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from Dal Nulla

Chiedo perdono se non sono come voi, se non sento sulle spalle il destino del mondo se non mi curo delle sofferenze se le ingiustizie mi sono indifferenti, se di nessuno mi importa se non di me stesso, e forse nemmeno.

Chiedo perdono se non posso agire come voi, con la vostra sicurezza il vostro piglio ché tutto mi appare senza scopo e ogni passo compiuto è come un passo di marionetta, e anche voi mi apparite come enigmi, volti sconosciuti, ma non ho pietà di voi, e non mi sento solo se anche questa notte vi maledico e perdo per sempre la vostra compagnia.


penitente

 
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from stefanostaccone

Da tempo rifletto su un problema che osservo su più livelli della nostra società: la disumanizzazione.
Non come evento improvviso, ma come processo lento, normalizzato, che attraversa le grandi multinazionali, le istituzioni, e finisce per infiltrarsi anche nei contesti più piccoli, fino al quotidiano. Prendiamo un esempio semplice e familiare: l’acquisto online.
Clicchiamo, paghiamo, e nel giro di poche ore o giorni l’oggetto è davanti alla nostra porta. Tutto è veloce, efficiente, apparentemente automatico. La sensazione è che dietro ci siano solo macchine, algoritmi, sistemi perfetti. Le persone scompaiono. Questa percezione non resta confinata all’e-commerce.
La portiamo con noi nel lavoro, nei rapporti professionali, nel modo in cui valutiamo il tempo, la presenza e persino la salute degli altri.

L’algoritmo come semplificazione estrema dell’umano

Recentemente ho scritto una riflessione in cui criticavo la trasformazione dell’individuo, con la sua singolarità, complessità e fragilità, in un algoritmo. Un modello semplificato, ottimizzato, misurabile. Le grandi aziende (ma non solo) hanno un bisogno strutturale di semplificare problemi complessi.
È comprensibile: gestire sistemi grandi richiede modelli, metriche, KPI, performance. Il problema nasce quando questa logica viene applicata senza filtro all’essere umano. Sono un ingegnere meccanico, con un dottorato di ricerca.
Nel mio lavoro sono abituato ad affrontare problemi complessi scomponendoli in parti più semplici, isolando cause ed effetti, analizzando fenomeni sovrapposti. È un metodo necessario in ambito ingegneristico.

Ma ciò che funziona per una macchina non funziona automaticamente per una persona.

Eppure oggi vedo questo approccio applicato ovunque: le persone diventano risorse, funzioni, colli di bottiglia, problemi da risolvere o strumenti da ottimizzare e sotto continuo giudizio attraverso indicatori che ne misurano le prestazioni.

Quando smetti di funzionare, diventi un problema

Questa riflessione si è fatta più concreta durante le ultime settimane.
Sono stato operato e, per diversi giorni, costretto a letto, con movimenti limitati e l’obbligo di evitare stress e sforzi. Questa immobilità forzata mi ha rallentato fisicamente, ma ha accelerato il pensiero.
Ho avuto tempo per riflettere su ciò che ho fatto, su ciò che sto facendo e su ciò che potrei fare. Ho letto, osservato, pensato. E soprattutto ho osservato le reazioni del mondo del lavoro intorno a me.

Dal giorno dell’operazione non c’è stato un solo giorno senza messaggi di lavoro.
Il pretesto era spesso umano: “come stai?”. Immediatamente dopo (o prima) arrivava la richiesta: problemi, urgenze, decisioni.

Tutti sapevano che ero immobilizzato a letto.
Tutti erano stati avvisati con largo anticipo della mia assenza.
Avevo anticipato lavoro, organizzato consegne, preparato il terreno. Eppure, per molti, questo non è stato sufficiente.

Il caso che mi ha fatto scattare qualcosa

L’episodio più emblematico è avvenuto pochi giorni fa.
Un collaboratore, non informato della mia malattia, mi ha chiesto una modifica a un disegno tecnico. Gli ho spiegato la situazione: ero stato operato, immobilizzato a letto, impossibilitato a lavorare.
La risposta è stata:

“Ok, spero ti riprenda presto. Ma riesci per questo fine settimana?”

In quel momento è stato chiaro.
Non ero una persona che stava male.
Ero una funzione temporaneamente guasta. Se funziono, risolvo problemi.
Se non funziono, divento io il problema.

Un’osservazione (non statistica, ma significativa)

Ho notato un dettaglio interessante, senza pretendere che abbia valore scientifico.
Le persone che hanno mostrato maggiore attenzione, empatia e reale preoccupazione per la mia salute avevano mediamente meno di 30 anni.
Quelle più distaccate, insistenti, focalizzate solo sul lavoro avevano spesso più di 30 anni.

Non è un giudizio generazionale. È una sensazione, una traccia che mi fa riflettere su cosa ci stiamo portando dietro come modello culturale. La cosa positiva è che forse le nuove generazioni stanno guardando al mondo del lavoro con occhi diversi e, spero, sviluppino anticorpi appropriati per conservare l'empatia verso il prossimo.

Un sistema che non dialoga

Viviamo immersi in sistemi che ci osservano, ci misurano, ci classificano.
Dai social ai dati fiscali, dai censimenti alle abitudini di consumo, tutto confluisce in algoritmi che decidono, o influenzano, come veniamo trattati. La cosa più inquietante non è l’algoritmo in sé.
È il fatto che non possiamo parlarci.

Non possiamo spiegare il contesto.
Non possiamo raccontare una fragilità temporanea.
Non possiamo contrattare il giudizio. E, lentamente, iniziamo a comportarci allo stesso modo anche tra di noi.

Quando la disumanizzazione diventa sistemica

Sarebbe però miope fermarsi al mondo del lavoro.
La disumanizzazione che osservo nelle dinamiche professionali è solo una versione attenuata di qualcosa di molto più grave, che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti a livello globale.

I conflitti armati attualmente in corso nel mondo mostrano la stessa logica portata all’estremo: persone ridotte a numeri, vittime trasformate in statistiche, vite umane raccontate come effetti collaterali. In contesti come quello palestinese, ciò che colpisce non è solo la violenza in sé, ma la sua progressiva normalizzazione. La morte viene raccontata in modo asettico, minimizzata, resa astratta. Come se alcune vite valessero meno di altre.

