le 10.30-11.00 e si dicono:

I: Ho una gran voglia di sfogliata riccia. M: Una frolla, per me. I: M, per una sfogliatella al top andiamo da Attanasio, alle spalle della stazione di Napoli.

Dalla base di Miramar, a nord di San Diego, parte uno stormo di F-14 accompagnato da una mezza dozzina di aerei per il rifornimento, con la scorta della USS Dwight D. Eisenhower. Sfogliatella e poi lungomare di Mergellina fatto tutto in moto, impennando, con sosta al chiosco per birra e taralli. Al ritorno, partita di beach volley per smaltire le calorie e seratona in discoteca. Il 27, stipendio accreditato automaticamente sul conto corrente.

 
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from Warp

Ciao Livello Segreto, buondì è un po' che non ci si sente, ma dietro le quinte stiamo comunque facendo bollire in pentola un po' di cosine che dovrebbero vedere la luce a breve (o forse no, d'altronde chi ci rincorre?).

Nel frattempo – come spesso accade in occasione dell'anno nuovo – Fabio ed io (Ed, ciao, se vedete che a volte parlo al singolare e a volte al plurale non fateci caso, non è delirio di onnipotenza, ma non abitudine a fare comunicati pubblici a più nomi) ci siamo trovati a fare qualche ragionamento sull'andamento di LS e dei servizi correlati.

Quest

A partire dal 15 febbraio (data assolutamente arbitraria) chiuderemo l'istanza Gancio di Livello Segreto (quest.livellosegreto.it). È stato un bell'esperimento che per motivi vari si è reso presto non-necessario (sono nate UN SACCO di altre istanze Gancio locali): funziona molto di più un'istanza direttamente costruita sul territorio che qualcosa relativo “all'online” su un territorio vasto come l'intera Italia. E poi, dai, beccatevi quante belle istanze ci sono attive: https://gancio.org/instances Sfruttatele e troviamoci dal vivo 💚

Monetine

L'altra questione è che stiamo ragionando un po' sul discorso finanziamento di Livello Segreto. Come abbiamo sempre detto, il progetto è “fieramente in perdita” perché è qualcosa in cui crediamo, ma va detto che i costi si fanno sempre più importanti visto anche l'afflusso di persone (che è una cosa super positiva eh!).

Guardando a questo 2026 – dove vorremmo rendere ancora più trasparente questo aspetto a chiunque –, il costo di Livello Segreto è di circa 270 (compresi Log e Lore) euro al mese e le donazioni totali ricevute sono 205,16 €. Cifra estremamente positiva presa da sola, ma tiene già conto di tutte le donazioni ricorrenti (significa che se una persona ha scelto di donare “un euro al mese” noi vediamo già i 12 euro tutti a Gennaio e non vedremo nulla a Febbraio).

Ora, parlare di soldini proprio non mi piace e non voglio che questa parte di articolo diventi una sorta di richiesta di denaro per tenere aperto Livello Segreto: non è così e il progetto continuerà ad andare avanti anche in questa forma. Ci teniamo però – non solo a livello di trasparenza, ma anche per il discorso di responsabilità che ci è molto caro – a farvi vedere direttamente come funzionano le cose dietro le quinte di un'istanza Mastodon di questo tipo.

Insomma: se vi piace quel che facciamo e volete lanciarci una monetina in faccia siamo molto contenti della cosa – e potete farlo da qui. Ma se non potete (o volete) farlo non vi preoccupate: Livello Segreto vi vuole bene e vi accoglie allo stesso modo 💚

Un abbraccio, Kenobit ed Ed.

 
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from highway-to-shell

Ho visto da poco e per la prima volta “In ginocchio da te”, film del 1964 con Gianni Morandi.

Il padre della protagonista è un maresciallo dell'esercito che consegna alle nuove reclute delle divise troppo grandi suggerendo loro di portarle ad aggiustare in una sartoria vicina alla caserma gestita dalla moglie e dalla figlia. Siamo negli anni '60, gli anni del boom economico, ancora qualche anno e tensioni e conflitti sociali esploderanno in Italia come in altre parti del mondo. Il regista porta il pubblico a simpatizzare per il maresciallo perché se è vero che all'inizio cerca di contrastare l'amore della figlia per la recluta-cantante alla fine cede alle doti canore del futuro genero a quanto pare sinceramente innamorato: l'ufficiale è un uomo attaccato alla famiglia, simpatico ed in definitiva una figura positiva. Il messaggio è chiaro e lampante: la corruzione non è un reato così grave, siamo italiani, dobbiamo arrangiarci, ci siamo ripresi dalla secondo guerra mondiale ed insomma...cosa sarà mai. Da lì a tangentopoli è un attimo... è fare germogliare una società dove è lecito cercare di arrotondare, ammesso che si tratti di arrotondamento e non di raddoppiare o triplicare lo stipendio visto il giro di affari della sartoria. Se i trapper di adesso sono tutti soldi, droga e bitches forse per un pezzetto è anche merito di Gianni Morandi, perché alla fine quello conta: i soldi.

