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from CollettivoCasamatta

MANI ROSSE E BRACCIA TESE Come i pogrom a Belfast sono un dispositivo dell’imperialismo

In alcuni quartieri di Belfast, assistiamo a notti di cristalli. Folle bianche inferocite danno l’assalto alle abitazioni private di persone razzializzate, ai loro negozi e alle loro auto, in una caccia allo straniero che, per intensità, non si vedeva da decenni in Europa occidentale. A commento di ciò, media borghesi parlano di “rivolte” e i settori suprematisti della società si fregano le mani parlando di “patrioti” e “naturale reazione all’invasione islamica”. Per comprendere la natura profonda di queste violenze, è necessario mappare geograficamente gli scontri, analizzare la composizione di classe delle aree coinvolte e ricollocare la questione nella sua corretta dimensione, quella di un territorio storicamente e tuttora sotto occupazione coloniale.

GLI AVVOLTOI

L'esplosione dei pogrom ha fatto seguito a un grave fatto di cronaca, immediatamente intercettato e strumentalizzato dalle centrali internazionali del suprematismo bianco e dai network dell'estrema destra britannica. L'innesco è stato un feroce attacco con coltello avvenuto nel nord di Belfast ai danni di un cittadino locale, che ha portato all'arresto di un trentenne richiedente asilo di origine sudanese. Nel giro di pochi minuti, la macchina della propaganda razzista si è attivata per trasformare una tragedia isolata in un pretesto per una caccia all'uomo su base etnica. Il ruolo di catalizzatore principale è stato assunto da Stephen Yaxley-Lennon, noto con lo pseudonimo di Tommy Robinson. Il noto agitatore dell'estrema destra britannica, a libro paga sionista, ha diffuso in rete un video di 54 secondi dell'aggressione, accompagnandolo con messaggi incendiari tesi a incitare “uomini e ragazzi bianchi” a scendere in strada per “difendere le proprie comunità”. La portata di questa narrazione tossica è stata moltiplicata in maniera esponenziale da Elon Musk che ha attivamente condiviso i post di Robinson contenenti i dettagli e le coordinate geografiche dei punti di raccolta delle proteste, aggiungendo il proprio personale commento intimidatorio: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A VOCE ALTA ci sarà un cambiamento!”. A dar manforte a questa operazione di sciacallaggio mediatico si sono uniti leader sovranisti britannici come Nigel Farage e Rupert Lowe del partito Reform UK, affiancati da gruppi oltranzisti come il Restore Britain Party, il quale ha diffuso slogan esplicitamente squadristi del calibro di: “Non fate pace con il male. Distruggetelo”. A livello locale, esponenti della politica unionista istituzionale hanno offerto sponda ideologica ai rivoltosi: il leader del DUP Gavin Robinson ha descritto l'attacco come “medievale”, mentre Jim Allister del TUV ha evocato in chiave islamofoba lo spettro di una presunta “importazione di una cultura aliena che include la decapitazione”. Questa saldatura tra i vertici del sovranismo istituzionale e gli influencer fascisti online ha fornito il perfetto paravento ideologico alle squadracce sul campo.

DALLA WEST BANK A BELFAST, I COLONI POGROMISTI

Il primo dato incontrovertibile, sistematicamente taciuto dalla stampa borghese, riguarda la localizzazione dei tumulti: i pogrom sono avvenuti esclusivamente nei quartieri lealisti e unionisti (come le storiche enclave proletarie di Sandy Row e l'est di Belfast). Le devastazioni, gli assalti alle abitazioni (che hanno costretto numerose famiglie e persino neonati a fuggire), i blocchi stradali e i roghi di autobus e veicoli sono circoscritti a precise aree storicamente legate all'identità filo-britannica, e hanno visto il coinvolgimento attivo e la regia delle organizzazioni paramilitari lealiste (in particolare frange legate all'UVF e all'UDA), elementi che fungono storicamente da braccio armato e informale degli interessi conservatori e dell'apparato securitario d'oltremanica. Al contrario, i quartieri repubblicani di Belfast hanno solidarizzato attivamente con le persone attaccate, esprimendo immediata e concreta solidarietà nei confronti delle comunità e delle persone colpite. Questa netta demarcazione smentisce la narrazione di una violenza intercomunitaria generalizzata, evidenziando come l'antirazzismo e la difesa degli oppressi restino saldamente radicati nel tessuto sociale del repubblicanesimo storico.La memoria storica di Belfast non può non andare ai fatti dell’agosto 1969. In quell'anno, le mobilitazioni per i diritti civili della minoranza cattolica/nazionalista vennero represse nel sangue dalla polizia coloniale (RUC) e dalle bande lealiste. Interi quartieri cattolici, come Bombay Street, vennero dati alle fiamme, provocando il più grande sfollamento forzato di civili in Europa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Migliaia di famiglie cattoliche furono costrette a fuggire dalle proprie case sotto la minaccia delle armi e degli incendi. L'uso del terrore sistematico contro “l'altro”, finalizzato a preservare lo status quo colonial-capitalista e la supremazia settaria, rappresenta il DNA ideologico da cui attingono oggi le squadracce che nel 2026 hanno promosso i pogrom contro i migranti nei medesimi quartieri. Non possiamo non pensare anche ai continui attacchi che i palestinesi subiscono in Cisgiordania da parte dei “ragazzi delle colline”, coloni che agiscono da braccio armato per l’insediamento dell’entità sionista.

DIVIDE ET IMPERA: la speculazione privata fomenta il razzismo

Per comprendere l'adesione di frange giovanili lealiste a questi moti reazionari, è necessario osservare le cause economico-sociali di fondo. L'Irlanda del Nord rimane, a tutti gli effetti, un paese occupato. In questo contesto, sia l'EIRE (il governo di Dublino) sia gli occupanti britannici utilizzano l'Ulster come hub logistico per ospitare numerosi rifugiati, allocati in apposite strutture private. Gran parte di queste strutture private si trova nelle aree piccolo-borghesi e popolari delle città, che nell'assetto urbanistico e segregato di Belfast sono in netta maggioranza protestanti e unioniste. Questo mix, fatto apposta o meno, è la ricetta sicura perché si creino queste situazioni di scontro orizzontale. La potenza occupante scarica le contraddizioni delle proprie politiche migratorie su territori già impoveriti. I quartieri in cui sono esplosi i disordini sono aree colpite da decenni di deindustrializzazione, totale assenza di investimenti pubblici, disoccupazione cronica e drastico smantellamento dei servizi sociali di base. Anziché indirizzare la propria rabbia contro la classe politica dirigente e le politiche neoliberiste che hanno devastato il loro stesso territorio, la frustrazione sociale di questi settori è stata abilmente manipolata. Il razzismo sistemico e la retorica della “supremazia bianca” sono stati inoculati per offrire un capro espiatorio immediat come i migranti, i rifugiati e i piccoli commercianti di origine straniera, i cui negozi e abitazioni sono stati metodicamente distrutti o dati alle fiamme. Le statistiche giudiziarie sui partecipanti a questi disordini confermano d'altronde un profilo ad alto tasso di marginalità sociale, con una fortissima incidenza di soggetti già noti alle autorità per gravi reati di violenza domestica e abusi familiari, a riprova di come la sbandierata retorica della “difesa delle donne e dei bambini locali” sia solo un paravento ideologico per lo squadrismo.

