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from Ore liete


Siamo quasi alla fine dell'anno, sono fuori tempo massimo o troppo in anticipo per la sua prossima iterazione, ma ora posso scriverne. Per le festività natalizie andavamo da mia zia, pranzo o cena che fosse, e il mio giorno preferito era quello della vigilia, seguito dall'ultimo dell'anno. Intanto, sono del Sud: non mi pare proprio sia una consuetudine nazionale, ma sotto una certa latitudine c'è il cenone della vigilia. E la preparazione iniziava il pomeriggio, con la preparazione delle anguille, le sfuggevoli anguille. La casa di mia zia stava nel centro storico, che in molti paesoni brutti del Sud è un modo falso e gentile per riferirsi alla zona più degradata e abbandonata, un agglomerato di case mangiate dall'umidità e dallo sfacelo, inghiottite dal buio, l'unico tipo di casa alla portata dei più poveri. Due piani, giù una stanzetta di pochi metri quadri collegata a un cucinino ancora più stretto e al salone, l'unico locale di una metratura approssimativamente umana. Al piano di sopra si accedeva da una scala ricavata da putrelle di ferro, queste sì solide (probabilmente, se il terremoto del 1980 fosse capitato più vicino, quelle putresse sarebbero state l'unica cosa a salvarsi di quell'isolato marcio). Sotto il triangolo disegnato dalla scala, lavorava mio nonno quando faceva il ciabattino. Sì, in uno spazio ridicolo che oggi forse associamo di più alle immagini di Kowloon, uno spazio risicato anche in altezza ed era un attimo alzarsi e picchiare la testa su una putrella di ferro. Al piano di sopra, la stanza da letto e il bagno.

Mia mamma e mia zia se ne stavano quasi tutto il tempo nel cucinino, iniziando col litigare con le anguille, che erano sempre e comunque vive e istintivamente, naturalmente portate alla sopravvivenza. Era il regno della frittura, c'era anche il baccalà, e tutti quanti dovevano starne fuori e accontentarsi del puzzo del fritto e dello sfrigolio dell'olio.

Era tutto buio, sostanzialmente: la casa era al piano terra di un palazzo tra palazzi, il sole vi faceva capolino soltanto per poco, quel che rifletteva dalle pareti una volta bianche delle mura circostanti. Ogni locale doveva accontentarsi di una lampadina o di un neon, tranne il salone che si meritava addirittura un lampadario. La sensazione complessiva, però, era di quel buio che non si riesce a sconfiggere.

Il riscaldamento... parola grossa, comunque dalla cucina arrivava un certo calore e nello stanzino d'ingresso c'era una stufetta elettrica che faceva il possibile; solitamente, a quelle stufette prima o poi si rompe uno degli elementi riscaldanti e quelle nostre erano sempre così. Probabilmente, in qualche misura ci aiutavano anche le lampadine, le lampadinacce di una volta, quelle che consumavano quanto un forno elettrico e illuminavano quanto un cero votivo. Più avanti, la stufetta venne sostituita dalla stufa a gas col bombolone, che solitamente finiva proprio in quei giorni.

Su quelle stufe, comunque, ci accendevo i fitti-fitti. Si chiamano stelline nel resto d'Italia, nel napoletano stelletelle o, più comunemente, fitti-fitti. Avrete capito di cosa stia parlando, ma so essere ridondante e specifico: quei bastoncini composti da un'anima di filo di ferro immersa in una qualche miscela chimica che, innescato il fuoco, si concretizza nella distribuzione copiosa e gioiosa di scintille nel raggio di una ventina di centimetri, esaurendosi in un rumore caratteristico. Bottigliette di champagne a parte (quelle cosine di plastica col filo che sbuca), era l'unico fuoco d'artificio a cui avessi accesso. Mio cugino, più grande, poteva dilettarsi con una scatolina di miniciccioli da far durare tutto il periodo delle feste, facendoli esplodere nel cortile del palazzo, ma in famiglia non siamo mai stati amanti di questa barbarie. Champagne, fitti-fitti e miniciccioli, basta: inoltre, non è che avessimo soldi in eccesso da bruciare.

Poi c'erano i cartoni animati: più o meno sempre gli stessi titoli: come oggi abbiamo Una poltrona per due, all'epoca c'erano i film di Asterix, dei Puffi e dei robottoni di Go Nagai. Mi faceva impazzire di meraviglia vedere Devilman e Mazinga Z insieme, oppure, Goldrake coi Mazinga, le spalle comiche e gli altri personaggi mischiati e immischiati. Sulle reti private, invece, era consuetudine trasmettere un cartone animato russo, con la principessa delle nevi. Non il giorno della vigilia, probabilmente, ma in quel periodo e mi piaceva guardare anche quello. Insomma: tra le sortite in cucina a spiare cosa bollisse in pentola o friggesse in padella, i robottoni, Asterix che prendeva a sberle i Romani, i Puffi e i fitti-fitti, quel pomeriggio non sembrava finire mai, ma poi finiva, tornava mio zio da lavoro, faceva il macellaio, e ci si metteva a tavola dopo poco.

Il cenone della vigilia è a base di pesce e il primo piatto erano spaghetti con vongole o lupini (vongole se ci sentivamo particolarmente ricchi), poi fritto di anguille e baccalà, frutta secca e dolci. Le varie pietanze erano intervallate/accompagnate dalla classica insalata di rinforzo e dai finocchi, questi “per sgrassare”. L'insalata di rinforzo era, appunto, un'insalata di cavolo bollito, alici salate, olive verdi e nere, cipolline in agrodolce, papaccelle (strisce di peperoni tondeggianti, grossi al massimo quanto un pugno, marinati in aceto, spesso anche piccanti), altri vegetali... si chiama di rinforzo perché, successivamente, ci finivano dentro gli avanzi, come per esempio i pezzetti di baccalà avanzati. Il contenitore dell'insalata di rinforzo andava avanti e indietro dalla vigilia al primo dell'anno. Poi la frutta secca: noci, arachidi, mandorle, nocciole, ceci e semi di zucca tostati. Datteri, fichi bianchi e neri, oggi si trovano solo quelli bianchi. Prugne secche. I dolci, con roccocò, mustaccioli e anginetti. Solitamente li compravamo già fatti, ma mia zia si provava, ogni anno, coi roccocò, sempre con lo stesso risultato: erano duri come la pietra. Li portava in tavolta e lo scambio di battute seguente era sempre lo stesso:

- Ho fatto i roccocò, ma quest'anno, chissà come mai... - ... sono venuti un poco duri.

Era mio padre quello che si occupava di far notare la cosa e, effettivamente, erano buoni per piantare i chiodi. Così mangiavamo quelli comprati altrove, mentre quei pezzi di marmo finivano inzuppati nel latte, nei giorni a seguire, o mangiucchiati dalle dentature più audaci.

Poi c'era la tombolata, e si rideva quando a dare i numeri (letteralmente) era mio zio, che si diceva un gran bevitore, capace di resistere a chissà quanti litri di vino, in realtà era già ubriaco dopo mezzo bicchiere e partivano racconti militareschi di imprese epiche e avventure in posti esotici che neanche Sandokan, quando tutto quello che aveva fatto, e che avrebbe fatto per la vita che gli restava, era andare dalla casa alla macelleria e ritornare. Un bicchiere intero e partivano le canzoni e i balli, ma si faceva il possibile per non arrivare a questi estremi. Il panariello poi passava a mia zia, che ha sempre avuto una vista pessima, solo parzialmente mitigata dagli occhiali spessissimi, ogni numero era un'incognita o una runa da decifrare. Lo stesso numero sembrava uscire più volte e bisognava ricontrollare, quei giri di tombola duravano troppo più del dovuto.

