Kenobit

Pensieri sovversivi in bassa risoluzione

In questi giorni mi sento su una zattera nella burrasca. È uno di quei momenti in cui i pensieri e i sentimenti sono così tanti che diventano rumore bianco. Assordante, sfiancante. Solo una cosa mi è stata chiara da subito: questo dolore così intimo Instagram non se lo merita. Mi fa vomitare l'idea di regalare il ricordo del mio amico a una piattaforma che lo userebbe come contenuto usa e getta. E visto che è prezioso, non vorrei mai che venisse deformato dai suoi meccanismi.

Però di parlarne ho bisogno, perché è il mio modo di elaborare le cose. Più che di un social network, in questo momento ho bisogno della mia rete sociale, e so che c'è. Non sarò diventato ricco e famoso ma, facendo le cose a modo mio, negli anni ho trovato tante persone che mi vogliono bene e mi fanno sentire meno solo. Le piattaforme sono disumane, noi no. So che ci siete.

C'è una voce che mi dice che devo attraversare questo momento di lutto in maniera consapevole, senza anestetizzarmi. Sento di dover salvare i pensieri di questo momento così difficile, perché forse un giorno troverò un senso che ora mi sfugge. Non ho mai tenuto un diario, ma ho sempre invidiato chi sapeva farlo. Sento che scrivere mi farà bene.

Se vi va, leggetemi. Sappiate solo che tratterò argomenti un po' intensi. Ho paura, ma cominciamo.

Continua...

In un recente post ho parlato dei motivi per cui ho deciso di continuare a usare Instagram per comunicare i miei progetti. È una scelta sofferta, perché è un luogo che mi intristisce e mi fa sentire un prodotto, ma sono convinto che in questo momento sia quella giusta per i miei scopi.

Affinché lo sia realmente, però, è cruciale che ridefinisca il rapporto che ho con il social. Cosa gli do? Quanto e quando? E soprattutto, cosa ricevo in cambio?

Se ci poniamo queste domande e osserviamo freddamente le risposte, senza lasciarci intortare dalle bugie che le condiscono, emerge un chiaro rapporto di potere tra noi e la piattaforma. Quando diciamo che “Instagram ci serve per lavoro”, stiamo già usando la parola chiave giusta: LAVORO. Ed è proprio il concetto di lavoro che dobbiamo mettere a fuoco, per riprendere le redini di ciò che facciamo e non diventare vittime di uno sfacciato furto di tempo.

Questo post contiene le strategie di guerriglia social che ho elaborato in questo periodo. Posso ottenere ciò che voglio dalla piattaforma senza cadere nella sua trappola? Scopriamolo insieme.

Continua...

STEREO è una piattaforma di streaming musicale gratuita e autogestita.

Offre all’utenza le stesse funzionalità di Spotify, ma non ha pubblicità ed è fondata sulla cooperazione tra artistǝ, invece che sulla competizione.

Caricare musica su STEREO è gratis. Ascoltarla è gratis. Non c’è monetizzazione perché non ci sono pubblicità/sponsor/paywall, ma l’utenza è incoraggiata a sostenere direttamente lǝ artistǝ/band che ama.

STEREO, come Spotify, funziona da qualsiasi computer o cellulare. Se vuoi scoprire di più su questa realtà, vuoi contribuire e/o vuoi metterci anche la tua musica, ecco alcune FAQ sul suo funzionamento.

COS’È STEREO? STEREO è un’istanza Funkwhale e fa parte del Fediverso, una realtà fatta di piattaforme che parlano una lingua comune, il protocollo ActivityPub. Un’internet fatta di ponti, invece che di barriere.

Immagina di avere un solo account, sulla piattaforma che più ti piace, e di poterlo usare per seguire tutte le cose che ti interessano. È come se potessi seguire un account di Twitter da Facebook, usare il tuo profilo Twitch per commentare un video di YouTube o trovare nella timeline di Instagram la nuova release di un*artista su Spotify.

Funkwhale è un software libero e open source. Significa che mai nessuno potrà comprarlo o cambiarlo senza il nostro consenso. È una piattaforma decentralizzata, senza capi. All’atto pratico, è un luogo digitale autogestito.

COME SI SOSTIENE, SE NON C’È MONETIZZAZIONE? STEREO verrà sempre gestito in maniera trasparente, anche dal punto di vista economico. Al momento, il costo del server è molto contenuto e viene assorbito dal progetto Tele Kenobit e dal collettivo che lo gestisce.

Sarà un luogo a offerta libera. Chi vorrà, potrà sostenerlo con una donazione tramite Liberapay (per donazioni ricorrenti) o Paypal (per donazioni una tantum). L’idea è che sia sostenuto da chi può permettersi di farlo, in modo che sia gratis anche per chi non può farlo.

E se diventerà così grande da avere costi significativi, potremo finanziarlo con concerti, benefit e iniziative varie. Non è una startup, non è un’azienda privata. È della collettività.

COME SI FA AD AVERE UN ACCOUNT? Per avere un account basta iscriversi. Non è necessario farlo per ascoltare musica, ma è carino per gestire le proprie playlist. Gli account normali non hanno la possibilità di caricare musica.