CONTRADDIZIONI E FORZA DELL’AREA REPUBBLICANA

La partecipazione ai pogrom di una esigua minoranza di elementi provenienti dall'area repubblicana viene oggi strumentalizzata dai detrattori della causa irlandese per dimostrare un presunto “fallimento del nazionalismo”. Lettura grossolana e controrivoluzionaria che rivela una visione monodimensionale dei popoli colonizzati: l'area repubblicana non è interamente socialista, poiché al suo interno albergano storicamente anime di destra e conservatrici, rappresentate nella Repubblica d'Irlanda da partiti storici dell'establishment borghese come il Fianna Fáil e il Fine Gael. È dunque perfettamente normale che settori minoritari di estrazione repubblicana, slegati dalla coscienza di classe e influenzati dalla propaganda reazionaria, si siano fatti trascinare nei pogrom. Questo, tuttavia, non inficia la postura della stragrande maggioranza del movimento, poiché l'intera area repubblicana socialista -dalle posizioni più moderate di Sinn Féin fino alle avanguardie oltranziste di Saoradh – ha condannato senza appello i pogrom. Le organizzazioni della sinistra repubblicana hanno chiaramente indicato la responsabilità strutturale di queste violenze nella propaganda tossica diffusa dagli occupanti britannici e dai loro collaborazionisti lealisti. Si profila però un compito difficilissimo per i settori repubblicani socialisti, che da una parte devono difendere l'accoglienza, il diritto d'asilo e l'internazionalismo di classe, dall'altra rischiano di apparire conniventi con politiche sociali e abitative imposte dall'alto dall'occupante britannico. Fino a questo momento, le reti di base del repubblicanesimo di classe stanno reagendo con straordinaria maturità, respingendo la guerra tra poveri senza cedere di un millimetro alla retorica coloniale; la speranza è che questa postura politica tenga nel tempo.

CHI PIANGE PER LE VETRINE ROTTE, RIDE PER LE CASE BRUCIATE.

I fatti degli ultimi giorni hanno squarciato definitivamente il velo d'ipocrisia che avvolge la destra istituzionale e reazionaria. L'intera area sovranista sta difendendo i pogrom, con organi di stampa, tabloid e testate giornalistiche impegnati a magnificare o giustificare devastazioni, blocchi e incendi storici, derubricandoli a “comprensibile esasperazione popolare”.Questo atteggiamento svela il bluff del legalismo della destra, che invoca la legge, l'ordine e il carcere duro quando a scendere in piazza sono i lavoratori, gli studenti o i militanti rivoluzionari e tollera, minimizza e legittima l'illegalità squadrista più feroce quando questa serve a colpire i più deboli e a deviare la rabbia sociale. Il loro feticcio dell'ordine è un'arma a doppio taglio che tanfa di cadavere. La prossima volta che le masse rivoluzionarie bloccheranno porti e strade, le loro lacrime ci faranno ridere ancora di più.

 
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Cuba di fronte alla minaccia dell'imperialismo statunitense: una prospettiva marxista

​Dalla vittoria della rivoluzione del 1959, Cuba ha rappresentato una sfida simbolica e politica all'egemonia degli Stati Uniti nei Caraibi e in America Latina. La nazionalizzazione delle grandi proprietà, l'espropriazione del capitale straniero e la costruzione di un'economia pianificata hanno posto l'isola in aperto contrasto con gli interessi economici e strategici di Washington. ​Nel corso dei decenni, gli Stati Uniti hanno adottato una politica di isolamento economico e diplomatico nei confronti di Cuba. L'embargo (bloqueo), le sanzioni e le costanti pressioni politiche hanno avuto l'obiettivo di indebolire e strangolare il sistema nato dalla rivoluzione. Sono precisi strumenti dell'imperialismo finalizzati a subordinare una nazione alle esigenze delle grandi potenze capitalistiche. Questa strategia non è un caso isolato, ma risponde a un preciso asse geopolitico che trova il suo parallelo più immediato nelle aggressioni imperialiste contro il Venezuela. Proprio come accaduto con il Venezuela – colpito da sanzioni economiche devastanti, dal congelamento dei beni statali all'estero, da tentativi di colpi di Stato e da costanti minacce di intervento – l'obiettivo di Washington non è mai la promozione della democrazia o dei diritti umani. Sia nel caso venezuelano che in quello cubano, l'imperialismo agisce per riaffermare il proprio controllo geopolitico nella regione, abbattere qualsiasi modello alternativo o non allineato e riprendere il possesso delle risorse strategiche e dei mercati locali (nel caso del Venezuela in chiave direttamente anticinese). ​Un eventuale attacco militare a Cuba -o comunque il rovesciamento del suo legittimo governo- costituirebbe quindi il punto più avanzato di questa medesima politica di ricolonizzazione. ​Perché la minaccia emerge oggi e quali sono le condizioni materiali a Cuba ​Dal punto di vista marxista, le tensioni che periodicamente riemergono tra Stati Uniti e Cuba non possono essere comprese esclusivamente attraverso le dichiarazioni diplomatiche o le scelte dei governi. Esse affondano le proprie radici nelle contraddizioni economiche e geopolitiche del capitalismo contemporaneo. In un contesto internazionale caratterizzato da una crescente competizione tra grandi potenze, instabilità economica globale e ridefinizione degli equilibri regionali, Cuba continua a rappresentare un'anomalia politica nel continente americano. La persistenza di un sistema economico sottratto al libero mercato e la sopravvivenza delle principali conquiste sociali della rivoluzione costituiscono elementi di attrito permanente con gli interessi strategici dell'imperialismo. ​Allo stesso tempo, l'isola attraversa una delle fasi economiche più difficili della sua storia recente. La popolazione deve confrontarsi con carenze di beni essenziali, frequenti difficoltà nell'approvvigionamento energetico, bassi salari reali e una crescente pressione inflazionistica. Le conseguenze della pandemia, il rafforzamento delle sanzioni economiche, il golpe mascherato in Venezuela (che rappresentava la principale fonte di approvvigionamento energetico), la diminuzione delle entrate esterne e le debolezze strutturali di una gestione burocratica e centralizzata dell'economia, slegata da un reale controllo dei lavoratori, hanno contribuito a un peggioramento delle condizioni materiali di vita di ampi settori della popolazione lavoratrice. ​Di fronte a queste difficoltà, il governo cubano ha cercato di preservare la stabilità introducendo una serie di riforme e concessioni al mercato. Negli ultimi anni si è assistito a una maggiore apertura verso iniziative private di piccola e media dimensione, all'espansione di spazi destinati agli investimenti stranieri e a misure volte ad attrarre capitali dall'estero. Sono tentativi difensivi adottati sotto fortissime pressioni economiche interne ed esterne, ma al tempo stesso sollevano enormi interrogativi sul rischio di una progressiva crescita delle disuguaglianze sociali e di una maggiore penetrazione dei rapporti di produzione capitalistici. ​In questo quadro, la pressione esercitata dagli Stati Uniti mira ad approfondire le difficoltà economiche dell'isola per favorire il suo crollo. ​La posizione marxista: difesa incondizionata contro l'aggressione e democrazia operaia. ​La tradizione politica marxista ha elaborato da tempo il principio della difesa degli Stati e dei paesi oppressi contro l'imperialismo. Questo principio significa che, nel caso di un conflitto tra una potenza imperialista e uno Stato dipendente – tanto più se nato da una rivoluzione sociale- i rivoluzionari devono sostenere incondizionatamente la resistenza contro l'aggressore, indipendentemente dal giudizio politico sulla direzione di quel paese. ​Difendere Cuba non significa però rinunciare alla critica delle sue strutture politiche o all'esigenza di una transizione socialista basata sul reale potere dei lavoratori. Il marxismo sostiene che la difesa delle conquiste economiche debba andare di pari passo con la lotta per il controllo democratico dei lavoratori sulle istituzioni e sull'economia. Pertanto, una prospettiva marxista coerente combina sempre due parole d'ordine: resistenza intransigente all'imperialismo esterno e avanzamento della democrazia operaia all'interno. ​In caso di attacco, la resistenza non potrebbe basarsi unicamente su metodi burocratici o diplomatici, ma richiederebbe il pieno coinvolgimento e l'armamento politico oltre che militare delle masse popolari, le uniche realmente interessate a difendere ciò che la rivoluzione ha costruito. ​Il ruolo della classe lavoratrice internazionale e l'asse Cuba-Venezuela ​Nessuna rivoluzione può sopravvivere isolata per un periodo indefinito entro i confini di un solo Stato. Le difficoltà economiche e politiche affrontate da Cuba nel corso della sua storia sono state aggravate dall'isolamento internazionale e dall'assenza di processi rivoluzionari vittoriosi nei paesi economicamente più sviluppati. ​Di fronte a una minaccia statunitense, la risposta più efficace non sarebbe limitata all'ambito diplomatico. Sarebbe necessario che la classe operaia innanzitutto dell'America Latina si mobilitasse con i propri metodi: * ​Campagne di opposizione attiva all'intervento e mobilitazioni di piazza. * ​Scioperi e azioni di boicottaggio contro il coinvolgimento bellico e per bloccare il rifornimento delle forze imperialiste. * ​La costruzione di un fronte unico dei lavoratori che unisca le forze di classe cubane, venezuelane, del resto del continente e del mondo contro il comune nemico imperialista. ​In questa visione, il movimento operaio degli stessi Stati Uniti avrebbe una responsabilità particolare. La tradizione marxista ha sempre attribuito una priorità assoluta alla lotta contro il proprio imperialismo nazionale. Per i lavoratori statunitensi, la parola d'ordine centrale sarebbe dunque quella di contrastare qualsiasi aggressione condotta da Washington, unendo la parola d'ordine “Giù le mani da Cuba e dal Venezuela!” alla lotta interna contro il sistema capitalista. ​Oltre la difesa: per una prospettiva socialista internazionale ​Cuba non può essere difesa se la sua rivoluzione resta entro i confini nazionali. Le conquiste della rivoluzione cubana, pur importantissime, sono destinate a incontrare limiti strutturali invalicabili se confinate in una piccola isola soggetta alle costanti pressioni del mercato mondiale. ​Per questo motivo, la solidarietà con Cuba e con il Venezuela deve accompagnarsi alla costruzione di movimenti rivoluzionari in altri paesi e alla promozione di una prospettiva internazionalista. Solo l'estensione della lotta socialista su scala regionale e globale, abbattendo il dominio del capitale nei centri nevralgici del continente, potrebbe creare le condizioni per superare definitivamente la dipendenza economica, l'isolamento e il ricatto delle grandi potenze. Siamo molto lontani da questo scenario, ma occorre essere consapevoli che l'unico modo di difendere Cuba è dare una prospettiva socialista e internazionalista alla battaglia per la sua difesa.