Anche qui il meccanismo è lo stesso: quando un gruppo umano viene percepito come un ostacolo, come un problema da rimuovere, la sua disumanizzazione diventa funzionale. Non si parla più di persone, ma di territori, equilibri geopolitici, interessi strategici. L’individuo scompare, proprio come accade, in forma infinitamente meno drammatica, nei contesti lavorativi quando una persona smette di “funzionare”.

Questo non rende meno legittime le riflessioni sul lavoro, ma le ridimensiona. Ci ricorda che ciò che viviamo ogni giorno è parte di una cultura più ampia, che accetta sempre più facilmente la perdita dell’umanità quando questa intralcia l’efficienza, il controllo o il potere.

Non arrendersi alla disumanizzazione

Quello che voglio ricordare, a chi legge e soprattutto a me stesso, è questo:
non dobbiamo normalizzare tutto questo.

Non dobbiamo accettare che l’essere umano venga ridotto in maniera assoluta e irreversibile a un numero. Non dobbiamo smettere di difendere la singolarità, la lentezza, la vulnerabilità. Combattere la disumanizzazione non è un gesto eroico.
È fatto di piccoli atti quotidiani:

  • rispettare un limite
  • accettare un’assenza
  • riconoscere che una persona non è una funzione

Arrendersi a questo processo significa perdere qualcosa che non possiamo recuperare.
E nessun algoritmo potrà mai restituircelo.

La malattia come atto sovversivo

In un sistema che pretende disponibilità continua, prestazione costante e presenza totale, la malattia diventa qualcosa di più di una semplice condizione fisica: diventa una sorta di atto sovversivo. Essere malati significa interrompere il flusso, spezzare la catena dell’efficienza, sottrarsi, anche solo temporaneamente, alla logica della performance. Non perché lo si voglia, ma perché il corpo lo impone. E questo, oggi, è quasi inaccettabile.

Nel momento in cui non sei operativo, non sei performante, non sei “al 100%”, smetti di essere una risorsa e inizi a essere percepito come un problema.
La fragilità, invece di essere accolta, viene tollerata a fatica, come un errore di sistema. Eppure è proprio lì che si misura l’umanità di un ambiente di lavoro: nella capacità di riconoscere che fermarsi non è una colpa, che ammalarsi non è una scelta, e che il valore di una persona non può coincidere con la sua produttività.

Resistere a questa narrazione, anche solo rifiutandosi di colpevolizzarsi quando ci si ferma, è forse uno dei pochi gesti realmente rivoluzionari che ci restano.

 
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from Dal Nulla

Avanza il nero vessillo del tredicesimo arcano (Tredici foriero di sventura) Un fiore bianco a cinque punte rovesciate l'emblema della terribile innocenza: essere, cambiare, divenire, soffrire, morire. Le cinque punte del pentacolo, i cinque petali del fiore. Gli occhi rossi del destriero fissano un nuovo sole la morte cavalca con gli occhi vuoti. Giace per terra il re, rovina tra la polvere la corona, a nulla vale il candore della fanciulla, a nulla la bellezza del suo diadema di rose. Vane le preghiere, le invocazioni: il papa e la croce crolleranno e la città di Dio è un cumulo di rovine. Avanza la morte sul suo destriero, rovina la Storia sotto i suoi zoccoli. Al suo passaggio resta il nulla la steppa arida, la terra brulla. Possono i tuoi occhi vitrei guardare il giorno nuovo che nasce? Una barca lontana solca un ipotetico acheronte, la meta ignota di noi che trasmutiamo. Tutti ci accoglie la morte nel suo abbraccio dolce: un bambino, prima di essere fracassato, le offre un fiore.


La morte

 
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from stefanostaccone

Il Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni, promosso annualmente dall’ISTAT, nasce con un obiettivo apparentemente semplice: conoscere quante persone vivono in Italia, in quali tipi di abitazione risiedono e come sono strutturati i nuclei familiari. Quest'anno ho ricevuto la lettera dall'ISTAT che mi ha obbligato a partecipare al censimento. Si è obbligati a rispondere e a farlo in maniera corretta, pena una multa che va dai 250 a 2500 euro. Questa formula mi è sembrata subito anomala, ho deciso quindi di partecipare al questionario in maniera attiva, prendendo appunti e riflessioni su tutte le domande alle quali rispondevo. A valle delle risposte, ho analizzato in maniera dettagliata il questionario. A mio avviso si evince un livello di profondità informativa che va ben oltre la necessità di “contare” individui e case. Le domande, prese singolarmente, sembrano innocue; ciò che suscita interesse – e personalmente preoccupazione – è l'effetto cumulativo: un sistema di rilevazione che, pur rispettando la legge, è in grado di produrre un ritratto estremamente completo della vita delle persone.

Oltre l’anagrafe: le informazioni trasversali

La prima cosa evidente, immediatamente dopo aver iniziato a rispondere, è che il censimento contiene domande che non sono strettamente necessarie al solo scopo dichiarato, ma che contengono tanti piccoli elementi trasversali.

Indicatori indiretti della condizione economica

L’ampiezza dell’abitazione, il numero di stanze, la disponibilità di automobili, di box auto, la presenza di un ascensore nello stabile e persino l’anno di costruzione dell’edificio non servono a stabilire “chi vive dove”, ma a stimare il livello di benessere del nucleo familiare. Se l'intento fosse quello di giudicare sulla sola abitazione dal punto di vista energetico per esempio, sarebbe sufficiente attingere alle informazioni già esistenti e presenti in catasto, chiedere conferma dei metri quadri e della classe energetica dell'edificio. Il reddito in questa fase non viene mai citato. Tuttavia si tratta di elementi che, accumulati e incrociati tra loro, restituiscono informazioni socioeconomiche molto precise.