COME FACCIO A CARICARCI LA MIA MUSICA? Al momento il processo di caricamento della nuova musica è gestito dal collettivo di STEREO. Il motivo è molto semplice: trattandosi di un software ancora giovane, la procedura non è esattamente immediata e affinché tutto sia in ordine preferiamo occuparcene in prima persona.

Se vuoi la tua musica su STEREO, scrivi a kenobit@protonmail.com.

Avremo bisogno di: * Un’immagine per il profilo (1400x1400) * Un testo/bio per il profilo, che includa anche il link per supportare la band/artista * Il genere della musica (anche a grandi linee, solo per fini di indicizzazione)

Poi, per ogni album, ci servirà: * La copertina (1400x1400) * Gli MP3 dei brani, a 192 o 320 kbps, già taggati

GESTISCO UN’ETICHETTA E/O UNA REALTÀ CHE COINVOLGE MOLTE BAND. VORREI POTER CARICARE MUSICA IN AUTONOMIA. SI PUÒ? Sì. L’idea di STEREO è di formare alleanze concrete e di reclamare il piacere di collaborare e fare cose insieme. Entra in contatto con noi tramite kenobit@protonmail.com. Conosciamoci, parliamo, facciamo amicizia.

Ti creeremo un account e ti spiegheremo per filo e per segno come caricare i dischi.

SE È UNA REALTÀ COLLETTIVA E AUTOGESTITA, COME MAI È SU KENOBIT.IT? STEREO nasce nell’ambito del progetto di Tele Kenobit, che si propone di divulgare l’esistenza delle piattaforme libere tramite l’arte, creando spazi digitali condivisi basati sul software libero. Il messaggio è semplice: le alternative ci sono, ma dobbiamo iniziare a usarle per spostare gli equilibri del feudalesimo digitale.

Al momento si chiama STEREO.KENOBIT.IT per due motivi.
1. È hostato sui server di Tele Kenobit ed è sostenuto dal suo budget 2. Fa parte di un progetto di comunicazione delle piattaforme libere, insieme ad altri servizi di Tele Kenobit (Peertube, Owncast, Castopod, etc.). Lo scopo è ottimizzare gli sforzi comunicativi per divulgare l’esistenza di questi spazi.

Detto questo, lo scopo è decentralizzare, non accentrare. Superata la fase di lancio, potremo decidere insieme il futuro di STEREO. Banalmente, potremmo decidere di spostarlo su un altro dominio e di fissare incontri regolari per il collettivo, aperti a tuttǝ.

QUALSIASI TIPO DI MUSICA VA BENE? Tendenzialmente sì, ma con due precisazioni.

La prima è importantissima: uno spazio di libertà rimane libero finché rispetta la libertà di tutte le persone che lo attraversano. Questo vuol dire che non è il posto adatto per musica sessista, razzista, omolesbobitransfobica e/o fascista.

La seconda riguarda le risorse che abbiamo a disposizione. Visto che sono limitate, vi chiediamo di proporci progetti realizzati con cura e di proporci cose belle e fatte con amore. Insomma, non usateci come servizio di storage per demo incomplete. Per il resto, ogni genere è benvenuto.

QUALSIASI TIPO DI PODCAST VA BENE? Stesso discorso della musica. Se hai dubbi, scrivici!

Per qualsiasi altra domanda, scrivi pure a kenobit@protonmail.com

Questo post serve a raccogliere le foto delle edizioni 2023 e 2024 dello Scanlendario, finalmente acquistabili come stampe fineart in alta qualità. Tutto il ricavo, come nel caso dello Scanlendario, va ai progetti di mutuo aiuto dell'Ex OPG di Napoli. Le foto sono di Nicola Bernardi! Questo post è una sorta di catalogo per poi preordinarle su Bigcartel.

Super Nintendo
SNES

Megadrive
MEGADRIVE

Vampire
VAMPIRE

Virtual Boy
VIRTUAL BOY

Atari Lynx
ATARI LYNX

PC Engine
PC Engine

GameCube
GameCube

Intellivision
Intellivision

NES
NES

Game Boy
Game Boy

ZX Spectrum
ZX Spectrum

PSP
PSP

Analogue Pocket
Analogue

Meta Quest 3
meta

Playdate
Playdate

PS5
PS5

Steamdeck
Steamdeck

Miyoo Mini Plus
Miyoo

Dreamcast
Dreamcast

Neo Geo Pocket
NeoGeo

Xbox Series S Xbox

Nintendo Switch
Switch

Vectrex
Vectrex

Commodore 64
C64

Questo post fa parte del lavoro di ricerca e sperimentazione che sto portando avanti con Tele Kenobit. Se vuoi scoprire di cosa si tratta o vuoi sostenere i miei sforzi, fai un salto sul mio Liberapay. Se vuoi seguire il mio viaggio verso la libertà, iscriviti alla mia mailing list, la Settimana Sovversiva!

Io Instagram lo farei esplodere con un cannone orbitale. Penso a tutto il tempo che mi ha rubato, ma anche ai danni concreti che ha inflitto alla società. Il barman di Meta ci serve un cocktail letale di alienazione e iperindividualizzazione, che ci fa sentire solǝ nei nostri dolori e nelle nostre paure. La fame chimica di like ci mette in competizione tra noi, vendendoci l'illusione di un mondo in cui tuttǝ sono vincenti, tranne noi. I postumi della sbornia saranno terrificanti.