 
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from Le ricette di Kenobit

In grecia fanno delle frittelle buonissime che chiamano “keftedes”. Le fanno con molte verdure, inclusi i pomodori, ma le più buone secondo me sono quelle con le zucchine: kolokithokeftedes. Mi è venuta voglia di mangiarle, ma purtroppo la ricetta originale prevede feta e uova. Ho provato a farne una versione vegana, con quello che avevo in casa. Ci ho messo la farina di ceci invece di quella bianca, perché non l'avevo in casa. Sono venute buonissime. Profumate, golose, aromatiche. Sono state un successone e ho deciso di scrivermele qui per poterle rifare. Sono solo ispirate alle kolokithokeftedes, perché senza uova e formaggio vengono più leggere e spicca di più il sapore degli aromi. Personalmente, le ho trovate ancora più buone delle originali.

Ingredienti

  • la parte verde di un paio di cipollotti
  • quattro zucchine
  • menta
  • prezzemolo
  • basilico
  • un cucchiaino di lievito chimico/baking powder
  • sale
  • pepe
  • un cucchiaino di cumino in polvere
  • tre cucchiai di lievito nutrizionale
  • farina di ceci (cinque cucchiai)
  • olio per friggere

PREPARAZIONE Partiamo dalle zucchine. Le vogliamo grattuggiate e ben strizzate dall'acqua. Io faccio così:

1) Preparo una ciotola con dentro un panno da cucina pulito 2) Grattugio le zucchine con la maglia più larga della grattugia 3) Metto le zucchine nella ciotola e le salo 4) Aspetto dieci minuti 5) Strizzo fortissimo, facendo una palla con il panno e girandola per fare uscire più acqua possibile

Toglierla tutta è impossibile e non necessario, ma facendo così ne toglierete molto più di quanta se ne tolga a mani nude e vi verranno frittelle più croccanti. Togliete il panno e mettete le zucchine scolate nella ciotola. Tritate il verde del cipollotto, la menta, il prezzemolo e il basilico. Aggiungeteli alle zucchine. Nota: tecnicamente dovrebbe starci bene anche il finocchietto, ma non l'avevo e non l'ho usato.

Aggiungete il cucchiano di cumino, una grattata di pepe, il cucchiaino di baking powder (facoltativo, ma fa venire tutto più arioso). Aggiungete la farina di ceci. Ho scritto cinque cucchiai, ma ovviamente dipende tutto da quanto sono grosse le zucchine che avete grattugiato. Il fatto è che di farina ce ne vuole veramente poca. Non serve creare una pastella classica, basta ottenere un pastone che sta rozzamente insieme.

Coprite e mettete a riposare in frigo per almeno un paio d'ore, o ancora meglio una notte/mezza giornata. Questo serve a due cose: le verdure salate butteranno fuori dell'acqua, che andrà a legarsi con la farina di ceci. Al tempo stesso, il tempo di riposo/ammollo faciliterà la cottura della farina di ceci (sono pur sempre ceci!).

Mettete un generoso dito d'olio in padella, portatelo a temperatura e quando è abbastanza caldo metteteci le frittelle. Io le formo con due cucchiai, facendo una classica quenelle. Vanno trattate con cura perché non c'è l'uovo, ma dovrebbero starvi tranquillamente insieme. Se così non fosse, aggiungete un po' di farina. Friggete qualche minuto, girandole, finché non sono ben dorate. Servitele con della tzatziki e godete fortissimo!

 
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from 📦 Scatolone

Dopo i cianobatteri, Doom è la cosa più diffusa al mondo. Non esiste un singolo oggetto sulla faccia della Terra che non possa ospitarlo. Sì, anche le cellule del nostro corpo. Ma oggi sono qui per parlarvi di DsDoom PVR, un source port per Nintendo DS che ha delle belle peculiarità: tanto per incominciare, funziona più o meno come PrBoom, perché ne è un fork, e la mappa è sempre visibile nello schermo inferiore. Adoperarlo per giocare ai WAD originali non è complicato, basterà inserirli nella cartella di DsDoom PVR e poi selezionare quello che più ci aggrada dal menu principale, Per quanto riguarda quelli sviluppati dalla comunità, esistono 2 metodi:

Metodo N°1

Il primo consiste nello specificare il percorso di un .wad nel file prboom.cfg (se ne posso segnalare massimo 2, lo stesso vale anche per i .deh). Di seguito, un piccolo esempio:

wadfile_1 "Wad/Chex/Chex.wad"

Funziona, eh! Però non è la soluzione più comoda, perché ci costringe a modificare questo file ogni volta che vogliamo cambiare

Metodo N°2

Il secondo metodo consiste nel creare un eseguibile per ogni singolo WAD, per far dobbiamo creare un file .argv con all'interno la seguente sintassi:

dsdoom.nds -wad [POSIZIONE E NOME DEL WAD]

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Iersera sono crollato dopo il lavoro e ho rinunciato a partecipare a un'assemblea politica in altra zona della città, ma poi di punto in bianco salta fuori che letteralmente davanti casa mia ci sarebbe stata una conferenza di Dario Salvietti, il delegato del collettivo di fabbrica ex-GKN e portavoce della Global Sumud Flotilla. Dopo la conferenza del compagno Dario, è emersa spontaneamente una serata di chiacchiere a cuore aperto con persone carine del quartiere che già conoscevo di vista, e con cui, in poche ore, ho fatto grandi passi verso l'amicizia in senso proprio (sì sono uno che quando si apre va a fondo, ed è una capacità cui tengo tanto). Ora sono così pieno di rabbia e di gioia che ho deciso di trascrivere qui una mia poesiola, assolutamente banalotta a livello di struttura metrica e immagini, ma che, proprio per questo, credo possa risultare incisiva. Forza, chi vuole: leggete, fate girare, e poi agiamo.