Routine quotidiane e mobilità individuale

La parte dedicata all'acquisizione di informazioni relative agli spostamenti per studio o lavoro sono estremamente dettagliate. Vengono richiesti orari di uscita da casa, mezzi di trasporto utilizzati, durata del tragitto, luogo di lavoro o studio, frequenza settimanale degli spostamenti. Il livello di dettaglio è tale per cui, ad esempio, laddove ci spostiamo in treno come pendolari per andare a lavoro, bisogna inserire tutti i mezzi che si usano (auto privata + treno + metropolitana). Non è sufficiente inserire il solo mezzo preponderante ma tutti quelli necessari da inizio a fine tragitto. Questi dati a mio avviso permettono di ricostruire vere e proprie abitudini quotidiane, mappandole in maniera precisa. Mi chiedo se queste richieste passino la linea oltre il perimetro legittimo del censimento.

Reti sociali e benessere personale

Si indaga anche sul benessere e in particolare sul livello di soddisfazione della vita, la percezione di sicurezza notturna e la presenza o assenza di amici, parenti o vicini che possano aiutarci qualora ne avessimo bisogno. Questi elementi innegabilmente costruiscono un quadro del supporto emotivo e sociale di chi compila il questionario. Sembra più un'indagine sociologica, ma non ho conoscenze o strumenti per poter giudicare sull'impatto che le risposte possono avere.

Storia migratoria personale e familiare

Vengono chiesti naturalmente i dati relativi alla propria cittadinanza, ai quali vengono aggiunti eventuali passaggi (migrazioni ad esempio), luogo di nascita dei genitori, trasferimenti all'estero. Queste informazioni potrebbero essere anch'esse dedotte dall'ufficio anagrafe; inserirle all'interno di questo contesto rafforza la capacità di tracciamento e individuazione del soggetto. Di anonimo a questo punto è rimasto ben poco.

Competenze digitali

Vengono fatte domande apparentemente innocue sull'uso di internet, sulla frequenza di utilizzo, sulla necessità di assistenza nella compilazione dello stesso questionario. Questo restituisce indubbiamente informazioni sulle * abilità digitali *, e quindi su quanto si potrebbe essere vulnerabili sotto questo profilo. Domande interessanti, ma non posso fare a meno di chiedermi quanto attinenti allo scopo del questionario.

A valle di queste domande per me il quadro è chiaro: la struttura complessiva del questionario mira non solo a conseguire gli scopi dichiarati, ma anche a capire e tracciare come viviamo, come ci muoviamo, come stiamo e quale è il nostro livello di integrazione nel tessuto sociale.

Analisi sui rischi per la privacy: quando i dati diventano profili.

Dopo aver compreso la portata e ampiezza delle informazioni, ora è necessario capire quali sono i rischi connessi. L'ISTAT naturalmente opera in maniera legittima e secondo normativa, ma questo non annulla i rischi strutturali generati dalla raccolta granulare e quantitativa dei dati raccolti.

Profilazione involontaria dettagliata

Immaginate di chiacchierare con un amico, in un piccolo paese.

Conosci quella ragazza...quella che lavora all'università come ricercatrice. La mamma fa la maestra, il papà pensionato, hanno una villetta su in paese.

In un piccolo paese, l'amico potrebbe rispondere con altissima probabilità beccando il nome al primo o secondo tentativo. Combinando informazioni su lavoro, abitudini di vita e condizioni abitative, rapporti familiari, salute percepita e benessere psicologico, il questionario produce un profilo estremamente completo di noi. Ci descrive in maniera multidimensionale e completa all'interno del nostro contesto di vita.

Combinando i dati di età, professione, residenza, struttura familiare e livello di istruzione, in particolare all'interno di comuni di piccole dimensioni è possibile essere identificati anche senza l'ausilio del nome e cognome. Più dettagli ci sono, meno siamo anonimi.

Function Creep

Non ricordavo questo inglesismo specifico, l'ho trovato durante una ricerca online mentre approfondivo il discorso sulla privacy. Questo termine indica quando l'uso di una tecnologia (in questo caso l'uso di dati) inizialmente definito per scopi specifici dichiarati, viene riutilizzata per finalità seppur legittime ma non previste originariamente. L'insieme dei dati potrebbe essere impiegato per altri fini o altre analisi, come politiche territoriali, indagini sulla qualità della vita, studi sulle vulnerabilità. Il punto critico per me non è l'uso in sé dei dati, quanto la consapevolezza di chi compila il questionario. Difficilmente un cittadino medio se ne rende conto, e comunque non può fare nulla perché obbligato dalla legge.

Collegamento potenziale con altri database pubblici

Anche se per definizione il censimento è isolato da altre basi dati, l'Italia dispone di achivi centralizzati. L'esistenza di molti punti di contatto rende teoricamente possibile correlare le informazioni provenienti da fonti diverse, aumentando il livello di dettaglio del profilo personale.

Conseguenze in caso di data breach

Data breach della pubblica amministrazione italiana ahimè sono abbastanza comuni. Un attacco in questo contesto implicherebbe non solo la grave diffusione di dati anagrafici, ma anche di routine quotidiane, condizioni abitative, economiche e sociali, vulnerabilità sociali e psicologiche. Si tratterebbe di materiale estremamente sensibile e sfruttabile per frodi o manipolazioni sociali malevole.

Conclusioni: La quantità che diventa qualità

Il censimento ISTAT dal punto di vista legislativo non è illegittimo. Il problema non sono le domande in se, ma la cumulata delle domande. Ogni domanda è un pezzo del puzzle. Una volta completato, viene fuori un'immagine nitida di te, una radiografia completa della tua vita. Questo pone a mio avviso due questioni principali: Quanto le persone comuni sono consapevoli del livello di dettaglio dei dati che si stanno fornendo? E' “proporzionato” l'obbligo, in termini di poteri dello stato, di raccolta di un tale quantitativo di dati vista la finalità dichiarata? Lo studio della società in profondità è legittimo, ma questo richiede trasparenza. In un mondo dove i propri dati digitalizzati rappresentano ricchezze per aziende a discapito di ignari cittadini, diventa fondamentale dibattere pubblicamente sul rapporto che c'è tra conoscenza statistica e diritti individuali.

