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from lemagi

Questo spazio. Questo spazio immenso. Pieno di pensieri cavi, contorti, manifesti e silenti.

Si vede una figura. Una forma indistinta. Un frammento di immagine e

ho già perso attenzione.

Ci sono così tante cose... È davvero spazio, senza vuoto?

Probabilmente il concetto di spazio è qualcosa generato dalla nostra percezione del mondo, che ci aiuta a renderlo comprensibile. Ad immaginare il vuoto.

Quello che vedo è semplicemente differenza di densità. Qui, lì. Distanza? Io sono più densa qui, tu lì, e il tizio che bestemmia per strada sta là.

La differenza forse sta solo in quanti pezzi di noi si incontrano nello stesso istante;

quanti suoni di me conosci indicano quanto siamo vicine: se senti il battito del mio cuore stiamo condividendo molte cose.

Me. Te. Stiamo creando il nostro spazio. O ci lasciamo creare con esso.

 
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from kipple


Poche chiacchiere: non è un articolone slop e non contiene ricette o suggerimenti: solo constatazioni.
In questa vita estremamente parca di soddisfazioni, qualche giorno fa ho vissuto il mio momento di leggerezza più genuina degli ultimi tempi: orario di uscita dalla scuola, un gruppo di ragazze e ragazzi di nazionalità indiana, bengalese, italiana e altro ancora, parlavano tra loro e ridevano, si rincorrevano giocosamente.
Le cose liberatorie che facevo io col mio gruppo in quella stessa situazione, quando avevo i loro anni, senza aver avuto, però, l'opportunità di fare amicizia con persone ipoteticamente distanti migliaia di chilometri. Le conoscenze erano decisamente più locali, al massimo c'era chi veniva dai comuni limitrofi.

Questo è l'unico modo, ovvio, per creare un futuro sano per l'Italia, altrettanto ovviamente si sta facendo di tutto per evitarlo. Accoglienza e integrazione, le uniche possibilità, l'unica alternativa è un paese vecchio, sempre più vuoto, morto. Gli anziani non ringiovaniranno, gli Italiani DOP non torneranno ai dieci figli per coppia, neanche a due soli, non ci sono le condizioni e chi governa non ha altro che soluzioni ideologiche che, sorpresa!, non hanno alcuna possibilità di funzionare.

Il problema è che molti Italiani DOP preferiscono l'alternativa del vuoto e della morte: se l'alternativa è aprirsi, meglio bruciare tutto, muoia Sansone con tutti i Filistei. Come faccio a saperlo, ho chiesto in giro, fatto dei sondaggi?
Lo so come il tizio che apostrofa il rag. Fantozzi come cornuto, nella celebre scena: “Lo so e basta”.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Chi mi ha letto nell'ultimo anno avrà intuito che sono giusto un po' affezionato all'opera di Michele “Zerocalcare” Rech il fumettista... ma tipo che iniziai a leggerlo negli ultimi mesi della 5a superiore perché ne parlavano bene tutti, entro il diploma mi ero sciroppato tutta la produzione dei suoi primi 4 anni, e da allora ho seguito assiduamente ogni suo nuovo lavoro come per nessun altr* artista vivente, tranne forse Filomena “Filo” Sottile da qualche tempo a questa parte.

Che posso dire, Michele Rech piombò nella mia vita solitaria di nerd di periferia un po' destronzo come la biblica folgorazione sulla via di Damasco, e grazie ai suoi disegnetti, piano piano, ho fatto miei tanti pezzettini dell'uomo che sono adesso, a partire da quel primo timido approccio al punk comico dei 666 che mi ha portato, un decennio dopo, a girare in jeans e bretelle con le spillette dell'orgoglio finocchio sulla camicia a quadri e Gli Ultimi nelle orecchie, fino alla scoperta del confederalismo democratico curdo che mi ha indicato il Nord magnetico su cui orientare la mia bussola politica, facendo di me quell'assurdo eretico che riesce a tenere assieme con pari curiosità ecologia antispecista, spiritualità antagonista, pedagogie libertarie, il gioco come vettore di comunità, e tutte le altre robe picchiatelle che piacciono a noi umanistu svitatu... per tacere delle svolte in positivo nelle relazioni coi miei genitori, rese possibili anche dagli spunti che ho tratto dai fumetti autobiografici di Rech sulle sue svolte positive coi genitori. E poi, ovviamente, ci fu il firmacopie di Macerie Prime. Parte prima fino a notte fonda cui andai assieme al mio ragazzo dell'uni per farmi fare un ritratto, e in cui Michele mi raccontò che da pischello aveva flirtato con una tizia nata nella mia stessa zona; il mio Erasmus in Belgio allietato dalle note di “Ipocondria” di Giancane animata da Michele (e in tale sede scoprii anche il loro amico Rancore), presciente dei suoi successivi corti di commento diretto alla pandemia di Covid-19; il mio trasloco in una Milano tappezzata dai poster zerocalcarei per il ventennale dell'omicidio del compagno Davide “Dax” Cesare; la rete di solidarietà che ci ha tenuti assieme nel tirar fuori la comune amica Ilaria Salis dalle galere ungheresi (ok Ila non è direttamente amica mia ma è amica di amici e io una minuscola mano la ho data, non mi rompete)... la prosa stessa che adotto nei miei scritti, la quale mi rendo perfettamente conto che ricalchi il Michele Rech sceneggiatore (anche se spero ci sia anche altro, e che quell'altro sia genuinamente mio).