Infine, pandoro o panettone, più frequentemente il primo (c'era sempre qualcuno non mi piacciono i passeri (l'uva passa), i canditi, la glassa è troppo dolce...); li facevamo scaldare davanti alla stufa/stufetta, qualche volta dimenticandoceli pure. Difficilmente si aspettava la mezzanotte, lo spumante lo stappavamo con un certo anticipo e la scatola del pandoro/panettone me la portavo sempre a casa, perché ci ritagliavo una feritoia per gli occhi e diventavano gli elmi di Guerre Stellari. Il tipico mascherone di Darth Vader rosa Bauli.

Anche il cenone dell'ultimo si concludeva con un certo anticipo: era meglio non trovarsi in strada nel momento cruciale, perché il resto della popolazione non si limitava a champagne, fitti-fitti e miniciccioli.

 
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from Does GLaDOS dream of electric sheeps?

“Era dal 1968 che non mi sentivo così”, esclamò John, cercando goffamente di rimanere in piedi vicino la palizzata. “Così come? Ubriaco? O intendi felice?” Mark era in genere un ragazzo che andava dritto al dunque. “Entrambi, uno la conseguenza dell'altro!” La palizzata era un rimasuglio del recinto con il quale la vecchia e decadente cittadina di Orkaunty segnava il suo confine. Era un pezzo d'epoca, molto famoso: tanto che il primo sindaco arrivato dopo la grande guerra del Nord fece installare una placchetta metallica con scritto “Qui la cittadina di Orkaunty smette di essere circoscritta dalla Valle del Nulla ed espande le sue radici verso l'orizzonte – Russel McKolin” “Che idiota, comunque” Mark si girò di scatto e vide che John stava fissando, con equilibrio precario, la palizzata. Si avvicinò barcollando, scavalcò e si mise di fronte al suo amico. “Di chi parli?”, chiese Mark con sguardo interrogativo. “McKolin... Quel vecchio idiota, schifoso e ladro di un McKolin... McKolin...” “Forse è ora di tornare a casa, che dici?” Mark afferrò il braccio di John per tirarlo verso la strada, ma non riuscì a smuoverlo. “Voglio rimanere ancora un po'”, fece John. “Cosa vuoi fare?” “Non lo so... Sono ubriaco e sto ricordando il passato. Il minimo che posso fare è versare una lacrima per tutti coloro che ho perso durante la mia vita” “Oh, cosa mi tocca sentire alle tre di notte... John andiamo, sei stanco” “No Mark, non sono stanco, sono annoiato” “Da cosa?” “Dalla vita che conduco ogni giorno da ormai quindici anni” “Essere anziani significa questo? E io che non vedo l'ora di arrivare alla pensione!” “Sciocco, sei giovane e puoi permetterti di fare cose che un vecchio bacucco come me non può che sognare” Per diversi secondi nessuno dei due disse nulla, poi John, voltandosi, guardò prima Mark, poi di nuovo il paletto e poi ancora Mark. “Va bene, andiamo a casa” “Oh, dio, grazie! Non vedo l'ora di buttarmi sul letto e...” Ma John gli mise una mano sulla spalla e con un cenno gli intimò di fare silenzio.

La decisione che John prese molti anni prima, di andare a vivere lontano dal centro, in mezzo al deserto e alle sterpaglie, era una delle poche cose che non rimpiangeva. Camminando in silenzio poteva ascoltare il rumore dei passi di Mark, che trascinava i piedi per terra, il fruscio del vento e il canto dei grilli. Il cielo era nuvoloso, ormai lo era da anni, guardando in alto cercava di ricordarsi le stelle, piccoli puntini luminosi, alcuni più, altri meno, che invadevano il cielo dopo il calar del Sole. Neanche il Sole c'era più da molto tempo. L'alcol che aveva in corpo lo rilassava e lo scaldava. Arrivati a pochi metri dall'ingresso, si fermò di colpo: aveva voglia di stendersi da qualche parte ed osservare il cielo notturno. “Cosa succede?”, Mark sembrava preoccupato. “Niente Mark, sono solo... Sono...”, si guardarono negli occhi e Mark poté vedere che qualcosa turbava il suo anziano amico. “Sei stanco?” “No. Beh, un po' sì, ma è normale alla mia età. No, in realtà vorrei stendermi da qualche parte per osservare il cielo” “Il cielo? Ma John, mio caro vecchio John, sai meglio di me che il cielo non esiste più da ormai troppi anni” “Il cielo esiste, solo che non possiamo vederlo” “Allora cosa vorresti osservare, se il cielo non si può vedere?” John esitò. “Il mio passato” I due si fissarono e dopo un po' Mark mugolò qualcosa che assomigliava a “fai come vuoi io sono troppo sbronzo per dormire fuori” e si avviò sullo stradino di terriccio che portava alla casetta. Stare in piedi in mezzo alla strada, di notte, a quell'età, era rischioso. Certo di animale selvatico ormai non ce n'era quasi nessuno, ma qualche predone del deserto poteva approfittarsi del momento. A John non importava. Contemplando il cielo ricordò di quando stava disteso sul prato con Anna, di notte, a guardare le stelle. “Secondo te John, riusciremo mai a raggiungere almeno una di quelle stelle?”, chiese lei, osservando quella che un tempo era chiamata la costellazione di Orione. “Mio fratello dice che un giorno le stelle non esisteranno più” Anna spostò il braccio di John dietro la sua schiena e si accoccolò su di lui “Credo che sia una cosa molto triste” “In effetti lo è An, ma forse mio fratello si sbaglia” John spostò lo sguardo dal cielo sulla casetta e pensò che, in fondo, suo fratello aveva avuto ragione su tutto. Con molta pazienza (e presa di coscienza sull'ubriacarsi alla sua veneranda età), si mise a gattoni, si sollevò in piedi e si incamminò verso casa, ponendo fine alla lunga giornata.

La mattina seguente, John si rese conto anche senza aprire gli occhi che la coperta era del tutto avvolta attorno a lui, ma decise di rimanere a letto ancora un po'. Verso mezzogiorno Mark bussò alla porta di camera sua.