 
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from Dal Nulla

La prima spada - Il buio sulla parete (Nella notte è la solitudine E l’angoscia dell’uomo) La seconda spada - La bianca veste (Un miraggio, forse, d’innocenza Un miracolo bambino) La terza spada - Le mani a coprire il volto (Nostra soltanto è la disperazione, La vita che ci abbandona) La quarta spada - Le lacrime (Soli siamo di fronte Alla morte di noi stessi) La quinta spada - Rosacroce e zodiaco tra le lenzuola (La fasulla responsabilità Delle stelle) La sesta spada - La morte violenta ai piedi del letto (Sei tu che tenzoni te stesso) La settima spada - Sfiora i capelli (Gli spettri dei dubbi Si annidano come forfora) L’ottava spada - Recide il collo (Dov’è la mia testa mortale? Appartiene a me stesso Al di fuori di me) La nona spada - Dritta al cuore. La nona spada dritta al cuore.

Se da te proviene il destino Che ti accarezza nel sonno Se sei tu l’inquietudine Che ti tiene sveglio Tra le lapidi dei tetti E sotto le stelle fugaci Se i tuoi occhi son quelli della morte E la tua pelle è quella di un cadavere Riposa con la gentilezza Della primavera che sfiorisce Lasciati andare come petalo appassito Come pomeriggio d’autunno che cede alla notte Sii la notte dell’anima che chiedi Sii la notte della morte che brami.

L’ombra di nove spade Aleggia su di te L’ombra di nove spade.


nove di spade

 
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from AtAbi

La politica del malessere Autrice: Alicia Valdes

Questo che scrivo é una recensione di quello che ho letto recentemente, di solito leggo poco e con poca attenzione, questo libro è una eccezione. Perchè? Presenta idee per me originali, non solo teoriche, propone cambi.

Alicia fa politica oltre che psicoanalisi.
Per lei la teoria psicoanalitica non è uno strumento diverso dalla analisi critica.

Prescinde dalla necessitá di una identitá completa, questo mi assolve dalla mia ricerca di essere sempre coerente.

annoto a margine alcune frasi durante la lettura:

La idea di una identitá completa è messa in discussione, nessuno é mai identico in ogni momento della sua vita, gusti, desideri e stati d'animo cambiano.

La forma in cui immaginiamo il futuro é fortemente condizionata dai prodotti culturali che consumiamo.

Un poco citando Gramsci, un poco Žiržek cerca di dare una risposta al perchè non siamo piú capaci di pensare ad un futuro migliore e perchè é piú facile desiderare la distruzione che il cambio.

 
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from Lelio

Questa sarà una condivisione probabilmente disordinata

Quando andavo alle medie coniai il termine “albero-luna” per definire il mio rifugio mentale, un luogo un po' come i palazzi della memoria, il mio angolo di solitudine protetta.

Da un bel po' non riesco a tornare all'albero-luna. È un bene per molti versi, visto che da lì poi partivo nei miei lunghi viaggi dissociativi, ma da un lato mi manca. Ora come ora la solitudine sa di angoscia, di pensieri intrusivi e sensazioni pungenti. Per tornare all'albero-luna forse dovrei mettermi in cuffia “The Piper at the Gates of Dawn” o “The End” in loop, magari dopo aver mangiato del cioccolato fondente e provando a disegnare o a scrivere versi nel mentre. Forse sono i farmaci che mi tengono coi piedi ancorati nella terra invece che lasciarmi fluttuare su un albero privo di radici. Forse per questa novità è scomodo stare.

Mi guardo dentro e mi trovo stritolato dai sensi di colpa. Perché non sono felice? Cosa c'è di sbagliato in me? Sono soddisfatto della vita che sto facendo, quindi perché non riesco a godermela? E poi arrivano come frecce i pensieri intrusivi, pensieri violenti e anticonservativi che non starò a riportare. L'immagine è quella di una sorta di San Sebastiano trans, stritolato dal serpente e trafitto da innumerevoli frecce mentre guarda il cielo cercando risposte. Le immagini cristiane si prestano sempre bene a descrivere i miei stati angosciosi, d'altronde si tratta dell'iconografia di una religione decadente e devota al dolore.

“Tu non soffri di depressione, ne ho viste tante e tu non ce l'hai” mi fu detto una volta dopo aver condiviso la mezza diagnosi del mio psichiatra con un mentore. Questa frase mi segna in modo incredibile. La rabbia con cui mi ci ribello quando passo ore e ore bloccato a letto a dormire, o quando non riesco a lavarmi i denti per giorni, o quando rimando infinitamente una doccia perché è troppo faticoso; il rammarico con cui ci ripenso quando invece sto bene, perché dovrei stare peggio, dovrei avere segni più evidenti, non posso mascherare così tanto, forse dovrei tentare questo o quell'altro metodo autolesionista; e poi il costante desiderio misto a timore di un nuovo ricovero, perché forse questa volta potranno aiutarmi davvero, potrebbe essere l'occasione per avere delle risposte più chiare, però dovrei saltare x lavori e forse è meglio tenere botta, resistere ancora un po', rimandare a quando davvero non ce la farò più... Menomale che domani vedo lo psichiatra, dai.

 
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from Signor Uscita

Commodore 64 Advent Show – Intro Theme

Commodore 64 Advent Show Logo https://www.youtube.com/watch?v=bXpV0hnUjJU

La mia amica Valeria informatica seria a otto anni aveva già il Sixty-Forough

E anche Massimiliano che abitava a Roiano programmava con il suo Sixty-Forough

Dissi ai miei genitori: “Dite NO ai dissapori, a Natale ne voglio uno anch'io!”

Ero molto contento e vivevo l'avvento come fosse del mio Sixty-Forough

Commodorough Sixty-Forough col suo basic trovo lavoro

Datasette, dischi floppy giochi pirata, no! non son mai troppi

Cantiamo in coro: Commodorough Sixty-Forough Advent Show

Ora il tempo è passato ma sto ancora inscimmiato a giocare con il mio Sixty-Forough

E anche Dan Dellafrana nella sua retro-tana ci dà forte con il suo Sixty-Forough

E anche Lindo Ferretti tra cavalli e capretti si trastulla con il suo Sixty-Forough

E Roberto Recchioni riceve dei doni per giocare con il suo Sixty-Forough

Commodorough Sixty-Forough Fossi a Venezia direi “Ghe sboro!”

