Reader

Read the latest posts from log.

from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

La riflessione di stasera, come scritto nel titolo, è sul valore della preghiera. La preghiera a volte è la cenerentola della fede. Si preferisce allestire grandi cerimonie con alti prelati, in grandi basiliche, con centinaia se non migliaia di fedeli. Anche nelle piccole parrocchie, le famiglie si recano a messa la Domenica più per abitudine che per ringraziare il Signore. Eppure la nostra fede è la fede dei piccoli e dei poveri. Vale di più una preghiera recitata in silenzio da una persona mite di cuore, magari leggendo un libretto spaginato, che mille cerimonie pompose con cori ed incenso a iosa.

Come diceva spesso la Beata Chiara Luce Badano: “La nostra religione è bella anche perché si può sempre ricominciare”.

Quante persone si sono allontanate non per mancanza di fede, ma perché hanno avuto cattive testimonianze da chi quella fede avrebbe dovuto coltivarla e preservarla.

Quanti comportamenti superficiali e senza empatia, da parte di prelati e simili, hanno allontanato persone e famiglie dal corpo della Chiesa.

Quante persone, e ne conosco anche io, si sono fatte la propria religione, decidendo di dialogare direttamente con il Signore, senza intermediari.

E' triste ammetterlo, ma è così e la verità non si può nascondere a lungo. I più grandi danni alla Chiesa sono stati causati dalla Chiesa stessa

I princìpi di carità, di accoglienza, di comprensione, sono stati traditi proprio da chi doveva praticarli.

Eppure “si può ricominciare” da dove ci eravamo fermati.

Non permettiamo che le azioni di qualcuno fermino la nostra sete di Gesù. Se la vostra parrocchia non fa per voi, andate in un'altra. Se avete ricevuto del male, non portatene il peso per tutta la vita. Perdonate e andate avanti.

Per ricominciare basta poco: una breve preghiera durante la giornata, una riflessione quando si fa sera, un segno di croce fatto prima di mettersi a tavola. Gesù non è lontano, non se ne va via da noi. Il Signore ci è vicino, ma non può forzarci a credere in Lui, sta a noi fare quel piccolo passo verso di Lui. Vi assicuro che troverete pace e una serenità del cuore che nessuno potrà mai donarvi.

Sentitevi amati, perché il Signore è amore puro, incondizionato.

Buona serata.

 
Continua...

from CollettivoCasamatta

Fine della Comune di Parigi. Qualche impronta sul lurido, sanguinoso pantano d’Europa.

Il 28 maggio del 1871 è data con cui si è soliti far coincidere la fine della breve esperienza di autogoverno proletario a Parigi, meglio nota come Comune. L’incertezza relativa all’inizio della vicenda comunarda dipende dai vari modi, tutti pertinenti, con cui è possibile accostare la storia della più significativa rivoluzione del XIX° secolo in Europa. Il trionfo militare del 18 marzo, peraltro solo difensivo, a scopo di protezione della municipalità parigina, degli operai armati contro i soldati versagliesi di Thiers (buona parte dei quali, prigionieri di guerra dopo la pesante sconfitta di Sedan che mise fine al Secondo Impero, furono sguinzagliati da Bismarck appositamente per farla finita col Comitato centrale della Guardia repubblicana della capitale), resta indubbiamente la più nota e quella che ancora oggi si celebra. Eppure, dal punto di vista strettamente politico, il governo comunardo è proclamato ufficialmente soltanto in seguito alle elezioni del 26 marzo, al tramonto di quella che Jacques Rougerie, importante storico della Comune, ebbe a definire la “settimana dell’incertezza”, contraddistinta in particolare da posizioni antitetiche all’interno del Comitato centrale relativamente alla necessità di instaurare immediatamente o meno una dittatura proletaria. Da una parte c’era chi, come i blanquisti, premeva per la dispersione delle frazioni reazionarie interne all’Assemblea (tra cui i sindaci di molti arrondissements parigini), e che incitava soprattutto a muovere un’immediata controffensiva contro le truppe di Thiers per conquistare Versailles, sede provvisoria di quel fantoccio repubblicano instaurato, secondo Marx, come “misura nazionale di difesa” nei confronti dell’insurrezione operaia. Dall’altra – e fu la linea adottata – si considerava come preminente, in virtù delle condizioni tragiche in cui versava Parigi (sfiancata dalla carestia e ancora accerchiata dalle unità militari prussiane), organizzare l’autonomia amministrativa senza predisporre le forze militari della Guardia nazionale per l’attacco definitivo al proprio governo nemico, e senza preoccuparsi neppure di reprimere la reazione all’interno delle mura cittadine. Si evitò, non senza colpevoli responsabilità secondo la critica di Marx, di scatenare nell’unico momento propizio, quello di maggior debolezza dell’esercito nazionale, una guerra civile che avrebbe giovato alla longevità del governo operaio e ai suoi obiettivi rivoluzionari. Altro motivo di debolezza della Comune durante i primissimi giorni è rintracciabile, a parere di Marx ed Engels, nella mancata azione di esproprio nei confronti della Banca di Francia. Nonostante la fuga del 23 marzo del suo governatore, Gustave Rouland, la banca riuscì a convincere gli interlocutori comunardi, in particolare Beslay – membro dell’Internazionale e tra i più anziani tra gli eletti al governo della Comune – della necessità di preservare l’istituzione bancaria per proteggere il valore della moneta stampata, e di conseguenza l’intero assetto economico della Comune stessa. Beslay tornò dal confronto con Le Plœc, governatore ad interim e personaggio ben più scaltro di Rouland, annunciando all’assemblea riunita nelle stanze dell’Hotel de Ville che «[l]a banca è la fortuna del paese; senza di essa non c’è più industria, non c’è più commercio. Se la violeremo, tutte le sue banconote saranno carta straccia».