Veniamo adesso alla storia d'amore: la recluta-cantante Gianni si innamora di Carla e sono tanto teneri...fino ad una sera in cui lui va a cantare ad una festa di persone che definiremo “benestanti”. La padrona di casa vuole farsi un giro con questo giovanotto dalla bella voce e lui ci casca: dopo 4 giorni alle isole Eolie mantenuto da lei le chiede di sposarla. Ma la ricca e viziata signorina non è ovviamente minimamente interessata...e cosa fa lui? Torna con la coda tra le gambe, aka in ginocchio da te, chiedendo perdono a Carla... ma dico... 2 minuti prima volevi sposare un'altra donna e adesso canti una canzone alla radio e nasce il vero amore perché quello di prima era finto? Ma sono queste le basi per l'educazione sentimentale della generazione di adolescenti cresciuta negli anni '60? Volendo essere realistici il futuro sposo cantante quanto ci metterà a tradire la povera Carla che nel frattempo avrà messo al mondo due bambini? Uno così sarebbe meglio perderlo che trovarlo ma vabbé, canta così bene, dopo la corruzione sdoganiamo anche le relazioni tossiche.

#cinema #corruzione #società #italia

 
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from « P a r r o c c h i e »

Sembra scontato, ma tante volte non lo è. Nella fede, si parte sempre dalle cose semplici, umili, che non fanno rumore. Gesù è nato in una grotta, messo in una mangiatoia e riscaldato dal fiato di animali.

Tutta la sua vita è stata semplice, povera. Ma anche adesso, Lui parla alle persone semplici, ai cuori aperti all'ascolto. Le grandi cerimonie, il rumore, allontanano la presenza di Dio. Non che siano sbagliate, ma di certo una preghiera detta in silenzio vale più di cento messe cantate. La semplicità, l'umiltà, la mitezza, la carità, il rispetto sono queste le qualità che ci avvicinano a Dio.

Non voglio fare prediche o sermoni, non sono nessuno per insegnare qualcosa, l'unico maestro è il Signore. Io sono solo un pennello consumato nelle sue mani, dipingo scarabocchi che Lui dovrà correggere. Non so dove andare senza lo Spirito Santo che mi apre la via. Io non faccio nulla, fa tutto Lui, io metto solo a disposizione un pò di tempo e le limitate capacità del mio fisico, finché ce la faccio. Quando non ce la faccio, dico chiaramente; “Signore, questa cosa non sono in grado di farla, è al di sopra delle mie capacità”, e Lui mi comprende, mi scusa, mi perdona.

Sono e voglio restare semplice, non è la mia voce che si deve sentire, ma quella di Gesù. Riparto dalle cose semplici. Una preghiera, un canto, un gesto di carità. E tanta gratitudine, per tutto ciò che il Signore fa per me, in modo particolare in questo periodo, per la forza che mi dà la Sua amicizia.

Buona serata comunità. Namasté.

 
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from Storieparole

Stretta all’angolo da @xab, che ha scelto la tematica, e considerato l’interessante, esaustivo post scritto da @77nn, ammetto che non c’è gara… e… un momento… il bello del Fediverso è proprio questo!

Se a scrivere questo post fosse stata LaVi di una ventina di anni fa, l’avrebbe fatto sentendosi spaccata a metà, divisa tra ciò che voleva comunicare e ciò che avrebbe con buona probabilità fatto presa sui lettori. È questo che mi ha insegnato il giornalismo, è questo che ho portato con me nel blog quando le regole dell’editoria – o idioteria, come avevo cominciato a chiamarla – avevano iniziato a starmi strette, motivando il mio addio a quel mondo. I giornali campano di pubblicità, la pubblicità dev’essere vista, quindi servono lettori, e i lettori se non ci sono te li devi andare a catturare, se vuoi uno stipendio a fine mese. Punto. Il come è una questione etica, che non interessa all’editore e ai proprietari dei giornali più di quanto li interessi discutere di astrofisica o del sesso degli angeli. Il come non viene discusso nelle riunioni di redazione né men che meno nelle sedute del consiglio d’amministrazione. Il blog, allora, mi era sembrato una boccata d’aria fresca: potevo scrivere ciò che volevo, come volevo, senza dover compiacere sponsor più o meno velatamente, senza dover spacciare menzogne per verità, senza cesellare ogni singola frase affinché potesse portare un lettore in più nelle casse del giornale. Ci misi un po’ per accorgermi che, però, il meccanismo sotteso era lo stesso: certo, la grande G ti dava spazio gratis, però si prendeva i tuoi dati e, se volevi far soldi, la strada era sempre la stessa di prima. Anzi, peggio ancora. Perché senza un editore alle spalle, farsi notare è davvero difficile. Soprattutto in un mondo sterminato come quello del web, dove potenzialmente chiunque può scrivere qualunque cosa su qualsivoglia argomento. E allora i social. Ti iscrivi per creare una vetrina dove esporre ciò che fai, finisci fagocitato dal sistema. Pubblica, così rimani in cima alla lista. Pubblica, così vieni notata. Pubblica, così l’algoritmo ti premia. Pubblica, fino a quando non importa più cosa, basta esserci. In un carosello di vanità – sia come pavoneggiarsi, sia come vanus, inutile – senza fine.

