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from Racconti di una Capra

Premessa: questo è un racconto pesante, tratta temi molto delicati in una narrazione che lascia volutamente l'interpretazione al lettore. Intendo dire che il concetto base magari risulta chiaro, ma a ognuno potrebbe comunque comunicare qualcosa di diverso e personale in base al proprio vissuto. Io ci ho messo del mio e, a chiunque leggerà, auguro che alla fine possa portare un po' di speranza e vicinanza. Buona lettura.

La terra è fredda. La posso sentire sotto i palmi, a contatto con i piedi nudi e le gambe scoperte, incrociate. Intorno a me non c'è il minimo suono, non l'alito del vento, il canto degli uccelli o il ronzio degli insetti, tutto è immobile. Niente è presente. Non saprei dire da quanto sono seduta a terra ferma come una statua, ma so che guardo senza vedere: sono in grado di dire che la terra è nera, così nera da sembrare catrame; e so che il cielo è scuro, di una tenebra che non ha nulla a che vedere con la notte; sono consapevole che qui non ci sono rocce, minerali, non è presente l'acqua, le piante non crescono, i semi non esistono e gli animali nemmeno. So che qui la vita non c'è. Ma non vedo realmente ciò che mi circonda. Non mi interessa vederlo. Perché so che intorno a me troverò sempre e solo quell'infinita desolazione. Nemmeno il vento è qui a tenermi compagnia. Sento solo un freddo profondo, che sembra arrivare direttamente dal cuore del ghiaccio. Percorre le membra, invade le vene e offusca la mente. Nella mia immobilità, osservo la vastità del vuoto con occhi spenti, quasi vitrei. I miei sensi sono ovattati e rallentati. Non so perché mi trovo qui, dovunque io sia... Non me lo ricordo. Se respirare non fosse automatico, credo che mi sarei dimenticata anche di quello. Qualcuno, vedendomi così, potrebbe domandarsi se io sia sotto ipnosi o qualcosa di simile. Qualcuno... Già, ma qui sono sola. Completamente sola. Un suono mi giunge improvvisamente all'orecchio, ma è così distante che non riesco a dargli un nome. Inclino leggermente la testa da un lato, come se questo movimento potesse aiutarmi a definirlo, ma non serve. A quel suono se ne aggiungono altri, confusi, distorti... dolorosi. Fanno male, non voglio più sentirli. Chiudo gli occhi e smetto di ascoltare, con la ferma volontà di farli sparire, mentre una parte di me vorrebbe aggrapparsi ad essi... A quei ricordi. In pochi istanti torna il silenzio immobile. Ma i miei senti sono meno assopiti, il corpo è meno intorpidito. No, non sto meglio. I muscoli si sono attivati come reazione istintiva al dolore: quei suoni hanno intensificato il freddo pungente. È come avere delle dita artigliate addosso, pronte a dilaniare ogni mia fibra. La terra è gelida. Non voglio più stare ferma. Devo muovermi. Con le pupille costantemente fisse in un punto vuoto, il corpo risponde al comando e mi alzo in piedi. Un passo. Un altro. Un altro ancora. Cammino lentamente, quasi in maniera meccanica, come se fossi solo un burattino. Un automa. Il mio sguardo non si sposta. Vado avanti aumentando gradualmente la velocità. In breve tempo mi ritrovo a correre, ma anche così non sento il vento, eppure l'aria è pesante e brucia i polmoni: entra dalla bocca socchiusa, scende per la gola addensandosi come se volesse soffocarmi. Fa male, ma continuo a correre più che posso. Non so dove sto andando, non so da cosa scappo. Ma so che non servirà, il dolore non passerà e io non ho dove nascondermi. La tetra landa oscura è senza fine, ovunque io vada sarà come rimanere immobile. Gli occhi si appannano di lacrime, bruciano e si gonfiano arrossati, anche se restano opachi e impassibili. Quando la sofferenza è troppa, il volto si trasforma in una maschera di apatia. Dolore annulla dolore, non è così? Tutto diventa troppo, e il troppo diventa sopportabile solo quando si smette di sentire. Ma prima o poi deve uscire. Freno bruscamente la mia folle corsa crollando in ginocchio e urlando tutto il mio dolore al cielo minaccioso... Gli occhi sofferenti. Grido talmente tanto da perdere la voce e finire le lacrime. Tengo la bocca aperta facendo respiri pesanti, cercando di riprendere fiato. Tutto il mio corpo trema, ma non per il freddo interiore che mi ha perseguitata tutto il tempo, e neanche per la stanchezza. Affloscio le braccia ai fianchi, le mani scorrono brevemente sul terreno. Quel terreno nero che ora più che mai sembra volermi inghiottire. Ma sono stanca. Correre non serve. Sono sfinita, voglio solo che tutto questo finisca. Basta. Abbasso lentamente la testa, gli occhi si fanno nuovamente spenti, fissi sul terreno. La terra è fine. La terra è... Ma quando penso di abbandonarmi completamente a me stessa, qualcosa attira le mie pupille. Qualcosa di sfocato e insolitamente colorato. Il barlume di vita negli occhi che ancora non è stato sopraffatto dal vuoto mi dà la forza di mettere a fuoco l'immagine e finalmente riesco a vederlo bene: è un fiore. Quel piccolo essere vivente è l'elemento che stona, quello non dovrebbe mai potersi trovare in un posto del genere. Quell'eccezione fa scorrere dentro di me un flusso tiepido che allevia il gelo. Risollevo la testa lentamente, di poco, lo sguardo fermo sul fiore. Lo osservo per vari istanti. Lo guardo. Lo vedo. Sento di volermi avvicinare, ma non ce la faccio ad alzarmi. Così mi trascino su quattro zampe cautamente, senza distogliere gli occhi da quella piccola forma di vita. Man mano che mi avvicino, quel flusso tiepido si fa caldo, dissolvendo a poco a poco il freddo tagliente. Mi fermo dinanzi al fiore e lo sfioro con le dita chiudendo gli occhi. Un sospiro tremante mi esce dalla bocca. Percepisco la presenza di entità benevole e familiari. Sento le tenebre arretrare e una luce calda diffondersi attorno a me. I miei sensi escono dallo stato di trance e sento chiaramente un morbido pelo e un naso umido a contatto col mio palmo; una mano solidale è posata sulla mia spalla e un'altra, amorevole, sul braccio. Apro gli occhi. La terra nera è svanita. Sono in una casa. Nella mia casa. Davanti a me due grandi occhioni scuri, incastonati in un musetto chiaro, mi trasmettono tutta la loro vicinanza mentre una coda scodinzola battendo sul divano. Al mio fianco una persona cara mi sta vicina senza pressioni, mi fa capire che lei c'è. Senza parlare. Nessuno dei due ha bisogno di parlare. Adesso ho capito, so come fuggire dalle tenebre. Calde lacrime scorrono lungo le mie guance. Lacrime liberatorie, perché adesso non sono più sola. Il dolore mi aveva fatto dimenticare... ciò che mi tiene ancorata al mondo. La terra è calda. La terra ha di nuovo i colori. E io voglio vivere.