Qui non si molla

26 marzo 202, 22:46

E anche se non ritorneranno il vero vecchio Leoncavallo né quei cordoni da spavento né Davide, Lorenzo e Carlo resta nei cuori quel fomento delle bandiere rosse al vento.

Perché se non ritorneranno le stesse lotte di quel tempo comunque il fuoco non si è spento: sta a noi fischiare il vento.

 
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from lemagi

Questo spazio. Questo spazio immenso. Pieno di pensieri cavi, contorti, manifesti e silenti.

Si vede una figura. Una forma indistinta. Un frammento di immagine e

ho già perso attenzione.

Ci sono così tante cose... È davvero spazio, senza vuoto?

Probabilmente il concetto di spazio è qualcosa generato dalla nostra percezione del mondo, che ci aiuta a renderlo comprensibile. Ad immaginare il vuoto.

Quello che vedo è semplicemente differenza di densità. Qui, lì. Distanza? Io sono più densa qui, tu lì, e il tizio che bestemmia per strada sta là.

La differenza forse sta solo in quanti pezzi di noi si incontrano nello stesso istante;

quanti suoni di me conosci indicano quanto siamo vicine: se senti il battito del mio cuore stiamo condividendo molte cose.

Me. Te. Stiamo creando il nostro spazio. O ci lasciamo creare con esso.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Chi mi ha letto nell'ultimo anno avrà intuito che sono giusto un po' affezionato all'opera di Michele “Zerocalcare” Rech il fumettista... ma tipo che iniziai a leggerlo negli ultimi mesi della 5a superiore perché ne parlavano bene tutti, entro il diploma mi ero sciroppato tutta la produzione dei suoi primi 4 anni, e da allora ho seguito assiduamente ogni suo nuovo lavoro come per nessun altr* artista vivente, tranne forse Filomena “Filo” Sottile da qualche tempo a questa parte.

Che posso dire, Michele Rech piombò nella mia vita solitaria di nerd di periferia un po' destronzo come la biblica folgorazione sulla via di Damasco, e grazie ai suoi disegnetti, piano piano, ho fatto miei tanti pezzettini dell'uomo che sono adesso, a partire da quel primo timido approccio al punk comico dei 666 che mi ha portato, un decennio dopo, a girare in jeans e bretelle con le spillette dell'orgoglio finocchio sulla camicia a quadri e Gli Ultimi nelle orecchie, fino alla scoperta del confederalismo democratico curdo che mi ha indicato il Nord magnetico su cui orientare la mia bussola politica, facendo di me quell'assurdo eretico che riesce a tenere assieme con pari curiosità ecologia antispecista, spiritualità antagonista, pedagogie libertarie, il gioco come vettore di comunità, e tutte le altre robe picchiatelle che piacciono a noi umanistu svitatu... per tacere delle svolte in positivo nelle relazioni coi miei genitori, rese possibili anche dagli spunti che ho tratto dai fumetti autobiografici di Rech sulle sue svolte positive coi genitori. E poi, ovviamente, ci fu il firmacopie di Macerie Prime. Parte prima fino a notte fonda cui andai assieme al mio ragazzo dell'uni per farmi fare un ritratto, e in cui Michele mi raccontò che da pischello aveva flirtato con una tizia nata nella mia stessa zona; il mio Erasmus in Belgio allietato dalle note di “Ipocondria” di Giancane animata da Michele (e in tale sede scoprii anche il loro amico Rancore), presciente dei suoi successivi corti di commento diretto alla pandemia di Covid-19; il mio trasloco in una Milano tappezzata dai poster zerocalcarei per il ventennale dell'omicidio del compagno Davide “Dax” Cesare; la rete di solidarietà che ci ha tenuti assieme nel tirar fuori la comune amica Ilaria Salis dalle galere ungheresi (ok Ila non è direttamente amica mia ma è amica di amici e io una minuscola mano la ho data, non mi rompete)... la prosa stessa che adotto nei miei scritti, la quale mi rendo perfettamente conto che ricalchi il Michele Rech sceneggiatore (anche se spero ci sia anche altro, e che quell'altro sia genuinamente mio).

Ebbene, in questi giorni succede che Michele pubblica con Netflix la terza e ultima delle tre miniserie animate interconnesse fra loro e col suo universo narrativo fumettistico, e al contempo ha un po' diradato la sua produzione cartacea: la narrativa autobiografica sulla vita a Rebibbia, il Calcareverso propriamente detto, è di fatto “ferma” a Scheletri e si è mossa su una piccola scala con Quando muori resta a me (che resta un signorissimo lavoro!), mentre prosegue di gran carriera il reportage militante per la rete Free All Antifas con Nel nido dei serpenti (che invero devo ancora recuperare). E a pensare che Michele è da sempre una penna della Sinistra extraparlamentare, e sono 15 anni che è un artista affermato in senso nazionalpopolare, mi viene un po' di capogiro: di fatto ho trascorso metà della mia vita accompagnato e addirittura educato dall'opera di quest'uomo, prima o poi lo vedrò pensionarsi, e avrò l'onere morale di riconoscere nella generazione successiva la voce o le voci che risulteranno altrettanto iconiche, sì da non perdere un linguaggio condiviso con lu compagnu che verranno dopo di noi.

Senti cretinodicrescenzago, ma perché tutto questo pippone retrospettivo t'è partito proprio oggidì?

Serendipità, Amicu Lettoru. Serendipità, come il film che piace a mia madre.

Nei giorni scorsi in classe non avevamo una fava da fare e ho convinto le bestiole a guardarsi la prima delle tre miniserie di Michele (sì voglio farmi la ri-visione completa), e ci siamo fermatu all'episodio 3, quando lo Zerocalcare personaggio ricapitola la scoperta della distanza professionale fra studente e docente (quella che la merdosa scuola pubblica italiana azzera con il suo armamentario di pratiche pedagogiche infantilizzanti ora paternaliste ora maternaliste), nonché le gioie e i dolori, le grandi speranze e i sonori fallimenti delle ripetizioni con cui Zero campava da giovine.
Io per campare faccio l'insegnante (sì questo blog deve restare anonimo proprio perché non voglio farmi calciorotare in culo dai miei capi al Ministero), a giorni saprò se e dove mi spostano di scuola, e ho la mente intenta a macinare tutto ciò che ho imparato in quest'ultimo paio d'anni di gavetta in situazioni di sbando completo, e tutti i miei propositi per insegnare con rigore e deontologia tecnica ma preservando i giusti spazi personali, per cui inevitabilmente mi ha toccato tanto rivedere quella scena sul rapporto docente-studente, guardata per la prima volta quando ancora ero un supplentino fresco di laurea.

