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from Racconti di una Capra

Tutti conosciamo il cardellino, vero? Non tanto per il suo splendido piumaggio, quanto più per il suo canto melodioso e armonioso che, non appena senti, ti riempie l’animo di vita e serenità. Ogni creatura possiede un’essenza diversa e quella del cardellino risiede nella sua voce, proprio come quella del pavone nella sua coda e quella del ragno nella sua tela: ecco cosa contraddistingue le specie le une dalle altre. Ma cosa accadrebbe se si nascesse privati di tale unicità? Questa sventura toccò a Senza Nota, un piccolo cardellino che non era in grado di cantare e che, a causa di questo, venne soprannominato in quel modo. I suoi genitori erano conosciuti per essere i migliori cantanti del mondo insieme a tre cuculi, cinque usignoli, un merlo, due pettirossi e un’aquila, e insieme si trovavano spesso per tenere dei concerti. Insomma, da due genitori del genere tutti si aspettavano una prole di grande talento, e così fu… almeno per quattro dei cinque figli. Tutti uscirono dal nido lanciando i tipici strilli dei pulcini appena nati, ma uno di loro emetteva versi alquanto insoliti e, a detta di chiunque l’avesse sentito, orribilmente striduli e stonati. I genitori ne rimasero molto sorpresi, ma erano buoni come il pane e trattarono tutti e cinque i piccoli in egual modo, senza mai screditare o far sentire inferiore il povero cardellino privo di talento; già, perché questo problema si rivelò costante anche nel corso del tempo, non ci fu nemmeno un briciolo di miglioramento nel canto dell’ormai soprannominato “Senza Nota” e purtroppo le voci si sparsero in fretta: non c’era un solo animale che non sapesse di lui, e se ne continuò a parlare anche mesi dopo la sua schiusa. «Ancora mi chiedo come facciano i genitori a continuare così» sentì dire da una giovane lepre un giorno, mentre faceva un volo nei pressi del suo albero «Tutti parlano di quel Senza Nota, ma loro si comportano come se lui fosse normale e la loro vita fosse quella di sempre. Negano la realtà, te lo dico io!» «Be’, non è neanche colpa loro, povere stelle, se lo sono ritrovato. E poi chi avrebbe potuto prevederlo?» gracidò un maschio di rana con un sospiro. «Certo, hai ragione… Per non parlare dei fratelli. Li ho visti, sai? Giocano con lui e passano molto tempo insieme, ma secondo me lo sopportano a fatica, semplicemente sono mossi da pietà. In fondo, chi non la proverebbe per quel poverello?» continuò la lepre mostrandosi dispiaciuta; poi scosse la testa prendendo un tono più altezzoso e velatamente sprezzante «Perlomeno quel piccoletto non si fa vedere molto in giro e soprattutto, evita di cantare. Ahimè! Le mie povere orecchie non ne potevano più di sentirlo esercitarsi! E poi, detto tra noi, è tutto tempo sprecato». Senza Nota tornò in fretta al nido, non volendo sentire altro; non c’era nessuno in quel momento, i suoi familiari erano certamente in giro Meglio così pensò lui, appollaiandosi nel nido e ruotando poi la testa sotto un’ala. Si sentiva infinitamente triste e demoralizzato. Era vero che non si mostrava molto, in effetti non si era mai allontanato per più di cinque metri dal suo albero; aveva paura di udire altri commenti taglienti sulla sua mancata unicità, e ogni volta che aveva provato a fare amicizia con qualcuno, negli occhi di quest’ultimo aveva visto solamente pena e sdegno. Mentre i brutti pensieri gli invadevano la mente, sentì improvvisamente un corpo caldo vicino al suo e un becco lisciargli le penne. «Mi dispiace mamma…» biascicò sollevando appena la testa. «Non hai alcun motivo per dispiacerti, piccolo mio» cinguettò lei con voce gentile. «Ma io sono il fallimento della famiglia!... Tu, papà e i miei fratelli non vi vergognate di me?» chiese tremante alzando lo sguardo sulla madre, la quale smise di pulirgli le penne «No, e non c’è stato un solo instante in cui non ti abbiamo amato. Ascoltami» sollevò un’ala e la portò sul dorso del figlioletto «Ogni specie è conosciuta per qualcosa, una dote innata che la rende unica. Ma unica nell’insieme della specie stessa. Vedi piccolo, tutti i cardellini sono famosi per il loro canto, io e tuo padre siamo solo particolarmente bravi, ma ciò non toglie che sia tutta la nostra razza ad essere riconosciuta per il richiamo. Ciò che voglio dirti è che anche tu sei speciale, solo che devi ancora trovare la tua unicità». Spostò l’ala dal giovane cardellino e fece un ampio gesto verso il bosco circostante «Hai girato troppo poco il mondo. Sono sicura che esplorare ti aiuterebbe molto» fece un cinguettio affettuoso e poi, spiegate le ali, si alzò in volo. Senza Nota la guardò sparire tra gli alberi. Non aveva compreso a pieno le sue parole, ma l’idea di esplorare lo terrorizzava ed eccitava al tempo stesso «Ho visto troppo poco, la mamma ha ragione» si disse. E così, preso coraggio, spiccò il volo e per la prima volta superò i suoi cinque metri dal nido. Durante il suo volo sentì diversi commenti su di lui, ma si costrinse ad ignorarli e andò avanti, concentrandosi invece sul memorizzare la strada e gli alberi che vedeva. Non sapeva bene da quanto stava volando, forse sette minuti o dieci, quando all’improvviso gli alberi del bosco s’interruppero lasciando posto ad un paesaggio di prati e basse costruzioni, alcune con recinzioni tutt’intorno: era giunto a un paese di umani. Ne aveva solo sentito parlare da suo padre, il quale gli raccontava sempre che le persone amavano ascoltare i loro concerti e molte volte li guardavano da lontano; diceva che non si avvicinavano mai troppo. Il giovane cardellino si ritrovò a volare tra quelle casette graziose, la maggior parte aveva dei fiori in vaso sui balconi; di tanto in tanto riusciva anche a scorgere i nidi delle rondini costruiti tra il tetto e il muro di quelle abitazioni. Quel luogo lo affascinava moltissimo, non solo per il paese in sé, ma anche per i suoi abitanti: vedeva le persone uscire ed entrare dai negozi, mangiare fuori intorno a dei tavoli vicino ai quali si radunavano molti passerotti nell’attesa di ricevere qualche briciola di cibo; inoltre, gli umani parlavano con strani accenti, ma privi di qualunque suono musicale tipico degli uccelli, non avevano neanche i ronzii di certi insetti e nemmeno il cupo brontolio degli orsi. Senza Nota stava giusto pensando a questo quando colse un suono, una melodia mai sentita prima che non poteva certamente appartenere ad un uccello, provenire da qualche parte lì vicino; incuriosito, si alzò di quota per avere più facilità ad individuare la provenienza di quella melodia. Si accorse ben presto di un gruppo di persone radunate davanti a un albero in un parco… e la musica arrivava proprio da lì! Il piccolo uccellino scese rapido e silenzioso fino ad andare a posarsi su uno dei rami di quell’albero, nascosto dal fogliame Questa musica è veramente bellissima, ed è proprio sotto di me! pensò emozionato guardando in basso, gli occhi fissi su un uomo che stava lì in piedi tenendo qualcosa nelle mani… ma non era immobile, eseguiva dei leggeri movimenti dolci, continuando a muovere un’asta sopra un oggetto di legno dalla forma particolare. La sorpresa di Senza Nota aumentò quando realizzò che era quell’oggetto a produrre la melodia, anche se non aveva idea di cosa fosse. Le ore trascorsero, il cardellino era rimasto tutto il tempo ad ascoltare l’uomo, che alternava i brani con delle brevi pause, e aveva anche notato che alcuni passanti si fermavano e poi lasciavano qualcosa in una custodia nera posta di fronte all’uomo; poi arrivò il momento di andare a casa Devo assolutamente scoprire dove abita questo signore Così, dopo pochi minuti di volo sopra di lui, lo vide entrare nel giardino di una casa; il cardellino si appostò velocemente tra i rami di un arbusto nel giardino, dal quale poté vedere l’uomo venire raggiunto di corsa da una bambina, che era appena uscita di casa. «Papà! Com’è andata oggi? Ti hanno ascoltato tante persone, vero? Sono sicura di sì, nel paese ormai ti conoscono bene tutti e anche i visitatori sono