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from Storieparole

Agguanto il testimone passatomi da zompetto e con gratitudine mi slancio a proseguire questa staffetta della Sagra Indie Web. Il tema che vi propongo per questo mese di maggio è comunicazione, parola che a me piace molto perché idealmente associata a due termini che mi sono cari: comune e azione. Non si può fare comunicazione senza agire: azione è la parola del fare, del mettersi in gioco in prima persona per ottenere un cambiamento di stato – dalla quiete al moto, da qui a lì, dalla tenebra alla luce o qualsiasi altra cosa vi baleni nella mente. Comune è nostro, né mio né tuo, ma condiviso e, se vogliamo, anche diffuso, non elitario: un oggetto comune è qualcosa che si trova facilmente, il cui nome è noto e cui spesso si fa ricorso, quindi qualcosa di utile e non superfluo.

L’etimologia, al di là di ciò che è il mio sentire, mi dà ragione e, anzi, amplia ancor più il valore di questa parola, facendola derivare dal latino communis, a sua volta composto dalla preposizione cum e dal sostantivo munus, che significano rispettivamente con, insieme a e dono, ma secondariamente anche incarico e infine dovere. Comune è, dunque, un dono da condividere o un incarico da compiere coralmente e, finalmente, un dovere da affrontare insieme. Partendo da una radice tanto ricca e florida, la comunicazione dovrebbe pertanto adempiere a questi tre compiti insiti nella sua natura e sanciti sin dal 1700 dall’abate Egidio Forcellini e dal suo buon amico e maestro Jacopo Facciolati, allorché inserirono il vocabolo nel Lexicon Totius Latinitatis, la Bibbia di ogni lessicista.

Comunicare, nel senso di ricevere un dono, implica un duplice impegno: da un lato, il donatore, dovrebbe sentirsi in qualche modo obbligato a cedere qualcosa di prezioso, di utile, di gradevole e gradito; dall’altro, chi riceve il dono, dovrebbe parimenti sentirsi obbligato a restituire l’attenzione ricevuta. È a questo punto che la riflessione su cosa e come debba essere la comunicazione inizia a farsi interessante, perché tra dire, parlare, blaterare, sproloquiare e comunicare ci sono enormi differenze. La comunicazione, per essere tale, deve essere: – mirata, avere cioè un obiettivo che soddisfi tutti coloro che sono coinvolti; – condivisa, svilupparsi su un terreno comune (se io parlo in inglese di uncinetto e tu mi rispondi in tedesco di botanica entrambi stiamo parlando, magari anche sorridendoci e aspettando ciascuno educatamente il proprio turno, ma è chiaro che non stiamo comunicando); – sociale, devono esserci almeno due soggetti affinché si possa comunicare, altrimenti siamo di fronte a un monologo o a un soliloquio (e, sì, questo vale anche per tutti i «Ti lascio un vocale, così lo ascolti quando vuoi…»: mai, non lo ascolterò mai, perché io voglio comunicare e se desiderassi assistere a un monologo me ne andrei a teatro!) – azione: come dice la parola stessa, la comunicazione non può essere un oggetto statico, bensì un processo che richiede azione, un movimento che coinvolge in maniera attiva, comune e partecipe i soggetti, quasi fosse una danza lessicale e semantica. E, proprio come in una danza si condivide uno spazio comune rispettandosi a vicenda ed evitando di prestarsi i piedi, in una comunicazione ciascuna parte dovrebbe avere la stessa importanza, mettendo in comunione un valore condiviso, in un perfetto equilibrio privo di egocentrismo.

Quanto e come, oggi, si faccia o meno comunicazione aspetto di leggerlo con vivo interesse nei post di coloro che parteciperanno alla #SagraIndieWeb di maggio. A presto!

Comunicazione... e l'arte di David Revoy

 
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from @sirmarcoserra

Welcome to the Fediverse – Log#03 welcome2theFediverse

Quindi, dicevamo, sbucciarla ma non buttarla, ecc ecc. Vado dritto al punto con parole non mie (Rancore, “Basta!”, Tarek da colorare):

Vorrei dire cose ma il mondo è così in overdose che griderà “basta!” È tutto talmente veloce che non puoi capire le cose, ma basta La terrà si infuoca, il potere che gioca, la droga, la tecnologia Ed un genocidio di cui neanche parlano i media La guerra mondiale è un sospetto residuo di pandemia Basta! Basta hit Basta VIP, basta streaming, basta click Basta brutti feat, gli extrabeat E poi i remix, le playlist, i videoclip E ora per un giorno basta sitcom, basta food porn Basta social network, click, bot, scroll, screenshot, sponsor Basta con pubblicità e fottuti spot Basta

In realtà, dopo questa, temo che tutto ciò che potrei aggiungere sul tema sia superfluo, ma mi sono detto che devo scavare, credo di averne bisogno. E poi è un buon esercizio per tenermi allenato ad esprimermi, capacità che, ho notato, sembra quasi atrofizzarsi non appena abbasso un attimo la guardia. Quindi:

Mi sembra che non ci sia nulla di sostenibile, o quasi, nel modello Internet odierno. Sostenibile in varie accezioni: ambientale (tipo i consumi energetici delle AI), mentale (tipo il doomscrolling), etico (tipo come vengono gestiti i dati che regaliamo praticamente ad ogni sito che ci chiede se vogliamo accettarne i cookie). Non ho le conoscenze per affrontare in maniera rigorosa questi temi, e per questo lascio dei link in calce per chi volesse approfondire. Quello di cui posso e voglio parlare riguarda gli effetti di queste cose su di me.

Già anni fa, nelle mie fasi più attive sui social, avevo una costante sensazione di attrito. L'essere performante sui social mi era stato presentato come il compromesso a cui non potevo rinunciare per far decollare la mia carriera da artista emergente. Ma non mi è mai riuscito bene, i contenuti funzionavano poco e mai con continuità. Mettere la mia faccia davanti ad una camera, sia pure quella del mio smartphone, mi faceva cringiare (e credo che questo trasparisse, chissà, forse è per questo che la mia carriera d'artista non è ancora decollata, o forse semplicemente non sono abbastanza bravo. O ancora, più probabilmente, entrambe le cose al tempo stesso, e anche altre, alcune le sospetto e altre ancora che verosimilmente non immagino nemmeno).

Recentemente mi è capitato di ritrovare tra le note del cell una mia vecchia frase. Stava lì a fermentare, buona buona, l'avevo quasi dimenticata, ricordo che mi sembrava molto arguta quando l'ho scritta, poi meno, ad un certo punto scontata, ora non lo so più, ma chi sono io per giudicare, a* lettor* l'ardua sentenza: “Volevo essere un dio, un creatore contento / Ma in questa vita, sono content creator”.

Nuotare controcorrente è estenuante, ed io non ero allenato, avevo continuamente bisogno di rallentare. Ma la lentezza non è tra le virtù previste dal dio Algoritmo, un'entità volubile, capricciosa. Mi dicevano di fare le storie (format peraltro rubato a Snapchat) perché danno ai follower la sensazione di contatto “personale”, almeno una vv. al dì. Però poi sono esplosi i reels (format rubato a TikTok, inizio a intravedere un pattern) e le storie non sono più sufficienti caro, ora bisogna fare anche i reels, una capsula a sett., meglio due, che raggiungono più persone, vedrai. Però il format non deve essere troppo lungo, che non funziona, aspetta, anzi no adesso anche il long format è apprezzato dall'Unico Dio. Ma non scordarti anche i post normali, che abbiano un'identità estetica, perché il feed è quello che la gente vede quando finisce sulla tua pagina, da bravo. Ora, per favore, pubblica qualcosa. A cosa stai pensando?

Ho rivisto recentemente Hunger Games e mi sembra un paragone calzante: non sono i partecipanti ad essere nel torto; neanche i vincitori e le vincitrici. Sono gli Hunger Games come concetto ad essere disumanizzanti, e a portare il capitale sempre verso la capitale, mai in senso opposto. Fuor di metafora, ci tengo a specificare che non ho nulla contro le tante persone a cui questa cosa riesce bene, che portano avanti con successo la propria attività sui social, sia essa lavorativa, commerciale, artistica, divulgativa o altro. Alcune sono persone che stimo e/o a cui voglio bene. Dietro al loro successo c'è sicuramente uno studio ed un impegno che io non sono stato in grado di destinare alla faccenda, e tanto talento che comunque io non ho. Non ho intenzione di puntare il dito contro loro, spero che stiano bene, che siano felici.

O almeno questo è quello che mi dico per sentirmi un essere umano migliore. Ma la realtà è che non è sempre così, che a volte la stima si mischia col bisogno di paragonarsi e poi con un'invidia più o meno latente, meno o più rabbiosa. E la realtà è che questa è una precisa scelta di design. Perché la rabbia polarizza, e la polarizzazione crea engagement.

I social commerciali sono pensati per distrarti, per portare il tuo focus sempre altrove, sempre a qualcosa che non hai; perché non ti possono vendere quello che hai già. Ma il nostro cervello è grossomodo ancora quello dei primitivi nelle caverne, non ha fatto in tempo ad adattarsi ad essere ingozzato di stimoli, come la faringe delle oche non si è ancora evoluta ad assumere tutto il mangime che i produttori di foie gras ficcano loro dentro con l'imbuto fino a farne scoppiare lo stomaco. Per tanto tempo sono stato nutrito, per mezzo del feed, di così tanti desideri non miei che ad un certo punto mi sono reso conto di non sapere più cosa io desiderassi davvero, di cosa avessi bisogno realmente per percepire la mia vita come piena e degna di essere vissuta.

