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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

È inizio Maggio, sono indietro di due mesi, ma quel reazionario guerrafondario del mio insegnante di scienze motorie delle superiori mi inculcò che “barcolli, ma non molli”, per cui ecco il mio articolo di Marzo per la Sagra Indie Web del Fediverso italiano lanciata dal mio admin locale Ed Tamarro & Antifascista (sì Ed, continuerò a citare in ogni intro il tuo nick mensile, stacce).

Bilanciare i pixel e gli atomi (di nuovo)

Scrivo queste righe dopo una primavera piuttosto piena in cui, fra le altre cose, ho rivalutato il concetto stesso di social network, siccome a fine Aprile ho abusato del mio profilo Mastodon per berciare sulla pubblica piazza certi miei pensieri aggressivi, senza filtraggio preventivo né rispetto per chi poteva soffrirne... il che, due anni fa, fu lo stesso punto di non ritorno dopo il quale sono fuggito da Instagram, ragion per cui penso ancor più di prima che il concetto stesso di social network tiri fuori il peggio di me (e “forse” non solo di me) e che ci converrebbe fare due passi indietro verso il web dei siti tematici e dei forum, pensandolo come strumento per rafforzare la vita nel mondo reale anziché per sostituirla... ma di questo riparlerò se e quando riusciremo a cucinare qualcosa con le ame hacker qui a Milano (se mi leggete, ciao regaz <3).

Per cui, dicevo, sono un po' di giorni che ho ridotto la mia esistenza virtuale per, proverbialmente, toccare di più l'erba, e mi sono lanciato in avventure inconcepibili al me tredicenne che stava tappato in casa davanti alla Nintendo Wii... tipo scendere al bar sottocasa un giovedì sera di inizio ponte, alzare un pochino il gomito e flirtare con un'affascinante persona sconosciuta che è avventrice assidua (se mi leggi, ciao anche a te <3). A sapere che mi accingo a parlare di videogiochi, fresco di un'avventura del genere, il mio cugino quasi quarantenne buon padre di famiglia (sic) rispolvererebbe i cari vecchi argomenti a sfavore del digitale tutto, presentandoci come auto-evidente che bisogni “spegnere il piccì e andare a sc*pare” (immaginatelo detto con inflessione calabrese di Reggio).

Per quanto sarei tentato di dargli ragione e concludere almeno questo articolo, per una volta, con una posizione garbatamente conservatrice, in effetti ci tengo troppo al patentino di intellettuale di sinistra sfaccendato, per cui mi toccherà esaminare la posizione del Cuggino ed estrapolarne ciò che può servirci.

Discere ludendo (per la gente normale, “imparare giocando”)

Da insegnante di ruolo ma ancora in gavetta, mi accorgo sempre di più che non sarei mai diventato un drago in storia e geografia senza lo stimolo dei videogiochi di simulazione politica-militare: tuttora le mie lezioni di storia del Mediterraneo antico prendono le mosse da suggestioni di storia militare romana imparata tramite la serie Imperium, e dentro di me vorrei tanto poter valutare lu studentu sul colonialismo europeo rinascimentale mettendo davanti a ogni allievu una qualche versione semplificata di Europa Universalis e assegnando l'incarico “Scegli una civiltà amerindia, cerca di respingere i coloni europei e relazionami come hai vinto oppure fallito”. Allo stesso modo, i simulatori di capitalismo mercantile come Anno e Patrician mi hanno insegnato concetti economici di base quali filiera produttiva, domanda e offerta, e partita doppia (oltreché tangente), e devo alla mia breve incursione nella simulazione di guerra meccanizzata di Company of Heroes 1 (ma francamente preferivo il fratello maggiore fantascientifico WarHammer 40k: Dawn of War 1) la scoperta che il retro dei carriarmati è costitutivamente più delicato del muso (sperando che questa nozione non mi serva mai durante una ferma militare...). Allo stesso modo, il mio vocabolario e la mia percezione dei meccanismi drammaturgici devono non poco ai videogiochi dalla forte impronta narrativa: certamente sono in debito con avventure punta-e-clicca classiche quali i Monkey Island dal 1 al 3 (non ho amato il 4 e il 5 mi è rimasto colpevolmente a metà), i Runaway (solo 1 e 2, mi impantanai subito con il 3) e i Sam & Max (sia Hit the Road sia Save the World... che scopro or ora essere stato pubblicato vent'anni fa, porcoddue), ma ricordo con affetto pure il mio primo videogioco di ruolo, il tenero e derivativo Puzzle Quest 1 con i suoi comprimari monodimensionali e matti in culo... e sopratutto Life is Strange 1, la più bella avventura parla-e-scegli di sempre (sì sono molto obiettivo, lo so...), quella che a 20 anni mi mise nei panni di una ragazza mia coetanea e socialmente impedita al quinto anno di superiori (insomma, la me di due anni prima), ma dotata di tutti gli strumenti per trovare la propria gente e costruirsi una comunità affiatata e felice, ivi compresa la possibilità di pomiciare sia con il nerd assurdamente impacciato sia con la punk un po' teppistella. A distanza di più di un decennio, Maxine Caulfield di LiS 1 resta una delle mie eroine immaginarie del cuore, oltreché la protagonista dell'unica fanfiction che io abbia mai scritto e pubblicato (non ci credo, compirà 10 anni esattamente due settimane dopo la stesura di questo articolo)... e l'anello di congiunzione col prossimo punto del nostro discorso.

Vale più un'ora di gioco che un anno di conversazione

Gente ben più studiata di me (segnalo giusto il doc Francesco Toniolo, che è “amico di amici”) analizza da decenni la possibilità di insegnare col gioco gli elementi tecnico-disciplinari delle materie scolastiche, non solo per l'ambito umanistico di cui mi occupo io ma vieppiù per gli ambiti scientifici facilmente allenabili attraverso il rompicapo logico-matematico (scommetto che tutti gli ingegneri che mi leggono siano giocatori di Factorio oppure di InfiniFactory); e del resto, a ben vedere, i miei primi videogiochi sono stati proprio software di edu-intrattenimento progettati per rafforzare la prima alfabetizzazione, per lo più enigmistica animata e musicata prodotta dalla benemerita DeAgostini (molti anni dopo, ho insegnato spalla a spalla con una docente di inglese che lavorava per loro ai contenuti di anglistica, e scoprirlo mi ha fatto sorridere), più un titolo sviluppato dai Walt Disney Interactive Studios a tema Winnie Pooh (sì, ho imparato i punti cardinali con il minigioco in cui si doveva guidare Tigro su una mappa del tesoro). Di converso, negli ultimi (almeno) dieci anni si baltera tanto di sviluppare nei discenti le soft skills e trattare dettagliatamente l'Educazione Civvvica come percorso interdisciplinare, il che, se volete la mia, è la solita porcheria aziendalista per togliere dignità e urgenza allo sviluppo (diciamolo come si deve) delle facoltà sociali-relazionali e della sensibilità politica, sì da intrappolarci in una società atomizzata ed egoista (ma di questo parlo già troppo...); e che c'entra questo coi videogiochi, chiederete voi? C'entra, perché la mia partita a Life is Strange 1 ha dato al me ventenne socialmente impacciato degli strumenti di analisi e azione sul mondo che successivamente, piano piano e giorno dopo giorno, ho messo a frutto nel mondo reale, fino a diventare così socialmente capace da riconoscere un'anima affine al bar sotto casa e instaurarci un'interazione significativa e bella. Allo stesso modo, ormai due anni fa, il delizioso Unpacking mi ha fatto esperire una narrativa emergente in cui noi utenti ricostruiamo l'esistenza dell'eroina disfacendole i bagagli dopo ogni trasloco della sua vita... esperienza che mi ha preparato al mio, di trasloco dalla cameretta in affito all'appartamentino di proprietà (con una tappa in ostello). E ancora, che dire di Hades 1, un gioco che a livello prettamente meccanico abitua alla pazienza e alla perseveranza, perché paziente e perseverante è il dio greco Zagreo nella sua fuga da casa, atta a mettere la giusta distanza con i suoi immortali parenti e, incidentalmente, a rimettere ordine nei propri rapporti sentimentali con Lui, Lei e l'Altra (sì, giocandoci mi sono convinto ad andare a vivere per conto mio e a praticare attivamente il poliamore)? E poi, come non citare Persona 5 Royal, il videogioco mainstream più komunista mai uscito da una compagnia giapponese, in cui uno studente di campagna trasferito a Tokyo impara a coltivare i rapporti sociali nella grande città e a tenere in piedi un collettivo scolastico di agitpropaganda in salsa urban fantasy? L'ho concluso questa primavera, dopo anni che lo giocavo in grossi spezzoni intervallati con grosse pause (ho anche fatto in tempo a far mettere l'eroe con la personaggia che più assomigliava alla mia morosa dei tempi), ed è stato commovente congedarmi dai Ladri Fantasma nel momento in cui, ufficialmente, ho dimesso i panni di campagnolo fuori sede che portavo all'avvio della partita, e ho indossato la maschera di adulto naturalizzato nella grande città.

Dove voglio arrivare, con questa mia raffica di fatti miei? A comprovare che il medium videogioco è medium, quindi comunicazione culturale, quindi non solo può trasmettere contenuti tecnici e/o allenare al pensiero logico e astratto, quindi risultare “educativo” nel senso libresco del termine, ma può allenare i muscoli dell'emozione e della socialità, e lo sappiamo bene che l'homo sapiens è animale sociale.

Otro mondo es posible

Non mi stanco mai di raccontare che la mia educazione politica è merito di Zerocalcare e del suo lavoro indefesso per costruire un immaginario eroico attorno a noi sfigatu malandatu della Sinistra di movimento. Non mi stanco mai neppure di sostenere che il mondo stia andando sempre più a rotoli da una ventina d'anni, dopo che la sconfitta del G8 di Genova ha massacrato il movimento No Global e la fase di Onda Anomala, Occupy Wall Street eccetera non ha saputo reagire con abbastanza forza alla crisi economica del 2008. Ora, vi faccio notare che, nelle sue memorie a fumetti, Calcare non nasconde mai che la sua generazione aveva accesso alle PlayStation 1, console supremamente facili da piratare e con una libreria di titoli stratosferica, in cui il gioco komunista per eccellenza era quel Final Fantasy VII in cui una cellula ecoterrorista combatte contro un mercenario pazzo che ha disertato le milizie private di una multinazionale; ma quella generazione aveva ancora accesso alla sala giochi, lo spazio aggregativo nazionalpopolare dove il bar di quartiere conviveva con l'angolo hobbistico in cui giocare spalla a spalla a Metal Slug oppure testa a testa a Street Figther... e chissà se poi non si limonava sul retro, magari fra due maski che ancora per vent'anni non avrebbero potuto certo definirsi “gaymer”, o fra due ragazze che magari già si beccavano brutte occhiate perché uniche avventirci donne, figurarsi far sapere che erano “leccaciuffe”... o magari si formava la comitiva per andare tutt'assieme al concerto di musica strana nel centro sociale occupato. E anche chi era un bravo bambino casa e chiesa, comunque la mancetta della comunione poteva investirla in un GameBoy con allegato Pokémon Rosso o Blu, e vai di baratto di figurine virtuali con gli amichetti, in un multiplayer locale che spostava la sala giochi nel parchetto. E infine, non scordiamo gli smanettoni matti capaci di far girare sui computer giochi astrusi e intellettualoidi, gli stessi smanettoni probabilmente capaci di collegarsi a internet e aggiornarsi in tempo quasi reale sui fatti del mondo... tipo l'andamento dell'alterglobalismo tramite il network federato IndyMedia.

Oggi, che panorama videoludico hanno a disposizione le nostre giovani testoline? Un panorama videoludico coerente con lo stato generale del mondo virtuale. Console e computer sempre più costosi per l'inflazione galoppante, accesso relativamente facile a smartphone pensati, essenzialmente, come terminali dei social network centralizzati, una ludificazione dei social e del commercio online mirata a suscitare assuefazione... e un'offerta di videogiochi mainstream che sembra aver preso e rafforzato a bella posta i limiti peggiori dei Massive Multiplayer Online Games di una volta: enfasi sul gioco competitivo mordi e fuggi, demolizione delle possibilità di socializzazione fra utenti, gratuità apparente che nasconde acquisti ad abbonamento esacerbati con elementi di azzardo (e qui non neghiamolo, il boom dei giochi di carte collezionabili dei nostri tempi ha fatto da apripista). Non oso negare che ci siano delle ottime intuizioni di design alla base di Brawl Stars o Fortnite o Clash Royal (altrimenti non farebbero di certo milioni e milioni di utenti!), ma sinceramente mi pare che tali meriti vengano allegramente massacrati dall'infrastruttura imposta del modello commerciale assuefacente, e a momenti rimpiango i tempi in cui noi adolescenti di ieri bozzavamo con i genitori per mettere le mani su dei Call of Duty che erano “solo” propaganda imperialista yankee VM18.