sempre interessati!» esclamò la piccola umana nel pieno dell’euforia. Il padre le sorrise con tenerezza «Chi sa apprezzare la musica sa anche riconoscere quella suonata col cuore. Un giorno ti unirai a me, Viola» «Non vedo l’ora! Sto già migliorando sai? Ora torno a studiare nuovi brani, l’insegnante me ne ha lasciati di bellissimi» detto ciò, Viola corse in casa. Anche lei sa produrre la musica? Senza Nota sentì di nuovo la tristezza farsi avanti dentro di lui. Ecco un padre musicista con una figlia futura musicista e, chissà, forse anche la madre era musicista! Il cardellino scosse la testa per scacciare quei pensieri e decise di osservare la bambina; si alzò in volo e andò a posarsi sul davanzale di una finestra aperta al piano terra. Ma dentro vide solo una donna adulta girare qua e là a fare chissà che cosa; si sporse un po’ per guardare meglio, quando udì un suono provenire dall’alto: un’altra musica, ma diversa da quella prodotta dal signore. Senza Nota raggiunse il davanzale di una finestra al piano superiore, aperta con un solo spiraglio, e guardò dentro, rimanendo nuovamente affascinato: la bambina era seduta davanti a un grandissimo “mobile” nero, e sembrava premere qualcosa che dava vita alla musica. Passò molti minuti accovacciato lì a godersi la melodia, arrivando anche sul punto di addormentarsi, e fu per questo che non si accorse subito che la bambina si era fermata per guardarlo; ci fece caso solo dopo pochi secondi, rendendosi conto che non udiva più alcun dolce suono, ma ormai la piccola umana era davanti alla finestra. «Ciao piccolino!» la sentì esclamare. Ci mancò poco che il cardellino cadesse di sotto per lo spavento, agitando le ali. «Oh, scusami! Non volevo spaventarti» riprese lei abbassando la voce e aprendo completamente la finestra «Che uccello sei? Di solito qui vedo solo rondini e passerotti. Tu sei più colorato!» «I-io sono… Sono un cardellino» pigolò lui riprendendosi a poco a poco, ma facendosi comunque più piccolo. «Che carino! Stavi ascoltando la musica vero? Mio papà ha detto di aver visto tanti uccelli al parco, eri lì anche tu?». Senza Nota annuì e volse lo sguardo al grande strumento nero. «Bello vero?» la bambina incrociò le braccia sul davanzale e ci appoggiò il mento sopra, sorridendo «Il mio papà suona il violino, quello che vedi qua è un pianoforte. Vieni dentro» si rimise dritta con un saltello allegro e camminò verso il suo strumento. L’uccellino esitò, poi volò dentro la camera e andò a posarsi su un lato del pianoforte, dal quale poteva vedere i tasti. «Immagino sia la prima volta che ne vedi uno. Dai, prova a saltellare sui tasti!» lo invitò Viola con allegria, sedendosi al proprio posto. Senza Nota la guardò sorpreso, poi osservò i tasti; scese sul primo con un saltino e sbatté le ali sorpreso quando questo produsse una nota bassissima. Viola rise «Quel lato parte dalle note più basse e cavernose! Vieni di qua». Il cardellino si spostò dall’altra parte e atterrò su un altro tasto, che questa volta intonò un bel suono alto e piacevole. La cosa cominciò a piacere molto al piccolo uccellino, che prese a spostarsi di qua e di là suonando quell’enorme strumento. Gli venne un’improvvisa voglia di cantare, ma si bloccò Non farti riconoscere pure dagli umani si spostò dai tasti tornando a posarsi sul lato, abbassando la testa. «Sei stato bravissimo!» lo applaudì la bambina «Ma perché ora sei triste? Magari cantare ti aiuterà, gli uccelli lo fanno sempre!» «Io non…» quella frase lo fece anche stare peggio «… Io non canto» «Veramente?» ora Viola lo guardava con stupore «Un uccellino come te non canta?» «Io no» «Tu no» ripeté Viola sbattendo gli enormi occhi «E perché no?». Il cardellino girò la testa afflosciando le ali «Non so cantare. Mi chiamano Senza Nota» «Senza Nota? Ma è terribile, che crudeltà!» esclamò lei sconvolta «Non ci credo che non sei capace. Dai, fammi sentire qualcosa!» Senza Nota volle assecondarla, solo per non prolungare ulteriormente quella tortura. E così aprì il becco lasciando uscire i suoni di un cinguettio stonato che era troppo basso o troppo acuto. Viola di tappò le orecchie per riflesso, ma ascoltò comunque «Non sei come gli altri, ma hai molte note a tua disposizione». Il piccoletto la guardò senza capire «Molte note a mia disposizione?» «Certo! Riesci a fare benissimo sia le note alte che quelle basse… Hey, ho un’idea! Canta questa» e schiacciò un Mi della scala centrale. Senza Nota cinguettò sopra, senza nemmeno sapere perché lo stesse facendo… Ma il suono che uscì non era un vero e proprio cinguettio, ma l’imitazione precisa del suono del pianoforte! «Sì! Vai con questa!» Viola ne suonò un’altra e Senza Nota la imitò perfettamente. E andarono avanti così per qualche minuto, poi la bambina passò a suonare un vero e proprio brano e il cardellino intonò i suoni di altri tasti che si adattavano alla melodia. «Sei un perfetto imitatore e crei delle armonie favolose! Aspettami qua, torno subito!» disse Viola correndo fuori dalla camera. So cantare! Anzi, imito il pianoforte! Era incredibile per lui, come se avesse appena scoperto un mondo nuovo. Viola tornò dopo pochi secondi in compagnia di suo padre, che aveva in spalla la custodia del violino «Lui è un caso davvero speciale, devi provare!» stava dicendo lei con entusiasmo. L’uomo si avvicinò al pianoforte e si abbassò per guardare bene il cardellino «Ciao piccolo, mia figlia dice che imiti le note del pianoforte e che sei molto bravo» sorrise togliendosi la custodia dalla spalla «Vogliamo fare un esperimento per vedere se sai imitare altro, vuoi provare?». Senza Nota annuì poco sicuro mentre lo osservava tirare fuori il violino. «Molto bene, cominciamo con qualcosa di facile» disse l’uomo e suonò un La prolungato, molto acuto, che il cardellino replicò subito; il procedimento fu uguale a quello usato per il pianoforte, quindi prima note singole e poi un brano completo. Anche questa volta, Senza Nota si dimostrò all’altezza. «Sei veramente straordinario piccolo, hai un dono speciale» gli disse il padre di Viola «Sono convinto che sei in grado di imitare ogni strumento musicale esistente» «Io ho… Un dono speciale?» balbettò l’uccellino con gli occhi spalancati. «Ma certo!» intervenne Viola «E io voglio cambiarti soprannome, perché quello che ti è stato dato non ha più alcun significato. TI chiamerai… Violin!». Violin, al culmine della felicità, volò a casa con la promessa di tornare da loro il giorno dopo. Arrivato al nido non perse tempo per raccontare alla sua famiglia dell’incredibile scoperta sul suo talento nascosto, e chiese loro di andare con lui in paese il giorno seguente; poté così farli assistere a quello che per lui era stato un miracolo. Si scoprì che replicava perfettamente anche l’arpa, suonata dalla madre di Viola, e qualunque altro strumento musicale disponibile in una scuola di musica lì in paese. La sua fama crebbe velocemente tra gli uomini e ci furono sempre più visitatori che volevano assistere ai concerti tenuti dalle persone insieme a Violin; anche tra gli animali si sparse in fretta la voce del suo talento e ben presto “Senza Nota” venne sostituito da “l’incredibile Violin”. Un giorno, prima di un concerto molto importante per la festa di Natale con la partecipazione di Violin, la sua famiglia e il gruppo di canto dei genitori, la madre del cardellino lo affiancò dandogli un colpetto sulla testa col becco «Hai visto Violin? Hai trovato il tuo talento, ed è unico tra tutti i cardellini». Era vero. L’uccellino era nato senza la tipica dote della sua specie, ma aveva trovato ben altro, qualcosa di altrettanto meraviglioso che potesse riempire tutti i cuori di gioia, felicità, meraviglia, amore… Violin aveva compreso che la vita sa essere imprevedibile, e che non bisogna abbattersi alle prime difficoltà e lasciare che queste ti facciano cadere in un baratro di tristezza. Invece, bisogna andare avanti perché solo così si avrà modo di scoprire la magia che si cela dentro di te, solo così potrà uscire allo scoperto e unirsi alla danza dei talenti del mondo.