Il “sacro rispetto” dei comunardi di fronte all’istituzione finanziaria di cui parlava Engels può spiegarsi attraverso l’eterogenea composizione del suo governo, dove prevaleva su tutte una forma di socialismo utopico, per sua natura incapace di comprendere, marxianamente, la necessità di subordinare il potere finanziario, cuore pulsante della borghesia, alle necessità della classe operaia insorta. In aggiunta a ciò, la banca concentrava in sé l’idea di un’istituzione a vocazione nazionale imprescindibile per la coesione e l’integrità della patria francese, valori ampiamente circolanti tra quei comunardi che in nome del loro acceso patriottismo avevano strenuamente difeso Parigi contro l’invasore prussiano ben oltre la spietata rassegnazione di Trochu e il successivo armistizio firmato da Thiers. Il governo della Comune era formato infatti da proudhoniani di sinistra (federalisti), come lo stesso Beslay, blanquisti (insurrezionalisti-rivoluzionari), neo giacobini, radicali, pochi marxisti ed anche rappresentanti di posizioni borghesi-reazionarie in virtù della possibilità, per ciascun arrondissement, inclusi quelli più ricchi, di candidare al governo della Comune rappresentanti propri. La proclamazione della Comune avvenne il 28 marzo. Il governo deciso dai voti dei cittadini due giorni prima consistette, per la prima volta nella storia, in buonissima parte di operai (il 41%), alcuni dei quali avevano ruoli attivi all’interno della prima Internazionale; era costituito in prevalenza da persone giovani (la metà dei consiglieri non aveva nemmeno trent’ anni), tra le quali pochissime avevano beneficiato di un ’istruzione secondaria (soltanto il 2%). Mentre la Comune tentava di mettere a punto il suo assetto politico-amministrativo in senso profondamente egualitario e redistributivo (se ne dirà meglio più avanti), portando al loro culmine e realizzando le idee che ispirarono i cicli di lotte operaie avviati nel 1830, Thiers non perse un attimo per rimpolpare le fila dell’esercito, mendicando uomini nelle aree rurali francesi (dove la propaganda anti-parigina e anti-proletaria di Napoleone III gli aveva consentito il successo tramite plebiscito con cui ratificò il senatoconsulto del 20 aprile, che significava: guerra al proletariato all’interno, guerra alla Prussia all’ esterno), e soldati dai reparti d’Oriente non inclusi nell’armistizio con Bismarck. I soldati che componevano l’esercito affidato da Thiers al generale Mac Mahon raddoppiarono dunque da 65.000 che erano a inizio aprile fino ai 130.000 di metà maggio. Le spese militari relative al periodo di esistenza della Comune ammontarono addirittura al quadruplo di quanto spese nel medesimo torno di tempo il governo parigino, 216 milioni di franchi a fronte di 42 milioni. Sin dai primi d’aprile, l’esercito repubblicano riassestato dopo la rovinosa sconfitta del 18 marzo inflisse le prime gravi perdite alla scompaginata ala militare della Guardia nazionale costretta a cedere importanti punti d’accesso al centro della capitale (Neuilly, Puteaux, Courbevoie). La Comune rispose tornando a erigere le celebri barricate e gridando all’ unisono perché si procedesse all’atteso scontro che avrebbe scacciato una volta per tutte la minaccia reazionaria del governo repubblicano. I civili della neonata Commisione esecutiva si dimostrarono contrari, saldi nel mantenere la linea della prudenza, ma questa volta i comandanti militari decisero di sferrare l’attacco: le armate, addirittura convinte di raggiungere Versailles, sopperirono accerchiate per debolezza strategica e totale improvvisazione, attribuibile in parte alla controversa figura del comandante Cluseret. Caddero vittime della furia repubblicana, tra le centinaia, figure di rilievo all’interno della struttura militare della Comune: il comandante della XX° legione, lo scienziato Gustave Flourens, e il generale, membro della Commissione militare, Emile Duval. Quello tra il 2 e il 4 aprile fu soltanto il preludio dell’accanita serie di battaglie che ebbe luogo fuori dalle mura di Parigi, e che finì in breve per piegare le strenue resistenze della Guardia nazionale (incalzati al contempo dalla continua presenza delle truppe prussiane a nord e a est). La Comune aveva perso in serie, da aprile fino ai primi di maggio, i forti di Vanves, Petit Vanves, Clamart e soprattutto di Issy, vale a dire i più importanti bastioni difensivi per evitare l’ingresso delle truppe di Thiers al centro di Parigi, portando all’allontanamento di Cluseret dal posto comando della Guardia nazionale, e alle dimissioni, nove giorni dopo, in seguito alla perdita del forte di Issy, del suo sostituto Rossel. I soldati che presidiavano i forti erano inoltre gli stessi che avevano combattuto l’assedio prussiano durante l’inverno precedente, contravvenendo ai vili ordini di gettare le armi imposti dal governo Thiers (benevolo nel concedere alle truppe prussiane, i primi di marzo, il lusso di una marcia trionfale nella capitale deserta). Le ragioni del massacro occorso durante la “semaine sanglante”, la settimana di sangue, di centocinquantacinque anni fa per le strade di Parigi, affonda le proprie ragioni nell'inadeguatezza della struttura militare della Comune di fronte all’alleanza omicida degli eserciti di Francia e Prussia, gli stessi che giusto qualche mese prima si scambiavano cannonate sui fronti di guerra per l’affermazione o, nel caso della Francia di Napoleone III, per la vana difesa della propria natura di impero. Le brutalità delle truppe di Thiers durante i giorni tra 21 e 28 maggio trovano piena testimonianza nella documentazione archiviata dalla storia, che dopo pochi mesi già li aveva, con le parole di Marx, inchiodati alla “gogna eterna”. Ciò che spesso si tende a dimenticare è la reale, lunga durata della fine della Comune di Parigi, che duplica, ma stavolta in modo tragico, l’incertezza relativa ai suoi momenti fondanti – aurorali, in questo senso, furono anche le giornate di settembre, e l’insurrezione del 31 ottobre, giorno della condanna in contumacia di Blanqui. Il massacro dei trentamila civili inermi che inzuppò di sangue le strade della capitale proseguì con altri mezzi nel periodo successivo, dove il minimo sospetto di partecipazione ai mesi della Comune costò ai cittadini l’arresto e la tortura nelle prigioni di Versailles. Soltanto grazie al timore dell’opinione pubblica e all’alto rischio di diffusione di malattie epidemiche la barbarie del governo repubblicano trovò modo di quietarsi. Si contarono, in quei mesi, all’incirca trentamila inchieste giudiziarie. Chi non moriva nelle prigioni, veniva deportato e costretto ai lavori forzati in Nuova Caledonia, come fu il caso, celebre, di Louise Michel. Chi ebbe in sorte di sfuggire ai colpi d’arma da fuoco o ai calappi dei versagliesi, partì, nel migliore dei casi, verso luoghi in cuil’Associazione Internazionale dei Lavoratori riusciva a mettere a disposizione fondi per l’ accoglienza dei compagni operai costretti all’esilio. L’AIL stessa fu oggetto, nel marzo del ‘72, delle premure dei galoppini della borghesia finanziaria francese, messa al bando dall’infame legge Dufaure, che stimava punibile non solo la pratica delle libere riunioni (il cui diritto fu del tutto riconquistato soltanto durante i mesi della Comune come prova la fioritura dei numerosissimi clubs), ma persino ogni opinione contraria alla proprietà privata, o che esprimeva disaccordo rispetto alla società patriarcale e chiesastica che la III° Repubblica aveva assunto a proprio modello. Lo sterminio, gli arresti di massa, le deportazioni furono il volto esiziale dell’esperienza della Comune. Il tentativo di estirpare dispoticamente la classe operaia dal suo ruolo di potere, come i versagliesi col beneplacito dei bravi prussiani tentarono di fare negli ultimi giorni del maggio 1871, non poté – e non avrebbe tuttavia potuto – decretare la sparizione del proletariato francese come classe. Soltanto il prolungamento dell’esperienza di autogoverno proletario avrebbe infatti gradualmente condotto, abolendo lo stesso dominio di classe, alla fine della società che prevede al suo interno la divisione in classi. La Comune interpretò a suo modo quel periodo di passaggio di progressiva fuoriuscita dal dominio del capitale sul lavoro, esprimendo una forma politica inedita la cui analisi aiutò, altrove, il progredire e il realizzarsi della rivoluzione, finendo per essere tassello decisivo nell’elaborazione strategica del partito bolscevico. Come notava proprio Lenin a proposito della filosofia marxiana, l’esposizione di una dottrina non può mai discostarsi, deve anzi coincidere col bilancio di un' esperienza storica. Il bilancio dell’ esperienza della Comune fu, a suo modo, elemento dirimente nell’elaborazione di una dottrina che fornì strumenti affinati in direzione della prassi rivoluzionaria, a partire dall’inedita idea di Stato fornita sempre da Lenin. La sburocratizzazione delle istituzioni di governo (i funzionari e i contabili erano revocabili e percepivano stipendi “da operai”), il riallineamento del potere esecutivo e di quello giudiziario (composto da organi eleggibili) che sancì un nuovo modo di intendere il parlamentarismo (come lavoro dei cittadini per i cittadini), lo smembramento dell’esercito permanente e la sua trasformazione in istituzione di autodifesa della classe, furono i primissimi decreti promulgati dal Comitato centrale della Comune. Furono anche i due elementi che, all’interno della prospettiva leninista, meglio rappresentano il volto coercitivo della classe borghese, lo strumento del suo dominio di classe. La Comune ebbe il torto, secondo Lenin, in condizioni di arretratezza delle forze produttive e priva di un partito operaio d’avanguardia, di allargare solo in senso democratico le istituzioni di dominio ereditate dalla classe borghese. Non seppe cioè spezzare il suo rapporto con esse una volta per tutte, e ciò le impedì di giungere esplicitamente alla fase transizionale verso il comunismo rappresentata dalla dittatura del proletariato, che prevede giocoforza l’acuirsi della repressione delle forze reazionarie borghesi in seno alla società. Ciononostante, come per la rivoluzione mancata in Russia del 1905-1907, vi sono parentesi rivoluzionarie il cui esito drammatico è capace di lasciare “l’impronta delle [sue] esigenze”. I decreti del governo comunardo riguardanti la sostituzione dell’ esercito col popolo in armi e la sovversione della macchina burocratica di Stato – prima della rovinosa guerra fra imperi del ‘14-’18 – sono da riconoscere come tentativo rivoluzionario maturo per la garanzia della pace e della giustizia sociale, come veri e propri capisaldi di ogni teoria politica d’impronta comunista. Considerando, sempre con Lenin, che l’ampliamento del funzionariato borghese e dell’esercito costituiscono gli strumenti pratici di potere di cui si dota ogni macchina statale, e che anche il nostro presente rovina verso quel “lurido, sanguinoso pantano”, le impronte indelebili della Comune si sono plasmate nel monito che ricorda il dovere di demolire quella macchina.