Tutto questo grumo informe di sensazioni complesse e a volte contraddittorie, pur crescendo nel tempo, mi è rimasta addosso senza che io fossi in grado di districarla e di definirla; fino a quando, un paio di anni fa, non mi sono imbattuto nel profilo IG di Kenobit.

Questa persona, che non conosco personalmente ma a cui mi piacerebbe tanto dire “Grazie!” anche a voce e non solo nei DM, aveva le parole giuste per descrivere quello che stavo provando. Se hai l'impressione che i social ti facciano male, è perché ti fanno male. Ti stanno sfruttando: quello che fai sui social è letteralmente lavoro non pagato. I tuoi dati e i tuoi contenuti sono il nuovo petrolio che alimenta le AI. Quello che ti propongono non è un compromesso, è un ricatto. Le alternative esistono già, bisogna solo popolarle.

Nel modello capitalista o sei consumatore o sei consumato; nel modello social-network-capitalista sei costantemente entrambe le cose. I social creano dipendenza, sono una droga; e lo smartphone è un pusher, l'unico capace di nascondersi nella tasca dei tuoi jeans, sempre a portata di mano per una scarica di dopamina&alienazione dal qui&ora. A pensarci bene, il sistema è perfetto nella sua diabolicità.

Ma avevo ancora bisogno di un po' di tempo, il vaso non era ancora pieno. Sapevo che i social, Google, Tiktok, Amazon, insomma tutti i colossi informatici, usano i miei dati per tracciarmi e per sapere le mie preferenze. Tanto la pubblicità la mettono lo stesso, e allora tanto vale che sia targettizzata sui miei gusti; e poi a fine mese potevo vedere il resoconto di tutti i miei spostamenti sul mio account Google, insieme a quello degli anni passati.

Poi ti capita che prendi una birra con un amico e parli con lui di una cosa a caso di cui non parli mai, magari neanche ti interessa tanto, di sicuro non sei andata a cercarla su Youtube, ne sei sicuro, e subito dopo apri il telefono e bam, banner pubblicitario proprio su quella cosa lì, esattamente lei, non un'altra simile. Quella lì. Ti dici che è solo una coincidenza, e col tempo te ne convinci. Uno scherzo del dio Algoritmo.

Poi scopri che tutto quello che pubblichi sui social (anche le mie poesie, le tue canzoni, le foto di tuo figlio, di tua madre, del cane, ti dicevano di postare la vita vera, perché di quella hanno bisogno) viene utilizzata per allenare le intelligenze artificiali. I dati. Posta spesso, altrimenti l'Algoritmo ti affossa. Più dati sacrifichi sul suo altare, più in alta considerazione ti terrà nel giorno del Giudizio.

Poi scopri che Google e Amazon hanno giri di affari con Israele (bello, qui sul Fediverso posso scriverlo senza censurarlo, ma a questo ci arriviamo tra un secondo), dove per affari si intende: Hey mister N., questa è la nostra piattaforma di cloud-computing esclusiva per voi, questi sono i nostri modelli AI di riconoscimento facciale, categorizzazione immagini, tracciamento di oggetti, ora vada e buon genocidio! E grazie per il miliardoeduecentomilioni. Grazie, davvero, no, a lei, mi stia bene.

Ad un certo punto non ho potuto far altro che gridare Basta!, per dirla come Rancore. Sto cercando di tirarmene fuori. Sono consapevole di contare appena più di nulla nel mare magnum del web, ma alla fine cosa è il mare se non una somma di goccioline, con dentro mondi complessi? Non ho più l'app di IG e FB sul cellulare, mi prendevano troppo e mi davano troppo poco in cambio. Le ho sul vecchio cellulare, che tengo spento in un cassetto nel mio comodino e che tiro fuori quando (poche volte, devo dire) ne ho bisogno. A volte mi annoio, e a volte è meraviglioso perdersi nella noia, è lì che nasce la creatività; a volte il vuoto invece mi spaventa, e mi viene comunque da prendere in mano il cellulare, poi mi ricordo che non ho più i social e allora gioco o vado sul forum della Lazio. Cerco di limitare il mio screentime, almeno fuori dal lavoro.

Senza social, a volte mi sento un po' tagliato fuori dal mondo, soprattutto vivendo all'estero e lontano dalla maggior parte de* mie* amic*. Mi manca sapere quello che fate, lo ammetto {e per ovviare sto cercando di essere un minimo più presente, anche solo con un messaggio o una chiamata [cosa che per indole mi riesce comunque con fatica (ma di questo magari ne parliamo un'altra volta)]}.

Anche se in alcuni momenti è difficile, nel complesso posso dire con assoluta certezza che la mia salute mentale ne stia beneficiando (colgo l'occasione per ringraziare anche qui E. che ha capito le mie motivazioni e cerca come può di selezionare le notizie più importanti, quelle che proprio non posso non sapere. Anche se questa cosa la fa un po' spazientire, le sono molto grato, anzi proprio per quello, perché anche questa è cura. Grazie, amore mio).

Sto provando a degooglizzare la mia vita. Alcune cose sono state semplici, altre meno; ho ancora tantissime caselle da spuntare nel mio personale percorso verso la libertà digitale, e chissà ancora quante ancora devo ancora aggiungere alla lista. Ma ogni piccolo passo è giusto, è bello, è una scoperta e come tale mi fa sentire vivo, come se recuperassi parti di me che ho svenduto in nome della comodità, comodità del poter leggere le recensioni di quella pizzeria, di poter rispondere alle mail in vacanza, dell'avere i contatti sincronizzati quando cambio telefono. Ma se è questa la vostra comodità io voglio essere scomodo, voglio tenermi questo telefono fino a consumarlo, e poi me ne comprerò uno ricondizionato che non sia né Android né Apple (sì, esistono, neanche io lo sapevo e ti dirò di più, esistono sistemi operativi progettati per lavorare bene anche senza spiarmi). E mi trascriverò a mano i numeri di quelle 20 persone che sento. Fanculo.

Mi sono fatto prendere la mano e mi sono dilungato, è sempre così, all'inizio non riesco a ingranare e alla fine non riesco a fermarmi, e sono quasi le nove e mezza di sera. Chiudo: come dicevo prima, le alternative esistono: il Fediverso è una di queste.

Immagina una rete di social media non in competizione ma interconnessi (come se io potessi leggere da X quello che tu hai postato su FB), free ed open source, senza big corp dietro e quindi senza monetizzazione, pubblicità, censure, guerra dell'attenzione e algoritmo che sceglie al posto tuo quello che vuoi vedere.

Immagina, se ne avessi la voglia e la capacità, di poter metter su e gestire la tua istanza privata di uno di questi social (come se potessi avere un IG con solo le persone che ti stanno a genio e con le regole che dici tu), oppure di poter iscriverti alle istanze altrui, che poi è quello che sto facendo io, anche se mi piacerebbe imparare.

Tutto questo sembra assurdo, e in realtà esiste già, ed è appunto il Fediverso. E non è altro che l'alternativa non-capitalista ai social. Non è bellissimo? Io lo trovo incredibile.

Ad esempio, lo spazio su cui sto scrivendo, log, è una istanza di writefreely, uno dei nodi della rete del Fediverso dedicato al blogging. Non mi dilungo perché ho fame, ma vi lascio alcuni link tra le risorse. Fatto sta che, per il momento, ho deciso che tutta la mia (comunque scarsa) attività social, incluse le cose che sto scrivendo e che ho scritto in questo anno e mezzo di silenzio quasi totale, sarà interamente sul Fediverso. Se vuoi, ci vediamo lì, dove non possiamo andare virali e non possiamo di conseguenza contrarre il virus.

E se questo realmente dovesse implicare che quello che scrivo avrà copertura minore (minima, zero, anzi meno mi diranno i techbro); beh, sono arrivato ad un punto in cui mi sta bene ripartire da meno di zero. Mi sembra che qui ci sia più spazio per crescere, e probabilmente anche una concentrazione maggiore di orecchie affini a me, di voci con cui mi piacerebbe collaborare.

Se ti serve una mano nel muovere i tuoi primi passi nel Fediverso, sarò felice di aiutarti al meglio delle mie conoscenze e capacità, che comunque non sono molte ma sai, una mano lava l'altra. Spero di averti incuriosit*, a me questa scoperta ha emozionato ed ha fatto tornare un pizzico di fiducia negli esseri umani. Internet potrebbe essere un posto bellissimo, se non lo è possiamo ancora cambiarlo.

Abbi cura di te,

Marco


3 maggio 2026, tra terrazzo e divano, Zurigo


Risorse:

. Consumo energetico delle IA: https://www.technologyreview.com/2025/05/20/1116327/ai-energy-usage-climate-footprint-big-tech/ . Doomscrolling: https://www.health.harvard.edu/mind-and-mood/doomscrolling-dangers . Cosa sono i cookie: https://www.startpage.com/privacy-please/startpage-articles/why-cookies-are-bad-for-your-digital-well-being . Profilo IG di Kenobit: https://www.instagram.com/_kenobit/ . Amazon, Google, Israele, pt1: https://time.com/6964364/exclusive-no-tech-for-apartheid-google-workers-protest-project-nimbus-1-2-billion-contract-with-israel/ . Amazon, Google, Israele, pt2: https://www.theguardian.com/us-news/2025/oct/29/google-amazon-israel-contract-secret-code . Cosa è il fediverso: https://jointhefediverse.net/?lang=en-us . Il mio profilo sul Fediverso: https://livellosegreto.it/@sirmarcoserra . Email: serramarco6@protonmail.com

 
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from @sirmarcoserra

Di sparizioni e ritorni – Log#02 sparizioni&ritorni

Mi rendo conto di essere un po' sparito. Da ragazzini c'era questa risposta a effetto, del tipo “si sparisce sempre in due”, e mi viene un po' da sorridere: decisamente non è questo il caso.