Ebbene, in questi giorni succede che Michele pubblica con Netflix la terza e ultima delle tre miniserie animate interconnesse fra loro e col suo universo narrativo fumettistico, e al contempo ha un po' diradato la sua produzione cartacea: la narrativa autobiografica sulla vita a Rebibbia, il Calcareverso propriamente detto, è di fatto “ferma” a Scheletri e si è mossa su una piccola scala con Quando muori resta a me (che resta un signorissimo lavoro!), mentre prosegue di gran carriera il reportage militante per la rete Free All Antifas con Nel nido dei serpenti (che invero devo ancora recuperare). E a pensare che Michele è da sempre una penna della Sinistra extraparlamentare, e sono 15 anni che è un artista affermato in senso nazionalpopolare, mi viene un po' di capogiro: di fatto ho trascorso metà della mia vita accompagnato e addirittura educato dall'opera di quest'uomo, prima o poi lo vedrò pensionarsi, e avrò l'onere morale di riconoscere nella generazione successiva la voce o le voci che risulteranno altrettanto iconiche, sì da non perdere un linguaggio condiviso con lu compagnu che verranno dopo di noi.

Senti cretinodicrescenzago, ma perché tutto questo pippone retrospettivo t'è partito proprio oggidì?

Serendipità, Amicu Lettoru. Serendipità, come il film che piace a mia madre.

Nei giorni scorsi in classe non avevamo una fava da fare e ho convinto le bestiole a guardarsi la prima delle tre miniserie di Michele (sì voglio farmi la ri-visione completa), e ci siamo fermatu all'episodio 3, quando lo Zerocalcare personaggio ricapitola la scoperta della distanza professionale fra studente e docente (quella che la merdosa scuola pubblica italiana azzera con il suo armamentario di pratiche pedagogiche infantilizzanti ora paternaliste ora maternaliste), nonché le gioie e i dolori, le grandi speranze e i sonori fallimenti delle ripetizioni con cui Zero campava da giovine.
Io per campare faccio l'insegnante (sì questo blog deve restare anonimo proprio perché non voglio farmi calciorotare in culo dai miei capi al Ministero), a giorni saprò se e dove mi spostano di scuola, e ho la mente intenta a macinare tutto ciò che ho imparato in quest'ultimo paio d'anni di gavetta in situazioni di sbando completo, e tutti i miei propositi per insegnare con rigore e deontologia tecnica ma preservando i giusti spazi personali, per cui inevitabilmente mi ha toccato tanto rivedere quella scena sul rapporto docente-studente, guardata per la prima volta quando ancora ero un supplentino fresco di laurea.

E però, quello stesso pomeriggio, ho pure rivisto il mio Discepolo di ripetizioni che seguo ormai da un anno, cioè da quando mi sono trasferito ufficialmente qui ad Affori, in questo quartiere nell'estrema periferia di Milano che ancora sembra un paesotto un po' campagnolo, ove osavano vendere un appartamentino da scapolo a portata delle mie tasche. Un anno quasi che piano piano imparo a conoscere questo ragazzo, che nel quartiere ci è nato e cresciuto, un anno quasi che ricompongo i pezzi della sua vitaccia da ragazzino sottoproletario di periferia, cavandogli fuori i patemi di bocca mentre tento di fargli imparare a memoria la trama dei Promessi sposi (l'ho già detto che la scuola pubblica italiana è un disastro?). Un anno di stress, telefonate troppo lunghe a genitori troppo assenti, demoralizzazione mia e sua, e piccoli risultati confortanti, fino al momento di abbattimento ed esaurimento che abbiamo affrontato pochi giorni fa... ma poi, due giorni dopo, il ragazzo mi racconta che ha iniziato a tenere un diario per mettere in ordine i suoi casini ed effettivamente lo fa stare meglio (lui che odia scrivere i temi), e che vuole tirarsi fuori dalla vitaccia che ha dovuto sopportare supinamente sino ad ora.

Circa un anno dopo il firmacopie in cui Zerocalcare mi ritrasse, io e il mio ragazzo dell'università stavamo guardando assieme Your Name e io scoppiai a piangere perché da adolescente non ero riuscito a vivere “avventure da adolescente” con i miei pari, ma non ero ancora abbastanza grande da diventare l'adulto positivo in una storia di crescita, e quindi non potermi identificare in nessun personaggio entro un racconto di formazione era davvero doloroso. Otto anni dopo, a quanto pare, sono diventato un adulto positivo che offre degli appigli a chi è più giovane di me, così da tirarlu fuori dalla melma piano piano ma con tenacia. Oltreché una persona benvoluta nel suo quartiere, dove ormai sono di casa in osteria, in libreria, all'alimentari, dal sarto, al baretto, in pizzeria, al ristorante cinese, alla trattoria egiziana, al centro culturale finocchio, (ovviamente) al circolino ARCI (dove ho sulle spalle l'impresa del ricambio generazionale) ed entro l'estate spero pure dal gelataio, quando io e il mio amicone di Bruzzano (il quartiere adiacente, alias Bronxano) inizieremo a “pijà er gelato” assieme.

Sono passati dodici anni da quando ho scoperto Zerocalcare, e il suo lavoro mi ha indicato, vignetta dopo vignetta, il percorso di vita che sentivo mio, il sogno da realizzare per potermi tirar fuori dal pantano della provincia sonnolenta e bigotta. Dopo dodici anni, eccomi qui, con il frigorifero tappezzato di adesivi dei vari centri sociali ancora operativi a Milano, la testa piena di idee su come costruire ponti fra varie realtà cittadine grandi e piccole che porcoddue devono parlarsi di più e lanciare progetti a lungo termine assieme, altrimenti non ci salviamo... e un ragazzino che vuole prendere la sua vita in mano ed è disposto a fidarsi di me per capire da che parte andare, uno che si è stufato di andare in oratorio (non chiedetemi perché, cavolacci suoi) e potrebbe essere disposto a fare un salto esplorativo in qualche spazio aggregativo bazzicato da noi zecche finocchie.