Nota dell'autrice: arrivati fin qui, lasciatemi aggiungere un pensiero per voi. Risulterò banale, ma non importa. Una singola persona potrebbe essere quella che ti salva la vita; ma ci tengo anche a dire che, quando si sta troppo male, per qualsiasi motivo, chiedere aiuto non è debolezza, ma consapevolezza della propria difficoltà e denota la voglia di stare meglio. La vita è preziosa, ed è una sfida continua. Trovate con chi condividere gioie e dolori e ricordate che vivere e sopravvivere sono due cose diverse.

 
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from Racconti di una Capra

Tutti conosciamo il cardellino, vero? Non tanto per il suo splendido piumaggio, quanto più per il suo canto melodioso e armonioso che, non appena senti, ti riempie l’animo di vita e serenità. Ogni creatura possiede un’essenza diversa e quella del cardellino risiede nella sua voce, proprio come quella del pavone nella sua coda e quella del ragno nella sua tela: ecco cosa contraddistingue le specie le une dalle altre. Ma cosa accadrebbe se si nascesse privati di tale unicità? Questa sventura toccò a Senza Nota, un piccolo cardellino che non era in grado di cantare e che, a causa di questo, venne soprannominato in quel modo. I suoi genitori erano conosciuti per essere i migliori cantanti del mondo insieme a tre cuculi, cinque usignoli, un merlo, due pettirossi e un’aquila, e insieme si trovavano spesso per tenere dei concerti. Insomma, da due genitori del genere tutti si aspettavano una prole di grande talento, e così fu… almeno per quattro dei cinque figli. Tutti uscirono dal nido lanciando i tipici strilli dei pulcini appena nati, ma uno di loro emetteva versi alquanto insoliti e, a detta di chiunque l’avesse sentito, orribilmente striduli e stonati. I genitori ne rimasero molto sorpresi, ma erano buoni come il pane e trattarono tutti e cinque i piccoli in egual modo, senza mai screditare o far sentire inferiore il povero cardellino privo di talento; già, perché questo problema si rivelò costante anche nel corso del tempo, non ci fu nemmeno un briciolo di miglioramento nel canto dell’ormai soprannominato “Senza Nota” e purtroppo le voci si sparsero in fretta: non c’era un solo animale che non sapesse di lui, e se ne continuò a parlare anche mesi dopo la sua schiusa. «Ancora mi chiedo come facciano i genitori a continuare così» sentì dire da una giovane lepre un giorno, mentre faceva un volo nei pressi del suo albero «Tutti parlano di quel Senza Nota, ma loro si comportano come se lui fosse normale e la loro vita fosse quella di sempre. Negano la realtà, te lo dico io!» «Be’, non è neanche colpa loro, povere stelle, se lo sono ritrovato. E poi chi avrebbe potuto prevederlo?» gracidò un maschio di rana con un sospiro. «Certo, hai ragione… Per non parlare dei fratelli. Li ho visti, sai? Giocano con lui e passano molto tempo insieme, ma secondo me lo sopportano a fatica, semplicemente sono mossi da pietà. In fondo, chi non la proverebbe per quel poverello?» continuò la lepre mostrandosi dispiaciuta; poi scosse la testa prendendo un tono più altezzoso e velatamente sprezzante «Perlomeno quel piccoletto non si fa vedere molto in giro e soprattutto, evita di cantare. Ahimè! Le mie povere orecchie non ne potevano più di sentirlo esercitarsi! E poi, detto tra noi, è tutto tempo sprecato». Senza Nota tornò in fretta al nido, non volendo sentire altro; non c’era nessuno in quel momento, i suoi familiari erano certamente in giro Meglio così pensò lui, appollaiandosi nel nido e ruotando poi la testa sotto un’ala. Si sentiva infinitamente triste e demoralizzato. Era vero che non si mostrava molto, in effetti non si era mai allontanato per più di cinque metri dal suo albero; aveva paura di udire altri commenti taglienti sulla sua mancata unicità, e ogni volta che aveva provato a fare amicizia con qualcuno, negli occhi di quest’ultimo aveva visto solamente pena e sdegno. Mentre i brutti pensieri gli invadevano la mente, sentì improvvisamente un corpo caldo vicino al suo e un becco lisciargli le penne. «Mi dispiace mamma…» biascicò sollevando appena la testa. «Non hai alcun motivo per dispiacerti, piccolo mio» cinguettò lei con voce gentile. «Ma io sono il fallimento della famiglia!... Tu, papà e i miei fratelli non vi vergognate di me?» chiese tremante alzando lo sguardo sulla madre, la quale smise di pulirgli le penne «No, e non c’è stato un solo instante in cui non ti abbiamo amato. Ascoltami» sollevò un’ala e la portò sul dorso del figlioletto «Ogni specie è conosciuta per qualcosa, una dote innata che la rende unica. Ma unica nell’insieme della specie stessa. Vedi piccolo, tutti i cardellini sono famosi per il loro canto, io e tuo padre siamo solo particolarmente bravi, ma ciò non toglie che sia tutta la nostra razza ad essere riconosciuta per il richiamo. Ciò che voglio dirti è che anche tu sei speciale, solo che devi ancora trovare la tua unicità». Spostò l’ala dal giovane cardellino e fece un ampio gesto verso il bosco circostante «Hai girato troppo poco il mondo. Sono sicura che esplorare ti aiuterebbe molto» fece un cinguettio affettuoso e poi, spiegate le ali, si alzò in volo. Senza Nota la guardò sparire tra gli alberi. Non aveva compreso a pieno le sue parole, ma l’idea di esplorare lo terrorizzava ed eccitava al tempo stesso «Ho visto troppo poco, la mamma ha ragione» si disse. E così, preso coraggio, spiccò il volo e per la prima volta superò i suoi cinque metri dal nido. Durante il suo volo sentì diversi commenti su di lui, ma si costrinse ad