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from Geografia - tra antico e moderno

Dal titolo si può pensare che anche questo post riguardi la cartografia, in parte è vero ma i concetti che troverete li ho incontrati per la prima volta grazie alla geomatica. Se avete visto il post precedente vi ricorderete (forse) di aver letto che non è possibile la realizzazione di una carta che risulti fedele al 100% con la realtà. Ecco, con questo articolo vi mostrerò il perché, in maniera spero non troppo tecnica. (Queste considerazioni si applicano ovviamente a quella tipologia di carte che hanno come scopo la rappresentazione geometricamente accurata del territorio).

La forma della Terra

La Terra è tonda. Più precisamente, la sua superficie di riferimento è chiamata “Geoide”, termine con il quale si identifica la superficie equipotenziale del campo gravitazionale (in parole semplici e comprensibili, il Geoide corrisponde alla superficie che assumerebbe la Terra se fosse ricoperta d'acqua, poiché questa si distribuirebbe in modo differente a seconda della forza di gravità, che non è omogenea su tutta la superficie terrestre). Ora, il Geoide non è purtroppo descrivibile in termini matematici, per lo meno con le conoscenze attuali, dunque chi studia la superficie terrestre è costretto a prendere come riferimento un Ellissoide, introducendo quindi una prima approssimazione rispetto alla superficie reale. Questo ellissoide è detto “di rotazione” perché si materializza facendo ruotare un'ellisse lungo un asse (detto Z) in un sistema tridimensionale. Eseguendo questa operazione con un ellisse avente il centro all'origine degli assi si ottiene una figura solida, il cosiddetto “Ellissoide di rotazione”. ellissoide vs geoide

La modellizzazione della Terra si basa dunque su questa figura geometrica solida, realizzata con il seguente sistema di assi: – L'origine degli assi coincidente al centro di massa della Terra – L'asse Z che coincide con l'asse di rotazione terrestre – L'asse X coincidente con il Meridiano di Greenwich – L'asse Y risultante in conseguenza dei due precedenti

Le dimensioni dell'ellissoide di rotazione, inoltre, sono state modificate nel tempo. I due semiassi che lo definiscono (equatoriale – lungo gli assi Y e X; polare – lungo l'asse Z) dovrebbero coincidere con il “raggio terrestre”, ma tali valori sono stati affinati nel corso dei secoli grazie al progresso tecnico che ci ha permesso di ricavarne una stima sempre migliore. Si può inoltre aggiungere che, in base alla porzione di superficie da rappresentare, sono stati elaborati anche i “Datum” (particolari orientamenti degli ellissoidi, o “ellissoidi locali”), che consentono di adattare meglio il modello “globale” alla situazione “locale”, in base all'oscillazione del Geoide in quell'area. datum

Ma non complichiamoci troppo la vita, già da queste premesse potete intuire come la trasposizione su una superficie piana (la carta) di una porzione di superficie terrestre sia basata su modelli approssimativi per definizione, che non sono in grado di rappresentare fedelmente la realtà. Bene, ora facciamo il passo successivo.

La proiezione sul piano

Essendo la carta una rappresentazione sul piano di un oggetto tridimensionale (la Terra o una sua porzione) è necessario comprendere le implicazioni spaziali di questa proiezione, le quali sono in realtà molto intuitive. Immaginate di avere un'arancia e di sbucciarla (creando delle forme a “spicchi” l'esempio è forse più comprensibile, ma qualunque forma prendano i vostri pezzi di buccia il risultato sarà identico). Potrete notare che queste porzioni di buccia non sono “piatte”, ma curve rispetto alla superficie di un ipotetico tavolino. Per tentare di appiattirle dovete schiacciarle, creparle, o romperle in pezzetti più piccoli, senza comunque poter ottenere una superficie piana. Lo stesso concetto si può applicare alla proiezione della superficie terrestre su una carta. Non è possibile riportare una superficie tridimensionale su un piano in due dimensioni senza produrre delle deformazioni. Queste possono essere divise in tre tipologie: – Lineari (riguardanti le distanze) – Areali – Angolari

In base alla caratteristica che NON viene deformata, si possono suddividere le carte in: – Isogoniche o Conformi = angoli non deformati – Equivalenti = aree non deformate – Equidistanti = distanze non deformate – Afilattiche = sono il risultato di un “compromesso” tra tutte le deformazioni

Parlando invece del tipo di proiezione, nella seguente immagine ne sono illustrati tre tipi (la cilindrica rappresentata è detta “diretta”, mentre quando il cilindro è ruotato “orizzontalmente” prende il nome di “trasversa”). tipi di proiezioni Le superfici possono essere tangenti (es. la cilindrica) o secanti (es. la conica), e i punti/linee di tangenza tra Terra – foglio sono gli unici in cui le deformazioni risultano nulle, mentre man mano che ci si allontana da questi punti aumentano di entità. Nella scelta del tipo di proiezione si tiene conto del soggetto da rappresentare. Tra queste, ad esempio, la proiezione migliore per l'Italia è la Cilindrica trasversa, poiché il nostro Paese si estende da Nord a Sud, mentre per la Francia una buona soluzione è quella Conica.

Un'ulteriore distinzione si può fare basandosi sulla posizione del punto di proiezione rispetto all'ellissoide di rotazione (nell'ortografica è posto all'infinito), che ovviamente porta a implicazioni differenti in termini di deformazioni. punti di proiezione

Conclusioni

Spero di aver esposto tutte queste considerazioni in maniera comprensibile, se avete trovato questi argomenti troppo noiosi (ed incredibilmente siete arrivati a leggere -forse solo- la fine) non preoccupatevi... Per esperienza ho notato che sono poche le persone che si interessano di tali temi.

In definitiva, comunque, spero di aver reso l'idea della complessità che sta dietro alla realizzazione di una carta geografica che abbia come scopo la rappresentazione il più metricamente corretta possibile della superficie terrestre. In breve, ecco riassunti i punti essenziali: – La base di partenza non è la reale superficie terrestre ma un modello che la approssima – Le dimensioni di tale modello sono state variate nel tempo – La proiezione sul piano genera necessariamente delle deformazioni – Le deformazioni variano anche in base al tipo di proiezione scelta

P.S. Ci sarebbero ulteriori considerazioni da fare, ma non voglio caricare eccessivamente un post già complesso... In futuro potrei farne un secondo su questo tema, magari riguardante nello specifico la “scala” di una carta

 
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from Rob's cabinet of mboh?

O quella volta che un cretino di Crescenzago, un ranocchio di vetro, una ragazza senza grazie, un Grande Antico riluttante e una tigre di pezza shakespeariana provarono a cambiare per sempre la storia del progressive.

The Happiest Days of our Lives

Tornate indietro con la mente di qualche anno. È il 1965, e se la Storia con la esse maiuscola lo ricorderà per la morte di Malcolm X e la marcia di Selma, per noi è anche l'anno in cui nel Regno Unito quattro ragazze e una persona non binaria decidono che è giunto il momento di fondare un gruppo ed entrare tra le leggende della musica: sono Ginger Ale (al secolo 'Nessa Ellis), Jay Hollybridge, Lamia Witherspoon, Margaret Mondegreen e Veronica “Ronnie” Law, meglio note come The Revolution Frequency of the Interstellar Mouse.

[...]