Non so se dopo aver concluso la trilogia Strappare lungo i bordiQuesto mondo non mi renderà cattivoDue spicci Michele Rech appenderà la matita al chiodo, reputando che il suo tempo sia passato e che sia ora di un ricambio generazionale entro il fumetto komunista, ma so che il compagno Michele mi ha lasciato tantissimo, più di tanti insegnanti, e spero di poter seminare altrettanto qui nel quartiere che mi ha adottato e che ho deciso di amare, questo posto che, ok, non si chiama “Rebibbia Regna” ma intanto è “Affori Azione-Anti-Fascista” (controllate il nostro CAP, se non ci credete)... e scusate se è poco. Questo quartiere dove, chissà, lu ragazzinu allo sbando di oggi, se solo trovassimo il tempo e le energie per parlarci davvero, potranno unirsi a noi nel mettere assieme qualcosa di bello domani, e poi prenderci tutto per tuttu dopodomani, perché non è vero che certe idee e certe attitudini le hanno uccise e sepolte.

Quando Davide Dax venne ammazzato, cantammo

16 di Marzo, bandiere rosse al vento uccidono un compagno, ne nascono altri cento.

però io ci tengo molto, a precisare,

[che] il redskin mica si fa solo a Marzo nei giorni di Dax.

E io, il mio, credo di starlo facendo. Non ho ancora fatto una cresta, ho pochi tatuaggi, non sono riuscito a diventare straight edge, ma l'attitudine del punk ormai è cosa mia, e spero sì, di passarla ad altru compagnu grandi e piccolu, e di farne nascere altru cento.

Grazie, Michele; grazie della tua educazione sentimentale ad amare il Movimento. Ci vediamo presto in piazzetta.

 
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from ordinariafollia

ordinariafollia-log_035-2026.jpg

S'apre tra le nuvole uno spazio la luce ed è evidente che si tratta di Dio o di un calcio di rigore per i buoni.

Santo pallone e mamma vergine tira il dado e se esce sette non farò più marchette.

Credo nella patata credo nel gol, anche di mano.

Scarpe rosse sotto un sole gettone verso castelli di panna scontata per confini di filo di pene e si apre tra i muri uno spazio la luce.

Se andrà bene avrò la mia faccia su una maglietta con lo scudetto ricamato.

Si tratta di immenso o di un fuorigioco fischiato un ritardo la luce.

 
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from Ore liete


O nelle zone da picnic e nelle località di villeggiatura più rustiche, più o meno sono uguali. Parlo del Sud, magari al Nord l'impostazione è diversa; parlo di quel che ho visto nei decenni e, a margine, la villeggiatura non esiste più o quasi.

Eh sì, parlo proprio di impostazione, perché sembrano tutti arredati dalla stesse figure professionali, ovvero i proprietari e, probabilmente, è una cosa in famiglia. Non dei proprietari specifici, proprietari come idea, il concetto di proprietari.

Fuori, c'è un muro intonacato. Bianco, giallino al massimo, ma intonacato, possibilmente screpolato. Consapevole e vittima del passare dei decenni, insomma. L'insegna è molto semplice, solitamente una lastra di plexiglass bianca con delle lettere blu o rosse (più spesso blu, perché il rosso è troppo facilmente macelleria), molte volte a rilievo. Le insegne di una volta erano così. Sono illuminate, internamente, da più neon, alcuni dei quali indecisi o, semplicemente, non funzionano.
L'interno è minimamente illuminato, spesso più dalla luce che filtra che dai neon. Il neon è ricorrente, è la tecnologia predominante in quegli ambienti. Ci sono scaffali più attenti alla sostanza che alla forma, quando non proprio scaffalature da ferramenta su cui esporre anche articoli non commestibili: secchietti e palette, palloni, bombolette di gas da campeggio, altro che possa servire al turista pendolare di passaggio. Alcune di quelle cose sono lì da anni, imballaggi scoloriti, palloni flosci.

Poi, c'è il banco della salumeria, ovviamente vecchio come il resto dell'arredo, ha visto l'inaugurazione del negozio, è rischiarato da una luce da autopsia, ospita salumi, formaggi e contorni molto rustici e poco stellati.
Una cesta coi panini alle spalle e, possibilmente, il classico frigorifero a pozzetto per i gelati, *“prendeteveli da soli.” Spesso bianco, a volte addirittura di quelli con le pareti marroni e qualche adesivo di gelati che non esistono più, di quelli che affiancavano un nomignolo regionale al nome ufficiale; il nomignolo era più diffuso del nome.

Ai clienti di passaggio, mi ci metto anche io, non importavano/importano queste cose. Fermarsi in quelle botteghe è una tappa del giorno di vacanza, l'antipasto di momenti felici?, possiamo dirlo? Da bambini, lo erano quasi di sicuro, da adulti son diventati ricordi da... vecchi. Possiamo dirlo?

Vecchi o bambini, quelle salumerie parecchio alla mano, che ancora esistono e resistono, fanno parte dell'estetica della vacanza o, almeno, delle mie vacanze che furono.

 
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from Super Relax


Venerdì 15 maggio 2026, ho assistito a un passaggio rapido del tappone appenninico del Giro d'Italia, partenza a Formia e arrivo in Abruzzo, sulla salità del Blockhaus, dopo 245 km e 4.600 metri di dislivello.
È stato un momento decisamente fugace, perché in pianura i professionisti tengono velocità che non riesco a tenere neanche praticamente neanche in discesa.

Il secondo incontro col Giro della mia vita, a distanza di oltre 40 anni: chissà se avremo modo di reincontrarci. Allego qualche foto di quelle che si sono salvate, è la prima volta che ho fotografato soggetti in movimento.

Ciclisti professionisti ripresi lateralmente, in sfondo la gente si gode il passaggio della gara e scatta fotografie.

Quintetto di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara.

Gruppo di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara. In completino giallo e nero, con cachetto rosso, Jonas Vingeegard, uno dei ciclisti più forti delle gare a tappe degli ultimi anni.

