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from la tana di Belzebu

Dante l'infedele

nel ventottesimo canto, se non ricordo male, Dante piazza Maometto all'inferno, questo ferisce la sensibilità di alcuni studenti di Treviso, tanto che i genitori si sono fatti araldi della richiesta di esonero dallo studio, appunto, di Dante. Beh, cosa possiamo aggiungere, come è sempre accaduto nella storia, la religione si mostra antagonista della ragione, ed è proprio nella sua dimare che la ragione perde la posizione, ovvero la scuola. Si perché, dai stiamo parlando di Dante, mica di un "poeta" minore, stiamo parlando dell'identità stessa, ammesso che ve ne sia una, di questo spappolato paese. La scuola dovrebbe insegnare, perché la conoscenza è la base di ogni bene, uno su tutti la tanto agoniata integrazione, parola da usare con cautela, che non amo moltissimo ma va beh! Usiamola, si perché se una cosa non la vedi, non la ascolti non la conosci come puoi comprenderla, interpretarla e magari apprezzarla ? Ed è molto molto triste che in nome di un rispetto alla sensibilità si compia un'atto irrispettoso, per nascondersi dietro il facile velo delle sensibilità "colpite" la sensibilità talvolta va anche un po' stimolata, toccata, punta se è il caso, perché se la sensibilità non vibra mai l'anima non può suonare. é vergonoso che per una sciocca presa di posizione senza alcuna ragione plausibile ci si sottragga alla cultura alla conoscenza, è stupido assecondare falsi riposizionamenti stratecigi mascherati da sensibilità. Averlo saputo mi sarei dichiarata turbato da materie tipo calcolo statistico. Ma anche gli studenti non potrebbero riferirsi alle classiche opzionio tre le quali..."studiare e non rompere il c...."

 
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from LKL

Diamond is unbreakable. Jojo. Great Days.


Tutti conosciamo Jojo: storie impossibili, combattimenti come partite a scacchi (le mazzate al posto delle pedine), con sfidanti che portano avanti strategie basate sulle possibili venti mosse successive degli avversari. Il tutto farcito dalle caratteristiche pose, dai vestiti più scemi dell'animazione giapponese e da una serie invereconda di stupidaggini. È per questo che Jojo ci piace, è un fenomeno di costume e riscuote un successo enorme da decenni. Non tutte le serie sono ugualmente riuscite; personalmente, trovo molto brutta la parte in prigione di Stone Ocean, l'avrei sicuramente ridotta a poche puntate, ma non sono Hirohiko Araki. L'avrete immaginato.

Mi è piaciuta molto Diamond is unbreakable per diversi motivi: tra quelli che ricordo, lo stile grafico el'ambientazione in quella cittadina bizzarra, sono pur sempre delle avventure bizzarre. Sulla parte grafica, ricordo di sicuro il netto calo qualitativo iniziato poco dopo l'introduzione del cattivone di turno. Non è una recensione della serie, quindi questa analisi superficiale può finire qua.

Sia quel che sia, l'ultima puntata di Diamond is unbreakable è stata la puntata più bella nella mia lunga storia di appassionato di cartoni animati, sicuramente non per particolari meriti intrinseci, per quanto gradevole e liberatoria.

La serie usciva in simulcast, credo, quindi il classico singolo episodio a settimana, in Giappone come da noi. Mio padre stava già affrontando la malattia da anni, le cose sembravano aver preso la piega giusta. Stavamo aspettando i risultati dell'ultima tornata di esami strumentali e, finalmente, leggemmo quello che tutti vorrebbero leggere: era pulito, finalmente, non c'era traccia della malattia da nessuna parte.

Il giorno dopo, uscì l'ultima puntata di Jojo: potete immaginare in quale stato di felicità mistica, forse mai provata in tutta la vita, la guardai. Probabilmente, avrebbero potuto mandare in onda qualsiasi cosa, pure 25 minuti di schermo magenta, col suono del monoscopio, sarebbe cambiato poco. Great Days era la sigla iniziale, furono davvero giorni memorabili.