E poi arrivi a un punto. A quel punto. Quello in cui ti fermi un attimo, perché qualcosa di non ben definito ha fermato per un attimo il vorticare della giostra, e ti domandi se quella roba lì, quell’ammasso di scritti e foto e notizie e informazioni che hai accumulato e dato in pasto a chiunque nel mondo, corrisponda davvero a te. E se la risposta è no, allora la tentazione di mandare tutto all’aria è davvero forte. E lo stesso avviene se qualcuno decide, ancora una volta, di mettere le mani su ciò che scrivi e di modificarlo o usarlo per i propri scopi. A me era successo nell’editoria, prima, e poi quando Musk pareva intenzionato ad acquistare Twitter – cosa che poi avvenne. Fu in quel momento che migrai nel Fediverso, approdando su Mastodon. E il mio primo barrito ottenne più risposte di quante ne avessero ottenuti cinguettii reiterati. C’erano persone (nel mio caso Alberto, Fabio e Gustavino) dietro gli schermi e le tastiere, persone vere con cui dialogare, non numeri da conquistare. Altra buona notizia: Mastodon non è il Fediverso, Mastodon è un pezzo – significativo, certo, parecchio vivace e popoloso, ma pur sempre un pezzo – del Fediverso.

Immagine di David Revoy

C’è, letteralmente, un intero universo da esplorare, qui. Un universo i cui pianeti, satelliti, stelle e meteore sono server indipendenti, ma che comunicano tra loro grazie a una specie di lingua franca che si chiama ActivityPub. Cosa comporta questo? Tre cose innanzitutto: uno, che nessuno potrà comprare il Fediverso. Un qualsiasi multimilionario a caso potrebbe voler comprare Mastodon, ad esempio, proprio come è stato comprato Twitter, ma non gli converrebbe, semplicemente perché gli utenti si sposterebbero su un diverso server del Fediverso, lasciando Mastodon arido e disabitato, ciascuno portandosi dietro il proprio seguito proprio grazie a questa lingua franca che consente la migrazione… di pianeta in pianeta. Due, la lingua franca rende possibile la condivisione di contenuti su tutti i pianeti del Fediverso, quindi se io pubblico una foto su Pixelfed – che è una sorta di Instagram, ma rispettoso della privacy e senza algoritmi da nevrosi – chi mi segue da un altro pianeta, diciamo Mastodon per farla semplice, potrà vederla, commentarla, condividerla. E se scrivo un post sul mio blog Writefreely… eh, già! Tre, i diversi pianeti, pur essendo federati, restano indipendenti. Il che significa che ciascuno ha le proprie leggi (le regole del server), i propri abitanti (le persone iscritte a quella specifica istanza), la propria storia e le proprie tradizioni (gli argomenti preferiti e predominanti), ma in genere sono tutti molto ben disposti verso i turisti e persino verso i richiedenti asilo, come la sottoscritta allorché fuggì da Twitter.

Immagine di David Revoy

Un ringraziamento a David Revoy per le magnifiche immagini
 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Se non l'avete ancora notato, questo mio blog è ospitato sul server Livello Segreto, un “nodo” italofono di una rete di siti web indipendenti che se ne stanno al di fuori dell'Internet controllato dalle grandi aziende. Questo mese il nostro amministratore tecnico Edoardo il Casoncello ha lanciato l'idea di una Sagra Indie Web in cui i siti interessati danno contributi sul tema dell'accountability. Questo articolo è il mio contributo: è l'esatto opposto di un intervento puntuale, è un testo divulgativo semi-narrativo che, spero, risulti innanzitutto intrattenente, e in seconda battuta vi metta nel cervello del carburante per ragionare sul tema proposto da Ed.

Ante Scriptum: sì alla fin fine ho terminato questo pezzo che già era febbraio. Fottesega, tutte le fregnacce sulla vita lenta si applicano anche così.

Un processo fra le macerie

Vi racconterò una storia: non l'ho inventata io, è la mia versione di una storia che si racconta da quasi due millenni e mezzo.