“Sei vivo?” “Sì, sono solamente intrecciato nella coperta” “Se mai volessi smetterla di poltrire, il pranzo è pronto” “Sai Mark, dovrei alzarti la paga” “Forse prima dovresti cominciare a pagarmi” “Già, forse...” Entrando in cucina c'era una tavola rettangolare, lunga circa due metri, larga uno, quasi spoglia, apparecchiata con due piatti, due bicchieri, un paio di cucchiai e ogni piatto aveva una fetta di formaggio, del pane duro come una palla da baseball e dello stufato. Dello stufato? “Dello stufato? Dove hai trovato della carne?” John non vedeva dello stufato da quell'inverno in cui per sbaglio una tegola della casa era caduta sopra una lepre che passava nei dintorni. “Credo... Credo di non potertelo dire” “Sei andato in città, non è vero'?” Mark non rispose. “Allora?!”, John alzò il tono della voce. “Io...” “TU COSA?! Ti è dato di volta il cervello? Vuoi farti ammazzare?” Le urla misero Mark sulla difesa. “Ma non si rischia ad andare in centro! Sei pieno di pregiudizi! Quelle persone sono come noi! Solo perché hai deciso di fare l'eremita non vuol dire che loro siano mostri alieni!” John mantenne fisso lo sguardo su Mark e dato l'affanno, si mise a sedere. “Mangiamo, ne discuteremo dopo” Calò in silenzio, come succedeva un tempo, quando gli schermi trasmettevano dei programmi televisivi e tutti erano abbindolati dalle immagini proiettate. Mark posò il cucchiaio sul piatto e si rivolse a John. “Senti, mi dispiace, ma stavamo finendo il cibo e sinceramente cominciava a darmi la nausea mangiare tutti i giorni la stessa cosa” “Se avessero capito da dove vieni avrebbero potuto metterti in prigione e torturarti, come minimo” “Ma non è successo! Sono vivo, non mi hanno riconosciuto, ho l'accento locale da anni ormai e non possono neanche basarsi sul colore della pelle visti tutti gli schizzati che si fanno modificare il DNA al giorno d'oggi” John non lo guardò neanche. Spostò la sedia facendo rumore e andò vicino la finestra, guardando fuori. La teatralità di John colpì Mark al punto di doversi trattenere dal fare battute, non era proprio il momento. “Sai cos'è successo a mio fratello, no?” “Certo, me lo avrai raccontato un milione di volte” “Bene, ma non sai perché mi sono trasferito qui” In effetti era più una supposizione che una certezza. Il fratello di John, Albert, era morto in un campo di concentramento durante la guerra del Nord. Quelli che una volta erano gli Stati Uniti avevano dichiarato guerra al Canada e tutti coloro che non avrebbero prestato servizio in nome della difesa della propria patria, sarebbero stati considerati traditori e puniti a dovere. Un classico. Albert era un ricercatore universitario, un pacifista, un socialista, insomma una piaga, ma finché il governo poteva guadagnare dai suoi lavori sottopagandolo, andava bene. Quando ci fu la chiamata alle armi si oppose, quindi lo arrestarono e lo imprigionarono. John non fece la stessa fine, combatté quella inutile guerra e tornò a casa più povero di prima. “Perché la tua vecchia casa ti ricordava tuo fratello?” “No, non mi dispiace ricordare mio fratello, era una bravissima persona... No, il problema non era la casa, il problema erano le persone. Nonostante avessi dato tutto me stesso, il governo mi tenne sotto controllo per evitare che potessi fare qualche “follia” vendicando mio fratello. Non solo, divenni un reietto, il mio vecchio quartiere mi considerava un traditore, come Alb, e non c'era nulla che potessi dire o fare per cambiare la loro opinione. Così decisi di attuare il piano Z, quello che tenevo come soluzione alternativa per tutto: me ne andai in mezzo al niente per condurre una vita solitaria e pacifica. La prima devo dire di averla ottenuta, la seconda, invece, un po' meno” Mark non sapeva cosa dire, ma non sapeva neanche cosa c'entrasse questo con quello che aveva fatto durante la mattina. In fondo, gli Stati Uniti non esistevano più da un bel pezzo. “Non c'è più un pericolo simile, però... Capisco la tua preoccupazione, ma non c'è nessun governo totalitario a bacchettarci” “No, ma le persone non cambiano. Se vogliono odiare lo fanno, anche senza un vero motivo. E quelle persone che abitano nel centro cittadino non hanno nulla se non rabbia repressa, rinvigorita ogni giorno dalle notizie e dall'odio l'uno per l'altro e per sé stessi. La città è pericolosa, preferirei morire di fame che tornarci” Non ci fu risposta se non il rumore dei piatti e delle posate che venivano portate in cucina, pronte ad essere lavate. John continuò a guardare fuori, a scrutare la linea dell'orizzonte che divideva la terra sabbiosa e il cielo cupo. Una patina gialla ricopriva tutto quello che un paio di occhi non potenziati potevano captare e di tanto in tanto passava un uccello. Un uccello? Stupido vecchio, non era un uccello, era un drone, gli uccelli non esistono più.

Originally wrote in 2020-05-12T23:57:00.002+02:00

 
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from Does GLaDOS dream of electric sheeps?

«Lo shuttle 16996 proveniente da Neo Roma 1 e diretto a Milano 4 è stato cancellato. VolItalia si scusa per il disagio»
La voce si interruppe mentre io cominciavo già a schizzare male. 
«Cazzo, è la seconda volta in due giorni, se prendo la testa di quel porco di Augusti...», pensai ad alta voce. Persone non curanti di ciò che dicevo mi sfrecciavano di fianco, intente a badare ai fatti loro. Sferro un calcio una lattina innocente che finisce oltre la banchina, nel vuoto. La stazione sospesa a centinaia di metri da terra e comunque sotto non c'è niente, il calore del razzo in arrivo e in partenza è troppo alto per poter costruire qualcosa al di sotto. Sicuramente non è un problema di sicurezza, la morte accidentale di innocenti è solo un modo per ridurre il sovrappopolamento mondiale.
 Mentre continuo a pensare ai fatti miei, vedo due energumeni che si avvicinano. “Polizia” dice la scritta sul cromo che hanno al posto del torace.
«Ehi, tu» esclama uno dei due cinghiali.
«Mi dica, agente», rispondo con faccia angelica, mentre il mio neuralink modificato cerca il percorso più rapido per uscire. Una mod del pathfinder che include le mappe di tutta la città fa sempre comodo quando la Legge non permette di vivere rilassati.
«Sei stato avvistato da una telecamera di sorveglianza mentre davi un calcio a della spazzatura, facendola cadere nel vuoto. Come ti dichiari?»
Nel frattempo la Legge ha stabilito che il Potere Esecutivo doveva combaciare con quello Giudiziario, creando una succursale italiana del sistema americano. Ora anche qui possiamo ricreare il cyber farwest, con tanto di Sceriffo e taglie sui ricercati. Chissà com'erano i tempi dei meme e delle AI che non capivano un cazzo.
«Innocente, vostro onore»
Il neuralink mi avvisa che il percorso migliore parte dalle scale alle mie spalle, passa per i bagni, per finire all'uscita laterale della stazione, prendendo il turboascensore che sbuca nel vicolo. Ho due possibilità, una delle quali inizia con una corsa e finisce nella pattuglia pronta ad aspettarmi in fondo al turboascensore. L'altra, invece, comincia con una pisciata e finisce con una più probabile fuga nelle fogne.
«Prima che mi diciate il verdetto, agenti, vorrei appellarmi alla vostra clemenza e chiedervi di poter andare in bagno. Ovviamente potete accompagnarmi, se necessario»
I due piedicromati si guardano, probabilmente comunicando privatamente via neuralink e poi con un cenno del capo e una bella spinta mi fanno sapere che possiamo avviarci verso le latrine. Ottimo. Il bagno è più una sorta di ufficio vecchio stile, fatto di cubiculi in cui puoi lavarti o espletare le tue funzioni senza problemi di sorta. Quello che le guardie non sanno è che il mio neuralink hackerato mi permette di entrare e prendere possesso dei sistemi digitali più elementari. Dopo aver cominciato a urinare sotto lo sguardo vigile di quei porci depravati, mi connetto al sistema di porte elettronico. Lo specchio smart mi permette di vedere chi passa per il corridoio e nel momento in cui un energumeno si trova esattamente davanti il mio cubicolo, faccio scattare la porta. L'uomo, col naso sanguinante, comincia a imprecare verso i due poliziotti.
«Guardie infabi, non si buò neanghe biù bisciare in bace!» Grazie amico mio, non sai quanto hai ragione. Mentre i piedicromati si girano per placare le ire dell'energumeno, io mi dileguo nella direzione opposta, uscendo di soppiatto dalla porta.    La voce che annuncia gli arrivi rimbomba nel corridoio mentre passo attraverso un branco di persone dirette a Milano 4. Il turboascensore per il piano terra è vuoto e mi infilo dentro il più velocemente possibile. Mentre la cabina prende velocità e il rumore della carrucola sfrega sui grossi cavi, mi appoggio alla parete e mando un messaggio vocale al contatto che dovevo incontrare oggi.
«Per colpa delle guardie non sono potuto salire sul razzo. Ci riprovo domani. Bella»
Il capo non sarà contento, ma non importa. Meglio consegnare in ritardo i dati che darli in mano alla Legge. In fondo nessuno ci mette fretta. Nessuno sa che quei dati sono stati rubati e che nel momento in cui verranno rilasciati, il sistema bancario crollerà sotto il culo di quei porci borghesi. La loro ricchezza andrà in fumo e noi prenderemo il sopravvento.