Sono fermamente convinto che creare, usare e supportare spazi online alternativi e autogestiti non sia un capriccio, ma una necessità. Se vogliamo riscoprire il potere della solidarietà e della cooperazione, dobbiamo rivendicare luoghi in cui volerci bene, ottimizzati per la nostra socialità invece che per la vendita di pubblicità. Tra Livello Segreto e il progetto di Tele Kenobit, tutte le mie energie sono rivolte in quella direzione, anche perché credo che i social commerciali, pur presentandosi come una roccaforte inespugnabile, siano in realtà un castello di carte.

Eppure uso Instagram per promuovere i miei progetti. Perché?

Ha senso usare una piattaforma tossica per lottare per il cambiamento? E non solo: ha senso utilizzarla per la promozione di un qualsiasi progetto, sia esso artistico, hobbistico o commerciale? La risposta non è scontata e richiede una riflessione strategica.

Per quanto l'idea di fuggire e rintanarci nelle nostre isolette felici sia allettante, il tema della promozione nell'era del feudalesimo digitale deve essere affrontato in maniera lucida, senza cedere a facili manicheismi. Se vogliamo scardinare il monopolio dell'attenzione instaurato da Instagram, dobbiamo prendere atto della sua esistenza ed elaborare strategie per contrastarlo.

Anche perché, diciamolo, rifiutare lo sfruttamento non significa necessariamente rinunciare alla possibilità di diffondere le proprie idee e trovare persone con cui condividerle.

La prima domanda da porci è: ne vale la pena?

Al momento è innegabile che il grande pubblico sia su Instagram. Per quanto il concetto di “grande pubblico” sia una trappola (della quale parleremo in futuro), la piattaforma rimane un luogo nel quale si annidano centinaia di persone potenzialmente interessate a ciò che abbiamo da dire. La visibilità è governata da un algoritmo non trasparente, ma la possibilità di raggiungerle, se pur in minima parte, è concreta.

Farlo ha un prezzo. Affinché i nostri post non siano come quel famoso albero che cade nella foresta e nessuno lo sente, dobbiamo sacrificare tempo prezioso sull'altare del content. Come dimostrano i tantissimi articoli con le strategie per “avere successo su Instagram”, l'utilizzo della piattaforma deve essere continuativo, regolare, pianificato e capace di cavalcare i trend del momento.

La divinità dell'algoritmo è misteriosa e capricciosa, quindi i gesti rituali da eseguire per appagarla cambiano di frequente e senza preavviso (tanto che esiste un'intera categoria professionale che li studia), ma possiamo riassumerli così:

  • Postare con regolarità
  • Interagire con i commenti sotto i propri post, per aumentare l'engagement
  • Usare il proprio account per commentare i post di account affini e/o popolari
  • Studiare l'evoluzione della piattaforma e usare gli strumenti che sta boostando per i suoi obiettivi di mercato (poco tempo fa erano i Reel, domani chissà)
  • Pianificare i propri contenuti in base ai risultati di cui sopra
  • Creare gli asset che verranno pubblicati

Questa cosa ha un nome: LAVORO. Volendo fare i pignoli è pure lavoro non pagato perché, a prescindere dai potenziali risultati promozionali, genera valore per Instagram, che grazie ai contenuti dell'utenza può vendere spazi pubblicitari e addestrare le macchine neurali delle sue IA. Su Instagram siamo vetrinisti e allestiamo la vetrina che noi stessi guarderemo. Kafka avrebbe avuto qualcosa da dire in proposito, ma non divaghiamo.

Se ci viene chiesto un simile investimento di tempo ed energie, dobbiamo valutare in maniera oggettiva i risultati che otteniamo. A parità di abilità e lavoro svolto, un account con 100.000 follower otterrà molto più di un account con un migliaio di seguaci. È lapalissiano, ma implica l'esistenza di una soglia sotto la quale il gioco non vale la candela.

Se investo quattro ore a settimana su Instagram e i miei post fanno meno di un centinaio di like e una manciata di commenti, come la stragrande maggioranza di quelli che vengono pubblicati tutti i giorni, devo guardare la situazione in modo obiettivo e chiedermi: “Questa risposta è proporzionata al mio impegno?”

In moltissimi casi, la risposta è no.

La fallacia è che farlo abbia comunque senso, perché “se non sei sui social non esisti” e “Instagram è fondamentale”. Di questo ci hanno convinto, ma è la più grande delle bugie, anche perché ci sono tipologie di contenuti che, semplicemente, non funzionano.

Concedetemi una provocazione: se quattro ore di lavoro mi fanno raggiungere al massimo una decina di persone reali (dove con persone reali non intendiamo il numero di like, ma di esseri umani che andranno effettivamente a fruire di ciò che voglio promuovere), avrei avuto più risultati stampando 100 fotocopie e andando in giro per strada a distribuirle a mano. Nel momento in cui smettiamo di considerare Instagram l'unica via possibile, le nostre energie recuperano il loro peso e la loro importanza.

