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from Dal Nulla

“Se nelle cose dell'ingegno volessimo soppesare i successi dal Rinascimento in poi, non saranno quelli della filosofia a fermarci, oiché la filosofia occidentale non supera la greca, l'indiana o la cinese, tutt'al più le raggiunge in alcuni punti. Siccome rappresenta solo una varietà dello sforzo filosofico in generale, si potrebbe al limite farne a meno e opporle le meditazioni di Sankara, di Lao-zi, di Platone. Non è così per la musica, questo grande pretesto del mondo moderno, fenomeno che non ha confronti in un nessun'altra tradizione: dove trovare l'equivalente di un Monteverdi, di un Bach, di un Mozart? E' attraverso la musica che l'Occidente rivela la sua fisionomia e raggiunge la profondità. Se l'Occidente non ha creato una saggezza né una metafisica che gli fossero del tutto proprie, e nemmeno una poesia della quale si possa dire che non ha esempio, in compenso ha proiettato nelle sue produzioni musicali tutta la sua forza di originalità, la sua finezza, il suo mistero e la sua capacità di ineffabile. Ha potuto amare la ragione fino al pervertimento; eppure il suo vero genio fu un genio affettivo. Il male che più lo onora? L'ipertrofia dell'anima.

Senza la musica l'Occidente non avrebbe prodotto che uno stile di civiltà insignificante, scontato... Se depositerà dunque il suo bilancio, la musica sola testimonierà che non si è sprecato invano, che davvero aveva qualcosa da perdere.

(E. Cioran, La tentazione di esistere, Su una civiltà esausta)


Moreau - Angelo della morte

 
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from Super Relax


*Portoncini e cancelli, perlopiù.

Qualche tempo fa, in quanto rider, ho effettuato una consegna per conto di un famoso marchio di panini e patatine, la cliente una signora anziana di quelle ostiche: non la nonnina della pubblicità, insomma. Mentre si lamentava perché le erano capitati ordini incompleti, una volta mancava questo, una volta mancava quello, mi fa “visto che sei qua, mica sapresti aggiustare il portoncino?”

Do un'occhiata, c'era un sistema magnetico per agganciarlo a un piolo metallico nel pavimento: il magnete, svitatosi, era rimasto attaccato al portoncino, finendo col disinteressarsi del piolo, svito e avvito quel che c'è da svitare e avviare e riparto, arrivederci e grazie.

Stamattina (riferimento temporale senza senso assoluto, ne uso uno relativo: un'oretta prima che mi mettessi a scrivere questo articoletto) stavo gironzolando in Super Relax nella tranquillità delle campagne, stavolta percorrendo una stradina tra i campi coltivati mai fatta prima; vorrei sempre esplorare tutti i luoghi che mi ospitano, fin dove i miei mezzi lo permettano, così mi sono infilato in questa strada, un paio di chilometri, prima costeggiata da rade abitazioni, poi da serre e coltivazioni, infine dal nulla.

Un nulla rotto, infine, da un una sorta di grosso gazebo chiuso ai lati, a riparo dagli agenti atmosferici: ne esce un signore anziano e mi dice, più o meno, “che stai a fa'? Mi avvicino e, pensando che si stesse preparando a un rimprovero, questa è zona privata, non devi starci ecc., inizio a spiegare che sto facendo un giro in campagna, senza una meta... non gli interessa particolarmente, mi interrompe e mi chiede un aiuto per qualcosa.

Ora, non vorrei essere frainteso: non c'è alcuno scopo derisorio in quel che sto per dire, sto semplicemente constatando il fatto di aver dovuto superare lo scoglio linguistico, perché il signore di certo aveva un buon carico di anni sulle spalle, anni vissuti in campagna, anni di dialetto stretto, e io il dialetto locale lo capisco poco, pur abitando qui da anni e provenendo, più o meno, dallo stesso ceppo linguistico o da un ramo non troppo distante.

C'è un cancello da rimettere al suo posto, uno di quei cancelli abbastanza approssimativi realizzati dai fabbri con barre e tombini di ferro, e quel cancello si era sfilato dai cardini. Oltre a essere oggettivamente pesante per una persona media, c'era pure un listello di legno, in alto, che impediva una manipolazione agevole del cancello. Gli spiego che dobbiamo prima occuparci di quello, si allontana di un paio di metri e torna con un martello, una roncola e un solido utensile per staccare le assi inchiodate: tiè, spacca tutto, non me ne importa.

Nonostante l'autorizzazione, tento un approccio più soft e riesco a schiodare parzialmente il listello, abbastanza da riuscire, in un paio di sessioni, a sistemare. Un paio di sessioni perché, vista l'anzianità, il vigore residuo è quello che è; un paio di sessioni intervallate dalle domande “da dove vieni, chi si'?”

Avevo ben inteso, voleva sapere a chi appartenessi ma, non essendo del luogo, non avevo genealogie da riportare, al che anche lui mi ha detto di essere solo nato qui, ma di essere praticamente di un altro posto, più a sud di una cinquantina di chilometri. E, infine, mi ha offerto delle bibite dal frigobar del gazebo, ho rifiutato gentilmente perché non avevo voglia e ho chiesto cosa ci fosse oltre il ponticello a poca distanza.

“Niente.” Posso dire di aver raggiunto le locali colonne d'Ercole.

#Aneddoti

 
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from kipple


Faccio il giro largo, nulla di nuovo per me. Ai tempi di Usenet, quando eravamo giovani e il web con noi, in molti accedevano ai newsgroup con Forté Agent, storico newsreader legittimamente registrato da tutti quelli che legittimamente registravano mIRC per chattare.

Anch'io usavo Mirc e Forté Agent: il primo quasi esclusivamente per parlare di anime e fumetti e il secondo per temi più vari; non chiedetemi perché, non ho nessuna risposta sensata, ma seguivo anche quello che, probabilmente doveva essere it.cultura.filosofia (o qualcosa del genere). Un newsgroup di filosofia, insomma, materia di cui non ho mai saputo e capito nulla in ogni fase della mia vita.
Seguivo per curiosità, la stessa curiosità che spero continui ad accompagnarmi in ogni fase della mia vita. Mi sono imbattuto, una volta, in una conversazione sul linguaggio degli animali. I filosofi del gruppo (e non so se sia la posizione di tutti i filosofi del mondo, o di tanti filosofi) negavano categoricamente il semplice concetto. Per quegli individui, non c'era comunicazione possibile tra gli animali che non bazzicano Usenet, per certi credenti gli animali non hanno anima, la gente in generale dice che gli manca solo la parola. Sembra sempre mancare qualcosa, a questi animali.

Ho sempre frequentato lo stesso bar, negli anni in cui frequentavo i bar: una volta, mi capitò di traslocare e vivere, per alcuni anni, in un posto più lontano del solito dal nostro punto storico di ritrovo, una distanza tranquillamente percorribile a piedi, forzatamente percorribile a piedi perché giusto quelli avevo come mezzo di trasporto. Il bar chiudeva alle 22.30 circa, anche prima nelle serate più fiacche, e mi facevo tutto quel bel pezzo di strada in una cittadina che ben presto diventava un luogo di desolazione, movimentata giusto dai soliti criminali in macchina, a velocità proibite, sui rettilinei. La mia non è critica e non è rimpianto di una movida trascinata fino all'alba: preferisco la tranquillità e di tirar tardi non me ne importa nulla, è solo cronaca.

In queste serate buie e desolate, per qualche periodo, ero spesso accompagnato da un cagnolino randagio, piccino, silenzioso, amichevole, che mi trotterellava a fianco, non appena entravo nella sua zona di competenza. Tutto scodinzolante, mi seguiva fino a casa e poi se ne tornava da dove era venuto. Così non ero solo, ogni volta che ci incontravamo.