 
Continua...

from kipple


Poche chiacchiere: non è un articolone slop e non contiene ricette o suggerimenti: solo constatazioni.
In questa vita estremamente parca di soddisfazioni, qualche giorno fa ho vissuto il mio momento di leggerezza più genuina degli ultimi tempi: orario di uscita dalla scuola, un gruppo di ragazze e ragazzi di nazionalità indiana, bengalese, italiana e altro ancora, parlavano tra loro e ridevano, si rincorrevano giocosamente.
Le cose liberatorie che facevo io col mio gruppo in quella stessa situazione, quando avevo i loro anni, senza aver avuto, però, l'opportunità di fare amicizia con persone ipoteticamente distanti migliaia di chilometri. Le conoscenze erano decisamente più locali, al massimo c'era chi veniva dai comuni limitrofi.

Questo è l'unico modo, ovvio, per creare un futuro sano per l'Italia, altrettanto ovviamente si sta facendo di tutto per evitarlo. Accoglienza e integrazione, le uniche possibilità, l'unica alternativa è un paese vecchio, sempre più vuoto, morto. Gli anziani non ringiovaniranno, gli Italiani DOP non torneranno ai dieci figli per coppia, neanche a due soli, non ci sono le condizioni e chi governa non ha altro che soluzioni ideologiche che, sorpresa!, non hanno alcuna possibilità di funzionare.

Il problema è che molti Italiani DOP preferiscono l'alternativa del vuoto e della morte: se l'alternativa è aprirsi, meglio bruciare tutto, muoia Sansone con tutti i Filistei. Come faccio a saperlo, ho chiesto in giro, fatto dei sondaggi?
Lo so come il tizio che apostrofa il rag. Fantozzi come cornuto, nella celebre scena: “Lo so e basta”.

 
Continua...

from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Chi mi ha letto nell'ultimo anno avrà intuito che sono giusto un po' affezionato all'opera di Michele “Zerocalcare” Rech il fumettista... ma tipo che iniziai a leggerlo negli ultimi mesi della 5a superiore perché ne parlavano bene tutti, entro il diploma mi ero sciroppato tutta la produzione dei suoi primi 4 anni, e da allora ho seguito assiduamente ogni suo nuovo lavoro come per nessun altr* artista vivente, tranne forse Filomena “Filo” Sottile da qualche tempo a questa parte.

Che posso dire, Michele Rech piombò nella mia vita solitaria di nerd di periferia un po' destronzo come la biblica folgorazione sulla via di Damasco, e grazie ai suoi disegnetti, piano piano, ho fatto miei tanti pezzettini dell'uomo che sono adesso, a partire da quel primo timido approccio al punk comico dei 666 che mi ha portato, un decennio dopo, a girare in jeans e bretelle con le spillette dell'orgoglio finocchio sulla camicia a quadri e Gli Ultimi nelle orecchie, fino alla scoperta del confederalismo democratico curdo che mi ha indicato il Nord magnetico su cui orientare la mia bussola politica, facendo di me quell'assurdo eretico che riesce a tenere assieme con pari curiosità ecologia antispecista, spiritualità antagonista, pedagogie libertarie, il gioco come vettore di comunità, e tutte le altre robe picchiatelle che piacciono a noi umanistu svitatu... per tacere delle svolte in positivo nelle relazioni coi miei genitori, rese possibili anche dagli spunti che ho tratto dai fumetti autobiografici di Rech sulle sue svolte positive coi genitori. E poi, ovviamente, ci fu il firmacopie di Macerie Prime. Parte prima fino a notte fonda cui andai assieme al mio ragazzo dell'uni per farmi fare un ritratto, e in cui Michele mi raccontò che da pischello aveva flirtato con una tizia nata nella mia stessa zona; il mio Erasmus in Belgio allietato dalle note di “Ipocondria” di Giancane animata da Michele (e in tale sede scoprii anche il loro amico Rancore), presciente dei suoi successivi corti di commento diretto alla pandemia di Covid-19; il mio trasloco in una Milano tappezzata dai poster zerocalcarei per il ventennale dell'omicidio del compagno Davide “Dax” Cesare; la rete di solidarietà che ci ha tenuti assieme nel tirar fuori la comune amica Ilaria Salis dalle galere ungheresi (ok Ila non è direttamente amica mia ma è amica di amici e io una minuscola mano la ho data, non mi rompete)... la prosa stessa che adotto nei miei scritti, la quale mi rendo perfettamente conto che ricalchi il Michele Rech sceneggiatore (anche se spero ci sia anche altro, e che quell'altro sia genuinamente mio).

Ebbene, in questi giorni succede che Michele pubblica con Netflix la terza e ultima delle tre miniserie animate interconnesse fra loro e col suo universo narrativo fumettistico, e al contempo ha un po' diradato la sua produzione cartacea: la narrativa autobiografica sulla vita a Rebibbia, il Calcareverso propriamente detto, è di fatto “ferma” a Scheletri e si è mossa su una piccola scala con Quando muori resta a me (che resta un signorissimo lavoro!), mentre prosegue di gran carriera il reportage militante per la rete Free All Antifas con Nel nido dei serpenti (che invero devo ancora recuperare). E a pensare che Michele è da sempre una penna della Sinistra extraparlamentare, e sono 15 anni che è un artista affermato in senso nazionalpopolare, mi viene un po' di capogiro: di fatto ho trascorso metà della mia vita accompagnato e addirittura educato dall'opera di quest'uomo, prima o poi lo vedrò pensionarsi, e avrò l'onere morale di riconoscere nella generazione successiva la voce o le voci che risulteranno altrettanto iconiche, sì da non perdere un linguaggio condiviso con lu compagnu che verranno dopo di noi.

Senti cretinodicrescenzago, ma perché tutto questo pippone retrospettivo t'è partito proprio oggidì?

Serendipità, Amicu Lettoru. Serendipità, come il film che piace a mia madre.

Nei giorni scorsi in classe non avevamo una fava da fare e ho convinto le bestiole a guardarsi la prima delle tre miniserie di Michele (sì voglio farmi la ri-visione completa), e ci siamo fermatu all'episodio 3, quando lo Zerocalcare personaggio ricapitola la scoperta della distanza professionale fra studente e docente (quella che la merdosa scuola pubblica italiana azzera con il suo armamentario di pratiche pedagogiche infantilizzanti ora paternaliste ora maternaliste), nonché le gioie e i dolori, le grandi speranze e i sonori fallimenti delle ripetizioni con cui Zero campava da giovine.
Io per campare faccio l'insegnante (sì questo blog deve restare anonimo proprio perché non voglio farmi calciorotare in culo dai miei capi al Ministero), a giorni saprò se e dove mi spostano di scuola, e ho la mente intenta a macinare tutto ciò che ho imparato in quest'ultimo paio d'anni di gavetta in situazioni di sbando completo, e tutti i miei propositi per insegnare con rigore e deontologia tecnica ma preservando i giusti spazi personali, per cui inevitabilmente mi ha toccato tanto rivedere quella scena sul rapporto docente-studente, guardata per la prima volta quando ancora ero un supplentino fresco di laurea.