Fossi sardo sarei di Nuoro per far rima con il Sixty-Forough

Cantiamo in coro: Commodorough Sixty-Forough Advent Show

Kenobisboch presenta: Commodorough Sixty-Forough Advent Show

 
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from thornsinnercircle

Il cerro di Monte Fontane

ero andato in Sicilia attratto principalmente dall'Etna. Versante sud, e tutti gli alberi secolari che ci abitano. alcuni sono visitabili in tranquilli centri cittadini, come il Castagno dei Cento Cavalli visto mentre bevevo un caffé delle undici. l'Ilice di Carrinu invece prevede un sentiero lastricato di buone intenzioni di circa un'oretta, ripidino. vederlo è trascendentale, e curiosando vicino si scopre il fronte del magma che decise di fermarsi a pochi metri dall'albero risparmiandolo. Dialoghi fra il fuoco e la foresta.

questo è l'ultimo albero che volevo vedere. il cerro di Monte Fontane. al pomeriggio avevo il volo di ritorno, e dovevo anche restituire l'automobile. perché non complicarsi la vita? il sentiero per trovarlo appariva prima chiaro, poi mi sono trovato dopo un'ora e mezza ad aver compiuto un percorso circolare. era tardi, mollo tutto? ultimo tentativo. devio dal percorso che mi suggerisce il navigatore, giustamente. trovo una bella casetta abbandonata in pietra, ma mi sto allontanando dall'albero: quindi per una qualche legge che non conosco, sarà stavolta la strada giusta. imbocco un sentiero più boscoso. ci sono percorsi da mountain bike ripidi. anche qui mi perdo, torno indietro, piovicchia e c'è fango (il che mi compiace sempre, anche se sembra tutto così ostico adesso). ad un certo punto in un fianco della montagna, ripido da usare le mani, sento il bisogno di provare il tutto per tutto e salire! la pioggia ha reso l'erba ed il sottobosco scivolosi. i rami sono bassi, si intrigano nei capelli. dove sto andando non è dato sapere. e stranamente, ma prevedibilmente, arrivato in cima trovo l'indizio di un sentiero. se solo fossi capace di seguire le strade normali. seguendolo, trovo prima un piazzale con tre querce che mi fa sentire di essere vicino. mi piace immaginare le cose, sento quasi l'ebbrezza di luoghi che hanno una valenza sovrumana (è così). e finalmente, un po' nascosto, ecco l'albero. cerco come sempre per mezz'ora lo scorcio migliore per una foto, lo vivo, lo posso toccare. fra l'altro poco oltre c'è un dirupo, bisogna stare attenti.

stranamente, di quale via abbia scelto per tornare ricordo molto poco, se non che avendo visto una strada asfaltata distante solo qualche chilometro mi ci sono avvicinato, per scoprire poi che per raggiungerla c'erano alcuni metri di rovo alto, maturo e cattivo, e filo spinato. la mia impazienza mi fa andare dritto nel rovo. per pochi istanti ci nuoto come penso di saper fare, poi comincio a graffiarmi. vado avanti in bilico fra ostinazione e ansietta. arrivo al filo spinato, mi arrampico, mi ci incastro coi vestiti bloccandomi in cima. forse l'angelo custode degli sciocchini a quel punto mi fa scendere, e tutto si conclude felicemente.

 
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from Dal Nulla

“Se nelle cose dell'ingegno volessimo soppesare i successi dal Rinascimento in poi, non saranno quelli della filosofia a fermarci, oiché la filosofia occidentale non supera la greca, l'indiana o la cinese, tutt'al più le raggiunge in alcuni punti. Siccome rappresenta solo una varietà dello sforzo filosofico in generale, si potrebbe al limite farne a meno e opporle le meditazioni di Sankara, di Lao-zi, di Platone. Non è così per la musica, questo grande pretesto del mondo moderno, fenomeno che non ha confronti in un nessun'altra tradizione: dove trovare l'equivalente di un Monteverdi, di un Bach, di un Mozart? E' attraverso la musica che l'Occidente rivela la sua fisionomia e raggiunge la profondità. Se l'Occidente non ha creato una saggezza né una metafisica che gli fossero del tutto proprie, e nemmeno una poesia della quale si possa dire che non ha esempio, in compenso ha proiettato nelle sue produzioni musicali tutta la sua forza di originalità, la sua finezza, il suo mistero e la sua capacità di ineffabile. Ha potuto amare la ragione fino al pervertimento; eppure il suo vero genio fu un genio affettivo. Il male che più lo onora? L'ipertrofia dell'anima.

Senza la musica l'Occidente non avrebbe prodotto che uno stile di civiltà insignificante, scontato... Se depositerà dunque il suo bilancio, la musica sola testimonierà che non si è sprecato invano, che davvero aveva qualcosa da perdere.

(E. Cioran, La tentazione di esistere, Su una civiltà esausta)


Moreau - Angelo della morte

 
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from Super Relax


*Portoncini e cancelli, perlopiù.

Qualche tempo fa, in quanto rider, ho effettuato una consegna per conto di un famoso marchio di panini e patatine, la cliente una signora anziana di quelle ostiche: non la nonnina della pubblicità, insomma. Mentre si lamentava perché le erano capitati ordini incompleti, una volta mancava questo, una volta mancava quello, mi fa “visto che sei qua, mica sapresti aggiustare il portoncino?”

Do un'occhiata, c'era un sistema magnetico per agganciarlo a un piolo metallico nel pavimento: il magnete, svitatosi, era rimasto attaccato al portoncino, finendo col disinteressarsi del piolo, svito e avvito quel che c'è da svitare e avviare e riparto, arrivederci e grazie.