Una sera che ero solo, credevo di esserlo, con troppa leggerezza mi avvicino a due cani di taglia ben più importante, che dormivano sotto la veranda di un bar, anch'esso già chiuso a quell'ora. Si svegliano e fanno per avvicinarsi minacciosi, ringhiando e abbaiando, ovviamente ne ho paura e cerco di comportarmi come si dovrebbe fare in questi casi, quando sento trotterellare alle mie spalle, passettini veloci, leggeri e conosciuti: è il solito cagnolino, stavolta in una sua veste che non conoscevo, quella di salvatore. Senza agitarsi e senza che ne sia seguita una disputa sonora fisica, abbaia un paio di volte senza neanche agitarsi troppo: i due cagnoni smettono di ringhiare e se ne tornano al loro posto, lui pure torna al suo posto che è al mio fianco, trotterellando fino a casa.

Era forse un boss, quel cagnolino? I due cani, grandi abbastanza da ammazzarlo con un solo morso, ne hanno forse avuto paura? C'è stata una comunicazione tra loro, direi anche ben precisa? Fate voi, io non posso che escludere le prime due ipotesi.

Agli animali non manca la parola: mancheranno le nostre, di parole, quelle che abbiamo eletto a unica forma di comunicazione approvata e normata, ma di sicuro si comunicano tra loro tutto quel che deve essere comunicato, lo fanno da prima che esistessimo e continueranno a farlo quando come specie non esisteremo più; negar loro questa capacità non è filosofia e non so cos'altro non debba essere, di sicuro è solo presunzione e egocentrismo.

 
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from Dal Nulla

Sono dunque questi gli anni che s'apprestano? Le mattine che s'affastellano come lenuzola piegate e riposte nell'armadio ma senza l'odore dolce dei sacchetti di lavanda, quelle mattine in cui socchiudi gli occhi per indovinare i granelli di polvere che turbinano in controluce investiti dai raggi del sole del mattino: e conteremmo quei pulviscoli all'infinito piuttosto che sentire l'aria fredda che scivola lenta sotto i lembi del pigiama e ci carezza con la mano fredda della morte senza però la voluttà del nulla, dell'oblio del tutto. Sono qusti quindi i giorni che si apprestano? La processone delle ore e dei minuti che procede senza musica né banda dove ci conduce se non nelle bianche stanze degli uffici in cui scontiamo la pena di voler restare vivi? Il bianco delle pareti è come il bianco dei sepolcri ma senza odore acre senza l'umido di grotta e l'asfissiante biancore non è forse un crudele modo per ricordarci ciò che siamo? Questo discordante sottofondo, questo consueto e detestabile brusìo perché ci accompagna nei nostri tristi giorni? Perché non sono nostre di diritto le celestiali sinfonie, le arpe, i cori a cento voci? Chi volle per noi questo silenzio senza bellezza, questa noia senza requie, questa tenebra che non accoglie?


F. Bacon - Study for a portrait

 
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from Ore liete


Pezzettino già pubblicato altrove, ma il suo posto è questo.

Era il profumo dell'estate che finiva, con mio padre, quando ero piccolo.

La villeggiatura chiudeva l'estate, quando ancora a fine agosto il tempo cominciava a rinfrescare e nelle serate dei paesini di montagna spuntavano giubbini e maglioncini. Quando ad agosto si poteva dormire la notte, piuttosto che macerare in un bagno di sudore.

Andavamo in villeggiatura per due settimane o un mese. Due settimane in Abruzzo, perché due erano le sue settimane di ferie. Un mese, invece, quando andavamo più vicino e poteva lasciarci lì e raggiungerci nei fine settimana. Oppure, ci ospitavano degli zii in Toscana, per diversi giorni. E c'era sempre il profumo dell'origano, perché lo incontravamo selvatico, incustodito, libero ai margini della campagna.

Nei nostri giretti mattutini, ci fermavamo e ne raccoglievamo: a mio padre piaceva, più il semplice rituale dell'essiccazione che la spezia stessa. Lo facevamo seccare sulle stuoie e poi lo mettevamo nei barattoli di vetro, dove restava per tanto tempo. Quell'odore impregnava la casa.

Ora lui non c'è più, quel bambino che ero è morto da un pezzo, ma ho una piantina di origano in un vaso, che non depredo, e prendo l'origano del supermercato: riaffiorano quei momenti ed è una bella cosa.

 
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from Taccuini in versi

Ho le mani lorde di sangue posso lavarmi con la candeggina?

Gli artigli, le spine, calda una birra, bere piscio; devo rimediare e l'acqua e il sapone portan batteri - meglio le garze sterili ma ecco sangue già secco: le donai col primo proiettile e ora mi è passata la sbronza - meglio brutale, meglio pestar merda in infradito, meglio impiccarmi alla cintura del mio amante dopo ore di sesso sfrenato e mi flagella la sua – – - meglio pianger sangue da orifizi ad hoc creati appositamente specialmente immantinente col ventilatore a trapanarmi, sì? I timpani, che altro?

Meglio tumefatto e vivo che la carta morta che l'oblio educato post-clinica.

Viva i farmaci che mi salvano viva la voce e gli occhi che senton sproloquiare su perché io Pènteo son Dioniso ed Edìpo e mio padre e quella stronza immane con cui divido il sangue, viva la vita, ma che vita è questa?

Dove si trova ancora la luna? Dov'è il cadavere dell'inibizione? Lasciatemelo stuprare dilaniare profanare come un milite russo sulla linea di fuoco, come Napalm dugli alberi umani come veleno nelle mie viscere.

Mi frusto e vengo e piango.

 
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from KSGamingLife

Inktober 2025 – Però per scritto – 8/10 – Reckless

L'Inktober ( https://inktober.com/ ) è un'iniziativa che ricorre ogni anno: 31 prompt per realizzare altrettante illustrazioni, così da stimolare la creatività e non soccombere all'apatia. K&S quest'anno partecipano congiuntamente. K, da brava illustratrice, posterà i propri disegni sui propri social. S, da totale inetto per quanto riguarda disegno e grafica, parteciperà realizzando brevi raccontini. Si, siamo al corrente che esiste anche un'iniziativa analoga per chi preferisce creare racconti. Ma siamo anticonformisti, che ci volete fare.

Ogni giorno verrà pubblicato qui un racconto, ispirato dalla parola del giorno.

8/10 – Reckless

Su internet se ne parlava sempre di più. All'inizio erano alcuni post qua e là, prontamente sommersi da commenti in disaccordo, ma col passare del tempo le voci che davano Ph0tonP0wer come “finito” si facevano sempre più insistenti, i commenti solidali col famoso streamer diminuivano di volta in volta, e ormai iniziava a crederci perfino lui.

Anzi, a dire il vero, le cose non stavano andando bene da anni. La piattaforma è in crisi, si diceva. Ormai, nessuno fa più successo. Gli investitori stessi non ci credono più. E poi, alla fine, chi diamine ha il tempo di guardare tutte quelle ore di live stream su internet? Ma in cuor suo, Ph0tonP0wer sapeva benissimo che quelli erano soltanto parte del motivo. Se così fosse, il successo di tutti quanti starebbe scemando, e invece pareva che il declino fosse principalmente suo. Nuovi canali lo stavano raggiungendo in quanto a popolarità, streamer più giovani, sicuramente spinti da chissà quale raccomandazione, e sicuramente anche qualche ragazza che si è guadagnata la popolarità a suon di “lavoretti”, per così dire. E allora, piano piano, il top streamer mondiale stava vedendo il suo successo svanire, e con esso naturalmente anche la fonte economica che finanziava il suo stile di vita fatto di eccessi e divertimento.

C'era bisogno di qualcosa di nuovo. Qualcosa che avrebbe scosso il suo pubblico, qualcosa che l'avrebbe fatto tornare sul “trono” del live stream globale. Si, ma cosa? Una collaborazione? Nah, non avrebbe funzionato: non sopportava nessuno dei creator che conosceva, ed era abbastanza convinto che il sentimento fosse corrisposto. Certo, se fosse stato una ragazza formosa, avrebbe aperto un profilo su quell'altro sito o avrebbe iniziato a fare stream in vasca da bagno. Le ragazze hanno tutti i vantaggi, si trovò a pensare.