Passò un anno circa e la malattia tornò, per l'ultima volta.

 
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from Il Taccuino

Pierre-Auguste Renoir, 1882, La Baigneuse blonde, oil on canvas, 90 x 63 cm, Pinacoteca Agnelli, Turin

Ti ho cercato con gli occhi tra le onde e desideravo tanto non trovarti, non perdermi nel fiume limaccioso della bellezza che trasporta a fondo quando si perde la luce del sole e ogni cosa trema nella notte. Eppure ti ho visto, e ancora urla il dolore antico che rifuggo: esser due cose in un una, mistero selvaggio custodito dagli alberi e le bestie. La mia legge è quella della pietra, muta sulla pianura fragorosa sui versanti di montagna, nemmeno di essa si può dire esser cosa morta, ma solo il simulacro della sopravvivenza vana, lo scandalo dell'esistenza priva d'illusione. Ma tu, bellissima, ogni cosa trasformi e ricomponi, come l'onda ridisegni i confini della terra squarci l'abisso del mare e mi sgomenti. Anche oggi fuggirò, per non toccarti. Vorrei tanto che non mi lasciassi solo questa notte, con la morte quotidiana che conosco e quella innominabile che attende.

 
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from la tana di Belzebu

il sostegno

Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre... Però al tuo governo dei tre ministri Dio, patrie e famiglia, donne, madri et simili stanno sul cazzo... Per carità e amor di verità c'è da dire che la famiglia, tradizionale o allargata che sia e a cui tutti riservano parole di elogio, ognuno tifa per il proprio modello di famiglia, alla fine, dicevamo, la famiglia sta sul cazzo a tutta la classe politica di sto paese... Ehh si! Perché se parli, parli e ancora parli ma poi non ci cavi un ragno (secco) dal buco, che parli a fare ? Limitati agli spot elettorali e poi... rimaniamo amici... Breve storia triste di una maestra con trent'anni di scuola, ma ancora troppo acerba per la pensione, costretta a chiedere un trasferimento di regione per stare più vicino alla figlia, donna e lavoratrice, ma sopratutto "madre" di due bimbi con didabilità, questa ovviamente non ha alcun tipo di supporto da parte della patria, e l'unica cosa che funziona, a volte, nella famiglia sono le risorse della famiglia stessa, ecco quindi che una maestra, lascia un buco didattico, costretta a lasciare i propri studenti alla terza elementare con buona pace del percorso scolastico e tutto il resto, per aiutare ad assistere i nipotini disabili, che la sola madre lavoratrice tra orari e risorse insuffcienti non riesce a gestire... Potrebbe licenziarsi risolvendo il problema del tempo ma inasprendo quello delle risorse, o viceversa fare tre lavori, dato che stiamo sulla ricca piazza di Milano, ma addio al tempo... Questa è una provocazione, ovviamente, ma la storia e vera e la maestra lascia la sua vita in questa città per sostituire lo stato, la comunità che non c'è... Al posto della maestra arriverà una supplente, precaria, senza ruolo, senza certezze senza un progetto, gli anni passano, le mamme imbiancano i figli della patria crescono on le famiglie sempre in corsa e con le supplenti. Ma del resto abbiamo una classe dirigente, una classe politica fatta di supplenti, di precari senza arte ne parte, di apprendisti stregoni senza più maghi che insegnino... Eh no! i maghi non ci sono più si sono dovuti dimettere per dare supporto alla famiglia. Storie di maghi, famiglie e donne, storie di Dio di patria e di famiglia.

 
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from Il Taccuino

Alcune riflessioni

Edvard Munch - La fanciulla malata I, litografia, 1896, Museo Munch, Oslo

In questi giorni di intenso malessere mi sono soffermato a pensare e a riflettere sul rapporto tra malattia e interiorità. Probabilmente si tratta di un tema banale, tuttavia credo non sia così trascurabile se è stato spesso oggetto di analisi letteraria, psicologica e psicanalitica.

