Super Relax

pensieri


La bicicletta è, probabilmente, l'unica cosa nella mia vita che mi abbia dato un senso di progressione, almeno all'inizio: la differenza tra un'uscita e la successiva era tangibile, premettendo che ho iniziato a pedalare tardissimo.

Ho imparato, da piccolo, su un balcone minuscolo andando avanti e indietro, i miei volevano che imparassi ad andare in bici, ma senza troppa convinzione, tanto da non averme mai davvero una per un lasso di tempo soddifacente. Dopo un trasloco in un'altra regione, ormai decisamente adulto e libero da certe imposizioni, ne ho presa una. E poi un'altra, finalmente ce le ho e me le tengo.

Come detto in apertura, tornare in sella dopo decenni è un crescendo, fisico e di sensazioni. Muscoli si riattivano in maniera diversa e dolgono per qualche giorno, la bici sembra dura anche con rapporti che poi scopri essere leggeri, alla prima salita del 3-4% ti aspettano fiatone e battiti accelerati, per non parlare di pendenza davvero importanti! Il cuore inizia a battere così forte che sembra di sentirlo premere in gola, l'ossigeno non basta mai e sembra di non poter respirare abbastanza in fretta da sopravvivere, meglio fermarsi cinque minuti.

Quella salita sembra impossibile, la prima volta. Poi ci si riprova e sembra che qualcosa si stia sciogliendo, possiamo farcela... invece no, dobbiamo prima fermarci a riposare tre volte, poi due, ma infine la cima è nostra. Quando riusciamo a farcela in una sola tirata, la soddisfazione è fuori scala. Tutto sommato, non siamo i catorci che credevamo di essere, chissà a quali prestazioni potremo presto ambire. È il momento di attrezzarci per registrare e analizzare le nostre uscite.

Ho iniziato con OsmAnd~, che ha un nome orrendo ma in fatto di GPS (e interfacce complicate) credo abbia pochi rivali nel suo campo. Successivamente, ho voluto provare gli smartband economici della Xiaomi e l'esperienza è stata decisamente deludente; infine, son passato a un ciclocomputer economico della Bryton. Per l'analisi dei dati, ho creato un account su Strava, per quanto non sia sicuramente un amante dei servizi centralizzati nelle mani dei soliti noti, ma tant'è... poi già c'era un mio amico, che pedala da molto più tempo e da molti più chilometri, ho iniziato a seguirlo e ora ne seguo una decina. Conto di provare una qualche istanza pubblica di Wanderer, prima o poi. Edit: sto iniziando a disegnare qualche traccia sull'istanza di gatti.ninja

Strava usa i soliti mezzi, gamification compresa, per spingerci alla prestazione, al progress, “la canzone è sempre la stessa”. Carichi una traccia, rifai il percorso una volta, due. Strava confronta i tuoi tempi, sottolinea i miglioramenti, insinua che tu, come ciclista, possa farti notare in qualche modo, in mezzo a migliaia di altri account che incrociano i tuoi percorsi. Forse un poco ci credi, ma sono abbastanza disilluso e, nel frattempo, appena comprata la seconda bicicletta, quella buona, mi sono iscritto a Komoot, che è sempre altra roba proprietaria finita nelle mani dei soliti.

Tutto molto esaltante, fino a quando Strava non ci dice più che abbiamo battuto i nostri record, anzi: le prestazioni iniziano ad assestarsi, se non a diminuire. Siamo arrivati in cima, abbiamo già dato il nostro meglio, compatibilmente con età, forma fisica e allenamento. L'unico modo per ricevere altre scariche di gratificazione da Strava, sarebbe mettersi sotto e iniziare ad allenarsi seriamente, curare l'alimentazione come i pro... a che pro, dico io? Davvero abbiamo tempo e voglia, vogliamo cresce all'infinito come si crede possa e debba fare il PIL?

Non io, non ho tempo, voglia e possibilità. Non ho voglia di rendere più eroiche le mie uscite, voglio renderle più soddisfacenti. Voglio fermarmi più spesso ad ammirare il paesaggio e scattare qualche foto, voglio fare la discesa godendomi un po' di riposo dopo le pene della salita, senza badare alla velocità massima. Le salite voglio farle al ritmo che mi pare, per non scollinare mezzo morto, ma con quella sensazione di leggerezza mentale e beatitudine temporanea che dovrebbe accompagnarci per tutto il tempo. Sapete una cosa? Ci sto riuscendo: pazienza se perdo cinque minuti ogni ora, la soddisfazione non è riconducibile a una cifra, ma la so riconoscere benissimo.