Perché effettivamente sono sparito, o quasi. Nessuna canzone in un anno e mezzo, i poetry slam li avevo accannati già prima. Non ricordo neanche più quale sia stato l'ultimo. Attività “artistica” sui social non reperita, e da gennaio ho pure disinstallato IG dal cellulare.

Mi viene da chiedermi se qualcunx se ne sia accorto. Se a qualcunx io sia in qualche modo un po' mancato. [che fai ti sorprendi? per un po' ho girato l'italia di tasca mia per recitare poesie davanti a sconosciuti che ti danno un voto, non dovrebbe sorprenderti se a volte mi]

Ma un po' mi dispiace, perché al di là del mio apporto oggettivamente quasi nullo al movimento artistico italiano, e al di là d'un certo-qual-simil-narcisismo-nondiagnosticato-latente, là fuori c'era davvero qualcunx che credeva in me (probabilmente più di quanto non ci credessi io, col senno di poi). Lo so perché me lo avete detto, qualcunx mi ha ringraziato, me lo ricordo e ci posso giurare, per le mie parole o per la mia storia ed averla messa a nudo su un palco, ed io quei grazie ora non posso far altro che tenermeli caldi in tasca nell'attesa. [l'attesa che]

Perciò ora, ora ahinoi, ora non riesco a non sentirmi non dico colpevole, ma almeno responsabile, e non solo nei miei confronti, anche nei confronti di quelle persone, le persone che mi hanno detto: “non smettere!” e invece ho smesso, [o meglio ho rallentato, ma il problema è che a un certo punto ero talmente lento da essere praticamente fermo, ed è successo senza accorgermene, anzi di sicuro se piazzi l'origine del sistema di riferimento su un vagone, uno qualunque, del treno della vita, ed ignori tutto il resto, e consideri solo il mio stato di quiete rispetto al moto di tale vagone di tale treno della vita, o rispetto a quello ancora più rapido del mercato di oggi, che dico del mercato?, dell'industria, allora di sicuro il mio moto sarà senz'altro un moto in senso opposto, retromarcia relativa] non riesco a non sentirmi responsabile, dicevo, di questo silenzio.

Le persone che stanno in silenzio e si sentono responsabili di tale silenzio di solito hanno due opzioni rispetto al silenzio: assecondarne l'inerzia o romperlo. Io per un tot ho seguito la a) ma sento che ora mi sta stretta e quindi andiamo di b). Ma come procedere?

La questione è delicata, layerata. E per snocciolarla devo prima sbucciarla, ma non per buttare la buccia. Sacrilegio: sono contro lo spreco alimentare [e comunque la maggior parte delle bucce che buttiamo sono in realtà commestibili, e anzi la parte più nutriente del frutto stesso, tu dirai eh ma allora i pesticidi?, io ti risponderò: sfatiamo questo mito, evolviti caro, siamo nel terzo millennio, l'essere umano si è ormai adattato ai veleni che lui stesso ha progettato, altrimenti saremmo già tutti morti, anche i sassi sanno che siamo fatti al 70% di microplastiche e si sa che le plastiche sono immuni ai pesticidi, e se anche così non fosse sarà selezione naturale, no? tu continua così e non mangiarti questa buona buccia zuccherina e piena di kryptonite, così alla prossima nucleare avrai le difese immunitarie bassine, è la legge del più forte e da che mondo è mondo è mondo è molto noto che la forza della frutta risieda nella sua buccia che come uno scudo la protegge da]

E quindi è deciso: partirò dalla buccia, cioè dallo strato più esterno, che è quello che vedi. E quello che vedi di questo mio goffo ritorno [?] è che tutte queste minchiate che leggi sono su questo sito che sembra un blog e che si chiama log. E quindi la prossima volta, se mai ci sarà, parlerò di perché sto scrivendo qui, e del perché al momento non ho intenzione di tornare indietro. Poi vediamo.

Abbi cura di te,

MS


24 aprile 2026, su un treno tra Zurigo e Milano

 
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from ordinariafollia

ordinariafollia-log_034-2026.jpg

Prendi pure tutto il braccio visto che ci sei, non solo il dito non fare i complimenti sono fatto di poesia, non siamo in tanti.

Strappami il cuore getta le mie ossa nere in mare e se hai un gatto dagli milza e polmone sono fatto di poesia, non di ragione.

Fai una palla con la mia pelle attaccami le palle alla batteria dell'automobile e coi miei occhi sbatti la maionese sono fatto di poesia, devo solo arrivare a fine mese.

Prendi il mio fegato e strizzalo per bene dichiara morta la mia lingua e spegni il mio sistema nervoso afferente sono fatto di poesia, meglio di niente.

 
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from Storieparole

Partiamo subito col piede giusto, così da far capire a chi ancora non mi conosce e dovesse imbattersi per caso (il caso non esiste, ma facciamo finta di sì per un attimo) in questo post con che razza di soggetto ha a che fare: la parola sovranità mi dà l’orticaria. Non importa in quale contesto venga usata: sovranità, lo si sente già nel solo pronunciarla, include la parola sovra, sinonimo arcaico di sopra e ancora oggi usata come radice di aggettivi come sovrastante e sovrascritto. Etimologicamente, nonostante la derivazione dal francese souverain (ma siamo già nel XVI secolo), nasce dal latino volgare superanus, a sua volta originato dal latino super che, francamente, non ritengo necessiti spiegazioni. La sovranità dunque indica, per sua stessa natura, gerarchia, distingue tra ciò che è superiore e ciò che è inferiore o, peggio ancora, tra chi si ritiene, per nascita, censo, stato sociale o tara mentale, superiore a qualche altro essere umano.

Calandoci nel contesto del digitale, qui l’etimologia è molto più simpatica, gli sviluppi molto più estesi e variopinti ed è buffo pensare che ciò che oggi viene collegato a concetti volatili e intangibili come codici binari, reti web, connessioni virtuali parta da qualcosa di estremamente concreto come un dito e l’azione, parimenti concreta, di batterlo su una tastiera.

Per capire bene cosa sia la sovranità digitale avevo pensato di documentarmi un po’, non essendo questo il mio campo di studi, e la scelta era caduta su un articolo, che speravo potesse essere non troppo tecnico e chiaro a chiunque, di RaiNews pubblicato l’8 aprile di quest’anno, a firma di Pierluigi Mele, dal titolo “Cosa è la sovranità digitale e perché l’Europa non può più aspettare”. Purtroppo, il sottotitolo “l controllo sui dati, sulle infrastrutture cloud e sui modelli…”, con quell’articolo mutilo e storpio, mi ha fatto rinuciare. A ogni modo, qualcosa di chiaro emerge già dalla lettura del titolo: se l’Europa non può più aspettare, significa che in questo momento o è priva di sovranità digitale o ne subisce una extraeuropea o entrambe le cose e, per quanto io sia digiuna in materia informatica, non credo di sbagliare nell’identificare questo sovrano estero negli Stati Uniti d’America: Microsoft e Google sono di fatto monopolisti, con Apple che finge di essere alternativa ma di fatto è persino più blindata e inattaccabile. E ammetto di non essere informata su come funzionino i siti istituzionali dei vari Stati europei, ma per quanto riguarda l’Italia la quasi totalità (scrivo quasi perché non li ho verificati tutti singolarmente) dei siti istituzionali governativi, quelli i cui indirizzi terminano con .gov.it per capirci, si appoggiano su Microsoft e Google. Le mail sono Outlook, le videoconferenze Teams. È chiaro, poi, che quasi tutti (circa l’utilizzo della parola quasi, si veda la parentesi qualche riga sopra) hanno collegamenti a Instagram, Facebook, X e Whatsapp. Sarebbe facile dare la colpa di tutto questo all’attuale governo, ma sarebbe anche sbagliato: occorre ricordare, infatti, che, nonostante l’abilissima e persistente campagna di stampa messa in atto, l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale era alleata della Germania e pertanto gli Statunitensi non ci hanno liberati, ci hanno conquistati. D’altro canto non è certo necessario arrivare all’analisi dello strapotere informatico di oggi per notare che, di fatto, siamo una colonia socio-economica statunitense: guardiamo film girati a Hollywood, beviamo Coca-Cola e mangiamo nei fast-food, un quinto delle parole che compaiono su giornali e nei tg è in lingua inglese, ci scattiamo selfie da postare su Instagram… O, almeno, questo è ciò che fa la maggioranza degli italiani. Dunque, no, non penso proprio che l’Italia sia pronta a cambiare sovranità digitale, almeno non fino a quando l’Europa non sarà stata in grado di mettere in piedi un sistema che sappia affascinare e catturare le nuove generazioni come hanno saputo fare Gary Cooper e Audrey Hepburn, Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald, Happy Days e Sex and the City con le nostre vecchie generazioni. Personalmente, poi, proprio in considerazione dell’orticaria che mi scatena la sola parola sovranità, gradirei molto di più se si potesse parlare di individualità ed equità digitale.