Come spesso faccio quando ho voglia di scrivere delle riflessioni partirò da un dato autobiografico. Che rapporto ho io con la malattia?

Se torno indietro con i ricordi mi pare di esser stato sempre malato (mai malattie gravi, certo, tuttavia non ricordo un periodo in cui sia stato completamente “sano”). A partire da una misteriosissima dermatite atopica che mi creava piaghe sul volto da bambino, passando per una brutta complicazione dell'otite che avrebbe potuto causarmi la sordità (eventualità scampata appena in tempo grazie all'azione provvidenziale di un bravo otorino), attraversando i mille problemi ortopedici (traslazione del bacino, deformazione tibiale, cifosi e scoliosi), fino ai problemi gastrointestinali (gastriti e reflusso da quando ho 16 anni), emicrania, problemi di equilibrio e uno stranissimo male neuromuscolare che mi ha tenuto in scacco per qualche anno, per non parlare di possibili disordini autoimmuni dato che mi viene spesso la febbre a causa di incontrollate risposte immunitarie a non si sa bene cosa, insomma, si può dire che sono un individuo che si può definire “di salute cagionevole”.

Le persone “come me” sono sempre esistite, c'è chi non gode di particolare buona salute a prescindere dal suo stile di vita (e devo dire che, anche a causa dei miei mali, il mio è decisamente migliore di quello dei miei coetanei, dato che se agissi come loro probabilmente sarei morto entro qualche anno), e oltre a essere sempre esistite hanno anche un posto decisamente privilegiato in letteratura. I primi esempi che mi vengono in mente, Leopardi a parte che certo era un caso eclatante, ma pur sempre funzionale alla tesi che sto analizzando, ci sono il protagonista di La donna del mare di Ibsen, il personaggio-poeta Guido Gozzano, Friedrich Nietzsche, per non parlare del fatto che la malattia è probabilmente il topos letterario per eccellenza dell'opera di Thomas Mann, che ci regala alcuni dei più bei personaggi malati (il piccolo Hanno nei Buddenbrook, forse il personaggio più bello e delicato di tutto il romanzo, Hans Castorp de La montagna magica, Adrian Leverkühn nel Doktor Faustus, per non parlare dei suoi racconti lunghi, alcuni di essi ambientati proprio in cliniche e sanatori – come nel Tristano); guardando a regioni geografiche più vicine c'è il protagonista de La diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino, che vive in un sanatorio, e molti altri.

Ciò che colpisce, tuttavia, in questa carrellata di nomi è una caratteristica che accomuna sempre questi personaggi: sono tutti quanti personaggi la cui interiorità, il cui sentimento, la vocazione artistica, la delicatezza d'animo etc. sono spropositatamente grandi, come se l'interiorità volesse fagocitare il corpo che non è capace di reggere tutta quest'anima, motivo per cui esso pian piano inizia a deperire, e così come a essi è stato fatto il dono del sentimento e dell'arte al contempo sono stati maledetti dalla malattia, quasi fosse un contrappasso, uno scotto da pagare. E, dalla mia piccolissima e inutile esperienza personale, posso dire che tutti quelli che sono “come me”, eternamente malati (ma mai per finta), spesso ipocondriaci (il che è anche normale se si è abituati a convivere perennemente con qualcosa che toglie la salute), un po' nevrotici, sono persone con un'interiorità enorme, gigantesca, spesso sono artisti a modo loro, o sono quantomeno fiori gentili, evitanti del conflitto e della brutalità. Nel mio piccolo anche io mi ritengo interamente proiettato nell'interiorità, ho sempre coltivato lo studio e la pratica artistica (letteraria, pittorica, fotografica) molto più dell'esteriorità del corpo, motivo per cui negli anni dell'adolescenza quando invece il corpo si fa portatore delle istanze di affermazione dell'io e quando è (anche) con i corpi che si scopre l'altro, io ho sempre vissuto all'ombra di qualche albero a leggere, a immaginare ciò che gli altri vivevano, accarezzandolo col pensiero senza tuttavia agire mai, senza mai prender parte alla vita. E allora mi chiedo, a nome di tutti i malati e i nevrotici del mondo, forse che gli scrittori e gli artisti abbiano visto più lungo dei medici? Forse che davvero avere l'animo smisurato, l'essere interamente proiettati all'interno di se stessi, porta al deperimento del corpo e al contrappasso della malattia? E qualora fosse così, posso (o possiamo) dire che sarebbe preferibile la salute alle meravigliose e misteriose profondità dell'anima?

