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from kipple


Come è giusto che sia, perché è giusto sia così, non amo l'automobile. Mi piacevano i modelli di una volta come oggetti di design, sia fuori che dentro, ma ora sono tutte orrende. Fuori e dentro. Non amo l'automobile, ma l'ho ereditata e devo tenermela, serve per mia madre e in Italia non posso farne a meno. Faccio, fortunatamente, pochi chilometri all'anno, circa 1.200 così distribuiti: un 10% per andare da parenti tossici che abitano vicino, 15% per la spesa, 4% per “divertimento” e quel che resta tra ospedali, visite specialistiche e simili. Capirete: non amo l'automobile, specie quando decide di rompersi e farmi spendere ulteriori soldi che non potremmo permetterci. Stavolta c'è stato un problema ai fari, restavano fissi gli abbaglianti e non è bello accecare la gente, considerando pure che ne possono scaturire diverbi e risse. Appena possibile sono andato dall'elettrauto, abbiamo creduto di identificare la causa, sostituito il pezzo presumibilmente scassato e... niente, il malfunzionamento era ancora lì. Forse difettoso il ricambio? L'elettrauto rismonta il volante, piglia la sua macchinina, va dal rivenditore e torna. Proviamo il nuovo ricambio e niente, decide di andarne a prenderne un altro, di un'altra marca.

Il tempo passa, penso a quanto ne sto perdendo per una cosa che schifo ma devo tenermi, mi innervosisco; appena fuori, però, la strada è disseminata di pioppi, spogli in questo periodo di finto inverno. Visto che devo aspettare, mi avvicino e ci poggio la mano, tocco questa creatura splendida, non so quanti anni abbia, so per certo che venti anni fa era già di quelle dimensioni maestose. Non so se sia più vecchia di me, so per certo che arriverà a esserlo, che mi sopravvivrà, il contatto con la natura mi rimette, una volta in più, al mio posto. Una volta in più perché so benissimo quale è il mio posto su questo pianeta, ovvero quello di una cosa destinata a durare un battito di ciglia e di cui nessuno e niente si ricorderà. Questa cosa l'ho capita presto e ho imparato a accettarla, il pioppo me l'ha solo gentilmente ricordato.

Mi sono rilassato, molto, poi ho pensato alle persone che vanno nei boschi a provare questa esperienza in maniera più strutturata e profonda. Ho pensato a quegli orrendi servizi televisivi che ne parlano, imbarazzanti; ho pensato a quelle persone, che quei servizi orrendi ci mostrano come un po' strane, come se avessero un numero insufficiente di rotelle. Ho pensato che hanno ragione le persone che toccano gli alberi, le pietre, la natura e che hanno torto quelli che si infilano in una prigione ambulante alla prima possibilità, come se ciò rientrasse legittimamente nell'unico modo sensato e certificato di vivere la vita.

 
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from highway-to-shell

La strada brucia cantava Alan Sorrenti nel 1981 La strada uccide scrivono i giornalisti nel 2026

E niente, non ce la fanno, è più forte di loro: la cultura auto-centrica li ha resi schiavi di una narrazione che si ripete sempre uguale

Non ce la fanno a scrivere che le persone uccidono altre persone, che il camionista in questione è un assassino: il semplice fatto di non avere usato una pistola o un coltello lo assolve automaticamente da quell'infamia.

Così dobbiamo leggere che in Italia esistono delle strade assassine e dei tragitti letali, parole che se venissero lette da un virus sai come ci rimarrebbe male? Ce lo vedo a mandare una mail di protesta alla redazione rivendicando per sè l'aggettivo letale.

Il rasoio di Occam non si applica mai a danno del traffico stradale, se in quel tratto di strada gli incidenti sono così frequenti perché non vietare l'accesso ad automobili e camion? Si risolverebbe il problema alla radice.

Quale sarà il prossimo titolo? – Rotonda criminale – La corsia del terrore – Non percorrete quella strada

#giornalai #bike #automobili

 
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from Geografia - tra antico e moderno

Vi siete mai chiesti perché una carta geografica (il termine “mappa”, sebbene spesso venga usato impropriamente, indica solo carte a grandissima scala, come ad esempio quelle catastali) possa apparire molto diversa da un'altra, sebbene rappresenti la stessa porzione di territorio? La risposta si trova (anche) indagando lo scopo per cui quelle carte sono state realizzate.

Bisogna premettere che, nonostante attualmente risulti difficile immaginare una carta metricamente scorretta (prima o poi torneremo ad analizzare questo punto), prima della “riscoperta di Tolomeo” risalente al 1400 d.C. le carte geografiche non pretendevano di rappresentare fedelmente la realtà, seppure in scala.

Piccolo spoiler: non è realizzabile una carta che sia una fedele riproduzione della realtà, nemmeno con gli strumenti tecnologici a nostra disposizione attualmente e non sarà possibile neanche in futuro, per motivi strettamente tecnici e pratici.

Dovete sapere che le carte, di qualunque tipo, sono una rappresentazione simbolica e mediata della realtà, prodotto di una selezione operata dal cartografo sulla base dello scopo e del contesto. Grazie al lavoro di Brian Harley la carta geografica viene attualmente considerata al pari di un testo storico (si parla nello specifico di “testo cartografico”), per cui risulta necessario ricollocarla nel contesto di produzione per darne un'interpretazione corretta.

Ma cos'è il contesto di produzione? Può essere suddiviso in tre categorie: 1. Contesto del cartografo (che può essere anonimo, o la carta può essere il risultato del lavoro di più persone) 2. Contesto delle altre carte (si rapporta la carta da analizzare con altre carte, aventi delle caratteristiche in comune – autore, area, periodo o tipologia) 3. Contesto sociale (che guida la rappresentazione della carta in relazione al potere)

Si deve inoltre considerare che ogni carta è frutto della selezione degli elementi presenti realmente sul territorio. Indagando le omissioni, cioè i “silenzi”, è possibile ricavare maggiori informazioni che osservando ciò che la carta mostra. Questi silenzi possono essere di due tipi, “intenzionali” (dovuti a segreti militari, commerciali o forme di censura) e “non intenzionali” (derivanti unicamente dall'impossibilità di rappresentare ogni cosa, per via della scala). Questi ultimi però non sono silenzi “casuali”, il cartografo in base alle finalità della carta e ai limiti tecnici della stessa sceglie coscientemente cosa inserire e con quale simbologia.