E però, quello stesso pomeriggio, ho pure rivisto il mio Discepolo di ripetizioni che seguo ormai da un anno, cioè da quando mi sono trasferito ufficialmente qui ad Affori, in questo quartiere nell'estrema periferia di Milano che ancora sembra un paesotto un po' campagnolo, ove osavano vendere un appartamentino da scapolo a portata delle mie tasche. Un anno quasi che piano piano imparo a conoscere questo ragazzo, che nel quartiere ci è nato e cresciuto, un anno quasi che ricompongo i pezzi della sua vitaccia da ragazzino sottoproletario di periferia, cavandogli fuori i patemi di bocca mentre tento di fargli imparare a memoria la trama dei Promessi sposi (l'ho già detto che la scuola pubblica italiana è un disastro?). Un anno di stress, telefonate troppo lunghe a genitori troppo assenti, demoralizzazione mia e sua, e piccoli risultati confortanti, fino al momento di abbattimento ed esaurimento che abbiamo affrontato pochi giorni fa... ma poi, due giorni dopo, il ragazzo mi racconta che ha iniziato a tenere un diario per mettere in ordine i suoi casini ed effettivamente lo fa stare meglio (lui che odia scrivere i temi), e che vuole tirarsi fuori dalla vitaccia che ha dovuto sopportare supinamente sino ad ora.

Circa un anno dopo il firmacopie in cui Zerocalcare mi ritrasse, io e il mio ragazzo dell'università stavamo guardando assieme Your Name e io scoppiai a piangere perché da adolescente non ero riuscito a vivere “avventure da adolescente” con i miei pari, ma non ero ancora abbastanza grande da diventare l'adulto positivo in una storia di crescita, e quindi non potermi identificare in nessun personaggio entro un racconto di formazione era davvero doloroso. Otto anni dopo, a quanto pare, sono diventato un adulto positivo che offre degli appigli a chi è più giovane di me, così da tirarlu fuori dalla melma piano piano ma con tenacia. Oltreché una persona benvoluta nel suo quartiere, dove ormai sono di casa in osteria, in libreria, all'alimentari, dal sarto, al baretto, in pizzeria, al ristorante cinese, alla trattoria egiziana, al centro culturale finocchio, (ovviamente) al circolino ARCI (dove ho sulle spalle l'impresa del ricambio generazionale) ed entro l'estate spero pure dal gelataio, quando io e il mio amicone di Bruzzano (il quartiere adiacente, alias Bronxano) inizieremo a “pijà er gelato” assieme.

Sono passati dodici anni da quando ho scoperto Zerocalcare, e il suo lavoro mi ha indicato, vignetta dopo vignetta, il percorso di vita che sentivo mio, il sogno da realizzare per potermi tirar fuori dal pantano della provincia sonnolenta e bigotta. Dopo dodici anni, eccomi qui, con il frigorifero tappezzato di adesivi dei vari centri sociali ancora operativi a Milano, la testa piena di idee su come costruire ponti fra varie realtà cittadine grandi e piccole che porcoddue devono parlarsi di più e lanciare progetti a lungo termine assieme, altrimenti non ci salviamo... e un ragazzino che vuole prendere la sua vita in mano ed è disposto a fidarsi di me per capire da che parte andare, uno che si è stufato di andare in oratorio (non chiedetemi perché, cavolacci suoi) e potrebbe essere disposto a fare un salto esplorativo in qualche spazio aggregativo bazzicato da noi zecche finocchie.

Non so se dopo aver concluso la trilogia Strappare lungo i bordiQuesto mondo non mi renderà cattivoDue spicci Michele Rech appenderà la matita al chiodo, reputando che il suo tempo sia passato e che sia ora di un ricambio generazionale entro il fumetto komunista, ma so che il compagno Michele mi ha lasciato tantissimo, più di tanti insegnanti, e spero di poter seminare altrettanto qui nel quartiere che mi ha adottato e che ho deciso di amare, questo posto che, ok, non si chiama “Rebibbia Regna” ma intanto è “Affori Azione-Anti-Fascista” (controllate il nostro CAP, se non ci credete)... e scusate se è poco. Questo quartiere dove, chissà, lu ragazzinu allo sbando di oggi, se solo trovassimo il tempo e le energie per parlarci davvero, potranno unirsi a noi nel mettere assieme qualcosa di bello domani, e poi prenderci tutto per tuttu dopodomani, perché non è vero che certe idee e certe attitudini le hanno uccise e sepolte.

Quando Davide Dax venne ammazzato, cantammo

16 di Marzo, bandiere rosse al vento uccidono un compagno, ne nascono altri cento.

però io ci tengo molto, a precisare,

[che] il redskin mica si fa solo a Marzo nei giorni di Dax.

E io, il mio, credo di starlo facendo. Non ho ancora fatto una cresta, ho pochi tatuaggi, non sono riuscito a diventare straight edge, ma l'attitudine del punk ormai è cosa mia, e spero sì, di passarla ad altru compagnu grandi e piccolu, e di farne nascere altru cento.

Grazie, Michele; grazie della tua educazione sentimentale ad amare il Movimento. Ci vediamo presto in piazzetta.

 
Continua...

from ordinariafollia

ordinariafollia-log_035-2026.jpg

S'apre tra le nuvole uno spazio la luce ed è evidente che si tratta di Dio o di un calcio di rigore per i buoni.

Santo pallone e mamma vergine tira il dado e se esce sette non farò più marchette.

Credo nella patata credo nel gol, anche di mano.

Scarpe rosse sotto un sole gettone verso castelli di panna scontata per confini di filo di pene e si apre tra i muri uno spazio la luce.

Se andrà bene avrò la mia faccia su una maglietta con lo scudetto ricamato.

Si tratta di immenso o di un fuorigioco fischiato un ritardo la luce.

 
Continua...

from Ore liete


O nelle zone da picnic e nelle località di villeggiatura più rustiche, più o meno sono uguali. Parlo del Sud, magari al Nord l'impostazione è diversa; parlo di quel che ho visto nei decenni e, a margine, la villeggiatura non esiste più o quasi.

Eh sì, parlo proprio di impostazione, perché sembrano tutti arredati dalla stesse figure professionali, ovvero i proprietari e, probabilmente, è una cosa in famiglia. Non dei proprietari specifici, proprietari come idea, il concetto di proprietari.

Fuori, c'è un muro intonacato. Bianco, giallino al massimo, ma intonacato, possibilmente screpolato. Consapevole e vittima del passare dei decenni, insomma. L'insegna è molto semplice, solitamente una lastra di plexiglass bianca con delle lettere blu o rosse (più spesso blu, perché il rosso è troppo facilmente macelleria), molte volte a rilievo. Le insegne di una volta erano così. Sono illuminate, internamente, da più neon, alcuni dei quali indecisi o, semplicemente, non funzionano.
L'interno è minimamente illuminato, spesso più dalla luce che filtra che dai neon. Il neon è ricorrente, è la tecnologia predominante in quegli ambienti. Ci sono scaffali più attenti alla sostanza che alla forma, quando non proprio scaffalature da ferramenta su cui esporre anche articoli non commestibili: secchietti e palette, palloni, bombolette di gas da campeggio, altro che possa servire al turista pendolare di passaggio. Alcune di quelle cose sono lì da anni, imballaggi scoloriti, palloni flosci.

Poi, c'è il banco della salumeria, ovviamente vecchio come il resto dell'arredo, ha visto l'inaugurazione del negozio, è rischiarato da una luce da autopsia, ospita salumi, formaggi e contorni molto rustici e poco stellati.
Una cesta coi panini alle spalle e, possibilmente, il classico frigorifero a pozzetto per i gelati, *“prendeteveli da soli.” Spesso bianco, a volte addirittura di quelli con le pareti marroni e qualche adesivo di gelati che non esistono più, di quelli che affiancavano un nomignolo regionale al nome ufficiale; il nomignolo era più diffuso del nome.