Ci voleva qualcosa che nessuno aveva mai fatto. Qualcosa di estremo. Decise di chiamare il suo agente. Se vuoi sfondare devi affidarti ai professionisti, si ripeteva da sempre, e infatti con lui andò proprio così. Da essere uno streamer qualunque, una goccia nel mare di sfigati, all'essere il top mondiale in meno di 5 anni era un risultato incredibile, ma Ph0tonP0wer sapeva benissimo che buona parte del suo successo dipendeva dal marketing e dalle idee che provenivano dalla sua agenzia, a cui si affidava da sempre.

La call non durò molto, ma l'idea era geniale: uno stream interamente trasmesso dall'auto sportiva di Ph0tonP0wer, e ogni 10 iscrizioni al canale lo streamer avrebbe schiacciato il piede sull'acceleratore per 10 secondi.

L'agenzia iniziò dunque la sua campagna di promozione: post ovunque, stories, addirittura l'annuncio arrivò anche su qualche notiziario in TV. “Cos'altro s'inventaranno?” si chiese qualcuno. “La mamma degli stupidi è sempre incinta.” affermò qualcun altro. “Questi influencer fanno danni incalcolabili alla psiche dei nostri bambini” dissero in TV.

Sta di fatto che la gente ne parlava. Si parlava di nuovo della Piattaforma, della content creation, degli streamer, e soprattutto si parlava di Ph0tonP0wer.

Dopo settimane di hype, annunci, scambio di opinioni, venne finalmente il giorno. Con rinnovata fiducia, lo streamer entrò nella sua auto fiammante, accese l'apparecchiatura, e premette su Start Live.

Solita introduzione di rito: sorriso d'ordinanza, tono di voce alto e impostato, saluto a chi si è già collegato, reminder di iscriversi e attivare la campanella delle notifiche.

Pronti? Si parte!

Le prime iscrizioni non tardarono ad arrivare. Questi sono i momenti in cui si vede l'amore della propria community, pensò lo streamer. Alla decima iscrizione, scattò l'alert, e Ph0tonP0wer non tradì la promessa: piede in fondo, sorriso di chi è sicuro delle proprie abilità, e via! La chat era letteralmente impazzita. Come ai tempi d'oro, quando era al top. Macché top, si trovò a pensare: non sono mai stato al top come adesso! Adesso sì che il mondo si ricorderà di me!

Ancora iscrizioni, ancora soldi, ancora alert, e ancora piede sull'acceleratore. La risata dello streamer ben rappresentava l'esaltazione che stava vivendo in quel momento. Senza più remore, senza più dubbi, questa era la cosa giusta da fare, questo era ciò che il pubblico voleva!

La Piattaforma registrò un record di presenze nel suo stream quel giorno, proprio nel momento in cui la trasmissione si interruppe improvvisamente, per poi non riprendere mai più.

 
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from KSGamingLife

Inktober 2025 – Però per scritto – 7/10 – Starfish

L'Inktober ( https://inktober.com/ ) è un'iniziativa che ricorre ogni anno: 31 prompt per realizzare altrettante illustrazioni, così da stimolare la creatività e non soccombere all'apatia. K&S quest'anno partecipano congiuntamente. K, da brava illustratrice, posterà i propri disegni sui propri social. S, da totale inetto per quanto riguarda disegno e grafica, parteciperà realizzando brevi raccontini. Si, siamo al corrente che esiste anche un'iniziativa analoga per chi preferisce creare racconti. Ma siamo anticonformisti, che ci volete fare.

Ogni giorno verrà pubblicato qui un racconto, ispirato dalla parola del giorno.

7/10 – Starfish

Il piccolo Timmy era il bambino più sfortunato del mondo. O per lo meno, è così che si sarebbe dichiarato a tutti coloro che glielo avessero chiesto. Le vacanze stavano per finire, e lui non aveva trovato nemmeno un tesoro. Neanche l'ombra, eppure aveva cercato in lungo e in largo. Gli altri bambini della spiaggia erano naturalmente stati più fortunati: chi aveva trovato un braccialetto, chi un vecchio camioncino di plastica, chi un secchiello rosso, e addirittura c'era chi aveva trovato una macchinina perfettamente funzionante.

Timmy niente. Ma certo: d'altronde, era il bambino più sfortunato di tutti. Quel giorno decise di tentare il tutto per tutto: i suoi genitori si erano addormentati sotto l'ombrellone, e c'era un'insenatura a sinistra della spiaggia, poco lontano, dove non era ancora andato. Il posto non gli piaceva più di tanto, c'era una specie di grotta da cui gli altri vacanzieri si tenevano alla larga per qualche ragione, probabilmente perché era buia e fredda e non prometteva niente di buono. Il posto perfetto per un tesoro! Maledicendosi per non averci pensato prima (chissà quante volte avrebbe potuto vantarsi del suo tesoro con gli amici del mare!), Timmy si allontanò velocemente dall'ombrellone, facendo attenzione a non svegliare i suoi genitori, e corse in direzione della grotta.

Se la ricordava bene: fredda, buia, e rocciosa. Niente spiaggia calda qua, e anche l'acqua sul fondo era decisamente gelida. Però Timmy lo sapeva benissimo: è nei posti più inospitali che si celano i tesori migliori, i suoi eroi della TV e dei videogiochi non avevano mai paura a cacciarsi nei labirinti più spaventosi, e ne uscivano sempre vittoriosi e con qualcosa di scintillante in più. Facendo attenzione a non scivolare, il piccolo Timmy si armò di coraggio e entrò nella grotta.

Pochi metri dopo, la luce del sole non era già più sufficiente per capire dove si potesse andare, ma dalle pareti poco più avanti arrivava una debole luce azzurra. Sarà sicuramente un cristallo luminoso preziosissimo, pensò Timmy, e con rinnovata fiducia fece ancora qualche passo.

Non erano cristalli.

Decine e decine di stelle marine adornavano le pareti della caverna, e ciascuna emetteva quella luce, qui decisamente più evidente, una luce fredda ma comunque confortante in tutto quel buio. Maledizione, pensò Timmy, questo non è un tesoro! Decise comunque che in ogni caso sarebbe stato qualcosa di interessante da mostrare agli amici, e allungò la mano verso una delle stelle marine. All'inizio non si accorse di niente, ma dopo poco divenne evidente che l'intensità della luce aumentava via via che le sue dita si facevano più vicine, come se quegli strani molluschi si concentrassero per identificare cosa si stesse avvicinando.

Non appena l'indice del piccolo Timmy toccò la superficie di una delle stelle marine, un silenzioso lampo di luce attraversò la caverna, e il piccolo Timmy perse i sensi.

Quando riaprì gli occhi, si rese conto di trovarsi su una sorta di tavolo metallico, freddo e umido. Una gelida luce bianca, emessa da un faro su quello che doveva essere il soffitto della stanza dove si trovava, lo investiva completamente, e rendeva difficile abituare la vista e scorgere tutti i dettagli. Riusciva a sentire solo un insopportabile fischio, e una sorta di borbottio provenire dal fondo della stanza. Provò a sollevare la testa per capire di più dove si trovasse, ma era impossibile: qualcuno lo aveva bloccato al tavolo, testa mani e piedi. Eppure non sentiva alcuna sorta di legaccio, o manette. Come se una forza nascosta lo tenesse fermo.

Il piccolo Timmy voleva naturalmente urlare, dimenarsi, scappare, ma riusciva a muovere soltanto gli occhi. Muto e immobile, non potè che assistere all'avvicinarsi di una figura dal lato del tavolo dove si trovavano i suoi piedi. Aveva la pelle come quella di un delfino, o forse di una foca (Timmy non poteva esserne certo, aveva visto questi animali soltanto in TV), di statura bassa, forse perfino più basso di Timmy, e con una testa perfettamente sferica. Dove Timmy si sarebbe aspettato di vedere gli occhi, non vi era nulla, ma poco più in basso si poteva scorgere una sorta di piccola fessura, da cui affiorava un corpo molliccio di colore giallo. La figura sollevò quello che poteva essere un braccio, seppur somigliasse di più a un tentacolo che si divideva in tre verso l'estremità. In quella sorta di mano teneva una specie di cubo perfettamente liscio, color acciaio. Lo posò sulla fronte di Timmy. Era gelido, e emanava una specie di debole vibrazione.