ignorarli e andò avanti, concentrandosi invece sul memorizzare la strada e gli alberi che vedeva. Non sapeva bene da quanto stava volando, forse sette minuti o dieci, quando all’improvviso gli alberi del bosco s’interruppero lasciando posto ad un paesaggio di prati e basse costruzioni, alcune con recinzioni tutt’intorno: era giunto a un paese di umani. Ne aveva solo sentito parlare da suo padre, il quale gli raccontava sempre che le persone amavano ascoltare i loro concerti e molte volte li guardavano da lontano; diceva che non si avvicinavano mai troppo. Il giovane cardellino si ritrovò a volare tra quelle casette graziose, la maggior parte aveva dei fiori in vaso sui balconi; di tanto in tanto riusciva anche a scorgere i nidi delle rondini costruiti tra il tetto e il muro di quelle abitazioni. Quel luogo lo affascinava moltissimo, non solo per il paese in sé, ma anche per i suoi abitanti: vedeva le persone uscire ed entrare dai negozi, mangiare fuori intorno a dei tavoli vicino ai quali si radunavano molti passerotti nell’attesa di ricevere qualche briciola di cibo; inoltre, gli umani parlavano con strani accenti, ma privi di qualunque suono musicale tipico degli uccelli, non avevano neanche i ronzii di certi insetti e nemmeno il cupo brontolio degli orsi. Senza Nota stava giusto pensando a questo quando colse un suono, una melodia mai sentita prima che non poteva certamente appartenere ad un uccello, provenire da qualche parte lì vicino; incuriosito, si alzò di quota per avere più facilità ad individuare la provenienza di quella melodia. Si accorse ben presto di un gruppo di persone radunate davanti a un albero in un parco… e la musica arrivava proprio da lì! Il piccolo uccellino scese rapido e silenzioso fino ad andare a posarsi su uno dei rami di quell’albero, nascosto dal fogliame Questa musica è veramente bellissima, ed è proprio sotto di me! pensò emozionato guardando in basso, gli occhi fissi su un uomo che stava lì in piedi tenendo qualcosa nelle mani… ma non era immobile, eseguiva dei leggeri movimenti dolci, continuando a muovere un’asta sopra un oggetto di legno dalla forma particolare. La sorpresa di Senza Nota aumentò quando realizzò che era quell’oggetto a produrre la melodia, anche se non aveva idea di cosa fosse. Le ore trascorsero, il cardellino era rimasto tutto il tempo ad ascoltare l’uomo, che alternava i brani con delle brevi pause, e aveva anche notato che alcuni passanti si fermavano e poi lasciavano qualcosa in una custodia nera posta di fronte all’uomo; poi arrivò il momento di andare a casa Devo assolutamente scoprire dove abita questo signore Così, dopo pochi minuti di volo sopra di lui, lo vide entrare nel giardino di una casa; il cardellino si appostò velocemente tra i rami di un arbusto nel giardino, dal quale poté vedere l’uomo venire raggiunto di corsa da una bambina, che era appena uscita di casa. «Papà! Com’è andata oggi? Ti hanno ascoltato tante persone, vero? Sono sicura di sì, nel paese ormai ti conoscono bene tutti e anche i visitatori sono sempre interessati!» esclamò la piccola umana nel pieno dell’euforia. Il padre le sorrise con tenerezza «Chi sa apprezzare la musica sa anche riconoscere quella suonata col cuore. Un giorno ti unirai a me, Viola» «Non vedo l’ora! Sto già migliorando sai? Ora torno a studiare nuovi brani, l’insegnante me ne ha lasciati di bellissimi» detto ciò, Viola corse in casa. Anche lei sa produrre la musica? Senza Nota sentì di nuovo la tristezza farsi avanti dentro di lui. Ecco un padre musicista con una figlia futura musicista e, chissà, forse anche la madre era musicista! Il cardellino scosse la testa per scacciare quei pensieri e decise di osservare la bambina; si alzò in volo e andò a posarsi sul davanzale di una finestra aperta al piano terra. Ma dentro vide solo una donna adulta girare qua e là a fare chissà che cosa; si sporse un po’ per guardare meglio, quando udì un suono provenire dall’alto: un’altra musica, ma diversa da quella prodotta dal signore. Senza Nota raggiunse il davanzale di una finestra al piano superiore, aperta con un solo spiraglio, e guardò dentro, rimanendo nuovamente affascinato: la bambina era seduta davanti a un grandissimo “mobile” nero, e sembrava premere qualcosa che dava vita alla musica. Passò molti minuti accovacciato lì a godersi la melodia, arrivando anche sul punto di addormentarsi, e fu per questo che non si accorse subito che la bambina si era fermata per guardarlo; ci fece caso solo dopo pochi secondi, rendendosi conto che non udiva più alcun dolce suono, ma ormai la piccola umana era davanti alla finestra. «Ciao piccolino!» la sentì esclamare. Ci mancò poco che il cardellino cadesse di sotto per lo spavento, agitando le ali. «Oh, scusami! Non volevo spaventarti» riprese lei abbassando la voce e aprendo completamente la finestra «Che uccello sei? Di solito qui vedo solo rondini e passerotti. Tu sei più colorato!» «I-io sono… Sono un cardellino» pigolò lui riprendendosi a poco a poco, ma facendosi comunque più piccolo. «Che carino! Stavi ascoltando la musica vero? Mio papà ha detto di aver visto tanti uccelli al parco, eri lì anche tu?». Senza Nota annuì e volse lo sguardo al grande strumento nero. «Bello vero?» la bambina incrociò le braccia sul davanzale e ci appoggiò il mento sopra, sorridendo «Il mio papà suona il violino, quello che vedi qua è un pianoforte. Vieni dentro» si rimise dritta con un saltello allegro e camminò verso il suo strumento. L’uccellino esitò, poi volò dentro la camera e andò a posarsi su un lato del