Gruppo di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara.

 
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from balnibarbi

Gli eventi sociali mi prosciugano. Posso divertirmi, stare con persone che mi piacciono, può essere un ambiente tranquillo, ma mi polverizzano lo scheletro sempre. A volte anche una persona alla volta, basta che non sia estremamente intima o convivente.

Il peggio “altro” possibile è l'istituzione. L'età e la pratica mi avvicinano sempre di più ad un'interfaccia taoista/zen nei confronti del mondo esterno ma fra i limiti più ostici c'è l'ipocrisia e la pratica disumana di istituzionalizzare, impacchettare, inquadrare, intellettualizzare la sensibilità creativa di chi spontaneamente si trova di traverso nella matrice e ha il coraggio di restarci. Vivo in bolle e in tane. Metter la testa fuori per approvvigionarsi è sempre più faticoso.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Questo articolo parlerà, come mio solito, di scienze sociali e massimi sistemi, ma per una volta sarà prevalente il taglio autobiografico da vero e proprio diario online. Se non vi interessa, pregovi di passare oltre senza insultare (per favore :( ).

Quando mi sono trasferito a Milano, nel 2023, sono entrato in un gruppo di volontariato che erogava innanzitutto forniture alimentari nei quartieri di Turro-Gorla e di Lorenteggio-Giambellino, ma mirava a occuparsi anche di diritto all'abitare, nel quadro più ampio di contrastare il carovita e la speculazione edilizia. Visto che sulla città incombeva la spada di Damocle delle Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026, mi chiesi se ci fossero modi per fare agitpropaganda contro l'economia rapace dei grandi eventi, e trovai uno spunto nella memoria dei moti di Reggio Calabria del luglio 1970-febbraio '71. Per chi non lo sapesse (immagino, chiunque non sia un secchione sinistronzo come me) il capoluogo della regione Calabria doveva essere (e tuttora è) collocato a Catanzaro, ma la sezione reggina del Movimento Sociale Italiano colse l'occasione per scatenare in città mesi e mesi di tumulti di protesta, grazie ai quali i neofascisti si costruirono un notevole consenso locale e strapparono importanti meccanismi di clientele al governo nazionale... ovviamente senza che, alla fin fine, il capoluogo fosse davvero spostato a Reggio; fra le altre cose, il 22 luglio '70 ci fu un incidente ferroviario mortale alla stazione di Gioia Tauro, e se la magistratura non ha mai del tutto chiarito i fatti, molta storiografia (me compreso) lo annovera fra le stragi dinamitarde neofasciste del '68-'80, assieme a piazza Fontana, il treno Italicus, piazza della Loggia e la stazione di Bologna. E lo annoveriamo come tale anche perché cinque giovani militanti della Federazione Anarchica reggina, in nemmeno due mesi, misero assieme un dossier di controinformazione che collocava i moti di Reggio entro un più ampio disegno nazionale di eversione nera... e furono ammazzati il 27 settembre in un incidente stradale proprio mentre protavano il plico a Roma, alla redazione del settimanale anarchico «Umanità Nova». I loro nomi erano Gianni Aricò, Annelise “Muki” Borth, Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso, gli “anarchici della Baracca”, e per chi si riconosce nella A cerchiata rossa e nera, i loro nomi sono stelle polari, assieme a quelli di Giuseppe “Pino” Pinelli e Franco Serantini.

Ora, al di là del sacrificio di sangue pagato dal movimento anarchico, tutte le formazioni di Sinistra calabresi fecero del loro meglio per sviare la popolazione dalla demagogia dei missini e dimostrare che la povertà strutturale della Calabria non si sarebbe certo risolta con una guerra fra poveri per accaparrarsi la mangiatoia della pubblica amministrazione regionale: l'apice fu raggiunto nel settembre '72 con la marea umana di operai del Nord (e chissà in quanti erano meridionali migrati) confluiti a Reggio per una manifestazione nazionale, narrata ne “I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini, ma già l'anno precedente il Partito Comunista reggino aveva commissionato agli omologhi bolognesi una canzone di propaganda ad hoc: “La rabbia esplode a Reggio Calabria” del Canzoniere delle Lame.

Ebbene, io sono nato e cresciuto in Lombardia ma mio padre è nato e cresciuto proprio in provincia di Reggio ed era bambino durante i mesi dei moti, e a quanto pare mio nonno paterno, in quei giorni, tolse il saluto a un cugino (ben più ricco) che si era schierato coi missini. Per cui, la riscrittura della canzone venne da sé: mi bastò scambiare il sindaco reggino Pietro Battaglia con il meneghino Giuseppe Sala e il suo assessore Piefrancesco Maran, e sostituire il rione delle Sbarre, periferia della periferia di Reggio, con i quartieri popolari milanesi storicamente dormitorio per i migranti prima padani, poi meridionali, ora terzomondisti. Poi certo, aggiunsi la lobby cattolica di Comunione & Liberazione, da decenni una potenza entro la Destra lombarda, e quanto alla mafia..., ah la mafia non manca mai.

«Contro le Olimpiadi di Milano-Cortina»

Piazza Corvetto esplode: / la miccia brucia già Ma chi l’ha accesa / sono gli stessi / che ruban case qua. Quest’Olimpiade serve / solo al PD e ai mafiosi per ottenere ancor più potere / di quello che hanno già Maran e Beppe Sala servon da copertura dietro han le banche, i palazzinari pure Ci-Elle e Lega. Che importa dare un tetto / alla povera gente? Che cosa importa se chi lavora / non può comprare niente? Piazza Loreto esplode: / la miccia brucia già Ma chi l’ha accesa / sono gli stessi / che ruban case qua. Musocco, San Siro, e Gola / la gente insorge già contro gli sfratti, contro la fame, contro questo PD! Fascisti con le guardie, mafiosi col potere i proletari sole le braccia hanno da far valere. Padroni i vostri giochi / vi esploderanno in mano Perché Milano a questo schifo / ora risponde no! Milano adesso esplode / la gente adesso sa contro chi deve usare la rabbia / la mafia non passerà.