La loro per certi versi è una storia come tante: l'arrivo a Londra, le difficoltà nel sbarcare il lunario, le complicate vite personali da gestire e la musica come elemento salvifico e unificatore. Lamia e Ronnie, una da Sheffield e l'altra da Newcastle, hanno avuto in comune un'infanzia povera e difficile, che le ha portate a passare più di qualche notte nelle celle delle stazioni di polizia delle rispettive città. Ma del resto, con la sola eccezione di Margaret, nata in un'agiata famiglia borghese, nel gruppo chi non ha avuto qualche piccolo trascorso con la legge? Anche se le loro storie non sono arrivate tra le pagine di cronaca, cercando molto bene nei casellari giudiziari del Regno è possibile trovare anche i nominativi di Ginger e Jay – anche se trovare quest'ultimo nome è stata un'impresa molto difficile, ci troviamo evidentemente di fronte a una persona molto elusiva che tiene molto alla sua privacy.

[...]

Questa band aveva tanto potenziale quante idee rivoluzionarie, perfino per quell'epoca psichedelica e sperimentale che sono stati gli anni '60. Ma la storia prende direzioni misteriose e, per qualche motivo, tutto quello che ci rimane della loro esistenza è The Second Coming of the Interstellar Mouse, album di esordio che fu un discreto successo in UK a cavallo tra il 1967 e il 1968, e un secondo album, indipendente e totalmente anti-commerciale, pubblicato in quasi clandestinità molti anni dopo solo per uno zoccolo duro di aficionados e quasi del tutto introvabile già fin dalla sua uscita. (Chi vi scrive è riuscito miracolosamente a recuperarne una copia per puro caso in un piccolo negozio di dischi di Minneapolis)

Cos'è successo quindi al Topo Interstellare e alle sue discepole?

Estratto da “Life, Time and Frequency of the Interstellar Mouse. Whatever Happened to the Revolution?”

Sasso, Carta e Rock & Roll

La storia della musica è piena di vicende del genere, ma Ginger, Jay, Lamia, Margaret e Ronnie non esistono. O meglio, per un brevissimo lasso di tempo l'hanno fatto, in quello che è stato lo spazio immaginato condiviso di cinque persone che si sono ritrovate a giocare online a un piccolo gioco di ruolo chiamato Scissors Paper Rock'n'Roll.

Copertina raffigurante un muro di mattoni bianchi dalle cui aperture sbucano un orso polare, un occhio e un arcobaleno

La copertina omaggio tutt'altro che velato ai Pin Floi

Come facilmente intuibile dal preambolo, nel gioco esploreremo le vite e i tentativi di un gruppo di persone di creare un gruppo musicale Rock Progressive nel Regno Unito degli anni tra il 1965 e il 1971 – quantomeno nella sua impostazione di default, perché il gioco è aperto a ogni epoca e genere musicale. Riusciremo a portare la nostra band alla fama internazionale? E se sì, le relazioni tra noi membri del gruppo come si evolveranno? Cercheremo gloria personale seguendo dei progetti individuali o faremo di tutto per tenere coeso il gruppo? Lo scopriremo solo giocando, e il percorso che i nostri personaggi prenderanno potrebbe sorprendere in primis noi stessɜ.

Come Funziona?

Il gioco di per sé è abbastanza semplice e, visto che stiamo parlando di un GdR che mi piace, totalmente avulso alle dinamiche tipiche di un D&D. Non c'è un Master e non ci sono tiri di dado a determinare gli esiti di eventuali conflitti narrativi ma tutto è gestito in maniera assolutamente freeform, con le mosse della morra cinese a determinare il tipo di scene che verranno rappresentate e quindi cosa succederà nella fiction.

Come funziona quindi? Partiamo dalle basi, stabilendo luogo, genere e periodo storico della giocata, per poi passare ai personaggi: per prima cosa scegliamo quale strumento vogliamo suonare, dopo di che, prima di definirli nel dettaglio, a turno diciamo una caratteristica che è comune a tutti tranne a uno, in modo da creare un cast sia unito che variegato.

Il nome del gruppo lo decideremo con un metodo di scrittura collettiva che ritornerà nel momento in cui dovremo scrivere le canzoni: ogni persona al tavolo scriverà una parola su una striscia di carta; dopo averle mischiate e rivelate una dopo l’altra, tuttɜ assieme sceglieremo le due parole che ci sembrano migliori per battezzare la band.

Nel corso di sette turni, uno per anno di vita della band, sceglieremo cosa faranno i nostri personaggi mostrando dopo una conta i segni della morra cinese: ✊ Sasso vuol dire che cercheremo di aumentare la sintonia del gruppo; ✌️ Forbici vuol dire che ci dedicheremo a progetti individuali, mentre ✋ Carta vuol dire che proveremo a dare sfogo alla creatività e, se tutto va bene, comporre un singolo.

Qualunque sia stata la nostra scelta per l’anno, dobbiamo rappresentarla in fiction impostando una scena. Può essere breve, limitandoci a dire cosa fa il nostro personaggio, o più strutturata, dandole un taglio più cinematografico coinvolgendo le altre persone al tavolo a interpretare i rispettivi PG o altri comprimari presenti in scena. In ogni caso, alla fine di ogni scena ognunə dirà come il suo PG reagisce a quanto appena accaduto.

Ovviamente per ottenere la fama la nostra band ha bisogno di comporre dei pezzi e per farlo occorre che almeno la metà delle persone al tavolo in un turno abbia scelto Carta. Se la condizione si verifica, esattamente come per il nome del gruppo, scriviamo tuttɜ una breve frase su una striscia di carta e, dopo averle rivelate una a una, decidiamo in che ordine disporle per creare la strofa di una canzone.

A conclusione di ogni turno faremo tutti assieme una scena post-concerto che tirerà un po’ le somme degli avvenimenti di quell’anno e ci trascinerà al successivo.

Tralasciando qualche altra regola più nel dettaglio, il gioco è davvero tutto qui; del resto nella sua prima iterazione stava tutto dentro una cartolina di uno dei Calendari dell’Avvento Ludico di GDR Unplugged e Dreamlord Games.

The Revolution Frequency of the Interstellar Mouse

E quindi com'è stata la nostra avventura di #GenteCheFediGioca nei meandri del Prog-Rock virtuale?

Intanto confesso che abbiamo cominciato benissimo, “trasgredendo” subito il regolamento. Tra le parole emerse c'erano almeno due coppie che combinate assieme formavano un perfetto nome surreale per la nostra band: la frequenza (radio) della rivoluzione che giustapposta al topo interstellare diventa anche la frequenza di rivoluzione di un oggetto nello spazio... era un doppio senso troppo bello per limitarci a solo due elementi.

La fase di creazione dei personaggi l'ho trovata molto stimolante nella sua semplicità. Il fatto che ciascunə di noi dovesse stabilire una caratteristica comune a tutti i componenti del gruppo per poi indicare unə altrə giocatore come eccezione, da un lato mette dei paletti che delimitano il campo di gioco ma dall'altro ci dà una tavolozza di colori con cui cominciare a dipingere la tela. Ed è qualcosa che emerge intervento dopo intervento, perché solo quando hanno contribuito tuttɜ avremo il quadro completo.