Ai clienti di passaggio, mi ci metto anche io, non importavano/importano queste cose. Fermarsi in quelle botteghe è una tappa del giorno di vacanza, l'antipasto di momenti felici?, possiamo dirlo? Da bambini, lo erano quasi di sicuro, da adulti son diventati ricordi da... vecchi. Possiamo dirlo?

Vecchi o bambini, quelle salumerie parecchio alla mano, che ancora esistono e resistono, fanno parte dell'estetica della vacanza o, almeno, delle mie vacanze che furono.

 
Continua...

from Super Relax


Venerdì 15 maggio 2026, ho assistito a un passaggio rapido del tappone appenninico del Giro d'Italia, partenza a Formia e arrivo in Abruzzo, sulla salità del Blockhaus, dopo 245 km e 4.600 metri di dislivello.
È stato un momento decisamente fugace, perché in pianura i professionisti tengono velocità che non riesco a tenere neanche praticamente neanche in discesa.

Il secondo incontro col Giro della mia vita, a distanza di oltre 40 anni: chissà se avremo modo di reincontrarci. Allego qualche foto di quelle che si sono salvate, è la prima volta che ho fotografato soggetti in movimento.

Ciclisti professionisti ripresi lateralmente, in sfondo la gente si gode il passaggio della gara e scatta fotografie.

Quintetto di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara.

Gruppo di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara. In completino giallo e nero, con cachetto rosso, Jonas Vingeegard, uno dei ciclisti più forti delle gare a tappe degli ultimi anni.

Gruppo di ciclisti professionisti con della gente in sfondo accorsa a godersi il passaggio della gara.

 
Continua...

from balnibarbi

Gli eventi sociali mi prosciugano. Posso divertirmi, stare con persone che mi piacciono, può essere un ambiente tranquillo, ma mi polverizzano lo scheletro sempre. A volte anche una persona alla volta, basta che non sia estremamente intima o convivente.

Il peggio “altro” possibile è l'istituzione. L'età e la pratica mi avvicinano sempre di più ad un'interfaccia taoista/zen nei confronti del mondo esterno ma fra i limiti più ostici c'è l'ipocrisia e la pratica disumana di istituzionalizzare, impacchettare, inquadrare, intellettualizzare la sensibilità creativa di chi spontaneamente si trova di traverso nella matrice e ha il coraggio di restarci. Vivo in bolle e in tane. Metter la testa fuori per approvvigionarsi è sempre più faticoso.

 
Continua...

from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Vale la pena soffermarci e riflettere un pò più a fondo sulle vere dinamiche dei social media attuali. Sempre per analizzare la presenza cattolica in rete, che al momento è quasi tutta lì.

Essendo un informatico, vengo a conoscenza di informazioni che per la gente comune non sembrano avere importanza, ed invece hanno un'importanza sostanziale.

Iniziamo.

I social media sono piattaforme per fare soldi. Questo è ormai assodato, ed è anche assodato che per fare questo vendono i nostri dati alle aziende e cercano di tenerci il più possibile davanti allo schermo per servirci la pubblicità di questo e quest'altro prodotto. Fin qui, sono notizie di dominio pubblico e non ho detto nulla di nuovo.

Ma perché sono tossiche e perché ci ingannano?

Sicuramente avrete sentito parlare della famosa “dopamina”. La dopamina è un neurotrasmettitore che agisce come messaggero chimico per permettere la comunicazione tra le cellule nervose nel cervello e nel corpo. Svolge un ruolo cruciale nella regolazione di movimento, umore, motivazione, attenzione e nei meccanismi di ricompensa e piacere, incentivando la ripetizione di comportamenti gratificanti.

Ebbene, nel nostro caso la dopamina è quella sostanza che viene prodotta in grande quantità dal nostro stesso corpo, quando scorriamo il feed di FB, IG o TikTok. Ci spinge a rullare di continuo, alla ricerca di un contenuto interessante o divertente. La dopamina, in grande quantità, è simile ad una droga. Non ci accorgiamo del tempo che passa, e sprechiamo una grossa parte del nostro tempo come criceti in una ruota, che non si ferma mai.

Questa dipendenza da dopamina non è una dipendenza lieve. Provate a far cancellare TikTok ad un adolescente, oppure a far disinstallare IG ad una giovane ragazza. Non ci riuscirete mai, perché, appunto, si tratta di una vera e propria dipendenza, che causerebbe una crisi di astinenza abbastanza pesante.

La tossicità ha ormai raggiunto livelli inaccettabili. La sovraesposizione alla dopamina causa, dopo diverso tempo, uno stato quasi catatonico, di disinteresse per tutto ciò che è al di fuori del proprio smartphone.

Passiamo ora al grande inganno, costruito dagli algoritmi. Faccio un esempio: condivido un video dove costruisco un galeone e ricevo dei like. Questi segnali di apprezzamento, non sono tutti spontanei. E' l'algoritmo che spinge il mio contenuto nel feed di chi è appassionato di velieri o di barche in genere. La mia convinzione che la costruzione di modellini attrae tante persone, in realtà è completamente sbagliata. Non è il mio contenuto che attrae, ma è l'algoritmo che spinge altri utenti a vedere il mio video. La differenza è sostanziale, perché se il mio video diventa “virale” (e non per merito mio), tutto il movimento attorno ad esso viene sfruttato per vendere più pubblicità. Risultato: la piattaforma ha guadagnato dei bei soldini su di me, facendomi credere di essere un mago del modellismo. Non finisce qui. Magari avrò anche tante persone che mi seguono, e crederò di essere diventato un “influencer”. Nella realtà, un altro algoritmo sfrutta questa mia convinzione per spingere a condividere più contenuti, e sempre più spesso, fino a quando impegnerò tutto il mio tempo libero (e oltre) per girare video nuovi. In pratica, sono diventato “schiavo” del sistema.

Come se ne esce?

E' molto difficile uscirne. Occorre molta consapevolezza e molta forza di volontà. Il sistema ha plasmato i nostri pensieri a tal punto che solo a pensare di uscire già stiamo male. E troviamo mille scuse. Ci convinciamo che uscire significherebbe mettersi in disparte, non fare più parte della società. Ma adesso, con la testa sempre bassa sullo smartphone, di quale società facciamo parte? della società degli “zombie”, degli schiavi di un sistema in mano a pochi multimiliardari, che ha un solo obiettivo: fare più soldi.

Il discorso è molto ampio, e magari ne riparleremo più in là. Occorre prima di tutto una consapevolezza informatica, sapere cosa stiamo usando e gli effetti che può avere su di noi.

Buona serata. Namasté

 
Continua...

from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Questo articolo parlerà, come mio solito, di scienze sociali e massimi sistemi, ma per una volta sarà prevalente il taglio autobiografico da vero e proprio diario online. Se non vi interessa, pregovi di passare oltre senza insultare (per favore :( ).