Videogiocare a trent'anni

Scrivo queste righe dopo aver concluso, con una maratona un po' faticosa (non ho più 15 anni...), il delizioso strategico Unicorn Overlord, che ha saputo gasarmi il giusto con il suo lieto fine da storia high fantasy. Il giorno prima, uno stimato conoscente mi ha invitato a sorpresa al concerto milanese del compositore Nobuo Uematsu, e c'era un teatro di prestigio straripante di gente pronta a cantare e ballare sia sulle note dell'acid rock più recebte di Uematsu, sia sulla musica chiptune che rese Final Fantasy I un fenomeno di cultura pop nel lontano 1987. Il giorno ancora prima, ero a cena dal mio amico che fu mio partner ai tempi dell'università, e come ai vecchi tempi gli ho fatto da navigatore delle mappe mentre si dilettava con il simpatico sparatutto di fantascienaza horror Saros; abbiamo anche speculato sull'ipotesi di un sottotesto omoerotico achilleo, dopo i tanti colpi di scena saffici nei giochi della Sony odierna.

Nelle abusate parole del mio intellettuale cristiano preferito, il professor John Tolkien, l'arte di qualità è quella “escapista” nel senso di permettere a un prigioniero di resistere alla galera e concertare la propria evasione.

Ebbene, io lo dico spesso, su queste pagine web: il mondo moderno è una galera che ci vuole isolatu e interiormente distruttu, pertanto evadere significa anche co-spirare assieme per realizzare un'esistenza con-viviale. E se il sistema ci impone una vita grigia, la convivialità deve prevedere anche l'arte, un'arte che ci dia strumenti cognitivi e sociali funzionali alla nostra vita felice.

Per cui gente, io dico sì, ben vengano i videogiochi: ben venga l'edu-intrattenimento per insegnarci l'ingegneria gestionale e le grammatiche verbali, ben vengano i videogiochi competitivi che insegnano il fair play, ben vengano i videogiochi strappalacrime sugli amori omoerotici e il lutto per malattia, ben venga l'emulazione di titoli antichi, l'acquisto collettivo di opere nuovissime, e lo sviluppo di titoli indie fatto in tre amicu con un macinino che fa girare Linux. Ben vengano i cabinati dismessi dalla sala giochi ricondizionati nei circoli di quartiere, e negli spazi occupati. Ben vengano i videogiochi come strumento per spezzare l'eurocentrismo e conoscere le istanze e i pensieri di artistu che vengono dal Sud Globale.

Ben venga il videogioco, purché il virtuale intensifichi e rafforzi il reale.

Ben venga videogiocare, oggi, nel 2026, se il gioco diventa mezzo o premessa per abbracciarsi dolcemente con altre belle persone, e proporre loro di cambiare assieme il mondo.

 
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from @sirmarcoserra

Di sparizioni e ritorni – Log#02 sparizioni&ritorni

Mi rendo conto di essere un po' sparito. Da ragazzini c'era questa risposta a effetto, del tipo “si sparisce sempre in due”, e mi viene un po' da sorridere: decisamente non è questo il caso.

Perché effettivamente sono sparito, o quasi. Nessuna canzone in un anno e mezzo, i poetry slam li avevo accannati già prima. Non ricordo neanche più quale sia stato l'ultimo. Attività “artistica” sui social non reperita, e da gennaio ho pure disinstallato IG dal cellulare.

Mi viene da chiedermi se qualcunx se ne sia accorto. Se a qualcunx io sia in qualche modo un po' mancato. [che fai ti sorprendi? per un po' ho girato l'italia di tasca mia per recitare poesie davanti a sconosciuti che ti danno un voto, non dovrebbe sorprenderti se a volte mi]

Ma un po' mi dispiace, perché al di là del mio apporto oggettivamente quasi nullo al movimento artistico italiano, e al di là d'un certo-qual-simil-narcisismo-nondiagnosticato-latente, là fuori c'era davvero qualcunx che credeva in me (probabilmente più di quanto non ci credessi io, col senno di poi). Lo so perché me lo avete detto, qualcunx mi ha ringraziato, me lo ricordo e ci posso giurare, per le mie parole o per la mia storia ed averla messa a nudo su un palco, ed io quei grazie ora non posso far altro che tenermeli caldi in tasca nell'attesa. [l'attesa che]

Perciò ora, ora ahinoi, ora non riesco a non sentirmi non dico colpevole, ma almeno responsabile, e non solo nei miei confronti, anche nei confronti di quelle persone, le persone che mi hanno detto: “non smettere!” e invece ho smesso, [o meglio ho rallentato, ma il problema è che a un certo punto ero talmente lento da essere praticamente fermo, ed è successo senza accorgermene, anzi di sicuro se piazzi l'origine del sistema di riferimento su un vagone, uno qualunque, del treno della vita, ed ignori tutto il resto, e consideri solo il mio stato di quiete rispetto al moto di tale vagone di tale treno della vita, o rispetto a quello ancora più rapido del mercato di oggi, che dico del mercato?, dell'industria, allora di sicuro il mio moto sarà senz'altro un moto in senso opposto, retromarcia relativa] non riesco a non sentirmi responsabile, dicevo, di questo silenzio.

Le persone che stanno in silenzio e si sentono responsabili di tale silenzio di solito hanno due opzioni rispetto al silenzio: assecondarne l'inerzia o romperlo. Io per un tot ho seguito la a) ma sento che ora mi sta stretta e quindi andiamo di b). Ma come procedere?

La questione è delicata, layerata. E per snocciolarla devo prima sbucciarla, ma non per buttare la buccia. Sacrilegio: sono contro lo spreco alimentare [e comunque la maggior parte delle bucce che buttiamo sono in realtà commestibili, e anzi la parte più nutriente del frutto stesso, tu dirai eh ma allora i pesticidi?, io ti risponderò: sfatiamo questo mito, evolviti caro, siamo nel terzo millennio, l'essere umano si è ormai adattato ai veleni che lui stesso ha progettato, altrimenti saremmo già tutti morti, anche i sassi sanno che siamo fatti al 70% di microplastiche e si sa che le plastiche sono immuni ai pesticidi, e se anche così non fosse sarà selezione naturale, no? tu continua così e non mangiarti questa buona buccia zuccherina e piena di kryptonite, così alla prossima nucleare avrai le difese immunitarie bassine, è la legge del più forte e da che mondo è mondo è mondo è molto noto che la forza della frutta risieda nella sua buccia che come uno scudo la protegge da]

E quindi è deciso: partirò dalla buccia, cioè dallo strato più esterno, che è quello che vedi. E quello che vedi di questo mio goffo ritorno [?] è che tutte queste minchiate che leggi sono su questo sito che sembra un blog e che si chiama log. E quindi la prossima volta, se mai ci sarà, parlerò di perché sto scrivendo qui, e del perché al momento non ho intenzione di tornare indietro. Poi vediamo.

Abbi cura di te,

MS


24 aprile 2026, su un treno tra Zurigo e Milano

 
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from CollettivoCasamatta

Alcuni contributi dalla manifestazione a Pesaro per un 25 Aprile resistente contro fascismo e imperialismo

Oggi più che mai, in occasione delle celebrazioni per questo 25 aprile, riteniamo necessario non soltanto rendere onore all’eroica resistenza dei partigiani che hanno liberato l’Italia dal giogo nazifascista, ma anche ricordare, in quanto collettivi e organizzazioni dichiaratamente antifascisti, l’evoluzione degli strumenti di repressione del dissenso impiegati dal fascismo. La criminalizzazione delle idee radicalmente antifasciste, ovvero rivoluzionarie, orientate alla costruzione di un’alternativa socialista, per cui molte bande partigiane si sono battute, a cui hanno dedicato la propria esistenza, è oggi più che mai sotto aspra minaccia. L’intensificarsi delle misure violente e securitarie ha infatti come obiettivo dichiarato, esplicito, le nostre organizzazioni, i nostri compagni e le nostre compagne. Bisogna ricordare come prima della fondazione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, creato tra la fine del 1926 e l’inizio del 1927 tramite una tra le più becere leggi fascistissime, che colpì in prima istanza gli avversari politici del regime, il partito fascista si servì – piegandoli ai propri scopi – di quegli stessi istituti liberali che ancora oggi si vogliono considerare roccheforti per la tutela dei diritti delle persone, per la salvaguardia delle loro esistenze, introducendo tutta una serie di crimini – l’associazione a delinquere, i reati di stampa, l’espatrio clandestino – capaci di trasformare in reato perseguibile l’idea, l’intenzione, l’appartenenza politica: in breve, l’antifascismo.

La storia, la nostra storia, ci ha già raccontato di come all’antifascismo come crimine il regime fascista non giunse rompendo una volta per tutte con le leggi liberali, ma ci arrivò prima torcendo progressivamente quelle stesse leggi, insinuandosi in maniera parassitaria nel loro corpo, ma senza sostituirlo; ci ha raccontato, cioè, di come le garanzie a tutela delle nostre vite non sono e non saranno mai abbastanza protette soltanto dagli istituti liberali della democrazia borghese entro la quale ci tocca vivere. Per questo oggi è fondamentale riconoscere i segni di una trasformazione che, pur nelle differenze storiche, presenta dinamiche già patite cento anni fa, tra sangue e torture, da compagni e compagne.

Lo abbiamo visto con la proposta di “riforma della giustizia”, con quella di riforma della legge elettorale, e più palesemente con lo squallido decreto sicurezza approvato giusto ieri dalla camera, volto ad annichilire il più elementare accesso al diritto alla difesa per le persone migranti, a facilitare gli sgomberi – con la conseguenza peraltro di soffocare gli ultimissimi spazi in cui potevano ancora immaginarsi concezioni e pratiche di vita mutualistiche, solidali, alternative al neoliberalismo imperante –, oltre a estendere il reato di rivolta per le persone in carcere e nei CPR, a irrobustire in generale un impianto giuridico definitivamente disciplinato dall’abuso, dalla trasformazione della polizia in quell’organo sempre più autonomo cui si delega l’esercizio della sovranità e della repressione, soprattutto nei confronti delle forme collettive di espressione del dissenso. In quest’ottica vanno interpretate la trasformazione da illecito amministrativo in reato penale del blocco stradale, la punibilità anche della resistenza passiva, l’inasprimento delle pene per reati contro pubblici ufficiali specie in contesti di manifestazione e di conflitto. Tutto questo avviene entro un quadro in cui, anche prima della validità effettiva del decreto sicurezza, in Italia oggetto principale delle premure poliziesche già erano i movimenti: dalle misure cautelari comminate a chi si opponeva, ad esempio, lo scorso settembre 2025, in stazione a Milano, alla complicità nel genocidio del popolo palestinese del governo Meloni, fino ai processi per direttissima intentati ai militanti del Pedro, centro sociale occupato di Padova, perché responsabili di stare organizzando la giornata del 25 aprile.

Anche oggi dobbiamo capire che la deriva fascista delle ultradestre non si affermerà tramite una rottura improvvisa, ma tramite una crescente forzatura in chiave autoritaria delle norme esistenti, esattamente come accadde tra il 1923, dai primi processi ai militanti del Partito Comunista d’Italia, e il 1926, prima cioè che il fascismo si tramutasse nel regime traditore, torturatore e genocida con cui ha scelto per sempre di consegnarsi alla storia. Allora si utilizzavano reati comuni per colpire gli antifascisti; oggi si utilizzano dispositivi giuridici per colpire movimenti sociali e soggettività politiche conflittuali proprio nel momento in cui in risposta al genocidio del popolo palestinese, alle guerre imperialiste degli Stati Uniti e di Israele, stiamo tentando con tutte le nostre forze di costruire un blocco sociale coeso, finalmente alternativo a questa barbarie. Nonostante forme di repressione tangibili e sempre più criminali cui dobbiamo sottostare, non dobbiamo però dimenticare, specie durante questa giornata di commemorazione e lotta, la natura reazionaria del fascismo di ieri come quello di oggi, a cui uno strato inerme della popolazione, la nostra piccola-borghesia nazionale, credette di non dover opporre alcuna forza – come ricordava Togliatti – poiché pensava nel proprio intimo al fascismo, alla realtà materiale che dagli anni venti condusse alla seconda guerra mondiale, come un’inevitabilità storica, come una fatalità. E’ dunque oggi più che mai, in questo preciso quadro storico-politico, che soltanto a partire da azioni che abbiano come orizzonte ultimo il radicale mutamento del complesso economico-sociale, come fu a loro tempo per una consistente parte di compagni partigiani, e prima dei rivoluzionari russi ed europei, che crediamo possibile combattere anche quel fatalismo e quella rassegnazione di fronte alla storia che hanno e che continuano drammaticamente a irrobustire il fascismo e i suoi orrori. In un momento di regressione generalizzata delle prospettive di cambiamento, anche nelle fila delle nostre organizzazioni, deve risuonare, come fu per la lotta partigiana, come è stato ed è in ogni lotta, quel monito che prelude all’avvenire di un mondo nuovo, e che recita: Se non è ora, dovrà pur succedere. Ma essere pronti, è tutto.