Per intenderci, iniziamo con ragazza senza grazie che stabilisce che siamo tuttɜ ventenni tranne il personaggio di Idiran. Cretinodicrescenzago aggiunge che siamo tuttɜ donne tranne il personaggio di GlassFrog, che deciderà che il suo PG è non-binario. A questo punto Idiran dirà che veniamo tuttɜ dal nord dell'Inghilterra tranne il personaggio di ragazza senza grazie, mentre GlassFrog introdurrà il fatto che vestono tuttɜ eleganti tranne il mio personaggio. Infine rimango io, che butto giù il fatto che abbiamo tuttɜ dei piccoli precedenti penali tranne il personaggio di cretinodicrescenzago.

Notate come ogni singola iterazione altrui ci mette di fronte a un fatto compiuto e abbiamo il controllo solo nel definire cosa non siamo? Personalmente trovo molto stimolante che l'idea del tuo PG puoi fartela solo dopo l'interazione con lɜ altrɜ, scoprendo pennellata dopo pennellata che materiale avrai a disposizione.

Illustrazione di una ragazza dai capelli ricci rossi e gli occhi verdi, che si gira sorniona verso chi guarda. Indossa una giacca lisa a quadri e un flat cap con un motivo tartan blu e verde

(E a proposito di pennellate... ecco Veronica “Ronnie” Law, tradotta in immagine per grazia di @sugarcoatedhorror)

A livello di fiction, la libertà nello scegliere cosa fare creando le scene fa scaturire situazioni interessanti e il fatto che dopo una scena impostata da un altrə dobbiamo comunque dire come il nostro PG reagisce alla sua scelta ci permette comunque di mantenere un certo controllo sulla narrazione, anche quando non siamo noi a essere sotto i riflettori.

Per dire, quando ho scelto di dedicarmi ai “progetti personali” con Forbici, ho potuto benissimo dire che quell'anno non ho contribuito alla band non perché seguissi un progetto solista ma perché Ronnie era finita in prigione, e aveva comunque perfettamente senso che questo avesse fatto crescere il livello di Fama Individuale (uno degli unici tre valori numerici del gioco) del mio PG.

Ho amato anche come abbiamo trasformato in maniera diegetica il fatto che al momento di scrivere la prima canzone alcunɜ di noi avessero scritto le frasi in italiano e altrɜ direttamente in inglese, decidendo che Margaret era entrata in possesso delle opere di Nanni Balestrini e Tommaso Landolfi e aveva voluto mettere dentro ai testi delle frasi in italiano per omaggiarli.

In definitiva, Scissors Paper Rock'n'Roll è stata una bella scoperta, e giocarlo con lo stesso gruppo con cui avevo giocato precedentemente Damn the Man, Save the Music è stato particolarmente piacevole, tant'è che a una certa doveva scapparci la citazione-omaggio, con un personaggio di quella giocata che fa una breve comparsata con 46 anni in meno sul groppone 😅

Un foglio excel su google drive che cerca di riprodurre sia la scheda del personaggio del gioco che una sorta di tavolo su cui comporre le canzoni

La partita via internet

L'unica “pecca” – ma questo il manuale lo dice esplicitamente – è che, per quanto sia possibile giocarlo via internet, è sicuramente un gioco che dà un'esperienza migliore dal vivo; la morra cinese da fare online è un inferno di conte fuori-sincro e webcam da controllare per assicurarsi che la propria mano sia inquadrata bene, che si aggiunge ai problemi strutturali già presenti: il ritardo inevitabile nel processare gli input altrui, che aumenta se qualcunə usa delle cuffie bluetooth, col rischio di parlare sovrapponendosi per poi fermarsi di colpo, la mancanza di tutta la parte di comunicazione visuale e spaziale che di presenza è immediata e online no... insomma, quello che dal vivo ci avrebbe preso giusto una serata in tutta tranquillità, online ha richiesto due serate e ne avrebbe chiesto una terza se non avessimo deciso a malincuore di saltare l'ultimo anno per passare all'epilogo.

Per il resto, per come funziona il metodo di composizione delle canzoni che porterà inevitabilmente a risultati alquanto surreali, ci si chiedeva se il gioco avesse senso applicato a un genere che non fosse il Prog. Secondo me sì, ma probabilmente per ottenere un risultato più coerente occorre che tuttɜ al tavolo abbiano ben presente il genere di riferimento. O in effetti anche no, alla fine il vero cuore del gioco non sta tanto negli artefatti che produrremo come gruppo (bella anche l'idea di disegnare le copertine degli album) ma nelle storie collettive dei nostri personaggi, per cui alla fine che importa se il nostro gruppo Death Metal avrà una strofa che recita “Sole, cuore e amore” subito dopo un “Butta sangue e muori”? 🤟

Hashtag rilevanti: #RobsCabinetOfGDR, #GDRSegreto, #TTRPG, #GDR, #ScissorsPaperRockNRoll, #60s, #Music

 
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from highway-to-shell

Non ho mai fatto distrohopping. A parte gli inizi con Slackware ho sposato quasi subito RedHat e poi Fedora Core 1 fino all'attuale Fedora 43. Ho però provato tanti Desktop Environment e Window Manager, cominciando da Fluxbox sono passato a KDE per atterrare poi abbastanza stabilmente a Gnome. Dico abbastanza perché di Gnome non ho mai sopportato il posizionamento delle finestre e quando ho scoperto i tiling window manager ho prima tentato di replicarne il comportamento con le estensioni per poi decidere che no, il comportamento di un tiling nativo è tutt'altra cosa, anche perché su Gnome si sono nel frattempo sviluppate decine di estensioni per il tiling delle finestre ma finiscono quasi tutte per perdersi per strada, per pasticciare con i keybinds di default e per appesantire il sistema. Quindi prima i3 e poi Sway. No hyprland per via di una comunità che in molti definiscono “tossica”. Con i3 e Sway è cominciata l'ansia della customizzazione per cui passavo più tempo a fare file di configurazione e css per waybar che a lavorare. E' un disturbo grave quasi quanto il distrohopping perché va a finire che è il computer ad usare te e non viceversa. Inoltre c'è da dire che i tiling window manager risolvono si il problema di sapere dove apparirà esattamente la finestra che stai per aprire ma è anche vero che il classico layout 2x2 o altri layout con tante finestre affiancate finivano per essere molto poco frequenti per le mie necessità di lavoro: per il 90% del tempo ho bisogno di una finestra che è quasi full screen. Last but not least in Sway mi mancava tremendamente la possibilità di cambiare finestra con ALT-TAB...si ok...ci sono degli accrocchi per emulare il comportamento ma di nuovo uno sbatti assurdo per avere quello che dovrebbe essere una funzionalità base di un qualunque ambiente di lavoro.

Ed ecco la svolta: ho scoperto l'esistenza di Niri. Niri è uno scrollable-tiling window manager, quindi le finestre di uno specifico workspace vengono tutte affiancate una all'altra e con combinazioni di tasti puoi decidere a piacimento la larghezza delle colonne e anche decidere di impilare una finestra sotto un'altra per ottenere layout simili a quelli di un classico tiling window manager. Questo risolve diversi problemi, primo fra tutti il fatto che almeno nel mio caso la finistra su cui lavoro normalmente occupa più del 50% della larghezza del monitor. Sul sito ufficiale ci sono screenshot e video che probabilmente rendono molto meglio l'idea di quanto non possano fare le mie parole. Ovviamente ha l'ALT-TAB nativo (e molto bello) per cambiare finestra. Ma la seconda e rivoluzionaria svolta è stata la scoperta di Dank Linux, un progetto che punta a portare le comodità di un Desktop Environment su Niri (e altri window manager): ok, non è maturo come Gnome e non ha la stessa barca di funzionalità ma è MOLTO ma MOLTO più customizzabile e infinitamente più leggero. Sia Niri che Dank Linux guadagnano ogni giorno più popolarità e hanno cicli di sviluppo e release estremamente veloci e promettenti, insomma nuove funzionalità sono introdotte a ritmi frenetici.