Komoot è molto più interessante, dal punto di vista della pedalata in super relax. Non ci sono comparazioni, né con prestazioni passate né con gli altri, le statistiche sono quelle di base. Niente VAM e KOM, niente potenza stimata o rilevata. Gli iscritti sono più propensi a caricare foto, a lasciare qualche testimonianza sulle proprie uscite, qualcosa che vada oltre la sterile precisione del numero. È più istintivo rendersi conto che c'è una persona dietro quella traccia, una persona più interessata a godersi l'attimo che a migliore in un segmento o alzare la velocità media. Una persona che potrei essere io.

Non ho cancellato l'account di Strava, continuo a caricare le mie uscite e a cercare nuovi ciclisti in zona, ma la filosofia di Komoot è indubbiamente più vicina al Super Relax.

Ah, se solo l'avessi capito pri... no, non sarebbe cambiato nulla, perché della competizione non me ne è mai importato nulla e quel che voglio dalla bicicletta, ora, è recuperare tutte le sensazioni scivolatemi via in passato, fin quando avrò la forza e la voglia di pedalare.

#Pensieri


Io vado piano e i miei motivi sono molteplici, il primo è che più di così non ce la faccio. Mi piacerebbe andare più forte, per arrivare più lontano nel tempo che mi è concesso per pedalare, ma la lentezza mi porta al secondo motivo: inseguire la prestazione ti fa perdere di vista tutto il resto.

Relativamente alle velocità solite dei ciclisti, c'è una sorta di posizionamento immediatamente visibile a chiunque abbia un minimo di consapevolezza del mezzo: un ciclista da strada mi supererà sulla gravel, io supererò un rider in mountain bike (di solito). E sarò sorpassato da un collega in gravel, ma va bene così.

Gli appassionati di MTB sono forse scarsi? Assolutamente no; hanno un motivo più che valido per andare alla loro velocità: non gliene importa niente della velocità media e i tratti pianeggianti, o dalle pendenze scarse, non sono altro che momenti di raccordo tra una salita che non potrei affrontare o un tratto sconnesso e irregolare che non saprei affrontare.

Quando incontriamo un ciclista, non sappiamo quanti chilometri e dislivello abbia già percorso o dovrà percorrere. Non sappiamo se abbia dormito bene, si sia nutrendo regolarmente durante lo sforzo, se stia facendo un esercizio specifico, se sia lì per un KOM o per godersi il paesaggio e la libertà della bicicletta. Ai ciclisti lenti, e a quello che non vediamo, vada il nostro incoraggiamento.

Stamattina, calda domenica estiva, stavo facendo una delle mie salitelle solite, adatte a tutti, quando ho incontrato un ciclista visibilmente più lento di me; non mi sono soffermato troppo sulla bici, ma sembrava una sorta di gravel col manubrio flat, non erano gomme da MTB. L'ho superato, ci siamo salutati, io ho continuato il mio giro, lui il suo. Dopo un'oretta, ci siamo incontrati di nuovo, probabilmente al punto più alto delle nostre uscite. Su un passo, dove si scollina o si torna indietro, entrambi siamo tornati indietro. Mi ha rivolto un largo sorriso, ho contraccambiato, dicendomi “ora inizia la discesa”.

È stato un momento tenerissimo, ho capito che per lui quella salita era stata abbastanza impegnativa (ricordate: non sappiamo mai, con sicurezza, cosa ci sia dietro una pedalata) ma l'aveva superata, ora poteva godersi il riposo della discesa e il piacere del vento sulla pelle, in una giornata caldissima. Così come si era goduto il panorama in salita, alla sua giusta velocità.

Il ciclismo amatoriale, lontano da Strava e dai watt, è bello anche per questi momenti.

#Pensieri


Sono tornato da poco da un'uscita infrasettimanale in super relax, di quelle che mi si addicono e che vorrei moltiplicare.
Un'uscita con poche decine di metri di dislivello, al passo spedito di noi ciclisti di poche pretese alle prese con pianure deserte: 25 km/h di media e ci sembra di volare, tutta la velocità in più è in eccesso.