C'è chi considera questo lavoro un investimento volto alla crescita del proprio account. In effetti, è esattamente un investimento, e come tale va giudicato. La somma che investiamo non è da poco, perché quelle quattro ore a settimana, nell'arco di un anno, diventano più di otto giorni del nostro tempo. Crescere non è impossibile, ma è poco probabile, soprattutto su una piattaforma già matura e assestata. La dinamica è simile a quella degli schemi Ponzi: chi arriva presto ha un rientro concreto e crea una promessa di successo che attira nuova gente. Quella nuova gente, salvo eccezioni rarissime, non raggiungerà mai gli stessi traguardi, ma si limiterà ad arricchire gli account già affermati. Guardando in quest'ottica la nostra crescita, possiamo facilmente capire in che punto della piramide ci troviamo.

Alla luce di queste valutazioni, credo che per la stragrande maggioranza dei progetti indipendenti Instagram non sia una risorsa, ma una trappola. Tutto questo discorso è partito dalla domanda che mi sono posto all'alba del progetto Tele Kenobit, al quale ho deciso di dedicare tutte le mie energie del 2024, con l'obiettivo di intrattenere e al tempo stesso divulgare la realtà delle piattaforme federate e autogestite. Dopo tutto questo pippone, mi pare onesto dirvi la conclusione a cui sono giunto, nel più trasparente dei modi, numeri alla mano.

Al momento della stesura di questo articolo ho circa 11.000 follower. Un numero minuscolo rispetto allǝ influencer, ma non irrilevante, almeno sulla carta. Analizziamo gli insight di tre post.

post di instagram per il lancio di Pixel

Questo è un post andato benissimo. È diventato quasi virale e ha raggiunto moltissima gente che non mi seguiva. Il risultato concreto è stato l'arrivo di centinaia di persone su PIXEL. Una vittoria, inutile girarci intorno.

post di instagram di lancio di Tele Kenobit

Questo post ha funzionato, almeno a livello di numeri. Non ho modo di misurare l'impatto diretto che ha avuto, ma sono convinto che abbia aiutato.

post promozionale dei decostruttori

Questo post è stato un flop, perché ero in shadowban per aver scritto “Palestina libera” nel post precedente. Ho raggiunto un quinto della gente che mi segue e le interazioni sono state pressoché nulle, nonostante si trattasse di artwork incredibili, fatti da Luca Font.

Ci sono post che hanno funzionato un po' meno, ma questo campione è attendibile. Ecco le conclusioni a cui sono giunto.

Instagram non è affidabile e sarebbe una follia basare interamente la comunicazione del mio progetto su di esso, soprattutto alla luce degli shadowban. Mi occupo spesso di battaglie e temi caldi, quindi il rischio che il duro lavoro venga ricompensato con una sospensione del mio account è sempre dietro l'angolo. Tutto quello che costruisco su Instagram non è realmente mio. Il vero investimento saggio, in quest'ottica, è il Fediverso.

Nel mio caso specifico, il rapporto dare/avere di Instagram è accettabile, almeno per il momento. Lo scopo del mio progetto attuale è divulgare le criticità dei social commerciali e proporre alternative open e libere, e il malessere su Instagram si sta rivelando un terreno fertile per quei discorsi. Inoltre, ironicamente, l'algoritmo a volte mi aiuta, perché i post di critica e polemica tendono a innescare meccaniche di condivisione ed engagement. Per quanto mi faccia schifo, Instagram è sensato a livello strategico per la comunicazione del mio progetto. Dico “per il momento”, perché ho intenzione di riesaminare la situazione ogni mese.

Il Fediverso è il futuro. Quello che costruiamo qui rimane nostro, quello che costruiamo su Instagram è solo in prestito. Su Instagram devo investire costantemente energie per ricordare alla piattaforma che esisto. Il posizionamento vantaggioso/accettabile che ho al momento richiede un mantenimento impegnativo. Devo fare fatica per comunicare le cose che faccio, e farlo mi toglie il tempo per fare le cose. Sul Fediverso, invece, le cose che faccio si comunicano da sole e chi mi segue ha tutti gli strumenti per scoprirle, senza perdersi nulla. È la differenza tra l'avere una struttura che lavora per me e il dover lavorare per una struttura. Anche volendo fare un discorso di numeri, ciò che il Fediverso ci restituisce è più abbondante e concreto, al netto dell'ovvia differenza di bacino d'utenza. Su Livello Segreto ho più condivisioni e più risposte (bonus: le risposte non sono tre emoji del fuoco e hanno spesso qualcosa da dire). Inoltre, mentre Instagram è progettato per metterci in competizione, il Fediverso ci offre strumenti incredibili per la cooperazione. Ho dei piani per iniziare a sfruttarli, di cui vi parlerò molto durante quest'anno. Non abbiamo ancora colto né esplorato il loro potenziale e credo che ci sorprenderanno.

Userò Instagram, ma alla luce di queste riflessioni è urgente ridefinire il rapporto che ho con la piattaforma. Instagram è un luogo di lavoro tossico e ho intenzione di trattarlo come tale. Ho elaborato e messo in pratica delle strategie alle quali dedicherò un post a parte, ma il succo è che ho confinato il suo uso a una dimensione strettamente professionale, ben circoscritta in un breve momento della giornata, e che ho preso provvedimenti affinché non sconfini nella mia vita personale e nella gioia di curare i miei progetti su piattaforme libere.