 
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from Il Taccuino

Buongiorno a tutti quanti, dopo tanto tempo di assenza dalla scrittura “digitale” ho deciso di riaprire un blog. Non è stata una decisione facilissima, spesso mi sono chiesto se abbia senso e se valga la pena condividere con la rete i propri scritti, di qualsiasi natura essa siano, e dopo aver sciolto questo dubbio restava il problema di dove scrivere e in che forma: un blog? Una newsletter?

Ho poi ripensato al fatto che non per forza tutto ciò che facciamo deve avere un risvolto pratico, non per forza dobbiamo fare sempre qualcosa di utile, così ho pensato che anche se nessuno leggerà mai ciò che scrivo e che condivido, cosa importa? Ho sciolto quindi le titubanze ed eccomi qui (di nuovo).

Per me è sempre molto difficile scegliere il nome di un blog, di una rivista, a volte persino di un articolo, per cui stavolta ho deciso di essere più generico possibile. Il blog si chiamerà Il Taccuino, perché non sarà una raccolta organica di scritti e accoglierà articoli, considerazioni, appunti, versi, poesie, a volte anche fotografie, insomma, una sorta di diarietto personale che accoglierà scritti editi ed inediti, nella maniera più disorganica possibile. Spero, ovviamente, possa essere di vostro interesse.

A risentirci presto.

 
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from RINASCITA DELL’ALCHIMISTA STAREC ZOSIMA

La ricerca non è che un percorso senza strade con colline e montagne e lune bombardate da meteoriti confusi da forze troppo più grandi di loro che portano vita e oro e spezzati e divorati da ambizioni e caduti anch’essi e vide il bagaglio che un antico essere vivente si trascinava così pieno di materiali rari e preziosi e coralli da sembrare un fondale marino e di alcool proveniente da navi mercantili distrutti da cannoni di navi mercantili perché la mano invisibile forse un giorno davvero ha funzionato che prima erano sì ricchi e potenti ma non così influenti e distinti con cappelli neri e uno spiccato gusto estetico e sigari e sempre enormi campi di tabacco e luoghi in cui produrlo e polmoni pieni zeppi di ego ma quale ego essere vivente che non sei diverso dal miscredente che tutto era lontano e indietro nel tempo come stelle lontane e nel passato ma adesso le vediamo così come furono e non sapremo mai come sono adesso e sicuramente sono già tutte morte mutate e altre ne sono nate esplose e la luce è già stata assorbita e così la vita e così la speranza ma chi ci crede più nella speranza. E si chiese se fosse superfluo questo bagaglio essere vivente ma dove vai perché vai e vaghi non saresti più leggero senza non saresti davvero senza l’antico essere vivente non se ne liberò mai dubitò sicuramente ma rimaneva solo quello che tutto sacrificò in nome del bagaglio che nulla esiste all’infuori del bagaglio e Zosima lo accettò e accettò il nulla che rappresentava ma tutti hanno un bagaglio sapeva Zosima anche Zosima stesso e fece molto per esso ma lo Starec per la prima volta accettò l’altro con le sue fragilità che erano le stesse di Zosima. E per la prima volta Zosima ancora Starec ma non alchimista vibrò o almeno per la prima volta venne scritto che questo antico essere vivente suscitò qualcosa che l’importante è capire e non è importare cosa e come e perché ma farlo con ardore sciogliendo invisibili grovigli fatti di intenzioni fraintese in attesa di agire. L’ora alchimista usò la forza necessaria e concentrandosi quello che serviva e dimenticandosi buona parte delle intenzioni creò il fuoco e la scintilla divampò e proruppe.