Siamo nel 399 a.C. ad Atene, ma non è l'Atene che avete tutti in mente: l'Atene dei templi e delle sculture di marmo, delle bevute di vino rosso al suono delle cetra, dei festival teatrali che inizavano all'alba e finivano al tramonto per quattro o cinque giorni di seguito; l'Atene crocevia culturale, in cui tutti gli artisti e gli intellettuali greci dovevano passare se speravano di diventare qualcuno (sì tipo la Milano di oggi, purtroppo); l'Atene laboratorio politico dove era stata inventata la democrazia diretta e le decisioni le prendevano votando tutti gli uomini liberi (sottolineiamo: uomini, liberi. Niente schiavi, e le donne tutte in casa). Ecco, non è quell'Atene. Quella che pensate voi era l'Atene del 450 a.C. circa: l'Atene che aveva insediato (con le buone o le cattive) governi amici in tutte le altre città greche affacciate sul mar Egeo, e in tal modo controllava tutti i commerci da Cipro alla Sicilia, e ogni anno spillava alle città “alleate” argento sonante con cui costruire i templi, finanziare le sagre teatrali, e assicurare agli uomini liberi poveri un misto di salario minimo garantito (ebbene sì!) e di impieghi statali (ebbene sì bis!), così che potessero partecipare alle assemblee di governo tanto quanto i ricchi.

Quell'Atene di ricchezza e benessere è morta: si è suicidata combattendo e perdendo una guerra di trent'anni contro Sparta, l'altra grande città greca, che invece è proprio la Sparta che vi immaginate: un'oligarchia totalitaria in cui tutti gli uomini delle famiglie libere sono irreggimentati nell'esercito, tutte le donne delle famiglie libere devono sfornare figli per rimpolpare l'esercito, e l'esercito deve regolarmente assaltare e terrorizzare le enormi masse di schiavi (e, talvolta, le città “alleate”) che tengono in piedi l'economia, garantendo ai cittadini liberi un tenore di vita decente senza alzare un dito. Anno dopo anno, battaglia dopo battaglia, gli Ateniesi si sono bruciati tutti i propri migliori generali, fra morti sul campo e faide interne, e hanno perso il controllo di tutti i propri “alleati”, a furia di spremerli come limoni e mandarli a morire in operazioni già perse, così che un bel giorno Atene si è svegliata piena di case spopolate, di fosse comuni fresche, e con le sue Lunghe Mura demolite dai soldati spartani al suono festoso dei flauti. Già che c'erano, gli Spartani hanno anche messo al potere trenta collaborazionisti ateniesi, tutti più che felici di cancellare il sistema democratico e importare il metodo spartano, e costoro in neanche un anno hanno allegramente fatto strage di chiunque non gli andasse a genio, meglio se persone ricche cui confiscare il patrimonio; la situazione si era fatta così calda che, a una certa, un gruppo di nazionalisti democratici si è rivoltato contro i Trenta Tiranni ed è riuscito a farli fuori... non prima che costoro cercassero di allestire una fortezza di emergenza nella cittadina di Eleusi, sobborgo di Atene, e per l'occasione massacrassero tutti gli Eleusini.

Per cui, siamo nell'Atene del 399 a.C., una città che esce da trent'anni di guerra internazionale e di guerra civile, in cui intere famiglie non esistono più, i vicini di casa si sono sgozzati a vicenda, e l'indipendenza appena ripristinata, in ogni caso, deve sottostare alla mano di ferro dell'egemone spartano. Ed è in questa città, già signora del mar Egeo, ora borgo di fantasmi, che è nato il nostro protagonista.

Storia comune di Greci particolari

Si chiama Socrate, figlio di Sofronisco, del distretto di Alopece, e ha settant'anni; è sposato con Santippe, più giovane di almeno vent'anni, e da lei ha avuto tre figli, Menesseno Sofronisco e Lamprocle. Socrate quasi certamente faceva lo scultore, come suo padre prima di lui, e durante la guerra era benestante: ha combattuto nella fanteria pesante pagandosi da solo lancia e corazza, non come i pezzenti che diventavano marinai della marina militare, stipendiati dallo Stato. Ma a un certo momento, dopo il congedo, Socrate è uscito di testa: ha smesso di lavorare, è diventato quasi nullatenente, e si è messo a gironzolare tutto il tempo su e giù per Atene, in piazza nei templi nelle palestre sotto i portici su in città alta giù al porto. E dovunque va, attacca bottone con chiunque, Ateniesi o stranieri, ricchi o poveri, poeti o sacerdoti, fabbri o pittori, e li sfinisce a parlar con loro di cosa siano la bellezza, la giustizia, la perizia tecnica e tutte queste cose qua. In città lo chiamano “il tafano”, e il commediografo Aristofane, il meglio del meglio nel suo settore, lo ha inserito una commedia intitolata Le Nuvole... non proprio lusinghiera: il “Socrate personaggio” di Aristofane dimostra a un ragazzo che è giusto maltrattare i genitori e spendere tutto alle corse dei cavalli, e gli amici che chiacchierano con Socrate, a quanto pare, sono dei matti in culo che si fanno sollevare con le carrucole per scoprire di cosa son fatte le nuvole.