Sono convinto che il giorno in cui potrò smettere di usarlo del tutto non sia troppo lontano.

Alla luce delle riflessioni di questo articolo, penso che moltissimi progetti indipendenti, professionali o amatoriali che siano, sprechino energie preziose stando su Instagram, e che in ogni caso tuttǝ dovremmo quantomeno rivedere il rapporto che abbiamo con la piattaforma, analizzando con freddezza ciò che diamo e che riceviamo.

A proposito di potenzialità del Fediverso, se volete potete seguire questo blog da qualsiasi piattaforma federata. Vi basta cercare @kenobit@log.livellosegreto.it. Potete persino commentare direttamente lì o boostare questo post. Parlavamo di strumenti che lavorano per noi, no?

Oggi parte ufficialmente il piano che ho per il 2024. La più grande sfida sarà raccontarlo, perché ha varie parti mobili ed è frutto di tantissimi ragionamenti. Per fortuna, il concept è semplice e sono convinto che il modo più potente per chiarirlo sia metterlo in atto. A fine di archivio, anche nell'ottica della produzione del manuale/libro, riporto qua sotto le slide che ho creato per Instagram. E colgo l'occasione per riflettere sulla prima, grande domanda: in un progetto di liberazione dal feudalesimo digitale, ha senso comunicare su Instagram?

Dopo tanto lavoro dietro le quinte per tirare su i server e le piattaforme, è giunto il momento di svelare il progetto. Visto che molte delle persone che mi seguono sono ancora su Instagram, ho deciso di preparare delle slide. Prima riflessione: crearle mi è costato molto lavoro. Teniamo a mente questa parola, perché è la chiave di volta del nuovo rapporto che voglio con la piattaforma di Zuckerberg.

prima slide

La scelta della bomba non è casuale. Dico sempre che su Instagram bisogna comunicare con le bombe a mano, bisogna urlare per farsi sentire in un mare di content. Questa esigenza di fare rumore per farsi notare è un perfetto esempio di come le dinamiche delle piattaforme influenzano persino la forma di ciò che facciamo.

seconda slide

Ironico, vero, dover scrivere il testo sulle immagini per farsi leggere?

terza slide

Di Tele Kenobit avrei voluto parlare molto di più, anche perché ho pronto il palinsesto dei primi tre mesi e non vedo l'ora di condividerlo, ma volevo chiarire il concetto che intorno a Tele Kenobit orbiterà un ecosistema di servizi. Una dimensione parallela dove facciamo le stesse cose, quelle che amiamo, ma smettiamo di regalarle alle aziende (e le regaliamo invece alla collettività).

tele kenobit

videoteca

stereo

Dietro le quinte, si stanno muovendo tantissime cose, sul fronte di Stereo. Non sono l'unico artista che odia Spotify e che non vede l'ora di organizzare qualcosa di collettivo. Presto, oltre alla mia musica, vedrete anche tantissimǝ altrǝ artistǝ.

podcast

mail

La mailing list è la chiave di volta di tutto il progetto. In questo 2024 farò tante cose, tra Fediverso, eventi e concerto, tutto nell'ottica di questa impresa. Con la mail settimanale (oggi spedirò la prima!) avrete la sicurezza di non perdervi niente. Anche perché, diciamolo, il bello di fuggire dalle piattaforme commerciali è che i contenuti smettono di essere effimeri e restano lì ad aspettarti. È un sistema più rispettoso del mio tempo, e del vostro. Iscrivetevi!

obiettivi

Sugli obiettivi tornerò, ma con un post su questo blog. Dover comunicare con le bombe a mano ci impedisce di raccontare le sfumature, e le sfumature sono importantissime. E sono pure belle. Io non voglio una vita senza sfumature.

call to action

Ho lavorato un giorno intero per trovare queste parole e per fare le grafiche. Ripetiamo la parola: LAVORO. L'obiettivo di questo progetto non è fare l'eremita, buttare tutti i miei vestiti e coprirmi le pudenda con una botte, stile Diogene.

Voglio ridefinire il mio rapporto con queste piattaforme. Al momento è innegabile come gran parte del pubblico sia su Instagram e affini. Questo oligopolio dell'attenzione è esattamente uno dei problemi che dobbiamo affrontare, ma non possiamo ignorarlo. Non ancora, se non altro.

Ho investito del tempo per creare queste slide e oggi ne investirò dell'altro per curare il post su Instagram, rispondendo ai commenti per aumentare l'engagement ed entrare nelle grazie dell'algoritmo. Mi piace farlo? Assolutamente no. Vedo l'ironia del tutto? Certo che sì. Lo sto vivendo come un lavoro e penso che sia fondamentale riflettere sul concetto.

Quando qualcuno mi dice “Eh, ma Instagram mi serve per lavorare,” nella mia testa si susseguono molti pensieri.

Il primo è che, in moltissimi casi, il fatto che “serva” è un'illusione. Chi ha account con pochi follower ha spesso un rientro risibile, rispetto al tempo investito. In quel caso, se è un lavoro, è lavoro malpagato.

Il secondo è: benissimo, l'hai detto tu. Stare su Instagram è LAVORO. Se dici che ci stai perché devi promuovere un'attività, un libro, un disco, un locale, stai affermando che la piattaforma è un luogo di lavoro. Non c'è niente di male e io non ho alcun diritto di metterci becco, anche perché un luogo di lavoro lo è anche per me.