Quando mi sono trasferito a Milano, nel 2023, sono entrato in un gruppo di volontariato che erogava innanzitutto forniture alimentari nei quartieri di Turro-Gorla e di Lorenteggio-Giambellino, ma mirava a occuparsi anche di diritto all'abitare, nel quadro più ampio di contrastare il carovita e la speculazione edilizia. Visto che sulla città incombeva la spada di Damocle delle Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026, mi chiesi se ci fossero modi per fare agitpropaganda contro l'economia rapace dei grandi eventi, e trovai uno spunto nella memoria dei moti di Reggio Calabria del luglio 1970-febbraio '71. Per chi non lo sapesse (immagino, chiunque non sia un secchione sinistronzo come me) il capoluogo della regione Calabria doveva essere (e tuttora è) collocato a Catanzaro, ma la sezione reggina del Movimento Sociale Italiano colse l'occasione per scatenare in città mesi e mesi di tumulti di protesta, grazie ai quali i neofascisti si costruirono un notevole consenso locale e strapparono importanti meccanismi di clientele al governo nazionale... ovviamente senza che, alla fin fine, il capoluogo fosse davvero spostato a Reggio; fra le altre cose, il 22 luglio '70 ci fu un incidente ferroviario mortale alla stazione di Gioia Tauro, e se la magistratura non ha mai del tutto chiarito i fatti, molta storiografia (me compreso) lo annovera fra le stragi dinamitarde neofasciste del '68-'80, assieme a piazza Fontana, il treno Italicus, piazza della Loggia e la stazione di Bologna. E lo annoveriamo come tale anche perché cinque giovani militanti della Federazione Anarchica reggina, in nemmeno due mesi, misero assieme un dossier di controinformazione che collocava i moti di Reggio entro un più ampio disegno nazionale di eversione nera... e furono ammazzati il 27 settembre in un incidente stradale proprio mentre protavano il plico a Roma, alla redazione del settimanale anarchico «Umanità Nova». I loro nomi erano Gianni Aricò, Annelise “Muki” Borth, Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso, gli “anarchici della Baracca”, e per chi si riconosce nella A cerchiata rossa e nera, i loro nomi sono stelle polari, assieme a quelli di Giuseppe “Pino” Pinelli e Franco Serantini.

Ora, al di là del sacrificio di sangue pagato dal movimento anarchico, tutte le formazioni di Sinistra calabresi fecero del loro meglio per sviare la popolazione dalla demagogia dei missini e dimostrare che la povertà strutturale della Calabria non si sarebbe certo risolta con una guerra fra poveri per accaparrarsi la mangiatoia della pubblica amministrazione regionale: l'apice fu raggiunto nel settembre '72 con la marea umana di operai del Nord (e chissà in quanti erano meridionali migrati) confluiti a Reggio per una manifestazione nazionale, narrata ne “I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini, ma già l'anno precedente il Partito Comunista reggino aveva commissionato agli omologhi bolognesi una canzone di propaganda ad hoc: “La rabbia esplode a Reggio Calabria” del Canzoniere delle Lame.

Ebbene, io sono nato e cresciuto in Lombardia ma mio padre è nato e cresciuto proprio in provincia di Reggio ed era bambino durante i mesi dei moti, e a quanto pare mio nonno paterno, in quei giorni, tolse il saluto a un cugino (ben più ricco) che si era schierato coi missini. Per cui, la riscrittura della canzone venne da sé: mi bastò scambiare il sindaco reggino Pietro Battaglia con il meneghino Giuseppe Sala e il suo assessore Piefrancesco Maran, e sostituire il rione delle Sbarre, periferia della periferia di Reggio, con i quartieri popolari milanesi storicamente dormitorio per i migranti prima padani, poi meridionali, ora terzomondisti. Poi certo, aggiunsi la lobby cattolica di Comunione & Liberazione, da decenni una potenza entro la Destra lombarda, e quanto alla mafia..., ah la mafia non manca mai.

«Contro le Olimpiadi di Milano-Cortina»

Piazza Corvetto esplode: / la miccia brucia già Ma chi l’ha accesa / sono gli stessi / che ruban case qua. Quest’Olimpiade serve / solo al PD e ai mafiosi per ottenere ancor più potere / di quello che hanno già Maran e Beppe Sala servon da copertura dietro han le banche, i palazzinari pure Ci-Elle e Lega. Che importa dare un tetto / alla povera gente? Che cosa importa se chi lavora / non può comprare niente? Piazza Loreto esplode: / la miccia brucia già Ma chi l’ha accesa / sono gli stessi / che ruban case qua. Musocco, San Siro, e Gola / la gente insorge già contro gli sfratti, contro la fame, contro questo PD! Fascisti con le guardie, mafiosi col potere i proletari sole le braccia hanno da far valere. Padroni i vostri giochi / vi esploderanno in mano Perché Milano a questo schifo / ora risponde no! Milano adesso esplode / la gente adesso sa contro chi deve usare la rabbia / la mafia non passerà.

Alla fine non la incidemmo mai, questa riscrittura. Il gruppo di volontariato è andato pressoché in bancarotta, io ho cambiato quartiere e mi sono spostato su altri progetti un filino più solidi, le Olimpiadi del 2026 sono andate e venute lasciandosi dietro le proprie macerie di opere inutili, e purtroppo non siamo statu capaci di fare i tumulti “contro il PD e i mafiosi”; certo, a Settembre 2025 si è vandalizzato il cantiere dell'ennesimo grattacielo obbrobrioso eretto dal solito architetto ammanicato, ma poca roba, niente di paragonabile ai moti contro l'Expo 2015, che comunque non furono neanche lontanamente sufficenti.

Per cui, piuttosto che lasciarla per sempre nel mio taccuino, la pubblico qui, la mia poesiola; una piccola testimonianza di cosa sognavamo di fare a Milano in attesa della tempesta delle Olimpiadi, un tassello su cui costruire i progetti da qui al 2030 e oltre... un filo riannodato nella storia della mia famiglia, di quel percorso tortuoso che l'altro ieri ci vedeva sottoproletari nella Piana di Goia Tauro e ora alto-proletari fra la profonda Brianza e le periferie di Milano. Da cinquant'anni classe lavoratrice, da cinquant'anni gente del Sud testardo e martoriato, di quel Sud che va da Lampedusa a certi quartieri popolari, qui in Padania, che “etnicamente” fanno provincia a Reggio, a Napoli o a Bari.

Nei miei trent'anni di vita ho certamente dovuto affrontare tanto razzismo antimeridionalista interiorizzato, e tante tensioni sociali con quella parte della mia famiglia che la mia visione di mondo non la sposa (anzi), ma quando ripenso alla presa di posizione di mio nonno, ai trascorsi da sindacalista di mio padre, e alla pacata flemma mediterannea che riconoscono in me sia i compagni e le compagne polentoni, sia quellu che come me sono figliu della Diaspora terrona, oggi non ho dubbi: almeno in parte, su calabrisi e calabrisi sugnu [...] fazzu li cosi mei cu’ forza e ‘mpegnu e casa mia, come posso, la difendo. Come la cinquina della Baracca ieri, come le case occupate di via Emilo Gola oggi, come chiunque arriverà domani a lottare con noi.

Da Reggio a Milano, ogni città trasformata, solidarietà, non più “libero” mercato; con tanti abbracci e tanta commozione noi ancora la vogliamo, la rivoluzione.

 
Continua...

from balnibarbi

Dall'ultima volta in cui ho avuto un weblog sono passati almeno quindici anni. Era già un'evoluzione della mia presenza sull'internet, anche di quella relazionale. Se ne parlava all'inizio degli anni zero su IRC. Ero andata a vedere se ce n'era qualcuno italiano. Leggere diari intimi ha sempre lenito il mio senso di solitudine e in quel caso non erano scrittori pubblicati, ma qualche nerd spaesato come me che, senza l'aspettativa di avere più di cinque lettori riusciva a rimanere fra la spontaneità di un diario segreto e la sensazione di essere potenzialmente ascoltati, tipo parlare da soli mentre si passeggia in montagna. Grado di pubblicità: meno che lasciare un quaderno sul tavolo in una casa dove vivono altre persone, più che corrispondere con un amico intimo. È stato un momento durato pochissimo, forse meno di un anno, poi ho capito che molta gente si impegnava tanto per essere vista. Sono arrivate features come i contatori di visitatori, i commenti ai post, i link, i contenuti multimediali, la lista degli altri blog seguiti, i tag. Poi dopo tanto ancora i premi, i blogger di mestiere, i banner pubblicitari, i raduni, i feed RSS.

Nessuna nostalgia e neanche nessun fastidio. A pensarci sono sentimenti che in generale ho provato poco e ora forse non provo più. Questo post è più un tentativo di sblocco che utilizza un argomento aleatorio. Forse questo ritorno a un livello semi-segreto in cui esistere potrebbe tornare propizio all'output diaristico.