Già, gli amici di Socrate. Si dà il caso che Socrate sia stato amico e confidente di Alcibiade figlio di Clinia, il generale che durante la guerra ha vandalizzato le statue portafortuna del dio Hermes, e piuttosto che andare a processo è scappato... a combattere per Sparta. E come se non bastasse, frequentava pure Crizia il Giovane figlio di Callescro, il capo supremo dei Trenta Tiranni. E poi, ovviamente, c'è il giovane Senofonte figlio di Grillo, che aveva partecipato al massacro degli Eleusini sotto il comando di Crizia; casualmente Senofonte è irreperibile, scappato in Persia, e si dice che gliel'abbia consigliato Socrate stesso. Ah e non scordiamoci di Aristocle figlio di Aristone, quello che fa pugilato ed è soprannominato Platone, “Spallone”: è pronipote di Crizia, e la mela non cade lontana dall'albero.

Per cui, vi pare che la democrazia ateniese, ripristinata dopo tanti anni di dolore, possa tollerare Socrate a piede libero, questo ideologo del partito aristocratico? Ovviamente no, per cui ecco che un simpatizzante democratico cita in giudizio il signor Tafano:

«[...] questo ha sottoscritto e giurato Meleto di Meleto, Pitteo, contro Socrate di Sofronisco, Alopecense. “Socrate è colpevole di non riconoscere come Dei quelli tradizionali della città, ma di introdurre Divinità nuove; ed è anche colpevole di corrompere i giovani. Pena: la morte”.»

Un processo un po' sconclusionato

Parole pesanti come una lancia pesante, ed ecco che Socrate, il nullatenente logorroico, si deve preparare a processo. Ma qui iniziano le cose strane. Per la legge ateniese, l'imputato deve esporre personalmente il suo discorso di auto-difesa, quella che in Ateniese si chiamava apologia, e la professione di avvocato consisteva proprio nello scrivere il discorso e preparare il cliente (infatti “avvocato” si diceva logografo = scrittore di discorsi). In questo momento, il logografo più bravo di Atene è Lisia figlio di Cefalo, nato ad Atene ma di famiglia immigrata da Siracusa: Lisia non è cittadino ateniese, è “solo” uno straniero residente con, diremmo oggi, permesso di soggiorno lavorativo, e per il regime dei Trenta Tiranni questo era grasso che colava: non solo gli hanno confiscato i beni e costretto a fuggire a Megara (città allegramente alleata con Sparta), ma gli hanno pure ammazzato il fratello Polemarco. Ora Lisia è sul piede di guerra contro i superstiti del regime e vuole giustizia per sé e la sua famiglia, e infatti si offre volontario per comporre l'arringa di accusa contro Socrate... Aspettate, no! È l'esatto contrario! Lisia si offre di difendere Socrate, ed è il signor Tafano che cordialmente declina e si prende la responsabilità di fare da sé.

E le sorprese non finiscono qui. Perché Socrate inizia la sua apologia con un bel riepilogo dei propri meriti come onesto cittadino: durante la guerra, dopo il suo servizio militare ineccepibile, il Tafano di Atene è stato sorteggiato per partecipare al comitato che, diremmo oggi, detiene collettivamente la presidenza della repubblica, e durante il suo mandato (siamo nel 406 a.C.) la flotta ateniese aveva sconfitto clamorosamente quella spartana alle isole Arginuse... ma gli ammiragli non erano riusciti a soccorrere i marinai naufragati, e per questo il popolo li voleva morti. Per tutto il suo mandato, Socrate bloccò il procedimento con tutte le proprie forze, non poté ovviamente impedire che il suo successore lo avviasse, e così gli ammiragli vennero giustiziati... e Atene perse la guerra. Ma non solo: saltiamo avanti di qualche anno, al 404 a.C., durante le purghe dei Trenta Tiranni. Crizia e i suoi lacché vogliono desaparire Leonte di Salamina, un immigrato benestante (proprio come la famiglia di Lisia), bisogna comporre la squadraccia della morte, ed esigono che partecipi anche Socrate (chissà se per la parlantina sciola o per le manone da scultore): il signor Tafano non riesce a salvare Leonte, ma si rifiuta di servire nella polizia politica, e per questo avrebbero fatto fuori anche lui... se i democratici nazionalisti non avessero sconfitto il regime.

Un quadro ben strano, gente: Socrate era amico di Alcibiade, il disertore, ma ha cercato di salvare gli Ateniesi dalla propria stessa dabbenaggine; si è rivoltato contro la tirannia di Crizia, eppure ha aiutato Senofonte a fuggire in esilio; e durante il processo, a parteggiare per lui, ci sono tanto Lisia quanto Aristone detto Platone. Dove sta la coerenza di quest'uomo?

Incominciò con un demone a posto

L'Apologia di Socrate ci è stata tramandata in due versioni: quella trascritta da Platone è considerata una delle prose più belle composte in Greco Antico (anche da me medesimo), quella trascritta da Senofonte non se la fila nessuno (e neppure io l'ho mai letta, ma dovrei), per cui mi soffermerò sul nodo centrale del resoconto platonico.