Originally wrote in 2023-11-09T17:16:00.000+01:00

 
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from Does GLaDOS dream of electric sheeps?

Ferro. Alluminio. Zolfo. Cosa c’è nelle profondità di Neo Roma 3? Carcasse di anime di metallo buttate negli angoli sporchi di stagno. C’è puzza di silicio andato a male. I neuro impianti fritti dalle cyber droghe dei mutanti umani cyborg. Cosa vuoi fare? Preferisci ricevere iniezioni gratuite di dopamina al costo di un semplice post sulla rete? O trastullarti con un massaggio neurale apposta per venirti nelle mutande nel tragitto casa lavoro? Dove vuoi abitare? Qual è la differenza tra un cubicolo nel centro storico e una stanza vuota nello sprawl? Quanta terra bruciata. Quanta terra sprecata, ecco un edificio di bianco cemento che si erge in mezzo alle lande desolate delle borgate. Lo vedi quello? È il prezzo da pagare per poterti sollazzare con i social, quando metti like pensa che hai regalato un centimetro cubo in più di terra a quel mastodontico palazzo che come Gengis Khan non fa più crescere l’erba. Il gigante dei tera byte della conoscenza umana. Il mostro finale dell’umanità stessa, l’uomo che progetta e porta avanti il suo ordigno finale. Accenditi una sigaretta virtuale, per della nicotina direttamente iniettata nel cervello dal tuo neuralink. Vuoi provare una sniffata digitale? Quanto pagheresti per vivere più veloce senza doverti muovere? Ricordati che la filmografia è gratuita, devi solo dire allɜ amicɜ quanto la nostra azienda sostenga la loro causa. Transumanesimo? Ecco una maglia. Cyberpropaganda comunista? Abbiamo una bandana come quella di Cyber-Guevara. 

Sono sul treno per il quartiere cyborg, vedo un vecchio seduto che si spara l’aria condizionata per evitare di sorbirsi il caldo infernale del deserto che si stende fuori dai binari. Le arterie stradali abbandonate, la spazzatura mai raccolta, gli zombi del verano che vagano in cerca di cyber K. Il vagone sussulta. I sedili sono più vecchi di quell'uomo con le protesi robotiche. I polmoni di un anziano, le gambe di un ragazzino. La fermata della metro è piena, la puzza di marcio non ci lascia mai, l’aria condizionata non fa altro che ributtarci addosso lo stesso schifo che sputiamo fuori dalle bocche. Fiumi di carcasse che non sanno di essere morte si riversano per le strade di Neo Roma dirette a produrre, a consumare, a vivere gli ultimi anni rimasti alla Terra. Un grigio sole che filtra attraverso la cupola di contenimento illumina gli alberi di metallo e i pannelli solari si muovono come girasoli robot. Respiro a pieno, il filtro della mascherina sa di medicinale. Eccomi, per una nuova giornata, pronto a lavorare per sopravvivere, fino all’imminente fine. 

Originally wrote in 2022-05-29T20:27:00.005+02:00

 
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from Lelio

Alla fine mi sono fatto ricoverare. Ma solo dopo aver ricevuto la carta di identità col mio nome corretto. Non potevo rischiare discriminazione di genere da parte di infermierǝ e dottorǝ.

Sono uscito da un po', va meglio, riesco a restare abbastanza concentrato per leggere, il che è una gran cosa considerato il previo stato delle cose. In questi giorni di festività ho letto molto. Ma mi sono anche sentito molto solo, perché non ho trovato aperture per condividere il mio dolore con la mia famiglia. È faticoso mettere a tacere i propri sentimenti, ma è anche dannatamente facile indossare la maschera dello stoico.

 
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from Dal Nulla

Chiedo perdono se non sono come voi, se non sento sulle spalle il destino del mondo se non mi curo delle sofferenze se le ingiustizie mi sono indifferenti, se di nessuno mi importa se non di me stesso, e forse nemmeno.

Chiedo perdono se non posso agire come voi, con la vostra sicurezza il vostro piglio ché tutto mi appare senza scopo e ogni passo compiuto è come un passo di marionetta, e anche voi mi apparite come enigmi, volti sconosciuti, ma non ho pietà di voi, e non mi sento solo se anche questa notte vi maledico e perdo per sempre la vostra compagnia.


penitente

 
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from stefanostaccone

Da tempo rifletto su un problema che osservo su più livelli della nostra società: la disumanizzazione.
Non come evento improvviso, ma come processo lento, normalizzato, che attraversa le grandi multinazionali, le istituzioni, e finisce per infiltrarsi anche nei contesti più piccoli, fino al quotidiano. Prendiamo un esempio semplice e familiare: l’acquisto online.
Clicchiamo, paghiamo, e nel giro di poche ore o giorni l’oggetto è davanti alla nostra porta. Tutto è veloce, efficiente, apparentemente automatico. La sensazione è che dietro ci siano solo macchine, algoritmi, sistemi perfetti. Le persone scompaiono. Questa percezione non resta confinata all’e-commerce.
La portiamo con noi nel lavoro, nei rapporti professionali, nel modo in cui valutiamo il tempo, la presenza e persino la salute degli altri.

L’algoritmo come semplificazione estrema dell’umano

Recentemente ho scritto una riflessione in cui criticavo la trasformazione dell’individuo, con la sua singolarità, complessità e fragilità, in un algoritmo. Un modello semplificato, ottimizzato, misurabile. Le grandi aziende (ma non solo) hanno un bisogno strutturale di semplificare problemi complessi.
È comprensibile: gestire sistemi grandi richiede modelli, metriche, KPI, performance. Il problema nasce quando questa logica viene applicata senza filtro all’essere umano. Sono un ingegnere meccanico, con un dottorato di ricerca.
Nel mio lavoro sono abituato ad affrontare problemi complessi scomponendoli in parti più semplici, isolando cause ed effetti, analizzando fenomeni sovrapposti. È un metodo necessario in ambito ingegneristico.

Ma ciò che funziona per una macchina non funziona automaticamente per una persona.

Eppure oggi vedo questo approccio applicato ovunque: le persone diventano risorse, funzioni, colli di bottiglia, problemi da risolvere o strumenti da ottimizzare e sotto continuo giudizio attraverso indicatori che ne misurano le prestazioni.

Quando smetti di funzionare, diventi un problema

Questa riflessione si è fatta più concreta durante le ultime settimane.
Sono stato operato e, per diversi giorni, costretto a letto, con movimenti limitati e l’obbligo di evitare stress e sforzi. Questa immobilità forzata mi ha rallentato fisicamente, ma ha accelerato il pensiero.
Ho avuto tempo per riflettere su ciò che ho fatto, su ciò che sto facendo e su ciò che potrei fare. Ho letto, osservato, pensato. E soprattutto ho osservato le reazioni del mondo del lavoro intorno a me.