Quindi, per riassumere, la rappresentazione cartografica è strettamente legata ai rapporti di potere, alla cultura e all'ideologia, è la materializzazione di un mondo sociale oltre che di quello fisico. Non è dunque giusto cercare di classificare e valutare le carte verificando quanto queste siano metricamente corrette, ma analizzandole secondo il metodo storico si rivelano essere degli utili testimoni ed espressioni del contesto di produzione.

Spero che questa piccola introduzione al mondo della cartografia storica si sia rivelata interessante e non eccessivamente confusionaria, e che quando vi capiterà di osservare una carta, oltre che ammirarne la bellezza, potrete soffermarvi anche a riflettere sulle sue finalità e sull'attento lavoro di selezione che il cartografo ha dovuto operare :)

 
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from Geografia - tra antico e moderno

Io sì. Ed è stato molto divertente finire a fare la magistrale proprio in questa disciplina. La verità è che, dopo una triennale in scienze forestali, volevo proseguire sul cammino della geomatica (se non sapete cos'è non preoccupatevi, non lo sa nessuno), ma non esistendo un corso di studi apposito sono finita a geografia.

La geografia che si impara a scuola, purtroppo, in genere è estremamente noiosa. Si tratta di imparare a memoria luoghi, numeri e poche altre cose, quando in realtà questa disciplina è decisamente affascinante e racchiude una vastità di argomenti incredibile, anche molto differenti tra loro. Si parla infatti di geografia fisica e di geografia umana, e queste due macro-categorie includono una serie molto lunga di sotto-discipline diverse. Insomma, anche se la geografia economica e politica può farvi schifo (come a me), potreste trovare appassionanti gli urban studies, o la geomorfologia.

In questo blog pubblicherò ogni tanto qualche informazione, probabilmente più interessante che utile, relativa a una di queste sotto-discipline geografiche. Non posso prevedere cosa deciderò ogni volta di pubblicare, ma probabilmente salterò da un argomento all'altro senza pretesa di continuità :)

Ah, il titolo del blog deriva dalla mia passione esagerata per la geomatica (il “moderno”) e il grande interesse per la cartografia storica (l'“antico”), quindi probabilmente vi troverete più post relativi a queste due categorie rispetto alle altre.

Con questo chiudo e prossimamente pubblicherò il primo “vero” post, appena avrò deciso l'argomento...

 
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from highway-to-shell

Il quotidiano La Repubblica è in sciopero

Mi sto chiedendo se sia possibile quantificare il danno che subirebbe l'informazione italiana in caso di vendita del Gruppo GEDI. E la risposta è si, è possibile: il danno sarebbe pari a ZERO.

Era più o meno il 2006 quando un luminoso Marchionne di cui è possibile ricordare solo i pregi senza evidenziare i difetti iniziava un lento ed inesorabile processo di deindustrializzazione della FIAT e di conseguenza di Torino, del Piemonte e dell'Italia (la delocalizzazione in Polonia e Turchia è antecedente ma la leadership italiana non era mai stata messa in discussione). Questi eventi si svolgevano nel silenzio più assoluto di sindacati, politici locali e nazionali e giornalisti che solo negli ultimi anni sembrano essersi accorti di un “problemino”. E qual è stato il ruolo del quotidiano in questione in questa vicenda? Nessuno, forse qualche sparuto trafiletto ma la mia personalissima opinione è che i dipendenti fossero tenuti a seguire una linea editoriale ben precisa, altrimenti non mi saprei spiegare il silenzio assordante che ha accompagnato l'Italia fuori dall'industria dell'automobile.

In definitiva se La Repubblica dovesse smettere di andare in edicola non ci sarebbe nessun impatto sulla libertà di informazione in Italia.

#torino #lavoro #capitalismo #giornalai

 
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from kipple


Scritto diverso dalle solite tristezze che mi caratterizzano, ma di sola tristezza non si vive e, a volte, si muore. Cosa vecchia, risale a un periodo in cui mi andava di scrivere cose ironiche, parodistiche, nell'intenzione divertenti, tutte accomunate dall'inutilità di fondo; intanto, una parentesi su quel che penso di Tony Scott e Top Gun, quello del 1986, non ho alcun interesse a vedere quello nuovo. Ho già dato.

Qualcuno ha detto che Tony è quello bravo dei fratelli Scott. No. Non nell'universo in cui viviamo. Non in universi paralleli o alternativi. Ha fatto anche cose buone, si dice così, ma Ridley Scott avrebbe potuto girare solo Alien e Blade Runner e poi andarsene in pensione in Portogallo, sarebbe rimasto un pilastro del cinema degli ultimi decenni e ci avrebbe evitato cose inspiegabili come Prometheus e compagnia brutta bella. Tra le cose buone di Tony Scott non c'è il montaggio insensato frenetico degli ultimi film, con tagli ogni due fotogrammi. Ho finito col testo barrato e con Tony Scott, adesso Top Gun. È un'opera di pura propaganda, nessun mistero. Come buona parte di un certo cinema, di una certa provenienza geografica. Contemporaneamente, è una pagliacciata che potrebbe solo scatenare risate e sarcasmo, invece... invece no, qualcuno l'ha preso sul serio, per qualcuno è un film di culto e per qualcuno Tony è il fratello bravo.

Bene, cioè, male: ho già straparlato di un film che non mi piace, diretto da un regista che non mi appartiene e interpretato, tra gli altri, da Tom Cruise che meno lo vedo e meglio è. A voi, un concentrato di Top Gun.


I piloti di caccia si svegliano verso le 10.30-11.00 e si dicono:

I: Ho una gran voglia di sfogliata riccia. M: Una frolla, per me. I: M, per una sfogliatella al top andiamo da Attanasio, alle spalle della stazione di Napoli.

Dalla base di Miramar, a nord di San Diego, parte uno stormo di F-14 accompagnato da una mezza dozzina di aerei per il rifornimento, con la scorta della USS Dwight D. Eisenhower. Sfogliatella e poi lungomare di Mergellina fatto tutto in moto, impennando, con sosta al chiosco per birra e taralli. Al ritorno, partita di beach volley per smaltire le calorie e seratona in discoteca. Il 27, stipendio accreditato automaticamente sul conto corrente.