L’inganno del nemico

Sono passati più di 100 anni dalla prima guerra mondiale ma la retorica, la narrativa dei governi, della stampa Mainstream e dei vertici dell economia globale rimane quella che allora portò circa 9 milioni soldati e 7 milioni civili alla morte apparecchiando il tavolo per la seconda guerra mondiale che seguì 21 anni dopo. Di nuovo, anche se in maniera diversa, ci dicono che siamo sotto attacco, che dobbiamo difenderci, dobbiamo difendere i nostri paesi, le nostre sacre nazioni. Ma sono davvero nostre queste nazioni dal momento che L unica partecipazione politica rimane una crocetta su un foglio di carta ogni 2 o ogni 4 anni e la forbice delle disuguaglianze economiche e sociali si sta aprendo sempre di più? Al momento l’1 percento in Italia ha più ricchezza del 50% messo insieme. Il 50% della popolazione in Italia possiede circa il 5% della ricchezza totale, mentre il 10% della stessa popolazione ne possiede dal 50 al 60%. Altri paesi affermano disuguaglianze simili.

Come disse Karl Liebknecht della Lega di spartaco nel 1915 “il nemico si trova nel proprio paese” puntando il dito verso l’alto, verso la borghesia. Con questa frase cercó di far capire al popolo che il vero nemico non si trova nella trincea del battaglione di un altra nazione, ma il nemico si trova nella figura di chi ha fatto sì che accadesse tutto questo orrore chiamato guerra e ora ci specula e ci guadagna. Il tutto mentre la classe operaia andó a morire non per gli interessi sociali propri ma per gli interessi economici e imperialistiche di una percentuale minuscola della popolazione che dai suoi palazzi guardó il mondo andare a fuoco come se fosse uno spettacolo teatrale.

E oggi ? Oggi stiamo vivendo il periodo del riarmo dei cosiddetti paesi democratici. Gli Stati membri della NATO stanno aumentando gli investimenti nel settore bellico per eguagliare L obiettivo di destinare il 2% del PIL alla spesa militare, concordato più di 10 anni fa. Nel mentre anno scorso la stessa NATO ha deciso di aumentare ancora la percentuale del PIL da spendere nel settore militare. Dal 2 al 5 percento.

Le imprese dell'industria bellica guadagnano sia dal riarmo dei paesi occidentali che non accusano una guerra sul proprio territorio, sia dall esportazione nei paesi terzi già colpiti da conflitti armati, ovvero guerre e genocidi, delle quali i paesi occidentali stanno alla radice vedendo il passato coloniale e presente imperialista.

Un esempio di tanti è la Germania che fornisce il 30% delle armi utilizzate da Israele nel genocidio contro il popolo palestinese. L industria bellica europea dal 2021 ha visto un aumento di fatturato stimato al 50%. In Italia L industria militare sta vedendo un aumento di fatturato sopra il 10% ogni anno negli ultimi 4 anni. Questo proprio grazie al aumento del budget d investimento nel settore bellico da parte gli Stati membri della nato. Chiaramente investendo nel riarmo per i governi non può mancare L aumento del materiale umano. Nei vari paesi europei si sta discutendo di modificare oppure si stanno già modificando le leggi per quanto riguarda la leva militare. Dal 1 gennaio 2026 la situazione in Germania è cambiata drasticamente. Tutti i giovani che compiono i 18 anni devono compilare un questionario per la rilevazione della loro motivazione e idoneità. A partire dalla metà del 2027 si aggiungerà una visita di leva obbligatoria. In più sempre a partire da gennaio di quest anno tutti i soggiorni all estero di uomini di cittadinanza tedesca che durano più di 3 mesi devono in linea di principio essere comunicati alla Bundeswehr oppure essere autorizzati. Si parla di una regola che è legge, soltanto che al momento non viene applicata ancora come dichiarò il ministero della difesa tedesco. Non ancora.

Stiamo vivendo in un periodo di militarizzazione di vari settori della società civile, della criminalizzazione del dissenso, come mostra il nuovo decreto sicurezza, e di povertà generalizzata data dell accumulo di ricchezza nelle mani di pochi. I governi cercano ancora una volta di raggrupparci sotto bandiere che non ci rappresentano. Bandiere di Stati complici di genocidi e simboli di disuguaglianze socio economiche enormi, e repressioni.

Quindi organizzatevi, non basta fare la solita chiacchierata politica con l'amico all'una di notte. Leggete, mettetevi in gioco, trasformate la teoria in pratica resistente. Organizziamoci contro un nemico che si trova all'interno dei nostri confini. Nei palazzi di lusso come nei parlamenti borghesi. Organizziamoci contro chi non ci permette di arrivare a fine mese mentre accumula sempre più ricchezza e privilegi. Organizziamoci contro chi sta trasformando uno stato già di sua natura, repressivo in uno stato sempre più poliziesco. Contro chi cerca di farci cadere nella propaganda nazionalista e tenta di di metterci gli uni contro gli altri, spingendoci a combattere tra noi invece che contro chi detiene il potere. È ora di formare un fronte popolare. E ricordiamoci sempre: un dito si può rompere, ma cinque dita sono un pugno!

Dalla Resistenza partigiana a quella palestinese

La parola “Resistenza” evoca oggi, con urgenza quasi inevitabile, l'immagine della Palestina. Una terra devastata, depredata e umiliata, che tuttavia resiste da decenni e continuerà a farlo finché non vedrà riconosciuta l a propria dignità. La questione palestinese non può più essere liquidata con frasi di circostanza o retorica umanitaria: i n Italia e nel resto dell'Occidente, molti si dichiarano a parole sostenitori della causa, m a lo fanno con mille “distinguo”, ponendo paletti morali che valgono solo per alcuni. Si concede, per gentile concessione, che i palestinesi possano avere diritto a uno Stato, a patto però che si accontentino di minuscoli lembi d i terra, frammentati e privi di sovranità reale. Si pretende che chi vive nei campi profughi dal 1948, dall'anno della Nakba, rinunci definitivamente al diritto al ritorno, cancellando la memoria di intere generazioni. Soprattutto, s i esige che i palestinesi accettino supinamente bombardamenti costanti, occupazioni illegali, stupri, carcerazioni arbitrarie (che colpiscono persino i bambini), furti di terra e l'introduzione di leggi aberranti, come quella che istituisce la pena di morte. La richiesta unanime dei governi occidentali è il disarmo. Mentre subiscono un genocidio, viene chiesto alle vittime di deporre le armi. Il paradosso è accecante: a Israele è riconosciuto i l diritto a possedere testate nucleari e armi tecnologicamente avanzate che continuiamo a fornirgli; agli israeliani è riconosciuto il diritto inalienabile di scegliere i l proprio governo, anche quando questo si rivela apertamente genocidiario e suprematista. Al contrario, ai palestinesi è chiesto di subire i n silenzio. Non devono reagire, non devono lottare e dovrebbero persino sciogliere i propri gruppi politici secondo i desiderata esterni. Noi occidentali vorremmo decidere chi h a i l diritto di rappresentarli, arrogandoci una tutela coloniale antica e mai superata. Oggi, mentre celebriamo la Resistenza italiana e i valori di libertà e uguaglianza, avvertiamo quanto sia ancora difficile, in certi contesti, accostare quella parola alla Palestina. Sembra che il diritto alla resistenza sia un privilegio concesso a condizioni prestabilite da noi, secondo il nostro gusto e l a nostra convenienza geopolitica. Ma l a Storia non segue i binari del nostro paternalismo: i palestinesi hanno resistito e continueranno a farlo, definendo autonomamente le proprie forme di lotta. È innegabile che decenni di isolamento sistematico, privazione di futuro e violenza quotidiana abbiano alimentato un certo fanatismo religioso, che è spesso il frutto amaro della disperazione e della mancanza di alternative politiche credibili e garantite. Tuttavia, non si può confondere la reazione con la causa: finché non c i sarà giustizia, la resistenza rimarrà l'unica lingua possibile per un popolo a cui è stato tolto tutto, tranne la volontà di esistere.

Una Resistenza tradita

Il 25 Aprile è il giorno i n cui festeggiamo la vittoria della Lotta d i Liberazione dal nazi-fascismo. Ricordiamo l'insurrezione di centinaia d i migliaia di partigiani e partigiane, i l sacrificio d i chi ha scelto di non piegarsi per la libertà e l'uguaglianza. Ma nel 1943/'45, la Resistenza e la rivolta operaia non erano solo un'aspirazione democratica: erano la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo per reprimere la rivoluzione operaia e di rovesciare il capitalismo e imporre i l potere dei lavoratori. Era la speranza della “rossa primavera”

Quella volontà rivoluzionaria fu tradita. Stalin pattuì con gli imperialismi vincitori una spartizione in zone d'influenza e l'Italia doveva restare nel campo capitalista per il quieto vivere del Cremlino. II PCI di Togliatti fu l'esecutore di questa linea: • La subordinazione ai partiti borghesi: La Resistenza fu sottomessa alla collaborazione con la DC nel CLN, concedendo loro diritto di veto. • I Governi di Unità Nazionale: Nel dopoguerra, questi governi disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti (Valletta) e reinsediarono i vecchi prefetti. • L'Amnistia Togliatti (1947): II colpo di grazia fu l'amnistia per gli sgherri fascisti firmata dal segretario del PCI come Ministro di Grazia e Giustizia. • La Costituzione del 1948: Come disse Piero Calamandrei, fu “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”, utile a mascherare il potere restaurato dei capitalisti che, una volta sicuri, cacciarono il PCI all'opposizione e scatenarono la repressione sanguinosa degli anni '50.

L'Autunno Caldo svenduto al Compromesso Storico

Quando vent'anni dopo una nuova generazione operaia rialzò la testa con l'Autunno Caldo ('69/'76), fu nuovamente il PCI a sbarrare la via con il Compromesso Storico con la DC: • L'Austerità di Lama: Il congresso dell'EUR della CGIL sancì la politica dei sacrifici e la subordinazione delle richieste operaie alle compatibilità del profitto. • L'identificazione con lo Stato Borghese: Il risultato fu una demoralizzazione di massa che aprì la strada all'offensiva della FIAT (ottobre 1980) e all'ascesa del craxismo. La Seconda Repubblica, nata dalle ceneri di Tangentopoli e nello scenario del riflusso mondiale del movimento comunista a seguito della caduta dell'URSS, è lo sbocco di questa deriva reazionaria e della cancellazione delle conquiste operaie.

Il trasformismo a sinistra nella Seconda Repubblica

Il gruppo dirigente del PCI sciolse il partito per candidarsi a gestire direttamente il capitalismo italiano, secondo il copione comune delle burocrazie dell'est. Una lunga stagione di arretramenti e adattamenti al sistema borghese – dal PDS ai DS sino al PD -ha portato la vecchia sinistra a diventare compiutamente un partito liberale. Non ci si propone più di cambiare il sistema capitalista, ma di governarlo entro le sue compatibilità. Parallelamente, Rifondazione Comunista, nata per essere “il cuore dell'opposizione” è stata condotta nei governi Prodi a votare la precarizzazione del lavoro, le missioni di guerra e i tagli sociali, finendo per suicidarsi politicamente. Oggi la classe lavoratrice è priva di rappresentanza proprio all'alba di un nuovo conflitto mondiale tra imperialismi, con il capitalismo in crisi che aggredisce ogni aspetto della vita e della società in cerca di profitto.