Socrate prende di petto l'accusa contro di lui, e nega fortemente sia la presunta empietà sia la presunta cattiva influenza sulla gioventù. Anzi, costruisce una catena argomentativa che demolisce dalle fondamenta tutto il teorema accusatorio (che paroloni, mi sento un giornalista di cronaca): 1. Tutto parte dalla curiosità di Cherefonte, amico storico di Socrate, che anni addietro è andato nella città di Delfi per interrogare l'oraclo del dio Apollo e scoprire se davvero l'amico Socrate eccelle fra gli Ateniesi. L'oracolo delfico era sempre ben disposto a paracularsi (vedasi nel 550 a.C. circa, quando gli chiesero chi avrebbe vinto la guerra fra gli imperi di Persia e di Lidia e rispose “Un grande impero cadrà”. Grazie tante...), ma stavolta, stranamente, rispose senza ambiguità: sì, Socrate primeggia fra gli Ateniesi per virtù morale e intellettuale. 2. A complicare le cose, da che ne ha memoria, Socrate ha particolare devozione verso quello che, da Greco antico, chiamava “demone”: un essere sovrannaturale che non è fisico e mortale, a differenza di piante e animali e umani, ma non è nemmeno potente e imperituro quanto gli dèi del cielo del mare e del sottosuolo, e si potrebbe equiparare, quindi, alle ninfe femminee che, per l'appunto, animano e vegliano gli alberi e le sorgenti e le spiagge. Perché questo demone, da sempre, veglia su Socrate, e davanti a una decisione lo ammonisce, lo stuzzica e lo trattiene perché si astenga dalla via disonesta. 3. Forte del demone che lo accompagna, Socrate decide di sondare la correttezza del verdetto di Apollo, e inizia a interrogare uno a uno tutti gli Ateniesi e tutti gli stranieri che incrocia, confidando che prima o poi troverà certamente qualcuno migliore di lui... ma così non accade. Perché il buon Socrate, ogni singola volta, constata uno di due casi: i lavoratori che padroneggiano un mestiere tecnico si persuadono che tutti gli altri saperi siano concettualmente subordinati alla propria professione, e pertanto si arrogano a priori la padronanza di tutto lo scibile umano; i benestanti che hanno avuto una formazione umanistica finalizzata all'attività politica (un po' di diritto, un po' di belle lettere, un po' di scienze della comunicazione) non conoscono assolutamente niente di significativo, ma sono meramente capaci di ammaliare e intortare l'interlocutore per convincerlo di sapere tutto. E in entrambi i casi, sia i tecnici sia i letterati non possono resistere alla metodologia demolitrice di Socrate: a furia di chiedere “Che cos'è?”, “Che cosa ne consegue?” e “Ma ipotizziamo il suo contrario...”, il signor Tafano li manda in crisi e in bestia, e a quel punto ci sono altri due casi: chi se ne va via offeso ed esasperato, e chi si appassiona a questo modo di ragionare e diventa amico di Socrate, per cercare di partorire assieme una verità più solida e profonda di quella che insegnano i cosidetti sofisti (da cui il nostro “sofisticare”): i professoroni di saperi umanistici che, per lo più, sono stranieri immigrati ad Atene per fare fortuna parassitando i benestanti.

Ed ecco che il resoconto di Platone si intreccia con i Ricordi della vita di Socrate raccolti da Senofonte: ricordi in cui Senofonte mette bene in chiaro, sin da subito, che nella sua ricerca Socrate puntava a individuare, nei saperi tecnici, la massima efficienza attraverso il giusto sforzo, tanto nella costruzione di un portico quanto nell'addestramento di un cavallo; che nelle questioni etiche perseguiva la conciliazione e la concordia, ad esempio quando mediava le liti fra la moglie e i figli; e che sia Alcibiade sia Crizia frequentavano Socrate nella speranza di apprendere da lui la sua inconfondibile perizia retorica, da riciclare in politica per assicurarsi consenso e prestigio... e ambedue si allontanarono dal Tafano, allorché questi mise in chiaro che non c'era trippa per gatti. E a questa caterva di testimonianze aggiungiamo, già che ci siamo, anche l'incipit dell'Anabasi (sarebbe a dire “Viaggio di andata e ritorno”. No, non è una traduzione de Lo Hobbit), il diario degli anni di esilio che Senofonte trascorse da mercenario nell'impero di Persia: egli mette in chiaro che Socrate non gli consigliò esplicitamente di espatriare, ma lo invitò a consultare l'oracolo di Delfi (aridaje) e il responso fu palese.

Insomma, abbiamo ampi elementi per ipotizzare che Socrate rappresentasse una verruca sui glutei sia per i nazionalisti democratici sia per gli aristocratici filospartani, e che, per paradosso, nel suo giro di amici convivessero le menti migliori di ambo gli schieramenti, più tanta altra gente non propriamente schierata: Senofonte afferma che Socrate nutrisse stima reciproca per Aspasia di Mileto, concubina del generale Pericle (l'artefice degli anni d'oro dell'impero ateniese), mentre Platone racconta di un'istruzione spirituale impartita a Socrate da Diotima di Mantinea, misteriosa sacerdotessa e mistica che, forse, non è mai esistita, ma se fosse esistita sarebbe non solo donna straniera (come Aspasia), ma pure nativa di un territorio filospartano. E se vi par poco che Socrate, forse, fosse amico di donne colte, considerate che la segregazione di genere praticata ad Atene aveva poco da invidiare alla misoginia delle peggiori teocrazie cristiane e musulmane di oggi.