Dal giorno dell’operazione non c’è stato un solo giorno senza messaggi di lavoro.
Il pretesto era spesso umano: “come stai?”. Immediatamente dopo (o prima) arrivava la richiesta: problemi, urgenze, decisioni.

Tutti sapevano che ero immobilizzato a letto.
Tutti erano stati avvisati con largo anticipo della mia assenza.
Avevo anticipato lavoro, organizzato consegne, preparato il terreno. Eppure, per molti, questo non è stato sufficiente.

Il caso che mi ha fatto scattare qualcosa

L’episodio più emblematico è avvenuto pochi giorni fa.
Un collaboratore, non informato della mia malattia, mi ha chiesto una modifica a un disegno tecnico. Gli ho spiegato la situazione: ero stato operato, immobilizzato a letto, impossibilitato a lavorare.
La risposta è stata:

“Ok, spero ti riprenda presto. Ma riesci per questo fine settimana?”

In quel momento è stato chiaro.
Non ero una persona che stava male.
Ero una funzione temporaneamente guasta. Se funziono, risolvo problemi.
Se non funziono, divento io il problema.

Un’osservazione (non statistica, ma significativa)

Ho notato un dettaglio interessante, senza pretendere che abbia valore scientifico.
Le persone che hanno mostrato maggiore attenzione, empatia e reale preoccupazione per la mia salute avevano mediamente meno di 30 anni.
Quelle più distaccate, insistenti, focalizzate solo sul lavoro avevano spesso più di 30 anni.

Non è un giudizio generazionale. È una sensazione, una traccia che mi fa riflettere su cosa ci stiamo portando dietro come modello culturale. La cosa positiva è che forse le nuove generazioni stanno guardando al mondo del lavoro con occhi diversi e, spero, sviluppino anticorpi appropriati per conservare l'empatia verso il prossimo.

Un sistema che non dialoga

Viviamo immersi in sistemi che ci osservano, ci misurano, ci classificano.
Dai social ai dati fiscali, dai censimenti alle abitudini di consumo, tutto confluisce in algoritmi che decidono, o influenzano, come veniamo trattati. La cosa più inquietante non è l’algoritmo in sé.
È il fatto che non possiamo parlarci.

Non possiamo spiegare il contesto.
Non possiamo raccontare una fragilità temporanea.
Non possiamo contrattare il giudizio. E, lentamente, iniziamo a comportarci allo stesso modo anche tra di noi.

Quando la disumanizzazione diventa sistemica

Sarebbe però miope fermarsi al mondo del lavoro.
La disumanizzazione che osservo nelle dinamiche professionali è solo una versione attenuata di qualcosa di molto più grave, che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti a livello globale.

I conflitti armati attualmente in corso nel mondo mostrano la stessa logica portata all’estremo: persone ridotte a numeri, vittime trasformate in statistiche, vite umane raccontate come effetti collaterali. In contesti come quello palestinese, ciò che colpisce non è solo la violenza in sé, ma la sua progressiva normalizzazione. La morte viene raccontata in modo asettico, minimizzata, resa astratta. Come se alcune vite valessero meno di altre.

Anche qui il meccanismo è lo stesso: quando un gruppo umano viene percepito come un ostacolo, come un problema da rimuovere, la sua disumanizzazione diventa funzionale. Non si parla più di persone, ma di territori, equilibri geopolitici, interessi strategici. L’individuo scompare, proprio come accade, in forma infinitamente meno drammatica, nei contesti lavorativi quando una persona smette di “funzionare”.

Questo non rende meno legittime le riflessioni sul lavoro, ma le ridimensiona. Ci ricorda che ciò che viviamo ogni giorno è parte di una cultura più ampia, che accetta sempre più facilmente la perdita dell’umanità quando questa intralcia l’efficienza, il controllo o il potere.

Non arrendersi alla disumanizzazione

Quello che voglio ricordare, a chi legge e soprattutto a me stesso, è questo:
non dobbiamo normalizzare tutto questo.

Non dobbiamo accettare che l’essere umano venga ridotto in maniera assoluta e irreversibile a un numero. Non dobbiamo smettere di difendere la singolarità, la lentezza, la vulnerabilità. Combattere la disumanizzazione non è un gesto eroico.
È fatto di piccoli atti quotidiani:

  • rispettare un limite
  • accettare un’assenza
  • riconoscere che una persona non è una funzione

Arrendersi a questo processo significa perdere qualcosa che non possiamo recuperare.
E nessun algoritmo potrà mai restituircelo.

La malattia come atto sovversivo

In un sistema che pretende disponibilità continua, prestazione costante e presenza totale, la malattia diventa qualcosa di più di una semplice condizione fisica: diventa una sorta di atto sovversivo. Essere malati significa interrompere il flusso, spezzare la catena dell’efficienza, sottrarsi, anche solo temporaneamente, alla logica della performance. Non perché lo si voglia, ma perché il corpo lo impone. E questo, oggi, è quasi inaccettabile.

Nel momento in cui non sei operativo, non sei performante, non sei “al 100%”, smetti di essere una risorsa e inizi a essere percepito come un problema.
La fragilità, invece di essere accolta, viene tollerata a fatica, come un errore di sistema. Eppure è proprio lì che si misura l’umanità di un ambiente di lavoro: nella capacità di riconoscere che fermarsi non è una colpa, che ammalarsi non è una scelta, e che il valore di una persona non può coincidere con la sua produttività.

Resistere a questa narrazione, anche solo rifiutandosi di colpevolizzarsi quando ci si ferma, è forse uno dei pochi gesti realmente rivoluzionari che ci restano.

 
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from Dal Nulla

Avanza il nero vessillo del tredicesimo arcano (Tredici foriero di sventura) Un fiore bianco a cinque punte rovesciate l'emblema della terribile innocenza: essere, cambiare, divenire, soffrire, morire. Le cinque punte del pentacolo, i cinque petali del fiore. Gli occhi rossi del destriero fissano un nuovo sole la morte cavalca con gli occhi vuoti. Giace per terra il re, rovina tra la polvere la corona, a nulla vale il candore della fanciulla, a nulla la bellezza del suo diadema di rose. Vane le preghiere, le invocazioni: il papa e la croce crolleranno e la città di Dio è un cumulo di rovine. Avanza la morte sul suo destriero, rovina la Storia sotto i suoi zoccoli. Al suo passaggio resta il nulla la steppa arida, la terra brulla. Possono i tuoi occhi vitrei guardare il giorno nuovo che nasce? Una barca lontana solca un ipotetico acheronte, la meta ignota di noi che trasmutiamo. Tutti ci accoglie la morte nel suo abbraccio dolce: un bambino, prima di essere fracassato, le offre un fiore.


La morte

 
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from stefanostaccone

Il Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni, promosso annualmente dall’ISTAT, nasce con un obiettivo apparentemente semplice: conoscere quante persone vivono in Italia, in quali tipi di abitazione risiedono e come sono strutturati i nuclei familiari. Quest'anno ho ricevuto la lettera dall'ISTAT che mi ha obbligato a partecipare al censimento. Si è obbligati a rispondere e a farlo in maniera corretta, pena una multa che va dai 250 a 2500 euro. Questa formula mi è sembrata subito anomala, ho deciso quindi di partecipare al questionario in maniera attiva, prendendo appunti e riflessioni su tutte le domande alle quali rispondevo. A valle delle risposte, ho analizzato in maniera dettagliata il questionario. A mio avviso si evince un livello di profondità informativa che va ben oltre la necessità di “contare” individui e case. Le domande, prese singolarmente, sembrano innocue; ciò che suscita interesse – e personalmente preoccupazione – è l'effetto cumulativo: un sistema di rilevazione che, pur rispettando la legge, è in grado di produrre un ritratto estremamente completo della vita delle persone.