 
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from ordinariafollia

C'erano due neuroni o forse tre nella mia testa dopo la consegna delle chiavi.

Uno era maschio, per così dire. L'altro no, per contraddire.

Venne loro data una consegna, un foglio nel quale c'era scritto come lavorare. E lessero. Il primo disse: ho capito, bene! si farà così e cosà, facile. L'altro rimase sul divano.

Intanto la macchina attendeva a folle. Motore caldo, carrozzeria fiammante, due dadi di peluche che non avevano mai rotolato pendenti sotto allo specchietto. Il primo neurone disse al secondo: alzati, dobbiamo lavorare. Il secondo gli rispose: sì, ma prima giochiamo a nascondino.

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Aspetto sdraiato sul cofano all'autosalone e taglio erba nella speranza che ricresca. Aspetto te, camminando avanti e indietro. A volte immaginando che ogni mattonella sia come la sola cosa reale ed io un equilibrista sul tetto del mondo.

Aspetto seduto su una sdraio avvelenata, sul ciglio della collina da dove si vede il mare. Sotto gli ulivi. Pieno di zanzare. Aspetto contando i petali dei fiori in un valzer americano dove sono sia cowboy sia indiano. Dove sono vestito con un abito leggero ed ho sempre una pistola nascosta e pronta.

Aspetto in piedi tra gli altri pilastri minerali intanto che una palla rimbalza e la figura di una giovane donna cammina sulla sabbia. Aspetto la mano di mia madre che venga a carezzarmi mentre non prendo sonno.

Aspetto e sono forse quello che sta ancora nascosto. Aspetto e sono forse quella che è rimasta.

 
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from RINASCITA DELL’ALCHIMISTA STAREC ZOSIMA

Questa è la morte rinascita e momenti seguenti del noto alchimista Starec Zosima un anti racconto contro le storie non volute e non cercate uno scoprire muscoli scolpire marmi e rifinire forme incomplete che nascono spontaneamente da fessure e violenza nel martellare e dolcezza nel levigare. Troppo radicato nella realtà troppo vittima dell’apparenza incapace di distinguere ma solo di pensare ma non di riflettere ma alla ricerca continua ed estenuante di risposte e soprattutto soluzioni per questa umanità incoerente egoista vuota ma non era solo questo che sarà dopo in principio solo un leggero dubbio che le strade erano così ben battute e i confini così visibili e rassicuranti e sicuramente sarebbe potuta finire così ma cosa è cambiato infine dopo tutte queste rinascite cosa è davvero cambiato la sicurezza di aver battuto le strade è aumentata e ora si sta di fronte a dirupi ingabbiati tra strette montagne scavate da singole molecole di acqua di un fiume ormai scomparso ma non solo il caldo torrido anche terremoti lenti movimenti di placche tettoniche e corsi deviati e irrigazione e questo terreno serve per produrre energia in modo ecologico e questo terreno è sacro incalpestabile fu il luogo della nascita e della morte e sempre così sarà luogo di morte e si possono solo recitare i nuovi canti e può di nuovo essere bagnato solo dal sangue. Che la musica non è mai davvero libertà e ha fallito il suo antico scopo ma mai fallito ma sempre oppressione e incasellamento e modellazione nel nome del dio nell’attuale forma lecita e schema e ricerca dell’animale più grasso da uccidere nutrito con alimenti privi di pesticidi con terreni nutriti solo dal sole a acqua piovana ma sempre gabbia ma se pure un campo enorme in cui pascolare brucare razzolare sempre la morte incombe se se pure la morte non sia la fine sempre limitata la scelta possibile sì uomo colto ma quale vita sì uomo colto cosa ti interessa sì uomo colto smetti di chiedere smetti di volere e lascia infine questo animale lascialo sbagliare e rincorrere i suoi sogni istintivi di morire ucciso dopo aver combattuto e sopravvivere a lunghi inverni e estinguere se sarà necessario che l’obiettivo è sempre vendere e vendere e mangiare e soffrire il più possibile che in un mondo di sofferenza e violenza non può che vincere quello che procura più violenza e sofferenza e sta tutto qua nel comprendere quanto sia vero tutto ciò quanto pensare diversamente possa cambiare l’umanità quanto in fondo una speranza esiste nel non cadere nel solito baratro che ciclicamente si ripresenta da cui ciclicamente si esce ma sempre più ammaccati.