 
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from Warp

Ciao Livello Segreto, buondì è un po' che non ci si sente, ma dietro le quinte stiamo comunque facendo bollire in pentola un po' di cosine che dovrebbero vedere la luce a breve (o forse no, d'altronde chi ci rincorre?).

Nel frattempo – come spesso accade in occasione dell'anno nuovo – Fabio ed io (Ed, ciao, se vedete che a volte parlo al singolare e a volte al plurale non fateci caso, non è delirio di onnipotenza, ma non abitudine a fare comunicati pubblici a più nomi) ci siamo trovati a fare qualche ragionamento sull'andamento di LS e dei servizi correlati.

Quest

A partire dal 15 febbraio (data assolutamente arbitraria) chiuderemo l'istanza Gancio di Livello Segreto (quest.livellosegreto.it). È stato un bell'esperimento che per motivi vari si è reso presto non-necessario (sono nate UN SACCO di altre istanze Gancio locali): funziona molto di più un'istanza direttamente costruita sul territorio che qualcosa relativo “all'online” su un territorio vasto come l'intera Italia. E poi, dai, beccatevi quante belle istanze ci sono attive: https://gancio.org/instances Sfruttatele e troviamoci dal vivo 💚

Monetine

L'altra questione è che stiamo ragionando un po' sul discorso finanziamento di Livello Segreto. Come abbiamo sempre detto, il progetto è “fieramente in perdita” perché è qualcosa in cui crediamo, ma va detto che i costi si fanno sempre più importanti visto anche l'afflusso di persone (che è una cosa super positiva eh!).

Guardando a questo 2026 – dove vorremmo rendere ancora più trasparente questo aspetto a chiunque –, il costo di Livello Segreto è di circa 270 (compresi Log e Lore) euro al mese e le donazioni totali ricevute sono 205,16 €. Cifra estremamente positiva presa da sola, ma tiene già conto di tutte le donazioni ricorrenti (significa che se una persona ha scelto di donare “un euro al mese” noi vediamo già i 12 euro tutti a Gennaio e non vedremo nulla a Febbraio).

Ora, parlare di soldini proprio non mi piace e non voglio che questa parte di articolo diventi una sorta di richiesta di denaro per tenere aperto Livello Segreto: non è così e il progetto continuerà ad andare avanti anche in questa forma. Ci teniamo però – non solo a livello di trasparenza, ma anche per il discorso di responsabilità che ci è molto caro – a farvi vedere direttamente come funzionano le cose dietro le quinte di un'istanza Mastodon di questo tipo.

Insomma: se vi piace quel che facciamo e volete lanciarci una monetina in faccia siamo molto contenti della cosa – e potete farlo da qui. Ma se non potete (o volete) farlo non vi preoccupate: Livello Segreto vi vuole bene e vi accoglie allo stesso modo 💚

Un abbraccio, Kenobit ed Ed.

 
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from Racconti di una Capra

Premessa: questo è un racconto pesante, tratta temi molto delicati in una narrazione che lascia volutamente l'interpretazione al lettore. Intendo dire che il concetto base magari risulta chiaro, ma a ognuno potrebbe comunque comunicare qualcosa di diverso e personale in base al proprio vissuto. Io ci ho messo del mio e, a chiunque leggerà, auguro che alla fine possa portare un po' di speranza e vicinanza. Buona lettura.