Nei pensieri del bambino comparve un messaggio. “Non fare parola con nessuno di ciò che hai visto. Torna dai tuoi simili. Non toccare le stelle marine.”

Timmy aprì gli occhi. Si doveva essere addormentato sulla spiaggia, sicuramente. Ancora il sole del pomeriggio era alto nel cielo. Le vacanze non erano finite, c'era ancora tempo per divertirsi. Se solo avesse trovato un tesoro da mostrare ai suoi amici!

 
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from KSGamingLife

Inktober 2025 – Però per scritto – 6/10 – Pierce

L'Inktober ( https://inktober.com/ ) è un'iniziativa che ricorre ogni anno: 31 prompt per realizzare altrettante illustrazioni, così da stimolare la creatività e non soccombere all'apatia. K&S quest'anno partecipano congiuntamente. K, da brava illustratrice, posterà i propri disegni sui propri social. S, da totale inetto per quanto riguarda disegno e grafica, parteciperà realizzando brevi raccontini. Si, siamo al corrente che esiste anche un'iniziativa analoga per chi preferisce creare racconti. Ma siamo anticonformisti, che ci volete fare.

Ogni giorno verrà pubblicato qui un racconto, ispirato dalla parola del giorno.

6/10 – Pierce

Le luci sulla plancia non lasciavano spazio ai dubbi. Nemico a ore sei.

Bruce tirò verso di sé la cloche del motore con un movimento rapido, e con l'altra mano avviò una manovra di cabrata. L'aveva fatto mille volte all'accademia, una contromisura classica quando c'è un nemico in coda. Il motore del suo caccia diminuì conseguentemente la velocità, e i flap puntarono verso il cielo, con meccanica precisione. Guardandosi intorno, Bruce cercò di avvistare l'aereo nemico che risultava dal suo radar, e con la coda dell'occhio riuscì a vederlo uscire da una nuvola appena sotto di lui. Il briefing della missione ne segnalava la probabile presenza in zona, e ormai ne era certo: era stato scoperto.

L'addestramento dell'accademia permise a Bruce di identificarlo rapidamente: era un caccia di ultima generazione, modello SK-190, due motori a reazione, adatto al decollo da pista o da portaerei, 16 missili a tracciamento termico, cannone rotante a 6 canne. Un mostro di agilità e maneggevolezza, armato fino ai denti. Un vero osso duro, nelle mani di un pilota esperto.

Bruce strinse i denti, e riposizionò la barra di comando in posizione neutra, pronto a forzare il motore in una virata a sinistra. Come da manuale, aumentò lievemente il gas, e tornò a controllare la strumentazione. Il nemico sembrava essersi lievemente allontanato, ma Bruce ne era certo: ci sarebbe voluto altro per seminarlo.

Dopo pochi secondi, infatti, lo vide nuovamente apparire sul radar. Nemico a ore 6. Si accese un'altra luce sulla strumentazione, quella luce che nessun pilota vuole mai vedere. L'allarme di lock-on. Bruce allungò la mano verso la bottoniera sulla sua sinistra, e premette il tasto che comanda le contromisure. Contemporaneamente, iniziò la virata, e il suo caccia lasciò dietro di sé una nuvola di piccoli bengala, un'ottima contromisura per le testate a tracciamento termico.

Non sarebbe stato abbastanza, Bruce ne era certo. Riportò ancora una volta in orizzontale il suo caccia, e spinse in avanti la cloche del gas. Gli SK-190 erano agili, è vero, ma il suo aereo era più moderno, più potente. E soprattutto, aveva un motore supersonico.

Più veloce, pensò Bruce, più veloce, devi andare più veloce!

L'aereo prese a vibrare, e la velocità divenne l'unico pensiero di Bruce. Chiuse gli occhi, e spinse ancora più in avanti la cloche.

Il boato arrivò all'improvviso, quando meno se l'aspettava. Un tonfo secco, forte, e poi il silenzio. Durante l'allenamento ne aveva sentito parlare, ma non aveva idea che squarciare il muro del suono sarebbe stato così. Riaprendo gli occhi, venne colpito dalla luce che sembrava emanare dappertutto, non più soltanto dal sole all'orizzonte, ma dalle nuvole stesse. Istintivamente, guardò il radar per controllare la posizione del nemico. Nessuna spia, nessun allarme. Tutto tranquillo. Ce l'hai fatta un'altra volta, pensò, dandosi una metaforica pacca sulla spalla. Hai vinto anche stavolta.

Riportò in posizione neutrale la cloche, e puntò il suo caccia verso le montagne a est, come da piano. Poco contava per Bruce, ormai, che le montagne non ci fossero più, così come il radar, la cloche, l'aereo. Tutto era luce, ormai.

 
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from « P a r r o c c h i e »

Tanti anni fa, quando io avevo circa otto anni, tutte le persone del mio paese si professavano cristiane. Tanti andavano in Chiesa, facevano parte di gruppi parrocchiali, partecipavano alle processioni e alla festa del Santo Patrono. Non c'era quasi scelta, tutti ma proprio tutti appartenevano alla fede cattolica.

Poi con gli anni, con la venuta di immigrati e lavoratori stranieri, ci siamo resi conto che esistevano anche altre religioni ed altre fedi. All'inizio era buffo vedere queste persone vestite secondo la loro cultura, ma poi, piano piano, ci siamo abituati. Purtroppo però, anche in questo tempo attuale, non abbiamo instaurato quel rapporto di conoscenza reciproca, che porta arricchimento e comprensione, principi fondamentali per vivere in pace.

Man mano che passavano gli anni, con l'avvento degli smartphone e soprattutto dei social network, le pubblicità aggressive ci hanno portato a desiderare sempre più oggetti e a volerli subito. I negozi ed i centri commerciali cominciavano a fare aperture domenicali, e costringevano il personale a lavorare anche di Domenica. Di conseguenza anche la catena produttiva (fabbriche, laboratori, ecc.) era costretta a lavorare anche la Domenica.

La Domenica è diventata ormai un giorno qualsiasi, e il tempo per la fede non c'è quasi più.

Nei tempi attuali, la fede nel Signore è stata sostituita nella fede negli oggetti, nella fede nel danaro.

E così sono nati tanti dèi, il dio danaro principalmente, il dio lavoro, per guadagnare più danaro, il dio social network per guadagnare più followers e numeri, il dio calcio, che ci tiene sul divano a vedere tutte le partite del campionato.

Con tanti dèi in giro, il Signore è stato messo in un angolo. Anzi, ormai ci si vergogna a dire di essere cristiani praticanti. Non è raro incontrare persone che si recano in chiesa come se andassero ad un incontro di una associazione segreta. Ogni giorno devono sorbirsi le critiche alla Chiesa, al Vaticano, al Papa, al singolo sacerdote senza poter replicare perché apparirebbero ingenui, sempliciotti, pupazzi manipolati che si bevono qualunque favoletta.

La questione è abbastanza seria, forse non è ancora venuta fuori in modo completo, ma una verità è certa: ci si vergogna a dire di essere cristiani.

Per paura di essere attaccati, a volte preferiamo seguire Cristo in silenzio, di nascosto, evitando che gli altri se ne accorgano. Ma qual'è veramente il messaggio del Signore: “seguitemi di nascosto senza farvi scoprire?”.

Oppure il messaggio è: “aprite il vostro cuore ed annunciate il Vangelo al mondo?”.

“Non si accende una lampada per tenerla sotto il tavolo”. Queste sono le parole del Signore. Ma voi, vi sentite luce o tenebra? e se siete luce, perché vi nascondete sotto il tavolo?