Semplicemente, se lo interiorizziamo come lavoro, dobbiamo fare in modo che il lavoro occupi uno spazio adeguato nella nostra vita. Se Instagram è un luogo di lavoro, guardare reel sul divano dopo cena è un po' come restare in ufficio a fissare il monitor. La sovrapposizione tra luogo di lavoro e luogo di svago è uno dei più grandi inganni di Meta e forse il primo che dobbiamo smontare.

Sono stanco del content.

E forse anche il content è stanco, a ben pensarci.

Sono dieci anni che faccio il “content creator”, tra Twitch, YouTube e un altro paio di piattaforme ormai defunte. Insieme ai miei soci ho prodotto migliaia di ore di trasmissioni in diretta sui temi che mi appassionano: i videogiochi, la musica, la tecnologia, la politica. Questo percorso mi ha dato grandi soddisfazioni, inutile negarlo. Mi ha fatto conoscere persone incredibili e ha gettato le basi di una comunità affiatata e solidale, che spesso, negli ultimi anni, mi ha fatto sentire meno solo. A scanso di equivoci e al netto delle critiche che sto per muovere, rifarei tutto.

Detto questo, la vita da streamer si è rivelata anche una catena.

Le piattaforme commerciali che popoliamo, da Instagram a Twitch, si nutrono di “content”, ossia del contenuto che allestisce la vetrina, attira lo sguardo dei passanti e permette di vendere spazi pubblicitari. Per questo deve essere costantemente rinnovato, aggiornato, svecchiato. Chi vuole rimanere rilevante deve produrlo con costanza, possibilmente a intervalli regolari, cavalcando le onde dell'algoritmo per rimanere nelle sue grazie.

Il content è un severo maestro. Non ci sono vacanze, malattie, festività.

La competizione è spietata, perché la guerra per le briciole di visibilità ci mette le une contro gli altri. Anche chi vince, sotto sotto, perde.

Ed è così che ciò che nasceva come svago diventa fonte di ansia e stress. La produzione costante è logorante, anche perché l'accelerazione delle piattaforme fa sì che i ritmi siano sempre più intensi e serrati.

So di non essere solo, se dico di essere stanco. Questo sistema di produzione non è sostenibile, né per noi, né per la nostra creatività. Vedo una sproporzione immane tra ciò che diamo alle piattaforme e ciò che riceviamo in cambio. Sento che la frusta dell'iperproduttività sta limitando i nostri orizzonti, spingendoci a produrre contenuti effimeri invece che opere pensate per durare.

Penso che sia il momento di rimettere tutto in discussione.

Sì, ma come? Ho un piano concreto, al quale dedicherò tutto il 2024. Lo metterò in atto, lo documenterò e vi racconterò l'esperienza. Smetterò di essere una vending machine del content e farò un passo verso il passato, perché sono convinto che il futuro non sia nella direzione in cui stiamo andando adesso.

Nel 2024, Tele Kenobit sarà la mia bottega rinascimentale. Sarà piccola, ma sarà mia. Da un lato sarà un progetto artistico, dall'altro sarà un'opera di esplorazione e divulgazione lunga un anno.

Nei prossimi giorni vi racconterò esattamente cosa intendo.

Sono emozionato. Mandatemi le vostre energie!

(E se volete iscrivetevi alla mia mailing list, rigorosamente autogestita e autohostata, dove terrò le fila del progetto!)

Per festeggiare il lancio di PIXEL, abbiamo pensato di rilanciare la #FestaBusta, uno dei primi eventi nati su Livello Segreto. Se non la conoscete e volete scoprirne la storia, QUI trovate il numero di WARP nel quale abbiamo presentato la prima edizione. Ma continuate a leggere, perché questa edizione sarà speciale.

La #FestaBusta è la sagra del “boost”, la funzione che vi permette di ricondividere con i vostri follower le cose che più vi piacciono del fediverso. È come il retweet di Twitter, il reblog di Tumblr, la condivisione di Facebook...

Il bello, però, è che noi non siamo negli angusti spazi dei social commerciali, ma sul Fediverso, ossia un internet fatto di ponti, invece che di barriere. Nel Fediverso potete ricondividere contenuti non solo da Mastodon, ma anche da Pixelfed, Bookwyrm, Friendica, Misskey e in generale da qualsiasi piattaforma federata.

Questo vuol dire che potrete condividere post interessanti da tutti i meandri dell'ecosistema di Livello Segreto (LORE, PIXEL, QUEST, LOG) e del Fediverso in generale. La #FestaBusta è un evento pensato per prendere dimestichezza con le potenzialità di condivisione libera che abbiamo al di fuori dalle piattaforme commerciali.

Partecipando, contribuirete anche alla crescita del Fediverso, facendo in modo che sempre più persone scoprano account e progetti interessanti. Alla fine dell'evento, le timeline federate saranno più ricche e tuttx avranno delle home più vivaci e popolate.

Come funziona? Se volete farvi conoscere, fate un post in cui raccontate chi siete e cosa fate, o più semplicemente con un contenuto che vi rappresenta: un disegno, una canzone, una poesia, una riflessione... insomma, vale tutto. Ricordatevi di usare l'hashtag #FestaBusta!