Per cui, ricchi ateniesi, dotti forestieri, concubine e sacerdotesse, pugili e mercenari: questi gli amici di Socrate, e a tenerli assieme, a quanto pare, c'era un atteggiamento anti-dogmatico rispetto all'istruzione tradizionale, oltre che un certo rispetto verso la voce del demone, l'esperienza spirituale che animava l'indole del Tafano.

«Ergh, cretinodicrescenzago, perdonami, ma io ero qui per un discorso sull'accountability: se mi interessava la storia greca cercavo una puntata a tema nei podcast di Barbero...»

Ci sto arrivando, giuro che adesso ci arrivo.

Che tutto continui in fiumi di dubbio

Il processo, Socrate lo perse. Fu giudicato colpevole di stretta misura, come da prassi gli fu richiesto di proporre lui una pena alternativa, e come atto di spregio richiese la pensione vitalizia in ricompensa a un servizio pubblico eroico, al che lo condannarono a morte invitandolo, fra le righe, a fuggire in esilio (di nuovo, come da prassi)... e fu così che il signor Tafano accettò di farsi incarcerare, rifiutò il piano di evasione ed esilio proposto dai suoi amici più cari, e il giorno stabilito fu giustiziato assumendo veleno di cicuta.

I suoi discepoli si sparsero ai quattro venti, e nei decenni successivi costruirono tutte le grandi scuole di pensiero della filosofia greca: cinismo, platonismi (al plurale, perché Platone ebbe un bel numero di discepoli creativi), aristotelismo (ecco, Aristotele era il più volpone dei platonici), epicureismo, stoicismo, scetticismo. Insomma, tutte quelle dottrine scientifiche, etiche, politiche e teologiche che nei secoli successivi si sarebbero ibridate direttamente con i saperi dell'Egitto faraonico e del Vicino Oriente semita (e, indirettamente, con suggestioni iraniche e addirittura indiane), andando a costituire la visione di mondo delle èlite europee per il successivo millennio e mezzo.

E qui, gente, ecco arrivare il mio punto

E meno male...

Alla base della cultura pan-occidentale, c'è un uomo fortemente religioso che ha riconosciuto dentro di sé un bisogno profondo e irresistibile, e ha dedicato tutta la sua vita a perseguirlo: ore, giorni, settimane e mesi di chiacchiere con altre persone per condividere con loro che domandarsi “Che cos'è?” vale infinitamente di più del memorizzare “È fatto così e cosà”; innumerevoli scelte di vita analizzate nell'ottica di identificare il punto intermedio virtuoso tra due possibili estremi viziosi, in accordo con il motto “Mai troppo” esposto sul tempio di Apollo a Delfi; innumerevoli situazioni in cui quel punto intermedio virtuoso ha significato deporre le proprie certezze (“So di non sapere”, diceva il Tafano) e riunciare a ciò che sembrava comodo in favore di ciò che risultava profondamente giusto, e non a caso Socrate ha rinunciato prima alla benestanza e poi alla vita, perché un'esistenza senza dibattito e senza ricerca, per come era fatto lui, sarebbe stata indegna di essere vissuta (e infatti l'altro motto delfico recitava “Conosci te stesso”).

Indagare le cose anziché ripetere a pappagallo; indagare assieme anziché in solipsismo; perseguire la curiosità anziché il bigottismo; restare fedele a un senso morale profondo, potenzialmente divino, a scapito dell'opportunismo egocentrico. Sono tutte pratiche di vita che l'Occidente tecnocratico ha allegramente polverizzato nel tritacarne dello scientismo e dell'autocrazia, ma che in un tempo lontano sono state alla base del pensiero pagano di lingua greca, quel pensiero che avrebbe incontrato il pragmatismo curioso dei popoli italici a Ovest e la grande tradizione magica egizia, siriaca e mesopotamica a Est, e da tutto questo calderone sarebbe scaturito quel cristianesimo che ha consegnato alla storia sia la violenza dispotica di Papi e imperatori sia le “guerre sante dei pezzenti”, dai moti contadini del Milleduecento fino alla teologia della liberazione latinoamericana. E del resto, c'è un certo consenso storiografico attorno alla tesi che il falegname Yeshua bar Ioseph da Nazareth fosse, a conti fatti, un rabbino-lavoratore di provincia aderente alla corrente più democratica del monoteismo giudaico, e a un certo momento abbia mollato tutto e iniziato a girare per la Palestina predicando una morale di mutualismo concreto e di resistenza pacifica all'occupazione romana... finché non è stato arrestato e giustiziato come bestemmiatore della fede giudaica e ribelle al potere legittimo.