 
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from highway-to-shell

Al parco ho visto da lontano un papà con la schiena curva che inseguiva una bimbetta in bicicletta con la tipica andatura a zig-zag di quando si impara a pedalare. Una scena che mi fa stringere sempre il cuore pensando a quando 2 decenni fa me lo sono spaccata io la schiena. Quando mi avvicino vedo che il papà ha una felpa delle frecce tricolori dell'aeronautica militare. Avrei voluto affiancarlo e dirgli che grazie a quelli della sua felpa ci sono due genitori che una figlia non ce l'hanno più.

Torino, tragedia delle Frecce tricolori, i genitori: «Dopo un anno Laura ci manca come l’aria. Le dobbiamo giustizia»

 
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from @sirmarcoserra

Pensieri tra la Limmat e Höngg – Log#01

tra la Limmat e Höngg

C'è questa cosa del tempo che mi spaventa e mi innervosisce, che sono terrorizzato dal suo scorrere e al tempo stesso mi sembra non sia mai abbastanza. In 365 giri del sole intorno alla terra (almeno apparenti, capiscimi) non è cambiato poi tanto, a parte lo Stato, finiti i 20, un paio di chili in più, mezza casa che fu dei nonni, gli amici che iniziano a figliare e mille altre cose che quasi non riesco già a ricordare.

Negli occhi dei figli neonati dei miei amici (un conglomerato di amore impotente e inadatto alla vita) qualcosa mi ricorda mio nonno poco prima che morisse. Il ciclo della vita, all'inizio e alla fine restano bisogni fisiologici, esprimersi solo con la faccia, senza parole, a gemiti; poi addormentarsi profondamente con la bocca socchiusa subito dopo la poppata.

Negli occhi degli amici che sono padri; delle amiche che sono madri; vedo una luce che non ho. Forse dovremmo procreare anche noi, amore mio, per scrollarci di dosso questo terrore nel futuro, quest'ansia che il mondo finisca, se non domani fra cinquant'anni, spremuto tra le dita di un manipolo di tiranni e techbro sociopatici che boostano con la cocaina la produttività e vedono nel sonno una perdita di tempo. Nell'altro, un pollo da spennare, nel pollo, ormoni per avere più carne da divorare.

L'artificio è compiuto. Giuravo che non sarebbe successo, ma anche io sono diventato dipendente dall'IA, anche io prostituisco i miei dati ai techbro. Mi ero detto che sarebbe stato solo a lavoro, solo qualche volta, ma questa roba è una droga, limitless, sentirsi prestativi. Poco importa se sono gli algoritmi a prestare, e noi a regalare prompt spesso evitabili. Ho il terrore che il mio capo sappia che senza IA sono solo un inetto, perciò continuo. Delegare il processo mentale e la ricerca faticosa al di fuori di sé atrofizza il cervello e la fantasia. E non lo dico, io lo dice la scienza, e forse è per questo che ho disinstallato Instagram sul mio telefono, per sentirmi meno in colpa, o forse perché lo spettro della guerra era troppo pesante per la mia psiche, troppo pesante per continuare la mia vita un po' distrattamente facendo finta che andasse tutto bene.

E senza IG posso fingere meglio. O forse l'ho disinstallato per la pubblicità, e perché Zuckerberg è uno di quei techbro di cui sopra. Non mi ricordo più. Vorrei scappare da questo loop di catene digitali, di big corps che vendono info alle intelligence sioniste per ammazzare gazawi in maniera più vicina all'ottima. Il capitalismo dei corpi: colpi di spugna a cancellare popoli, non potranno vendicarsi se son tutti morti. Ma rimangono spettri dentro resort per miliardari che si lamentano della cancel culture.

Tisana di miele e propoli: allevare api per rubare loro il miele e sostituirlo con acqua e zucchero, poi spacciarsi per paladini della biodiversità. Poco importa che le specie di api da miele si contano sulle dita di una mano, le altre 20mila non si contano perché non contano, perché sul mero polline non sappiamo ancora monetizzare. Che si estinguano grazie, più fiori per le nostre api.

Ma nel mondo c'è ancora del bello, c'è ancora del buono per parafrasare Samvise sull'orlo del vulcano. A me ogni tanto sembra possa bastare l'acqua fresca, ma poi ci ripenso e grido no, voglio l'acqua fresca per tutt, e miele per le api as it was meant to be. E se questo vuol dire rivoluzione, che rivoluzione sia, penso sorridendo sotto i baffi (non in senso figurato, un'altra novità di quest'ultimo anno è che me li sono fatti crescere e ora assomiglio ancora di piu a mio padre alla mia età).

Ma il bus sta quasi per arrivare a lavoro e la giornata credo andrà come tutte le altre: l'unica rivoluzione è quella terrestre (non in senso figurato nel senso di terra che si ribella ahimè, ma nel senso che gira intorno al sole). E se ci sarà evoluzione non credo sarà mia, o forse è solo così lenta da non potermene accorgere.

Il problema di questa routine è che ti dà abbastanza per sopravvivere ma che prende troppo per vivere come vorrei davvero. Il guaio delle nostre prigioni è che hanno l'acqua calda. Ma la temperatura sta crescendo lenta, rana bollita, brodo di umana.

A volte ho la sensazione di aver sacrificato tutto quello in cui credevo per queste catene fatte di meeting e giorni tutti uguali. All'inizio mi dicevo che era un compromesso, che era un'esperienza, che sarei tornato poi dove non so ma insomma che non sarei rimasto. Poi un giorno avevo l'emicrania e ho preso un moment di troppo e ora non ho più un momento per me. Queste parole le sto scrivendo di nascosto in ufficio, che comunque non ho voglia di lavorare, che comunque tra poco è Pasqua e subito dopo Natale, e se credi che ci sia una morale temo tu abbia capito male.

1 aprile 2026, Zurigo

 
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from YAWN

che insomma. Ieri sono andato in trasferta per lavoro a Bologna. In treno, che è un ottimo mezzo per muoversi, in teoria, a parte la sveglia alle 5 per partire alle 6 e comunque provare il rischio di perdere la coincidenza a Piacenza (ma è andata bene) Ho trovato una situazione così delirante che quasi nemmeno a Milano in settimana della moda. Pioveva di brutto. E' anche iniziata, lo stesso giorno, una fiera. Ci sono i lavori per la tramvia (dopo 65 anni ci stanno ripensando, mi dirà il taxista). Traffico: praticamente bloccato. Esco dalla stazione totalmente spaesato alla Totò e Peppino a Milano. Davanti a me: un biscione di gente, lunghissimo. TUTTI IN ATTESA DI UN TAXI. Aspetterò, assieme a due colleghi, quasi DUE ORE, con 5 gradi di temperatura. Quasi non mi sentivo più i piedi, e arrivavo anche da una giornatina di stomaco a pezzi, quindi intuirete la mia felicità nel vivere quel momento. Il taxista ci dice: coi lavori han tolto le preferenziali, con quelle ci avremmo messo nemmeno 10 minuti ad arrivare. E invece ce ne abbiamo messi 25. Risultato siamo arrivati 2 ore dopo il previsto, e di conseguenza abbiamo finito di lavorare talmente tardi che grazie al cielo alcuni colleghi venuti in auto avevano un posto libero e mi hanno riportato a Piacenza, perchè coi treni da Bologna sarei rimasto bloccato in mezzo a mille casini; sono comunque rientrato alle 21.30, ma almeno su un treno con un po' di gente a bordo (che sarò uomo, e prossimo a diventare 41enne... ma con la gente che gira e le notizie che si sentono io mi cago uguale).

Vediamo il lato positivo? Ho finalmente conosciuto alcune persone che per quasi due anni ho sentito solo “telefonicamente”. E il collaudo è andato bene. E per rendere tutto più godevole, il pranzo è stato piacevole (decisamente carnivoro, ma non c'erano altre possibilità, in quel locale).

Se mi dovesse ricapitare, vado in auto.

S.

 
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from Storieparole

Due draghetti sparabolle, alla ricerca del tempo perduto

Il mese di marzo ha come tema, per la #SagraIndieWeb, i videogiochi e per me è impossibile pensare a un videogioco senza che alla mia mente tornino due draghetti sparabolle. Era una (per me troppo) calda estate di tanti, ma tanti anni fa e mi trovavo (contro la mia volontà) ancora una volta in vacanza al mare, insieme ai miei genitori e alla mia sorellina. Avrebbe potuto essere un rovente mese d’agosto come quelli che lo avevano preceduto, non molti in realtà perché ero piccola, ma abbastanza da farmi detestare il caldo, le spiagge affollate, rumorose e piene di sabbia che si appiccica ovunque, e invece quei due draghetti mi salvarono le vacanze. La sala giochi era fresca, i raggi del sole non riuscivano a illuminarla completamente e offriva una gradevolissima penombra, le musiche dei vari giochi sovrastavano il vociare delle persone… Per me, che avevo già finito tutti i compiti delle vacanze e non mi ero portata abbastanza libri da leggere, quello diventò il rifugio sicuro dove poter stare in santa pace, senza essere costretta a far amicizia con altri bambini sulla battigia. Purtroppo, come detto, ero piccola e non potevo svignarmela mollando mamma, papà e sorella in spiaggia ogni volta che volevo: Bub e Bob diventarono così i miei compagni del dopo pranzo – quando il sole era troppo alto e ustionante per poter stare al mare – e del dopo cena, a patto che portassi con me e tenessi d’occhio la mia sorellina. Non so quanti gettoni abbia lasciato dentro quella macchinetta, a posteriori penso tanti che avrei potuto diventare azionista della Taito, ma a quel tempo non mi importava: tutto quello che sapevo era che riuscivo a superare livello dopo livello, che in quella sala giochi ci stavo decisamente meglio che in spiaggia, ma soprattutto che lì non avevo bisogno di fingere. Davanti a quello schermo, mentre aiutavo i draghetti, potevo essere me, la ragazzina timida e mingherlina, con problemi d'asma e tutto il corollario di sfighe che la vostra immaginazione riesce a concepire. Bubble Bobble, momento di gioco