Da diversi mesi se voglio cambiare tema è un semplice click nelle impostazioni, so come saranno disposte le finestre che apro, a livello estetico siamo ai vertici di unixporn, la batteria mi dura circa il doppio rispetto a Gnome e soprattutto... posso lavorare con il computer senza perdermi in file di configurazione :–)

Lascio i link: Niri Dank Linux

#linux #opensource

 
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from highway-to-shell

Leggo che il decreto Milleproroghe – in discussione alla Camera – vuole prolungare anche nel 2026 la possibilità di far lavorare i medici fino a 72 anni, anche richiamandoli dalla pensione.

Fonte

Leggo anche di un disegno di legge interessante: Secondo un documento visto da Reuters, il piano allo studio porterebbe Esercito, Marina e Aeronautica da circa 170.000 a 275.000 unità entro il 2044

Fonte

Insomma mancano i medici, sostituiamoli con i militari.

Giuro che la prossima volta che sento qualcuno lamentarsi della sanità, dei tempi di attesa per un esame medico, della congestione dei pronto soccorso...chiedo cortesemente cosa ha votato negli ultimi vent'anni e se ha votato a destra gli urlo in faccia tutto il mio disappunto, senza risparmiare parolacce, bestemmie ed insulti ai suoi avi e alla sua progenie culminando in “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Se invece ha votato a sinistra gli farò notare che la sinistra non ha mai fatto nulla per salvare la sanità dal percorso di privatizzazione, non si è mai opposta alla trasformazione degli ospedali in aziende (anzi) e che quindi in definitiva “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.

#sanità #italia #politica #malasanità #esercito #guerra

 
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from highway-to-shell

La strada brucia cantava Alan Sorrenti nel 1981 La strada uccide scrivono i giornalisti nel 2026

E niente, non ce la fanno, è più forte di loro: la cultura auto-centrica li ha resi schiavi di una narrazione che si ripete sempre uguale

Non ce la fanno a scrivere che le persone uccidono altre persone, che il camionista in questione è un assassino: il semplice fatto di non avere usato una pistola o un coltello lo assolve automaticamente da quell'infamia.

Così dobbiamo leggere che in Italia esistono delle strade assassine e dei tragitti letali, parole che se venissero lette da un virus sai come ci rimarrebbe male? Ce lo vedo a mandare una mail di protesta alla redazione rivendicando per sè l'aggettivo letale.

Il rasoio di Occam non si applica mai a danno del traffico stradale, se in quel tratto di strada gli incidenti sono così frequenti perché non vietare l'accesso ad automobili e camion? Si risolverebbe il problema alla radice.

Quale sarà il prossimo titolo? – Rotonda criminale – La corsia del terrore – Non percorrete quella strada

#giornalai #bike #automobili

 
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from Geografia - tra antico e moderno

Vi siete mai chiesti perché una carta geografica (il termine “mappa”, sebbene spesso venga usato impropriamente, indica solo carte a grandissima scala, come ad esempio quelle catastali) possa apparire molto diversa da un'altra, sebbene rappresenti la stessa porzione di territorio? La risposta si trova (anche) indagando lo scopo per cui quelle carte sono state realizzate.

Bisogna premettere che, nonostante attualmente risulti difficile immaginare una carta metricamente scorretta (prima o poi torneremo ad analizzare questo punto), prima della “riscoperta di Tolomeo” risalente al 1400 d.C. le carte geografiche non pretendevano di rappresentare fedelmente la realtà, seppure in scala.

Piccolo spoiler: non è realizzabile una carta che sia una fedele riproduzione della realtà, nemmeno con gli strumenti tecnologici a nostra disposizione attualmente e non sarà possibile neanche in futuro, per motivi strettamente tecnici e pratici.

Dovete sapere che le carte, di qualunque tipo, sono una rappresentazione simbolica e mediata della realtà, prodotto di una selezione operata dal cartografo sulla base dello scopo e del contesto. Grazie al lavoro di Brian Harley la carta geografica viene attualmente considerata al pari di un testo storico (si parla nello specifico di “testo cartografico”), per cui risulta necessario ricollocarla nel contesto di produzione per darne un'interpretazione corretta.

Ma cos'è il contesto di produzione? Può essere suddiviso in tre categorie: 1. Contesto del cartografo (che può essere anonimo, o la carta può essere il risultato del lavoro di più persone) 2. Contesto delle altre carte (si rapporta la carta da analizzare con altre carte, aventi delle caratteristiche in comune – autore, area, periodo o tipologia) 3. Contesto sociale (che guida la rappresentazione della carta in relazione al potere)

Si deve inoltre considerare che ogni carta è frutto della selezione degli elementi presenti realmente sul territorio. Indagando le omissioni, cioè i “silenzi”, è possibile ricavare maggiori informazioni che osservando ciò che la carta mostra. Questi silenzi possono essere di due tipi, “intenzionali” (dovuti a segreti militari, commerciali o forme di censura) e “non intenzionali” (derivanti unicamente dall'impossibilità di rappresentare ogni cosa, per via della scala). Questi ultimi però non sono silenzi “casuali”, il cartografo in base alle finalità della carta e ai limiti tecnici della stessa sceglie coscientemente cosa inserire e con quale simbologia.

Quindi, per riassumere, la rappresentazione cartografica è strettamente legata ai rapporti di potere, alla cultura e all'ideologia, è la materializzazione di un mondo sociale oltre che di quello fisico. Non è dunque giusto cercare di classificare e valutare le carte verificando quanto queste siano metricamente corrette, ma analizzandole secondo il metodo storico si rivelano essere degli utili testimoni ed espressioni del contesto di produzione.

Spero che questa piccola introduzione al mondo della cartografia storica si sia rivelata interessante e non eccessivamente confusionaria, e che quando vi capiterà di osservare una carta, oltre che ammirarne la bellezza, potrete soffermarvi anche a riflettere sulle sue finalità e sull'attento lavoro di selezione che il cartografo ha dovuto operare :)

 
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from Geografia - tra antico e moderno

Io sì. Ed è stato molto divertente finire a fare la magistrale proprio in questa disciplina. La verità è che, dopo una triennale in scienze forestali, volevo proseguire sul cammino della geomatica (se non sapete cos'è non preoccupatevi, non lo sa nessuno), ma non esistendo un corso di studi apposito sono finita a geografia.

La geografia che si impara a scuola, purtroppo, in genere è estremamente noiosa. Si tratta di imparare a memoria luoghi, numeri e poche altre cose, quando in realtà questa disciplina è decisamente affascinante e racchiude una vastità di argomenti incredibile, anche molto differenti tra loro. Si parla infatti di geografia fisica e di geografia umana, e queste due macro-categorie includono una serie molto lunga di sotto-discipline diverse. Insomma, anche se la geografia economica e politica può farvi schifo (come a me), potreste trovare appassionanti gli urban studies, o la geomorfologia.