 
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from Pensieri di Pollo

«Annihilator è ciò che succede quando lasci un pazzo visionario solo in una stanza libero di creare a briglia sciolta»

non ci sono parole migliori di quelle di Christopher Meloni nell'edizione Saldapress per introdurre Annihilator.

Grant Morrison ci racconta di uno sceneggiatore, Ray Spass, che vive di pane ed eccessi e che si ritrova con una malattia terminale e un'ultima storia fantascientifica da raccontare.

Solo che quella storia si scopre essere reale: il protagonista della sceneggiatura, il criminale interstellare Mad Nomax, piomba in casa di Ray e lo costringe a portare a termine il lavoro per poter recuperare la memoria.

Inizia così un racconto che mescola una critica al sistema Hollywoodiano con un'epopea fantascientifica, che cerca di far convivere un'anima intimista, parlandoci di rapporti umani ed elaborazione del lutto imminente, mescolandola ad un'anima invece eziologica, proponendosi come un racconto dell'origine del nostro universo e dell'umanità stessa.

Un intreccio, come emerge anche solo da queste poche parole, a tratti inutilmente complesso e quasi pretenzioso, con sporadici cali di ritmo e passaggi confusi. Ho avvertito la pretesa di Morrison di forzare alcune reazioni di shock e di senso di maestosità, ma, ad essere sincero, il fumetto mi è sembrato riuscito solo a metà, giocando su tematiche e linguaggi che a volte prendono spunto da Neil Gaiman e dal suo Sandman, che, in virtù anche di un numero di pagine estremamente più alto, continua ad essere il punto di riferimento per i fumetti che vogliono veramente parlare di Tutto.

Ottimo il comparto visivo: anche qui l'impostazione di certe tavole ricorda quella delle vicende di Morfeo, ma ho trovato Frazer Irving davvero ispirato, con una regia fuori dagli schemi e a tratti volutamente schizoide, perfettamente in linea con la sceneggiatura proposta.

 
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from salagiochi

Wonder Boy III: Monster Lair, ovvero il gioco dei drogati


Non è una mia affermazione, era una constatazione scaturita dalla fermentazione delle menti, nella mia sala di fiducia.

Wonder Boy III, per qualche motivo, dalle nostre parti era il primo gioco a pararcisi davanti, quello che ci accoglieva nel mondo fantastico degli schermi settati male, dei controller da riparare e degli altoparlanti scassati. Sempre nella mia sala di fiducia, era il primo gioco sulla sinistra, nell'angolo. Intanto, una precisazione: ho giocato tantissimo al primo Wonder Boy, ma i giochi che ti “spingono” non mi sono mai piaciuti: quelli dove lo scrolling continuna, che tu lo voglia o meno, inghiottendo per sempre il tuo personaggio o, semplicemente, spostandolo di peso. A Monster Lair, quindi, ci ho giocato poco, forse giusto perché a quell'età e in quel periodo storico era ancora giusto aver fame di qualsiasi cosa somigliasse a un videogioco. Giocavo, superavo due o tre livelli, probabilmente morivo al boss serpente o subito dopo. Forse, qualche volta, sono arrivato a quello delle api.