In quel fantastico mondo fatto di piani da scalare, balene da evitare, fruttini da mangiare e bolle da sparare, la logica aveva il suo spazio, a ogni azione corrispondeva una precisa e abbastanza prevedibile reazione, non come con gli altri bambini, sempre così complicati da interpretare e dalle reazioni imprevedibili! Giocare era così rilassante! Poi le vacanze finirono, la striscia blu luccicante del mare in lontananza venne sostituita da interminabili nastri di asfalto mentre l'automobile tornava verso la Lombardia. Sapevo che a casa non avrei ritrovato i draghetti, ma non avrei neppure avuto sabbia addosso e mi ero finalmente liberata dal dovere di fare amicizia in spiaggia; a scuola avrei ritrovato gli stessi compagni di sempre, quelli coi quali parlavo solo se mi rivolgevano loro la parola per primi, perché sarebbe stato scortese non rispondere, ma che più o meno avevo imparato a conoscere. Almeno quel tanto che bastava perché li evitassi il più possibile. E poi avrei rivisto i nonni! E avrei ritrovato tutti i miei libri! E tra poco sarebbe ricominciata la scuola, con così tante cose interessanti da imparare! I draghetti non mi sarebbero mancati, no, no. Parlai di loro solo una volta al di fuori della mia cerchia famigliare, nel tema che l'insegnante ci aveva assegnato perché descrivessimo le nostre vacanze estive appena concluse: come accadeva abbastanza spesso, il mio componimento ottenne il voto migliore – essere appassionati della propria lingua e studiarne i meccanismi paga – e dovetti leggerlo ad alta voce stando in piedi accanto alla cattedra – l'insegnante, evidentemente, lo considerava un premio, mentre per me era stato un supplizio, almeno finché non ci feci l'abitudine – ma, una volta tanto, notai che i miei compagni prestavano attenzione a ciò che leggevo. Nessuno lanciava palline di carta intrise di saliva usando le penne come cerbottane, né ridacchiava, né tirava le trecce a Rossana o passava bigliettini con cuori disegnati a Silvia. Una calma quasi surreale. Il sole entrava dai larghi finestroni, disegnando arabeschi sui banchi e sul pavimento mentre giocava a nascondino con le foglie degli alberi del giardino e, alzando per un istante gli occhi dal quaderno, approfittando di un segno d'interpunzione nello scritto, mi accorsi che tutti gli occhi dei miei compagni di classe erano puntati fissi su di me. Deglutii, ricacciando giù il nervosismo, e continuai a leggere fino a quando arrivai alla fine. Poi l'insegnante mi disse che potevo andare e io tornai al mio posto. La lezione riprese. Da quel giorno, però, le cose non furono più le stesse. Da quel giorno non fui più soltanto la secchiona. Da quel giorno i miei compagni iniziarono a chiamarmi anche nerd.

[A dispetto del titolo, non intendo sottoporvi al supplizio che Proust inflisse ai suoi lettori e non pubblicherò sette tomi descrivendo con dovizia di particolari il mio rapporto coi videogiochi: il mio contributo alla #SagraIndieWeb per questo mese termina qui]

Bubble Bobble Taito

 
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from Storieparole

(1)

Nel corso della Storia, molti sono stati gli esseri umani che si sono ribellati al potere dominante: rivoluzionari, carbonari, briganti, partigiani, tanto per citarne alcuni tra i più recenti. Nessun gruppo ribelle, però, ha riscosso tanto e duraturo successo quanto i pirati. Tanto quelli che infestarono i mari dei Caraibi, quanto quelli che solcarono le onde dei mari orientali, i pirati hanno saputo solleticare la fantasia e suscitare la simpatia di milioni di persone a ogni latitudine e per secoli, tanto che questa che era partita come l’idea di “scrivere qualcosina sui pirati” si è ben presto trasformata in una mini-serie, di cui ora vi accingete a leggere la prima parte [sempre che vi interessi l’argomento, e che desideriate che pubblichi anche le parti successive]. Prima di avventurarci nella marea di ipotesi che potrebbero giustificare tanto affetto, però, vediamo un po’ di fare conoscenza con questi affascinanti briganti dei marosi. Sia che si tratti di pirati caraibici, sia che si tratti di pirati dei mari orientali, una caratteristica comune c’era: il desiderio di far soldi a scapito dei commerci regolari. La pirateria, infatti, si sviluppò sempre lungo le tratte commerciali e la motivazione è facilmente intuibile: tante imbarcazioni mercantili significavano maggior possibilità di bottino; quindi, sebbene i pirati siano antichi quanto i commerci marittimi, è solo quando le potenze europee iniziarono a espandere le proprie rotte commerciali spingendosi fino alle Indie e alle Americhe che si iniziò a parlare globalmente di pirateria.

Sandokaaaaan, Sandokaaaaan! Il temibile pirata della Malesia, reso celeberrimo dal genio narrativo di Salgari e dalle successive trasposizioni cinematografiche, potrebbe non essere solo frutto di fantasia: le cronache riportano incursioni piratesche nello Stretto di Malacca già dal XIV secolo, quando imbarcazioni degli Orang Laut solcavano i mari che separano l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese. Gli Orang Laut sono il Popolo del Mare in lingua malese, appartenenti a diversi gruppi etnici del Sud-Est asiatico accomunati dal fatto di essere nomadi che vivono in barca; sebbene oggi queste popolazioni si siano in larga misura assimilate alla cultura malese, divenendo sedentarie, conservano le loro tradizioni legate alla marineria e in passato svolsero un ruolo preminente anche nelle lotte per il potere politico. Proprio nel XIV secolo furono le bande pirata di Orang Laut a consentire, con la loro lealtà al principe Parameswara, di resistere e contrastare le pressioni dei regnanti vicini, mantenendo così il proprio potere. Nulla di troppo diverso di quanto avvenne molto più vicino a noi, dove regnanti di vari stati europei graziarono o persino nobilitarono pirati che mutarono pelle, per così dire, divenendo corsari (emblematico e notissimo il caso di Francis Drake, nominato Sir dalla Regina d’Inghilterra, che da solo meriterebbe la stesura di un intero trattato). È proprio a partire dal XVIII secolo, con l’aumento dell’interesse europeo per le spezie dell’Estremo Oriente e la conseguente pressione delle potenze coloniali su quelle lontane terre, che la pirateria inizia la sua ascesa e, proprio come raccontano nei romanzi di Salgari, mentre da un lato i pirati erano spinti dalla povertà sulla terraferma e dal desiderio di cospicui guadagni in mare, dall’altro c’era anche un desiderio di opporsi all’invasione straniera. Cosa che in effetti facevano con grande efficacia l’eroe letterario Sandokan e i suoi Tigrotti della Malesia. Tra il 1813 e il 1823 la pirateria fu combattuta, anche con discreta efficacia, dal sultano del Brunei Kanzul Alam e dal capitano britannico Robert C. Graham. La vera svolta, però, si ebbe nel 1830, quando le potenze coloniali britannica e olandese presenti nella regione si allearono contro i pirati, e tracciarono lungo lo Stretto di Malacca una linea di demarcazione anglo-olandese impegnandosi a combattere la pirateria ciascuno sul proprio versante, e al contempo perseguendo la cara, vecchia e purtroppo ancora oggi validissima tradizione del Divide et impera: una motivazione in più per fomentare nuove guerre, a scapito dei popoli dominati, e a totale ed esclusivo vantaggio delle potenze coloniali europee. L’antica linea di demarcazione, ben lungi dall’essere dimenticata o dal cadere in disuso, segna ancora oggi, a quasi due secoli di distanza, il confine marittimo tra Malaysia e Indonesia nello Stretto di Malacca.