Ci sono dei paesi in cui professarsi cristiani è pericoloso, ma per fortuna in Italia esiste ancora la libertà di parola e la libertà di culto. Ci sono religioni che lottano tutti i giorni per affermare il loro diritto all'esistenza, prendiamo esempio da loro. Testimoniamo la Parola senza vergogna, portiamola nei luoghi dove viviamo tutti i giorni. Perché non è vergogna essere cristiani, non è vergogna testimoniare la pace, non è vergogna insegnare il perdono, non è vergogna esercitare la carità.

Alla fine, se qualcuno deve prenderci in giro, lo farà lo stesso, solo perché i loro dèi non sono i nostri dèi, il loro smartphone non è come il nostro, la loro busta paga non è come la nostra e i loro vestiti firmati non sono come i nostri.

Noi abbiamo un unico Dio, misericordioso, che porta la pace. Abbiamo un unico cuore dove il primo posto è per Lui. Noi apparteniamo all'umanità libera e attenta al proprio prossimo. Non nascondiamolo, se possiamo.

Namasté

 
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Inktober 2025 – Però per scritto – 5/10 – Deer

L'Inktober ( https://inktober.com/ ) è un'iniziativa che ricorre ogni anno: 31 prompt per realizzare altrettante illustrazioni, così da stimolare la creatività e non soccombere all'apatia. K&S quest'anno partecipano congiuntamente. K, da brava illustratrice, posterà i propri disegni sui propri social. S, da totale inetto per quanto riguarda disegno e grafica, parteciperà realizzando brevi raccontini. Si, siamo al corrente che esiste anche un'iniziativa analoga per chi preferisce creare racconti. Ma siamo anticonformisti, che ci volete fare.

Ogni giorno verrà pubblicato qui un racconto, ispirato dalla parola del giorno.

5/10 – Deer

La foresta non gli era mai piaciuta, a voler essere onesti. Ogni volta che ne parlava, veniva preso in giro e sminuito: questo è il tuo posto, gli dicevano. Qui sei al sicuro. Qui c'è tutto quello che ti serve.

Di notte, era ancora peggio. Ogni rumore, ogni ombra sembrava una minaccia. Il caldo conforto del sole lasciava il passo al vento freddo, che portava con sé suoni spaventosi e misteriosi. Ogni volta, al tramonto, provava a farsi coraggio. Provava a ripetersi ciò che da sempre gli dicevano gli amici e i parenti. Non devo aver paura, andrà tutto bene, sono al sicuro.

Al sicuro. Ma quando mai era stato veramente al sicuro? Quando mai, in un mondo come questo, fatto di prede e predatori, si è veramente al sicuro?

Quella notte non fece eccezione. Tramontato il sole, come sempre, non riusciva a dormire. Si ritrovò a vagare per i sentieri della foresta, quei sentieri che solo lui conosceva, calcati dai suoi passi chissà quante volte. Eppure, non riusciva a trovarli rassicuranti, perché anche lì c'erano le tanto odiate ombre, anche lì la luna proiettava ombre e riflessi attraverso le foglie degli alberi che gli facevano vedere forme irreali, personificazioni dei suoi peggiori incubi, minacce. Minacce ovunque.

Anche quella notte, provò a scappare. Ma non si scappa dal buio, non si scappa dall'ignoto, non si scappa dalla paura, perché la paura vive dentro di noi, ed è sempre un passo avanti.

E quella notte, sentì un rumore nuovo. I suoi passi l'avevano portato in una zona diversa, lontana dai soliti posti. Non riconosceva i tronchi degli alberi qui, c'erano radure che non gli risultavano familiari, e le foglie fremevano sotto l'influenza del vento in modo ancora più sinistro.

Non avrebbe saputo descrivere in che modo quel rumore fosse diverso dal solito. Era come lo spezzarsi di un legnetto, ma più deciso, più violento, non goffo ma bensì determinato, di certo non accidentale. Le sue orecchie erano ben allenate, dopo innumerevoli notti trascorse a catalogare ogni suono, per associarlo a chi o cosa l'avesse causato. Un rumore così non l'aveva proprio mai sentito. Uno simile, si, certo. Ma così, no. Se c'era qualcosa di cui si fidava, era sé stesso, e i suoi sensi. Quando devi sopravvivere ogni giorno, è importante affidarsi a sé stessi.

Si fermò all'istante, e con gli occhi scandì ancora più attentamente l'area in cui si trovava. Tronchi d'albero a perdita d'occhio. Saranno stati almeno tanti quante stelle c'erano nel cielo. Ogni albero recava con sé i suoi rami, la cui forma contorta rendeva impossibile contarli. Ogni ramo, innumerevoli foglie. Ciascuna con la propria voce, ciascuna che sussurrava un messaggio di morte. Vicino alle radici dei tronchi più vicini scorse alcuni vermi, ragni, formiche, e un paio di topi. Ma nessun topo avrebbe potuto fare quel suono. Un uccello, forse? Qualche gufo, il cui canto lo spaventava sempre? Ma non c'erano gufi in questa parte della foresta. Dove diamine era capitato, che nemmeno quei maledetti osavano venire qui?

Scelse allora di affidarsi nuovamente all'udito. Se qualcuno, o qualcosa, aveva fatto quel suono, allora l'avrebbe fatto di nuovo. Aspettò, fermo e immobile, ancora qualche attimo. Ogni muscolo del suo corpo lo implorava di non tradire la regola: mai fermarsi. Se stai fermo, sei un bersaglio. Eppure, quella notte scelse di provare a capire, scelse di affrontare la sua paura, e restò fermo, in ascolto, totalmente concentrato. Passò qualche secondo, o forse addirittura un paio di minuti. A lui sembrarono ore, addirittura giorni interminabili, laggiù nella foresta che proprio quella volta scelse di restare in silenzio, come se anche le foglie e i topi volessero stare in ascolto.

Quando all'improvviso, lo sentì di nuovo. Più vicino. I suoi arti dunque presero il sopravvento sulla determinazione, e lo portarono di scatto lontano da lì, via, via da quella maledetta radura. Corse come il vento stesso, senza sapere dove, senza una meta, ma lontano. Corse fino all'alba, quando il sole graziò di nuovo le sue corna maestose, di cui non si sentiva degno, e che gli ricordavano ogni giorno di quanto fosse vigliacco. Non seppe mai l'origine di quel suono, ma quel che importava era che un'altra notte era passata.

 
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from KSGamingLife

Inktober 2025 – Però per scritto – 4/10 – Murky

L'Inktober ( https://inktober.com/ ) è un'iniziativa che ricorre ogni anno: 31 prompt per realizzare altrettante illustrazioni, così da stimolare la creatività e non soccombere all'apatia. K&S quest'anno partecipano congiuntamente. K, da brava illustratrice, posterà i propri disegni sui propri social. S, da totale inetto per quanto riguarda disegno e grafica, parteciperà realizzando brevi raccontini. Si, siamo al corrente che esiste anche un'iniziativa analoga per chi preferisce creare racconti. Ma siamo anticonformisti, che ci volete fare.

Ogni giorno verrà pubblicato qui un racconto, ispirato dalla parola del giorno.

4/10 – Murky

“Così è deciso, la seduta è tolta!”

Con un tonfo del suo bastone, il Grande Castoro concluse il suo discorso, e lasciò ammutolita l'assemblea. La situazione era grave, certo, ma nessuno si aspettava che quella sarebbe stata la soluzione che sarebbe stata adottata.

Dopo così tanti anni, abbandonare l'ansa del fiume per spostarsi a nord, dover ricostruire tutte quante le tane, e chi si sarebbe occupato dei piccoli della tribù, quelli appena nati, che ancora neanche avevano rosicchiati i primi legnetti?

In fondo, però, le alternative non erano molte.

Qualcuno, a dire il vero, già si era insospettito quando, tante lune prima, vennero avvistati numerosi gruppi di uomini, molto più numerosi del solito, soprattutto considerando che il fiume scorreva molto lontano dalle loro chiassose città. Tuttavia, nessuno della tribù se ne preoccupò più di tanto. Saranno campeggiatori, dissero.