Alla fine non la incidemmo mai, questa riscrittura. Il gruppo di volontariato è andato pressoché in bancarotta, io ho cambiato quartiere e mi sono spostato su altri progetti un filino più solidi, le Olimpiadi del 2026 sono andate e venute lasciandosi dietro le proprie macerie di opere inutili, e purtroppo non siamo statu capaci di fare i tumulti “contro il PD e i mafiosi”; certo, a Settembre 2025 si è vandalizzato il cantiere dell'ennesimo grattacielo obbrobrioso eretto dal solito architetto ammanicato, ma poca roba, niente di paragonabile ai moti contro l'Expo 2015, che comunque non furono neanche lontanamente sufficenti.

Per cui, piuttosto che lasciarla per sempre nel mio taccuino, la pubblico qui, la mia poesiola; una piccola testimonianza di cosa sognavamo di fare a Milano in attesa della tempesta delle Olimpiadi, un tassello su cui costruire i progetti da qui al 2030 e oltre... un filo riannodato nella storia della mia famiglia, di quel percorso tortuoso che l'altro ieri ci vedeva sottoproletari nella Piana di Goia Tauro e ora alto-proletari fra la profonda Brianza e le periferie di Milano. Da cinquant'anni classe lavoratrice, da cinquant'anni gente del Sud testardo e martoriato, di quel Sud che va da Lampedusa a certi quartieri popolari, qui in Padania, che “etnicamente” fanno provincia a Reggio, a Napoli o a Bari.

Nei miei trent'anni di vita ho certamente dovuto affrontare tanto razzismo antimeridionalista interiorizzato, e tante tensioni sociali con quella parte della mia famiglia che la mia visione di mondo non la sposa (anzi), ma quando ripenso alla presa di posizione di mio nonno, ai trascorsi da sindacalista di mio padre, e alla pacata flemma mediterannea che riconoscono in me sia i compagni e le compagne polentoni, sia quellu che come me sono figliu della Diaspora terrona, oggi non ho dubbi: almeno in parte, su calabrisi e calabrisi sugnu [...] fazzu li cosi mei cu’ forza e ‘mpegnu e casa mia, come posso, la difendo. Come la cinquina della Baracca ieri, come le case occupate di via Emilo Gola oggi, come chiunque arriverà domani a lottare con noi.

Da Reggio a Milano, ogni città trasformata, solidarietà, non più “libero” mercato; con tanti abbracci e tanta commozione noi ancora la vogliamo, la rivoluzione.

 
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from balnibarbi

Dall'ultima volta in cui ho avuto un weblog sono passati almeno quindici anni. Era già un'evoluzione della mia presenza sull'internet, anche di quella relazionale. Se ne parlava all'inizio degli anni zero su IRC. Ero andata a vedere se ce n'era qualcuno italiano. Leggere diari intimi ha sempre lenito il mio senso di solitudine e in quel caso non erano scrittori pubblicati, ma qualche nerd spaesato come me che, senza l'aspettativa di avere più di cinque lettori riusciva a rimanere fra la spontaneità di un diario segreto e la sensazione di essere potenzialmente ascoltati, tipo parlare da soli mentre si passeggia in montagna. Grado di pubblicità: meno che lasciare un quaderno sul tavolo in una casa dove vivono altre persone, più che corrispondere con un amico intimo. È stato un momento durato pochissimo, forse meno di un anno, poi ho capito che molta gente si impegnava tanto per essere vista. Sono arrivate features come i contatori di visitatori, i commenti ai post, i link, i contenuti multimediali, la lista degli altri blog seguiti, i tag. Poi dopo tanto ancora i premi, i blogger di mestiere, i banner pubblicitari, i raduni, i feed RSS.

Nessuna nostalgia e neanche nessun fastidio. A pensarci sono sentimenti che in generale ho provato poco e ora forse non provo più. Questo post è più un tentativo di sblocco che utilizza un argomento aleatorio. Forse questo ritorno a un livello semi-segreto in cui esistere potrebbe tornare propizio all'output diaristico.

 
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from Storieparole

Agguanto il testimone passatomi da zompetto e con gratitudine mi slancio a proseguire questa staffetta della Sagra Indie Web. Il tema che vi propongo per questo mese di maggio è comunicazione, parola che a me piace molto perché idealmente associata a due termini che mi sono cari: comune e azione. Non si può fare comunicazione senza agire: azione è la parola del fare, del mettersi in gioco in prima persona per ottenere un cambiamento di stato – dalla quiete al moto, da qui a lì, dalla tenebra alla luce o qualsiasi altra cosa vi baleni nella mente. Comune è nostro, né mio né tuo, ma condiviso e, se vogliamo, anche diffuso, non elitario: un oggetto comune è qualcosa che si trova facilmente, il cui nome è noto e cui spesso si fa ricorso, quindi qualcosa di utile e non superfluo.

L’etimologia, al di là di ciò che è il mio sentire, mi dà ragione e, anzi, amplia ancor più il valore di questa parola, facendola derivare dal latino communis, a sua volta composto dalla preposizione cum e dal sostantivo munus, che significano rispettivamente con, insieme a e dono, ma secondariamente anche incarico e infine dovere. Comune è, dunque, un dono da condividere o un incarico da compiere coralmente e, finalmente, un dovere da affrontare insieme. Partendo da una radice tanto ricca e florida, la comunicazione dovrebbe pertanto adempiere a questi tre compiti insiti nella sua natura e sanciti sin dal 1700 dall’abate Egidio Forcellini e dal suo buon amico e maestro Jacopo Facciolati, allorché inserirono il vocabolo nel Lexicon Totius Latinitatis, la Bibbia di ogni lessicista.