Il giorno non è ancora rovente, siamo sui 28°, non soffia più che un venticello esile, ma la brezza artificiale della pedalata è gradevole; mezzi a motore pochi e ben distanziati tra loro. Gli unici suoni, per lunghi tratti, sono quelli della bicicletta, a cui ci si abitua dopo poche uscite, e quelli che non smettono mai di rapire gli amanti della natura: il canto degli uccelli, le cicale quasi impossibili da vedere, solitamente, ma impossibili da ignorare.

E si va, sciolti e tranquilli, fino a cadere in una sorta di leggera beatitudine, la mente è finalmente libera dalle ossessioni e dalle preoccupazioni del quotidiano, i pedali sembrano non offrire resistenza, ci si sente come cullati da un pianeta fatto su misura, temporaneamente in un mondo simile al nostro ma mondato dai pesi, dalle brutture e dalla necessità della vita.

Certo, temporaneamente, ma meglio che mai.

#Pensieri


Intanto, non seguo sport di gente che diventa milionaria o milionaria ci nasce (per esempio, calcio nella prima categoria e automobili e motorette nella seconda). Come no, ma sai i milioni che ha Pogačar? Lo so, ma quelli che guadagnano quelle cifre saranno meno di dieci in tutto il mondo (e non un calciatore qualsiasi di serie A che, magari, resta in panchina per tutto il campionato). Poi ci sono quelli che guadagnano qualcosina in più, facciamo un centinaio, e tutti gli altri che si devono accontentare di qualcosa di simile a uno stipendio. A fine carriera, quindi prima dei quaranta anni, devono reinventarsi in qualche modo se vogliono continuare a mangiare. Anche i tifosi non hanno bisogno (speriamo ancora per molto) di abbonamenti per seguire le competizioni più importanti, se passano dalle tue parti puoi assistere senza pagare un biglietto, non ci sono tifoserie gestite da malavitosi e fasci in genere. Non ho mai sentito di scontri tra gli ultrà del ciclismo, con le coltellate in prossimità del traguardo e i capibastone invischiati nel traffico di droga.

È uno sport che, teoricamente, posso fare anche io per i fatti miei, a 1/50 dell'intensità dei professionisti: ho una bicicletta (una gravel nello specifico), un abbigliamento sommario e le strade a disposizione. Le pendenze a doppia cifra diventano ben presto impegnative/infattibili, la velocità in pianura è quella che è e non posso fare centinaia di chilometri al giorno, ma in scala molto ridotta posso ricrearne un simulacro.

Ci vedo la libertà che non ho mai avuto, perché non hanno mai voluto comprarmi la bicicletta e di quella libertà ho avuto un surrogato televisivo quando ho iniziato a seguire il ciclismo, ai tempi di Bugno, Chiappucci, Indurain e Pantani. Libertà che mi son concesso in questa grigia mezza età, libertà di allontanarmi fisicamente da un punto di partenza che sento come una prigione, solo con la scarsa forza dei miei muscoli.

Il ciclismo su strada mi mostra panorami e luoghi, spesso bellissimi, che non avrò modo di vedere dal vivo. Mi piacciono le strade del Giro, perché l'Italia è un posto che può essere bellissimo, nonostante gli italiani; mi piacciono anche le strade del Tour, su quelle della Vuelta non posso esprimermi nettamente perché la copertura video è scarsa e il paesaggio spagnolo è particolare, quindi penso che, per forza di cose, ci sarà un discreto chilometraggio in zone semidesertiche.

Non tifo per nessuno: se mi piace uno sport, è lo sport in sé a piacermi, non perché sia trainato da Tizio o Caio. Se c'è un bell'attacco in salita, se una fuga va a buon fine, se vedo una discesa pennellata alla precisione... mi va bene tutto, non mi interessano i protagonisti.

#Pensieri


Innaturale perché è un sentimento malato instillato da una mentalità tanto sbagliata quanto difficile da stradicare; naturale perché praticamente data per scontata, nei paesi meno civili. Vivo in Italia.

Dell'avversione dinamica non c'è molto da dire: sappiamo benissimo che l'unico ciclista buono è quello morto, per la persona plagiata da decenni di macchinacentrismo istituzionale, concetti e luoghi modellati sulle necessità delle automobili e degli automobilisti.