Per un 2 5 Aprile resistente a Pesaro e nel mondo Oggi il ricordo della Resistenza a Pesaro è ridotto a puro cerimoniale svuotato di senso, o strumentalizzato da chi vota l'invio di armi e leggi antipopolari. Vogliamo un momento di piazza alternativo: • Contro i nuovi rigurgiti reazionari: Il governo Meloni, erede di chi voleva cancellare la Resistenza, fiero esecutore delle peggiori politiche repressive e antioperaie. • Contro la guerra e l'imperialismo: Dalle lotte contro il genocidio in Palestina all'intervento USA in Venezuela, dal blocco a Cuba a i bombardamenti i n Iran e Libano. Difendiamo la memoria partigiana contro le ultradestre e contro i liberali che equiparano partigiani e fascisti e riconosciamo il diritto alla Resistenza per ogni popolo oppresso. • Contro la repressione: Denunciamo i tentativi che, sul modello Trump, vogliono criminalizzare le pratiche di lotta e dividere l'antifascismo in “buoni” e “cattivi”.

 
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from ordinariafollia

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Prendi pure tutto il braccio visto che ci sei, non solo il dito non fare i complimenti sono fatto di poesia, non siamo in tanti.

Strappami il cuore getta le mie ossa nere in mare e se hai un gatto dagli milza e polmone sono fatto di poesia, non di ragione.

Fai una palla con la mia pelle attaccami le palle alla batteria dell'automobile e coi miei occhi sbatti la maionese sono fatto di poesia, devo solo arrivare a fine mese.

Prendi il mio fegato e strizzalo per bene dichiara morta la mia lingua e spegni il mio sistema nervoso afferente sono fatto di poesia, meglio di niente.

 
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from Storieparole

Partiamo subito col piede giusto, così da far capire a chi ancora non mi conosce e dovesse imbattersi per caso (il caso non esiste, ma facciamo finta di sì per un attimo) in questo post con che razza di soggetto ha a che fare: la parola sovranità mi dà l’orticaria. Non importa in quale contesto venga usata: sovranità, lo si sente già nel solo pronunciarla, include la parola sovra, sinonimo arcaico di sopra e ancora oggi usata come radice di aggettivi come sovrastante e sovrascritto. Etimologicamente, nonostante la derivazione dal francese souverain (ma siamo già nel XVI secolo), nasce dal latino volgare superanus, a sua volta originato dal latino super che, francamente, non ritengo necessiti spiegazioni. La sovranità dunque indica, per sua stessa natura, gerarchia, distingue tra ciò che è superiore e ciò che è inferiore o, peggio ancora, tra chi si ritiene, per nascita, censo, stato sociale o tara mentale, superiore a qualche altro essere umano.

Calandoci nel contesto del digitale, qui l’etimologia è molto più simpatica, gli sviluppi molto più estesi e variopinti ed è buffo pensare che ciò che oggi viene collegato a concetti volatili e intangibili come codici binari, reti web, connessioni virtuali parta da qualcosa di estremamente concreto come un dito e l’azione, parimenti concreta, di batterlo su una tastiera.

Per capire bene cosa sia la sovranità digitale avevo pensato di documentarmi un po’, non essendo questo il mio campo di studi, e la scelta era caduta su un articolo, che speravo potesse essere non troppo tecnico e chiaro a chiunque, di RaiNews pubblicato l’8 aprile di quest’anno, a firma di Pierluigi Mele, dal titolo “Cosa è la sovranità digitale e perché l’Europa non può più aspettare”. Purtroppo, il sottotitolo “l controllo sui dati, sulle infrastrutture cloud e sui modelli…”, con quell’articolo mutilo e storpio, mi ha fatto rinuciare. A ogni modo, qualcosa di chiaro emerge già dalla lettura del titolo: se l’Europa non può più aspettare, significa che in questo momento o è priva di sovranità digitale o ne subisce una extraeuropea o entrambe le cose e, per quanto io sia digiuna in materia informatica, non credo di sbagliare nell’identificare questo sovrano estero negli Stati Uniti d’America: Microsoft e Google sono di fatto monopolisti, con Apple che finge di essere alternativa ma di fatto è persino più blindata e inattaccabile. E ammetto di non essere informata su come funzionino i siti istituzionali dei vari Stati europei, ma per quanto riguarda l’Italia la quasi totalità (scrivo quasi perché non li ho verificati tutti singolarmente) dei siti istituzionali governativi, quelli i cui indirizzi terminano con .gov.it per capirci, si appoggiano su Microsoft e Google. Le mail sono Outlook, le videoconferenze Teams. È chiaro, poi, che quasi tutti (circa l’utilizzo della parola quasi, si veda la parentesi qualche riga sopra) hanno collegamenti a Instagram, Facebook, X e Whatsapp. Sarebbe facile dare la colpa di tutto questo all’attuale governo, ma sarebbe anche sbagliato: occorre ricordare, infatti, che, nonostante l’abilissima e persistente campagna di stampa messa in atto, l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale era alleata della Germania e pertanto gli Statunitensi non ci hanno liberati, ci hanno conquistati. D’altro canto non è certo necessario arrivare all’analisi dello strapotere informatico di oggi per notare che, di fatto, siamo una colonia socio-economica statunitense: guardiamo film girati a Hollywood, beviamo Coca-Cola e mangiamo nei fast-food, un quinto delle parole che compaiono su giornali e nei tg è in lingua inglese, ci scattiamo selfie da postare su Instagram… O, almeno, questo è ciò che fa la maggioranza degli italiani. Dunque, no, non penso proprio che l’Italia sia pronta a cambiare sovranità digitale, almeno non fino a quando l’Europa non sarà stata in grado di mettere in piedi un sistema che sappia affascinare e catturare le nuove generazioni come hanno saputo fare Gary Cooper e Audrey Hepburn, Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald, Happy Days e Sex and the City con le nostre vecchie generazioni. Personalmente, poi, proprio in considerazione dell’orticaria che mi scatena la sola parola sovranità, gradirei molto di più se si potesse parlare di individualità ed equità digitale.

 
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from « P a r r o c c h i e »

Nel mio campo, l'informatica, cerco di spiegare cose anche complesse, facendo discorsi ed esempi semplici, alla portata di tutti. Nel tempo ho acquisito una certa esperienza e posso affermare che nella maggior parte dei casi mi faccio capire.

Oggi vorrei spiegare, semplicemente, la differenza tra Social Media Centralizzati (FB. IG, X ecc.) e il Fediverso (Mastodon, Friendica, Lemmy, Pixelfed, ecc.). Allora, vi va di partire con me in questo breve viaggio sulle ali della fantasia? andiamo!

Immaginate un oceano. Voi siete su un grande molo e davanti a voi ci sono diversi tipi di navi. Innanzitutto ci sono grandi navi da crociera, enormi, bellissime e lussuose. Il personale di bordo vi chiama sorridendo e vi invita a salire. Vi dicono che è gratis, non si paga nulla, ci sono grandi ristoranti, piscine, campi da tennis e ogni tipo di divertimento. Si canta e ci si diverte notte e giorno, senza sosta. Non si dorme mai, e le navi sono già piene di gente. Ci sono i vostri amici, i vostri parenti, il vostro datore di lavoro. Prima di salire cercate di capire se è tutto così bello come sembra. Fate qualche domanda a chi è già a bordo e vi dicono che si, è gratis, però la nave conoscerà tutti i vostri segreti, l'orientamento sessuale, religioso, politico. Insomma, una grande comunità dove non esiste la privacy, però ci si diverte un mondo. E poi... cosa abbiamo da nascondere?

Più avanti c'è una piccola flotta di barche a remi e a vela. Sono piccole, alcune stanno a galla per miracolo, altre sono dipinte a mano con figure di fantasia. A bordo ci sono pescatori, gente povera, che mangia il pesce pescato e beve acqua. Sono amici di navigazione, si conoscono tutti, si rispettano l'un l'altro. Il divertimento se lo inventano da sé, senza avere a disposizione grosse somme di danaro. Loro non ti chiamano, non ti invitano a salire a bordo. Aspettano che sia tu a decidere, senza manipolazioni. E' gente vera, leale, che dà ancora importanza ad una stretta di mano, ad un abbraccio, che si aiuta vicendevolmente.

A questo punto dovete decidere dove salire, se nella nave da crociera o sulla barca di pescatori.

Ognuno ha già fatto la sua scelta. La maggior parte sta sulla nave da crociera ma...il Signore Gesù, dove salirebbe?

E voi, seguaci di Gesù, Sacerdoti, persone di fede, che ci fate sulla nave da crociera?

Con questi due interrogativi, chiudo l'articolo. A voi le dovute riflessioni. Namasté 🙏

 
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from highway-to-shell

Al parco ho visto da lontano un papà con la schiena curva che inseguiva una bimbetta in bicicletta con la tipica andatura a zig-zag di quando si impara a pedalare. Una scena che mi fa stringere sempre il cuore pensando a quando 2 decenni fa me lo sono spaccata io la schiena. Quando mi avvicino vedo che il papà ha una felpa delle frecce tricolori dell'aeronautica militare. Avrei voluto affiancarlo e dirgli che grazie a quelli della sua felpa ci sono due genitori che una figlia non ce l'hanno più.

Torino, tragedia delle Frecce tricolori, i genitori: «Dopo un anno Laura ci manca come l’aria. Le dobbiamo giustizia»

 
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from @sirmarcoserra

Pensieri tra la Limmat e Höngg – Log#01

tra la Limmat e Höngg

C'è questa cosa del tempo che mi spaventa e mi innervosisce, che sono terrorizzato dal suo scorrere e al tempo stesso mi sembra non sia mai abbastanza. In 365 giri del sole intorno alla terra (almeno apparenti, capiscimi) non è cambiato poi tanto, a parte lo Stato, finiti i 20, un paio di chili in più, mezza casa che fu dei nonni, gli amici che iniziano a figliare e mille altre cose che quasi non riesco già a ricordare.

Negli occhi dei figli neonati dei miei amici (un conglomerato di amore impotente e inadatto alla vita) qualcosa mi ricorda mio nonno poco prima che morisse. Il ciclo della vita, all'inizio e alla fine restano bisogni fisiologici, esprimersi solo con la faccia, senza parole, a gemiti; poi addormentarsi profondamente con la bocca socchiusa subito dopo la poppata.

Negli occhi degli amici che sono padri; delle amiche che sono madri; vedo una luce che non ho. Forse dovremmo procreare anche noi, amore mio, per scrollarci di dosso questo terrore nel futuro, quest'ansia che il mondo finisca, se non domani fra cinquant'anni, spremuto tra le dita di un manipolo di tiranni e techbro sociopatici che boostano con la cocaina la produttività e vedono nel sonno una perdita di tempo. Nell'altro, un pollo da spennare, nel pollo, ormoni per avere più carne da divorare.

L'artificio è compiuto. Giuravo che non sarebbe successo, ma anche io sono diventato dipendente dall'IA, anche io prostituisco i miei dati ai techbro. Mi ero detto che sarebbe stato solo a lavoro, solo qualche volta, ma questa roba è una droga, limitless, sentirsi prestativi. Poco importa se sono gli algoritmi a prestare, e noi a regalare prompt spesso evitabili. Ho il terrore che il mio capo sappia che senza IA sono solo un inetto, perciò continuo. Delegare il processo mentale e la ricerca faticosa al di fuori di sé atrofizza il cervello e la fantasia. E non lo dico, io lo dice la scienza, e forse è per questo che ho disinstallato Instagram sul mio telefono, per sentirmi meno in colpa, o forse perché lo spettro della guerra era troppo pesante per la mia psiche, troppo pesante per continuare la mia vita un po' distrattamente facendo finta che andasse tutto bene.

E senza IG posso fingere meglio. O forse l'ho disinstallato per la pubblicità, e perché Zuckerberg è uno di quei techbro di cui sopra. Non mi ricordo più. Vorrei scappare da questo loop di catene digitali, di big corps che vendono info alle intelligence sioniste per ammazzare gazawi in maniera più vicina all'ottima. Il capitalismo dei corpi: colpi di spugna a cancellare popoli, non potranno vendicarsi se son tutti morti. Ma rimangono spettri dentro resort per miliardari che si lamentano della cancel culture.

Tisana di miele e propoli: allevare api per rubare loro il miele e sostituirlo con acqua e zucchero, poi spacciarsi per paladini della biodiversità. Poco importa che le specie di api da miele si contano sulle dita di una mano, le altre 20mila non si contano perché non contano, perché sul mero polline non sappiamo ancora monetizzare. Che si estinguano grazie, più fiori per le nostre api.

Ma nel mondo c'è ancora del bello, c'è ancora del buono per parafrasare Samvise sull'orlo del vulcano. A me ogni tanto sembra possa bastare l'acqua fresca, ma poi ci ripenso e grido no, voglio l'acqua fresca per tutt, e miele per le api as it was meant to be. E se questo vuol dire rivoluzione, che rivoluzione sia, penso sorridendo sotto i baffi (non in senso figurato, un'altra novità di quest'ultimo anno è che me li sono fatti crescere e ora assomiglio ancora di piu a mio padre alla mia età).