Se volete diffondere la gioia della festa, andate sull'hashtag #FestaBusta e boostate a volontà le cose che più vi piacciono. Ricordate che su Livello Segreto e su tutti i suoi social l'algoritmo è cronologico, quindi i boost sono un atto di gratuità che non vi costa niente in termini di visibilità.

Perché anche la visibilità, su Livello Segreto, è un bene collettivo. Ovviamente nulla vi obbliga a boostare solo post marcati #FestaBusta. Anzi! Vi incoraggiamo a scandagliare il Fediverso in cerca di account interessanti, per condividerli con il resto della comunità!

Ovviamente, il fatto che questa festa coincida con la nascita di PIXEL non è un caso. Potete partecipare sia da Livello Segreto, sia da PIXEL! E potete boostare post di PIXEL su Livello Segreto e viceversa!

Insomma, la #FestaBusta è un incrocio tra una sagra di paese e un'occasione di apprendimento sulle meccaniche del Fediverso. Se avete domande o dubbi, magari perché siete appena arrivatx, chiedete senza paura. La comunità di Livello Segreto non vede l'ora di spiegarvi tutto!

Ho scritto questi paragrafi qualche mese fa, prima di iniziare la zine sul Fediverso che spero di pubblicare presto. Avevo scartato queste parole, perché ho finito con l'affrontare gli stessi concetti in altri punti del testo, ma oggi colgo l'occasione per pubblicarle qui sul blog. In questi giorni, mentre osserviamo su Instagram una vera e propria censura sui post sulla Palestina, il discorso sulla complessità mi sembra più che mai attuale. Dobbiamo affrontarlo, altrimenti cadremo sempre tra le braccia del “male minore”.

A dirla tutta, il Fediverso non è per niente complicato. Avete mai usato l'email? Concepite il fatto che una mail con dominio “virgilio.it” possa comunicare agevolmente con una mail con dominio “hotmail.com”? Ecco, la mail è una realtà federata e viene usata senza problemi in tutto il mondo, più o meno dall'avvento di internet. Un dominio email è come un'istanza di Mastodon, a livello funzionale. Non a caso, i nickname di Mastodon sono nomeutente@nomeistanza!

Potremmo parlare di come una realtà invasiva come Google abbia reso l'email più simile a un servizio centralizzato, ma questo è un altro discorso. Il fatto è che il concetto di federazione non è astruso e fa già parte della nostra vita di tutti i giorni.

Ma torniamo alla complessità. Rivendichiamola! Perché sì, Mastodon è senza dubbio più “complicato” di Facebook, Twitter, Instagram, TikTok e affini, e c'è un motivo valido. I social commerciali vivono di pubblicità e dati personali, e sono progettati espressamente per attirare il maggior numero possibile di utenti. Dietro alla loro estrema semplicità si nasconde un sistema straordinariamente complicato, quello degli algoritmi che decidono quali contenuti ricevono più visibilità. Questa apparente intuitività è l'equivalente informatico di un pilota automatico: è innegabilmente comodo, ma usarlo è un atto di fede.

Il Fediverso funziona in modo trasparente e prevede che l'utenza faccia un piccolo sforzo per capirne i meccanismi. Se i social occupano una parte così centrale della nostra vita quotidiana, essere consapevoli di come si muovono i loro ingranaggi è più che mai importante, in primis per la nostra sicurezza. Tornando alla metafora automobilistica, sapere come funzionano il cambio e il volante ci permette di andare esattamente dove vogliamo, senza bisogno di un insondabile pilota automatico. Non serve essere meccanici per guidare una Panda, così come non serve essere hacker per godersi tutto ciò che il Fediverso ha da offrire.

Riprendere in mano il volante è cruciale anche per avere voce in capitolo sulla direzione in cui stiamo andando. Negli ultimi dieci anni avete notato un progressivo deterioramento della qualità delle nostre interazioni online? Ricordate con affetto la profondità dei blog e vedete nei balletti di TikTok il sintomo di un tragico impoverimento culturale? Quando si fanno questi discorsi, spesso si arriva alla conclusione che la gente sia stupida e che il peggioramento sia inevitabile. La trovo una spiegazione errata, pigra e financo presuntuosa.

Le piattaforme non sono neutrali e il modo in cui sono progettate determina i confini dell'uso che ne facciamo. La deriva sociale e culturale di cui sopra è il prodotto di un sistema che ci vuole consumatori, interessato solo ai nostri bulbi oculari e alla loro capacità di vedere prodotti invitanti da comprare. Non è un caso se l'evoluzione dei social commerciali punta sempre più su pillole di contenuti da 15 secondi, da consumare bulimicamente una dopo l'altra, passivamente, fino a che il confine tra content e pubblicità non si fa labile. Se lo scopo di un social è venderci vestiti e gadget, è ovvio che non sarà il luogo più adatto per la nostra crescita personale. Se lo spazio in cui ci incontriamo e ci confrontiamo è un chiassoso centro commerciale, è inevitabile che la sostanza ceda il passo all'apparenza.