L'avversione statica è quella che fa odiare anche la bicicicletta in sé, in qualsiasi momento. Schiuma alla bocca per il concetto stesso di bicicletta: la sola esistenza di un mezzo che non consuma, non inquina, porta benessere mentale e fisico e non ammazza con un tocco i soggetti più deboli.

*L'avversione dinamica si manifesta in strada, in movimento. L'avversione statica si manifesta anche nel cortile di un condominio, tra le mura di un palazzo, in un qualsiasi posto chiuso. Spesso è anche regolamentata e imposta, in maniera ufficiale (delibere di condominio) o ufficiosa (cartelli apposti arbitrariamente da un soggetto, con l'approvazione tacita degli altri).

Non voglio tirarla ulteriormente per le lunghe: la gente preferisce un autocarro del 1960 lasciato acceso davanti casa, a una bicicletta parcheggiata in una rastrelliera in un cortile deserto, inutilizzato. L'autocarro inquina come un deposito di materiali sintetici in fiamme, la bicicletta sta lì, inoffensiva e silente. Tanto basta.

#Pensieri


Domenica di inizio maggio, faccio il mio lungo settimanale, che lungo non è perché non posso concedermi troppe ore e non avrei neanche chissà quanta energia da spendere. Bel tempo, temperatura perfetta per pedalare, vento ininfluente. Le sensazioni, sulle pendenze più importanti (7-8% e strappi a due cifre, questa l'entità della mia importanza) sono molto positive. Mi sembra di essere più forte del solito, meno preoccupato delle cifre sul ciclocomputer. Torno a casa, controllo i tempi su Strava e confermano le sensazioni positive di prima: ho limato diverse decine di secondi in diversi tratti, addirittura un paio di minuti su un tratto di cinque chilometri abbondanti, caratterizzato da salite poco rilevanti all'inizio e alla fine.

Parentesi Strava: sono un maniaco delle cifre, inseguo le prestazioni, voglio confrontarmi con gli altri? Niente di tutto questo: l'unico confronto è col me stesso delle uscite precedenti, voglio giusto capire se il mio corpo sia capace di reggere i ritmi degli anni passati (pochi in verità, ho iniziato tardissimo e solo qualche anno fa) senza venir schiacciato eccessivamente dall'età che avanza. In qualche modo, non posso lamentarmi: sembra tutto stabile, non miglioro ma neanche peggioro. Ecco che questa uscita particolarmente piacevole mi insospettisce, voglio capire cosa sia successo.

La bicicletta è sempre quella, non ho comprato abbigliamento tecnico (giro sempre conciato pressapoco come Hammerin' Harry), non ho goduto di vento a favore, non son partito col serbatoio pieno (non faccio colazione)... senza tirarla troppo per le lunghe, la conclusione più probabile è stata una notte di sonno decente.

Dormo poco e male quasi sempre, pochissimo e malissimo in estate. Mi giro e mi rigiro, mi sveglio spesso e sveglio resto anche per ore, insomma: un disastro. Stavolta, invece, son riuscito a farmi quelle poche ore di sonno tranquille, tutte di fila, senza incubi, sussulti.

Penso sia questo l'unico scenario possibile.

#Pensieri


Le avrete sicuramente incrociate sulle strade che portano alla campagna. Non hanno un'età definibile, almeno 70 anni e potrebbero esserne 100.

Girano su biciclette loro coetanee, rigorosamente a rapporto singolo, con una catena che è un pezzo di ruggine unico, potrebbe stare in piedi senza afflosciarsi. Uno o più portapacchi, solitamente sormontati da cassette della frutta ricolme dei materiali più pesanti esistenti in natura. L'abbigliamento è in linea, quindi non esattamente tecnico: fazzolettone come una bandana, vestitino a fiori su maglia di cotone o lana, dipende dalla temperatura; a volte, anche un grembiule. Calze sfilacciate al ginocchio, stivali di gomma o zoccoli di legno massiccio. Quando fa freddo, calzettoni da tennis del mercato o fatti personalmente all'uncinetto.

E su questi mezzi che sfidano l'erosione del tempo, nell'uniforme di chi ha sempre lavorato sodo senza mai lamentarsene, se non per celia, affrontano qualsiasi pendenza pedalando sempre allo stesso ritmo, si tratti di una rampa paurosa da Vuelta a España o di una discesa che atleti professionisti farebbero schiacciati sul telaio.