Nota dell'autrice: scrissi questo questo breve racconto circa un anno fa, conservandolo in attesa di trovare una piattaforma sicura dove poterlo condividere; è pensato principalmente come storiella per i piccini, ma al tempo stesso racchiude un insegnamento e una narrazione che spero possano essere graditi anche dai più grandi. Mi farebbe piacere avere dei pareri, positivi o negativi, purché siano sempre costruttivi e rispettosi. Grazie a chiunque leggerà questa storia.

 
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from ordinariafollia

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Arrivai fin davanti alla scuola e mi fu chiaro che ero soltanto un bambino davanti ad un drago.

Infantile, mammone, patato, coglione non sapevo neppure da dove cominciare atterrato al liceo da un pianeta lontano a forma di pallone di cuoio cucito.

Quindi scappai ogni passo era un tic senza un tac e mentre quel treno se ne andava per sempre pensavo al rimprovero dei miei genitori.

Diciamo che era una bella giornata di sole e che i bambini non dovrebbero affrontare i draghi da soli specie se sono dall'altra parte della città dove nessuno sa che sei l'uomo ragno in incognito.

 
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from Storieparole

Titolo provocatorio e un po’ acchiappa clic, lo ammetto, ma così l’amigdala fa quello che le riesce meglio: va in panico. Si mette in allarme, percepisce il senso di perdita – peché se chiediamo che ci vengano ridate le virgole significa che prima le avevamo e ora non le abbiamo più – e la nostra attenzione schizza alle stelle, bella pimpante e adrenalinica, in circa un ottavo di secondo. Nel frattempo voi avrete letto queste righe, attività che richiede ben più di un ottavo di secondo, e la vostra corteccia prefrontale avrà già riportato la calma, in assenza di una minaccia reale. Adrenalina e cortisolo hanno fatto il loro dovere, vi hanno portati qui belli svegli e attenti, ora possono tornare a livelli ottimali e noi possiamo dedicarci alla punteggiatura, alla sua storia e all’importanza delle virgole.

La punteggiatura non è nata nello stesso momento della scrittura né men che meno quando i primi esseri umano hanno iniziato a sperimentare il linguaggio è nata molto dopo e tra poco vedremo nel dettaglio la sua genesi e la sua evoluzione ma se avete letto fino a questo punto senza prendere fiato e sostanzialmente senza aver capito un fico secco di quello che avete letto avete già compreso perché è tanto importante. Riproviamo. La punteggiatura non è nata nello stesso momento della scrittura, né men che meno quando i primi esseri umani hanno iniziato a sperimentare il linguaggio; è nata molto dopo e tra poco vedremo nel dettaglio la sua genesi e la sua evoluzione. Ma se avete letto fino a questo punto senza prendere fiato – no, stavolta avete preso fiato – e sostanzialmente senza aver capito un fico secco di quello che avete letto – no, stavolta avete capito eccome –, avete già compreso perché è tanto importante.