E però, quello stesso pomeriggio, ho pure rivisto il mio Discepolo di ripetizioni che seguo ormai da un anno, cioè da quando mi sono trasferito ufficialmente qui ad Affori, in questo quartiere nell'estrema periferia di Milano che ancora sembra un paesotto un po' campagnolo, ove osavano vendere un appartamentino da scapolo a portata delle mie tasche. Un anno quasi che piano piano imparo a conoscere questo ragazzo, che nel quartiere ci è nato e cresciuto, un anno quasi che ricompongo i pezzi della sua vitaccia da ragazzino sottoproletario di periferia, cavandogli fuori i patemi di bocca mentre tento di fargli imparare a memoria la trama dei Promessi sposi (l'ho già detto che la scuola pubblica italiana è un disastro?). Un anno di stress, telefonate troppo lunghe a genitori troppo assenti, demoralizzazione mia e sua, e piccoli risultati confortanti, fino al momento di abbattimento ed esaurimento che abbiamo affrontato pochi giorni fa... ma poi, due giorni dopo, il ragazzo mi racconta che ha iniziato a tenere un diario per mettere in ordine i suoi casini ed effettivamente lo fa stare meglio (lui che odia scrivere i temi), e che vuole tirarsi fuori dalla vitaccia che ha dovuto sopportare supinamente sino ad ora.

Circa un anno dopo il firmacopie in cui Zerocalcare mi ritrasse, io e il mio ragazzo dell'università stavamo guardando assieme Your Name e io scoppiai a piangere perché da adolescente non ero riuscito a vivere “avventure da adolescente” con i miei pari, ma non ero ancora abbastanza grande da diventare l'adulto positivo in una storia di crescita, e quindi non potermi identificare in nessun personaggio entro un racconto di formazione era davvero doloroso. Otto anni dopo, a quanto pare, sono diventato un adulto positivo che offre degli appigli a chi è più giovane di me, così da tirarlu fuori dalla melma piano piano ma con tenacia. Oltreché una persona benvoluta nel suo quartiere, dove ormai sono di casa in osteria, in libreria, all'alimentari, dal sarto, al baretto, in pizzeria, al ristorante cinese, alla trattoria egiziana, al centro culturale finocchio, (ovviamente) al circolino ARCI (dove ho sulle spalle l'impresa del ricambio generazionale) ed entro l'estate spero pure dal gelataio, quando io e il mio amicone di Bruzzano (il quartiere adiacente, alias Bronxano) inizieremo a “pijà er gelato” assieme.

Sono passati dodici anni da quando ho scoperto Zerocalcare, e il suo lavoro mi ha indicato, vignetta dopo vignetta, il percorso di vita che sentivo mio, il sogno da realizzare per potermi tirar fuori dal pantano della provincia sonnolenta e bigotta. Dopo dodici anni, eccomi qui, con il frigorifero tappezzato di adesivi dei vari centri sociali ancora operativi a Milano, la testa piena di idee su come costruire ponti fra varie realtà cittadine grandi e piccole che porcoddue devono parlarsi di più e lanciare progetti a lungo termine assieme, altrimenti non ci salviamo... e un ragazzino che vuole prendere la sua vita in mano ed è disposto a fidarsi di me per capire da che parte andare, uno che si è stufato di andare in oratorio (non chiedetemi perché, cavolacci suoi) e potrebbe essere disposto a fare un salto esplorativo in qualche spazio aggregativo bazzicato da noi zecche finocchie.

Non so se dopo aver concluso la trilogia Strappare lungo i bordiQuesto mondo non mi renderà cattivoDue spicci Michele Rech appenderà la matita al chiodo, reputando che il suo tempo sia passato e che sia ora di un ricambio generazionale entro il fumetto komunista, ma so che il compagno Michele mi ha lasciato tantissimo, più di tanti insegnanti, e spero di poter seminare altrettanto qui nel quartiere che mi ha adottato e che ho deciso di amare, questo posto che, ok, non si chiama “Rebibbia Regna” ma intanto è “Affori Azione-Anti-Fascista” (controllate il nostro CAP, se non ci credete)... e scusate se è poco. Questo quartiere dove, chissà, lu ragazzinu allo sbando di oggi, se solo trovassimo il tempo e le energie per parlarci davvero, potranno unirsi a noi nel mettere assieme qualcosa di bello domani, e poi prenderci tutto per tuttu dopodomani, perché non è vero che certe idee e certe attitudini le hanno uccise e sepolte.

Quando Davide Dax venne ammazzato, cantammo

16 di Marzo, bandiere rosse al vento uccidono un compagno, ne nascono altri cento.

però io ci tengo molto, a precisare,

[che] il redskin mica si fa solo a Marzo nei giorni di Dax.

E io, il mio, credo di starlo facendo. Non ho ancora fatto una cresta, ho pochi tatuaggi, non sono riuscito a diventare straight edge, ma l'attitudine del punk ormai è cosa mia, e spero sì, di passarla ad altru compagnu grandi e piccolu, e di farne nascere altru cento.

Grazie, Michele; grazie della tua educazione sentimentale ad amare il Movimento. Ci vediamo presto in piazzetta.

 
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from ordinariafollia

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S'apre tra le nuvole uno spazio la luce ed è evidente che si tratta di Dio o di un calcio di rigore per i buoni.

Santo pallone e mamma vergine tira il dado e se esce sette non farò più marchette.

Credo nella patata credo nel gol, anche di mano.

Scarpe rosse sotto un sole gettone verso castelli di panna scontata per confini di filo di pene e si apre tra i muri uno spazio la luce.

Se andrà bene avrò la mia faccia su una maglietta con lo scudetto ricamato.

Si tratta di immenso o di un fuorigioco fischiato un ritardo la luce.

 
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from Ore liete


O nelle zone da picnic e nelle località di villeggiatura più rustiche, più o meno sono uguali. Parlo del Sud, magari al Nord l'impostazione è diversa; parlo di quel che ho visto nei decenni e, a margine, la villeggiatura non esiste più o quasi.

Eh sì, parlo proprio di impostazione, perché sembrano tutti arredati dalla stesse figure professionali, ovvero i proprietari e, probabilmente, è una cosa in famiglia. Non dei proprietari specifici, proprietari come idea, il concetto di proprietari.

Fuori, c'è un muro intonacato. Bianco, giallino al massimo, ma intonacato, possibilmente screpolato. Consapevole e vittima del passare dei decenni, insomma. L'insegna è molto semplice, solitamente una lastra di plexiglass bianca con delle lettere blu o rosse (più spesso blu, perché il rosso è troppo facilmente macelleria), molte volte a rilievo. Le insegne di una volta erano così. Sono illuminate, internamente, da più neon, alcuni dei quali indecisi o, semplicemente, non funzionano.
L'interno è minimamente illuminato, spesso più dalla luce che filtra che dai neon. Il neon è ricorrente, è la tecnologia predominante in quegli ambienti. Ci sono scaffali più attenti alla sostanza che alla forma, quando non proprio scaffalature da ferramenta su cui esporre anche articoli non commestibili: secchietti e palette, palloni, bombolette di gas da campeggio, altro che possa servire al turista pendolare di passaggio. Alcune di quelle cose sono lì da anni, imballaggi scoloriti, palloni flosci.

Poi, c'è il banco della salumeria, ovviamente vecchio come il resto dell'arredo, ha visto l'inaugurazione del negozio, è rischiarato da una luce da autopsia, ospita salumi, formaggi e contorni molto rustici e poco stellati.
Una cesta coi panini alle spalle e, possibilmente, il classico frigorifero a pozzetto per i gelati, *“prendeteveli da soli.” Spesso bianco, a volte addirittura di quelli con le pareti marroni e qualche adesivo di gelati che non esistono più, di quelli che affiancavano un nomignolo regionale al nome ufficiale; il nomignolo era più diffuso del nome.