Oltre l’anagrafe: le informazioni trasversali

La prima cosa evidente, immediatamente dopo aver iniziato a rispondere, è che il censimento contiene domande che non sono strettamente necessarie al solo scopo dichiarato, ma che contengono tanti piccoli elementi trasversali.

Indicatori indiretti della condizione economica

L’ampiezza dell’abitazione, il numero di stanze, la disponibilità di automobili, di box auto, la presenza di un ascensore nello stabile e persino l’anno di costruzione dell’edificio non servono a stabilire “chi vive dove”, ma a stimare il livello di benessere del nucleo familiare. Se l'intento fosse quello di giudicare sulla sola abitazione dal punto di vista energetico per esempio, sarebbe sufficiente attingere alle informazioni già esistenti e presenti in catasto, chiedere conferma dei metri quadri e della classe energetica dell'edificio. Il reddito in questa fase non viene mai citato. Tuttavia si tratta di elementi che, accumulati e incrociati tra loro, restituiscono informazioni socioeconomiche molto precise.

Routine quotidiane e mobilità individuale

La parte dedicata all'acquisizione di informazioni relative agli spostamenti per studio o lavoro sono estremamente dettagliate. Vengono richiesti orari di uscita da casa, mezzi di trasporto utilizzati, durata del tragitto, luogo di lavoro o studio, frequenza settimanale degli spostamenti. Il livello di dettaglio è tale per cui, ad esempio, laddove ci spostiamo in treno come pendolari per andare a lavoro, bisogna inserire tutti i mezzi che si usano (auto privata + treno + metropolitana). Non è sufficiente inserire il solo mezzo preponderante ma tutti quelli necessari da inizio a fine tragitto. Questi dati a mio avviso permettono di ricostruire vere e proprie abitudini quotidiane, mappandole in maniera precisa. Mi chiedo se queste richieste passino la linea oltre il perimetro legittimo del censimento.

Reti sociali e benessere personale

Si indaga anche sul benessere e in particolare sul livello di soddisfazione della vita, la percezione di sicurezza notturna e la presenza o assenza di amici, parenti o vicini che possano aiutarci qualora ne avessimo bisogno. Questi elementi innegabilmente costruiscono un quadro del supporto emotivo e sociale di chi compila il questionario. Sembra più un'indagine sociologica, ma non ho conoscenze o strumenti per poter giudicare sull'impatto che le risposte possono avere.

Storia migratoria personale e familiare

Vengono chiesti naturalmente i dati relativi alla propria cittadinanza, ai quali vengono aggiunti eventuali passaggi (migrazioni ad esempio), luogo di nascita dei genitori, trasferimenti all'estero. Queste informazioni potrebbero essere anch'esse dedotte dall'ufficio anagrafe; inserirle all'interno di questo contesto rafforza la capacità di tracciamento e individuazione del soggetto. Di anonimo a questo punto è rimasto ben poco.

Competenze digitali

Vengono fatte domande apparentemente innocue sull'uso di internet, sulla frequenza di utilizzo, sulla necessità di assistenza nella compilazione dello stesso questionario. Questo restituisce indubbiamente informazioni sulle * abilità digitali *, e quindi su quanto si potrebbe essere vulnerabili sotto questo profilo. Domande interessanti, ma non posso fare a meno di chiedermi quanto attinenti allo scopo del questionario.

A valle di queste domande per me il quadro è chiaro: la struttura complessiva del questionario mira non solo a conseguire gli scopi dichiarati, ma anche a capire e tracciare come viviamo, come ci muoviamo, come stiamo e quale è il nostro livello di integrazione nel tessuto sociale.

Analisi sui rischi per la privacy: quando i dati diventano profili.

Dopo aver compreso la portata e ampiezza delle informazioni, ora è necessario capire quali sono i rischi connessi. L'ISTAT naturalmente opera in maniera legittima e secondo normativa, ma questo non annulla i rischi strutturali generati dalla raccolta granulare e quantitativa dei dati raccolti.

Profilazione involontaria dettagliata

Immaginate di chiacchierare con un amico, in un piccolo paese.

Conosci quella ragazza...quella che lavora all'università come ricercatrice. La mamma fa la maestra, il papà pensionato, hanno una villetta su in paese.

In un piccolo paese, l'amico potrebbe rispondere con altissima probabilità beccando il nome al primo o secondo tentativo. Combinando informazioni su lavoro, abitudini di vita e condizioni abitative, rapporti familiari, salute percepita e benessere psicologico, il questionario produce un profilo estremamente completo di noi. Ci descrive in maniera multidimensionale e completa all'interno del nostro contesto di vita.

Combinando i dati di età, professione, residenza, struttura familiare e livello di istruzione, in particolare all'interno di comuni di piccole dimensioni è possibile essere identificati anche senza l'ausilio del nome e cognome. Più dettagli ci sono, meno siamo anonimi.

Function Creep

Non ricordavo questo inglesismo specifico, l'ho trovato durante una ricerca online mentre approfondivo il discorso sulla privacy. Questo termine indica quando l'uso di una tecnologia (in questo caso l'uso di dati) inizialmente definito per scopi specifici dichiarati, viene riutilizzata per finalità seppur legittime ma non previste originariamente. L'insieme dei dati potrebbe essere impiegato per altri fini o altre analisi, come politiche territoriali, indagini sulla qualità della vita, studi sulle vulnerabilità. Il punto critico per me non è l'uso in sé dei dati, quanto la consapevolezza di chi compila il questionario. Difficilmente un cittadino medio se ne rende conto, e comunque non può fare nulla perché obbligato dalla legge.

Collegamento potenziale con altri database pubblici

Anche se per definizione il censimento è isolato da altre basi dati, l'Italia dispone di achivi centralizzati. L'esistenza di molti punti di contatto rende teoricamente possibile correlare le informazioni provenienti da fonti diverse, aumentando il livello di dettaglio del profilo personale.

Conseguenze in caso di data breach

Data breach della pubblica amministrazione italiana ahimè sono abbastanza comuni. Un attacco in questo contesto implicherebbe non solo la grave diffusione di dati anagrafici, ma anche di routine quotidiane, condizioni abitative, economiche e sociali, vulnerabilità sociali e psicologiche. Si tratterebbe di materiale estremamente sensibile e sfruttabile per frodi o manipolazioni sociali malevole.

Conclusioni: La quantità che diventa qualità

Il censimento ISTAT dal punto di vista legislativo non è illegittimo. Il problema non sono le domande in se, ma la cumulata delle domande. Ogni domanda è un pezzo del puzzle. Una volta completato, viene fuori un'immagine nitida di te, una radiografia completa della tua vita. Questo pone a mio avviso due questioni principali: Quanto le persone comuni sono consapevoli del livello di dettaglio dei dati che si stanno fornendo? E' “proporzionato” l'obbligo, in termini di poteri dello stato, di raccolta di un tale quantitativo di dati vista la finalità dichiarata? Lo studio della società in profondità è legittimo, ma questo richiede trasparenza. In un mondo dove i propri dati digitalizzati rappresentano ricchezze per aziende a discapito di ignari cittadini, diventa fondamentale dibattere pubblicamente sul rapporto che c'è tra conoscenza statistica e diritti individuali.