Cos’è cambiato tra la prima e la seconda lettura? Di sicuro, la respirazione. Probabile che abbiate trattenuto il fiato, leggendo parola dopo parola, cercando di fare il più in fretta possibile perché, ehi, questo è un post, non una prova d’apnea. Oppure avete iperventilato. Il cervello era impegnato a gestire il poco ossigeno disponibile e quella era la priorità, fanculo il senso del testo (questo l’ha detto il rettile, non è roba mia). Altra sensazione che avete sperimentato, un senso di fastidio e di irritazione: se siete qui, con buona probabilità avete terminato le scuole medie da un bel pezzo, sapete leggere da quanto?, qualche decina di anni? E allora come è possibile che non abbiate capito il senso di quanto avete letto? Questo è frustrante! E, indovinate un po’ qual è l’ormone che scatena il senso d’inadeguatezza? Il cortisolo. Lo stesso che, in piccole dosi, ingaggia l’attenzione, è quello che, fuori controllo, genera stress e ansia. E che, non a caso, si può ridurre con una corretta e controllata respirazione. Quindi adesso fate qualche bel respiro profondo, sorridete, lasciate che le endorfine facciano il loro dovere e riprendiamo il nostro percorso.

Come ho scritto negli esempi qui sopra, la punteggiatura non è nata con la scrittura: in Occidente, Greci e Romani erano soliti parlare nelle assemblee pubbliche facendo affidamento su arte oratoria e retorica e, anche quando i discorsi erano stati scritti preventivamente, la scriptio continua – cioè la scrittura continua, senza interpunzione – imponeva all’oratore di leggere il testo in anticipo, così da conoscerne il contenuto e poter porre l’enfasi sui punti di maggior importanza. Tradizionalmente si fa risalire ad Aristofane di Bisanzio, nel II secolo prima di Cristo, l’invenzione della punteggiatura. Egli introdusse il punto, che andava inserito in tre posizioni diverse della riga in base all’intonazione che si desiderava dare alla lettura: abbiamo così il punto in alto (comma), nel medio (colon) e basso (periodus). Caduta poi in disuso, la punteggiatura venne riscoperta e ampliata dagli scribi e dai copisti medievali, interessati a conservare e tramandare il significato originale del testo copiato: era necessario che le parole fossero distanziate, che la lettura avesse un ritmo e un senso comprensibile. È a San Isidoro di Siviglia che si deve non soltanto la ripresa del sistema di Aristofane, ma anche l’introduzione di segni aggiuntivi, destinati a indicare la durata della pausa: più in alto era posto, più lunga sarebbe stata la pausa. Il punto in alto è diventato così, per durata, il nostro punto fermo, quello medio il punto e virgola o il due punti (a seconda delle necessità), quello basso la virgola. Nel frattempo, tra il settimo e l’ottavo secolo, gli scribi irlandesi e anglosassoni, le cui lingue originarie non discendevano dal latino, sempre per rendere più facilmente leggibili e comprensibili i testi, hanno avuto la brillante idea di separare le parole e di inserire le minuscole. Dio gliene renda merito! Attorno al dodicesimo secolo a questi tre punti si erano aggiunti graficamente il punctus elevatus, che non è un punto snob bensì il punto e virgola, reso con un punto basso e una virgola capovolta in alto, il cui codino volgeva verso sinistra (in pratica, sottosopra rispetto a oggi) e il punctus interrogativus, che come si intuisce dal nome è il punto interrogativo, il quale però appariva nei modi più vari nei manoscritti, da una specie di lampo a un ghirigoro a una sorta di n con una lunga gambetta tesa verso l’alto con un punto in basso. Per secoli la punteggiatura era stata in balia dei gusti estetici dei copisti e delle disponibilità di spazio sulle pergamene; la virgola, ad esempio, poteva venir segnata sia con il punto in basso, sia con la virgola come la conosciamo oggi, sia con una barra diagonale (/). Fu solo grazie a due italiani, il linguista Pietro Bembo e l’editore veneziano Aldo Manuzio, che nel Cinquecento la punteggiatura iniziò ad assumere caratteri standardizzati.

Dunque, perché usare la punteggiatura? Già il preservare una storia millenaria, che ha consentito alle lingue occidentali di evolversi e guadagnare in comprensibilità, direi che è una buona ragione. Ma se non vi basta, per autodifesa: fate in modo che nessun ladro di virgole vi forzi il respiro e manipoli il cortisolo, causandovi ansia e stress. Siate consapevoli, tenete il punto.

Estratto di manoscritto con punteggiatura

*Se desiderate approfondire: “Pause and Effect”, Malcolm B. Parkes; ”Ars maior”, Aelius Donatus

 
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from « P a r r o c c h i e »

Buona Domenica Comunità. Vi scrivo qui un pò di aggiornamenti riguardo alle cose che bollono in pentola.

Sto collaborando con il gruppo di preghiera della Divina Misericordia di Casapulla, per cercare di riformare un gruppo numeroso e trasformare il Tempio di San Luca Evangelista in un punto di riferimento per la provincia di Caserta. Il 12 aprile è prevista l'inaugurazione di una immagine di Gesù Misericordioso che sarà posta sulla facciata della Chiesa, illuminata e visibile dalla strada. Intanto ho messo mano alla cerimonia della Coroncina, che si recita ogni Venerdì alle 19:00, per cercare di animare la liturgia con qualche canto. Non va tutto liscio, ci sono intoppi, ovviamente, il maligno ci mette del suo, ma noi non abbiamo fretta, con o senza canti l'importante è pregare.

Per quanto riguarda la Comunità Digitale “Parrocchie”, dopo la partenza ufficiale di Domenica scorsa, sto distribuendo un pò di inviti a persone di cui mi fido e che mi sono vicine quasi tutti i giorni. Se volete una copia del foglio di invito, basta che me lo chiedete. Ogni aiuto è profondamente gradito. Purtroppo la semplice operazione di iscriversi ed impostare la app, sembra essere un'impresa titanica. Anche qui il maligno ci mette la coda, insieme a META, per scatenare l'angoscia ogni volta che si nomina una app diversa dalle solite note. Sappiate che non è colpa vostra, siete stati programmati in questo senso. Pensate di no? sono tutte sciocchezze? siete stati programmati anche per pensare che sono tutte sciocchezze. Intanto ricevo richieste di follow da persone che sono su altre istanze, quindi la famiglia si allarga lo stesso.