Ai clienti di passaggio, mi ci metto anche io, non importavano/importano queste cose. Fermarsi in quelle botteghe è una tappa del giorno di vacanza, l'antipasto di momenti felici?, possiamo dirlo? Da bambini, lo erano quasi di sicuro, da adulti son diventati ricordi da... vecchi. Possiamo dirlo?

Vecchi o bambini, quelle salumerie parecchio alla mano, che ancora esistono e resistono, fanno parte dell'estetica della vacanza o, almeno, delle mie vacanze che furono.

 
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from Super Relax


Venerdì 15 maggio 2026, ho assistito a un passaggio rapido del tappone appenninico del Giro d'Italia, partenza a Formia e arrivo in Abruzzo, sulla salità del Blockhaus, dopo 245 km e 4.600 metri di dislivello.
È stato un momento decisamente fugace, perché in pianura i professionisti tengono velocità che non riesco a tenere neanche praticamente neanche in discesa.

Il secondo incontro col Giro della mia vita, a distanza di oltre 40 anni: chissà se avremo modo di reincontrarci. Allego qualche foto di quelle che si sono salvate, è la prima volta che ho fotografato soggetti in movimento.

Ciclisti professionisti ripresi lateralmente, in sfondo la gente si gode il passaggio della gara e scatta fotografie.

Quintetto di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara.

Gruppo di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara. In completino giallo e nero, con cachetto rosso, Jonas Vingeegard, uno dei ciclisti più forti delle gare a tappe degli ultimi anni.

Gruppo di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara.

 
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from balnibarbi

Gli eventi sociali mi prosciugano. Posso divertirmi, stare con persone che mi piacciono, può essere un ambiente tranquillo, ma mi polverizzano lo scheletro sempre. A volte anche una persona alla volta, basta che non sia estremamente intima o convivente.

Il peggio “altro” possibile è l'istituzione. L'età e la pratica mi avvicinano sempre di più ad un'interfaccia taoista/zen nei confronti del mondo esterno ma fra i limiti più ostici c'è l'ipocrisia e la pratica disumana di istituzionalizzare, impacchettare, inquadrare, intellettualizzare la sensibilità creativa di chi spontaneamente si trova di traverso nella matrice e ha il coraggio di restarci. Vivo in bolle e in tane. Metter la testa fuori per approvvigionarsi è sempre più faticoso.

 
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from balnibarbi

Dall'ultima volta in cui ho avuto un weblog sono passati almeno quindici anni. Era già un'evoluzione della mia presenza sull'internet, anche di quella relazionale. Se ne parlava all'inizio degli anni zero su IRC. Ero andata a vedere se ce n'era qualcuno italiano. Leggere diari intimi ha sempre lenito il mio senso di solitudine e in quel caso non erano scrittori pubblicati, ma qualche nerd spaesato come me che, senza l'aspettativa di avere più di cinque lettori riusciva a rimanere fra la spontaneità di un diario segreto e la sensazione di essere potenzialmente ascoltati, tipo parlare da soli mentre si passeggia in montagna. Grado di pubblicità: meno che lasciare un quaderno sul tavolo in una casa dove vivono altre persone, più che corrispondere con un amico intimo. È stato un momento durato pochissimo, forse meno di un anno, poi ho capito che molta gente si impegnava tanto per essere vista. Sono arrivate features come i contatori di visitatori, i commenti ai post, i link, i contenuti multimediali, la lista degli altri blog seguiti, i tag. Poi dopo tanto ancora i premi, i blogger di mestiere, i banner pubblicitari, i raduni, i feed RSS.

Nessuna nostalgia e neanche nessun fastidio. A pensarci sono sentimenti che in generale ho provato poco e ora forse non provo più. Questo post è più un tentativo di sblocco che utilizza un argomento aleatorio. Forse questo ritorno a un livello semi-segreto in cui esistere potrebbe tornare propizio all'output diaristico.

 
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from Storieparole

Agguanto il testimone passatomi da zompetto e con gratitudine mi slancio a proseguire questa staffetta della Sagra Indie Web. Il tema che vi propongo per questo mese di maggio è comunicazione, parola che a me piace molto perché idealmente associata a due termini che mi sono cari: comune e azione. Non si può fare comunicazione senza agire: azione è la parola del fare, del mettersi in gioco in prima persona per ottenere un cambiamento di stato – dalla quiete al moto, da qui a lì, dalla tenebra alla luce o qualsiasi altra cosa vi baleni nella mente. Comune è nostro, né mio né tuo, ma condiviso e, se vogliamo, anche diffuso, non elitario: un oggetto comune è qualcosa che si trova facilmente, il cui nome è noto e cui spesso si fa ricorso, quindi qualcosa di utile e non superfluo.

L’etimologia, al di là di ciò che è il mio sentire, mi dà ragione e, anzi, amplia ancor più il valore di questa parola, facendola derivare dal latino communis, a sua volta composto dalla preposizione cum e dal sostantivo munus, che significano rispettivamente con, insieme a e dono, ma secondariamente anche incarico e infine dovere. Comune è, dunque, un dono da condividere o un incarico da compiere coralmente e, finalmente, un dovere da affrontare insieme. Partendo da una radice tanto ricca e florida, la comunicazione dovrebbe pertanto adempiere a questi tre compiti insiti nella sua natura e sanciti sin dal 1700 dall’abate Egidio Forcellini e dal suo buon amico e maestro Jacopo Facciolati, allorché inserirono il vocabolo nel Lexicon Totius Latinitatis, la Bibbia di ogni lessicista.

Comunicare, nel senso di ricevere un dono, implica un duplice impegno: da un lato, il donatore, dovrebbe sentirsi in qualche modo obbligato a cedere qualcosa di prezioso, di utile, di gradevole e gradito; dall’altro, chi riceve il dono, dovrebbe parimenti sentirsi obbligato a restituire l’attenzione ricevuta. È a questo punto che la riflessione su cosa e come debba essere la comunicazione inizia a farsi interessante, perché tra dire, parlare, blaterare, sproloquiare e comunicare ci sono enormi differenze. La comunicazione, per essere tale, deve essere: – mirata, avere cioè un obiettivo che soddisfi tutti coloro che sono coinvolti; – condivisa, svilupparsi su un terreno comune (se io parlo in inglese di uncinetto e tu mi rispondi in tedesco di botanica entrambi stiamo parlando, magari anche sorridendoci e aspettando ciascuno educatamente il proprio turno, ma è chiaro che non stiamo comunicando); – sociale, devono esserci almeno due soggetti affinché si possa comunicare, altrimenti siamo di fronte a un monologo o a un soliloquio (e, sì, questo vale anche per tutti i «Ti lascio un vocale, così lo ascolti quando vuoi…»: mai, non lo ascolterò mai, perché io voglio comunicare e se desiderassi assistere a un monologo me ne andrei a teatro!) – azione: come dice la parola stessa, la comunicazione non può essere un oggetto statico, bensì un processo che richiede azione, un movimento che coinvolge in maniera attiva, comune e partecipe i soggetti, quasi fosse una danza lessicale e semantica. E, proprio come in una danza si condivide uno spazio comune rispettandosi a vicenda ed evitando di prestarsi i piedi, in una comunicazione ciascuna parte dovrebbe avere la stessa importanza, mettendo in comunione un valore condiviso, in un perfetto equilibrio privo di egocentrismo.

Quanto e come, oggi, si faccia o meno comunicazione aspetto di leggerlo con vivo interesse nei post di coloro che parteciperanno alla #SagraIndieWeb di maggio. A presto!