La terra è fredda. La posso sentire sotto i palmi, a contatto con i piedi nudi e le gambe scoperte, incrociate. Intorno a me non c'è il minimo suono, non l'alito del vento, il canto degli uccelli o il ronzio degli insetti, tutto è immobile. Niente è presente. Non saprei dire da quanto sono seduta a terra ferma come una statua, ma so che guardo senza vedere: sono in grado di dire che la terra è nera, così nera da sembrare catrame; e so che il cielo è scuro, di una tenebra che non ha nulla a che vedere con la notte; sono consapevole che qui non ci sono rocce, minerali, non è presente l'acqua, le piante non crescono, i semi non esistono e gli animali nemmeno. So che qui la vita non c'è. Ma non vedo realmente ciò che mi circonda. Non mi interessa vederlo. Perché so che intorno a me troverò sempre e solo quell'infinita desolazione. Nemmeno il vento è qui a tenermi compagnia. Sento solo un freddo profondo, che sembra arrivare direttamente dal cuore del ghiaccio. Percorre le membra, invade le vene e offusca la mente. Nella mia immobilità, osservo la vastità del vuoto con occhi spenti, quasi vitrei. I miei sensi sono ovattati e rallentati. Non so perché mi trovo qui, dovunque io sia... Non me lo ricordo. Se respirare non fosse automatico, credo che mi sarei dimenticata anche di quello. Qualcuno, vedendomi così, potrebbe domandarsi se io sia sotto ipnosi o qualcosa di simile. Qualcuno... Già, ma qui sono sola. Completamente sola. Un suono mi giunge improvvisamente all'orecchio, ma è così distante che non riesco a dargli un nome. Inclino leggermente la testa da un lato, come se questo movimento potesse aiutarmi a definirlo, ma non serve. A quel suono se ne aggiungono altri, confusi, distorti... dolorosi. Fanno male, non voglio più sentirli. Chiudo gli occhi e smetto di ascoltare, con la ferma volontà di farli sparire, mentre una parte di me vorrebbe aggrapparsi ad essi... A quei ricordi. In pochi istanti torna il silenzio immobile. Ma i miei senti sono meno assopiti, il corpo è meno intorpidito. No, non sto meglio. I muscoli si sono attivati come reazione istintiva al dolore: quei suoni hanno intensificato il freddo pungente. È come avere delle dita artigliate addosso, pronte a dilaniare ogni mia fibra. La terra è gelida. Non voglio più stare ferma. Devo muovermi. Con le pupille costantemente fisse in un punto vuoto, il corpo risponde al comando e mi alzo in piedi. Un passo. Un altro. Un altro ancora. Cammino lentamente, quasi in maniera meccanica, come se fossi solo un burattino. Un automa. Il mio sguardo non si sposta. Vado avanti aumentando gradualmente la velocità. In breve tempo mi ritrovo a correre, ma anche così non sento il vento, eppure l'aria è pesante e brucia i polmoni: entra dalla bocca socchiusa, scende per la gola addensandosi come se volesse soffocarmi. Fa male, ma continuo a correre più che posso. Non so dove sto andando, non so da cosa scappo. Ma so che non servirà, il dolore non passerà e io non ho dove nascondermi. La tetra landa oscura è senza fine, ovunque io vada sarà come rimanere immobile. Gli occhi si appannano di lacrime, bruciano e si gonfiano arrossati, anche se restano opachi e impassibili. Quando la sofferenza è troppa, il volto si trasforma in una maschera di apatia. Dolore annulla dolore, non è così? Tutto diventa troppo, e il troppo diventa sopportabile solo quando si smette di sentire. Ma prima o poi deve uscire. Freno bruscamente la mia folle corsa crollando in ginocchio e urlando tutto il mio dolore al cielo minaccioso... Gli occhi sofferenti. Grido talmente tanto da perdere la voce e finire le lacrime. Tengo la bocca aperta facendo respiri pesanti, cercando di riprendere fiato. Tutto il mio corpo trema, ma non per il freddo interiore che mi ha perseguitata tutto il tempo, e neanche per la stanchezza. Affloscio le braccia ai fianchi, le mani scorrono brevemente sul terreno. Quel terreno nero che ora più che mai sembra volermi inghiottire. Ma sono stanca. Correre non serve. Sono sfinita, voglio solo che tutto questo finisca. Basta. Abbasso lentamente la testa, gli occhi si fanno nuovamente spenti, fissi sul terreno. La terra è fine. La terra è... Ma quando penso di abbandonarmi completamente a me stessa, qualcosa attira le mie pupille. Qualcosa di sfocato e insolitamente colorato. Il barlume di vita negli occhi che ancora non è stato sopraffatto dal vuoto mi dà la forza di mettere a fuoco l'immagine e finalmente riesco a vederlo bene: è un fiore. Quel piccolo essere vivente è l'elemento che stona, quello non dovrebbe mai potersi trovare in un posto del genere. Quell'eccezione fa scorrere dentro di me un flusso tiepido che allevia il gelo. Risollevo la testa lentamente, di poco, lo sguardo fermo sul fiore. Lo osservo per vari istanti. Lo guardo. Lo vedo. Sento di volermi avvicinare, ma non ce la faccio ad alzarmi. Così mi trascino su quattro zampe cautamente, senza distogliere gli occhi da quella piccola forma di vita. Man mano che mi avvicino, quel flusso tiepido si fa caldo, dissolvendo a poco a poco il freddo tagliente. Mi fermo dinanzi al fiore e lo sfioro con le dita chiudendo gli occhi. Un sospiro tremante mi esce dalla bocca. Percepisco la presenza di entità benevole e familiari. Sento le tenebre arretrare e una luce calda diffondersi attorno a me. I miei sensi escono dallo stato di trance e sento chiaramente un morbido pelo e un naso umido a contatto col mio palmo; una mano solidale è posata sulla mia spalla e un'altra, amorevole, sul braccio. Apro gli occhi. La terra nera è svanita. Sono in una casa. Nella mia casa. Davanti a me due grandi occhioni scuri, incastonati in un musetto chiaro, mi trasmettono tutta la loro vicinanza mentre una coda scodinzola battendo sul divano. Al mio fianco una persona cara mi sta vicina senza pressioni, mi fa capire che lei c'è. Senza parlare. Nessuno dei due ha bisogno di parlare. Adesso ho capito, so come fuggire dalle tenebre. Calde lacrime scorrono lungo le mie guance. Lacrime liberatorie, perché adesso non sono più sola. Il dolore mi aveva fatto dimenticare... ciò che mi tiene ancorata al mondo. La terra è calda. La terra ha di nuovo i colori. E io voglio vivere.

Nota dell'autrice: arrivati fin qui, lasciatemi aggiungere un pensiero per voi. Risulterò banale, ma non importa. Una singola persona potrebbe essere quella che ti salva la vita; ma ci tengo anche a dire che, quando si sta troppo male, per qualsiasi motivo, chiedere aiuto non è debolezza, ma consapevolezza della propria difficoltà e denota la voglia di stare meglio. La vita è preziosa, ed è una sfida continua. Trovate con chi condividere gioie e dolori e ricordate che vivere e sopravvivere sono due cose diverse.