Poi arrivarono con le loro grandi macchine di metallo, col loro fumo e col loro assordante rumore. Iniziarono a scavare, spaccare, riempire, e infine portarono lui: il tubo.

Il tubo era grigio, freddo e sporco. Molto più grande del più grande tronco che qualsiasi castoro avesse mai rosicchiato, e dal suo interno ben presto iniziò a sgorgare un tipo di acqua che nessuno della tribù aveva mai visto. Aveva uno strano odore pungente, e un colore violaceo che rendeva le acque del fiume melmose e dense.

E dire che i più forti della tribù ci avevano provato a tapparlo! Ma il tubo era troppo grande, il flusso troppo potente, e soprattutto chi si avvicinava a quelle acque melmose perdeva istantaneamente le forze, e doveva stare a riposo nella tana per almeno due o tre giorni prima di tornare in salute.

Non c'era scelta, gli anziani concordavano tutti, bisognava fare come aveva deciso il Grande Castoro: abbandonare l'ansa del fiume per spostarsi a nord, lontano dal tubo, e ricostruire una vita, una casa, un posto dove la tribù poteva continuare a esistere.

“Ma... ma Grande Castoro, cosa succederà se gli uomini costruiranno un altro tubo anche a nord?”

La voce apparteneva alla giovane Lucinda, una di quelle castorine sempre con la testa tra le nuvole, più dedite a sognare che a rosicchiare il legno.

Tutti quanti i castori dell'assemblea si voltarono, sgomenti, a fissare la giovane. Che arroganza, contraddire il Grande Castoro! Ma il Grande Castoro non tardò a rispondere.

“Giovane Lucinda, quel che dici ahimé è realistico, ma cos'altro possiamo fare? In fondo, il fiume è grande, e potremo spostarci di nuovo. Hai per caso un'altra opzione in mente?”

“Beh... potremmo chiedere aiuto alle altre tribù. Anche loro dovranno affrontare i problemi causati dal tubo, in un modo o in altro!”

“Ma le altre tribù non hanno mai collaborato con noi! Anche quando abbiamo costruito la Grande Diga, nessuno volle prenderne parte, neanche i serpenti, eppure da allora hanno potuto badare più facilmente alle loro uova senza preoccuparsi della corrente del fiume.”

“Lasciate fare a me, Grande Castoro! Parlerò alle altre tribù, e troveremo una soluzione!”

L'assemblea dunque si sciolse per davvero, tra lo scuotere delle teste dei castori più anziani, e lo sguardo incuriosito del Grande Castoro. Che fosse davvero giunto il momento di lasciare che i giovani decidessero le sorti della tribù?

La giovane Lucinda raccolse dunque qualche provvista, e si mise in viaggio poco dopo, fronte alta illuminata dal sole, e coda ben piantata a terra, segno di determinazione e convinzione.

Passarono i giorni, e con ogni tramonto gli anziani si convincevano sempre di più dell'assurdità della proposta. “Questi giovani d'oggi, pensano di saper fare tutto! Figuriamoci, le tribù hanno sempre pensato soltanto a sé stesse, abbiamo sempre fatto bene a fidarci del Grande Castoro e basta!”

Al sorgere del sole del trentesimo giorno, però, Lucinda fece ritorno all'ansa del fiume. Non sembrava più tanto giovane, recava addosso i segni di un arduo viaggio, qualche graffio, il pelo tutto arruffato, ma lo sguardo ancora più fermo e ambizioso.

Lucinda convocò il Grande Castoro, e illustrò il piano maturato nel corso di lunghi giorni e interminabili riunioni con le altre tribù del fiume.

In confronto, il progetto della grande diga sembrava un gioco da ragazzi. Qua si parlava di pietre, tronchi, una struttura ambiziosa e mai realizzata prima di allora.

Gli aironi avrebbero fatto da guardia dall'alto. I tassi avrebbero portato le pietre. I serpenti avrebbero spaventato qualsiasi umano si fosse avvicinato. I castori avrebbero rosicchiato il legno, e i più anziani avrebbero diretto i lavori.

“Ma come faremo a portare le pietre e il legno alla bocca del tubo? Il fango è tossico, ci avvelenerà!” chiese il Grande Castoro.

“A quello penseranno i rospi! A loro la fanghiglia del tubo non crea nessun problema!”

“Ma... ma allora, i rospi non avrebbero bisogno di tappare il tubo! Perché mai hanno accettato di aiutarci?”

“Grande Castoro, non tutte le tribù sono come noi. I rospi sono un po' viscidi e mollicci, ma hanno un gran cuore. A loro piace l'ansa del fiume, per il paesaggio e il clima, certamente, ma soprattutto perché ci siamo tutti quanti noi. Non vogliono vederci scappare, e per questo hanno acconsentito ad aiutarci.”

Il Grande Castoro sorrise, e capì che ormai i tempi erano davvero cambiati. Se le tribù del fiume avessero voluto continuare a sopravvivere, avrebbero dovuto iniziare davvero ad ascoltare i giovani, aprirsi a nuove idee, collaborare, e non scappare di fronte alle difficoltà.

Si dette dunque il via ai lavori. Chi fosse capitato di lì per caso, nonostante il cattivo odore emanato dal tubo avrebbe scorto uno spettacolo unico: i possenti tassi che trasportavano le pietre, i rospi che ascoltavano attenti le istruzioni dei castori anziani, gli aironi in volo in formazione, e una struttura di sassi e legno che piano piano cresceva e andava a tappare il tubo.

Ci volle qualche settimana, ma alla fine il tubo venne tappato e le acque tornarono a sgorgare limpide e pulite lungo l'ansa del fiume.

Gli uomini se ne accorsero, naturalmente, e inviarono le loro macchine di metallo a rimuovere il blocco. Ma le tribù ormai erano diventate esperte, e tapparono nuovamente il tubo in minor tempo: i rospi avevano appreso la tecnica, e non avevano più bisogno di tante istruzioni. I castori avevano affilato ancora di più i loro denti, e riuscivano a rosicchiare il legno ancora più velocemente. Gli aironi avevano perfezionato i turni di guardia, e niente sfuggiva al loro sguardo. I serpenti erano riusciti a scoprire metodi per sbucare all'improvviso e spaventare anche il più temerario degli uomini.

Ogni volta che gli uomini rimuovevano il blocco, il tubo veniva di nuovo tappato, finché un giorno gli uomini non vennerò più. Nessuna macchina venne a rimuovere il blocco, e di lì a poco risultò evidente che il tubo non conteneva più la fanghiglia puzzolente, come se fosse stato in qualche modo dismesso. Gli uomini se n'erano andati, e le tribù dell'ansa del fiume erano restate lì dove si erano stabilite. Tutte insieme.

 
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from I pensieri di Dado

Ho iniziato da molto poco a scoprire il vero potenziale del Fediverso, il mio primo contatto con quest'ultio è stato più o meno così:

scopro Mastodon  

“Massì dai perchè no, proviamolo”  

creo un account su livellosegreto

passano mesi e mesi senza che io abbia mai postato nulla

Una sera qualunque di un settembre 2025 qualunque mi torna in mente il mio account e penso:

“Ma io avevo un account Mastodon, vediamo se esiste ancora”

crecando Mastodon sul browser per effettuare l'accesso, trovo per puro caso la pagina wikipedia del Fediverso, dove sono elencati tutti i servizi.

Decido di aprire la pagina wikipedia, nella quale sono stato a leggere vita morte e miracoli del Fediverso per un'oretta buona

Risultato: in una sera ho creato nuovi account su Pixelfed, Lemmy, PeerTube, Friendica e riattivato quello di Mastodon.

 
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from Ore liete


Sì, in quei tempi agosto era ancora il mese delle ferie, il mese delle serrande abbassate in città, delle strade deserte e delle fabbriche chiuse. Non tutti potevano permettersi il mese intero, a non tutti era concesso (ne ho accennato lateralmente qui), ma un paio di settimane sì, quelle erano più o meno per tutti.