Non ero messo particolarmente male, nonostante ci giocassi poco: le prestazioni degli altri erano più o meno equivalenti, livello più, livello meno. A parte il solito Alessandro, ne parlerò separatamente. C'erano, però, dei tizi che si spingevano molto oltre: quelli che erano riconosciuti come drogati (effettivamente lo erano, si trattasse di fumo o del livello successivo, il fumo e le droghe non mi interessano e non voglio averci nulla a che fare).

E così, c'è questo drogato A che gioca e raggiunge livelli vietati agli altri; poi c'è B, che domina il gioco come se non avesse fatto altro nella vita; poi C, eccetera... ormai la voce si è sparsa, la nomea è quella: Wonder Boy è il gioco dei drogati.

Il gioco in sé, comunque, doveva emettere qualche vibrazione strana, qualche frequenza particolare in grado di risuonare con certe menti elette. Un pomeriggio qualsiasi, siamo lì, senza dire una parola, guardiamo qualcuno giocare; forse aspettiamo il nostro turno o, più probabilmente, abbiamo finito i nostri gettoni. E così, dal nulla (out of the blue, direbbero i nostri amici anglofoni), un amico interrompe il silenzio con “le musiche sono di Harrison Ford, si sente proprio”.

 
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from Faerioll

Quando gli si fa notare che hanno dei privilegi gli uomini pensano che le donne li considerino tutti dei piccoli Luigi XVI, viziati, serviti e riveriti che non hanno un pensiero al mondo. Al di là del fatto che questo denota quanto gli uomini ritengano le donne delle povere stupide che non hanno la più pallida idea di come funziona il mondo, ma quando una donna parla dei privilegi degli uomini si riferisce a tutte quelle libertà che un uomo ha e una donna no. Ficcatevi in testa che per una donna il solo fatto di camminare per strada senza avere paura di essere molestata È un privilegio. È un privilegio perché è una libertà che un uomo ha e una donna no. Sentirsi liberi di rifiutare degli approcci sessuali senza temere per la propria incolumità È un privilegio perché l'uomo lo può fare e una donna no. Intraprendere una carriera sapendo che mai si sarà costretti a dover sacrificare la famiglia o un avanzamento È un privilegio perché un uomo non se ne dovrà mai preoccupare mentre una donna sì. E questo vale per ogni altra categoria discriminata sulla base del genere, della razza, della conformità o meno del proprio corpo.

Signori, in conclusione, sappiate che non ce ne frega niente del vostro conto in banca o della dimensione della vostra auto. Quelle sono cose che interessano a voi per bullarvi coi vostri amichetti. Quello che vogliamo noi è essere libere.

 
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from ordinariafollia

Passavo pomeriggi ad ascoltare dischi. Un angolo dell'immenso salone di marmo dove c'era l'impianto di alta fedeltà nel suo autoritario mobiletto; il divano, due poltrone e sopra al tappeto di pelle di vacca il tavolino di vetro infrangibile.

Passavo pomeriggi interi seduto ad ascoltare dischi e sognare. Era il vinile. Segnali dal futuro, su microsolchi passati.

Prima del vinile c'era il pallone. Prima del vinile c'era la bicicletta.

Prima del vinile la noia era una cantilena insistente. Oh ma' che posso fa'? (non penso sia necessario tradurre). Oh ma', che posso fa'? Che posso fa'? Oh ma'! Che posso fa'? Dopo il vinile la noia ha indossato un velo tessuto con fili di esuberanza, entusiasmo, benzina, mutande, umidità, correre correre correre, birra. Luoghi comuni.

Quando il velo è caduto, ormai liso, svilito e polveroso, ho visto di nuovo per bene i lineamenti della noia, le irregolarità del suo viso così simile al mio. Me la ricordavo più brutta. Più alta.

Sapevo leggere, sapevo disegnare, sapevo pure scrivere. Sapevo ascoltare. Sapev osserv. Sap asp. Sa.