Stamattina (riferimento temporale senza senso assoluto, ne uso uno relativo: un'oretta prima che mi mettessi a scrivere questo articoletto) stavo gironzolando in Super Relax nella tranquillità delle campagne, stavolta percorrendo una stradina tra i campi coltivati mai fatta prima; vorrei sempre esplorare tutti i luoghi che mi ospitano, fin dove i miei mezzi lo permettano, così mi sono infilato in questa strada, un paio di chilometri, prima costeggiata da rade abitazioni, poi da serre e coltivazioni, infine dal nulla.

Un nulla rotto, infine, da un una sorta di grosso gazebo chiuso ai lati, a riparo dagli agenti atmosferici: ne esce un signore anziano e mi dice, più o meno, “che stai a fa'? Mi avvicino e, pensando che si stesse preparando a un rimprovero, questa è zona privata, non devi starci ecc., inizio a spiegare che sto facendo un giro in campagna, senza una meta... non gli interessa particolarmente, mi interrompe e mi chiede un aiuto per qualcosa.

Ora, non vorrei essere frainteso: non c'è alcuno scopo derisorio in quel che sto per dire, sto semplicemente constatando il fatto di aver dovuto superare lo scoglio linguistico, perché il signore di certo aveva un buon carico di anni sulle spalle, anni vissuti in campagna, anni di dialetto stretto, e io il dialetto locale lo capisco poco, pur abitando qui da anni e provenendo, più o meno, dallo stesso ceppo linguistico o da un ramo non troppo distante.

C'è un cancello da rimettere al suo posto, uno di quei cancelli abbastanza approssimativi realizzati dai fabbri con barre e tombini di ferro, e quel cancello si era sfilato dai cardini. Oltre a essere oggettivamente pesante per una persona media, c'era pure un listello di legno, in alto, che impediva una manipolazione agevole del cancello. Gli spiego che dobbiamo prima occuparci di quello, si allontana di un paio di metri e torna con un martello, una roncola e un solido utensile per staccare le assi inchiodate: tiè, spacca tutto, non me ne importa.

Nonostante l'autorizzazione, tento un approccio più soft e riesco a schiodare parzialmente il listello, abbastanza da riuscire, in un paio di sessioni, a sistemare. Un paio di sessioni perché, vista l'anzianità, il vigore residuo è quello che è; un paio di sessioni intervallate dalle domande “da dove vieni, chi si'?”

Avevo ben inteso, voleva sapere a chi appartenessi ma, non essendo del luogo, non avevo genealogie da riportare, al che anche lui mi ha detto di essere solo nato qui, ma di essere praticamente di un altro posto, più a sud di una cinquantina di chilometri. E, infine, mi ha offerto delle bibite dal frigobar del gazebo, ho rifiutato gentilmente perché non avevo voglia e ho chiesto cosa ci fosse oltre il ponticello a poca distanza.

“Niente.” Posso dire di aver raggiunto le locali colonne d'Ercole.

#Aneddoti

 
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from Dal Nulla

Sono dunque questi gli anni che s'apprestano? Le mattine che s'affastellano come lenuzola piegate e riposte nell'armadio ma senza l'odore dolce dei sacchetti di lavanda, quelle mattine in cui socchiudi gli occhi per indovinare i granelli di polvere che turbinano in controluce investiti dai raggi del sole del mattino: e conteremmo quei pulviscoli all'infinito piuttosto che sentire l'aria fredda che scivola lenta sotto i lembi del pigiama e ci carezza con la mano fredda della morte senza però la voluttà del nulla, dell'oblio del tutto. Sono qusti quindi i giorni che si apprestano? La processone delle ore e dei minuti che procede senza musica né banda dove ci conduce se non nelle bianche stanze degli uffici in cui scontiamo la pena di voler restare vivi? Il bianco delle pareti è come il bianco dei sepolcri ma senza odore acre senza l'umido di grotta e l'asfissiante biancore non è forse un crudele modo per ricordarci ciò che siamo? Questo discordante sottofondo, questo consueto e detestabile brusìo perché ci accompagna nei nostri tristi giorni? Perché non sono nostre di diritto le celestiali sinfonie, le arpe, i cori a cento voci? Chi volle per noi questo silenzio senza bellezza, questa noia senza requie, questa tenebra che non accoglie?


F. Bacon - Study for a portrait

 
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from Ore liete


Pezzettino già pubblicato altrove, ma il suo posto è questo.

Era il profumo dell'estate che finiva, con mio padre, quando ero piccolo.

La villeggiatura chiudeva l'estate, quando ancora a fine agosto il tempo cominciava a rinfrescare e nelle serate dei paesini di montagna spuntavano giubbini e maglioncini. Quando ad agosto si poteva dormire la notte, piuttosto che macerare in un bagno di sudore.

Andavamo in villeggiatura per due settimane o un mese. Due settimane in Abruzzo, perché due erano le sue settimane di ferie. Un mese, invece, quando andavamo più vicino e poteva lasciarci lì e raggiungerci nei fine settimana. Oppure, ci ospitavano degli zii in Toscana, per diversi giorni. E c'era sempre il profumo dell'origano, perché lo incontravamo selvatico, incustodito, libero ai margini della campagna.

Nei nostri giretti mattutini, ci fermavamo e ne raccoglievamo: a mio padre piaceva, più il semplice rituale dell'essiccazione che la spezia stessa. Lo facevamo seccare sulle stuoie e poi lo mettevamo nei barattoli di vetro, dove restava per tanto tempo. Quell'odore impregnava la casa.

Ora lui non c'è più, quel bambino che ero è morto da un pezzo, ma ho una piantina di origano in un vaso, che non depredo, e prendo l'origano del supermercato: riaffiorano quei momenti ed è una bella cosa.

 
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from Taccuini in versi

Ho le mani lorde di sangue posso lavarmi con la candeggina?

Gli artigli, le spine, calda una birra, bere piscio; devo rimediare e l'acqua e il sapone portan batteri - meglio le garze sterili ma ecco sangue già secco: le donai col primo proiettile e ora mi è passata la sbronza - meglio brutale, meglio pestar merda in infradito, meglio impiccarmi alla cintura del mio amante dopo ore di sesso sfrenato e mi flagella la sua – – - meglio pianger sangue da orifizi ad hoc creati appositamente specialmente immantinente col ventilatore a trapanarmi, sì? I timpani, che altro?