Comunicazione... e l'arte di David Revoy

 
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from @sirmarcoserra

Welcome to the Fediverse – Log#03 welcome2theFediverse

Quindi, dicevamo, sbucciarla ma non buttarla, ecc ecc. Vado dritto al punto con parole non mie (Rancore, “Basta!”, Tarek da colorare):

Vorrei dire cose ma il mondo è così in overdose che griderà “basta!” È tutto talmente veloce che non puoi capire le cose, ma basta La terrà si infuoca, il potere che gioca, la droga, la tecnologia Ed un genocidio di cui neanche parlano i media La guerra mondiale è un sospetto residuo di pandemia Basta! Basta hit Basta VIP, basta streaming, basta click Basta brutti feat, gli extrabeat E poi i remix, le playlist, i videoclip E ora per un giorno basta sitcom, basta food porn Basta social network, click, bot, scroll, screenshot, sponsor Basta con pubblicità e fottuti spot Basta

In realtà, dopo questa, temo che tutto ciò che potrei aggiungere sul tema sia superfluo, ma mi sono detto che devo scavare, credo di averne bisogno. E poi è un buon esercizio per tenermi allenato ad esprimermi, capacità che, ho notato, sembra quasi atrofizzarsi non appena abbasso un attimo la guardia. Quindi:

Mi sembra che non ci sia nulla di sostenibile, o quasi, nel modello Internet odierno. Sostenibile in varie accezioni: ambientale (tipo i consumi energetici delle AI), mentale (tipo il doomscrolling), etico (tipo come vengono gestiti i dati che regaliamo praticamente ad ogni sito che ci chiede se vogliamo accettarne i cookie). Non ho le conoscenze per affrontare in maniera rigorosa questi temi, e per questo lascio dei link in calce per chi volesse approfondire. Quello di cui posso e voglio parlare riguarda gli effetti di queste cose su di me.

Già anni fa, nelle mie fasi più attive sui social, avevo una costante sensazione di attrito. L'essere performante sui social mi era stato presentato come il compromesso a cui non potevo rinunciare per far decollare la mia carriera da artista emergente. Ma non mi è mai riuscito bene, i contenuti funzionavano poco e mai con continuità. Mettere la mia faccia davanti ad una camera, sia pure quella del mio smartphone, mi faceva cringiare (e credo che questo trasparisse, chissà, forse è per questo che la mia carriera d'artista non è ancora decollata, o forse semplicemente non sono abbastanza bravo. O ancora, più probabilmente, entrambe le cose al tempo stesso, e anche altre, alcune le sospetto e altre ancora che verosimilmente non immagino nemmeno).

Recentemente mi è capitato di ritrovare tra le note del cell una mia vecchia frase. Stava lì a fermentare, buona buona, l'avevo quasi dimenticata, ricordo che mi sembrava molto arguta quando l'ho scritta, poi meno, ad un certo punto scontata, ora non lo so più, ma chi sono io per giudicare, a* lettor* l'ardua sentenza: “Volevo essere un dio, un creatore contento / Ma in questa vita, sono content creator”.

Nuotare controcorrente è estenuante, ed io non ero allenato, avevo continuamente bisogno di rallentare. Ma la lentezza non è tra le virtù previste dal dio Algoritmo, un'entità volubile, capricciosa. Mi dicevano di fare le storie (format peraltro rubato a Snapchat) perché danno ai follower la sensazione di contatto “personale”, almeno una vv. al dì. Però poi sono esplosi i reels (format rubato a TikTok, inizio a intravedere un pattern) e le storie non sono più sufficienti caro, ora bisogna fare anche i reels, una capsula a sett., meglio due, che raggiungono più persone, vedrai. Però il format non deve essere troppo lungo, che non funziona, aspetta, anzi no adesso anche il long format è apprezzato dall'Unico Dio. Ma non scordarti anche i post normali, che abbiano un'identità estetica, perché il feed è quello che la gente vede quando finisce sulla tua pagina, da bravo. Ora, per favore, pubblica qualcosa. A cosa stai pensando?

Ho rivisto recentemente Hunger Games e mi sembra un paragone calzante: non sono i partecipanti ad essere nel torto; neanche i vincitori e le vincitrici. Sono gli Hunger Games come concetto ad essere disumanizzanti, e a portare il capitale sempre verso la capitale, mai in senso opposto. Fuor di metafora, ci tengo a specificare che non ho nulla contro le tante persone a cui questa cosa riesce bene, che portano avanti con successo la propria attività sui social, sia essa lavorativa, commerciale, artistica, divulgativa o altro. Alcune sono persone che stimo e/o a cui voglio bene. Dietro al loro successo c'è sicuramente uno studio ed un impegno che io non sono stato in grado di destinare alla faccenda, e tanto talento che comunque io non ho. Non ho intenzione di puntare il dito contro loro, spero che stiano bene, che siano felici.

O almeno questo è quello che mi dico per sentirmi un essere umano migliore. Ma la realtà è che non è sempre così, che a volte la stima si mischia col bisogno di paragonarsi e poi con un'invidia più o meno latente, meno o più rabbiosa. E la realtà è che questa è una precisa scelta di design. Perché la rabbia polarizza, e la polarizzazione crea engagement.

I social commerciali sono pensati per distrarti, per portare il tuo focus sempre altrove, sempre a qualcosa che non hai; perché non ti possono vendere quello che hai già. Ma il nostro cervello è grossomodo ancora quello dei primitivi nelle caverne, non ha fatto in tempo ad adattarsi ad essere ingozzato di stimoli, come la faringe delle oche non si è ancora evoluta ad assumere tutto il mangime che i produttori di foie gras ficcano loro dentro con l'imbuto fino a farne scoppiare lo stomaco. Per tanto tempo sono stato nutrito, per mezzo del feed, di così tanti desideri non miei che ad un certo punto mi sono reso conto di non sapere più cosa io desiderassi davvero, di cosa avessi bisogno realmente per percepire la mia vita come piena e degna di essere vissuta.

Tutto questo grumo informe di sensazioni complesse e a volte contraddittorie, pur crescendo nel tempo, mi è rimasta addosso senza che io fossi in grado di districarla e di definirla; fino a quando, un paio di anni fa, non mi sono imbattuto nel profilo IG di Kenobit.

Questa persona, che non conosco personalmente ma a cui mi piacerebbe tanto dire “Grazie!” anche a voce e non solo nei DM, aveva le parole giuste per descrivere quello che stavo provando. Se hai l'impressione che i social ti facciano male, è perché ti fanno male. Ti stanno sfruttando: quello che fai sui social è letteralmente lavoro non pagato. I tuoi dati e i tuoi contenuti sono il nuovo petrolio che alimenta le AI. Quello che ti propongono non è un compromesso, è un ricatto. Le alternative esistono già, bisogna solo popolarle.

Nel modello capitalista o sei consumatore o sei consumato; nel modello social-network-capitalista sei costantemente entrambe le cose. I social creano dipendenza, sono una droga; e lo smartphone è un pusher, l'unico capace di nascondersi nella tasca dei tuoi jeans, sempre a portata di mano per una scarica di dopamina&alienazione dal qui&ora. A pensarci bene, il sistema è perfetto nella sua diabolicità.

Ma avevo ancora bisogno di un po' di tempo, il vaso non era ancora pieno. Sapevo che i social, Google, Tiktok, Amazon, insomma tutti i colossi informatici, usano i miei dati per tracciarmi e per sapere le mie preferenze. Tanto la pubblicità la mettono lo stesso, e allora tanto vale che sia targettizzata sui miei gusti; e poi a fine mese potevo vedere il resoconto di tutti i miei spostamenti sul mio account Google, insieme a quello degli anni passati.