 
Continua...

from Storieparole

Agguanto il testimone passatomi da zompetto e con gratitudine mi slancio a proseguire questa staffetta della Sagra Indie Web. Il tema che vi propongo per questo mese di maggio è comunicazione, parola che a me piace molto perché idealmente associata a due termini che mi sono cari: comune e azione. Non si può fare comunicazione senza agire: azione è la parola del fare, del mettersi in gioco in prima persona per ottenere un cambiamento di stato – dalla quiete al moto, da qui a lì, dalla tenebra alla luce o qualsiasi altra cosa vi baleni nella mente. Comune è nostro, né mio né tuo, ma condiviso e, se vogliamo, anche diffuso, non elitario: un oggetto comune è qualcosa che si trova facilmente, il cui nome è noto e cui spesso si fa ricorso, quindi qualcosa di utile e non superfluo.

L’etimologia, al di là di ciò che è il mio sentire, mi dà ragione e, anzi, amplia ancor più il valore di questa parola, facendola derivare dal latino communis, a sua volta composto dalla preposizione cum e dal sostantivo munus, che significano rispettivamente con, insieme a e dono, ma secondariamente anche incarico e infine dovere. Comune è, dunque, un dono da condividere o un incarico da compiere coralmente e, finalmente, un dovere da affrontare insieme. Partendo da una radice tanto ricca e florida, la comunicazione dovrebbe pertanto adempiere a questi tre compiti insiti nella sua natura e sanciti sin dal 1700 dall’abate Egidio Forcellini e dal suo buon amico e maestro Jacopo Facciolati, allorché inserirono il vocabolo nel Lexicon Totius Latinitatis, la Bibbia di ogni lessicista.

Comunicare, nel senso di ricevere un dono, implica un duplice impegno: da un lato, il donatore, dovrebbe sentirsi in qualche modo obbligato a cedere qualcosa di prezioso, di utile, di gradevole e gradito; dall’altro, chi riceve il dono, dovrebbe parimenti sentirsi obbligato a restituire l’attenzione ricevuta. È a questo punto che la riflessione su cosa e come debba essere la comunicazione inizia a farsi interessante, perché tra dire, parlare, blaterare, sproloquiare e comunicare ci sono enormi differenze. La comunicazione, per essere tale, deve essere: – mirata, avere cioè un obiettivo che soddisfi tutti coloro che sono coinvolti; – condivisa, svilupparsi su un terreno comune (se io parlo in inglese di uncinetto e tu mi rispondi in tedesco di botanica entrambi stiamo parlando, magari anche sorridendoci e aspettando ciascuno educatamente il proprio turno, ma è chiaro che non stiamo comunicando); – sociale, devono esserci almeno due soggetti affinché si possa comunicare, altrimenti siamo di fronte a un monologo o a un soliloquio (e, sì, questo vale anche per tutti i «Ti lascio un vocale, così lo ascolti quando vuoi…»: mai, non lo ascolterò mai, perché io voglio comunicare e se desiderassi assistere a un monologo me ne andrei a teatro!) – azione: come dice la parola stessa, la comunicazione non può essere un oggetto statico, bensì un processo che richiede azione, un movimento che coinvolge in maniera attiva, comune e partecipe i soggetti, quasi fosse una danza lessicale e semantica. E, proprio come in una danza si condivide uno spazio comune rispettandosi a vicenda ed evitando di prestarsi i piedi, in una comunicazione ciascuna parte dovrebbe avere la stessa importanza, mettendo in comunione un valore condiviso, in un perfetto equilibrio privo di egocentrismo.

Quanto e come, oggi, si faccia o meno comunicazione aspetto di leggerlo con vivo interesse nei post di coloro che parteciperanno alla #SagraIndieWeb di maggio. A presto!

Comunicazione... e l'arte di David Revoy

 
Continua...

from @sirmarcoserra

Di sparizioni e ritorni – Log#02 sparizioni&ritorni

Mi rendo conto di essere un po' sparito. Da ragazzini c'era questa risposta a effetto, del tipo “si sparisce sempre in due”, e mi viene un po' da sorridere: decisamente non è questo il caso.

Perché effettivamente sono sparito, o quasi. Nessuna canzone in un anno e mezzo, i poetry slam li avevo accannati già prima. Non ricordo neanche più quale sia stato l'ultimo. Attività “artistica” sui social non reperita, e da gennaio ho pure disinstallato IG dal cellulare.

Mi viene da chiedermi se qualcunx se ne sia accorto. Se a qualcunx io sia in qualche modo un po' mancato. [che fai ti sorprendi? per un po' ho girato l'italia di tasca mia per recitare poesie davanti a sconosciuti che ti danno un voto, non dovrebbe sorprenderti se a volte mi]

Ma un po' mi dispiace, perché al di là del mio apporto oggettivamente quasi nullo al movimento artistico italiano, e al di là d'un certo-qual-simil-narcisismo-nondiagnosticato-latente, là fuori c'era davvero qualcunx che credeva in me (probabilmente più di quanto non ci credessi io, col senno di poi). Lo so perché me lo avete detto, qualcunx mi ha ringraziato, me lo ricordo e ci posso giurare, per le mie parole o per la mia storia ed averla messa a nudo su un palco, ed io quei grazie ora non posso far altro che tenermeli caldi in tasca nell'attesa. [l'attesa che]

Perciò ora, ora ahinoi, ora non riesco a non sentirmi non dico colpevole, ma almeno responsabile, e non solo nei miei confronti, anche nei confronti di quelle persone, le persone che mi hanno detto: “non smettere!” e invece ho smesso, [o meglio ho rallentato, ma il problema è che a un certo punto ero talmente lento da essere praticamente fermo, ed è successo senza accorgermene, anzi di sicuro se piazzi l'origine del sistema di riferimento su un vagone, uno qualunque, del treno della vita, ed ignori tutto il resto, e consideri solo il mio stato di quiete rispetto al moto di tale vagone di tale treno della vita, o rispetto a quello ancora più rapido del mercato di oggi, che dico del mercato?, dell'industria, allora di sicuro il mio moto sarà senz'altro un moto in senso opposto, retromarcia relativa] non riesco a non sentirmi responsabile, dicevo, di questo silenzio.

Le persone che stanno in silenzio e si sentono responsabili di tale silenzio di solito hanno due opzioni rispetto al silenzio: assecondarne l'inerzia o romperlo. Io per un tot ho seguito la a) ma sento che ora mi sta stretta e quindi andiamo di b). Ma come procedere?

La questione è delicata, layerata. E per snocciolarla devo prima sbucciarla, ma non per buttare la buccia. Sacrilegio: sono contro lo spreco alimentare [e comunque la maggior parte delle bucce che buttiamo sono in realtà commestibili, e anzi la parte più nutriente del frutto stesso, tu dirai eh ma allora i pesticidi?, io ti risponderò: sfatiamo questo mito, evolviti caro, siamo nel terzo millennio, l'essere umano si è ormai adattato ai veleni che lui stesso ha progettato, altrimenti saremmo già tutti morti, anche i sassi sanno che siamo fatti al 70% di microplastiche e si sa che le plastiche sono immuni ai pesticidi, e se anche così non fosse sarà selezione naturale, no? tu continua così e non mangiarti questa buona buccia zuccherina e piena di kryptonite, così alla prossima nucleare avrai le difese immunitarie bassine, è la legge del più forte e da che mondo è mondo è mondo è molto noto che la forza della frutta risieda nella sua buccia che come uno scudo la protegge da]

E quindi è deciso: partirò dalla buccia, cioè dallo strato più esterno, che è quello che vedi. E quello che vedi di questo mio goffo ritorno [?] è che tutte queste minchiate che leggi sono su questo sito che sembra un blog e che si chiama log. E quindi la prossima volta, se mai ci sarà, parlerò di perché sto scrivendo qui, e del perché al momento non ho intenzione di tornare indietro. Poi vediamo.