pianoforte, dal quale poteva vedere i tasti. «Immagino sia la prima volta che ne vedi uno. Dai, prova a saltellare sui tasti!» lo invitò Viola con allegria, sedendosi al proprio posto. Senza Nota la guardò sorpreso, poi osservò i tasti; scese sul primo con un saltino e sbatté le ali sorpreso quando questo produsse una nota bassissima. Viola rise «Quel lato parte dalle note più basse e cavernose! Vieni di qua». Il cardellino si spostò dall’altra parte e atterrò su un altro tasto, che questa volta intonò un bel suono alto e piacevole. La cosa cominciò a piacere molto al piccolo uccellino, che prese a spostarsi di qua e di là suonando quell’enorme strumento. Gli venne un’improvvisa voglia di cantare, ma si bloccò Non farti riconoscere pure dagli umani si spostò dai tasti tornando a posarsi sul lato, abbassando la testa. «Sei stato bravissimo!» lo applaudì la bambina «Ma perché ora sei triste? Magari cantare ti aiuterà, gli uccelli lo fanno sempre!» «Io non…» quella frase lo fece anche stare peggio «… Io non canto» «Veramente?» ora Viola lo guardava con stupore «Un uccellino come te non canta?» «Io no» «Tu no» ripeté Viola sbattendo gli enormi occhi «E perché no?». Il cardellino girò la testa afflosciando le ali «Non so cantare. Mi chiamano Senza Nota» «Senza Nota? Ma è terribile, che crudeltà!» esclamò lei sconvolta «Non ci credo che non sei capace. Dai, fammi sentire qualcosa!» Senza Nota volle assecondarla, solo per non prolungare ulteriormente quella tortura. E così aprì il becco lasciando uscire i suoni di un cinguettio stonato che era troppo basso o troppo acuto. Viola di tappò le orecchie per riflesso, ma ascoltò comunque «Non sei come gli altri, ma hai molte note a tua disposizione». Il piccoletto la guardò senza capire «Molte note a mia disposizione?» «Certo! Riesci a fare benissimo sia le note alte che quelle basse… Hey, ho un’idea! Canta questa» e schiacciò un Mi della scala centrale. Senza Nota cinguettò sopra, senza nemmeno sapere perché lo stesse facendo… Ma il suono che uscì non era un vero e proprio cinguettio, ma l’imitazione precisa del suono del pianoforte! «Sì! Vai con questa!» Viola ne suonò un’altra e Senza Nota la imitò perfettamente. E andarono avanti così per qualche minuto, poi la bambina passò a suonare un vero e proprio brano e il cardellino intonò i suoni di altri tasti che si adattavano alla melodia. «Sei un perfetto imitatore e crei delle armonie favolose! Aspettami qua, torno subito!» disse Viola correndo fuori dalla camera. So cantare! Anzi, imito il pianoforte! Era incredibile per lui, come se avesse appena scoperto un mondo nuovo. Viola tornò dopo pochi secondi in compagnia di suo padre, che aveva in spalla la custodia del violino «Lui è un caso davvero speciale, devi provare!» stava dicendo lei con entusiasmo. L’uomo si avvicinò al pianoforte e si abbassò per guardare bene il cardellino «Ciao piccolo, mia figlia dice che imiti le note del pianoforte e che sei molto bravo» sorrise togliendosi la custodia dalla spalla «Vogliamo fare un esperimento per vedere se sai imitare altro, vuoi provare?». Senza Nota annuì poco sicuro mentre lo osservava tirare fuori il violino. «Molto bene, cominciamo con qualcosa di facile» disse l’uomo e suonò un La prolungato, molto acuto, che il cardellino replicò subito; il procedimento fu uguale a quello usato per il pianoforte, quindi prima note singole e poi un brano completo. Anche questa volta, Senza Nota si dimostrò all’altezza. «Sei veramente straordinario piccolo, hai un dono speciale» gli disse il padre di Viola «Sono convinto che sei in grado di imitare ogni strumento musicale esistente» «Io ho… Un dono speciale?» balbettò l’uccellino con gli occhi spalancati. «Ma certo!» intervenne Viola «E io voglio cambiarti soprannome, perché quello che ti è stato dato non ha più alcun significato. TI chiamerai… Violin!». Violin, al culmine della felicità, volò a casa con la promessa di tornare da loro il giorno dopo. Arrivato al nido non perse tempo per raccontare alla sua famiglia dell’incredibile scoperta sul suo talento nascosto, e chiese loro di andare con lui in paese il giorno seguente; poté così farli assistere a quello che per lui era stato un miracolo. Si scoprì che replicava perfettamente anche l’arpa, suonata dalla madre di Viola, e qualunque altro strumento musicale disponibile in una scuola di musica lì in paese. La sua fama crebbe velocemente tra gli uomini e ci furono sempre più visitatori che volevano assistere ai concerti tenuti dalle persone insieme a Violin; anche tra gli animali si sparse in fretta la voce del suo talento e ben presto “Senza Nota” venne sostituito da “l’incredibile Violin”. Un giorno, prima di un concerto molto importante per la festa di Natale con la partecipazione di Violin, la sua famiglia e il gruppo di canto dei genitori, la madre del cardellino lo affiancò dandogli un colpetto sulla testa col becco «Hai visto Violin? Hai trovato il tuo talento, ed è unico tra tutti i cardellini». Era vero. L’uccellino era nato senza la tipica dote della sua specie, ma aveva trovato ben altro, qualcosa di altrettanto meraviglioso che potesse riempire tutti i cuori di gioia, felicità, meraviglia, amore… Violin aveva compreso che la vita sa essere imprevedibile, e che non bisogna abbattersi alle prime difficoltà e lasciare che queste ti facciano cadere in un baratro di tristezza. Invece, bisogna andare avanti perché solo così si avrà modo di scoprire la magia che si cela dentro di te, solo così potrà uscire allo scoperto e unirsi alla danza dei talenti del mondo.