Ma Sandokan è esistito oppure no? Be’, di certo è esistito il suo acerrimo nemico, il britannico James Brook: conosciuto anche con il soprannome di Rajah bianco, questi fu un avventuriero e politico britannico, nonché Rajah di Sarawak e Governatore di Labuan attorno alla metà del Milleottocento. Altrettanto certamente è esistito chi non ha accettato di buon grado la dominazione straniera a casa propria, come testimoniano ancora oggi i tanti relitti disseminati sul fondo dello Stretto di Malacca, muti testimoni di un passato costellato da feroci battaglie navali tra pirati più o meno organizzati ed equipaggi europei. Ma sulla figura storica di Sandokan è difficile mettere un punto fermo. Tuttavia la studiosa tedesca Bianca Maria Gerlich ha viaggiato più volte nel Borneo alla ricerca delle radici storiche di questo pirata leggendario, che ritiene di aver rintracciato in un giovane originario proprio del Borneo, commerciante di nidi di rondine fino a quando strinse amicizia con il principe Syarif Osman, deposto dal trono e divenuto pirata per difendere il proprio popolo dai colonizzatori inglesi: da questa amicizia e dal comune desiderio di libertà avrebbero avuto origine le imprese piratesche che si propagarono poi nei racconti prima e nelle leggende in seguito, fino a giungere alla penna di Emilio Salgari che le amplificò e rese immortali. Sandokan e la tigre

La Vedova Ching Spostandoci nel Mar della Cina e tornando a ritroso nel tempo di qualche decennio, possiamo incontrare una delle figure più note e al tempo stesso insolite della pirateria: Shi Yang nacque nel 1775 nella provincia di Guangdong e di lei poco o nulla si sa a parte il fatto che fece la prostituta in un piccolo bordello fino a quando venne catturata e chiesta in moglie dal pirata Cheng Yi, già comandante di sei flotte pirata e discendente di una famiglia dedita alla pirateria sin dal diciassettesimo secolo. La giovane donna, all’epoca venticinquenne, accettò il matrimonio, a patto che il marito le cedesse metà dei suoi averi e una delle sue flotte. Dando prova tanto di capacità militari quanto diplomatiche, Ching Shi partecipò attivamente alle scorribande del marito e, al contempo, lo convinse a utilizzare la propria forza militare per stringere alleanze con altri pirati, fino a riunire le più imponenti flotte cantonesi sotto una sola bandiera: la Red Flag Fleet che divenne l’incubo delle marine dell’Impero Britannico, dell’Impero Portoghese e della Dinastia Qing. Alla morte del marito, avvenuta in Vietnam nel 1807, La Vedova Ching ne prese il posto, rafforzando alleanze e arrivando a governare la più grande flotta della storia: oltre 300 giunche, sulle quali erano imbarcati tra i 20 e i 40 mila pirati, tra uomini, donne e persino bambini. Il solo modo per poter tenere unita e coesa una simile, vasta popolazione era quello di dotarsi di un codice di comportamento e Ching Shi lo fece: chiunque avesse osato contravvenire ai suoi ordini, o emetterne di propri, sarebbe stato decapitato sul posto; la stessa sorte sarebbe toccata a chi non avesse obbedito agli ordini di un superiore. Era vietato rubare dal fondo pubblico e anche i cittadini che rifornivano o aiutavano i pirati erano intoccabili, così come i loro beni. Il frutto delle razzie veniva puntualmente registrato, dopo essere stato consegnato al commissario di bordo, e veniva in seguito consegnato al capitano il quale provvedeva poi a trattenere la propria parte e a dividere il resto equamente tra la ciurma, avendo cura di conservarne l’ottanta per cento per la cassa comune, cui si faceva ricorso per acquistare tutto il necessario per la sopravvivenza quando gli assalti non andavano a buon fine. La cupidigia veniva contrastata con efficacia: chi fosse stato sorpreso a nascondere per sé parte del bottino sarebbe stato duramente frustato, la prima volta, e se recidivo condannato a morte. I pirati erano soliti anche rapire donne, proprio come era stata rapita la stessa Ching Shi a suo tempo e, forse memore del proprio passato, la Vedova Ching pose chiare regole anche in tal senso: le prigioniere non potevano venir stuprate, pena la morte, e dovevano essere liberate, dietro pagamento di un riscatto, a meno che i pirati non volessero tenerle per sé come mogli o concubine, ma in tal caso avrebbero dovuto trattarle con rispetto ed essere loro fedeli. Come finì la storia della Vedova Ching? Bene, perdiana! Dopo aver spadroneggiato per qualche anno razziando villaggi, cittadine e mercati da Canton a Macao, vanificando i tentativi di cattura messi in atto dalla marina della dinastia Qing e persino da quella britannica, la Red Flag Fleet subì considerevoli perdite solo dopo la lunga Battaglia della Bocca della Tigre, contro i portoghesi. A quel punto Shi Yang fece ciò per cui era divenuta tanto celebre: mercanteggiò. Ottenne l’amnistia dal governo Qing, che permise anche di tenere il bottino a tutti i pirati che si fossero arresi e avessero promesso solennemente di condurre, da quel momento, una vita lontana da razzie e brigantaggi: degli oltre 17.300 pirati che facevano parte della Red Flag Fleet, soltanto 126 furono messi a morte e poco più di 200 banditi o esiliati.

E Ching Shih? Ufficialmente concluse la propria esistenza a Macao, dove andò a vivere con la sua famiglia dopo aver ottenuto a sua volta l’amnistia e aprì, gestendola in prima persona, una sala da gioco. Continuò anche le sue imprese per mare, questa volta in modo legale, grazie a una flotta di circa 120 navi impiegate per il commercio del sale. Ma c’è chi giura che, sotto sotto, dietro il velo di irreprensibile rispettabilità, il suo animo pirata non avesse trovato pace e che la Vedova Ching continuò di nascosto a intrallazzare oltre la legalità fino alla fine dei suoi giorni.

Ching Shih

 
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from Geografia - tra antico e moderno

Dal titolo si può pensare che anche questo post riguardi la cartografia, in parte è vero ma i concetti che troverete li ho incontrati per la prima volta grazie alla geomatica. Se avete visto il post precedente vi ricorderete (forse) di aver letto che non è possibile la realizzazione di una carta che risulti fedele al 100% con la realtà. Ecco, con questo articolo vi mostrerò il perché, in maniera spero non troppo tecnica. (Queste considerazioni si applicano ovviamente a quella tipologia di carte che hanno come scopo la rappresentazione geometricamente accurata del territorio).

La forma della Terra

La Terra è tonda. Più precisamente, la sua superficie di riferimento è chiamata “Geoide”, termine con il quale si identifica la superficie equipotenziale del campo gravitazionale (in parole semplici e comprensibili, il Geoide corrisponde alla superficie che assumerebbe la Terra se fosse ricoperta d'acqua, poiché questa si distribuirebbe in modo differente a seconda della forza di gravità, che non è omogenea su tutta la superficie terrestre). Ora, il Geoide non è purtroppo descrivibile in termini matematici, per lo meno con le conoscenze attuali, dunque chi studia la superficie terrestre è costretto a prendere come riferimento un Ellissoide, introducendo quindi una prima approssimazione rispetto alla superficie reale. Questo ellissoide è detto “di rotazione” perché si materializza facendo ruotare un'ellisse lungo un asse (detto Z) in un sistema tridimensionale. Eseguendo questa operazione con un ellisse avente il centro all'origine degli assi si ottiene una figura solida, il cosiddetto “Ellissoide di rotazione”. ellissoide vs geoide

La modellizzazione della Terra si basa dunque su questa figura geometrica solida, realizzata con il seguente sistema di assi: – L'origine degli assi coincidente al centro di massa della Terra – L'asse Z che coincide con l'asse di rotazione terrestre – L'asse X coincidente con il Meridiano di Greenwich – L'asse Y risultante in conseguenza dei due precedenti

Le dimensioni dell'ellissoide di rotazione, inoltre, sono state modificate nel tempo. I due semiassi che lo definiscono (equatoriale – lungo gli assi Y e X; polare – lungo l'asse Z) dovrebbero coincidere con il “raggio terrestre”, ma tali valori sono stati affinati nel corso dei secoli grazie al progresso tecnico che ci ha permesso di ricavarne una stima sempre migliore. Si può inoltre aggiungere che, in base alla porzione di superficie da rappresentare, sono stati elaborati anche i “Datum” (particolari orientamenti degli ellissoidi, o “ellissoidi locali”), che consentono di adattare meglio il modello “globale” alla situazione “locale”, in base all'oscillazione del Geoide in quell'area. datum

Ma non complichiamoci troppo la vita, già da queste premesse potete intuire come la trasposizione su una superficie piana (la carta) di una porzione di superficie terrestre sia basata su modelli approssimativi per definizione, che non sono in grado di rappresentare fedelmente la realtà. Bene, ora facciamo il passo successivo.

La proiezione sul piano

Essendo la carta una rappresentazione sul piano di un oggetto tridimensionale (la Terra o una sua porzione) è necessario comprendere le implicazioni spaziali di questa proiezione, le quali sono in realtà molto intuitive. Immaginate di avere un'arancia e di sbucciarla (creando delle forme a “spicchi” l'esempio è forse più comprensibile, ma qualunque forma prendano i vostri pezzi di buccia il risultato sarà identico). Potrete notare che queste porzioni di buccia non sono “piatte”, ma curve rispetto alla superficie di un ipotetico tavolino. Per tentare di appiattirle dovete schiacciarle, creparle, o romperle in pezzetti più piccoli, senza comunque poter ottenere una superficie piana. Lo stesso concetto si può applicare alla proiezione della superficie terrestre su una carta. Non è possibile riportare una superficie tridimensionale su un piano in due dimensioni senza produrre delle deformazioni. Queste possono essere divise in tre tipologie: – Lineari (riguardanti le distanze) – Areali – Angolari

In base alla caratteristica che NON viene deformata, si possono suddividere le carte in: – Isogoniche o Conformi = angoli non deformati – Equivalenti = aree non deformate – Equidistanti = distanze non deformate – Afilattiche = sono il risultato di un “compromesso” tra tutte le deformazioni

Parlando invece del tipo di proiezione, nella seguente immagine ne sono illustrati tre tipi (la cilindrica rappresentata è detta “diretta”, mentre quando il cilindro è ruotato “orizzontalmente” prende il nome di “trasversa”). tipi di proiezioni Le superfici possono essere tangenti (es. la cilindrica) o secanti (es. la conica), e i punti/linee di tangenza tra Terra – foglio sono gli unici in cui le deformazioni risultano nulle, mentre man mano che ci si allontana da questi punti aumentano di entità. Nella scelta del tipo di proiezione si tiene conto del soggetto da rappresentare. Tra queste, ad esempio, la proiezione migliore per l'Italia è la Cilindrica trasversa, poiché il nostro Paese si estende da Nord a Sud, mentre per la Francia una buona soluzione è quella Conica.