Ultima considerazione personale. Vedo in giro tanta devozione verso quel Santo, quel quadro o quella statua. Va bene pregare, fare del bene al prossimo, ma non dimenticate mai chi deve essere il centro della comunità: Gesù Eucaristia. Lui sta in Chiesa, quindi lasciate perdere le vostre esperienze personali (negative) con questo o quell'altro prete, entrate in Chiesa e pregate Gesù Eucaristia. La religione cattolica non è una religione del singolo, ma è profondamente comunitaria. Non si può dire: “Sono credente ma non praticante”. Se hai un amico, un vero amico, hai desiderio di vederlo, di parlarci, di conoscerlo meglio. Altrimenti diventa come un amico di FB, un numero tra i numeri. E poi non abbiate paura, il bello della religione cattolica è che “si può sempre ricominciare”, parole della nostra Chiara Luce Badano.

Buona Domenica a tutti. Namasté

 
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from schizo

è difficile trovare qualcosa che soddisfi le mie esigenze di indipendenza ( #p2p ) e diffusione ( #activitypub )

qualcosa sembra muoversi su #solid , con lo sviluppo di #activitypod , ma siamo ancora in alto mare nell'implementazione di un #OMN (Open Media Network)… e così provo a ripartire da qui, #writefreely , completamente integrato in emacs/org-mode e, allo stesso tempo, federato

ho visto che WriteFreely v0.16 is finally here, and it brings a ton of improvements, especially for the fediverse! We've also fixed some long-standing issues, like hashtags on instances backed by MySQL 8.0.4+.; mi auguro venga aggiornata anche la versione qui, su https://log.livellosegreto.it/

 
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from schizo

L’ex presidente dell’ordine regionale commenta il piano di assetto idrogeologico elaborato dall’Autorità di bacino: «Servono tempo e risorse, due cose che scarseggiano»

Le scelte fatte e non fatte da chi ha governato il territorio negli ultimi decenni e i cambiamenti del clima, dovuti anche alle azioni dell’uomo, mettono la Romagna di fronte a un periodo di incertezze e rischi per la sicurezza idrogeologica. È la sintesi estrema del lavoro di analisi svolto dall’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po per elaborare il corposo progetto di variante al piano per l’assetto idrogeologico (Pai) che comprende i fiumi romagnoli. Il Pai è lo strumento conoscitivo, normativo e tecnico-operativo mediante il quale sono pianificate e programmate le azioni, gli interventi e le norme d’uso riguardanti la difesa dal rischio idrogeologico del territorio…

https://www.ravennaedintorni.it/societa/2026/01/22/il-geologo-fiumi-trascurati-per-anni-e-ora-presentano-il-conto-da-pagare/

 
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from Storieparole

Le parole creano mondi. Sul serio. Dio dice “Sia la luce!” e la luce fu (Genesi 1-3), ad esempio. E circa l’abracadabra, se vogliamo prendere per buona l’etimologia che la attesta come derivante dall’aramaico Avrah KaDabra, abbiamo un magnifico “Io creerò come parlo”. È con le parole che noi creiamo la nostra realtà, le diamo forma e spessore e colori e sfumature. È attraverso le parole che il nostro cervello incamera, elabora, memorizza e restituisce informazioni. E quindi non è che accountability mi stia particolarmente simpatica, perché così, di primo acchito, il mio sistema rettile ha sentito un moto di disgusto e il limbico gli ha dato man forte ricordando un tizio pieno di spocchia e vuoto di contenuti che era solito imbastire frasi del tipo “OK, meeting domani alle nove per un brainstorming” giusto per darsi un tono. “Ecco, accountability è senza dubbio una parola che avrebbe usato con sommo godimento”, ha detto il limbico, strizzando l’occhio al rettile. Poi però la neocorteccia ha ricondotto i due alla ragione, li ha portati a concentrarsi sul fatto che quel termine in inglese, come qualsiasi altra parola, non è né buono né cattivo in sé e che tutto dipende dal contesto e dalla finalità per cui viene utilizzato. Ebbene: il contesto è la #SagraIndieWeb, versione italiana dell’IndieWeb Carnival, idea proposta da ed, e la finalità è quella di allargare e movimentare un po’ la bolla del fediverso, anche al di là di Mastodon, che è solo un puntino nelle galassie di opportunità di comunicazione possibili. Insomma, cari rettile e limbico, val ben la pena di accantonare il ricordo di quell’ex collega e concentrarsi sul presente. Accountability, dunque, che taluni dizionari traducono come responsabilità: parola in sé abbastanza giovane, attestata dalla metà del XVIII secolo e che, fatto buffo, deriva dal francese responsabilité, a sua volta mutuato dall’inglese responsability. Dunque accountability non può essere soltanto responsabilità, la quale, comunque, facendo un ulteriore paso indietro dall’inglese, ci riporta al nostro caro, vecchio latino respondere; non è a caso, infatti, che noi rispondiamo di ciò di cui siamo responsabili. Accountability, poi, viene spesso utilizzata in contesti di gruppo, mentre responsability è intesa individualmente: semplificando, in un’azienda sarebbero i responsabili di reparto ad avere l’accountability, mentre i loro sottoposti – parola orrenda, ma efficace – hanno ciascuno la responsabilità personale del proprio operato. Il rettile e il limbico, a questo punto, si scambiano un’occhiatina d’intesa e sfoderano un sorrisetto, anche la neocorteccia è con loro: non era solo il ricordo del collega spocchiosetto né l’uso della lingua inglese a infastidirmi, era proprio il fatto che io non ho, né ho mai avuto, il desiderio né l’interesse di controllare le azioni e l’operato di altre persone. Vivo i miei giorni facendo scelte e assumendomene la responsabilità, in prima persona. Questo è tutto. Abracadabra.

 
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from « P a r r o c c h i e »

La preghiera è una delle cose più sottovalutate della religione e in generale della spiritualità. Ad un occhio esterno, può sembrare che la preghiera venga utilizzata come supplica per ottenere dei vantaggi personali. In realtà non è affatto così. La preghiera rappresenta il canale di comunicazione tra il nostro cuore e Gesù. E' un dialogo con il quale ci si conosce, piano piano, e si impara a riconoscere Cristo nelle vicende della nostra vita.