Poi ti capita che prendi una birra con un amico e parli con lui di una cosa a caso di cui non parli mai, magari neanche ti interessa tanto, di sicuro non sei andata a cercarla su Youtube, ne sei sicuro, e subito dopo apri il telefono e bam, banner pubblicitario proprio su quella cosa lì, esattamente lei, non un'altra simile. Quella lì. Ti dici che è solo una coincidenza, e col tempo te ne convinci. Uno scherzo del dio Algoritmo.

Poi scopri che tutto quello che pubblichi sui social (anche le mie poesie, le tue canzoni, le foto di tuo figlio, di tua madre, del cane, ti dicevano di postare la vita vera, perché di quella hanno bisogno) viene utilizzata per allenare le intelligenze artificiali. I dati. Posta spesso, altrimenti l'Algoritmo ti affossa. Più dati sacrifichi sul suo altare, più in alta considerazione ti terrà nel giorno del Giudizio.

Poi scopri che Google e Amazon hanno giri di affari con Israele (bello, qui sul Fediverso posso scriverlo senza censurarlo, ma a questo ci arriviamo tra un secondo), dove per affari si intende: Hey mister N., questa è la nostra piattaforma di cloud-computing esclusiva per voi, questi sono i nostri modelli AI di riconoscimento facciale, categorizzazione immagini, tracciamento di oggetti, ora vada e buon genocidio! E grazie per il miliardoeduecentomilioni. Grazie, davvero, no, a lei, mi stia bene.

Ad un certo punto non ho potuto far altro che gridare Basta!, per dirla come Rancore. Sto cercando di tirarmene fuori. Sono consapevole di contare appena più di nulla nel mare magnum del web, ma alla fine cosa è il mare se non una somma di goccioline, con dentro mondi complessi? Non ho più l'app di IG e FB sul cellulare, mi prendevano troppo e mi davano troppo poco in cambio. Le ho sul vecchio cellulare, che tengo spento in un cassetto nel mio comodino e che tiro fuori quando (poche volte, devo dire) ne ho bisogno. A volte mi annoio, e a volte è meraviglioso perdersi nella noia, è lì che nasce la creatività; a volte il vuoto invece mi spaventa, e mi viene comunque da prendere in mano il cellulare, poi mi ricordo che non ho più i social e allora gioco o vado sul forum della Lazio. Cerco di limitare il mio screentime, almeno fuori dal lavoro.

Senza social, a volte mi sento un po' tagliato fuori dal mondo, soprattutto vivendo all'estero e lontano dalla maggior parte de* mie* amic*. Mi manca sapere quello che fate, lo ammetto {e per ovviare sto cercando di essere un minimo più presente, anche solo con un messaggio o una chiamata [cosa che per indole mi riesce comunque con fatica (ma di questo magari ne parliamo un'altra volta)]}.

Anche se in alcuni momenti è difficile, nel complesso posso dire con assoluta certezza che la mia salute mentale ne stia beneficiando (colgo l'occasione per ringraziare anche qui E. che ha capito le mie motivazioni e cerca come può di selezionare le notizie più importanti, quelle che proprio non posso non sapere. Anche se questa cosa la fa un po' spazientire, le sono molto grato, anzi proprio per quello, perché anche questa è cura. Grazie, amore mio).

Sto provando a degooglizzare la mia vita. Alcune cose sono state semplici, altre meno; ho ancora tantissime caselle da spuntare nel mio personale percorso verso la libertà digitale, e chissà ancora quante ancora devo ancora aggiungere alla lista. Ma ogni piccolo passo è giusto, è bello, è una scoperta e come tale mi fa sentire vivo, come se recuperassi parti di me che ho svenduto in nome della comodità, comodità del poter leggere le recensioni di quella pizzeria, di poter rispondere alle mail in vacanza, dell'avere i contatti sincronizzati quando cambio telefono. Ma se è questa la vostra comodità io voglio essere scomodo, voglio tenermi questo telefono fino a consumarlo, e poi me ne comprerò uno ricondizionato che non sia né Android né Apple (sì, esistono, neanche io lo sapevo e ti dirò di più, esistono sistemi operativi progettati per lavorare bene anche senza spiarmi). E mi trascriverò a mano i numeri di quelle 20 persone che sento. Fanculo.

Mi sono fatto prendere la mano e mi sono dilungato, è sempre così, all'inizio non riesco a ingranare e alla fine non riesco a fermarmi, e sono quasi le nove e mezza di sera. Chiudo: come dicevo prima, le alternative esistono: il Fediverso è una di queste.

Immagina una rete di social media non in competizione ma interconnessi (come se io potessi leggere da X quello che tu hai postato su FB), free ed open source, senza big corp dietro e quindi senza monetizzazione, pubblicità, censure, guerra dell'attenzione e algoritmo che sceglie al posto tuo quello che vuoi vedere.

Immagina, se ne avessi la voglia e la capacità, di poter metter su e gestire la tua istanza privata di uno di questi social (come se potessi avere un IG con solo le persone che ti stanno a genio e con le regole che dici tu), oppure di poter iscriverti alle istanze altrui, che poi è quello che sto facendo io, anche se mi piacerebbe imparare.

Tutto questo sembra assurdo, e in realtà esiste già, ed è appunto il Fediverso. E non è altro che l'alternativa non-capitalista ai social. Non è bellissimo? Io lo trovo incredibile.

Ad esempio, lo spazio su cui sto scrivendo, log, è una istanza di writefreely, uno dei nodi della rete del Fediverso dedicato al blogging. Non mi dilungo perché ho fame, ma vi lascio alcuni link tra le risorse. Fatto sta che, per il momento, ho deciso che tutta la mia (comunque scarsa) attività social, incluse le cose che sto scrivendo e che ho scritto in questo anno e mezzo di silenzio quasi totale, sarà interamente sul Fediverso. Se vuoi, ci vediamo lì, dove non possiamo andare virali e non possiamo di conseguenza contrarre il virus.

E se questo realmente dovesse implicare che quello che scrivo avrà copertura minore (minima, zero, anzi meno mi diranno i techbro); beh, sono arrivato ad un punto in cui mi sta bene ripartire da meno di zero. Mi sembra che qui ci sia più spazio per crescere, e probabilmente anche una concentrazione maggiore di orecchie affini a me, di voci con cui mi piacerebbe collaborare.

Se ti serve una mano nel muovere i tuoi primi passi nel Fediverso, sarò felice di aiutarti al meglio delle mie conoscenze e capacità, che comunque non sono molte ma sai, una mano lava l'altra. Spero di averti incuriosit*, a me questa scoperta ha emozionato ed ha fatto tornare un pizzico di fiducia negli esseri umani. Internet potrebbe essere un posto bellissimo, se non lo è possiamo ancora cambiarlo.

Abbi cura di te,

Marco


3 maggio 2026, tra terrazzo e divano, Zurigo


Risorse:

. Consumo energetico delle IA: https://www.technologyreview.com/2025/05/20/1116327/ai-energy-usage-climate-footprint-big-tech/ . Doomscrolling: https://www.health.harvard.edu/mind-and-mood/doomscrolling-dangers . Cosa sono i cookie: https://www.startpage.com/privacy-please/startpage-articles/why-cookies-are-bad-for-your-digital-well-being . Profilo IG di Kenobit: https://www.instagram.com/_kenobit/ . Amazon, Google, Israele, pt1: https://time.com/6964364/exclusive-no-tech-for-apartheid-google-workers-protest-project-nimbus-1-2-billion-contract-with-israel/ . Amazon, Google, Israele, pt2: https://www.theguardian.com/us-news/2025/oct/29/google-amazon-israel-contract-secret-code . Cosa è il fediverso: https://jointhefediverse.net/?lang=en-us . Il mio profilo sul Fediverso: https://livellosegreto.it/@sirmarcoserra . Email: serramarco6@protonmail.com

 
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