Oggi disegno e ripensando ai tempi prima del vinile, mettendoli con la matita su un quadernone, mi accorgo di sentirli come se appartenessero anche ad ogni personaggio che esce dalle traiettorie della punta della mia matita, che vedo comparire in danze di pixel. Mi pare che le storie inventate e quelle vissute hanno infine lo stesso sapore nella bocca del mio cuore. O altro organo interno in sua vece.

Forse è un'esigenza, quella di comunicare. Esigenza di esprimere, piuttosto. Bucatini all'Avvelenata.

Non ricordo il primo libro che ho letto per intero, alle scuole elementari ero tra quelli che sperava di cavarsela imbrogliando all'interrogazione.

Non ricordo neppure il primo disegno che ho fatto (e mi piace utilizzare questo verbo in questa frase). Forse un autoritratto dentro la pancia di mia madre.

La prima storia che ho scritto riguardava un coccodrillo che finiva, per lo meno buona parte della sua pelle, in un negozio di moda.

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Potrei anticipare che sono ciò che dalla mia immaginazione traggo e riesco ad esprimere per poi comunicare. Sarebbe riduttivo parlare di mitomania. Preferisco ordinaria follia.

 
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from Pensieri di Pollo

Easy Breezy è un fumetto sporco, sia nel disegno che nel racconto. Yi Yang, autrice italo-cinese pubblicata da Bao, attinge a piene mani dallo stile di Taiyo Matsumoto regalandoci ritratti nervosi, inquadrature sghembe e prospettive esasperate al servizio di una di quelle storie in cui tutto sembra andare sempre e solo storto.

Easy Breezy è la storia di alcuni ragazzini vittime di circostanze più grandi di loro, in una città in cui gli adulti possono essere solo malvagi. C'è Li Yu, bullo di quartiere che decide di combinarla grossa convincendo l'ingenuotto zio a rubare un furgone e a rivenderlo allo sfasciacarrozze mafiosetto di turno. C'è Yang Kuaikuai, ragazzo apatico e solitario, coinvolto suo malgrado nel furto. C'è infine Yun Do, dolcissima bambina di sei anni che in quel furgone era già stata sedata e nascosta prima degli eventi per il più crudele dei motivi.

Ma Easy Breezy parla anche e soprattutto di famiglia, la cui assenza si fa assordante nei silenzi tra una rocambolesca fuga e l'altra; famiglia che, come nella vita reale, può però essere scelta tra le persone che amiamo, con o senza legami di sangue. Ed è questo il messaggio più toccante di questo fumetto che si legge d'un fiato e che alla fine, ma proprio alla fine, così sporco non lo è.

 
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from highway-to-shell

Avete presente quei vecchi film americani dove c'è una fattoria piazzata nel bel mezzo del nulla ma proprio da lì deve passare la ferrovia o una nuova strada e ci sono i cattivi pieni di soldi che per fare ancora più soldi fanno di tutto per costringere il proprietario a vendere? In genere alla fine il cowboy-protagonista-buono riesce a tenersi la fattoria.

In alcune varianti c'è di mezzo il petrolio o un centro commerciale.

Ed a dire il vero anche uno dei miei film d'animazione preferiti ha una trama simile: Up

Beh succede anche in Italia nel 2024, non è roba da film vecchio americano.

Succede in Piemonte per l'esattezza

Tra l’asfalto della statale 25 in val di Susa e i binari della linea storia Susa-Bardonecchia c’è casa dei signori Zuccotti. Con altre due della frazione di San Giuliano di Susa dovrà essere demolita per fare spazio al cantiere dalla Tav. Verrà tutto sepolto, non ci sarà più niente. La ragione di stato di un’infrastruttura strategica. Le ragioni dell’economia, con le compensazioni che i proprietari stanno trattando con Telt, con il Comune a fare da mediatore con altri 1.400 piccoli proprietari interessati dall’esproprio dei terreni.

Quindi nella realtà vincono sempre quelli con i soldi.

 
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