Seguire Gesù senza pregare, è come avere un amico e non parlarci mai. Non ci si può conoscere senza avere dialogo, continuo, ogni giorno. E' difficile trovare il tempo ed il luogo giusto. Di solito c'è bisogno di un attimo di calma, di silenzio, per rivolgere i pensieri esclusivamente al Signore. Però questa condizione non si avvera quasi mai. Viviamo le nostre vite in un continuo susseguirsi di eventi, impegni, cose da fare. Non sempre si può fare silenzio, non sempre si trova il posto giusto. Ed allora bisogna adeguarsi a pregare anche in mezzo al rumore, mentre si sta facendo qualcosa, sul posto di lavoro, mentre si cucina o si lavano i piatti.

Il Signore ci ascolta, basta avere un cuore aperto e un pensiero a Lui.

Recuperiamo il rapporto con Gesù entrando in chiesa. Conosco molte persone credenti che non frequentano la chiesa a causa del comportamento poco “etico” dei sacerdoti. Ma la fede è la sequela di Cristo, non dei sacerdoti. E nemmeno ci si può creare una religione personale. La religione cattolica non è una religione personale, ha bisogno di comunità, di amicizia, di preghiere insieme agli altri. Le comunità sono importanti, ci fanno sentire meno soli, ci aiutano, ci spingono ad uscire quando vorremmo chiuderci in noi stessi.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, è questo che disse Gesù. E' un messaggio chiaro e semplice. Non ci isoliamo, cerchiamo gli altri, ascoltiamo le loro storie, facciamo gruppo.

Ci sentiremo di sicuro meno soli.

Namasté

 
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from Does GLaDOS dream of electric sheeps?

Le porte dell'ascensore si aprirono e Joseph Connorway entrò all'interno della Soglia, sezione Freak Events Task Force, con un passo lento. Aveva il cappotto appoggiato sul braccio destro, mentre con la sinistra si stava togliendo la borsa a tracolla, quando urtò una delle scrivanie degli agenti speciali. Non disse niente, non salutò nessuno, non prima di essere entrato nel suo ufficio, oltre il laboratorio di ricerca, e di aver riposto la sua roba. Per chi lavorava nella Task Force già da un po', era piuttosto inusuale che Connorway fosse distratto. Solitamente era di fretta: “c'è sempre una faccenda burocratica da sbrigare. Sempre”. Per questo la dottoressa Cory, che come ogni mattina era vicino al ripiano della cucina, versò del caffè in due tazze e si avvicinò al collega. “Tieni Connorway, prima di addentrarti nella tua tana e addormentarti sulla scrivania, bevi questo”, la dottoressa Cory gli mise in mano la tazza bollente e lo obbligò a sedersi. Dopo aver preso un sorso, Connorway sembrò rilassarsi e fece qualcosa a cui pochissime persone potevano dire di aver assistito. “Sai Cory, oggi sono un po' distratto, credo di aver fatto un sogno riguardo il mio primo caso”. La dottoressa fissò allibita il collega, quasi le avesse detto di aver scoperto la relazione tra viaggio nel tempo e la pausa bagno: stava per condividere un momento della sua vita e durante l'orario di ufficio? Assurdo. “Intendi il tuo primo caso per la Task Force?” 
”No, intendo il mio primo caso nella vita, fortunatamente privo di avvenimenti strambi. Ero al liceo e ho aiutato un amico che stava per finire in prigione” “Non sapevo avessi amici”, gli rispose Cory, che nel frattempo si era quasi strozzata per ridere della sua stessa battuta. Pessima battuta, pensò Connorway, ma decise di ignorarla. Quella mattina si sentiva in vena di condividere. Anche perché non c'era molto da fare e la Task Force era in un periodo un po' morto. “Ho avuto pochi amici, uno dei primi è stato David Wallace, che in una giornata di fine marzo era stato accusato di aver rubato dei soldi alla scuola. Ovviamente non poteva essere stato lui, era mio amico e io non frequento malviventi”. Cory roteò gli occhi senza nascondere il disappunto per lo smisurato ego di Connorway, ma non poteva sprecare questa preziosa occasione. Gli chiese di raccontare e Connorway cominciò.


Era circa mezzogiorno e io e David stavamo per uscire dalla lezione di scienze, dopo aver concluso un interessantissimo esperimento sull'accelerazione angolare. La professoressa Sheila Ferguson, una donna sulla quarantina dagli abiti troppo larghi per il suo esile corpo, gli chiese di riportare gli strumenti elettronici utilizzati per gli esperimenti di fisica. Il liceo di Blythville non era molto grande e tutti gli oggetti di valore, la strumentazione e quant'altro, venivano tenuti in una sola stanza. David prese le chiavi dalla professoressa e portò al suo posto il carrello. Io nel frattempo andai in mensa e ci ritrovammo dopo una decina di minuti per pranzare assieme e andare all'ultima lezione del giorno. Era una giornata come un'altra e non c'era nulla di diverso dal solito: compiti, un giro al paese e poi di nuovo a casa per cenare e guardare Battlestar Galactica. Anche il giorno dopo sembrava l'ennesimo uguale agli altri. Come ogni mattina incontrai David nel parcheggio, vicino alle bici e andammo agli armadietti discutendo dell'episodio della sera precedente. Arrivammo all'armadietto che non avevamo neanche commentato il colpo di scena finale, quando cominciarono le stranezze. Un'occhialuta e impacciata Debby Kirkwood si mise a parlare con David. Non era strano perché eravamo entrambi degli sfigati, era strano perché Debby era stata la migliore amica di David prima di mettersi con Martin Strutt, la stella promessa della squadra di football, nonché ex-migliore amico di David. Non ho mai capito bene cosa fosse successo, ma da trio, David tagliò i ponti facendoli diventare un duo. Poco tempo dopo Martin e Debby si misero insieme. Comunque, lei gli chiese come stesse e altre domande molto specifiche. Per essere la sua ex-migliore amica sembrava piuttosto interessata a cosa avesse fatto nell'ultimo periodo e la conversazione andò avanti fino al suono della campanella. Me lo ricordo bene perché nel frattempo mi stavo annoiando talmente tanto che mi misi a parlare dell'episodio con Freddy il puzzolente. Lui era più sfigato di noi, se non lo avessi capito dal soprannome. Entrai in classe con David e seguirono un paio di interminabili ore di Storia, prima che il preside Byrne non diede l'annuncio all'interfono con voce un po' affannata: le lezioni erano sospese fino al giorno dopo. Non fece in tempo a finire la frase che il secondo dopo sembrava di essere all'ultimo giorno di scuola da quanto baccano c'era. Ragazzi e ragazze che urlavano e correvano via dalla classe a tutta velocità. Anche io e David ci alzammo per andarcene, ma all'uscita ci bloccò una figura corpulenta e dai lunghi baffi. Il preside fermò David, mentre a me disse di andare avanti. Loro due, invece, sarebbero andatati nel suo ufficio. Cominciarono a camminare, ma io rimasi immobile. Sentii il mio corpo ribaltarsi e il mio cervello attivarsi. Pensai che forse era successo qualcosa ai genitori di David. Forse il padre aveva avuto un incidente in auto, d'altronde viaggiava molto per lavoro. Sì, non c'era altra spiegazione logica. In quel momento successe una cosa molto strana, probabilmente dovuta all'adolescenza: nonostante fossi ligio alle regole, decisi di seguire di nascosto David e Byrne per capire cosa fosse successo. Quando ripresi coscienza dei dintorni ormai tutti se ne erano andati e nel corridoio c'ero solo io. Corsi per mettermi in coda agli ultimi studenti che stavano uscendo, ma invece di dirigermi al parcheggio, feci il giro dell'edificio, saltai la siepe che divide il parco degli studenti da quello degli insegnanti e mi diressi sul retro. Il giardiniere Willy di solito lasciava la scaletta per potare gli alberi vicino la rimessa, la usai per arrampicarmi fino al primo piano e spiare all'interno della stanza del preside.