Abbi cura di te,

MS


24 aprile 2026, su un treno tra Zurigo e Milano

 
Continua...

from ordinariafollia

ordinariafollia-log_034-2026.jpg

Prendi pure tutto il braccio visto che ci sei, non solo il dito non fare i complimenti sono fatto di poesia, non siamo in tanti.

Strappami il cuore getta le mie ossa nere in mare e se hai un gatto dagli milza e polmone sono fatto di poesia, non di ragione.

Fai una palla con la mia pelle attaccami le palle alla batteria dell'automobile e coi miei occhi sbatti la maionese sono fatto di poesia, devo solo arrivare a fine mese.

Prendi il mio fegato e strizzalo per bene dichiara morta la mia lingua e spegni il mio sistema nervoso afferente sono fatto di poesia, meglio di niente.

 
Continua...

from Storieparole

Partiamo subito col piede giusto, così da far capire a chi ancora non mi conosce e dovesse imbattersi per caso (il caso non esiste, ma facciamo finta di sì per un attimo) in questo post con che razza di soggetto ha a che fare: la parola sovranità mi dà l’orticaria. Non importa in quale contesto venga usata: sovranità, lo si sente già nel solo pronunciarla, include la parola sovra, sinonimo arcaico di sopra e ancora oggi usata come radice di aggettivi come sovrastante e sovrascritto. Etimologicamente, nonostante la derivazione dal francese souverain (ma siamo già nel XVI secolo), nasce dal latino volgare superanus, a sua volta originato dal latino super che, francamente, non ritengo necessiti spiegazioni. La sovranità dunque indica, per sua stessa natura, gerarchia, distingue tra ciò che è superiore e ciò che è inferiore o, peggio ancora, tra chi si ritiene, per nascita, censo, stato sociale o tara mentale, superiore a qualche altro essere umano.

Calandoci nel contesto del digitale, qui l’etimologia è molto più simpatica, gli sviluppi molto più estesi e variopinti ed è buffo pensare che ciò che oggi viene collegato a concetti volatili e intangibili come codici binari, reti web, connessioni virtuali parta da qualcosa di estremamente concreto come un dito e l’azione, parimenti concreta, di batterlo su una tastiera.

Per capire bene cosa sia la sovranità digitale avevo pensato di documentarmi un po’, non essendo questo il mio campo di studi, e la scelta era caduta su un articolo, che speravo potesse essere non troppo tecnico e chiaro a chiunque, di RaiNews pubblicato l’8 aprile di quest’anno, a firma di Pierluigi Mele, dal titolo “Cosa è la sovranità digitale e perché l’Europa non può più aspettare”. Purtroppo, il sottotitolo “l controllo sui dati, sulle infrastrutture cloud e sui modelli…”, con quell’articolo mutilo e storpio, mi ha fatto rinuciare. A ogni modo, qualcosa di chiaro emerge già dalla lettura del titolo: se l’Europa non può più aspettare, significa che in questo momento o è priva di sovranità digitale o ne subisce una extraeuropea o entrambe le cose e, per quanto io sia digiuna in materia informatica, non credo di sbagliare nell’identificare questo sovrano estero negli Stati Uniti d’America: Microsoft e Google sono di fatto monopolisti, con Apple che finge di essere alternativa ma di fatto è persino più blindata e inattaccabile. E ammetto di non essere informata su come funzionino i siti istituzionali dei vari Stati europei, ma per quanto riguarda l’Italia la quasi totalità (scrivo quasi perché non li ho verificati tutti singolarmente) dei siti istituzionali governativi, quelli i cui indirizzi terminano con .gov.it per capirci, si appoggiano su Microsoft e Google. Le mail sono Outlook, le videoconferenze Teams. È chiaro, poi, che quasi tutti (circa l’utilizzo della parola quasi, si veda la parentesi qualche riga sopra) hanno collegamenti a Instagram, Facebook, X e Whatsapp. Sarebbe facile dare la colpa di tutto questo all’attuale governo, ma sarebbe anche sbagliato: occorre ricordare, infatti, che, nonostante l’abilissima e persistente campagna di stampa messa in atto, l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale era alleata della Germania e pertanto gli Statunitensi non ci hanno liberati, ci hanno conquistati. D’altro canto non è certo necessario arrivare all’analisi dello strapotere informatico di oggi per notare che, di fatto, siamo una colonia socio-economica statunitense: guardiamo film girati a Hollywood, beviamo Coca-Cola e mangiamo nei fast-food, un quinto delle parole che compaiono su giornali e nei tg è in lingua inglese, ci scattiamo selfie da postare su Instagram… O, almeno, questo è ciò che fa la maggioranza degli italiani. Dunque, no, non penso proprio che l’Italia sia pronta a cambiare sovranità digitale, almeno non fino a quando l’Europa non sarà stata in grado di mettere in piedi un sistema che sappia affascinare e catturare le nuove generazioni come hanno saputo fare Gary Cooper e Audrey Hepburn, Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald, Happy Days e Sex and the City con le nostre vecchie generazioni. Personalmente, poi, proprio in considerazione dell’orticaria che mi scatena la sola parola sovranità, gradirei molto di più se si potesse parlare di individualità ed equità digitale.

 
Continua...

from 𝑷 𝑨 𝑹 𝑹 𝑶 𝑪 𝑪 𝑯 𝑰 𝑬

Nel mio campo, l'informatica, cerco di spiegare cose anche complesse, facendo discorsi ed esempi semplici, alla portata di tutti. Nel tempo ho acquisito una certa esperienza e posso affermare che nella maggior parte dei casi mi faccio capire.

Oggi vorrei spiegare, semplicemente, la differenza tra Social Media Centralizzati (FB. IG, X ecc.) e il Fediverso (Mastodon, Friendica, Lemmy, Pixelfed, ecc.). Allora, vi va di partire con me in questo breve viaggio sulle ali della fantasia? andiamo!

Immaginate un oceano. Voi siete su un grande molo e davanti a voi ci sono diversi tipi di navi. Innanzitutto ci sono grandi navi da crociera, enormi, bellissime e lussuose. Il personale di bordo vi chiama sorridendo e vi invita a salire. Vi dicono che è gratis, non si paga nulla, ci sono grandi ristoranti, piscine, campi da tennis e ogni tipo di divertimento. Si canta e ci si diverte notte e giorno, senza sosta. Non si dorme mai, e le navi sono già piene di gente. Ci sono i vostri amici, i vostri parenti, il vostro datore di lavoro. Prima di salire cercate di capire se è tutto così bello come sembra. Fate qualche domanda a chi è già a bordo e vi dicono che si, è gratis, però la nave conoscerà tutti i vostri segreti, l'orientamento sessuale, religioso, politico. Insomma, una grande comunità dove non esiste la privacy, però ci si diverte un mondo. E poi... cosa abbiamo da nascondere?

Più avanti c'è una piccola flotta di barche a remi e a vela. Sono piccole, alcune stanno a galla per miracolo, altre sono dipinte a mano con figure di fantasia. A bordo ci sono pescatori, gente povera, che mangia il pesce pescato e beve acqua. Sono amici di navigazione, si conoscono tutti, si rispettano l'un l'altro. Il divertimento se lo inventano da sé, senza avere a disposizione grosse somme di danaro. Loro non ti chiamano, non ti invitano a salire a bordo. Aspettano che sia tu a decidere, senza manipolazioni. E' gente vera, leale, che dà ancora importanza ad una stretta di mano, ad un abbraccio, che si aiuta vicendevolmente.

A questo punto dovete decidere dove salire, se nella nave da crociera o sulla barca di pescatori.

Ognuno ha già fatto la sua scelta. La maggior parte sta sulla nave da crociera ma...il Signore Gesù, dove salirebbe?

E voi, seguaci di Gesù, Sacerdoti, persone di fede, che ci fate sulla nave da crociera?

Con questi due interrogativi, chiudo l'articolo. A voi le dovute riflessioni. Namasté 🙏

 
Continua...