Nota dell'autrice: scrissi questo questo breve racconto circa un anno fa, conservandolo in attesa di trovare una piattaforma sicura dove poterlo condividere; è pensato principalmente come storiella per i piccini, ma al tempo stesso racchiude un insegnamento e una narrazione che spero possano essere graditi anche dai più grandi. Mi farebbe piacere avere dei pareri, positivi o negativi, purché siano sempre costruttivi e rispettosi. Grazie a chiunque leggerà questa storia.

 
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from ordinariafollia

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Arrivai fin davanti alla scuola e mi fu chiaro che ero soltanto un bambino davanti ad un drago.

Infantile, mammone, patato, coglione non sapevo neppure da dove cominciare atterrato al liceo da un pianeta lontano a forma di pallone di cuoio cucito.

Quindi scappai ogni passo era un tic senza un tac e mentre quel treno se ne andava per sempre pensavo al rimprovero dei miei genitori.

Diciamo che era una bella giornata di sole e che i bambini non dovrebbero affrontare i draghi da soli specie se sono dall'altra parte della città dove nessuno sa che sei l'uomo ragno in incognito.

 
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from Storieparole

Titolo provocatorio e un po’ acchiappa clic, lo ammetto, ma così l’amigdala fa quello che le riesce meglio: va in panico. Si mette in allarme, percepisce il senso di perdita – peché se chiediamo che ci vengano ridate le virgole significa che prima le avevamo e ora non le abbiamo più – e la nostra attenzione schizza alle stelle, bella pimpante e adrenalinica, in circa un ottavo di secondo. Nel frattempo voi avrete letto queste righe, attività che richiede ben più di un ottavo di secondo, e la vostra corteccia prefrontale avrà già riportato la calma, in assenza di una minaccia reale. Adrenalina e cortisolo hanno fatto il loro dovere, vi hanno portati qui belli svegli e attenti, ora possono tornare a livelli ottimali e noi possiamo dedicarci alla punteggiatura, alla sua storia e all’importanza delle virgole.

La punteggiatura non è nata nello stesso momento della scrittura né men che meno quando i primi esseri umano hanno iniziato a sperimentare il linguaggio è nata molto dopo e tra poco vedremo nel dettaglio la sua genesi e la sua evoluzione ma se avete letto fino a questo punto senza prendere fiato e sostanzialmente senza aver capito un fico secco di quello che avete letto avete già compreso perché è tanto importante. Riproviamo. La punteggiatura non è nata nello stesso momento della scrittura, né men che meno quando i primi esseri umani hanno iniziato a sperimentare il linguaggio; è nata molto dopo e tra poco vedremo nel dettaglio la sua genesi e la sua evoluzione. Ma se avete letto fino a questo punto senza prendere fiato – no, stavolta avete preso fiato – e sostanzialmente senza aver capito un fico secco di quello che avete letto – no, stavolta avete capito eccome –, avete già compreso perché è tanto importante.

Cos’è cambiato tra la prima e la seconda lettura? Di sicuro, la respirazione. Probabile che abbiate trattenuto il fiato, leggendo parola dopo parola, cercando di fare il più in fretta possibile perché, ehi, questo è un post, non una prova d’apnea. Oppure avete iperventilato. Il cervello era impegnato a gestire il poco ossigeno disponibile e quella era la priorità, fanculo il senso del testo (questo l’ha detto il rettile, non è roba mia). Altra sensazione che avete sperimentato, un senso di fastidio e di irritazione: se siete qui, con buona probabilità avete terminato le scuole medie da un bel pezzo, sapete leggere da quanto?, qualche decina di anni? E allora come è possibile che non abbiate capito il senso di quanto avete letto? Questo è frustrante! E, indovinate un po’ qual è l’ormone che scatena il senso d’inadeguatezza? Il cortisolo. Lo stesso che, in piccole dosi, ingaggia l’attenzione, è quello che, fuori controllo, genera stress e ansia. E che, non a caso, si può ridurre con una corretta e controllata respirazione. Quindi adesso fate qualche bel respiro profondo, sorridete, lasciate che le endorfine facciano il loro dovere e riprendiamo il nostro percorso.

Come ho scritto negli esempi qui sopra, la punteggiatura non è nata con la scrittura: in Occidente, Greci e Romani erano soliti parlare nelle assemblee pubbliche facendo affidamento su arte oratoria e retorica e, anche quando i discorsi erano stati scritti preventivamente, la scriptio continua – cioè la scrittura continua, senza interpunzione – imponeva all’oratore di leggere il testo in anticipo, così da conoscerne il contenuto e poter porre l’enfasi sui punti di maggior importanza. Tradizionalmente si fa risalire ad Aristofane di Bisanzio, nel II secolo prima di Cristo, l’invenzione della punteggiatura. Egli introdusse il punto, che andava inserito in tre posizioni diverse della riga in base all’intonazione che si desiderava dare alla lettura: abbiamo così il punto in alto (comma), nel medio (colon) e basso (periodus). Caduta poi in disuso, la punteggiatura venne riscoperta e ampliata dagli scribi e dai copisti medievali, interessati a conservare e tramandare il significato originale del testo copiato: era necessario che le parole fossero distanziate, che la lettura avesse un ritmo e un senso comprensibile. È a San Isidoro di Siviglia che si deve non soltanto la ripresa del sistema di Aristofane, ma anche l’introduzione di segni aggiuntivi, destinati a indicare la durata della pausa: più in alto era posto, più lunga sarebbe stata la pausa. Il punto in alto è diventato così, per durata, il nostro punto fermo, quello medio il punto e virgola o il due punti (a seconda delle necessità), quello basso la virgola. Nel frattempo, tra il settimo e l’ottavo secolo, gli scribi irlandesi e anglosassoni, le cui lingue originarie non discendevano dal latino, sempre per rendere più facilmente leggibili e comprensibili i testi, hanno avuto la brillante idea di separare le parole e di inserire le minuscole. Dio gliene renda merito! Attorno al dodicesimo secolo a questi tre punti si erano aggiunti graficamente il punctus elevatus, che non è un punto snob bensì il punto e virgola, reso con un punto basso e una virgola capovolta in alto, il cui codino volgeva verso sinistra (in pratica, sottosopra rispetto a oggi) e il punctus interrogativus, che come si intuisce dal nome è il punto interrogativo, il quale però appariva nei modi più vari nei manoscritti, da una specie di lampo a un ghirigoro a una sorta di n con una lunga gambetta tesa verso l’alto con un punto in basso. Per secoli la punteggiatura era stata in balia dei gusti estetici dei copisti e delle disponibilità di spazio sulle pergamene; la virgola, ad esempio, poteva venir segnata sia con il punto in basso, sia con la virgola come la conosciamo oggi, sia con una barra diagonale (/). Fu solo grazie a due italiani, il linguista Pietro Bembo e l’editore veneziano Aldo Manuzio, che nel Cinquecento la punteggiatura iniziò ad assumere caratteri standardizzati.

Dunque, perché usare la punteggiatura? Già il preservare una storia millenaria, che ha consentito alle lingue occidentali di evolversi e guadagnare in comprensibilità, direi che è una buona ragione. Ma se non vi basta, per autodifesa: fate in modo che nessun ladro di virgole vi forzi il respiro e manipoli il cortisolo, causandovi ansia e stress. Siate consapevoli, tenete il punto.