David era seduto su una sedia, mentre il preside era in piedi vicino all'insegnante di educazione fisica, Tusk. Nessuno sembrava essersi accorto della mia presenza, soprattutto David, che al momento fissava il pavimento con gli occhi sbarrati. Non era che la conferma di quello che avevo pensato: ai suoi era successo qualcosa di grave. Ma cosa c'entrava Tusk? Pochi millisecondi dopo, arrivò la risposta. Quando Tusk parlò, era furioso, ma soprattutto brandiva un cacciavite in maniera minacciosa nei confronti di David. Non mi dovetti neanche appoggiare alla finestra per sentire le parole che mi fecero capire che la situazione era più grave del previsto. “Wallace mi devi dire dove sono finiti quei soldi, è inutile continuare questa pagliacciata. Il cacciavite e le chiavi della stanza erano nel tuo armadietto. Avresti dovuto organizzare un piano migliore se non volevi farti beccare. Ora dimmi dove sono i soldi e chiederemo alla polizia di non metterti in galera per più di una notte”. Non potevo credere che David avesse rubato dei soldi. Non avrebbe avuto motivo per farlo. Entrambi odiavamo ardentemente il football, ma David non aveva problemi di soldi e per quanto ne sapessi non era cleptomane. C'era decisamente qualcosa che non tornava, qualcuno lo aveva incastrato e io, in qualità di studente geniale e amico di David, lo avrei aiutato a uscire da quella storia.

 
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from stefanostaccone

(e la centralizzazione non è neutrale)

Spesso si parla delle IA come se fossero entità astratte. Alcuni utilizzatori invece le umanizzano, chiamando il proprio assistente con nomi divertenti. Spesso in definitiva l'utilizzatore scrive il prompt, preme invio e ottiene quello che vuole, fine.

Quello che i più ignorano è che quella risposta è il risultato di una catena fisica: server, rete, alimentazione, raffreddamento, sistemi ridondanti. Un elemento aggiunto alla catena, ancora più ignorato, ma il cui uso è estremamente impattante e l'uso delle acque dolci. Se guardiamo la realtà per quella che è, emerge la verità nuda e cruda: l'IA non è una semplice tecnologia informatica ma una catena industriale che ha un impatto materiale devastante incorporato nella sua architettura.

Nel mio percorso lavorativo passato e attuale (non per flexare, ma per dare contesto, ho un dottorato in ingegneria meccanica, specializzazione energia e ambiente), è capitato di ricevere richieste di progettazione di componenti meccanici per sistemi di raffreddamento di datacenter dedicati a carichi IA. Quello che già è noto dall'esterno diventa ancora più chiaro quando si è un addetto ai lavori. Nel corso del tempo gli impianti sono diventati sempre più grandi, con richieste energetiche da gestire sempre maggiori. La crescita dell'IA si traduce in maniera diretta e concreta in diversi punti tutti con comune denominatore: i componenti aumentano di taglia, le portate crescono, i sistemi aumentano di ridondanza, la manutenzione più critica. Questo perché la crescente densità di potenza da gestire e la richiesta di uptime (tempo in cui l'apparato resta ininterrottamente acceso) non lasciano alternative.

La crescita infrastrutturale con cui ho introdotto l'argomento non è un semplice dettaglio da addetti ai lavori, ma è esattamente il cuore della questione etica. Mentre si discute di bias (pregiudizi generati lato dati e addestramento) e allucinazioni (risposte dell'IA che sembrano plausibili ma sono del tutto errate), si sta ignorando quello che a mio avviso è il nodo cruciale del sistema che lega ogni problema accennato: centralizzazione dei dati e del calcolo.

La conseguenza diretta è che come effetti collaterali, oltre alle problematiche energetiche strutturali, si è normalizzata la cessione di dati e know how (tecnico, artistico) come se fosse il prezzo inevitabile da pagare, con la promessa del miglioramento della nostra vita.

C'è da dire che sono stati bravi a farci ingoiare la pillola, e noi l'abbiamo mandata giù troppo facilmente. Generalizzando, abbiamo accettato che per usare l'IA dobbiamo consegnare contenuti, processi, documenti, conversazioni, competenze, foto, immagini, arte, a piattaforme terze senza alcun consenso informato reale, e senza controllo effettivo su conservazione dei nostri dati e riuso. E se ci opponiamo, alla fine con il web scraping ottengono comunque dati senza consenso.

Se vogliamo (e mi chiedo, la vogliamo?) un'IA che sia compatibile con una società libera, con privacy e limiti fisici, dobbiamo parlare di infrastrutture alternative. Anche qui, la parola chiave è sempre la stessa: decentralizzazione.

Questo è il primo articolo dove scrivo quello che so sul tema, andando a analizzare il costo energetico dell'IA, il costo dell'infrastruttura (il cui impatto sul mercato dei componenti per pc non è trascurabile), il ruolo del raffreddamento e il tema dell'acqua, il movimento dei dati come costo energetico e rischio per la privacy.