Probabilmente, non avrete voglia di cliccare sul link, riassumo: dopo due settimane, restavamo in villeggiatura senza mio padre, che doveva lavorare, e senza macchina per spostarci.

Agosto era ancora il mese della fine dell'estate, in quei tempi del riscaldamento globale non si parlava perché le avvisaglie sembravano ancora evanescenti; oggi non se ne parla abbastanza, ma non è questo il posto. E dopo ferragosto, in montagna, il tempo iniziava a cambiare, la piacevole frescura lasciava il passo, la sera, a un freddolino pungente, da mettere un giubbottino. Il cielo, solitamente limpido, diventava più tendente al grigio e più minaccioso, ma di una minaccia lieve, di pioggia improvvisa di montagna, spesso il cambiamento avveniva al tramonto.
Così era il tempo in quei giorni, in quegli anni. Il clima era come ce lo si aspettava, probabilmente i nubifragi non erano la norma al Nord e al Sud non si stava a maniche corte fino a novembre.

E in questo clima più plumbeo, e in un clima di vacanze che si avviano alla conclusione, sia per i villeggianti che per gli abitanti, restavamo per buona parte della settimana in tre: mia mamma e la sua prole. Non potevamo gironzolare in macchina, facevamo quel che una buona camminata permetteva di fare. Ce ne andavamo alla villetta comunale a raccogliere i ciclamini, per portarli a casa e metterli in un bicchiere, ma duravano pochissimo. Non li raccoglierei, oggi. Gironzolavamo per la strada che costeggiva il centro abitato, raccogliendo le more buonissime, oppure il rosmarino che cresceva anch'esso spontaneo ai margini. Lo raccoglievamo, più che altro, per mio padre: a noi non interessava granché, lui invece era un appassionato, quando c'era lui in giro non mancavano i canovacci abbondantemente ricoperti dai ramoscelli di rosmarino da seccare. Quando era secco, finiva in questi barattoli di vetro riciclati e sembrava dovesse durare in eterno, perché non ne facevamo un grande uso.

E queste erano tra le cose che facevamo, camminavamo, raccoglievamo, giocavamo sulle giostrine, ci dirigevamo a casa quando non eravamo coperti abbastanza da resistere alla frescura del giorno che invecchia, qualche volta accendevamo anche il caminetto, aspettavamo il fine settimana per essere di nuovo tutti e quattro.

Era tutto così semplice, era tutto bellissimo.

 
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from Flusso Inverso

La scatola del gioco

Schedina * Console: Game Boy * Anno: 1990 * Sviluppatore: Nintendo * Genere: Platform * Quanto ci ho giocato al primo giro: 1 ora e un quarto

Lo spunto è di quelli irresistibili: Alice e Jim sono due bambini che vivono in una città in cui in cielo ci sono le nuvolette, i grattacieli sono matite (giuro: Wikipedia dice che si chiama Pencilvania, spero sia vero) e ci si diverte tutto il giorno con i palloncini. Il problema è che Jim, ragazzo sveglio ma non troppo, decide di strafare e di mettere insieme un sacco di palloncini e di attaccarcisi... così comincia a svolazzare, e il vento se lo porta via. Tocca ad Alice andare a recuperare il fratello, a sua volta svolazzando per otto livelli, tenendo in mano due palloncini (ne bastavano due per divertirsi nel cielo, a quanto pare).

Basta la premessa per capire dove voglio andare a parare: Balloon Kid è semplicemente fantastico. Per quanto mi riguarda, rappresenta tutto ciò che amo in un platform: la relativa semplicità, la grafica tonda e vivace, la curva di apprendimento estremamente dolce. L'avrete capito anche dai miei post precedenti, probabilmente: non amo necessariamente la sfida, in un platform.

Un bel problema

È una cosa che ho realizzato da adulto: non mi hanno mai appassionato particolarmente i platform in cui è necessario azzeccare il salto con precisione millimetrica: bello Super Meat Boy, ma, come si dice, forse non è il mio. Al contrario, trovo delizioso e quasi terapeutico controllare questi piccoli personaggi in un mondo colorato e nel quale mi piacerebbe fare una passeggiata. Il mio gioco di Super Mario preferito è Super Mario Land 2: 6 Golden Coins, dopotutto: quello facile grazie al power-up della carota.

Balloon Kid ha molto di quel modo di pensare i platform (d'altronde credo condivida un pezzo importante di DNA). I controlli sono precisi ma non troppo, perché in fondo stiamo parlando di un platform in cui la protagonista può fare solo le seguenti cose: fluttuare per aria attaccata ai suoi palloncini, mollare i palloncini per affrontare brevissime sezioni a terra, gonfiare palloncini per risalire nel cielo verde dello schermo del primo Game Boy. Non risultano altre azioni: non si spara, non ci sono power-up, e non ci sono molti salti. Ci sono i palloncini e le nuvolette, e ostacoli come fulmini, uccellini e polpi che saltano fuori dall'acqua, mentre i livelli scorrono da destra verso sinistra ed Alice con loro.

Personalmente adoro i platform su Game Boy perché, con così pochi tasti a disposizione, gli sviluppatori non hanno modo di complicare (spesso inutilmente, ma dipende dai gusti) le cose. È l'essenza del gioco che deve funzionare bene: la fisica del salto, i tempi di risposta degli attacchi, la dinamica dell'accelerazione nella corsa. Balloon Kid, grazie al cielo, azzecca completamente l'unica sua grande meccanica: il fluttuare nel cielo. La prima metà del gioco ti permette di andare veloce, e poi, dal quinto livello in avanti, il gioco ti richiede di essere preciso. Di dosare la pressione del tasto A (con il quale Alice muove teneramente le braccia) e di passare indenne attraverso ostacoli sempre più complessi – ma non troppo. Ci sono anche le boss fight: tre botte in testa ai cattivi, e via.

Pencilvania!

Il gioco è mediamente facile e si finisce in un'ora, un'ora e un quarto. Ma stiamo parlando di un'oretta in cui ci è permesso indossare i panni di una bambina attaccata a dei palloncini, che attraversa un mondo di matite-grattacielo, templi, temporali a zone, montagne e oceani per salvare il suo fratellino, sfidando la sorte, il vento, la pioggia e gli uccellini. È un'ora gentile.

Se Balloon Kid ha un pregio è quello di ricordare a chi gioca che non serve sempre spingere, correre, ottimizzare: a volte basta restare sospesi il tempo giusto, fidarsi della brezza e tenere stretti i propri due palloncini.

Tags: #GameBoy #Nintendo #retrogaming #BalloonKid

 
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from Flusso Inverso

Questi sono stati i primi due articoli pubblicati sulla versione originale di Flusso Inverso, questo mio viaggio attraverso la prima library del Game Boy originale (ma pure Color, dai!). Li ripropongo qui per completezza, in attesa di pubblicare i nuovi pezzi che ho scritto su Balloon Kid e altri

Trip World e il privilegio dei sogni gentili

Schedina * Titolo: Trip World * Piattaforma: Game Boy * Anno di uscita: 1992 (Giappone), 1993 (Europa) * Sviluppatore: Sunsoft * Publisher: Sunsoft * Genere: Platform * Quanto ci ho giocato al primo giro: 2 ore

Mi sono avvicinato a Trip World scegliendolo a caso dalla lista di titoli emulabili dalla mia Anbernic. Non avevo idea di cosa fosse, ma devo dire che il delizioso filmato di apertura mi ha convinto a dargli una possibilità. A onor del vero, ancor prima di premere start ero pronto a cercare informazioni relative al gioco su Google, ma ho voluto evitare: se rigiocare questi vecchi giochi è un antidoto contro il caos, allora bisogna fare alla vecchia maniera. Premendo start, appunto, e non consultando uno smartphone.