In questo blog pubblicherò ogni tanto qualche informazione, probabilmente più interessante che utile, relativa a una di queste sotto-discipline geografiche. Non posso prevedere cosa deciderò ogni volta di pubblicare, ma probabilmente salterò da un argomento all'altro senza pretesa di continuità :)

Ah, il titolo del blog deriva dalla mia passione esagerata per la geomatica (il “moderno”) e il grande interesse per la cartografia storica (l'“antico”), quindi probabilmente vi troverete più post relativi a queste due categorie rispetto alle altre.

Con questo chiudo e prossimamente pubblicherò il primo “vero” post, appena avrò deciso l'argomento...

 
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from Warp

Ciao Livello Segreto, buondì è un po' che non ci si sente, ma dietro le quinte stiamo comunque facendo bollire in pentola un po' di cosine che dovrebbero vedere la luce a breve (o forse no, d'altronde chi ci rincorre?).

Nel frattempo – come spesso accade in occasione dell'anno nuovo – Fabio ed io (Ed, ciao, se vedete che a volte parlo al singolare e a volte al plurale non fateci caso, non è delirio di onnipotenza, ma non abitudine a fare comunicati pubblici a più nomi) ci siamo trovati a fare qualche ragionamento sull'andamento di LS e dei servizi correlati.

Quest

A partire dal 15 febbraio (data assolutamente arbitraria) chiuderemo l'istanza Gancio di Livello Segreto (quest.livellosegreto.it). È stato un bell'esperimento che per motivi vari si è reso presto non-necessario (sono nate UN SACCO di altre istanze Gancio locali): funziona molto di più un'istanza direttamente costruita sul territorio che qualcosa relativo “all'online” su un territorio vasto come l'intera Italia. E poi, dai, beccatevi quante belle istanze ci sono attive: https://gancio.org/instances Sfruttatele e troviamoci dal vivo 💚

Monetine

L'altra questione è che stiamo ragionando un po' sul discorso finanziamento di Livello Segreto. Come abbiamo sempre detto, il progetto è “fieramente in perdita” perché è qualcosa in cui crediamo, ma va detto che i costi si fanno sempre più importanti visto anche l'afflusso di persone (che è una cosa super positiva eh!).

Guardando a questo 2026 – dove vorremmo rendere ancora più trasparente questo aspetto a chiunque –, il costo di Livello Segreto è di circa 270 (compresi Log e Lore) euro al mese e le donazioni totali ricevute sono 205,16 €. Cifra estremamente positiva presa da sola, ma tiene già conto di tutte le donazioni ricorrenti (significa che se una persona ha scelto di donare “un euro al mese” noi vediamo già i 12 euro tutti a Gennaio e non vedremo nulla a Febbraio).

Ora, parlare di soldini proprio non mi piace e non voglio che questa parte di articolo diventi una sorta di richiesta di denaro per tenere aperto Livello Segreto: non è così e il progetto continuerà ad andare avanti anche in questa forma. Ci teniamo però – non solo a livello di trasparenza, ma anche per il discorso di responsabilità che ci è molto caro – a farvi vedere direttamente come funzionano le cose dietro le quinte di un'istanza Mastodon di questo tipo.

Insomma: se vi piace quel che facciamo e volete lanciarci una monetina in faccia siamo molto contenti della cosa – e potete farlo da qui. Ma se non potete (o volete) farlo non vi preoccupate: Livello Segreto vi vuole bene e vi accoglie allo stesso modo 💚

Un abbraccio, Kenobit ed Ed.

 
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from Racconti di una Capra

Premessa: questo è un racconto pesante, tratta temi molto delicati in una narrazione che lascia volutamente l'interpretazione al lettore. Intendo dire che il concetto base magari risulta chiaro, ma a ognuno potrebbe comunque comunicare qualcosa di diverso e personale in base al proprio vissuto. Io ci ho messo del mio e, a chiunque leggerà, auguro che alla fine possa portare un po' di speranza e vicinanza. Buona lettura.

La terra è fredda. La posso sentire sotto i palmi, a contatto con i piedi nudi e le gambe scoperte, incrociate. Intorno a me non c'è il minimo suono, non l'alito del vento, il canto degli uccelli o il ronzio degli insetti, tutto è immobile. Niente è presente. Non saprei dire da quanto sono seduta a terra ferma come una statua, ma so che guardo senza vedere: sono in grado di dire che la terra è nera, così nera da sembrare catrame; e so che il cielo è scuro, di una tenebra che non ha nulla a che vedere con la notte; sono consapevole che qui non ci sono rocce, minerali, non è presente l'acqua, le piante non crescono, i semi non esistono e gli animali nemmeno. So che qui la vita non c'è. Ma non vedo realmente ciò che mi circonda. Non mi interessa vederlo. Perché so che intorno a me troverò sempre e solo quell'infinita desolazione. Nemmeno il vento è qui a tenermi compagnia. Sento solo un freddo profondo, che sembra arrivare direttamente dal cuore del ghiaccio. Percorre le membra, invade le vene e offusca la mente. Nella mia immobilità, osservo la vastità del vuoto con occhi spenti, quasi vitrei. I miei sensi sono ovattati e rallentati. Non so perché mi trovo qui, dovunque io sia... Non me lo ricordo. Se respirare non fosse automatico, credo che mi sarei dimenticata anche di quello. Qualcuno, vedendomi così, potrebbe domandarsi se io sia sotto ipnosi o qualcosa di simile. Qualcuno... Già, ma qui sono sola. Completamente sola. Un suono mi giunge improvvisamente all'orecchio, ma è così distante che non riesco a dargli un nome. Inclino leggermente la testa da un lato, come se questo movimento potesse aiutarmi a definirlo, ma non serve. A quel suono se ne aggiungono altri, confusi, distorti... dolorosi. Fanno male, non voglio più sentirli. Chiudo gli occhi e smetto di ascoltare, con la ferma volontà di farli sparire, mentre una parte di me vorrebbe aggrapparsi ad essi... A quei ricordi. In pochi istanti torna il silenzio immobile. Ma i miei senti sono meno assopiti, il corpo è meno intorpidito. No, non sto meglio. I muscoli si sono attivati come reazione istintiva al dolore: quei suoni hanno intensificato il freddo pungente. È come avere delle dita artigliate addosso, pronte a dilaniare ogni mia fibra. La terra è gelida. Non voglio più stare ferma. Devo muovermi. Con le pupille costantemente fisse in un punto vuoto, il corpo risponde al comando e mi alzo in piedi. Un passo. Un altro. Un altro ancora. Cammino lentamente, quasi in maniera meccanica, come se fossi solo un burattino. Un automa. Il mio sguardo non si sposta. Vado avanti aumentando gradualmente la velocità. In breve tempo mi ritrovo a correre, ma anche così non sento il vento, eppure l'aria è pesante e brucia i polmoni: entra dalla bocca socchiusa, scende per la gola addensandosi come se volesse soffocarmi. Fa male, ma continuo a correre più che posso. Non so dove sto andando, non so da cosa scappo. Ma so che non servirà, il dolore non passerà e io non ho dove nascondermi. La tetra landa oscura è senza fine, ovunque io vada sarà come rimanere immobile. Gli occhi si appannano di lacrime, bruciano e si gonfiano arrossati, anche se restano opachi e impassibili. Quando la sofferenza è troppa, il volto si trasforma in una maschera di apatia. Dolore annulla dolore, non è così? Tutto diventa troppo, e il troppo diventa sopportabile solo quando si smette di sentire. Ma prima o poi deve uscire. Freno bruscamente la mia folle corsa crollando in ginocchio e urlando tutto il mio dolore al cielo minaccioso... Gli occhi sofferenti. Grido talmente tanto da perdere la voce e finire le lacrime. Tengo la bocca aperta facendo respiri pesanti, cercando di riprendere fiato. Tutto il mio corpo trema, ma non per il freddo interiore che mi ha perseguitata tutto il tempo, e neanche per la stanchezza. Affloscio le braccia ai fianchi, le mani scorrono brevemente sul terreno. Quel terreno nero che ora più che mai sembra volermi inghiottire. Ma sono stanca. Correre non serve. Sono sfinita, voglio solo che tutto questo finisca. Basta. Abbasso lentamente la testa, gli occhi si fanno nuovamente spenti, fissi sul terreno. La terra è fine. La terra è... Ma quando penso di abbandonarmi completamente a me stessa, qualcosa attira le mie pupille. Qualcosa di sfocato e insolitamente colorato. Il barlume di vita negli occhi che ancora non è stato sopraffatto dal vuoto mi dà la forza di mettere a fuoco l'immagine e finalmente riesco a vederlo bene: è un fiore. Quel piccolo essere vivente è l'elemento che stona, quello non dovrebbe mai potersi trovare in un posto del genere. Quell'eccezione fa scorrere dentro di me un flusso tiepido che allevia il gelo. Risollevo la testa lentamente, di poco, lo sguardo fermo sul fiore. Lo osservo per vari istanti. Lo guardo. Lo vedo. Sento di volermi avvicinare, ma non ce la faccio ad alzarmi. Così mi trascino su quattro zampe cautamente, senza distogliere gli occhi da quella piccola forma di vita. Man mano che mi avvicino, quel flusso tiepido si fa caldo, dissolvendo a poco a poco il freddo tagliente. Mi fermo dinanzi al fiore e lo sfioro con le dita chiudendo gli occhi. Un sospiro tremante mi esce dalla bocca. Percepisco la presenza di entità benevole e familiari. Sento le tenebre arretrare e una luce calda diffondersi attorno a me. I miei sensi escono dallo stato di trance e sento chiaramente un morbido pelo e un naso umido a contatto col mio palmo; una mano solidale è posata sulla mia spalla e un'altra, amorevole, sul braccio. Apro gli occhi. La terra nera è svanita. Sono in una casa. Nella mia casa. Davanti a me due grandi occhioni scuri, incastonati in un musetto chiaro, mi trasmettono tutta la loro vicinanza mentre una coda scodinzola battendo sul divano. Al mio fianco una persona cara mi sta vicina senza pressioni, mi fa capire che lei c'è. Senza parlare. Nessuno dei due ha bisogno di parlare. Adesso ho capito, so come fuggire dalle tenebre. Calde lacrime scorrono lungo le mie guance. Lacrime liberatorie, perché adesso non sono più sola. Il dolore mi aveva fatto dimenticare... ciò che mi tiene ancorata al mondo. La terra è calda. La terra ha di nuovo i colori. E io voglio vivere.