Comunicare, nel senso di ricevere un dono, implica un duplice impegno: da un lato, il donatore, dovrebbe sentirsi in qualche modo obbligato a cedere qualcosa di prezioso, di utile, di gradevole e gradito; dall’altro, chi riceve il dono, dovrebbe parimenti sentirsi obbligato a restituire l’attenzione ricevuta. È a questo punto che la riflessione su cosa e come debba essere la comunicazione inizia a farsi interessante, perché tra dire, parlare, blaterare, sproloquiare e comunicare ci sono enormi differenze. La comunicazione, per essere tale, deve essere: – mirata, avere cioè un obiettivo che soddisfi tutti coloro che sono coinvolti; – condivisa, svilupparsi su un terreno comune (se io parlo in inglese di uncinetto e tu mi rispondi in tedesco di botanica entrambi stiamo parlando, magari anche sorridendoci e aspettando ciascuno educatamente il proprio turno, ma è chiaro che non stiamo comunicando); – sociale, devono esserci almeno due soggetti affinché si possa comunicare, altrimenti siamo di fronte a un monologo o a un soliloquio (e, sì, questo vale anche per tutti i «Ti lascio un vocale, così lo ascolti quando vuoi…»: mai, non lo ascolterò mai, perché io voglio comunicare e se desiderassi assistere a un monologo me ne andrei a teatro!) – azione: come dice la parola stessa, la comunicazione non può essere un oggetto statico, bensì un processo che richiede azione, un movimento che coinvolge in maniera attiva, comune e partecipe i soggetti, quasi fosse una danza lessicale e semantica. E, proprio come in una danza si condivide uno spazio comune rispettandosi a vicenda ed evitando di prestarsi i piedi, in una comunicazione ciascuna parte dovrebbe avere la stessa importanza, mettendo in comunione un valore condiviso, in un perfetto equilibrio privo di egocentrismo.

Quanto e come, oggi, si faccia o meno comunicazione aspetto di leggerlo con vivo interesse nei post di coloro che parteciperanno alla #SagraIndieWeb di maggio. A presto!

Comunicazione... e l'arte di David Revoy

 
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from @sirmarcoserra

Di sparizioni e ritorni – Log#02 sparizioni&ritorni

Mi rendo conto di essere un po' sparito. Da ragazzini c'era questa risposta a effetto, del tipo “si sparisce sempre in due”, e mi viene un po' da sorridere: decisamente non è questo il caso.

Perché effettivamente sono sparito, o quasi. Nessuna canzone in un anno e mezzo, i poetry slam li avevo accannati già prima. Non ricordo neanche più quale sia stato l'ultimo. Attività “artistica” sui social non reperita, e da gennaio ho pure disinstallato IG dal cellulare.

Mi viene da chiedermi se qualcunx se ne sia accorto. Se a qualcunx io sia in qualche modo un po' mancato. [che fai ti sorprendi? per un po' ho girato l'italia di tasca mia per recitare poesie davanti a sconosciuti che ti danno un voto, non dovrebbe sorprenderti se a volte mi]

Ma un po' mi dispiace, perché al di là del mio apporto oggettivamente quasi nullo al movimento artistico italiano, e al di là d'un certo-qual-simil-narcisismo-nondiagnosticato-latente, là fuori c'era davvero qualcunx che credeva in me (probabilmente più di quanto non ci credessi io, col senno di poi). Lo so perché me lo avete detto, qualcunx mi ha ringraziato, me lo ricordo e ci posso giurare, per le mie parole o per la mia storia ed averla messa a nudo su un palco, ed io quei grazie ora non posso far altro che tenermeli caldi in tasca nell'attesa. [l'attesa che]

Perciò ora, ora ahinoi, ora non riesco a non sentirmi non dico colpevole, ma almeno responsabile, e non solo nei miei confronti, anche nei confronti di quelle persone, le persone che mi hanno detto: “non smettere!” e invece ho smesso, [o meglio ho rallentato, ma il problema è che a un certo punto ero talmente lento da essere praticamente fermo, ed è successo senza accorgermene, anzi di sicuro se piazzi l'origine del sistema di riferimento su un vagone, uno qualunque, del treno della vita, ed ignori tutto il resto, e consideri solo il mio stato di quiete rispetto al moto di tale vagone di tale treno della vita, o rispetto a quello ancora più rapido del mercato di oggi, che dico del mercato?, dell'industria, allora di sicuro il mio moto sarà senz'altro un moto in senso opposto, retromarcia relativa] non riesco a non sentirmi responsabile, dicevo, di questo silenzio.

Le persone che stanno in silenzio e si sentono responsabili di tale silenzio di solito hanno due opzioni rispetto al silenzio: assecondarne l'inerzia o romperlo. Io per un tot ho seguito la a) ma sento che ora mi sta stretta e quindi andiamo di b). Ma come procedere?

La questione è delicata, layerata. E per snocciolarla devo prima sbucciarla, ma non per buttare la buccia. Sacrilegio: sono contro lo spreco alimentare [e comunque la maggior parte delle bucce che buttiamo sono in realtà commestibili, e anzi la parte più nutriente del frutto stesso, tu dirai eh ma allora i pesticidi?, io ti risponderò: sfatiamo questo mito, evolviti caro, siamo nel terzo millennio, l'essere umano si è ormai adattato ai veleni che lui stesso ha progettato, altrimenti saremmo già tutti morti, anche i sassi sanno che siamo fatti al 70% di microplastiche e si sa che le plastiche sono immuni ai pesticidi, e se anche così non fosse sarà selezione naturale, no? tu continua così e non mangiarti questa buona buccia zuccherina e piena di kryptonite, così alla prossima nucleare avrai le difese immunitarie bassine, è la legge del più forte e da che mondo è mondo è mondo è molto noto che la forza della frutta risieda nella sua buccia che come uno scudo la protegge da]

E quindi è deciso: partirò dalla buccia, cioè dallo strato più esterno, che è quello che vedi. E quello che vedi di questo mio goffo ritorno [?] è che tutte queste minchiate che leggi sono su questo sito che sembra un blog e che si chiama log. E quindi la prossima volta, se mai ci sarà, parlerò di perché sto scrivendo qui, e del perché al momento non ho intenzione di tornare indietro. Poi vediamo.