 
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from Racconti di una Capra

Tutti conosciamo il cardellino, vero? Non tanto per il suo splendido piumaggio, quanto più per il suo canto melodioso e armonioso che, non appena senti, ti riempie l’animo di vita e serenità. Ogni creatura possiede un’essenza diversa e quella del cardellino risiede nella sua voce, proprio come quella del pavone nella sua coda e quella del ragno nella sua tela: ecco cosa contraddistingue le specie le une dalle altre. Ma cosa accadrebbe se si nascesse privati di tale unicità? Questa sventura toccò a Senza Nota, un piccolo cardellino che non era in grado di cantare e che, a causa di questo, venne soprannominato in quel modo. I suoi genitori erano conosciuti per essere i migliori cantanti del mondo insieme a tre cuculi, cinque usignoli, un merlo, due pettirossi e un’aquila, e insieme si trovavano spesso per tenere dei concerti. Insomma, da due genitori del genere tutti si aspettavano una prole di grande talento, e così fu… almeno per quattro dei cinque figli. Tutti uscirono dal nido lanciando i tipici strilli dei pulcini appena nati, ma uno di loro emetteva versi alquanto insoliti e, a detta di chiunque l’avesse sentito, orribilmente striduli e stonati. I genitori ne rimasero molto sorpresi, ma erano buoni come il pane e trattarono tutti e cinque i piccoli in egual modo, senza mai screditare o far sentire inferiore il povero cardellino privo di talento; già, perché questo problema si rivelò costante anche nel corso del tempo, non ci fu nemmeno un briciolo di miglioramento nel canto dell’ormai soprannominato “Senza Nota” e purtroppo le voci si sparsero in fretta: non c’era un solo animale che non sapesse di lui, e se ne continuò a parlare anche mesi dopo la sua schiusa. «Ancora mi chiedo come facciano i genitori a continuare così» sentì dire da una giovane lepre un giorno, mentre faceva un volo nei pressi del suo albero «Tutti parlano di quel Senza Nota, ma loro si comportano come se lui fosse normale e la loro vita fosse quella di sempre. Negano la realtà, te lo dico io!» «Be’, non è neanche colpa loro, povere stelle, se lo sono ritrovato. E poi chi avrebbe potuto prevederlo?» gracidò un maschio di rana con un sospiro. «Certo, hai ragione… Per non parlare dei fratelli. Li ho visti, sai? Giocano con lui e passano molto tempo insieme, ma secondo me lo sopportano a fatica, semplicemente sono mossi da pietà. In fondo, chi non la proverebbe per quel poverello?» continuò la lepre mostrandosi dispiaciuta; poi scosse la testa prendendo un tono più altezzoso e velatamente sprezzante «Perlomeno quel piccoletto non si fa vedere molto in giro e soprattutto, evita di cantare. Ahimè! Le mie povere orecchie non ne potevano più di sentirlo esercitarsi! E poi, detto tra noi, è tutto tempo sprecato». Senza Nota tornò in fretta al nido, non volendo sentire altro; non c’era nessuno in quel momento, i suoi familiari erano certamente in giro Meglio così pensò lui, appollaiandosi nel nido e ruotando poi la testa sotto un’ala. Si sentiva infinitamente triste e demoralizzato. Era vero che non si mostrava molto, in effetti non si era mai allontanato per più di cinque metri dal suo albero; aveva paura di udire altri commenti taglienti sulla sua mancata unicità, e ogni volta che aveva provato a fare amicizia con qualcuno, negli occhi di quest’ultimo aveva visto solamente pena e sdegno. Mentre i brutti pensieri gli invadevano la mente, sentì improvvisamente un corpo caldo vicino al suo e un becco lisciargli le penne. «Mi dispiace mamma…» biascicò sollevando appena la testa. «Non hai alcun motivo per dispiacerti, piccolo mio» cinguettò lei con voce gentile. «Ma io sono il fallimento della famiglia!... Tu, papà e i miei fratelli non vi vergognate di me?» chiese tremante alzando lo sguardo sulla madre, la quale smise di pulirgli le penne «No, e non c’è stato un solo instante in cui non ti abbiamo amato. Ascoltami» sollevò un’ala e la portò sul dorso del figlioletto «Ogni specie è conosciuta per qualcosa, una dote innata che la rende unica. Ma unica nell’insieme della specie stessa. Vedi piccolo, tutti i cardellini sono famosi per il loro canto, io e tuo padre siamo solo particolarmente bravi, ma ciò non toglie che sia tutta la nostra razza ad essere riconosciuta per il richiamo. Ciò che voglio dirti è che anche tu sei speciale, solo che devi ancora trovare la tua unicità». Spostò l’ala dal giovane cardellino e fece un ampio gesto verso il bosco circostante «Hai girato troppo poco il mondo. Sono sicura che esplorare ti aiuterebbe molto» fece un cinguettio affettuoso e poi, spiegate le ali, si alzò in volo. Senza Nota la guardò sparire tra gli alberi. Non aveva compreso a pieno le sue parole, ma l’idea di esplorare lo terrorizzava ed eccitava al tempo stesso «Ho visto troppo poco, la mamma ha ragione» si disse. E così, preso coraggio, spiccò il volo e per la prima volta superò i suoi cinque metri dal nido. Durante il suo volo sentì diversi commenti su di lui, ma si costrinse ad ignorarli e andò avanti, concentrandosi invece sul memorizzare la strada e gli alberi che vedeva. Non sapeva bene da quanto stava volando, forse sette minuti o dieci, quando all’improvviso gli alberi del bosco s’interruppero lasciando posto ad un paesaggio di prati e basse costruzioni, alcune con recinzioni tutt’intorno: era giunto a un paese di umani. Ne aveva solo sentito parlare da suo padre, il quale gli raccontava sempre che le persone amavano ascoltare i loro concerti e molte volte li guardavano da lontano; diceva che non si avvicinavano mai troppo. Il giovane cardellino si ritrovò a volare tra quelle casette graziose, la maggior parte aveva dei fiori in vaso sui balconi; di tanto in tanto riusciva anche a scorgere i nidi delle rondini costruiti tra il tetto e il muro di quelle abitazioni. Quel luogo lo affascinava moltissimo, non solo per il paese in sé, ma anche per i suoi abitanti: vedeva le persone uscire ed entrare dai negozi, mangiare fuori intorno a dei tavoli vicino ai quali si radunavano molti passerotti nell’attesa di ricevere qualche briciola di cibo; inoltre, gli umani parlavano con strani accenti, ma privi di qualunque suono musicale tipico degli uccelli, non avevano neanche i ronzii di certi insetti e nemmeno il cupo brontolio degli orsi. Senza Nota stava giusto pensando a questo quando colse un suono, una melodia mai sentita prima che non poteva certamente appartenere ad un uccello, provenire da qualche parte lì vicino; incuriosito, si alzò di quota per avere più facilità ad individuare la provenienza di quella melodia. Si accorse ben presto di un gruppo di persone radunate davanti a un albero in un parco… e la musica arrivava proprio da lì! Il piccolo uccellino scese rapido e silenzioso fino ad andare a posarsi su uno dei rami di quell’albero, nascosto dal fogliame Questa musica è veramente bellissima, ed è proprio sotto di me! pensò emozionato guardando in basso, gli occhi fissi su un uomo che stava lì in piedi tenendo qualcosa nelle mani… ma non era immobile, eseguiva dei leggeri movimenti dolci, continuando a muovere un’asta sopra un oggetto di legno dalla forma particolare. La sorpresa di Senza Nota aumentò quando realizzò che era quell’oggetto a produrre la melodia, anche se non aveva idea di cosa fosse. Le ore trascorsero, il cardellino era rimasto tutto il tempo ad ascoltare l’uomo, che alternava i brani con delle brevi pause, e aveva anche notato che alcuni passanti si fermavano e poi lasciavano qualcosa in una custodia nera posta di fronte all’uomo; poi arrivò il momento di andare a casa Devo assolutamente scoprire dove abita questo signore Così, dopo pochi minuti di volo sopra di lui, lo vide entrare nel giardino di una casa; il cardellino si appostò velocemente tra i rami di un arbusto nel giardino, dal quale poté vedere l’uomo venire raggiunto di corsa da una bambina, che era appena uscita di casa. «Papà! Com’è andata oggi? Ti hanno ascoltato tante persone, vero? Sono sicura di sì, nel paese ormai ti conoscono bene tutti e anche i visitatori sono