Meglio tumefatto e vivo che la carta morta che l'oblio educato post-clinica.

Viva i farmaci che mi salvano viva la voce e gli occhi che senton sproloquiare su perché io Pènteo son Dioniso ed Edìpo e mio padre e quella stronza immane con cui divido il sangue, viva la vita, ma che vita è questa?

Dove si trova ancora la luna? Dov'è il cadavere dell'inibizione? Lasciatemelo stuprare dilaniare profanare come un milite russo sulla linea di fuoco, come Napalm dugli alberi umani come veleno nelle mie viscere.

Mi frusto e vengo e piango.

 
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from KSGamingLife

Inktober 2025 – Però per scritto – 8/10 – Reckless

L'Inktober ( https://inktober.com/ ) è un'iniziativa che ricorre ogni anno: 31 prompt per realizzare altrettante illustrazioni, così da stimolare la creatività e non soccombere all'apatia. K&S quest'anno partecipano congiuntamente. K, da brava illustratrice, posterà i propri disegni sui propri social. S, da totale inetto per quanto riguarda disegno e grafica, parteciperà realizzando brevi raccontini. Si, siamo al corrente che esiste anche un'iniziativa analoga per chi preferisce creare racconti. Ma siamo anticonformisti, che ci volete fare.

Ogni giorno verrà pubblicato qui un racconto, ispirato dalla parola del giorno.

8/10 – Reckless

Su internet se ne parlava sempre di più. All'inizio erano alcuni post qua e là, prontamente sommersi da commenti in disaccordo, ma col passare del tempo le voci che davano Ph0tonP0wer come “finito” si facevano sempre più insistenti, i commenti solidali col famoso streamer diminuivano di volta in volta, e ormai iniziava a crederci perfino lui.

Anzi, a dire il vero, le cose non stavano andando bene da anni. La piattaforma è in crisi, si diceva. Ormai, nessuno fa più successo. Gli investitori stessi non ci credono più. E poi, alla fine, chi diamine ha il tempo di guardare tutte quelle ore di live stream su internet? Ma in cuor suo, Ph0tonP0wer sapeva benissimo che quelli erano soltanto parte del motivo. Se così fosse, il successo di tutti quanti starebbe scemando, e invece pareva che il declino fosse principalmente suo. Nuovi canali lo stavano raggiungendo in quanto a popolarità, streamer più giovani, sicuramente spinti da chissà quale raccomandazione, e sicuramente anche qualche ragazza che si è guadagnata la popolarità a suon di “lavoretti”, per così dire. E allora, piano piano, il top streamer mondiale stava vedendo il suo successo svanire, e con esso naturalmente anche la fonte economica che finanziava il suo stile di vita fatto di eccessi e divertimento.

C'era bisogno di qualcosa di nuovo. Qualcosa che avrebbe scosso il suo pubblico, qualcosa che l'avrebbe fatto tornare sul “trono” del live stream globale. Si, ma cosa? Una collaborazione? Nah, non avrebbe funzionato: non sopportava nessuno dei creator che conosceva, ed era abbastanza convinto che il sentimento fosse corrisposto. Certo, se fosse stato una ragazza formosa, avrebbe aperto un profilo su quell'altro sito o avrebbe iniziato a fare stream in vasca da bagno. Le ragazze hanno tutti i vantaggi, si trovò a pensare.

Ci voleva qualcosa che nessuno aveva mai fatto. Qualcosa di estremo. Decise di chiamare il suo agente. Se vuoi sfondare devi affidarti ai professionisti, si ripeteva da sempre, e infatti con lui andò proprio così. Da essere uno streamer qualunque, una goccia nel mare di sfigati, all'essere il top mondiale in meno di 5 anni era un risultato incredibile, ma Ph0tonP0wer sapeva benissimo che buona parte del suo successo dipendeva dal marketing e dalle idee che provenivano dalla sua agenzia, a cui si affidava da sempre.

La call non durò molto, ma l'idea era geniale: uno stream interamente trasmesso dall'auto sportiva di Ph0tonP0wer, e ogni 10 iscrizioni al canale lo streamer avrebbe schiacciato il piede sull'acceleratore per 10 secondi.

L'agenzia iniziò dunque la sua campagna di promozione: post ovunque, stories, addirittura l'annuncio arrivò anche su qualche notiziario in TV. “Cos'altro s'inventaranno?” si chiese qualcuno. “La mamma degli stupidi è sempre incinta.” affermò qualcun altro. “Questi influencer fanno danni incalcolabili alla psiche dei nostri bambini” dissero in TV.

Sta di fatto che la gente ne parlava. Si parlava di nuovo della Piattaforma, della content creation, degli streamer, e soprattutto si parlava di Ph0tonP0wer.

Dopo settimane di hype, annunci, scambio di opinioni, venne finalmente il giorno. Con rinnovata fiducia, lo streamer entrò nella sua auto fiammante, accese l'apparecchiatura, e premette su Start Live.

Solita introduzione di rito: sorriso d'ordinanza, tono di voce alto e impostato, saluto a chi si è già collegato, reminder di iscriversi e attivare la campanella delle notifiche.

Pronti? Si parte!

Le prime iscrizioni non tardarono ad arrivare. Questi sono i momenti in cui si vede l'amore della propria community, pensò lo streamer. Alla decima iscrizione, scattò l'alert, e Ph0tonP0wer non tradì la promessa: piede in fondo, sorriso di chi è sicuro delle proprie abilità, e via! La chat era letteralmente impazzita. Come ai tempi d'oro, quando era al top. Macché top, si trovò a pensare: non sono mai stato al top come adesso! Adesso sì che il mondo si ricorderà di me!

Ancora iscrizioni, ancora soldi, ancora alert, e ancora piede sull'acceleratore. La risata dello streamer ben rappresentava l'esaltazione che stava vivendo in quel momento. Senza più remore, senza più dubbi, questa era la cosa giusta da fare, questo era ciò che il pubblico voleva!

La Piattaforma registrò un record di presenze nel suo stream quel giorno, proprio nel momento in cui la trasmissione si interruppe improvvisamente, per poi non riprendere mai più.