Ma il bus sta quasi per arrivare a lavoro e la giornata credo andrà come tutte le altre: l'unica rivoluzione è quella terrestre (non in senso figurato nel senso di terra che si ribella ahimè, ma nel senso che gira intorno al sole). E se ci sarà evoluzione non credo sarà mia, o forse è solo così lenta da non potermene accorgere.

Il problema di questa routine è che ti dà abbastanza per sopravvivere ma che prende troppo per vivere come vorrei davvero. Il guaio delle nostre prigioni è che hanno l'acqua calda. Ma la temperatura sta crescendo lenta, rana bollita, brodo di umana.

A volte ho la sensazione di aver sacrificato tutto quello in cui credevo per queste catene fatte di meeting e giorni tutti uguali. All'inizio mi dicevo che era un compromesso, che era un'esperienza, che sarei tornato poi dove non so ma insomma che non sarei rimasto. Poi un giorno avevo l'emicrania e ho preso un moment di troppo e ora non ho più un momento per me. Queste parole le sto scrivendo di nascosto in ufficio, che comunque non ho voglia di lavorare, che comunque tra poco è Pasqua e subito dopo Natale, e se credi che ci sia una morale temo tu abbia capito male.

1 aprile 2026, Zurigo

 
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from ordinariafollia

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soffrirò come quando eri lontana e lo smartphone non era ancora stato inventato aspetterò come quando avevi detto alle quattro ma erano già le cinque passate gioirò come quando togli gli occhiali e mi guardi con quel mezzo sorriso.

parapurganferno

soffrirò più di quando domani c'era scuola aspetterò più di quando accompagnai mio padre al pronto soccorso in piena notte gioirò più di quando hai capito che stavo strimpellando volta la carta.

parapurganferno

soffrirò come quando mio padre diceva che sono un imbecille aspetterò come quando indossavo jeans strappati e per strada mi guardavano male gioirò come quando siamo abbracciati.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Con la lentezza che mi è caratteristica, finalmente compongo e pubblico, a fine Marzo, il mio articolo di Febbraio per la Sagra Indie Web del Fediverso italiano proposta dal mio admin locale Ed Gruul. Il buon Xab aveva proposto come tema lo stato del Fediverso, e con la prolissità che mi è caratteristica avanzo quanto segue.

Lottare contro la tirannia degli adulti

Quand'ero bambino, nella campagna brianzola, ero già palesemente strambo e inadatto all'educazione convenzionale destinata ai cisimaschi italiani, in più la mia famiglia era abbastanza benestante e un po' intellettualoide, così che mi sono risparmiato la proposta “culturale” mainstream con cui stavano crescendo buona parte dei miei compagni di scuola, ovverosia il mix di telegionarli populisti, reality show misogini, animazione yankee per adulti trasmessa in fascia protetta e animazione giapponese per adolescenti malamente censurata che formavano il palinsesto di Italia 1 dei tempi d'oro di Forza Italia. Viceversa, ho avuto accesso precoce (e pericolosamente non sorvegliato) all'animazione oso dire avanguardistica dei gloriosi Cartoon Network Studios (pace all'anima loro) e a questo punto, dopo più di 25 anni, credo sia merito de Le Superchicche se ho interiorizzato che le donne sono persone, e non un'altra specie, e la relativa naturalezza con cui esprimo le mie stramberie probabilmente si deve a Ed, Edd & Eddy e Mucca & Pollo (più lo spinoff Io sono Donato Fidato). Ora, fra queste produzioni ce n'era una che è stata probabilmente il mio riferimento culturale prediletto a cavallo fra la fine delle elementari e le piene scuole medie, complice la proposta inedita di una trama orizzontale avvincente ben diluita in episodi autoconclusivi variegati e inventivi, e una fighissima escalation della portata del conflitto di stagione in stagione: mi riferisco a Kommando Nuovi Diavoli (adattamento secondo me geniale dell'originale Kids Next Door).

KND Logo

La premessa del programma: esiste una cabala internazionale di persone adulte più o meno supercriminali che complottano per mantenere un giogo tirannico su chi ha da 0 a 12 anni, con strumenti che passano dal caricaturale dell'igiene dentale e del cibo sano e sciapo, al dolorosamente satirico dello spedire in orbita la prole dei propri dipendenti per schiavizzarli in ufficio, oppure con la distruzione sistematica di parchi giochi e piscine comunali in nome della quiete pubblica, fino allo schierare come propri agenti sul campo adolescenti conniventi ben più agguerriti delle truppe d'assalto imperiali in Guerre Stellari. Un'organizzazione internazionale chiamata Kommando Nuovi Diavoli, in sigla K.N.D., lotta contro questo stato di cose mobilitando ragazzini e ragazzine in una struttura di intelligence paramilitare alimentata da tanto entusiasmo e da “tecnologie 2x4”: generatori di energia alimentati a ruote di criceti, mecha degni di un design giapponese messi assieme con bottiglie di vetro e assi di legno da 2x4 pollici (capito la battuta?), case sugli alberi in tutti i paesi del mondo (e in Antartide. E sulla Luna) dotate di assistenti IA, aerodromi e mense. E questo affascinante scenario di avventura sci-fi leggera era messo al servizio di trame a volta semplicemente comiche (penso ai pirati razziatori di dolci il cui galeone viaggia per terra e per mare), molto più spesso profonde e formative: eleganti parodie di narrativa di genere da Alien a Indiana Jones, rapporti turbolenti fra genitori e figlie e fra figli maggiori e minori, esplicite tematiche antisessite che stigmatizzavano sia il machismo egemone sia i prodromi di quel “femminismo” di destra che oggi si esprime nel TERFismo, episodi da kolossal in cui l'“internazionale della tirannide adulta” tenta di colpire al cuore il K.N.D. attraverso infiltrati, sabotaggi e assalti diretti, con alcune scene di battaglia campale fra legioni di mecha il cui budget probabilmente era assurdo, per una serie concepita per durare molte stagioni da decine di episodi.

Ah, e non scordiamoci le puntate in cui il rappresentante degli studenti della 4a elementare tradiva le promesse elettoriali in nome del proprio ego; un ragazzino texano vestito da cowboy. Erano gli anni di George Bush Jr. presidente USA intento a devastare l'Iraq.

Nella storia dell'animazione statunitense, giustamente si ricorda Avatar: La Leggenda di Aang come pietra miliare che ha sdoganato anche negli USA le opere a trama orizzontale forte, allontanando il paradigma artistico dalla serie episodica infinita, e recuperare Avatar da 18enne fu sicuramente una grande esperienza che mi ha lasciato tanto (non ultimo, un passettino verso il mio risveglio religioso), ma c'è poco da fare, per me il grande imprinting di narrativa epica animata è venuto dal Kommando Nuovi Diavoli, tanto che, quando ho compiuto io 13 anni, mi ero ripromesso di non tradire i valori del Kommando e sforzarmi di non diventare davvero un “adolescemo” sgherro degli adulti. Giuramento ovviamente fra me e me, visto che, come tutti miei riferimenti culturali dell'infanzia, non avevo con chi condividerlo.

Dentro e contro la III Guerra Mondiale

17 e più anni dopo, sono un adulto professionalmente sistemato (più o meno) e cerco di restare funzionante mentre attorno a noi, mese dopo mese, escala la III Guerra Mondiale. Mentre scrivo, abbiamo i trasporti navali e aerei attraverso l'Asia totalmente bloccati dall'assalto statunitense alla teocrazia iraniana, non abbiamo idea di come evolverà lo stato di polizia trumpista negli USA né di quanto ancora il regime putiniano in Russia possa reggere la guerra d'attrito in Donbass, il regime sionista persiste nei suoi progetti genocidari, non sappiamo quali disegni covi il Partito Comunista Cinese, né se l'internazionale nera riuscirà ad accaparrarsi per via elettorale ulteriori governi in Europa e America meridionale. E intanto la recessione economica è dietro l'angolo (anzi, ma è mai finita dal 2008 a oggi?), le forniture di cibo e medicinali sono potenzialmente compromesse dai blocchi alla filiera globalizzata, il collaso ecologico accelera grazie alle emissioni carboniche delle bombe e alla scommessa delirante dei tecnocrati convinti di poter robotizzare tutta la filiera economica attraverso data center faraonici dedicati ai Language Learning Model... strumento, casualmente, a disposizione degli Stati Nazione di tutto il mondo per attuare il panottico orwelliano.

Fra una crisi e l'altra causata dalla sovraesposizione ai media di notiziario, e da un tempo-schermo eccessivo che ancora non ho saputo abbattere, negli ultimi due mesi ho cercato di ripigliarmi uscendo di casa, battendo le vie della mia città e approcciandomi a spazi in cui poter imparare cose nuove, e ho inanellato tante esperienze arricchenti: il Collettivo Trickster e un gruppo di lavoro estemporaneo del centro culturale Bagnomaria ci hanno parlato, rispettivamente, di “attivismo spirituale” e di performance artistica come risposte emotive ed epistemologiche necessarie al lavaggio del cervello del realismo capitalista; persone afferenti al Centro Studi Filosofia Postumanista ci hanno delineato l'antispecismo come grado radicale, sul piano filosofico ed economico, di quella stessa lotta che su un livello più evidente è antirazzista e antiabilista; prima col gruppo studi C.I.R.C.E., e poi con il collettivo di hacking del Centro Sociale Cantiere abbiamo indagato la concezione moderna dello strumento informatico come gabbia funzionale, appunto, all'indottrinamento e allo svuotamento di energia; infine, proprio in questi giorni, ho partecipato alla kermesse di hacking del centro sociale S.O.C.S., dove tanti di questi spunti si sono mescolati e sedimentati, accompagnati da vino annacquato e torte vegane.

Ed è stato a S.O.C.S., fra una conferenza e l'altra, che mi è scattata la lampadina nel cervello, e ho capito cos'ho da dire sullo stato del Fediverso.

Siamo noi contro di loro, prendiamolo sul serio

La pratica della Magia del Caos mi ha insegnato che ogni persona abita nella propria percezione del mondo, e che il filtro cognitivo di ciascuno colora in tinte radicalmente diverse quelli che in astratto sono gli stessi fatti quantificabili. Da persona che ci crede davvero, al socialismo libertario per come ce lo delineano Angela Davis, Abdullah Öcalan, il subcomandante Marcos, bell hooks e tutte le persone che piacciono a noi zecche, vi dico come lo vedo io, il mondo: esiste una cabala internazionale di persone straricche e malvagie, politicanti affaristi capi criminali, che complottano per mantenere un giogo tirannico sui miliardi di forme di vita che popolano la Terra, con strumenti che passano dal patetico dei media spazzatura, allo spietato dei bombardamenti a tappeto sulle scuole e della distruzione sistematica di foreste e ghiacciai, fino all'indottrinamento di determinate fasce demografiche del popolo oppresso perché fungano da sbirri e aguzzini a danni di altre fasce più oppresse. Dal momento in cui si è sviluppata la società di massa, sono esistite tante (troppe?) Internazionali che hanno provato a mettere a sistema le masse oppresse per rivoltarsi contro i tiranni, complessivamente sono tutte fallite, e al momento ci troviamo sottopostu a un grado di repressione e frantumazione terrificante e inedito, per l'appunto un panottico orwelliano che prende forma ogni giorno di più. Io, che sono uno qualunque, non penso sia già detta l'ultima parola, e anzi credo che questa accelerazione della III Guerra Mondiale possa aprire delle crepe profonde e segnare dei punti di non ritorno, ponendo fine al mondo come lo abbiamo conosciuto sinora e lasciandoci lo spazio per attuare qualcosa di nuovo. Durante il precedente scossone, Rosa Luxemburg arguì che la scelta dicotomica era “socialismo o barbarie”, io mi permetto una chiosa, faccio presente che “socialismo” vuol dire “società” e società nasce da “convivialità”, pertanto affermo:

Convivialità, o barbarie.

In Kommando Nuovi Diavoli, ogni casa sull'albero dispone di ampi spazi ricreativi per far vivere assieme e socializzare i ragazzini in servizio al suo interno, e ogni squadra di pronto intervento consiste innanzitutto di persone amiche, prima ancora che commilitone; una delle cose più belle del S.O.C.S. è la grande disponibilità di divanetti e tavolini (più un cabinato arcade) per stravaccarsi assieme e chiacchierare e smanettare, e la kermesse di hacking è stata ordita in modo tale che io, l'ultimo arrivato, mi sono ritrovato ad abbracciare tutto il tempo persone amiche provenienti dai contesti più diversi, dal gruppo di volontariato cui mi ero unito appena arrivato a Milano alla conferenza antispecista della settimana precedente, sino a amicizie di penna conosciute sul Fediverso. Già, il nostro punto di partenza: il Fediverso.