Vi ricorda un certo scultore greco?

Di domande restiamo pienu

Insomma, credo abbiate capito il mio punto: possiamo raccontarci tutte le storielle di psicologia spicciola possibili rispetto al concetto di accountability, ma, a mio giudizio, ciò che ci vuole è un passo indietro, fino a quell'epoca in cui il Mediterraneo era ancora un punto di intreccio fra Europa, Africa e Asia, e noi Europei non l'avevamo ancora trasformato irrimediabilmente nella frontiera cimiteriale fra il “nostro” mondo civile e la barbarie “altrui”. Facendo questo passo indietro, ci accorgiamo che un ragionamento sull'analisi profonda dei propri valori e delle proprie azioni era già ben presente nelle nostre culture, e aveva una connotazione spirituale che francamente trovo molto salutare, a fronte di una mentalità materialista “delle evidenze e dei fatti” che ha prodotto non già una laicità di convivenza pacifica fra materialistu, spiritualu e scetticu (ciascun gruppo con le sue declinazioni infinite), bensì l'equazione dicotomica “ateismo : civiltà : bianchezza = religione : barbarie : popoli colorati”. Facendo questo passo indietro, quando avevo 16 anni e stavo ascoltando la prima lezione di filosofia in terza superiore, io stesso ho imparato che fa bene, ogni tanto, togliersi di proposito il terreno sotto i piedi e scoprire cosa c'era sotto, ed estraniarsi da sé quel tanto che basta da chiedersi “Che cosa sto facendo? Dove voglio andare?”... e stare in silenzio abbastanza a lungo da udire la vocina del demone, che ci bisbiglia quello che davvero sentiamo sia giusto e necessario.

Si suol dire che la modernità colonialista occidentale è iniziata allorché René Descartes ha teorizzato la separazione netta fra la materia inerte e il pensiero razionale, bollando come falsa qualunque prospettiva filosofica altra proveniente dai popoli indigeni dell'Asia, dell'Africa e delle Americhe (tertium non datur, avrebbe scritto lui), e in tal sede Descartes si avvalse dell'immagine di un “genio maligno” da aggirare per approdare alla sua verità. Se davvero l'Occidente cartesiano non ci piace, forse forse per smontarlo e rimontarlo meglio vale la pena di togliere la maschera al genio maligno e restituirgli la sua identità originaria di demone socratico, che ci accompagni nella ricerca infinita di una Verità che non è mai data una volta per tutte. E a questo proposito, sarebbe molto opportuno fare spazio sull'altarino dedicato al demone e riscoprire anche le dottrine della sacerdotessa Diotima sulla funzione cosmica ed etica dell'amore, o ancora di più coinvolgere nel nostro dialogo socratico anche la povera Santippe, cui nessuno ha mai chiesto com'è stato vivere con un marito che manteneva lei e i tre figlioli con le elemosine degli amici e ha reputato più giusto morire, lasciandoli in miseria, piuttosto che rifarsi una vita altrove tutt'assieme. Io non sono un necromante abbastanza abile da evocare lo spirito di Santippe e dialogare con lei, e chiederle “Cos'è la libertà, per chi non esce di casa?” oppure “Cos'è la giustizia, per chi non può lavorare?”, ma sono piuttosto certo che il mondo sia pieno di Santippi da coinvolgere nei nostri discorsi: alcune di loro si chiamano Angela Yvonne Davis, Sakîne “Sara” Cansiz, Marielle Franco o Gloria Evangelina Anzaldúa, altre sono “las compas marchando en Reforma [...] las morras peleando en Sonora [...] las Comandantas luchando por Chiapas [...] las madres buscando en Tijuana”, altre ancora probabilmente mi state leggendo adesso (e ve ne sono grato).

Per cui, gente, facciamolo assieme questo passo all'indietro, e facciamolo tuttu. Comincio io, che un Tafano non lo sono, però sono un cretino:

“Cosa vuol dire, secondo te, comunità?”

Appendice bibliografica

Per chi, giustamente, non vuole prendere per oro colato la mia lezioncina di storia, procuratevi e datevi una lettura a queste fonti primarie o quasi primarie: 1. Aristofane, Le nuvole. 2. Platone, I Tetralogia composta da Eutifrone, Apologia di Socrate, Critone e Fedone. Più il Simposio dalla III Tetralogia. 3. Senofonte, Memorabili (traduzione convenzionale e stupida dell'originale “Ricordi”), Apologia di Socrate. Più, volendo l'Anabasi e le Elleniche (traduzione convenzionale aulica dell'originale “Storia della Grecia”). 4. Tucidide, La Guerra del Peloponneso. 5. Diogene Laerzio, capitolo su Socrate nelle Vite e dottrine dei filosofi illustri. 6. Schalom Ben-Chorin, Fratello Gesù. Un punto di vista ebraico sul Nazareno

 
Continua...