Nota dell'autrice: arrivati fin qui, lasciatemi aggiungere un pensiero per voi. Risulterò banale, ma non importa. Una singola persona potrebbe essere quella che ti salva la vita; ma ci tengo anche a dire che, quando si sta troppo male, per qualsiasi motivo, chiedere aiuto non è debolezza, ma consapevolezza della propria difficoltà e denota la voglia di stare meglio. La vita è preziosa, ed è una sfida continua. Trovate con chi condividere gioie e dolori e ricordate che vivere e sopravvivere sono due cose diverse.

 
Continua...

from Racconti di una Capra

Tutti conosciamo il cardellino, vero? Non tanto per il suo splendido piumaggio, quanto più per il suo canto melodioso e armonioso che, non appena senti, ti riempie l’animo di vita e serenità. Ogni creatura possiede un’essenza diversa e quella del cardellino risiede nella sua voce, proprio come quella del pavone nella sua coda e quella del ragno nella sua tela: ecco cosa contraddistingue le specie le une dalle altre. Ma cosa accadrebbe se si nascesse privati di tale unicità? Questa sventura toccò a Senza Nota, un piccolo cardellino che non era in grado di cantare e che, a causa di questo, venne soprannominato in quel modo. I suoi genitori erano conosciuti per essere i migliori cantanti del mondo insieme a tre cuculi, cinque usignoli, un merlo, due pettirossi e un’aquila, e insieme si trovavano spesso per tenere dei concerti. Insomma, da due genitori del genere tutti si aspettavano una prole di grande talento, e così fu… almeno per quattro dei cinque figli. Tutti uscirono dal nido lanciando i tipici strilli dei pulcini appena nati, ma uno di loro emetteva versi alquanto insoliti e, a detta di chiunque l’avesse sentito, orribilmente striduli e stonati. I genitori ne rimasero molto sorpresi, ma erano buoni come il pane e trattarono tutti e cinque i piccoli in egual modo, senza mai screditare o far sentire inferiore il povero cardellino privo di talento; già, perché questo problema si rivelò costante anche nel corso del tempo, non ci fu nemmeno un briciolo di miglioramento nel canto dell’ormai soprannominato “Senza Nota” e purtroppo le voci si sparsero in fretta: non c’era un solo animale che non sapesse di lui, e se ne continuò a parlare anche mesi dopo la sua schiusa. «Ancora mi chiedo come facciano i genitori a continuare così» sentì dire da una giovane lepre un giorno, mentre faceva un volo nei pressi del suo albero «Tutti parlano di quel Senza Nota, ma loro si comportano come se lui fosse normale e la loro vita fosse quella di sempre. Negano la realtà, te lo dico io!» «Be’, non è neanche colpa loro, povere stelle, se lo sono ritrovato. E poi chi avrebbe potuto prevederlo?» gracidò un maschio di rana con un sospiro. «Certo, hai ragione… Per non parlare dei fratelli. Li ho visti, sai? Giocano con lui e passano molto tempo insieme, ma secondo me lo sopportano a fatica, semplicemente sono mossi da pietà. In fondo, chi non la proverebbe per quel poverello?» continuò la lepre mostrandosi dispiaciuta; poi scosse la testa prendendo un tono più altezzoso e velatamente sprezzante «Perlomeno quel piccoletto non si fa vedere molto in giro e soprattutto, evita di cantare. Ahimè! Le mie povere orecchie non ne potevano più di sentirlo esercitarsi! E poi, detto tra noi, è tutto tempo sprecato». Senza Nota tornò in fretta al nido, non volendo sentire altro; non c’era nessuno in quel momento, i suoi familiari erano certamente in giro Meglio così pensò lui, appollaiandosi nel nido e ruotando poi la testa sotto un’ala. Si sentiva infinitamente triste e demoralizzato. Era vero che non si mostrava molto, in effetti non si era mai allontanato per più di cinque metri dal suo albero; aveva paura di udire altri commenti taglienti sulla sua mancata unicità, e ogni volta che aveva provato a fare amicizia con qualcuno, negli occhi di quest’ultimo aveva visto solamente pena e sdegno. Mentre i brutti pensieri gli invadevano la mente, sentì improvvisamente un corpo caldo vicino al suo e un becco lisciargli le penne. «Mi dispiace mamma…» biascicò sollevando appena la testa. «Non hai alcun motivo per dispiacerti, piccolo mio» cinguettò lei con voce gentile. «Ma io sono il fallimento della famiglia!... Tu, papà e i miei fratelli non vi vergognate di me?» chiese tremante alzando lo sguardo sulla madre, la quale smise di pulirgli le penne «No, e non c’è stato un solo instante in cui non ti abbiamo amato. Ascoltami» sollevò un’ala e la portò sul dorso del figlioletto «Ogni specie è conosciuta per qualcosa, una dote innata che la rende unica. Ma unica nell’insieme della specie stessa. Vedi piccolo, tutti i cardellini sono famosi per il loro canto, io e tuo padre siamo solo particolarmente bravi, ma ciò non toglie che sia tutta la nostra razza ad essere riconosciuta per il richiamo. Ciò che voglio dirti è che anche tu sei speciale, solo che devi ancora trovare la tua unicità». Spostò l’ala dal giovane cardellino e fece un ampio gesto verso il bosco circostante «Hai girato troppo poco il mondo. Sono sicura che esplorare ti aiuterebbe molto» fece un cinguettio affettuoso e poi, spiegate le ali, si alzò in volo. Senza Nota la guardò sparire tra gli alberi. Non aveva compreso a pieno le sue parole, ma l’idea di esplorare lo terrorizzava ed eccitava al tempo stesso «Ho visto troppo poco, la mamma ha ragione» si disse. E così, preso coraggio, spiccò il volo e per la prima volta superò i suoi cinque metri dal nido. Durante il suo volo sentì diversi commenti su di lui, ma si costrinse ad ignorarli e andò avanti, concentrandosi invece sul memorizzare la strada e gli alberi che vedeva. Non sapeva bene da quanto stava volando, forse sette minuti o dieci, quando all’improvviso gli alberi del bosco s’interruppero lasciando posto ad un paesaggio di prati e basse costruzioni, alcune con recinzioni tutt’intorno: era giunto a un paese di umani. Ne aveva solo sentito parlare da suo padre, il quale gli raccontava sempre che le persone