E se decidiamo di iniziare giocare, scopriamo che Trip World è un gioco di Sunsoft, un team di sviluppo che mi è capitato varie volte di incrociare da bambino, perché avevo il gioco di Batman e uno di Daffy Duck – vado a memoria, senza controllare online. Erano tutti graficamente deliziosi, specie su un hardware limitato come il Game Boy, e Trip World non fa eccezione — anzi, spicca.”

Dal punto di vista visivo Trip World è proprio un bel gioco. Gli sprite del protagonista e delle creaturine “nemiche” sono ricchi di piccoli dettagli e di grande espressività, mentre gli sfondi sono particolareggiati e riescono a raccontare un piccolo mondo anche senza l’utilizzo di alcun testo. Nessuno parla, in Trip World: zero linee di dialogo, a parlare è solo quello che viene rappresentato a schermo. Il sonoro, poi, è splendido.

Trip World è un gioco estremamente semplice, almeno da un punto di vista concettuale: è un classico platform dell’era Game Boy, con tutti gli elementi che conosciamo. Cinque livelli (o “mondi”, come li chiama il gioco), scorrimento orizzontale, mascotte dolce e che vorresti immediatamente abbracciare, tanti salti, abilità di combattimento limitatissime, alcuni power-up che si possono raccogliere in giro e qualche enigma ambientale.

La cosa particolare, che ha reso Trip World una specie di piccolo cult (l’ho scoperto dopo averlo terminato, quando ero troppo curioso di capire quanto fosse conosciuto), è che il 90% dei nemici (ma perché poi, se non ti attaccano?) del gioco non ti attacca direttamente. Al massimo ti ostacolano leggermente spingendoti via.

È un approccio insolito, ed è insolito che non sia una gimmick roboante da comunicato stampa: non te lo dice nessuno, all’interno del gioco, lo noti e basta. Complice il fatto che il protagonista può, almeno inizialmente, solo sferrare un calcio con quelle sue piccole, adorabili gambette corte, ci si accorge presto che queste creaturine… si fanno gli affari propri. Al giocatore la scelta: li picchio o me ne vado per la mia strada?

Dimenticavo! Il protagonista può anche trasformarsi in un simpatico pesce, per superare le sezioni acquatiche (volendo si trasforma anche sulla terraferma, ma… non serve a niente!), e in una specie di forma adatta al volo, che nella mia sessione non ho mai utilizzato.

Il gioco è tutto qui. Dura meno di un’oretta, forse un po’ di più se si vogliono scoprire tutti i segreti. Si può riassumere in poche parole: platform bello da vedere e da sentire, e rilassante da giocare. Allora perché parlarne?

Perché Trip World, con la sua estetica dolcemente psichedelica, ha la rara capacità di isolare chi ci gioca dal mondo esterno. È un piccolo mondo che sembra vivere per conto proprio, slegato quanto basta dalle dinamiche classiche del videogioco anni ’90 per dimostrare originalità senza tuttavia risultare alieno al giocatore.

È un gioco semplice nella migliore accezione del termine, che si concede il lusso di provare a far sognare, almeno per un paio d’ore, chi decide di mettersi a giocare. Lo fa, oltretutto, con i pochissimi mezzi a disposizione concessi dall’hardware del Game Boy.

Una persona che stimo molto mi disse che “è un privilegio avere sogni educati”. Non so bene perché, ma nel giocare a Trip World ho pensato che avesse proprio ragione.

Una birra con Felix The Cat

Schedina * Console: Game Boy * Anno: 1993 * Sviluppatore: Hudson Soft * Genere: Platform * Quanto ci ho giocato al primo giro: 1 ora e mezza

Nel far partire il gioco di Felix The Cat per il Game Boy mi sono reso conto di non sapere nulla di Felix, il personaggio. O meglio: lo riconoscerei tra mille perché ha un design bellissimo, tondo ed espressivo, ma non so esattamente in cosa consista il suo cartone animato.

La cosa è strana, perché io adoro i cartoni animati, specie quelli della prima metà del ‘900. Eppure, pur avendone visti tanti, non ho quasi mai incrociato sul mio cammino il buon (?) Felix. Sono andato a cercare su YouTube qualche spezzone e credo francamente che sarà la mia prossima ossessione per le settimane a venire. Ho già adocchiato un video di mezz’ora che parla dei 100 anni di evoluzione del personaggio.

Però, insomma, anche non sapendo nulla di Felix devo dire che il suo gioco per Game Boy è assolutamente comprensibile: Felix è un gatto antropomorfo e l’antagonista del gioco rapisce la sua fidanzatina Kitty. A lui toccherà attraversare sei mondi, suddivisi in un paio di livelli ciascuno, per salvarla.

Tecnicamente non c’è moltissimo da dire su un gioco come questo (sospetto che in questo viaggio nella library del Game Boy mi capiterà spesso di ripetere variazioni di questo paragrafo, ma tant’è). Si salta sulle piattaforme e si colpiscono nemici, partendo da sinistra e andando verso destra. Lo spin che il gioco offre alla classica formula del platform anni ’90 è che, raccogliendo la valuta del gioco (le monete con la faccia triste di Felix), il nostro protagonista potrà accedere a diversi power-up, che si accumuleranno uno dopo l’altro.

Questi power-up fanno sì che Felix acquisisca due vantaggi rispetto alla sua forma base: in primo luogo, potrà sopportare più colpi nemici (che lo faranno regredire al power-up precedente e non perdere immediatamente una vita). Inoltre, questi power-up gli permetteranno di diventare… un sacco di cose a seconda del contesto, come una specie di bolide e un tank, consentendogli di sparare dei colpi forti ma imprecisi, come da tradizione dei platform.

Ci sono poi dei livelli maggiormente accostabili agli sparatutto a scorrimento orizzontale dell’epoca piuttosto che ai puri platform, secondo me i più riusciti – specie il livello acquatico e quello spaziale, che sono davvero deliziosi.

Mi rendo conto che non sia esattamente un resoconto entusiasmante, eppure mi sono divertito tantissimo a giocare a Felix The Cat. La grafica è una delle più belle che abbia visto su Game Boy e riesce a trasmettere perfettamente la sensazione di stare giocando a un cartone animato, al netto delle limitazioni tecniche degli 8-bit e della monocromia. Le musiche, semplici e allegre, sono pronte a essere fischiettate. La fisica del salto funziona molto bene per il tipo di gioco immaginato dagli sviluppatori, e la difficoltà tarata verso il basso rende il gioco una buffa scampagnata in un mondo pieno di cose tonde.

Come in anni recenti ci ha insegnato Cuphead, infatti, l’estetica visiva e sonora da cartone animato dei primi del ‘900 funziona meravigliosamente se applicata ai platform e agli shooter a scorrimento. Non c’è un elemento in Felix che sembri fuori posto, non c’è un fondale che non sia immediatamente riconoscibile (e adorabile, per quel che mi riguarda). Ogni animazione riesce a far sorridere e a catapultarti in un mondo colorato e pieno di avventure bislacche.

È un gran gioco, quindi? Probabilmente, per gli standard con cui abbiamo stabilito che andrebbero recensiti i videogiochi, no: è estremamente semplice, e si finisce in un’oretta o poco più. Il senso di inferiorità degli appassionati di videogiochi rispetto ad altre forme d’arte dovrebbe relegarlo a un “carino, ma nulla più”.

Eppure non riesco a non amare questo Felix The Cat. È una questione di sensibilità personale, probabilmente, e di mia riluttanza verso gli standard di cui sopra – quelli per i quali tutto deve essere profondo, coinvolgente, entusiasmante. Felix non è profondo, non è coinvolgente, e non è nemmeno entusiasmante. È simpatico e intraprendente, quello sì.

Il punto, in fondo, è questo: Felix fa quel che può. Nello specifico corre, salta, spara e prova a salvare Kitty. Se si ha voglia di accompagnarlo, però, si scopre che è come prendere qualcosa da bere con un amico che vedi ogni tanto – non troppo spesso, magari.

A volte non serve altro, per stare bene.

Tags: #GameBoy #Retrogaming

 
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