Vanno per i fatti loro, cadenza uniforme e velocità media immutabile, con una catasta di legna per l'inverno nel cestello anteriore e una damigiana di vino da 54 litri, piena, sul portapacchi. Le leggi della fisica e i watt sono per la gente che ha tempo da perdere su Strava.

#Pensieri


Nella zona in cui sono nato, per il commerciante di biciclette/meccanico si usa, a sproposito, il termine ciclista: il malinteso scatta sicuro, all'esterno della mia bolla che fu. Il ciclista è quello che pedala, meglio se a livello professionale o amatoriale avanzato: sono alcuni anni che vado in bici, pochissimi purtroppo, e fatico a definirmi tale, mi sembra una definizione al di sopra del mio essere.

Torno, quindi, al generico negozio di biciclette e alla figura che lo gestisce, spesso sia venditore che meccanico. Dovrebbe essercene almeno uno in ogni centro abitato di una certa grandezza, ma non è detto; vivo in una zona che offre molte possibilità ai ciclisti (per nulla sfruttate dall'amministrazione), quindi di negozi ce ne sono ben sei, che divido a metà tra popolari e di lusso.

Non intendo fare alcuna discriminazione, è un dato di fatto: ci sono negozi da centinaia di metri quadri, lindi e pinti, con sfilze di Pinarello in vetrina, e officine piccole e buie, con gli odori imperanti di grasso e ferro. Avevo un amico alle superiori che collaborava nel negozietto di famiglia, della seconda categoria. Non l'ho più visto e anche il negozio è chiuso, chissà da quanto tempo. Sono attività solitamente gestite da gente pratica, più sostanza che forma, persone che ti riparano una bicicletta scassata a martellate, sapienti ma pur sempre martellate. E la bici torna ad andare.

Poi c'è l'altra categoria, quella dei negozi di lusso e, avendo vissuto l'epoca dei negozi di videogiochi, non fatico a trovare diverse similitudini: sono dei negozi felici, come le pasticcerie, i negozi di bomboniere eccetera. Posti dove si va per occasioni belle, potendo spendere per beni slegati dalla pura sopravvivenza, roba di cui potenzialmente potremmo fare a meno. Dico potenzialmente perché non sempre è vero e non si può vivere sempre e spòp dell'indispensabile.

Un buon venditore di videogiochi/ciclist... pardon, venditore di bici/meccanico sa che deve instaurare un certo rapporto coi clienti, quasi di amicizia. Devono sentirsi a proprio agio, poter discutere degli acquisti fatti e di quelli non fatti, delle ultime novità, del settore, delle tendenze. Anche se ne capiscono poco o nulla. Anche quando non hanno nulla da comprare e vanno lì solo per perder tempo. Il commerciante intelligente non li scaccia: discute amabilmente, sa che torneranno, per spendere.

Ho sempre voluto una bici, ma questa è storia per un altro articolo, quindi riassumo: dopo un trasloco in un'altra regione, ne ho comprata una economica, ho iniziato a fare il rider (purtroppo) e, dopo aver stretto la cinghia TANTO, per qualche anno, ho finalmente preso una bicicletta costosa per i miei standard. Costa comunque meno del più economico cambio elettronico, o di una coppia importante di ruote in carbonio. Una bicicletta del genere va oltre gli intenti dei negozi più popolari, così sono entrato per la prima volta in un negozio di lusso.

Ci son tornato, poi, nel corso dei mesi per alcuni upgrade, per la manutenzione e sì, anche io perché in quel momento non avevo nulla di meglio da fare. Sono entrato in contatto con la fauna locale: anche persone alle prese con una semplice camera d'aria da sostituire sulla bici usata per andare a lavoro, ma il grosso è costituito dagli amatori evoluti e disposti a spendere.
Attenzione: dico disposti a spendere perché non è detto che siano necessariamente dei ricconi dal budget illimitato, per quanto una buona fetta sia costituita da quelli che devono aver per forza l'ultimo modello disponibile. C'è anche gente che non ha vizi particolari o altre spese, gira in una Fiat Uno Fire con l'impianto a gas, ma dirotta tutto sulla bicicletta.
L'amatore evoluto, comunque, si identifica immediatamente perché viene in negozio vestito come per la Milano-Sanremo, anche solo per chiedere qualcosa o comprare un portaborraccia. Esce da casa coi calzettoni aerodinamici e la fascia cardio.