In K.N.D., come vi accennavo, i piccoli eroi dispongono di tecnologie autoprodotte surreali quanto efficaci, dalla pistoletta laser alla navicella spaziale, e ricordo almeno un paio di episodi che portavano in scena differenze fondamentali di design e funzionamento fra l'arsenale del K.N.D. e le dotazioni dell'“internazionale adulta” e dei loro lacché adolescemi. Questo dettaglio mi è rispuntato in testa al S.O.C.S., fra le descrizioni tecniche dell'architettura di Autistici/Inventati, le lamentele sullo scollamento fra l'inventiva dei tecnici e i bisogni reali delle persone, e l'invito a non assumere mai un atteggiamento assistenzialista verso chi “sta peggio di te”, bensì a trovare i punti di contatto e agire assieme da pari a pari (grazie, persona che me l'ha fatto presente; grazie davvero). Mi è rispuntato in testa, perché se vogliamo sopravvivere fino a una frattura che permetta l'insurrezione, e vincerla quell'insurrezione, dobbiamo iniziare da subito a risolvere questi scollamenti, e darci strumenti radicalmente diversi da quelli dei padroni, funzionali a una vita liberata come la vogliamo noi: strumenti di interazione sociale, strumenti di produzione artistica, strumenti di produzione economica... strumenti di comunicazione di massa. Macchine che espandano le comunità preesistenti, anziché sostituirsi ad esse o addirittura degradarle: insomma, quelle che Ivan Illich chiamava “macchine conviviali”.

E quindi, collegando Illich a Luxemburg, macchine socialiste contro la barbarie dei padroni.

Il mio rapporto con il cyberspazio è ben lungi dall'essere pienamente sano, non dopo essere cresciuto nel boom di Facebook e degli smartphone, ma scappando a Milano, finalmente, ho trovato la mia gente, e non sono più lo strambo bambino eremita che fa giuramenti con sé stesso, né l'adolescente che deve aggrapparsi agli spazi online di hobbistica nerd per godere di un minimo di contatto umano con persone solidali: sono un adulto militante che vive i suoi valori entro una comunità di compagni e compagne, ben radicata nel nostro territorio e memore delle generazioni che ci hanno preceduto. E alcune di queste persone compagne le ho conosciute proprio passando per il Fediverso (ciao a tuttu <3), e sempre grazie al Fediverso cerco di restituire e diffondere quegli strumenti che stiamo mettendo assieme come comunità, nella speranza che arrivino ad altre comunità e le agevolino nel proprio percorso, specialmente a comunità piccole e periferiche che ancora non esistono appieno, ma consistono di persone sole e disorientare come lo era il piccolo me, che non sanno come muoversi per coagularsi e diventare un nodo della nostra internazionale.

Perché nella mia visione utopica vedo un mondo di comunità solidali e confederate, dotate di risorse e competenze autosufficienti e diffuse, dai campi a coltura alimentare al server per le telecomunicazioni, e indubbiamente io non ho le competenze tecniche per costruire né l'una né l'altra cosa; ho solo le mie parole, per trasmettere questo immaginario a voi che mi leggete, e orientare assieme un agire collettivo attraverso le rispettive risorse.

Per cui, cosa serve secondo me al Fediverso italiano? Serve che resti un progetto libertario, e triplichi gli sforzi in questo senso per crescere come cyberspazio conviviale, atto a rafforzare e amplificare i legami di solidarietà locale, e a mettere a rete chi si occupa di temi affini in contesti diversi.

Voi compagnu smanettonu che già lavorate in tal senso, avete tutta la mia stima e rispetto, e vi invito “solo” a fare vostro un motto a me molto caro che regolarmente ritiro fuori: contro la tirannide dei signori del mondo, cospiriamo assieme e iniziamo già adesso a disertare le loro regole, a costruire un contro-mondo diverso.

Io ci sto, e voi?

 
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from CollettivoCasamatta

Dighe mobili e astensionismo. Un bollettino delle elezioni municipali in Francia dopo il secondo turno.

Mentre in Italia, tra domenica e lunedì, l’attenzione collettiva era interamente rivolta al risultato del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, in Francia più di trentamila sindaci si stavano insediando nei rispettivi consigli comunali dopo i due turni elettorali svoltisi tra 14-15 e 22-23 marzo. L’importanza delle elezioni municipali francesi è dovuta, in generale, a differenza di quanto solitamente accade in Italia, al fatto che quasi tutti i cittadini sono chiamati al voto contemporaneamente e soprattutto nelle grandi città. Questa congiuntura permette dunque di valutare da vicino lo stato dei rapporti di forza tra partiti: più nel dettaglio, le ultime elezioni avevano già in partenza significato politico del tutto particolare considerata la presenza – molto più diffusa rispetto al 2020 – di liste autonome de La France Insoumise, il partito rappresentante della sinistra francese antiliberale guidato da Jean-Luc Mélenchon.

Un’analisi complessiva dell’esito elettorale risulta abbastanza difficile per la sua incertezza di fondo e per la differenza di prospettiva a seconda, com’è evidente, delle interpretazioni di campo e soprattutto del peso che si attribuisce, nella valutazione, ai risultati ottenuti nelle grandi città. Di certo, la riconferma del Parti Socialiste a Parigi e Marsiglia e dei verdi a Lione, tramite, rispettivamente, le elezioni al secondo turno di Emmanuel Grégoire, Benoit Payan e Gregory Doucet ha consentito di tirare l’ormai estremo sospiro di sollievo della tenuta (social)democratica contro l’avanzata delle destre, rappresentate a Parigi dalla candidata repubblicana Rachida Dati (sostenuta dal ritiro, al secondo turno, della candidata di estrema destra e consigliera di Eric Zemmour Sarah Knafo), a Marsiglia dal candidato del Rassemblement National Franck Allisio e a Lione dal macronista e patrizio (è l’ex presidente della squadra di calcio della città) Jean-Michel Aulas. Il trionfalismo esasperato per la “resistenza” e l’opposizione alla destra, repubblicana o neofascista che sia, simile alle scene di giubilo nelle piazze delle città italiane per il risultato del referendum, ha per la verità anche in Francia respiro cortissimo e mostra, più che nascondere, due temi che da anni si impongono dopo ogni chiamata al voto: l’alleanza precaria a tra LFI e coalizione socialdemocratica in funzione di “barrage” contro il Rassemblement National e, soprattutto, l’astensionismo.

Per quanto riguarda il primo punto, il rifiuto dell’alleanza con gli “insoumis” da parte del PS, incalzato soprattutto dall’ostracismo dell’ala destra (rappresentata da Raphael Glucksmann e dall’ex presidente François Hollande) ha provocato risposte diverse da parte dei candidati melenchonisti: a Parigi, ad esempio, Sophie Chikirou non ha ritirato la candidatura pur invitando a considerare l’incertezza dell’esito elettorale e consegnando, di fatto, una percentuale decisiva di voti a favore del socialista Gregoire; diversamente, a Marsiglia, Sébastien Delogu ha rinunciato a presentarsi al secondo turno in seguito alle manifestazioni di piazza dello scorso fine settimana, e a Lione Anais Belouassa-Cherifi ha optato per la fusione con le liste del PS garantendo a LFI l’immagine di unico e vero anticorpo istituzionale contro il RN per la messa in campo di una, ancorché soltanto decente, vera visione politica. In altre città, come a Tolosa, Brest o Limoges, LFI e PS hanno scelto inutilmente di fare comune opposizione alla destra per difendere o riconquistare la maggioranza nei diversi consigli comunali, suscitando forti critiche (sempre dell’ala destra dei Glucksmann e degli Hollande, pronti alla chiamata di un congresso che probabilmente revocherà l’attuale direzione di partito) al segretario socialista Olivier Faure. Tali prese di posizione confermano di fatto la natura centrista, moderata e conservatrice di una enorme fetta dell’ormai decrepito Parti Socialiste, che da decenni (dalle privatizzazioni del governo Jospin sulle esequie del quale la sinistra istituzionale, compatta, ha versato lacrime) adotta, quando al potere, misure di austerità e securitarismo.

Già non aveva stupito, nei mesi scorsi, la vergognosa campagna elettorale antiLFI anche da parte del blocco socialdemocratico, rafforzata spregevolmente nei toni soprattutto in seguito alla morte del militante fascista Quentin Deranque per la quale si è levata, univoca, la voce dell’intero arco parlamentare contro il partito di Mélenchon. Non sarà mai inutile ricordare le accuse di antisemitismo per l’incrollabile presa di posizione di LFI contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele cui fece seguito, nell’autunno del 2023, il ritiro del PS dall’intergruppo della NUPES nell’Assemblea nazionale (Nouvelle Union Populaire Ecologique et Sociale), coalizione nata in vista delle elezioni presidenziali del 2022 per contrastare la conferma di Macron – poi riproposta come nulla fosse per le elezioni legislative del luglio 2024. Anche considerando quelle città dove l’alleanza ha funzionato, a Nantes, a Tours, a Grenoble, è evidente che l’incompatibilità politica tra PS (e membri delle sue coalizioni, come ecologisti o PCF) e LFI sia “il” tema interno alla sinistra istituzionale e rileva della precaria strategia delle “dighe mobili” erette all’occorrenza contro i neofascisti (o repubblicani: ma se si prende come esempio Nizza ogni distinzione sembra ormai cadere) tra campagne di delegittimazione reciproca, soprattutto a parte socialista.

LFI, pur non essendo dichiaratamente partito rivoluzionario, resta ad oggi, per il programma ecosocialista e antiliberista che propone, con l’opposizione continua agli accordi commerciali europei come il Mercosur, la minaccia più grande alle future elezioni per l’enorme blocco moderato-conservatore che comprende tanto i socialisti quanto la sfaccettata ala destra, ancor più grande – così sembra sentendo sbraitare ai microfoni socialisti e macronisti - rispetto alla catastrofe che potrebbe rappresentare la presa di potere da parte del Rassemblement National alle ormai prossime elezioni del 2027. Il programma di LFI, dove più attuabile, in comuni operai e storicamente attraversati da profondissimi disagi sociali come Roubaix o Saint-Denis (dove, oltre alla vittoria degli “insoumis” va sottolineata la presenza in consiglio comunale di due membri di Révolution Permanente, partito rivoluzionario trotzkista) verosimilmente non assomiglierà a quanto potrebbe accadere qualora Mélenchon riuscisse a trionfare alle presidenziali. Il problema si riproporrà infatti, ancora una volta, dentro i due corpi del suo partito che sono anche in parte i due corpi dello stesso Mélenchon: da una parte, l’aspro critico dei PS e degli ecologisti, designati come irresponsabili “commercianti” della politica, e dall’altra il commosso custode della memoria storica dello stesso partito contro cui oggi alza feroce i toni; storia che coincide negli ultimi trent’anni con le misure economiche e sociali a esclusivo danno della classe lavoratrice francese, ulteriormente indebolita dagli ultimi dieci anni di presidenza Macron.

Eppure, senza alleanze (e soprattutto senza voti socialisti o verdi), la speranza di conquista della guida della nazione, per Mélenchon, si ridurrebbe in maniera probabilmente decisiva: al contrario, tramite coalizione, l’instaurazione della “rivoluzione cittadina” e l’applicazione di misure a favore della classe lavoratrice come l’aumento dei salari, la riduzione dell’orario lavorativo settimanale, l’anticipazione dell’età pensionabile alle cui spalle stanno i cicli di lotte degli ultimi dieci anni in Francia, si allontanerebbe, considerata la natura irrimediabilmente centrista del blocco socialdemocratico. Senza coalizione, senza, soprattutto, i voti di verdi ed ecologisti, l’unico vero soggetto politico in grado di sovvertire l’ordine delle cose a livello elettorale sembrerebbe quello di chi alle urne nemmeno si è presentato, spropositato in termini strettamente numerici (più di quattro su dieci) già al primo turno delle municipali, anche in virtù della differenza di peso di queste elezioni rispetto a quelle presidenziali. Se l’auspicio di LFI è in ogni caso rivolgersi al bacino degli astenuti, soltanto la corsa solitaria alle presidenziali e l’attuazione di un programma più radicale potrebbero convincere a una mobilitazione maggiore.