amavano ascoltare i loro concerti e molte volte li guardavano da lontano; diceva che non si avvicinavano mai troppo. Il giovane cardellino si ritrovò a volare tra quelle casette graziose, la maggior parte aveva dei fiori in vaso sui balconi; di tanto in tanto riusciva anche a scorgere i nidi delle rondini costruiti tra il tetto e il muro di quelle abitazioni. Quel luogo lo affascinava moltissimo, non solo per il paese in sé, ma anche per i suoi abitanti: vedeva le persone uscire ed entrare dai negozi, mangiare fuori intorno a dei tavoli vicino ai quali si radunavano molti passerotti nell’attesa di ricevere qualche briciola di cibo; inoltre, gli umani parlavano con strani accenti, ma privi di qualunque suono musicale tipico degli uccelli, non avevano neanche i ronzii di certi insetti e nemmeno il cupo brontolio degli orsi. Senza Nota stava giusto pensando a questo quando colse un suono, una melodia mai sentita prima che non poteva certamente appartenere ad un uccello, provenire da qualche parte lì vicino; incuriosito, si alzò di quota per avere più facilità ad individuare la provenienza di quella melodia. Si accorse ben presto di un gruppo di persone radunate davanti a un albero in un parco… e la musica arrivava proprio da lì! Il piccolo uccellino scese rapido e silenzioso fino ad andare a posarsi su uno dei rami di quell’albero, nascosto dal fogliame Questa musica è veramente bellissima, ed è proprio sotto di me! pensò emozionato guardando in basso, gli occhi fissi su un uomo che stava lì in piedi tenendo qualcosa nelle mani… ma non era immobile, eseguiva dei leggeri movimenti dolci, continuando a muovere un’asta sopra un oggetto di legno dalla forma particolare. La sorpresa di Senza Nota aumentò quando realizzò che era quell’oggetto a produrre la melodia, anche se non aveva idea di cosa fosse. Le ore trascorsero, il cardellino era rimasto tutto il tempo ad ascoltare l’uomo, che alternava i brani con delle brevi pause, e aveva anche notato che alcuni passanti si fermavano e poi lasciavano qualcosa in una custodia nera posta di fronte all’uomo; poi arrivò il momento di andare a casa Devo assolutamente scoprire dove abita questo signore Così, dopo pochi minuti di volo sopra di lui, lo vide entrare nel giardino di una casa; il cardellino si appostò velocemente tra i rami di un arbusto nel giardino, dal quale poté vedere l’uomo venire raggiunto di corsa da una bambina, che era appena uscita di casa. «Papà! Com’è andata oggi? Ti hanno ascoltato tante persone, vero? Sono sicura di sì, nel paese ormai ti conoscono bene tutti e anche i visitatori sono sempre interessati!» esclamò la piccola umana nel pieno dell’euforia. Il padre le sorrise con tenerezza «Chi sa apprezzare la musica sa anche riconoscere quella suonata col cuore. Un giorno ti unirai a me, Viola» «Non vedo l’ora! Sto già migliorando sai? Ora torno a studiare nuovi brani, l’insegnante me ne ha lasciati di bellissimi» detto ciò, Viola corse in casa. Anche lei sa produrre la musica? Senza Nota sentì di nuovo la tristezza farsi avanti dentro di lui. Ecco un padre musicista con una figlia futura musicista e, chissà, forse anche la madre era musicista! Il cardellino scosse la testa per scacciare quei pensieri e decise di osservare la bambina; si alzò in volo e andò a posarsi sul davanzale di una finestra aperta al piano terra. Ma dentro vide solo una donna adulta girare qua e là a fare chissà che cosa; si sporse un po’ per guardare meglio, quando udì un suono provenire dall’alto: un’altra musica, ma diversa da quella prodotta dal signore. Senza Nota raggiunse il davanzale di una finestra al piano superiore, aperta con un solo spiraglio, e guardò dentro, rimanendo nuovamente affascinato: la bambina era seduta davanti a un grandissimo “mobile” nero, e sembrava premere qualcosa che dava vita alla musica. Passò molti minuti accovacciato lì a godersi la melodia, arrivando anche sul punto di addormentarsi, e fu per questo che non si accorse subito che la bambina si era fermata per guardarlo; ci fece caso solo dopo pochi secondi, rendendosi conto che non udiva più alcun dolce suono, ma ormai la piccola umana era davanti alla finestra. «Ciao piccolino!» la sentì esclamare. Ci mancò poco che il cardellino cadesse di sotto per lo spavento, agitando le ali. «Oh, scusami! Non volevo spaventarti» riprese lei abbassando la voce e aprendo completamente la finestra «Che uccello sei? Di solito qui vedo solo rondini e passerotti. Tu sei più colorato!» «I-io sono… Sono un cardellino» pigolò lui riprendendosi a poco a poco, ma facendosi comunque più piccolo. «Che carino! Stavi ascoltando la musica vero? Mio papà ha detto di aver visto tanti uccelli al parco, eri lì anche tu?». Senza Nota annuì e volse lo sguardo al grande strumento nero. «Bello vero?» la bambina incrociò le braccia sul davanzale e ci appoggiò il mento sopra, sorridendo «Il mio papà suona il violino, quello che vedi qua è un pianoforte. Vieni dentro» si rimise dritta con un saltello allegro e camminò verso il suo strumento. L’uccellino esitò, poi volò dentro la camera e andò a posarsi su un lato del pianoforte, dal quale poteva vedere i tasti. «Immagino sia la prima volta che ne vedi uno. Dai, prova a saltellare sui tasti!» lo invitò Viola con allegria, sedendosi al proprio posto. Senza Nota la guardò sorpreso, poi osservò i tasti; scese sul primo con un saltino e sbatté le ali sorpreso quando questo produsse una nota bassissima. Viola rise «Quel lato parte dalle note più basse e cavernose! Vieni di qua». Il cardellino si spostò dall’altra parte e atterrò su un altro tasto, che questa volta intonò un bel suono alto e piacevole. La cosa cominciò a piacere molto al piccolo uccellino, che prese a spostarsi di qua e di là suonando quell’enorme strumento. Gli venne un’improvvisa voglia di cantare, ma si bloccò Non farti riconoscere pure dagli umani si spostò dai tasti tornando a posarsi sul lato, abbassando la testa. «Sei stato bravissimo!» lo