Un'ulteriore distinzione si può fare basandosi sulla posizione del punto di proiezione rispetto all'ellissoide di rotazione (nell'ortografica è posto all'infinito), che ovviamente porta a implicazioni differenti in termini di deformazioni. punti di proiezione

Conclusioni

Spero di aver esposto tutte queste considerazioni in maniera comprensibile, se avete trovato questi argomenti troppo noiosi (ed incredibilmente siete arrivati a leggere -forse solo- la fine) non preoccupatevi... Per esperienza ho notato che sono poche le persone che si interessano di tali temi.

In definitiva, comunque, spero di aver reso l'idea della complessità che sta dietro alla realizzazione di una carta geografica che abbia come scopo la rappresentazione il più metricamente corretta possibile della superficie terrestre. In breve, ecco riassunti i punti essenziali: – La base di partenza non è la reale superficie terrestre ma un modello che la approssima – Le dimensioni di tale modello sono state variate nel tempo – La proiezione sul piano genera necessariamente delle deformazioni – Le deformazioni variano anche in base al tipo di proiezione scelta

P.S. Ci sarebbero ulteriori considerazioni da fare, ma non voglio caricare eccessivamente un post già complesso... In futuro potrei farne un secondo su questo tema, magari riguardante nello specifico la “scala” di una carta

 
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from Rob's cabinet of mboh?

O quella volta che un cretino di Crescenzago, un ranocchio di vetro, una ragazza senza grazie, un Grande Antico riluttante e una tigre di pezza shakespeariana provarono a cambiare per sempre la storia del progressive.

The Happiest Days of our Lives

Tornate indietro con la mente di qualche anno. È il 1965, e se la Storia con la esse maiuscola lo ricorderà per la morte di Malcolm X e la marcia di Selma, per noi è anche l'anno in cui nel Regno Unito quattro ragazze e una persona non binaria decidono che è giunto il momento di fondare un gruppo ed entrare tra le leggende della musica: sono Ginger Ale (al secolo 'Nessa Ellis), Jay Hollybridge, Lamia Witherspoon, Margaret Mondegreen e Veronica “Ronnie” Law, meglio note come The Revolution Frequency of the Interstellar Mouse.

[...]

La loro per certi versi è una storia come tante: l'arrivo a Londra, le difficoltà nel sbarcare il lunario, le complicate vite personali da gestire e la musica come elemento salvifico e unificatore. Lamia e Ronnie, una da Sheffield e l'altra da Newcastle, hanno avuto in comune un'infanzia povera e difficile, che le ha portate a passare più di qualche notte nelle celle delle stazioni di polizia delle rispettive città. Ma del resto, con la sola eccezione di Margaret, nata in un'agiata famiglia borghese, nel gruppo chi non ha avuto qualche piccolo trascorso con la legge? Anche se le loro storie non sono arrivate tra le pagine di cronaca, cercando molto bene nei casellari giudiziari del Regno è possibile trovare anche i nominativi di Ginger e Jay – anche se trovare quest'ultimo nome è stata un'impresa molto difficile, ci troviamo evidentemente di fronte a una persona molto elusiva che tiene molto alla sua privacy.

[...]

Questa band aveva tanto potenziale quante idee rivoluzionarie, perfino per quell'epoca psichedelica e sperimentale che sono stati gli anni '60. Ma la storia prende direzioni misteriose e, per qualche motivo, tutto quello che ci rimane della loro esistenza è The Second Coming of the Interstellar Mouse, album di esordio che fu un discreto successo in UK a cavallo tra il 1967 e il 1968, e un secondo album, indipendente e totalmente anti-commerciale, pubblicato in quasi clandestinità molti anni dopo solo per uno zoccolo duro di aficionados e quasi del tutto introvabile già fin dalla sua uscita. (Chi vi scrive è riuscito miracolosamente a recuperarne una copia per puro caso in un piccolo negozio di dischi di Minneapolis)

Cos'è successo quindi al Topo Interstellare e alle sue discepole?

Estratto da “Life, Time and Frequency of the Interstellar Mouse. Whatever Happened to the Revolution?”

Sasso, Carta e Rock & Roll

La storia della musica è piena di vicende del genere, ma Ginger, Jay, Lamia, Margaret e Ronnie non esistono. O meglio, per un brevissimo lasso di tempo l'hanno fatto, in quello che è stato lo spazio immaginato condiviso di cinque persone che si sono ritrovate a giocare online a un piccolo gioco di ruolo chiamato Scissors Paper Rock'n'Roll.

Copertina raffigurante un muro di mattoni bianchi dalle cui aperture sbucano un orso polare, un occhio e un arcobaleno

La copertina omaggio tutt'altro che velato ai Pin Floi

Come facilmente intuibile dal preambolo, nel gioco esploreremo le vite e i tentativi di un gruppo di persone di creare un gruppo musicale Rock Progressive nel Regno Unito degli anni tra il 1965 e il 1971 – quantomeno nella sua impostazione di default, perché il gioco è aperto a ogni epoca e genere musicale. Riusciremo a portare la nostra band alla fama internazionale? E se sì, le relazioni tra noi membri del gruppo come si evolveranno? Cercheremo gloria personale seguendo dei progetti individuali o faremo di tutto per tenere coeso il gruppo? Lo scopriremo solo giocando, e il percorso che i nostri personaggi prenderanno potrebbe sorprendere in primis noi stessɜ.

Come Funziona?

Il gioco di per sé è abbastanza semplice e, visto che stiamo parlando di un GdR che mi piace, totalmente avulso alle dinamiche tipiche di un D&D. Non c'è un Master e non ci sono tiri di dado a determinare gli esiti di eventuali conflitti narrativi ma tutto è gestito in maniera assolutamente freeform, con le mosse della morra cinese a determinare il tipo di scene che verranno rappresentate e quindi cosa succederà nella fiction.

Come funziona quindi? Partiamo dalle basi, stabilendo luogo, genere e periodo storico della giocata, per poi passare ai personaggi: per prima cosa scegliamo quale strumento vogliamo suonare, dopo di che, prima di definirli nel dettaglio, a turno diciamo una caratteristica che è comune a tutti tranne a uno, in modo da creare un cast sia unito che variegato.

Il nome del gruppo lo decideremo con un metodo di scrittura collettiva che ritornerà nel momento in cui dovremo scrivere le canzoni: ogni persona al tavolo scriverà una parola su una striscia di carta; dopo averle mischiate e rivelate una dopo l’altra, tuttɜ assieme sceglieremo le due parole che ci sembrano migliori per battezzare la band.

Nel corso di sette turni, uno per anno di vita della band, sceglieremo cosa faranno i nostri personaggi mostrando dopo una conta i segni della morra cinese: ✊ Sasso vuol dire che cercheremo di aumentare la sintonia del gruppo; ✌️ Forbici vuol dire che ci dedicheremo a progetti individuali, mentre ✋ Carta vuol dire che proveremo a dare sfogo alla creatività e, se tutto va bene, comporre un singolo.

Qualunque sia stata la nostra scelta per l’anno, dobbiamo rappresentarla in fiction impostando una scena. Può essere breve, limitandoci a dire cosa fa il nostro personaggio, o più strutturata, dandole un taglio più cinematografico coinvolgendo le altre persone al tavolo a interpretare i rispettivi PG o altri comprimari presenti in scena. In ogni caso, alla fine di ogni scena ognunə dirà come il suo PG reagisce a quanto appena accaduto.

Ovviamente per ottenere la fama la nostra band ha bisogno di comporre dei pezzi e per farlo occorre che almeno la metà delle persone al tavolo in un turno abbia scelto Carta. Se la condizione si verifica, esattamente come per il nome del gruppo, scriviamo tuttɜ una breve frase su una striscia di carta e, dopo averle rivelate una a una, decidiamo in che ordine disporle per creare la strofa di una canzone.

A conclusione di ogni turno faremo tutti assieme una scena post-concerto che tirerà un po’ le somme degli avvenimenti di quell’anno e ci trascinerà al successivo.

Tralasciando qualche altra regola più nel dettaglio, il gioco è davvero tutto qui; del resto nella sua prima iterazione stava tutto dentro una cartolina di uno dei Calendari dell’Avvento Ludico di GDR Unplugged e Dreamlord Games.

The Revolution Frequency of the Interstellar Mouse

E quindi com'è stata la nostra avventura di #GenteCheFediGioca nei meandri del Prog-Rock virtuale?

Intanto confesso che abbiamo cominciato benissimo, “trasgredendo” subito il regolamento. Tra le parole emerse c'erano almeno due coppie che combinate assieme formavano un perfetto nome surreale per la nostra band: la frequenza (radio) della rivoluzione che giustapposta al topo interstellare diventa anche la frequenza di rivoluzione di un oggetto nello spazio... era un doppio senso troppo bello per limitarci a solo due elementi.

La fase di creazione dei personaggi l'ho trovata molto stimolante nella sua semplicità. Il fatto che ciascunə di noi dovesse stabilire una caratteristica comune a tutti i componenti del gruppo per poi indicare unə altrə giocatore come eccezione, da un lato mette dei paletti che delimitano il campo di gioco ma dall'altro ci dà una tavolozza di colori con cui cominciare a dipingere la tela. Ed è qualcosa che emerge intervento dopo intervento, perché solo quando hanno contribuito tuttɜ avremo il quadro completo.