sempre interessati!» esclamò la piccola umana nel pieno dell’euforia. Il padre le sorrise con tenerezza «Chi sa apprezzare la musica sa anche riconoscere quella suonata col cuore. Un giorno ti unirai a me, Viola» «Non vedo l’ora! Sto già migliorando sai? Ora torno a studiare nuovi brani, l’insegnante me ne ha lasciati di bellissimi» detto ciò, Viola corse in casa. Anche lei sa produrre la musica? Senza Nota sentì di nuovo la tristezza farsi avanti dentro di lui. Ecco un padre musicista con una figlia futura musicista e, chissà, forse anche la madre era musicista! Il cardellino scosse la testa per scacciare quei pensieri e decise di osservare la bambina; si alzò in volo e andò a posarsi sul davanzale di una finestra aperta al piano terra. Ma dentro vide solo una donna adulta girare qua e là a fare chissà che cosa; si sporse un po’ per guardare meglio, quando udì un suono provenire dall’alto: un’altra musica, ma diversa da quella prodotta dal signore. Senza Nota raggiunse il davanzale di una finestra al piano superiore, aperta con un solo spiraglio, e guardò dentro, rimanendo nuovamente affascinato: la bambina era seduta davanti a un grandissimo “mobile” nero, e sembrava premere qualcosa che dava vita alla musica. Passò molti minuti accovacciato lì a godersi la melodia, arrivando anche sul punto di addormentarsi, e fu per questo che non si accorse subito che la bambina si era fermata per guardarlo; ci fece caso solo dopo pochi secondi, rendendosi conto che non udiva più alcun dolce suono, ma ormai la piccola umana era davanti alla finestra. «Ciao piccolino!» la sentì esclamare. Ci mancò poco che il cardellino cadesse di sotto per lo spavento, agitando le ali. «Oh, scusami! Non volevo spaventarti» riprese lei abbassando la voce e aprendo completamente la finestra «Che uccello sei? Di solito qui vedo solo rondini e passerotti. Tu sei più colorato!» «I-io sono… Sono un cardellino» pigolò lui riprendendosi a poco a poco, ma facendosi comunque più piccolo. «Che carino! Stavi ascoltando la musica vero? Mio papà ha detto di aver visto tanti uccelli al parco, eri lì anche tu?». Senza Nota annuì e volse lo sguardo al grande strumento nero. «Bello vero?» la bambina incrociò le braccia sul davanzale e ci appoggiò il mento sopra, sorridendo «Il mio papà suona il violino, quello che vedi qua è un pianoforte. Vieni dentro» si rimise dritta con un saltello allegro e camminò verso il suo strumento. L’uccellino esitò, poi volò dentro la camera e andò a posarsi su un lato del pianoforte, dal quale poteva vedere i tasti. «Immagino sia la prima volta che ne vedi uno. Dai, prova a saltellare sui tasti!» lo invitò Viola con allegria, sedendosi al proprio posto. Senza Nota la guardò sorpreso, poi osservò i tasti; scese sul primo con un saltino e sbatté le ali sorpreso quando questo produsse una nota bassissima. Viola rise «Quel lato parte dalle note più basse e cavernose! Vieni di qua». Il cardellino si spostò dall’altra parte e atterrò su un altro tasto, che questa volta intonò un bel suono alto e piacevole. La cosa cominciò a piacere molto al piccolo uccellino, che prese a spostarsi di qua e di là suonando quell’enorme strumento. Gli venne un’improvvisa voglia di cantare, ma si bloccò Non farti riconoscere pure dagli umani si spostò dai tasti tornando a posarsi sul lato, abbassando la testa. «Sei stato bravissimo!» lo applaudì la bambina «Ma perché ora sei triste? Magari cantare ti aiuterà, gli uccelli lo fanno sempre!» «Io non…» quella frase lo fece anche stare peggio «… Io non canto» «Veramente?» ora Viola lo guardava con stupore «Un uccellino come te non canta?» «Io no» «Tu no» ripeté Viola sbattendo gli enormi occhi «E perché no?». Il cardellino girò la testa afflosciando le ali «Non so cantare. Mi chiamano Senza Nota» «Senza Nota? Ma è terribile, che crudeltà!» esclamò lei sconvolta «Non ci credo che non sei capace. Dai, fammi sentire qualcosa!» Senza Nota volle assecondarla, solo per non prolungare ulteriormente quella tortura. E così aprì il becco lasciando uscire i suoni di un cinguettio stonato che era troppo basso o troppo acuto. Viola di tappò le orecchie per riflesso, ma ascoltò comunque «Non sei come gli altri, ma hai molte note a tua disposizione». Il piccoletto la guardò senza capire «Molte note a mia disposizione?» «Certo! Riesci a fare benissimo sia le note alte che quelle basse… Hey, ho un’idea! Canta questa» e schiacciò un Mi della scala centrale. Senza Nota cinguettò sopra, senza nemmeno sapere perché lo stesse facendo… Ma il suono che uscì non era un vero e proprio cinguettio, ma l’imitazione precisa del suono del pianoforte! «Sì! Vai con questa!» Viola ne suonò un’altra e Senza Nota la imitò perfettamente. E andarono avanti così per qualche minuto, poi la bambina passò a suonare un vero e proprio brano e il cardellino intonò i suoni di altri tasti che si adattavano alla melodia. «Sei un perfetto imitatore e crei delle armonie favolose! Aspettami qua, torno subito!» disse Viola correndo fuori dalla camera. So cantare! Anzi, imito il pianoforte! Era incredibile per lui, come se avesse appena scoperto un mondo nuovo. Viola tornò dopo pochi secondi in compagnia di suo padre, che aveva in spalla la custodia del violino «Lui è un caso davvero speciale, devi provare!» stava dicendo lei con entusiasmo. L’uomo si avvicinò al pianoforte e si abbassò per guardare bene il cardellino «Ciao piccolo, mia figlia dice che imiti le note del pianoforte e che sei molto bravo» sorrise togliendosi la custodia dalla spalla «Vogliamo fare un esperimento per vedere se sai imitare altro, vuoi provare?». Senza Nota annuì poco sicuro mentre lo osservava tirare fuori il violino. «Molto bene, cominciamo con qualcosa di facile» disse l’uomo e suonò un La prolungato, molto acuto, che il cardellino replicò subito; il procedimento fu uguale a quello usato per il pianoforte, quindi prima note singole e poi un brano completo. Anche questa volta, Senza Nota si dimostrò all’altezza. «Sei veramente straordinario piccolo, hai un dono speciale» gli disse il padre di Viola «Sono convinto che sei in grado di imitare ogni strumento musicale esistente» «Io ho… Un dono speciale?» balbettò l’uccellino con gli occhi spalancati. «Ma certo!» intervenne Viola «E io voglio cambiarti soprannome, perché quello che ti è stato dato non ha più alcun significato. TI chiamerai… Violin!». Violin, al culmine della felicità, volò a casa con la promessa di tornare da loro il giorno dopo. Arrivato al nido non perse tempo per raccontare alla sua famiglia dell’incredibile scoperta sul suo talento nascosto, e chiese loro di andare con lui in paese il giorno seguente; poté così farli assistere a quello che per lui era stato un miracolo. Si scoprì che replicava perfettamente anche l’arpa, suonata dalla madre di Viola, e qualunque altro strumento musicale disponibile in una scuola di musica lì in paese. La sua fama crebbe velocemente tra gli uomini e ci furono sempre più visitatori che volevano assistere ai concerti tenuti dalle persone insieme a Violin; anche tra gli animali si sparse in fretta la voce del suo talento e ben presto “Senza Nota” venne sostituito da “l’incredibile Violin”. Un giorno, prima di un concerto molto importante per la festa di Natale con la partecipazione di Violin, la sua famiglia e il gruppo di canto dei genitori, la madre del cardellino lo affiancò dandogli un colpetto sulla testa col becco «Hai visto Violin? Hai trovato il tuo talento, ed è unico tra tutti i cardellini». Era vero. L’uccellino era nato senza la tipica dote della sua specie, ma aveva trovato ben altro, qualcosa di altrettanto meraviglioso che potesse riempire tutti i cuori di gioia, felicità, meraviglia, amore… Violin aveva compreso che la vita sa essere imprevedibile, e che non bisogna abbattersi alle prime difficoltà e lasciare che queste ti facciano cadere in un baratro di tristezza. Invece, bisogna andare avanti perché solo così si avrà modo di scoprire la magia che si cela dentro di te, solo così potrà uscire allo scoperto e unirsi alla danza dei talenti del mondo.