Estratto di manoscritto con punteggiatura

*Se desiderate approfondire: “Pause and Effect”, Malcolm B. Parkes; ”Ars maior”, Aelius Donatus

 
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from « P a r r o c c h i e »

Buona Domenica Comunità. Vi scrivo qui un pò di aggiornamenti riguardo alle cose che bollono in pentola.

Sto collaborando con il gruppo di preghiera della Divina Misericordia di Casapulla, per cercare di riformare un gruppo numeroso e trasformare il Tempio di San Luca Evangelista in un punto di riferimento per la provincia di Caserta. Il 12 aprile è prevista l'inaugurazione di una immagine di Gesù Misericordioso che sarà posta sulla facciata della Chiesa, illuminata e visibile dalla strada. Intanto ho messo mano alla cerimonia della Coroncina, che si recita ogni Venerdì alle 19:00, per cercare di animare la liturgia con qualche canto. Non va tutto liscio, ci sono intoppi, ovviamente, il maligno ci mette del suo, ma noi non abbiamo fretta, con o senza canti l'importante è pregare.

Per quanto riguarda la Comunità Digitale “Parrocchie”, dopo la partenza ufficiale di Domenica scorsa, sto distribuendo un pò di inviti a persone di cui mi fido e che mi sono vicine quasi tutti i giorni. Se volete una copia del foglio di invito, basta che me lo chiedete. Ogni aiuto è profondamente gradito. Purtroppo la semplice operazione di iscriversi ed impostare la app, sembra essere un'impresa titanica. Anche qui il maligno ci mette la coda, insieme a META, per scatenare l'angoscia ogni volta che si nomina una app diversa dalle solite note. Sappiate che non è colpa vostra, siete stati programmati in questo senso. Pensate di no? sono tutte sciocchezze? siete stati programmati anche per pensare che sono tutte sciocchezze. Intanto ricevo richieste di follow da persone che sono su altre istanze, quindi la famiglia si allarga lo stesso.

Ultima considerazione personale. Vedo in giro tanta devozione verso quel Santo, quel quadro o quella statua. Va bene pregare, fare del bene al prossimo, ma non dimenticate mai chi deve essere il centro della comunità: Gesù Eucaristia. Lui sta in Chiesa, quindi lasciate perdere le vostre esperienze personali (negative) con questo o quell'altro prete, entrate in Chiesa e pregate Gesù Eucaristia. La religione cattolica non è una religione del singolo, ma è profondamente comunitaria. Non si può dire: “Sono credente ma non praticante”. Se hai un amico, un vero amico, hai desiderio di vederlo, di parlarci, di conoscerlo meglio. Altrimenti diventa come un amico di FB, un numero tra i numeri. E poi non abbiate paura, il bello della religione cattolica è che “si può sempre ricominciare”, parole della nostra Chiara Luce Badano.

Buona Domenica a tutti. Namasté

 
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from schizo

è difficile trovare qualcosa che soddisfi le mie esigenze di indipendenza ( #p2p ) e diffusione ( #activitypub )

qualcosa sembra muoversi su #solid , con lo sviluppo di #activitypod , ma siamo ancora in alto mare nell'implementazione di un #OMN (Open Media Network)… e così provo a ripartire da qui, #writefreely , completamente integrato in emacs/org-mode e, allo stesso tempo, federato

ho visto che WriteFreely v0.16 is finally here, and it brings a ton of improvements, especially for the fediverse! We've also fixed some long-standing issues, like hashtags on instances backed by MySQL 8.0.4+.; mi auguro venga aggiornata anche la versione qui, su https://log.livellosegreto.it/

 
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from schizo

L’ex presidente dell’ordine regionale commenta il piano di assetto idrogeologico elaborato dall’Autorità di bacino: «Servono tempo e risorse, due cose che scarseggiano»

Le scelte fatte e non fatte da chi ha governato il territorio negli ultimi decenni e i cambiamenti del clima, dovuti anche alle azioni dell’uomo, mettono la Romagna di fronte a un periodo di incertezze e rischi per la sicurezza idrogeologica. È la sintesi estrema del lavoro di analisi svolto dall’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po per elaborare il corposo progetto di variante al piano per l’assetto idrogeologico (Pai) che comprende i fiumi romagnoli. Il Pai è lo strumento conoscitivo, normativo e tecnico-operativo mediante il quale sono pianificate e programmate le azioni, gli interventi e le norme d’uso riguardanti la difesa dal rischio idrogeologico del territorio…

https://www.ravennaedintorni.it/societa/2026/01/22/il-geologo-fiumi-trascurati-per-anni-e-ora-presentano-il-conto-da-pagare/

 
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from Storieparole

Le parole creano mondi. Sul serio. Dio dice “Sia la luce!” e la luce fu (Genesi 1-3), ad esempio. E circa l’abracadabra, se vogliamo prendere per buona l’etimologia che la attesta come derivante dall’aramaico Avrah KaDabra, abbiamo un magnifico “Io creerò come parlo”. È con le parole che noi creiamo la nostra realtà, le diamo forma e spessore e colori e sfumature. È attraverso le parole che il nostro cervello incamera, elabora, memorizza e restituisce informazioni. E quindi non è che accountability mi stia particolarmente simpatica, perché così, di primo acchito, il mio sistema rettile ha sentito un moto di disgusto e il limbico gli ha dato man forte ricordando un tizio pieno di spocchia e vuoto di contenuti che era solito imbastire frasi del tipo “OK, meeting domani alle nove per un brainstorming” giusto per darsi un tono. “Ecco, accountability è senza dubbio una parola che avrebbe usato con sommo godimento”, ha detto il limbico, strizzando l’occhio al rettile. Poi però la neocorteccia ha ricondotto i due alla ragione, li ha portati a concentrarsi sul fatto che quel termine in inglese, come qualsiasi altra parola, non è né buono né cattivo in sé e che tutto dipende dal contesto e dalla finalità per cui viene utilizzato. Ebbene: il contesto è la versione italiana dell’IndieWeb Carnival, idea proposta da ed, e la finalità è quella di allargare e movimentare un po’ la bolla del fediverso, anche al di là di Mastodon, che è solo un puntino nelle galassie di opportunità di comunicazione possibili. Insomma, cari rettile e limbico, val ben la pena di accantonare il ricordo di quell’ex collega e concentrarsi sul presente. Accountability, dunque, che taluni dizionari traducono come responsabilità: parola in sé abbastanza giovane, attestata dalla metà del XVIII secolo e che, fatto buffo, deriva dal francese responsabilité, a sua volta mutuato dall’inglese responsability. Dunque accountability non può essere soltanto responsabilità, la quale, comunque, facendo un ulteriore paso indietro dall’inglese, ci riporta al nostro caro, vecchio latino respondere; non è a caso, infatti, che noi rispondiamo di ciò di cui siamo responsabili. Accountability, poi, viene spesso utilizzata in contesti di gruppo, mentre responsability è intesa individualmente: semplificando, in un’azienda sarebbero i responsabili di reparto ad avere l’accountability, mentre i loro sottoposti – parola orrenda, ma efficace – hanno ciascuno la responsabilità personale del proprio operato. Il rettile e il limbico, a questo punto, si scambiano un’occhiatina d’intesa e sfoderano un sorrisetto, anche la neocorteccia è con loro: non era solo il ricordo del collega spocchiosetto né l’uso della lingua inglese a infastidirmi, era proprio il fatto che io non ho, né ho mai avuto, il desiderio né l’interesse di controllare le azioni e l’operato di altre persone. Vivo i miei giorni facendo scelte e assumendomene la responsabilità, in prima persona. Questo è tutto. Abracadabra.