Per intenderci, iniziamo con ragazza senza grazie che stabilisce che siamo tuttɜ ventenni tranne il personaggio di Idiran. Cretinodicrescenzago aggiunge che siamo tuttɜ donne tranne il personaggio di GlassFrog, che deciderà che il suo PG è non-binario. A questo punto Idiran dirà che veniamo tuttɜ dal nord dell'Inghilterra tranne il personaggio di ragazza senza grazie, mentre GlassFrog introdurrà il fatto che vestono tuttɜ eleganti tranne il mio personaggio. Infine rimango io, che butto giù il fatto che abbiamo tuttɜ dei piccoli precedenti penali tranne il personaggio di cretinodicrescenzago.

Notate come ogni singola iterazione altrui ci mette di fronte a un fatto compiuto e abbiamo il controllo solo nel definire cosa non siamo? Personalmente trovo molto stimolante che l'idea del tuo PG puoi fartela solo dopo l'interazione con lɜ altrɜ, scoprendo pennellata dopo pennellata che materiale avrai a disposizione.

Illustrazione di una ragazza dai capelli ricci rossi e gli occhi verdi, che si gira sorniona verso chi guarda. Indossa una giacca lisa a quadri e un flat cap con un motivo tartan blu e verde

(E a proposito di pennellate... ecco Veronica “Ronnie” Law, tradotta in immagine per grazia di @sugarcoatedhorror)

A livello di fiction, la libertà nello scegliere cosa fare creando le scene fa scaturire situazioni interessanti e il fatto che dopo una scena impostata da un altrə dobbiamo comunque dire come il nostro PG reagisce alla sua scelta ci permette comunque di mantenere un certo controllo sulla narrazione, anche quando non siamo noi a essere sotto i riflettori.

Per dire, quando ho scelto di dedicarmi ai “progetti personali” con Forbici, ho potuto benissimo dire che quell'anno non ho contribuito alla band non perché seguissi un progetto solista ma perché Ronnie era finita in prigione, e aveva comunque perfettamente senso che questo avesse fatto crescere il livello di Fama Individuale (uno degli unici tre valori numerici del gioco) del mio PG.

Ho amato anche come abbiamo trasformato in maniera diegetica il fatto che al momento di scrivere la prima canzone alcunɜ di noi avessero scritto le frasi in italiano e altrɜ direttamente in inglese, decidendo che Margaret era entrata in possesso delle opere di Nanni Balestrini e Tommaso Landolfi e aveva voluto mettere dentro ai testi delle frasi in italiano per omaggiarli.

In definitiva, Scissors Paper Rock'n'Roll è stata una bella scoperta, e giocarlo con lo stesso gruppo con cui avevo giocato precedentemente Damn the Man, Save the Music è stato particolarmente piacevole, tant'è che a una certa doveva scapparci la citazione-omaggio, con un personaggio di quella giocata che fa una breve comparsata con 46 anni in meno sul groppone 😅

Un foglio excel su google drive che cerca di riprodurre sia la scheda del personaggio del gioco che una sorta di tavolo su cui comporre le canzoni

La partita via internet

L'unica “pecca” – ma questo il manuale lo dice esplicitamente – è che, per quanto sia possibile giocarlo via internet, è sicuramente un gioco che dà un'esperienza migliore dal vivo; la morra cinese da fare online è un inferno di conte fuori-sincro e webcam da controllare per assicurarsi che la propria mano sia inquadrata bene, che si aggiunge ai problemi strutturali già presenti: il ritardo inevitabile nel processare gli input altrui, che aumenta se qualcunə usa delle cuffie bluetooth, col rischio di parlare sovrapponendosi per poi fermarsi di colpo, la mancanza di tutta la parte di comunicazione visuale e spaziale che di presenza è immediata e online no... insomma, quello che dal vivo ci avrebbe preso giusto una serata in tutta tranquillità, online ha richiesto due serate e ne avrebbe chiesto una terza se non avessimo deciso a malincuore di saltare l'ultimo anno per passare all'epilogo.

Per il resto, per come funziona il metodo di composizione delle canzoni che porterà inevitabilmente a risultati alquanto surreali, ci si chiedeva se il gioco avesse senso applicato a un genere che non fosse il Prog. Secondo me sì, ma probabilmente per ottenere un risultato più coerente occorre che tuttɜ al tavolo abbiano ben presente il genere di riferimento. O in effetti anche no, alla fine il vero cuore del gioco non sta tanto negli artefatti che produrremo come gruppo (bella anche l'idea di disegnare le copertine degli album) ma nelle storie collettive dei nostri personaggi, per cui alla fine che importa se il nostro gruppo Death Metal avrà una strofa che recita “Sole, cuore e amore” subito dopo un “Butta sangue e muori”? 🤟

Hashtag rilevanti: #RobsCabinetOfGDR, #GDRSegreto, #TTRPG, #GDR, #ScissorsPaperRockNRoll, #60s, #Music

 
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from highway-to-shell

Non ho mai fatto distrohopping. A parte gli inizi con Slackware ho sposato quasi subito RedHat e poi Fedora Core 1 fino all'attuale Fedora 43. Ho però provato tanti Desktop Environment e Window Manager, cominciando da Fluxbox sono passato a KDE per atterrare poi abbastanza stabilmente a Gnome. Dico abbastanza perché di Gnome non ho mai sopportato il posizionamento delle finestre e quando ho scoperto i tiling window manager ho prima tentato di replicarne il comportamento con le estensioni per poi decidere che no, il comportamento di un tiling nativo è tutt'altra cosa, anche perché su Gnome si sono nel frattempo sviluppate decine di estensioni per il tiling delle finestre ma finiscono quasi tutte per perdersi per strada, per pasticciare con i keybinds di default e per appesantire il sistema. Quindi prima i3 e poi Sway. No hyprland per via di una comunità che in molti definiscono “tossica”. Con i3 e Sway è cominciata l'ansia della customizzazione per cui passavo più tempo a fare file di configurazione e css per waybar che a lavorare. E' un disturbo grave quasi quanto il distrohopping perché va a finire che è il computer ad usare te e non viceversa. Inoltre c'è da dire che i tiling window manager risolvono si il problema di sapere dove apparirà esattamente la finestra che stai per aprire ma è anche vero che il classico layout 2x2 o altri layout con tante finestre affiancate finivano per essere molto poco frequenti per le mie necessità di lavoro: per il 90% del tempo ho bisogno di una finestra che è quasi full screen. Last but not least in Sway mi mancava tremendamente la possibilità di cambiare finestra con ALT-TAB...si ok...ci sono degli accrocchi per emulare il comportamento ma di nuovo uno sbatti assurdo per avere quello che dovrebbe essere una funzionalità base di un qualunque ambiente di lavoro.

Ed ecco la svolta: ho scoperto l'esistenza di Niri. Niri è uno scrollable-tiling window manager, quindi le finestre di uno specifico workspace vengono tutte affiancate una all'altra e con combinazioni di tasti puoi decidere a piacimento la larghezza delle colonne e anche decidere di impilare una finestra sotto un'altra per ottenere layout simili a quelli di un classico tiling window manager. Questo risolve diversi problemi, primo fra tutti il fatto che almeno nel mio caso la finistra su cui lavoro normalmente occupa più del 50% della larghezza del monitor. Sul sito ufficiale ci sono screenshot e video che probabilmente rendono molto meglio l'idea di quanto non possano fare le mie parole. Ovviamente ha l'ALT-TAB nativo (e molto bello) per cambiare finestra. Ma la seconda e rivoluzionaria svolta è stata la scoperta di Dank Linux, un progetto che punta a portare le comodità di un Desktop Environment su Niri (e altri window manager): ok, non è maturo come Gnome e non ha la stessa barca di funzionalità ma è MOLTO ma MOLTO più customizzabile e infinitamente più leggero. Sia Niri che Dank Linux guadagnano ogni giorno più popolarità e hanno cicli di sviluppo e release estremamente veloci e promettenti, insomma nuove funzionalità sono introdotte a ritmi frenetici.

Da diversi mesi se voglio cambiare tema è un semplice click nelle impostazioni, so come saranno disposte le finestre che apro, a livello estetico siamo ai vertici di unixporn, la batteria mi dura circa il doppio rispetto a Gnome e soprattutto... posso lavorare con il computer senza perdermi in file di configurazione :–)

Lascio i link: Niri Dank Linux

#linux #opensource

 
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from highway-to-shell

Leggo che il decreto Milleproroghe – in discussione alla Camera – vuole prolungare anche nel 2026 la possibilità di far lavorare i medici fino a 72 anni, anche richiamandoli dalla pensione.

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Leggo anche di un disegno di legge interessante: Secondo un documento visto da Reuters, il piano allo studio porterebbe Esercito, Marina e Aeronautica da circa 170.000 a 275.000 unità entro il 2044

Fonte

Insomma mancano i medici, sostituiamoli con i militari.

Giuro che la prossima volta che sento qualcuno lamentarsi della sanità, dei tempi di attesa per un esame medico, della congestione dei pronto soccorso...chiedo cortesemente cosa ha votato negli ultimi vent'anni e se ha votato a destra gli urlo in faccia tutto il mio disappunto, senza risparmiare parolacce, bestemmie ed insulti ai suoi avi e alla sua progenie culminando in “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Se invece ha votato a sinistra gli farò notare che la sinistra non ha mai fatto nulla per salvare la sanità dal percorso di privatizzazione, non si è mai opposta alla trasformazione degli ospedali in aziende (anzi) e che quindi in definitiva “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.

#sanità #italia #politica #malasanità #esercito #guerra

 
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