Nota dell'autrice: scrissi questo questo breve racconto circa un anno fa, conservandolo in attesa di trovare una piattaforma sicura dove poterlo condividere; è pensato principalmente come storiella per i piccini, ma al tempo stesso racchiude un insegnamento e una narrazione che spero possano essere graditi anche dai più grandi. Mi farebbe piacere avere dei pareri, positivi o negativi, purché siano sempre costruttivi e rispettosi. Grazie a chiunque leggerà questa storia.

 
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from schizo

è difficile trovare qualcosa che soddisfi le mie esigenze di indipendenza ( #p2p ) e diffusione ( #activitypub )

qualcosa sembra muoversi su #solid , con lo sviluppo di #activitypod , ma siamo ancora in alto mare nell'implementazione di un #OMN (Open Media Network)… e così provo a ripartire da qui, #writefreely , completamente integrato in emacs/org-mode e, allo stesso tempo, federato

ho visto che WriteFreely v0.16 is finally here, and it brings a ton of improvements, especially for the fediverse! We've also fixed some long-standing issues, like hashtags on instances backed by MySQL 8.0.4+.; mi auguro venga aggiornata anche la versione qui, su https://log.livellosegreto.it/

 
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from schizo

L’ex presidente dell’ordine regionale commenta il piano di assetto idrogeologico elaborato dall’Autorità di bacino: «Servono tempo e risorse, due cose che scarseggiano»

Le scelte fatte e non fatte da chi ha governato il territorio negli ultimi decenni e i cambiamenti del clima, dovuti anche alle azioni dell’uomo, mettono la Romagna di fronte a un periodo di incertezze e rischi per la sicurezza idrogeologica. È la sintesi estrema del lavoro di analisi svolto dall’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po per elaborare il corposo progetto di variante al piano per l’assetto idrogeologico (Pai) che comprende i fiumi romagnoli. Il Pai è lo strumento conoscitivo, normativo e tecnico-operativo mediante il quale sono pianificate e programmate le azioni, gli interventi e le norme d’uso riguardanti la difesa dal rischio idrogeologico del territorio…

https://www.ravennaedintorni.it/societa/2026/01/22/il-geologo-fiumi-trascurati-per-anni-e-ora-presentano-il-conto-da-pagare/

 
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from Does GLaDOS dream of electric sheeps?

Le porte dell'ascensore si aprirono e Joseph Connorway entrò all'interno della Soglia, sezione Freak Events Task Force, con un passo lento. Aveva il cappotto appoggiato sul braccio destro, mentre con la sinistra si stava togliendo la borsa a tracolla, quando urtò una delle scrivanie degli agenti speciali. Non disse niente, non salutò nessuno, non prima di essere entrato nel suo ufficio, oltre il laboratorio di ricerca, e di aver riposto la sua roba. Per chi lavorava nella Task Force già da un po', era piuttosto inusuale che Connorway fosse distratto. Solitamente era di fretta: “c'è sempre una faccenda burocratica da sbrigare. Sempre”. Per questo la dottoressa Cory, che come ogni mattina era vicino al ripiano della cucina, versò del caffè in due tazze e si avvicinò al collega. “Tieni Connorway, prima di addentrarti nella tua tana e addormentarti sulla scrivania, bevi questo”, la dottoressa Cory gli mise in mano la tazza bollente e lo obbligò a sedersi. Dopo aver preso un sorso, Connorway sembrò rilassarsi e fece qualcosa a cui pochissime persone potevano dire di aver assistito. “Sai Cory, oggi sono un po' distratto, credo di aver fatto un sogno riguardo il mio primo caso”. La dottoressa fissò allibita il collega, quasi le avesse detto di aver scoperto la relazione tra viaggio nel tempo e la pausa bagno: stava per condividere un momento della sua vita e durante l'orario di ufficio? Assurdo. “Intendi il tuo primo caso per la Task Force?” 
”No, intendo il mio primo caso nella vita, fortunatamente privo di avvenimenti strambi. Ero al liceo e ho aiutato un amico che stava per finire in prigione” “Non sapevo avessi amici”, gli rispose Cory, che nel frattempo si era quasi strozzata per ridere della sua stessa battuta. Pessima battuta, pensò Connorway, ma decise di ignorarla. Quella mattina si sentiva in vena di condividere. Anche perché non c'era molto da fare e la Task Force era in un periodo un po' morto. “Ho avuto pochi amici, uno dei primi è stato David Wallace, che in una giornata di fine marzo era stato accusato di aver rubato dei soldi alla scuola. Ovviamente non poteva essere stato lui, era mio amico e io non frequento malviventi”. Cory roteò gli occhi senza nascondere il disappunto per lo smisurato ego di Connorway, ma non poteva sprecare questa preziosa occasione. Gli chiese di raccontare e Connorway cominciò.