 
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from « DIVINA MISERICORDIA »

Quadro della Divina Misericordia. Rappresenta Gesù in piedi, vestito di bianco, con due raggi di luce, rossa e azzurra, che partono dal cuore e vanno verso il basso. Nella parte inferiore del quadro c'è la scritta: Gesù confido in te
Quadro della Divina Misericordia

Si avvisa che nel periodo quaresimale gli incontri potrebbero essere soggetti a spostamenti di orario o ad essere sostituiti da altri eventi. Consigliamo di consultare sempre questa pagina per avere la conferma.

Venerdì 27 febbraio, la Coroncina si reciterà alle ore 18:00, a seguire la Santa Messa e poi la Via Crucis

Ogni Venerdì alle 19:00, presso il Tempio di San Luca Evangelista, recitiamo la Coroncina della Divina Misericordia

Statua della Madonna di Medjugorje che si trova nel Tempio di San Luca Evangelista. La statua rappresenta la Madonna in piedi, vestita di bianco, con la mano destra al petto e la sinistra in avanti col palmo all'insù. Il fondale è formato da tre stradi sfalsati di sfumature di azzurro. Ai suoi piedi ci sono dei cesti con fiori.
Statua della Madonna di Medjugorje

Ogni ultimo Venerdì del mese, alle ore 19:00, dopo la Coroncina, leggiamo il messaggio del 25 del mese, della Madonna di Medjugorje.

Ti aspettiamo.

 
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from Storieparole

Non canticchiate la canzone di Mina, se no mi tocca pagarle i diritti! Ma, soprattutto, questo post ha parecchio a che fare le parole ma pressoché nulla con la musica. Le parole contano. Hanno un loro esatto significato, un peso specifico, possono essere lievi come piume o pesanti come pietre, dolci come zucchero o acide come succo di limone e, non cercate di negarlo, mentre leggevate il vostro cervello ha evocato esattamente queste immagini. Funzioniamo così. La parola è probabilmente la prima abilità sociale che abbiamo sviluppato, trasformando suoni gutturali, mugugni e strida del branco in suoni articolati indicanti un oggetto, prima, e via via concetti sempre più complessi. E il nostro cervello si è evoluto così, passo a passo insieme alle parole. Ogni parola ha una sua storia, una sua evoluzione, un suo significato, un suo peso. Per questo dovrebbe impensierirci il fatto che il nostro vocabolario stia diventando sempre più povero e forse faremmo bene a preoccuparci notando che svariate parole stiano subendo un'inversione di significato. Basti pensare a positivo, che, complice il Covid, ha perso il suo significato originale ed è diventato motivo di preoccupazione, ansia, esclusione e solitudine per milioni di persone. E speranza, che scritto con la maiuscola coincideva con colui che annunciava restrizioni, obblighi e divieti che avevano ricadute sull'intera popolazione italiana e che, al solo sentirla nominare, scatenava ondate di palpatine apotropaiche, perché nella lingua parlata non si sa se una lettera sia maiuscola o no e, nel dubbio, un testicula tacta male non fa. Al di fuori di quel periodo nefasto, altro esempio è virale, che ha avuto il percorso inverso, passando da temuto a desiderabile, perché se un'influenza virale è una jattura un post virale può renderti influencer. E la sensazione di essere sulla soglia dell'orwelliano 1984 col suo ribaltamento di significati non cessa nemmeno davanti al Ministero della difesa, al cui attivo si annoverano oggi una quarantina di missioni all'estero con buona pace del significato di de-fendere: tenere lontano chi dovesse premere sui sacri confini (circa la sacralità dei confini oggi, con un mondo divenuto tanto piccolo da consentire di fare colazione a Tokio e cenare a New York, si potrebbe scrivere per ore, ma soprassediamo – almeno per il momento). E, no, la mia non è una critica all'attuale governo, dal momento che, ad esempio, militari italiani sono impegnati in missioni nel Sahara occidentale dal 1991 (governo Andreotti), in Kosovo dal 1999 (governo D'Alema), in Bosnia ed Erzegovina dal 2004 (governo Berlusconi), in Libano dal 2006 (governo Prodi), in Niger e Libia dal 2018 (governo Conte), tanto per citarne alcune, ovviamente tutte ben lontane dai nostri confini e tutte etichettate come missioni di pace.

Oltre al ribaltamento dei significati, altra questione cruciale è il progressivo impoverimento della lingua italiana, in larga misura consentito e accelerato dall'utilizzo dei social e dalla loro rapidità. Nel 2019 lo Zingarelli ha portato nelle piazze italiane i vocaboli a rischio estinzione, ma non pensiate che si tratti di parole particolarmente strane: delizia e inaudito, prestante ed enfasi, ad esempio. Sono parole che aggiungono sfumature al nostro parlare, e proprio per questo stanno scomparendo. Perché il linguaggio odierno predilige l'immediatezza, il sì o no, il bianco o nero, e passa come un rullo compressore sopra tutto ciò che è gradazione, tonalità, chiaroscuro; annulla le discrepanze, le eventualità, le possibilità. Ed è facile intuire come questo non sia un problema solo di lessico, perché se perdiamo la capacità di indicare le mezze misure anche il nostro cervello arriverà a ragionare per assoluti: dentro o fuori, amico o nemico, spianando la strada ai totalitarismi. Ciò che possiamo e che dovremmo fare è riappropriarci del nostro lessico, spingerci oltre quel piccolo patrimonio di circa 7000 parole che tutti noi adulti madrelingua italiani possediamo e ricercare il piacere e l'utilità di vocaboli ormai desueti, ma che conservano tutta la potenza e il fascino di sfumature che non vogliamo cadano nell'oblio.