Poi c'è l'insospettabile. È una persona che non identificheresti mai come ciclista, viene in negozio coi vestiti da lavoro, probabilmente dopo aver smontato un lavandino o tinteggiato una parete. È bello che ci sia questa categoria. A prima vista, pensi siano venuti per chiedere di cambiare le pastiglie dei freni rim o una catena arrugginita, poi iniziano a parlare e sanno tutto dell'ambiente.
Discussioni su cuscinetti in ceramica e ruote a profilo alto si intrecciano con l'esito dell'ultima grande tappa di montagna del Tour, il podio della Parigi-Roubaix, le ultime regole introdotte dall'UCI. Parlano dell'andamento della stagione agonistica, tutte le specialità, e dei campioni stranieri, con pronunce ruspanti: Pogascià, Everpul, gli eroi del momento.
C'è il signore anziano, capelli bianchi e pancia importante, che aspetta che montino sulla sua mountain bike un nuovo pacco pignoni, proprio quella lì sul banco da lavoro, quella tanto bella e tanto prevedibilmente costosa da far girare la testa. Nel frattempo parla, e scopri che quel signore con la pancia importante ha pure una stradale in carbonio. Gli insospettabili sono i più affascinanti e pericolosi, non indossano uniformi, sono ossi duri. Chiunque potrebbe essere un insospettabile.

Seguono quelli che, legittimamente, chiedono interventi di routine per le bici operaie, non sapendo o fregandosene delle decine di migliaia di euro che li circondano. Il meccanico onesto non si tira indietro, sa che quella bicicletta appartiene a una persona che non può permettersi un SUV per andare a lavoro. Magari, potrebbe permettersi una macchinina, ma a che pro, pensa? Il crollo della dittatura dell'automobile dovrà pur iniziare da una crepa.

Per chiudere, e sicuramente avrò dimenticato qualcuno, ci sono io. Ci vado per una manutenzione, per comprare un accessorio, perché in quel momento non ho niente da fare e mi piace l'ambiente amichevole. Mi sento come in una specie di paese dei balocchi, con quei bolidi lucenti che mi affascinano, ma non ne sento alcun bisogno, in realtà: la mia bicicletta ideale ce l'ho già, è la mia bicicletta.

#Pensieri #CiclistiEAmatori


Perché mi fa star bene, psicologicamente di sicuro e il movimento è necessario.

Perché posso esplorare, allontanarmi, più di quanto non possa fare a piedi. Più lontano a parità di tempo, in meno tempo a parità di distanza.

Perché coinvolge tutti i sensi. La vista, perché non sono chiuso in un carro armato con le finestre, vedo tutto, anche il cielo, l'unico limite è l'orizzonte. L'udito, perché posso ascoltare i suoni della natura, senza barriere e filtri. Il tatto, perché stringendo il manubrio partecipo alle vicissitudini del terreno. L'olfatto: giro per campagne, colline e montagne, fatelo anche voi e non avrà bisogno di spiegare nulla. E il gusto? Questo mi manca, al momento, perché non posso fare uscite lunghe come vorrei, non ho bisogno di fermarmi in un bar, in una pasticceria. O in una taverna, un ristorantino, come fanno i cicloturisti, beati loro.

Perché sono libero di andare dove voglio e dove posso, coi tempi che posso e voglio.
Perché non inquino, non appesto l'aria che respiro e non l'appesto per gli altri, incolpevoli; sono io a produrre l'energia.

Perché l'unico limite vero è il mio corpo, ed è bello anche scoprire fin dove arriva questo limite e provare a spostarlo un po' più in là, un passettino alla volta.
Perché poi imparo a conoscere i miei limiti del momento e a rispettarli, capisco quando rallentare, so quando fermarmi.

Perché quando vado in bici, da solo, non devo dar retta a nessuno. Non devo dar retta ai valori del ciclocomputer, non ho record da stabilire, non ho velocità medie e massime da raggiungere, non ho distanze stabilite da percorrere.

Perché, fin quando è possibile (e faccio in modo che sia la regola più che l'eccezione), evito di rinchiudermi in quel carro armato con le finestre che ricopre le nostre città, si nutre di denaro e guerre e poi sputa calore, veleno e morte.

Perché no?

#Pensieri