Abbi cura di te,

MS


24 aprile 2026, su un treno tra Zurigo e Milano

 
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from ordinariafollia

ordinariafollia-log_034-2026.jpg

Prendi pure tutto il braccio visto che ci sei, non solo il dito non fare i complimenti sono fatto di poesia, non siamo in tanti.

Strappami il cuore getta le mie ossa nere in mare e se hai un gatto dagli milza e polmone sono fatto di poesia, non di ragione.

Fai una palla con la mia pelle attaccami le palle alla batteria dell'automobile e coi miei occhi sbatti la maionese sono fatto di poesia, devo solo arrivare a fine mese.

Prendi il mio fegato e strizzalo per bene dichiara morta la mia lingua e spegni il mio sistema nervoso afferente sono fatto di poesia, meglio di niente.

 
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from Storieparole

Partiamo subito col piede giusto, così da far capire a chi ancora non mi conosce e dovesse imbattersi per caso (il caso non esiste, ma facciamo finta di sì per un attimo) in questo post con che razza di soggetto ha a che fare: la parola sovranità mi dà l’orticaria. Non importa in quale contesto venga usata: sovranità, lo si sente già nel solo pronunciarla, include la parola sovra, sinonimo arcaico di sopra e ancora oggi usata come radice di aggettivi come sovrastante e sovrascritto. Etimologicamente, nonostante la derivazione dal francese souverain (ma siamo già nel XVI secolo), nasce dal latino volgare superanus, a sua volta originato dal latino super che, francamente, non ritengo necessiti spiegazioni. La sovranità dunque indica, per sua stessa natura, gerarchia, distingue tra ciò che è superiore e ciò che è inferiore o, peggio ancora, tra chi si ritiene, per nascita, censo, stato sociale o tara mentale, superiore a qualche altro essere umano.

Calandoci nel contesto del digitale, qui l’etimologia è molto più simpatica, gli sviluppi molto più estesi e variopinti ed è buffo pensare che ciò che oggi viene collegato a concetti volatili e intangibili come codici binari, reti web, connessioni virtuali parta da qualcosa di estremamente concreto come un dito e l’azione, parimenti concreta, di batterlo su una tastiera.

Per capire bene cosa sia la sovranità digitale avevo pensato di documentarmi un po’, non essendo questo il mio campo di studi, e la scelta era caduta su un articolo, che speravo potesse essere non troppo tecnico e chiaro a chiunque, di RaiNews pubblicato l’8 aprile di quest’anno, a firma di Pierluigi Mele, dal titolo “Cosa è la sovranità digitale e perché l’Europa non può più aspettare”. Purtroppo, il sottotitolo “l controllo sui dati, sulle infrastrutture cloud e sui modelli…”, con quell’articolo mutilo e storpio, mi ha fatto rinuciare. A ogni modo, qualcosa di chiaro emerge già dalla lettura del titolo: se l’Europa non può più aspettare, significa che in questo momento o è priva di sovranità digitale o ne subisce una extraeuropea o entrambe le cose e, per quanto io sia digiuna in materia informatica, non credo di sbagliare nell’identificare questo sovrano estero negli Stati Uniti d’America: Microsoft e Google sono di fatto monopolisti, con Apple che finge di essere alternativa ma di fatto è persino più blindata e inattaccabile. E ammetto di non essere informata su come funzionino i siti istituzionali dei vari Stati europei, ma per quanto riguarda l’Italia la quasi totalità (scrivo quasi perché non li ho verificati tutti singolarmente) dei siti istituzionali governativi, quelli i cui indirizzi terminano con .gov.it per capirci, si appoggiano su Microsoft e Google. Le mail sono Outlook, le videoconferenze Teams. È chiaro, poi, che quasi tutti (circa l’utilizzo della parola quasi, si veda la parentesi qualche riga sopra) hanno collegamenti a Instagram, Facebook, X e Whatsapp. Sarebbe facile dare la colpa di tutto questo all’attuale governo, ma sarebbe anche sbagliato: occorre ricordare, infatti, che, nonostante l’abilissima e persistente campagna di stampa messa in atto, l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale era alleata della Germania e pertanto gli Statunitensi non ci hanno liberati, ci hanno conquistati. D’altro canto non è certo necessario arrivare all’analisi dello strapotere informatico di oggi per notare che, di fatto, siamo una colonia socio-economica statunitense: guardiamo film girati a Hollywood, beviamo Coca-Cola e mangiamo nei fast-food, un quinto delle parole che compaiono su giornali e nei tg è in lingua inglese, ci scattiamo selfie da postare su Instagram… O, almeno, questo è ciò che fa la maggioranza degli italiani. Dunque, no, non penso proprio che l’Italia sia pronta a cambiare sovranità digitale, almeno non fino a quando l’Europa non sarà stata in grado di mettere in piedi un sistema che sappia affascinare e catturare le nuove generazioni come hanno saputo fare Gary Cooper e Audrey Hepburn, Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald, Happy Days e Sex and the City con le nostre vecchie generazioni. Personalmente, poi, proprio in considerazione dell’orticaria che mi scatena la sola parola sovranità, gradirei molto di più se si potesse parlare di individualità ed equità digitale.