applaudì la bambina «Ma perché ora sei triste? Magari cantare ti aiuterà, gli uccelli lo fanno sempre!» «Io non…» quella frase lo fece anche stare peggio «… Io non canto» «Veramente?» ora Viola lo guardava con stupore «Un uccellino come te non canta?» «Io no» «Tu no» ripeté Viola sbattendo gli enormi occhi «E perché no?». Il cardellino girò la testa afflosciando le ali «Non so cantare. Mi chiamano Senza Nota» «Senza Nota? Ma è terribile, che crudeltà!» esclamò lei sconvolta «Non ci credo che non sei capace. Dai, fammi sentire qualcosa!» Senza Nota volle assecondarla, solo per non prolungare ulteriormente quella tortura. E così aprì il becco lasciando uscire i suoni di un cinguettio stonato che era troppo basso o troppo acuto. Viola di tappò le orecchie per riflesso, ma ascoltò comunque «Non sei come gli altri, ma hai molte note a tua disposizione». Il piccoletto la guardò senza capire «Molte note a mia disposizione?» «Certo! Riesci a fare benissimo sia le note alte che quelle basse… Hey, ho un’idea! Canta questa» e schiacciò un Mi della scala centrale. Senza Nota cinguettò sopra, senza nemmeno sapere perché lo stesse facendo… Ma il suono che uscì non era un vero e proprio cinguettio, ma l’imitazione precisa del suono del pianoforte! «Sì! Vai con questa!» Viola ne suonò un’altra e Senza Nota la imitò perfettamente. E andarono avanti così per qualche minuto, poi la bambina passò a suonare un vero e proprio brano e il cardellino intonò i suoni di altri tasti che si adattavano alla melodia. «Sei un perfetto imitatore e crei delle armonie favolose! Aspettami qua, torno subito!» disse Viola correndo fuori dalla camera. So cantare! Anzi, imito il pianoforte! Era incredibile per lui, come se avesse appena scoperto un mondo nuovo. Viola tornò dopo pochi secondi in compagnia di suo padre, che aveva in spalla la custodia del violino «Lui è un caso davvero speciale, devi provare!» stava dicendo lei con entusiasmo. L’uomo si avvicinò al pianoforte e si abbassò per guardare bene il cardellino «Ciao piccolo, mia figlia dice che imiti le note del pianoforte e che sei molto bravo» sorrise togliendosi la custodia dalla spalla «Vogliamo fare un esperimento per vedere se sai imitare altro, vuoi provare?». Senza Nota annuì poco sicuro mentre lo osservava tirare fuori il violino. «Molto bene, cominciamo con qualcosa di facile» disse l’uomo e suonò un La prolungato, molto acuto, che il cardellino replicò subito; il procedimento fu uguale a quello usato per il pianoforte, quindi prima note singole e poi un brano completo. Anche questa volta, Senza Nota si dimostrò all’altezza. «Sei veramente straordinario piccolo, hai un dono speciale» gli disse il padre di Viola «Sono convinto che sei in grado di imitare ogni strumento musicale esistente» «Io ho… Un dono speciale?» balbettò l’uccellino con gli occhi spalancati. «Ma certo!» intervenne Viola «E io voglio cambiarti soprannome, perché quello che ti è stato dato non ha più alcun significato. TI chiamerai… Violin!». Violin, al culmine della felicità, volò a casa con la promessa di tornare da loro il giorno dopo. Arrivato al nido non perse tempo per raccontare alla sua famiglia dell’incredibile scoperta sul suo talento nascosto, e chiese loro di andare con lui in paese il giorno seguente; poté così farli assistere a quello che per lui era stato un miracolo. Si scoprì che replicava perfettamente anche l’arpa, suonata dalla madre di Viola, e qualunque altro strumento musicale disponibile in una scuola di musica lì in paese. La sua fama crebbe velocemente tra gli uomini e ci furono sempre più visitatori che volevano assistere ai concerti tenuti dalle persone insieme a Violin; anche tra gli animali si sparse in fretta la voce del suo talento e ben presto “Senza Nota” venne sostituito da “l’incredibile Violin”. Un giorno, prima di un concerto molto importante per la festa di Natale con la partecipazione di Violin, la sua famiglia e il gruppo di canto dei genitori, la madre del cardellino lo affiancò dandogli un colpetto sulla testa col becco «Hai visto Violin? Hai trovato il tuo talento, ed è unico tra tutti i cardellini». Era vero. L’uccellino era nato senza la tipica dote della sua specie, ma aveva trovato ben altro, qualcosa di altrettanto meraviglioso che potesse riempire tutti i cuori di gioia, felicità, meraviglia, amore… Violin aveva compreso che la vita sa essere imprevedibile, e che non bisogna abbattersi alle prime difficoltà e lasciare che queste ti facciano cadere in un baratro di tristezza. Invece, bisogna andare avanti perché solo così si avrà modo di scoprire la magia che si cela dentro di te, solo così potrà uscire allo scoperto e unirsi alla danza dei talenti del mondo.

Nota dell'autrice: scrissi questo questo breve racconto circa un anno fa, conservandolo in attesa di trovare una piattaforma sicura dove poterlo condividere; è pensato principalmente come storiella per i piccini, ma al tempo stesso racchiude un insegnamento e una narrazione che spero possano essere graditi anche dai più grandi. Mi farebbe piacere avere dei pareri, positivi o negativi, purché siano sempre costruttivi e rispettosi. Grazie a chiunque leggerà questa storia.

 
Continua...

from schizo

è difficile trovare qualcosa che soddisfi le mie esigenze di indipendenza ( #p2p ) e diffusione ( #activitypub )

qualcosa sembra muoversi su #solid , con lo sviluppo di #activitypod , ma siamo ancora in alto mare nell'implementazione di un #OMN (Open Media Network)… e così provo a ripartire da qui, #writefreely , completamente integrato in emacs/org-mode e, allo stesso tempo, federato

ho visto che WriteFreely v0.16 is finally here, and it brings a ton of improvements, especially for the fediverse! We've also fixed some long-standing issues, like hashtags on instances backed by MySQL 8.0.4+.; mi auguro venga aggiornata anche la versione qui, su https://log.livellosegreto.it/

 
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