Liquidare i problemi dei social dicendo che la gente è stupida è un puntare il dito verso il basso, ignorando la vera fonte del problema e facendola passare liscia a chi, trattandoci come prodotti, ha impoverito la discussione online, allontanandoci.

Rimuovendo la pubblicità dall'equazione, il Fediverso mette al centro la socialità, il confronto, le sfumature. Usarlo e diffonderlo è molto più potente che lamentarsi della povertà dell'ultimo trend dei reel di Instagram. Ci permette di remare in direzione opposta alla deriva culturale, rimettendo a fuoco le cose più importanti e coltivando uno spazio collettivo dove “la gente” possa arricchirsi, crescere e interagire in modi significativi. Seminiamo voglia di fare cose insieme!

Il prezzo da pagare è accettare un pizzico di complessità e vederla come un'occasione, invece che come un'ostacolo. Se vi sfugge qualche dettaglio del Fediverso, chiedete. Il bello di Mastodon, Pleroma e affini è che sono pieni di persone che sono già passate da quel momentaneo disorientamento e saranno felici di aiutarvi. Vedetela come la prima quest che vi viene assegnata nel Livello Segreto.

Ciao! Sono Kenobit. Suono il Game Boy, organizzo cose nell'underground e sono uno dei fondatori di Livello Segreto. Questo è il mio blog, dove raccoglierò pensieri e idee per immaginare il futuro.
I primi post riguarderanno una zine/rivistina che sto scrivendo con l'obiettivo di promuovere il Fediverso, rivolgendomi a chi ancora non ha messo a fuoco il problema delle piattaforme commerciali. Questa sarà l'introduzione. Fatemi sapere cosa ne pensate!

Abbiamo un problema.

I social network hanno assunto un'importanza cruciale nelle nostre vite, pervadendone quasi ogni aspetto. Li usiamo per comunicare, informarci, svagarci e spesso anche per lavorare o promuovere le nostre attività. Eppure, nonostante il ruolo centrale che rivestono, sono in mano a una manciata di aziende private che li utilizzano per aumentare i loro profitti.

In barba alla promessa della parola “social”, realtà come Instagram, TikTok, Facebook e Twitter non sono ottimizzate per farci socializzare. Gli algoritmi che determinano quali post appaiono con più frequenza nei nostri feed sono progettati ad arte per aumentare il tempo che dedichiamo alle piattaforme, e di conseguenza la quantità di pubblicità che possiamo assorbire con i nostri bulbi oculari. Non hanno come obiettivo il nostro arricchimento personale, né tantomeno la crescita di una rete di persone unite e solidali.

Gli stessi algoritmi imparano a conoscerci, accumulando immani quantità di dati sulle nostre vite personali, per proporci contenuti mirati e soprattutto per consentire agli inserzionisti di creare campagne pubblicitarie precise come laser, in grado di sfruttare le nostre debolezze per venderci prodotti, trend e idee.

Questi fenomeni hanno visto una vertiginosa accelerazione nel periodo pandemico, durante il quale il baricentro delle nostre vite si è ulteriormente spostato verso la dimensione online. Avete per caso avuto la sensazione che la gente si sia incattivita? Che le conversazioni costruttive abbiano lasciato spazio a inutili litigi? Che la società si sia polarizzata al punto da non riuscire più a confrontarsi, dando vita a un popolo diviso in fazioni che ricordano le tifoserie calcistiche?

C'è un motivo. L'algoritmo privilegia i contenuti divisivi, perché i battibecchi online aumentano a dismisura l'engagement e le interazioni con i post. I litigi portano commenti, insulti e condivisioni, fino a innescare un circolo vizioso per il quale trascorriamo sempre più tempo sulle app, dove siamo per giunta più vulnerabili ai loro meccanismi (studiati e affinati costantemente per sfruttare leve psicologiche e dinamiche in tutto e per tutto sovrapponibili a quelle delle tossicodipendenze).

Tutto questo non è complottismo. Lo sappiamo con certezza grazie ai “Facebook papers”, un leak comprensivo di decine di migliaia di documenti ad opera di Frances Haugen, ex product manager e data engineer per Facebook. I grandi nomi dei social media commerciali sanno perfettamente che stanno danneggiando la società, ma il loro business è la vendita di pubblicità, quindi fanno smaccatamente finta di niente e vanno avanti per la loro strada.

Non siamo diventatǝ più stupidǝ o più cattivǝ. Semplicemente, i nostri luoghi di incontro, un tempo pubblici e liberi, sono diventati privati. Se una volta ci trovavamo in piazza, ora ci riuniamo in un enorme centro commerciale, nel quale ironicamente siamo noi stessǝ ad allestire le vetrine con i nostri contenuti. Siamo una forza lavoro ignara e non pagata, costretta a mendicare umanità in un luogo progettato per estrarre valore dal nostro desiderio di socialità.

La collettività diventa così una galassia iperindividualizzata e competitiva, nella quale sempre più persone si sentono sole, insoddisfatte e inadeguate.

È una prospettiva demoralizzante, ma l'obiettivo di questa zine è guardare oltre, verso un futuro che ci appartiene. Ci riprenderemo internet, insieme, anche se al momento sembra impossibile. Abbiamo già gli strumenti per farlo, dobbiamo solo iniziare a usarli. Scopriamoli insieme e ribelliamoci al feudalesimo digitale.