Era circa mezzogiorno e io e David stavamo per uscire dalla lezione di scienze, dopo aver concluso un interessantissimo esperimento sull'accelerazione angolare. La professoressa Sheila Ferguson, una donna sulla quarantina dagli abiti troppo larghi per il suo esile corpo, gli chiese di riportare gli strumenti elettronici utilizzati per gli esperimenti di fisica. Il liceo di Blythville non era molto grande e tutti gli oggetti di valore, la strumentazione e quant'altro, venivano tenuti in una sola stanza. David prese le chiavi dalla professoressa e portò al suo posto il carrello. Io nel frattempo andai in mensa e ci ritrovammo dopo una decina di minuti per pranzare assieme e andare all'ultima lezione del giorno. Era una giornata come un'altra e non c'era nulla di diverso dal solito: compiti, un giro al paese e poi di nuovo a casa per cenare e guardare Battlestar Galactica. Anche il giorno dopo sembrava l'ennesimo uguale agli altri. Come ogni mattina incontrai David nel parcheggio, vicino alle bici e andammo agli armadietti discutendo dell'episodio della sera precedente. Arrivammo all'armadietto che non avevamo neanche commentato il colpo di scena finale, quando cominciarono le stranezze. Un'occhialuta e impacciata Debby Kirkwood si mise a parlare con David. Non era strano perché eravamo entrambi degli sfigati, era strano perché Debby era stata la migliore amica di David prima di mettersi con Martin Strutt, la stella promessa della squadra di football, nonché ex-migliore amico di David. Non ho mai capito bene cosa fosse successo, ma da trio, David tagliò i ponti facendoli diventare un duo. Poco tempo dopo Martin e Debby si misero insieme. Comunque, lei gli chiese come stesse e altre domande molto specifiche. Per essere la sua ex-migliore amica sembrava piuttosto interessata a cosa avesse fatto nell'ultimo periodo e la conversazione andò avanti fino al suono della campanella. Me lo ricordo bene perché nel frattempo mi stavo annoiando talmente tanto che mi misi a parlare dell'episodio con Freddy il puzzolente. Lui era più sfigato di noi, se non lo avessi capito dal soprannome. Entrai in classe con David e seguirono un paio di interminabili ore di Storia, prima che il preside Byrne non diede l'annuncio all'interfono con voce un po' affannata: le lezioni erano sospese fino al giorno dopo. Non fece in tempo a finire la frase che il secondo dopo sembrava di essere all'ultimo giorno di scuola da quanto baccano c'era. Ragazzi e ragazze che urlavano e correvano via dalla classe a tutta velocità. Anche io e David ci alzammo per andarcene, ma all'uscita ci bloccò una figura corpulenta e dai lunghi baffi. Il preside fermò David, mentre a me disse di andare avanti. Loro due, invece, sarebbero andatati nel suo ufficio. Cominciarono a camminare, ma io rimasi immobile. Sentii il mio corpo ribaltarsi e il mio cervello attivarsi. Pensai che forse era successo qualcosa ai genitori di David. Forse il padre aveva avuto un incidente in auto, d'altronde viaggiava molto per lavoro. Sì, non c'era altra spiegazione logica. In quel momento successe una cosa molto strana, probabilmente dovuta all'adolescenza: nonostante fossi ligio alle regole, decisi di seguire di nascosto David e Byrne per capire cosa fosse successo. Quando ripresi coscienza dei dintorni ormai tutti se ne erano andati e nel corridoio c'ero solo io. Corsi per mettermi in coda agli ultimi studenti che stavano uscendo, ma invece di dirigermi al parcheggio, feci il giro dell'edificio, saltai la siepe che divide il parco degli studenti da quello degli insegnanti e mi diressi sul retro. Il giardiniere Willy di solito lasciava la scaletta per potare gli alberi vicino la rimessa, la usai per arrampicarmi fino al primo piano e spiare all'interno della stanza del preside.

David era seduto su una sedia, mentre il preside era in piedi vicino all'insegnante di educazione fisica, Tusk. Nessuno sembrava essersi accorto della mia presenza, soprattutto David, che al momento fissava il pavimento con gli occhi sbarrati. Non era che la conferma di quello che avevo pensato: ai suoi era successo qualcosa di grave. Ma cosa c'entrava Tusk? Pochi millisecondi dopo, arrivò la risposta. Quando Tusk parlò, era furioso, ma soprattutto brandiva un cacciavite in maniera minacciosa nei confronti di David. Non mi dovetti neanche appoggiare alla finestra per sentire le parole che mi fecero capire che la situazione era più grave del previsto. “Wallace mi devi dire dove sono finiti quei soldi, è inutile continuare questa pagliacciata. Il cacciavite e le chiavi della stanza erano nel tuo armadietto. Avresti dovuto organizzare un piano migliore se non volevi farti beccare. Ora dimmi dove sono i soldi e chiederemo alla polizia di non metterti in galera per più di una notte”. Non potevo credere che David avesse rubato dei soldi. Non avrebbe avuto motivo per farlo. Entrambi odiavamo ardentemente il football, ma David non aveva problemi di soldi e per quanto ne sapessi non era cleptomane. C'era decisamente qualcosa che non tornava, qualcuno lo aveva incastrato e io, in qualità di studente geniale e amico di David, lo avrei aiutato a uscire da quella storia.

 
Continua...