 
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Attenzione, spoiler sulla trama

Di recente ho letto il famosissimo, scandaloso romanzo di Gustave Flaubert e, alla fine, come faccio spesso, sono andata a leggermi le note critiche; fatto, questo, che mi ha portata a pensare che forse non avevo letto bene l’intera opera. Ho perciò approfondito la ricerca, leggendo altre note critiche. Essendo Madame Bovary un classico della letteratura, che ai tempi della sua prima pubblicazione costò un processo per immoralità al suo autore, testi di questo genere non mancano di certo, ma l’approfondimento non ha dissipato i miei dubbi. Sostanzialmente la maggioranza dei critici – o, almeno, di quelli di cui ho letto le recensioni – asserisce che Emma Bovary è un’eroina moderna, una donna dai grandi sogni ma impossibili da realizzarsi nel suo tempo, una creatura imprigionata in un mondo provinciale e misogino e il testo una spietata critica all’ipocrita borghesia del XIX secolo.

Il punto è che la mia visione d’insieme non si discosta un po’ da questa lettura: ne è quasi agli antipodi! Da qui il dubbio che io non abbia letto bene Madame Bovary. Secondo me Emma è una ragazzina viziata e con il cervello imbottito da letture fantastiche (questa cosa della lettura, in tutta onestà, viene evidenziata anche da svariati recensori e critici), perennemente insoddisfatta e sempre alla ricerca della felicità facile. Ha una famiglia amorevole e una discreta posizione sociale, ma sogna il matrimonio e la fuga dalla casa paterna. Ha un marito che la venera, un brav’uomo un po’ sempliciotto e certamente non un luminare della medicina, ma che ha una posizione come medico della piccola cittadina in cui vivono, è benvoluto, la ama e la tratta con rispetto; eppure lei non lo sopporta, lo trova sciatto e inetto, lo spinge a operazioni superiori alle sue capacità (con esito disastroso), lo tradisce ripetutamente. Ha una bella e dignitosa casetta in un villaggio che però trova banale e provinciale. Ha un amante ricco, un signorotto locale, che si stanca di lei non appena l’ha ottenuta, come un bambino capriccioso farebbe con un giocattolo nuovo, eppure Emma dice di amarlo e vuole spingerlo a una fuga di coppia; la fuga fallisce, perché lui chiaramente nemmeno ci pensa a prendersi sto accollo, ma se fosse andata a buon fine è facile intuire che Emma si sarebbe stancata dell’amante in quattro e quattr’otto, come in effetti avviene col successivo. Ha una figlia, ma la mette a balia e sostanzialmente se ne disinteressa nel modo più completo, salvo sporadici eccessi di affetto dettati dal suo cervello bacato.

Dal mio punto di vista, Emma non è un’eroina, è una bambina viziata mai cresciuta. La sua non è una critica – che lei concretizza con la sua intera esistenza terrena – alla società bigotta e misogina dell’Ottocento, è un incessante susseguirsi di capricci privi di senso. Se avesse voluto cambiare davvero, cambiare in meglio, avrebbe potuto dare un senso ai suoi giorni, mettendo impegno e amore nel suo agire, anziché sognare in grande limitandosi però a sognare e, peggio ancora, cambiando sogno ogni volta che la sua completa, assoluta inettitudine le faceva sbattere il nasino contro la dura realtà. Dunque è possibile che io abbia letto male Madame Bovary, perché le mie conclusioni sono parecchio distanti da quelle della critica. Ma forse il bello della lettura sta proprio nel fatto che ciascuno può trarre conclusioni e insegnamenti del tutto personali e soggettive. Anche in contrasto con quelle della critica. Anche da un classico.

 
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from « P a r r o c c h i e »

La preghiera è una delle cose più sottovalutate della religione e in generale della spiritualità. Ad un occhio esterno, può sembrare che la preghiera venga utilizzata come supplica per ottenere dei vantaggi personali. In realtà non è affatto così. La preghiera rappresenta il canale di comunicazione tra il nostro cuore e Gesù. E' un dialogo con il quale ci si conosce, piano piano, e si impara a riconoscere Cristo nelle vicende della nostra vita.

Seguire Gesù senza pregare, è come avere un amico e non parlarci mai. Non ci si può conoscere senza avere dialogo, continuo, ogni giorno. E' difficile trovare il tempo ed il luogo giusto. Di solito c'è bisogno di un attimo di calma, di silenzio, per rivolgere i pensieri esclusivamente al Signore. Però questa condizione non si avvera quasi mai. Viviamo le nostre vite in un continuo susseguirsi di eventi, impegni, cose da fare. Non sempre si può fare silenzio, non sempre si trova il posto giusto. Ed allora bisogna adeguarsi a pregare anche in mezzo al rumore, mentre si sta facendo qualcosa, sul posto di lavoro, mentre si cucina o si lavano i piatti.

Il Signore ci ascolta, basta avere un cuore aperto e un pensiero a Lui.

Recuperiamo il rapporto con Gesù entrando in chiesa. Conosco molte persone credenti che non frequentano la chiesa a causa del comportamento poco “etico” dei sacerdoti. Ma la fede è la sequela di Cristo, non dei sacerdoti. E nemmeno ci si può creare una religione personale. La religione cattolica non è una religione personale, ha bisogno di comunità, di amicizia, di preghiere insieme agli altri. Le comunità sono importanti, ci fanno sentire meno soli, ci aiutano, ci spingono ad uscire quando vorremmo chiuderci in noi stessi.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, è questo che disse Gesù. E' un messaggio chiaro e semplice. Non ci isoliamo, cerchiamo gli altri, ascoltiamo le loro storie, facciamo gruppo.

Ci sentiremo di sicuro meno soli.

Namasté

 
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