La fisionomia di questa nebulosa composta da precari, poveri, giovani o soltanto indifferenti, consente di asserire che è sempre e soltanto attraverso l’interpretazione del momento storico, attraverso la presenza massiccia nelle piazze (che già nel 2022 diede i suoi enormi frutti), e al di là, dunque, delle logiche di contrabbando politico con i partiti moderati, che LFI può rappresentare anche soltanto parzialmente gli interessi di una classe stremata in particolare dall’ultimo dei due mandati di Macron, coincidente con l’intensificarsi dei conflitti su scala internazionale. Tanto basterebbe, considerando che la risposta all’attuale durissima crisi, da parte dell’attuale presidente – cresciuto politicamente, ricordiamolo, tra i ranghi del Parti Socialiste come ministro dell’economia, è stata la promessa di autonomia difensiva attraverso l'ampliamento della potenza nucleare mentre tutt’intorno si alzava solenne l’inno nazionale.

 
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Stasera vorrei dare un piccolo spunto di riflessione e spiegare, se riesco, la presenza di “Parrocchie” nel grande social network del Fediverso.

Lo spunto di riflessione è una realtà che è sempre stata sotto gli occhi di tutti, ma pochi la vedono: il Signore ama le piccole cose, fatte con umiltà e con un cuore colmo di amore. Le cerimonie pompose lasciano il tempo che trovano, le liturgie complesse, magari con parole o canti in latino, non entrano nei cuori. I grandi eventi sono adatti per le foto e per i filmati, non di certo per pregare in maniera raccolta. La Chiesa ha allontanato tante persone a causa delle sue cerimonie, riti fatti per il mondo ma che poco c'entrano con la preghiera.

Sia chiaro, non sto rifiutando o criticando l'operato della Chiesa, che resta la nostra grande madre, con i suoi pregi e difetti, ma bisognerebbe provare a tornare piccoli. Le dinamiche interne del Vaticano, degli alti Prelati, così come quelle delle parrocchie, stanno soffocando pian piano la vera essenza della fede, per sostituirla con cerimonie pompose e prive di anima.

Dov'è l'umiltà, dove l'accoglienza dell'altro, che fine ha fatto l'amore di Gesù, dov'è la carità ? Sta a voi dare una risposta.

Passiamo adesso al motivo dell'esistenza di “Parrocchie”.

Internet è uno strumento fantastico, che originariamente fu pensato per unire persone molto distanti tra di loro. Per me che ho visto il mondo prima di Internet, non mi sembrava vero di fare ricerche senza dovermi recare ogni volta in biblioteca e cercare tra decine di libri. Con Wikipedia © poi, si raggiunse l'apoteosi della conoscenza, finalmente accessibile a tutti, o quasi. Nei forum si discuteva degli argomenti più vari e la mente si apriva al mondo.

La posizione della Chiesa di allora era: “questa cosa non ci serve e non ci interessa”.

Poi grandi aziende fiutarono un modo per far soldi, molti soldi, e così naquero i Social Media, prima su PC e poi sugli smartphone.

La posizione della Chiesa diventò: “è uno spazio nuovo, dove siamo chiamati a fare evangelizzazione”. Quindi spuntarono i primi profili di sacerdoti, educatori, pagine dei gruppi parrocchiali, con foto e tutto il resto.

Infine, in quest'epoca di Social Media padroni del mondo, che si sentono impuniti e si permettono di utilizzare i dati delle persone a loro piacimento, i sacerdoti, educatori, ecc. stanno ancora là, invischiati in piattaforme realizzate da persone senza scrupoli, che venerano il denaro come loro unico dio.

Come si può ancora parlare del Signore stando a casa di satana?

Ormai, su queste piattaforme, il testo di una preghiera viene messo tra la pubblicità del divano e quella sui consigli di bellezza. Le foto di un'attività in parrocchia vengono mischiate con il filmato del coniglio con le corna di alce ed altre amenità simili. Qualsiasi contenuto che abbia un significato, viene vanificato e soffocato da una valanga di futilità che ingoiano tutto, col solo scopo di farci stare più tempo a guardare lo schermo del telefono.

E allora, i tempi sono maturi per avere una “nostra” casa. Uno spazio dove l'amicizia, il confronto, la preghiera e l'amore per Dio e per il prossimo non siano strumentalizzati, utilizzati per vendere prodotti o sfruttati per vendere i dati delle persone. E' giunta l'ora di smetterla di arricchire chi è già vergognosamente ricco.

Lo scopo della Comunità Digitale “Parrocchie” è di fornire una casa etica, rispettosa e pulita alle comunità parrocchiali, a chi desidera confrontarsi sui temi della fede, a chi cerca conforto e perdono, ma soprattutto è nata per unire. Le diverse realtà parrocchiali non possono più essere separate le une dalle altre, c'è bisogno di avere un collante, c'è bisogno di supporto reciproco, di unità.

Come tutte le cose nuove, all'inizio la piattaforma e la “app” di “Parrocchie” richiederà un pò di tempo per capire l'utilizzo, ma ne vale la pena. Questa è la via d'uscita, questa è la risalita dalla cloaca.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139)

 
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from YAWN

che insomma. Ieri sono andato in trasferta per lavoro a Bologna. In treno, che è un ottimo mezzo per muoversi, in teoria, a parte la sveglia alle 5 per partire alle 6 e comunque provare il rischio di perdere la coincidenza a Piacenza (ma è andata bene) Ho trovato una situazione così delirante che quasi nemmeno a Milano in settimana della moda. Pioveva di brutto. E' anche iniziata, lo stesso giorno, una fiera. Ci sono i lavori per la tramvia (dopo 65 anni ci stanno ripensando, mi dirà il taxista). Traffico: praticamente bloccato. Esco dalla stazione totalmente spaesato alla Totò e Peppino a Milano. Davanti a me: un biscione di gente, lunghissimo. TUTTI IN ATTESA DI UN TAXI. Aspetterò, assieme a due colleghi, quasi DUE ORE, con 5 gradi di temperatura. Quasi non mi sentivo più i piedi, e arrivavo anche da una giornatina di stomaco a pezzi, quindi intuirete la mia felicità nel vivere quel momento. Il taxista ci dice: coi lavori han tolto le preferenziali, con quelle ci avremmo messo nemmeno 10 minuti ad arrivare. E invece ce ne abbiamo messi 25. Risultato siamo arrivati 2 ore dopo il previsto, e di conseguenza abbiamo finito di lavorare talmente tardi che grazie al cielo alcuni colleghi venuti in auto avevano un posto libero e mi hanno riportato a Piacenza, perchè coi treni da Bologna sarei rimasto bloccato in mezzo a mille casini; sono comunque rientrato alle 21.30, ma almeno su un treno con un po' di gente a bordo (che sarò uomo, e prossimo a diventare 41enne... ma con la gente che gira e le notizie che si sentono io mi cago uguale).

Vediamo il lato positivo? Ho finalmente conosciuto alcune persone che per quasi due anni ho sentito solo “telefonicamente”. E il collaudo è andato bene. E per rendere tutto più godevole, il pranzo è stato piacevole (decisamente carnivoro, ma non c'erano altre possibilità, in quel locale).

Se mi dovesse ricapitare, vado in auto.

S.

 
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from kipple


Breve contributo, poco focalizzato, all'appuntamento di marzo 2026 della Sagra IndieWeb.

Romualdo, probabilmente, era il nome corretto: nessuno lo chiamava così, era Remauldo/Lemuardo/Limuardo, che per la potenza del dialetto diventavano Remua', Lemua', Limua'. Remualdo non è mai invecchiato perché non è mai stato giovane: conoscerete quel tipo di persone, sono già vecchie a... quanto, quaranta anni? E poi restano vecchie fino alla morte, così come è stato per Remualdo: dopo la chiusura delle sale, l'abbiamo visto ancora per qualche tempo girare sul suo motorino, un Ciao (non lo stesso di sempre, prima ne aveva uno scuro, poi uno rosso, ma sempre lo stesso modello), poi non lo abbiamo visto più e abbiamo deciso che fosse morto. Sarà morto di sicuro, ora.

Vicino alla sala giochi gestita da Remualdo c'era, c'è ancora, una rosticceria famosa localmente per i tramezzini. Cosa sono i tramezzini? Non quello che pensate voi: dalle parti dove abitavo, sono quelle che il resto del pianeta chiama parigine. Il mio budget settimanale, all'epoca, era di 1.000 lire e, solitamente, lo usavo per comprarmi il tramezzino, la domenica mattina; torniamo a Remualdo, comunque.

Era apparentemente, probabilmente, privo di sentimenti, pure i rarissimi sconfinamenti in un accenno di risata erano gelidi come chicchi di grandine; forse la sua vera identità era stata di gerarca, chissà. Gestiva la sala con la freddezza e la prevedibilità di un automa: un classico la sua filosofia applicata al cambio delle 200 lire: se ti presentavi con degli spiccioli e chiedevi di cambiarteli nella moneta da 200 lire, l'unica accettata in quella sala, ti rispondeva che non ce n'erano, erano finite. Sempre tu, immediatamente dopo, senza neanche allontanarti dal banchetto, sfoderavi il biglietto da 1.000 e, ecco, te lo cambiava. Le 200 lire erano ricomparse.

Il titolo principe della sala, in quei mesi, era Wonder Boy, il primo, quello con le musiche che ti si incidevano in testa, consistendo in quei quattro temi in croceripetuti a ogni giro dei livelli: per i più giovani in ascolto, dovessero essercene, ricordo che i quadri, ovvero i livelli, erano sempre gli stessi in ordine, cambiavano il livello di difficoltà, la posizione dei nemici eccetera. In quei mesi, decisi di fare a meno dei tramezzini settimanali, la scorpacciata che volevo fare era di Wonder Boy. Così risparmiai per cinque settimane e decisi di monopolizzare il cassone, ovvero il cabinato, per l'intera mattinata.

Incredulo, partecipai probabilmente all'unico momento di umanità mai esibito da Remualdo: vedendomi consumare quel piccolo capitale, disse così, più o meno: «Ma non è che stai spendendo troppi soldi?»

Non ricordo la risposta, ma quel momento mi è rimasto impresso. Abbiamo continuato a odiarlo, ma ora sapevamo di odiare un essere umano.

#SagraIndieWeb

 
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from Storieparole

Due draghetti sparabolle, alla ricerca del tempo perduto

Il mese di marzo ha come tema, per la #SagraIndieWeb, i videogiochi e per me è impossibile pensare a un videogioco senza che alla mia mente tornino due draghetti sparabolle. Era una (per me troppo) calda estate di tanti, ma tanti anni fa e mi trovavo (contro la mia volontà) ancora una volta in vacanza al mare, insieme ai miei genitori e alla mia sorellina. Avrebbe potuto essere un rovente mese d’agosto come quelli che lo avevano preceduto, non molti in realtà perché ero piccola, ma abbastanza da farmi detestare il caldo, le spiagge affollate, rumorose e piene di sabbia che si appiccica ovunque, e invece quei due draghetti mi salvarono le vacanze. La sala giochi era fresca, i raggi del sole non riuscivano a illuminarla completamente e offriva una gradevolissima penombra, le musiche dei vari giochi sovrastavano il vociare delle persone… Per me, che avevo già finito tutti i compiti delle vacanze e non mi ero portata abbastanza libri da leggere, quello diventò il rifugio sicuro dove poter stare in santa pace, senza essere costretta a far amicizia con altri bambini sulla battigia. Purtroppo, come detto, ero piccola e non potevo svignarmela mollando mamma, papà e sorella in spiaggia ogni volta che volevo: Bub e Bob diventarono così i miei compagni del dopo pranzo – quando il sole era troppo alto e ustionante per poter stare al mare – e del dopo cena, a patto che portassi con me e tenessi d’occhio la mia sorellina. Non so quanti gettoni abbia lasciato dentro quella macchinetta, a posteriori penso tanti che avrei potuto diventare azionista della Taito, ma a quel tempo non mi importava: tutto quello che sapevo era che riuscivo a superare livello dopo livello, che in quella sala giochi ci stavo decisamente meglio che in spiaggia, ma soprattutto che lì non avevo bisogno di fingere. Davanti a quello schermo, mentre aiutavo i draghetti, potevo essere me, la ragazzina timida e mingherlina, con problemi d'asma e tutto il corollario di sfighe che la vostra immaginazione riesce a concepire. Bubble Bobble, momento di gioco