 
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from Dal Nulla

La prima spada - Il buio sulla parete (Nella notte è la solitudine E l’angoscia dell’uomo) La seconda spada - La bianca veste (Un miraggio, forse, d’innocenza Un miracolo bambino) La terza spada - Le mani a coprire il volto (Nostra soltanto è la disperazione, La vita che ci abbandona) La quarta spada - Le lacrime (Soli siamo di fronte Alla morte di noi stessi) La quinta spada - Rosacroce e zodiaco tra le lenzuola (La fasulla responsabilità Delle stelle) La sesta spada - La morte violenta ai piedi del letto (Sei tu che tenzoni te stesso) La settima spada - Sfiora i capelli (Gli spettri dei dubbi Si annidano come forfora) L’ottava spada - Recide il collo (Dov’è la mia testa mortale? Appartiene a me stesso Al di fuori di me) La nona spada - Dritta al cuore. La nona spada dritta al cuore.

Se da te proviene il destino Che ti accarezza nel sonno Se sei tu l’inquietudine Che ti tiene sveglio Tra le lapidi dei tetti E sotto le stelle fugaci Se i tuoi occhi son quelli della morte E la tua pelle è quella di un cadavere Riposa con la gentilezza Della primavera che sfiorisce Lasciati andare come petalo appassito Come pomeriggio d’autunno che cede alla notte Sii la notte dell’anima che chiedi Sii la notte della morte che brami.

L’ombra di nove spade Aleggia su di te L’ombra di nove spade.


nove di spade

 
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from AtAbi

La politica del malessere Autrice: Alicia Valdes

Questo che scrivo é una recensione di quello che ho letto recentemente, di solito leggo poco e con poca attenzione, questo libro è una eccezione. Perchè? Presenta idee per me originali, non solo teoriche, propone cambi.

Alicia fa politica oltre che psicoanalisi.
Per lei la teoria psicoanalitica non è uno strumento diverso dalla analisi critica.

Prescinde dalla necessitá di una identitá completa, questo mi assolve dalla mia ricerca di essere sempre coerente.

annoto a margine alcune frasi durante la lettura:

La idea di una identitá completa è messa in discussione, nessuno é mai identico in ogni momento della sua vita, gusti, desideri e stati d'animo cambiano.

La forma in cui immaginiamo il futuro é fortemente condizionata dai prodotti culturali che consumiamo.

Un poco citando Gramsci, un poco Žiržek cerca di dare una risposta al perchè non siamo piú capaci di pensare ad un futuro migliore e perchè é piú facile desiderare la distruzione che il cambio.

 
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from Lelio

Questa sarà una condivisione probabilmente disordinata

Quando andavo alle medie coniai il termine “albero-luna” per definire il mio rifugio mentale, un luogo un po' come i palazzi della memoria, il mio angolo di solitudine protetta.

Da un bel po' non riesco a tornare all'albero-luna. È un bene per molti versi, visto che da lì poi partivo nei miei lunghi viaggi dissociativi, ma da un lato mi manca. Ora come ora la solitudine sa di angoscia, di pensieri intrusivi e sensazioni pungenti. Per tornare all'albero-luna forse dovrei mettermi in cuffia “The Piper at the Gates of Dawn” o “The End” in loop, magari dopo aver mangiato del cioccolato fondente e provando a disegnare o a scrivere versi nel mentre. Forse sono i farmaci che mi tengono coi piedi ancorati nella terra invece che lasciarmi fluttuare su un albero privo di radici. Forse per questa novità è scomodo stare.

Mi guardo dentro e mi trovo stritolato dai sensi di colpa. Perché non sono felice? Cosa c'è di sbagliato in me? Sono soddisfatto della vita che sto facendo, quindi perché non riesco a godermela? E poi arrivano come frecce i pensieri intrusivi, pensieri violenti e anticonservativi che non starò a riportare. L'immagine è quella di una sorta di San Sebastiano trans, stritolato dal serpente e trafitto da innumerevoli frecce mentre guarda il cielo cercando risposte. Le immagini cristiane si prestano sempre bene a descrivere i miei stati angosciosi, d'altronde si tratta dell'iconografia di una religione decadente e devota al dolore.

“Tu non soffri di depressione, ne ho viste tante e tu non ce l'hai” mi fu detto una volta dopo aver condiviso la mezza diagnosi del mio psichiatra con un mentore. Questa frase mi segna in modo incredibile. La rabbia con cui mi ci ribello quando passo ore e ore bloccato a letto a dormire, o quando non riesco a lavarmi i denti per giorni, o quando rimando infinitamente una doccia perché è troppo faticoso; il rammarico con cui ci ripenso quando invece sto bene, perché dovrei stare peggio, dovrei avere segni più evidenti, non posso mascherare così tanto, forse dovrei tentare questo o quell'altro metodo autolesionista; e poi il costante desiderio misto a timore di un nuovo ricovero, perché forse questa volta potranno aiutarmi davvero, potrebbe essere l'occasione per avere delle risposte più chiare, però dovrei saltare x lavori e forse è meglio tenere botta, resistere ancora un po', rimandare a quando davvero non ce la farò più... Menomale che domani vedo lo psichiatra, dai.

 
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from Signor Uscita

Commodore 64 Advent Show – Intro Theme

Commodore 64 Advent Show Logo https://www.youtube.com/watch?v=bXpV0hnUjJU

La mia amica Valeria informatica seria a otto anni aveva già il Sixty-Forough

E anche Massimiliano che abitava a Roiano programmava con il suo Sixty-Forough

Dissi ai miei genitori: “Dite NO ai dissapori, a Natale ne voglio uno anch'io!”

Ero molto contento e vivevo l'avvento come fosse del mio Sixty-Forough

Commodorough Sixty-Forough col suo basic trovo lavoro

Datasette, dischi floppy giochi pirata, no! non son mai troppi

Cantiamo in coro: Commodorough Sixty-Forough Advent Show

Ora il tempo è passato ma sto ancora inscimmiato a giocare con il mio Sixty-Forough

E anche Dan Dellafrana nella sua retro-tana ci dà forte con il suo Sixty-Forough

E anche Lindo Ferretti tra cavalli e capretti si trastulla con il suo Sixty-Forough

E Roberto Recchioni riceve dei doni per giocare con il suo Sixty-Forough

Commodorough Sixty-Forough Fossi a Venezia direi “Ghe sboro!”