 
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from KSGamingLife

Inktober 2025 – Però per scritto – 7/10 – Starfish

L'Inktober ( https://inktober.com/ ) è un'iniziativa che ricorre ogni anno: 31 prompt per realizzare altrettante illustrazioni, così da stimolare la creatività e non soccombere all'apatia. K&S quest'anno partecipano congiuntamente. K, da brava illustratrice, posterà i propri disegni sui propri social. S, da totale inetto per quanto riguarda disegno e grafica, parteciperà realizzando brevi raccontini. Si, siamo al corrente che esiste anche un'iniziativa analoga per chi preferisce creare racconti. Ma siamo anticonformisti, che ci volete fare.

Ogni giorno verrà pubblicato qui un racconto, ispirato dalla parola del giorno.

7/10 – Starfish

Il piccolo Timmy era il bambino più sfortunato del mondo. O per lo meno, è così che si sarebbe dichiarato a tutti coloro che glielo avessero chiesto. Le vacanze stavano per finire, e lui non aveva trovato nemmeno un tesoro. Neanche l'ombra, eppure aveva cercato in lungo e in largo. Gli altri bambini della spiaggia erano naturalmente stati più fortunati: chi aveva trovato un braccialetto, chi un vecchio camioncino di plastica, chi un secchiello rosso, e addirittura c'era chi aveva trovato una macchinina perfettamente funzionante.

Timmy niente. Ma certo: d'altronde, era il bambino più sfortunato di tutti. Quel giorno decise di tentare il tutto per tutto: i suoi genitori si erano addormentati sotto l'ombrellone, e c'era un'insenatura a sinistra della spiaggia, poco lontano, dove non era ancora andato. Il posto non gli piaceva più di tanto, c'era una specie di grotta da cui gli altri vacanzieri si tenevano alla larga per qualche ragione, probabilmente perché era buia e fredda e non prometteva niente di buono. Il posto perfetto per un tesoro! Maledicendosi per non averci pensato prima (chissà quante volte avrebbe potuto vantarsi del suo tesoro con gli amici del mare!), Timmy si allontanò velocemente dall'ombrellone, facendo attenzione a non svegliare i suoi genitori, e corse in direzione della grotta.

Se la ricordava bene: fredda, buia, e rocciosa. Niente spiaggia calda qua, e anche l'acqua sul fondo era decisamente gelida. Però Timmy lo sapeva benissimo: è nei posti più inospitali che si celano i tesori migliori, i suoi eroi della TV e dei videogiochi non avevano mai paura a cacciarsi nei labirinti più spaventosi, e ne uscivano sempre vittoriosi e con qualcosa di scintillante in più. Facendo attenzione a non scivolare, il piccolo Timmy si armò di coraggio e entrò nella grotta.

Pochi metri dopo, la luce del sole non era già più sufficiente per capire dove si potesse andare, ma dalle pareti poco più avanti arrivava una debole luce azzurra. Sarà sicuramente un cristallo luminoso preziosissimo, pensò Timmy, e con rinnovata fiducia fece ancora qualche passo.

Non erano cristalli.

Decine e decine di stelle marine adornavano le pareti della caverna, e ciascuna emetteva quella luce, qui decisamente più evidente, una luce fredda ma comunque confortante in tutto quel buio. Maledizione, pensò Timmy, questo non è un tesoro! Decise comunque che in ogni caso sarebbe stato qualcosa di interessante da mostrare agli amici, e allungò la mano verso una delle stelle marine. All'inizio non si accorse di niente, ma dopo poco divenne evidente che l'intensità della luce aumentava via via che le sue dita si facevano più vicine, come se quegli strani molluschi si concentrassero per identificare cosa si stesse avvicinando.

Non appena l'indice del piccolo Timmy toccò la superficie di una delle stelle marine, un silenzioso lampo di luce attraversò la caverna, e il piccolo Timmy perse i sensi.

Quando riaprì gli occhi, si rese conto di trovarsi su una sorta di tavolo metallico, freddo e umido. Una gelida luce bianca, emessa da un faro su quello che doveva essere il soffitto della stanza dove si trovava, lo investiva completamente, e rendeva difficile abituare la vista e scorgere tutti i dettagli. Riusciva a sentire solo un insopportabile fischio, e una sorta di borbottio provenire dal fondo della stanza. Provò a sollevare la testa per capire di più dove si trovasse, ma era impossibile: qualcuno lo aveva bloccato al tavolo, testa mani e piedi. Eppure non sentiva alcuna sorta di legaccio, o manette. Come se una forza nascosta lo tenesse fermo.

Il piccolo Timmy voleva naturalmente urlare, dimenarsi, scappare, ma riusciva a muovere soltanto gli occhi. Muto e immobile, non potè che assistere all'avvicinarsi di una figura dal lato del tavolo dove si trovavano i suoi piedi. Aveva la pelle come quella di un delfino, o forse di una foca (Timmy non poteva esserne certo, aveva visto questi animali soltanto in TV), di statura bassa, forse perfino più basso di Timmy, e con una testa perfettamente sferica. Dove Timmy si sarebbe aspettato di vedere gli occhi, non vi era nulla, ma poco più in basso si poteva scorgere una sorta di piccola fessura, da cui affiorava un corpo molliccio di colore giallo. La figura sollevò quello che poteva essere un braccio, seppur somigliasse di più a un tentacolo che si divideva in tre verso l'estremità. In quella sorta di mano teneva una specie di cubo perfettamente liscio, color acciaio. Lo posò sulla fronte di Timmy. Era gelido, e emanava una specie di debole vibrazione.

Nei pensieri del bambino comparve un messaggio. “Non fare parola con nessuno di ciò che hai visto. Torna dai tuoi simili. Non toccare le stelle marine.”

Timmy aprì gli occhi. Si doveva essere addormentato sulla spiaggia, sicuramente. Ancora il sole del pomeriggio era alto nel cielo. Le vacanze non erano finite, c'era ancora tempo per divertirsi. Se solo avesse trovato un tesoro da mostrare ai suoi amici!

 
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