In quel fantastico mondo fatto di piani da scalare, balene da evitare, fruttini da mangiare e bolle da sparare, la logica aveva il suo spazio, a ogni azione corrispondeva una precisa e abbastanza prevedibile reazione, non come con gli altri bambini, sempre così complicati da interpretare e dalle reazioni imprevedibili! Giocare era così rilassante! Poi le vacanze finirono, la striscia blu luccicante del mare in lontananza venne sostituita da interminabili nastri di asfalto mentre l'automobile tornava verso la Lombardia. Sapevo che a casa non avrei ritrovato i draghetti, ma non avrei neppure avuto sabbia addosso e mi ero finalmente liberata dal dovere di fare amicizia in spiaggia; a scuola avrei ritrovato gli stessi compagni di sempre, quelli coi quali parlavo solo se mi rivolgevano loro la parola per primi, perché sarebbe stato scortese non rispondere, ma che più o meno avevo imparato a conoscere. Almeno quel tanto che bastava perché li evitassi il più possibile. E poi avrei rivisto i nonni! E avrei ritrovato tutti i miei libri! E tra poco sarebbe ricominciata la scuola, con così tante cose interessanti da imparare! I draghetti non mi sarebbero mancati, no, no. Parlai di loro solo una volta al di fuori della mia cerchia famigliare, nel tema che l'insegnante ci aveva assegnato perché descrivessimo le nostre vacanze estive appena concluse: come accadeva abbastanza spesso, il mio componimento ottenne il voto migliore – essere appassionati della propria lingua e studiarne i meccanismi paga – e dovetti leggerlo ad alta voce stando in piedi accanto alla cattedra – l'insegnante, evidentemente, lo considerava un premio, mentre per me era stato un supplizio, almeno finché non ci feci l'abitudine – ma, una volta tanto, notai che i miei compagni prestavano attenzione a ciò che leggevo. Nessuno lanciava palline di carta intrise di saliva usando le penne come cerbottane, né ridacchiava, né tirava le trecce a Rossana o passava bigliettini con cuori disegnati a Silvia. Una calma quasi surreale. Il sole entrava dai larghi finestroni, disegnando arabeschi sui banchi e sul pavimento mentre giocava a nascondino con le foglie degli alberi del giardino e, alzando per un istante gli occhi dal quaderno, approfittando di un segno d'interpunzione nello scritto, mi accorsi che tutti gli occhi dei miei compagni di classe erano puntati fissi su di me. Deglutii, ricacciando giù il nervosismo, e continuai a leggere fino a quando arrivai alla fine. Poi l'insegnante mi disse che potevo andare e io tornai al mio posto. La lezione riprese. Da quel giorno, però, le cose non furono più le stesse. Da quel giorno non fui più soltanto la secchiona. Da quel giorno i miei compagni iniziarono a chiamarmi anche nerd.

[A dispetto del titolo, non intendo sottoporvi al supplizio che Proust inflisse ai suoi lettori e non pubblicherò sette tomi descrivendo con dovizia di particolari il mio rapporto coi videogiochi: il mio contributo alla #SagraIndieWeb per questo mese termina qui]

Bubble Bobble Taito

 
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from CollettivoCasamatta

STATUTO DEL COLLETTIVO CASAMATTA

PREAMBOLO Il Collettivo nasce con l’obiettivo di costruire a Pesaro e provincia uno spazio politico, sociale e culturale fondato sui principi del marxismo – e quindi della lotta anticapitalista, dell’antifascismo, dell’internazionalismo, dell’antirazzismo, dell’ecologismo anticapitalista, del transfemminismo e dell’antisessismo. Rifiutiamo ogni forma di oppressione e sfruttamento, e riteniamo necessario un progetto politico che unisca studio, lotta, solidarietà e organizzazione dal basso.

PARTE I — PRINCIPI FONDAMENTALI Art. 1 — Anticapitalismo e Marxismo ● Il Collettivo riconosce che il capitalismo è un sistema ● basato sull’alienazione del lavoro e della vita e sullo sfruttamento del lavoro salariato per il profitto di pochi ● che vive di crisi, disuguaglianze e sfruttamento strutturali ● che subordina i bisogni umani alla logica del profitto 1.2 Il Collettivo sostiene le lotte per la redistribuzione reale delle risorse, per l’accesso universale ai diritti fondamentali e per l’abbattimento delle disuguaglianze economiche e sociali. 1.3 Il nostro riferimento teorico è il marxismo nelle sue diverse interpretazioni critiche e rivoluzionarie. 1.4 Il Collettivo rifiuta ogni forma di compatibilità con logiche socialdemocratiche, neoliberali, aziendaliste o individualiste. 1.5 Il Collettivo combatte ogni forma di sfruttamento, sostenendo l’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici e la difesa dei diritti sul posto di lavoro. 1.6 Il Collettivo riconosce che il cambiamento nasce dal conflitto sociale organizzato: scioperi, mobilitazioni, campagne e lotte sono strumenti fondamentali per trasformare i rapporti di forza nella società.

Art. 2 — Antifascismo e Democrazia partecipata e laica 2. 1 Il Collettivo prende posizione contro le organizzazioni e le ideologie fasciste, naziste e di estrema destra e si riconosce in un antifascismo consapevole e partecipato, inteso come pratica politica, sociale e culturale volta alla difesa dei valori democratici, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. 2. 2 Il Collettivo fonda la propria organizzazione sulla partecipazione attiva, sulla discussione democratica e sull’assenza di gerarchie permanenti, valorizzando la decisione collettiva e condivisa.

Art. 3 — Internazionalismo 3.1 Il Collettivo riconosce che i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo condividono gli stessi interessi e lo stesso nemico di classe: le lotte non possono essere confinate entro i confini nazionali, ma devono costruire solidarietà concreta oltre le frontiere. 3.2 L’internazionalismo implica il rifiuto di ogni forma di dominio economico, politico o militare esercitato da uno Stato su un altro. Il Collettivo sostiene i popoli oppressi nelle loro lotte di autodeterminazione e liberazione. 3.3 L’internazionalismo è incompatibile con qualunque ideologia nazionalista, sciovinista o xenofoba. Il Collettivo promuove invece cooperazione, scambio e solidarietà tra i popoli.

Art. 4 — Antirazzismo e Anticolonialismo 4.1 Il Collettivo ripudia ogni forma di razzismo, suprematismo o discriminazione etnica, culturale o religiosa. 4.2 Sosteniamo le lotte anticoloniali e antimperialiste, riconoscendo che il capitalismo globale riproduce gerarchie tra popoli e nazioni. 4.3 Il Collettivo si oppone al militarismo e rifiuta l’uso della guerra e della forza militare come strumenti di dominio, controllo o risoluzione dei conflitti. 4.4. Il collettivo rivendica il diritto alla resistenza e all'autodeterminazione dei popoli, rifiutando l’equiparazione tra la violenza degli sfruttati e degli oppressi con quella degli sfruttatori e degli oppressori. 4.6 Il Collettivo sostiene la cooperazione internazionale, il dialogo interculturale e la tutela dei diritti dei popoli oppressi, promuovendo un internazionalismo concreto e anti-xenofobo.

Art. 5 — Ecologismo anticapitalista 5.1 Il collettivo afferma che la crisi climatica è una conseguenza diretta del modello produttivo capitalistico. 5.2 Il collettivo sostiene una transizione ecologica radicale, giusta e guidata dai bisogni popolari, non dal profitto. 5.3 Il collettivo rifiuta il greenwashing e l’ecologismo fine a sé stesso. Una critica ecologica – consapevole e coerente – non può che essere anticapitalista e mettere in questione il modello di sviluppo capitalista.

Art. 6 — Femminismo e Lotta contro il Patriarcato 6.1 Il Collettivo si impegna per la parità reale, l’autodeterminazione e la lotta contro ogni forma di oppressione di genere. 6.2 La liberazione delle donne e delle soggettività oppresse dal sistema patriarcale è parte centrale del progetto rivoluzionario. Non sono, quindi, ammesse posizioni sessiste o misogine.

Art. 7 — Antisessismo, Diritti LGBTQIA+ e Liberazione Sessuale 7.1 Il Collettivo sostiene pienamente i diritti e le lotte delle persone LGBTQIA+. 7.2 Non sono tollerate posizioni omo-lesbo-bi-trans-fobiche, queerfobiche o che negano l’esistenza e i diritti delle persone trans e non binarie. 7.3 Viene sostenuta una cultura politica basata sul rispetto, sul consenso e sulla solidarietà.

PARTE II — ORGANIZZAZIONE DEL COLLETTIVO Art. 8 — Assemblearismo e Democrazia Interna 8.1 Il Collettivo si organizza in modo democratico, con assemblee periodiche aperte ai membri ed eventuali interessati. 8.2 Le decisioni vengono prese attraverso discussione collettiva, ricerca del consenso ove possibile o voto a maggioranza. 8.3 Sono rifiutate pratiche autoritarie, leaderismo carismatico e gestione antidemocratica.

Art. 9 — Gruppi di Lavoro 9.1 Potranno essere costituiti gruppi di lavoro tematici e organizzativi. 9.2 I gruppi di lavoro operano in modo orizzontale: le decisioni vengono prese collettivamente, senza ruoli gerarchici fissi. Ogni membro del Collettivo può partecipare liberamente, portare contributi e assumere responsabilità operative. 9.3 Ogni gruppo è tenuto a: ● riferire regolarmente all’assemblea del Collettivo; ● documentare le proprie attività, presentando analisi, proposte, materiali e programmi; ● mantenere coerenza politica con le linee generali del Collettivo. Il lavoro prodotto deve essere accessibile a tutti i membri del Collettivo. 9.4 L’assemblea rimane lo spazio decisionale finale, mentre i gruppi garantiscono continuità e approfondimento.

Art. 10 —Portavoce, ruoli organizzativi e Finanze 10.1 Tutti i ruoli organizzativi, inclusi portavoce, tesoriere e responsabile dei rapporti con la stampa, devono essere decisi collettivamente, revocabili e temporalmente limitati. 10.2 Ove possibile tutti i ruoli di cui sopra devono essere ruotati regolarmente per evitare personalismi e accumulo di ruoli. I gruppi restano sempre aperti a nuovi membri, favorendo inclusione, apprendimento e crescita collettiva. 10.3 Le finanze, le spese e le raccolte fondi devono essere pubbliche e trasparenti, con report aggiornati all’inizio di ogni riunione e resi disponibili ad ogni membro del Collettivo.

PARTE III — ATTIVITÀ POLITICA Art. 11 — Incompatibilità Politica 11.1 Sono incompatibili con la militanza nel Collettivo: ● fascismo, neofascismo e sionismo ● razzismo, suprematismo e xenofobia ● militarismo e nazionalismo autoritario ● sessismo e misoginia ● omofobia, transfobia, queerfobia 11.2 La partecipazione al Collettivo non è compatibile con ruoli ● di vertice, di direzione e di rappresentanza in partiti e in forze politiche che partecipano a giunte, consigli o governi locali di collaborazione di classe ● in aziende partecipate espressione diretta del governo locale o ad esso legate.

Art. 12 — Formazione Politica 12.1 Il Collettivo considera la formazione politica uno strumento indispensabile per comprendere le dinamiche sociali, economiche e storiche del capitalismo. Lo studio collettivo è parte integrante della militanza, e si svolge attraverso gruppi di lettura, seminari, discussioni guidate, percorsi tematici, e/o cineforum. 12.2 La formazione deve essere inclusiva, accessibile e orientata a sviluppare capacità critiche autonome. Ogni militante è incoraggiato a contribuire con competenze e prospettive diverse, promuovendo un sapere condiviso che non riproduca gerarchie accademiche ma favorisca la crescita politica del collettivo nel suo insieme.

Art. 13 — Lotta e Conflitto 13.1 Il Collettivo partecipa alle mobilitazioni studentesche, alle vertenze sul lavoro, alle lotte ambientali e territoriali. 13.2 Il Collettivo promuove pratiche solidali e mutualistiche. 13.3 Si possono costruire alleanze con altri gruppi, purché rispondenti ai principi di questo Manifesto e non operanti in contrasto con esso.

Art. 14 — Comunicazione e Spazio Pubblico 14.1 Il Collettivo utilizza strumenti di comunicazione inclusivi e accessibili: assemblee, conferenze, seminari, social media, volantini. 14.2 Nessun contenuto discriminatorio, offensivo o denigratorio può essere prodotto o diffuso a nome del Collettivo.

CONCLUSIONE 15.1 Questo Manifesto rappresenta la base politica, etica ed organizzativa del Collettivo. 15.2 L’adesione al Collettivo richiede la sottoscrizione del Manifesto. 15.3 La partecipazione è personale. Si aderisce come singole persone, non in forma associata (altri collettivi, organizzazioni, circoli, partiti). 15.4 Chiunque voglia partecipare deve rispettarlo e contribuire alla costruzione di una comunità militante, inclusiva e radicale.

 
Continua...