 
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from highway-to-shell

Al parco ho visto da lontano un papà con la schiena curva che inseguiva una bimbetta in bicicletta con la tipica andatura a zig-zag di quando si impara a pedalare. Una scena che mi fa stringere sempre il cuore pensando a quando 2 decenni fa me lo sono spaccata io la schiena. Quando mi avvicino vedo che il papà ha una felpa delle frecce tricolori dell'aeronautica militare. Avrei voluto affiancarlo e dirgli che grazie a quelli della sua felpa ci sono due genitori che una figlia non ce l'hanno più.

Torino, tragedia delle Frecce tricolori, i genitori: «Dopo un anno Laura ci manca come l’aria. Le dobbiamo giustizia»

 
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from @sirmarcoserra

Pensieri tra la Limmat e Höngg – Log#01

tra la Limmat e Höngg

C'è questa cosa del tempo che mi spaventa e mi innervosisce, che sono terrorizzato dal suo scorrere e al tempo stesso mi sembra non sia mai abbastanza. In 365 giri del sole intorno alla terra (almeno apparenti, capiscimi) non è cambiato poi tanto, a parte lo Stato, finiti i 20, un paio di chili in più, mezza casa che fu dei nonni, gli amici che iniziano a figliare e mille altre cose che quasi non riesco già a ricordare.

Negli occhi dei figli neonati dei miei amici (un conglomerato di amore impotente e inadatto alla vita) qualcosa mi ricorda mio nonno poco prima che morisse. Il ciclo della vita, all'inizio e alla fine restano bisogni fisiologici, esprimersi solo con la faccia, senza parole, a gemiti; poi addormentarsi profondamente con la bocca socchiusa subito dopo la poppata.

Negli occhi degli amici che sono padri; delle amiche che sono madri; vedo una luce che non ho. Forse dovremmo procreare anche noi, amore mio, per scrollarci di dosso questo terrore nel futuro, quest'ansia che il mondo finisca, se non domani fra cinquant'anni, spremuto tra le dita di un manipolo di tiranni e techbro sociopatici che boostano con la cocaina la produttività e vedono nel sonno una perdita di tempo. Nell'altro, un pollo da spennare, nel pollo, ormoni per avere più carne da divorare.

L'artificio è compiuto. Giuravo che non sarebbe successo, ma anche io sono diventato dipendente dall'IA, anche io prostituisco i miei dati ai techbro. Mi ero detto che sarebbe stato solo a lavoro, solo qualche volta, ma questa roba è una droga, limitless, sentirsi prestativi. Poco importa se sono gli algoritmi a prestare, e noi a regalare prompt spesso evitabili. Ho il terrore che il mio capo sappia che senza IA sono solo un inetto, perciò continuo. Delegare il processo mentale e la ricerca faticosa al di fuori di sé atrofizza il cervello e la fantasia. E non lo dico, io lo dice la scienza, e forse è per questo che ho disinstallato Instagram sul mio telefono, per sentirmi meno in colpa, o forse perché lo spettro della guerra era troppo pesante per la mia psiche, troppo pesante per continuare la mia vita un po' distrattamente facendo finta che andasse tutto bene.

E senza IG posso fingere meglio. O forse l'ho disinstallato per la pubblicità, e perché Zuckerberg è uno di quei techbro di cui sopra. Non mi ricordo più. Vorrei scappare da questo loop di catene digitali, di big corps che vendono info alle intelligence sioniste per ammazzare gazawi in maniera più vicina all'ottima. Il capitalismo dei corpi: colpi di spugna a cancellare popoli, non potranno vendicarsi se son tutti morti. Ma rimangono spettri dentro resort per miliardari che si lamentano della cancel culture.

Tisana di miele e propoli: allevare api per rubare loro il miele e sostituirlo con acqua e zucchero, poi spacciarsi per paladini della biodiversità. Poco importa che le specie di api da miele si contano sulle dita di una mano, le altre 20mila non si contano perché non contano, perché sul mero polline non sappiamo ancora monetizzare. Che si estinguano grazie, più fiori per le nostre api.

Ma nel mondo c'è ancora del bello, c'è ancora del buono per parafrasare Samvise sull'orlo del vulcano. A me ogni tanto sembra possa bastare l'acqua fresca, ma poi ci ripenso e grido no, voglio l'acqua fresca per tutt, e miele per le api as it was meant to be. E se questo vuol dire rivoluzione, che rivoluzione sia, penso sorridendo sotto i baffi (non in senso figurato, un'altra novità di quest'ultimo anno è che me li sono fatti crescere e ora assomiglio ancora di piu a mio padre alla mia età).

Ma il bus sta quasi per arrivare a lavoro e la giornata credo andrà come tutte le altre: l'unica rivoluzione è quella terrestre (non in senso figurato nel senso di terra che si ribella ahimè, ma nel senso che gira intorno al sole). E se ci sarà evoluzione non credo sarà mia, o forse è solo così lenta da non potermene accorgere.

Il problema di questa routine è che ti dà abbastanza per sopravvivere ma che prende troppo per vivere come vorrei davvero. Il guaio delle nostre prigioni è che hanno l'acqua calda. Ma la temperatura sta crescendo lenta, rana bollita, brodo di umana.

A volte ho la sensazione di aver sacrificato tutto quello in cui credevo per queste catene fatte di meeting e giorni tutti uguali. All'inizio mi dicevo che era un compromesso, che era un'esperienza, che sarei tornato poi dove non so ma insomma che non sarei rimasto. Poi un giorno avevo l'emicrania e ho preso un moment di troppo e ora non ho più un momento per me. Queste parole le sto scrivendo di nascosto in ufficio, che comunque non ho voglia di lavorare, che comunque tra poco è Pasqua e subito dopo Natale, e se credi che ci sia una morale temo tu abbia capito male.

1 aprile 2026, Zurigo

 
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