Fossi sardo sarei di Nuoro per far rima con il Sixty-Forough

Cantiamo in coro: Commodorough Sixty-Forough Advent Show

Kenobisboch presenta: Commodorough Sixty-Forough Advent Show

 
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from thornsinnercircle

Il cerro di Monte Fontane

ero andato in Sicilia attratto principalmente dall'Etna. Versante sud, e tutti gli alberi secolari che ci abitano. alcuni sono visitabili in tranquilli centri cittadini, come il Castagno dei Cento Cavalli visto mentre bevevo un caffé delle undici. l'Ilice di Carrinu invece prevede un sentiero lastricato di buone intenzioni di circa un'oretta, ripidino. vederlo è trascendentale, e curiosando vicino si scopre il fronte del magma che decise di fermarsi a pochi metri dall'albero risparmiandolo. Dialoghi fra il fuoco e la foresta.

questo è l'ultimo albero che volevo vedere. il cerro di Monte Fontane. al pomeriggio avevo il volo di ritorno, e dovevo anche restituire l'automobile. perché non complicarsi la vita? il sentiero per trovarlo appariva prima chiaro, poi mi sono trovato dopo un'ora e mezza ad aver compiuto un percorso circolare. era tardi, mollo tutto? ultimo tentativo. devio dal percorso che mi suggerisce il navigatore, giustamente. trovo una bella casetta abbandonata in pietra, ma mi sto allontanando dall'albero: quindi per una qualche legge che non conosco, sarà stavolta la strada giusta. imbocco un sentiero più boscoso. ci sono percorsi da mountain bike ripidi. anche qui mi perdo, torno indietro, piovicchia e c'è fango (il che mi compiace sempre, anche se sembra tutto così ostico adesso). ad un certo punto in un fianco della montagna, ripido da usare le mani, sento il bisogno di provare il tutto per tutto e salire! la pioggia ha reso l'erba ed il sottobosco scivolosi. i rami sono bassi, si intrigano nei capelli. dove sto andando non è dato sapere. e stranamente, ma prevedibilmente, arrivato in cima trovo l'indizio di un sentiero. se solo fossi capace di seguire le strade normali. seguendolo, trovo prima un piazzale con tre querce che mi fa sentire di essere vicino. mi piace immaginare le cose, sento quasi l'ebbrezza di luoghi che hanno una valenza sovrumana (è così). e finalmente, un po' nascosto, ecco l'albero. cerco come sempre per mezz'ora lo scorcio migliore per una foto, lo vivo, lo posso toccare. fra l'altro poco oltre c'è un dirupo, bisogna stare attenti.

stranamente, di quale via abbia scelto per tornare ricordo molto poco, se non che avendo visto una strada asfaltata distante solo qualche chilometro mi ci sono avvicinato, per scoprire poi che per raggiungerla c'erano alcuni metri di rovo alto, maturo e cattivo, e filo spinato. la mia impazienza mi fa andare dritto nel rovo. per pochi istanti ci nuoto come penso di saper fare, poi comincio a graffiarmi. vado avanti in bilico fra ostinazione e ansietta. arrivo al filo spinato, mi arrampico, mi ci incastro coi vestiti bloccandomi in cima. forse l'angelo custode degli sciocchini a quel punto mi fa scendere, e tutto si conclude felicemente.

 
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from Dal Nulla

“Se nelle cose dell'ingegno volessimo soppesare i successi dal Rinascimento in poi, non saranno quelli della filosofia a fermarci, oiché la filosofia occidentale non supera la greca, l'indiana o la cinese, tutt'al più le raggiunge in alcuni punti. Siccome rappresenta solo una varietà dello sforzo filosofico in generale, si potrebbe al limite farne a meno e opporle le meditazioni di Sankara, di Lao-zi, di Platone. Non è così per la musica, questo grande pretesto del mondo moderno, fenomeno che non ha confronti in un nessun'altra tradizione: dove trovare l'equivalente di un Monteverdi, di un Bach, di un Mozart? E' attraverso la musica che l'Occidente rivela la sua fisionomia e raggiunge la profondità. Se l'Occidente non ha creato una saggezza né una metafisica che gli fossero del tutto proprie, e nemmeno una poesia della quale si possa dire che non ha esempio, in compenso ha proiettato nelle sue produzioni musicali tutta la sua forza di originalità, la sua finezza, il suo mistero e la sua capacità di ineffabile. Ha potuto amare la ragione fino al pervertimento; eppure il suo vero genio fu un genio affettivo. Il male che più lo onora? L'ipertrofia dell'anima.

Senza la musica l'Occidente non avrebbe prodotto che uno stile di civiltà insignificante, scontato... Se depositerà dunque il suo bilancio, la musica sola testimonierà che non si è sprecato invano, che davvero aveva qualcosa da perdere.

(E. Cioran, La tentazione di esistere, Su una civiltà esausta)


Moreau - Angelo della morte

 
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from Super Relax


*Portoncini e cancelli, perlopiù.

Qualche tempo fa, in quanto rider, ho effettuato una consegna per conto di un famoso marchio di panini e patatine, la cliente una signora anziana di quelle ostiche: non la nonnina della pubblicità, insomma. Mentre si lamentava perché le erano capitati ordini incompleti, una volta mancava questo, una volta mancava quello, mi fa “visto che sei qua, mica sapresti aggiustare il portoncino?”

Do un'occhiata, c'era un sistema magnetico per agganciarlo a un piolo metallico nel pavimento: il magnete, svitatosi, era rimasto attaccato al portoncino, finendo col disinteressarsi del piolo, svito e avvito quel che c'è da svitare e avviare e riparto, arrivederci e grazie.

Stamattina (riferimento temporale senza senso assoluto, ne uso uno relativo: un'oretta prima che mi mettessi a scrivere questo articoletto) stavo gironzolando in Super Relax nella tranquillità delle campagne, stavolta percorrendo una stradina tra i campi coltivati mai fatta prima; vorrei sempre esplorare tutti i luoghi che mi ospitano, fin dove i miei mezzi lo permettano, così mi sono infilato in questa strada, un paio di chilometri, prima costeggiata da rade abitazioni, poi da serre e coltivazioni, infine dal nulla.

Un nulla rotto, infine, da un una sorta di grosso gazebo chiuso ai lati, a riparo dagli agenti atmosferici: ne esce un signore anziano e mi dice, più o meno, “che stai a fa'? Mi avvicino e, pensando che si stesse preparando a un rimprovero, questa è zona privata, non devi starci ecc., inizio a spiegare che sto facendo un giro in campagna, senza una meta... non gli interessa particolarmente, mi interrompe e mi chiede un aiuto per qualcosa.

Ora, non vorrei essere frainteso: non c'è alcuno scopo derisorio in quel che sto per dire, sto semplicemente constatando il fatto di aver dovuto superare lo scoglio linguistico, perché il signore di certo aveva un buon carico di anni sulle spalle, anni vissuti in campagna, anni di dialetto stretto, e io il dialetto locale lo capisco poco, pur abitando qui da anni e provenendo, più o meno, dallo stesso ceppo linguistico o da un ramo non troppo distante.

C'è un cancello da rimettere al suo posto, uno di quei cancelli abbastanza approssimativi realizzati dai fabbri con barre e tombini di ferro, e quel cancello si era sfilato dai cardini. Oltre a essere oggettivamente pesante per una persona media, c'era pure un listello di legno, in alto, che impediva una manipolazione agevole del cancello. Gli spiego che dobbiamo prima occuparci di quello, si allontana di un paio di metri e torna con un martello, una roncola e un solido utensile per staccare le assi inchiodate: tiè, spacca tutto, non me ne importa.

Nonostante l'autorizzazione, tento un approccio più soft e riesco a schiodare parzialmente il listello, abbastanza da riuscire, in un paio di sessioni, a sistemare. Un paio di sessioni perché, vista l'anzianità, il vigore residuo è quello che è; un paio di sessioni intervallate dalle domande “da dove vieni, chi si'?”

Avevo ben inteso, voleva sapere a chi appartenessi ma, non essendo del luogo, non avevo genealogie da riportare, al che anche lui mi ha detto di essere solo nato qui, ma di essere praticamente di un altro posto, più a sud di una cinquantina di chilometri. E, infine, mi ha offerto delle bibite dal frigobar del gazebo, ho rifiutato gentilmente perché non avevo voglia e ho chiesto cosa ci fosse oltre il ponticello a poca distanza.

“Niente.” Posso dire di aver raggiunto le locali colonne d'Ercole.

#Aneddoti

 
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