Primo costo: il calcolo

Questo è il costo che probabilmente tutti riescono facilmente a immaginare. Usando però terminologie più specifiche, il training delle IA (addestramento con dati, anche i nostri) e l'inference (utilizzo dei dati attraverso un modello che trae conclusioni) richiedono una potenza sempre maggiore. Il training non si ripete tutti i giorni, quindi si sostiene un costo una tantum, un evento in sostanza. Il suo costo però è enorme. L'inference ha un costo per singola richiesta. E' definibile basso, ma continuo, cumulativo e scalabile. Si hanno miliardi di richieste giornaliere.

Questi concetti ci sembrano estremamente nuovi, in realtà la teoria è ben conosciuta da molti anni. Quello che è necessario sottolineare è che l'informazione digitale non è astratta quando la manipoli nel mondo reale. R. Landauer (1) mette un punto fondamentale: il calcolo non è gratis dal punto di vista fisico. In sintesi, Landauer mostra che: – finché un’operazione logica è reversibile (in principio), può essere eseguita senza un minimo obbligatorio di dissipazione; – quando invece un’operazione è logicamene irreversibile (tipicamente: cancellare o “resettare” un bit, cioè comprimere molti stati possibili in uno solo), allora si perde informazione sullo stato precedente; – questa perdita di informazione implica, per i principi della termodinamica/statistica, una dissipazione minima di calore nell’ambiente: almeno Q≥k B T ln2 per ogni bit cancellato.

Semplificando il discorso, in pratica: il limite non dice quanta energia consumano i computer di oggi (che stanno molto sopra), ma stabilisce un limite fisico inferiore e collega in modo rigoroso informazione ↔ entropia ↔ calore. È uno dei pilastri concettuali di tutta la “termodinamica dell’informazione”.

Secondo costo: il raffreddamento (e l'acqua dolce)

Abbiamo appena collegato il calcolo con la produzione di calore. Questo significa che dal punto di vista impiantistico è necessario raffreddare i sistemi. Se i sistemi crescono, gli impianti aumentano e più calore significa più gestione termica. Il raffreddamento è la parte meno interessante per i non addetti ai lavori, ma è quella che decide la scalabilità. Per dare dei numeri, è sufficiente pensare che attualmente se una GPU consuma 500 watt, è necessario smaltire per effetto joule la stessa quantità di calore. A questo va aggiunto il consumo di CPU, RAM, storage, alimentatori, ventole, pompe. Il risultato pratico per chi progetta è spesso una direzione univoca: impianti più grandi e robusti, componentistica dimensionata per portate e condizioni più spinte.

Il costo mascherato di tutto questo, oltre al conto energetico, è proprio legato al fatto che il raffreddamento implica il consumo di acqua dolce, direttamente o indirettamente. Non tutti i datacenter sono uguali, quindi i consumi di acqua possono variare, ma basta esaminare dove i più grandi sono costruiti e subito si capisce che l'acqua dolce è fondamentale e che le condizioni climatiche migliorano le performance dei sistemi di raffreddamento.

Per chi fosse interessato anche ai numeri, uno studio molto citato che ricostruisce in modo critico le stime globali dei consumi energetici dei data center è quello di Masanet et al. (2). Sul tema specifico dell’IA e acqua, negli ultimi anni ha fatto discutere Ren et al. (3), che prova a rendere visibile un costo che spesso non compare nel “conto economico” dell’utente finale. Gli studi sono di qualche anno fa e la situazione ad oggi è senz'altro peggiorata.

Non voglio però spaventare, ma responsabilizzare. Quando una tecnologia cresce e richiede più energia e più raffreddamento, non si può nascondere la cosa come se fosse un semplice dettaglio tecnico. E' un vincolo fisico che influenza i costi, localizzazione degli impianti e impatti ambientali decisamente non trascurabili.

Terzo costo: movimento dei dati

L'attuale modello dominante di oggi è semplice. Che sia da pc o da applicazioni, si raccolgono i dati/richieste, vengono mandati a un cloud, si ottiene un output. Per l'utilizzatore è apparentemente molto comodo e dal punto di vista per economia di scala è potente. Questo però ha due conseguenze inevitabili. Prima conseguenza: lo spostamento dei dati consuma energia e richiede una specifica infrastruttura. Non è il semplice viaggio di un pacchetto, ma usando termini tecnici e semplificandone in maniera estrema il significato, abbiamo: – ingest (processo che l'ia usa per analizzare e capire i nostri dati); – storage (non semplici hdd, ma sistemi complessi per immagazzinare l'immensa mole di dati gestiti in maniera estremamente veloce); – replicazione (copia degli stessi dati in più posti per sicurezza o velocità); – caching (memorizzazione temporanea in aree di memoria per accesso più rapido); – logging (registrazione di attività, eventi e accessi) – retrieval (recupero dei dati quando servono). Il movimento dei dati è energia travestita da software. Più l'IA è centralizzata, più quel movimento diventa parte strutturale del sistema. Seconda conseguenza: se i dati escono dai nostri sistemi, la privacy non è una proprietà ma solo una promessa (non mantenuta). Abbiamo normalizzato la cessione dei dati. Che siano documenti, codice, progetti, processi aziendali, know how, conversazioni personali, immagini, disegni, musica, arte in generale. Spesso li abbiamo caricati per comodità, divertimento, o necessità lavorative perché “altrimenti non funziona”. L'abbiamo fatto senza consapevolezza di cosa viene registrato, per quanto tempo, chi lo vede, come viene utilizzato, se viene riutilizzato per scopi terzi, se diventa training data, se diventa metadato. L'architettura centralizzata crea un incentivo per il sistema, quindi i dati diventano il suo carburante. Il carburante è prezioso, quindi qualcuno lo accumula. Se qualcuno lo accumula, qualcuno accumula potere. Per questo motivo la decentralizzazione non è un capriccio ma è una risposta razionale se vogliamo ridurre l'impatto energetico, proteggere la nostra privacy e know how, e evitare di restare intrappolati e dipendenti da questi sistemi.

Quarto costo: infrastruttura e componenti (e il mercato retail che resta a secco)

L’IA centralizzata non richiede solo energia e acqua: richiede hardware, in grandi quantità e con cicli rapidi. Si pensa che la vita utile di un datacenter sia inferiore a 5 anni, e che il loro costo in funzione della vita utile non permetterà mai di rientrare nell'investimento (questo apre il discorso della “bolla” ma non ne parlerò qui). Quando una parte crescente della produzione di componenti ad alte prestazioni viene assorbita dai data center, succedono tre cose: – Se la domanda industriale cresce più velocemente della capacità produttiva, qualcuno resta senza componenti. Chi ci rimette quindi è il mercato retail che ha meno potere contrattuale rispetto ai grandi acquirenti. – Ammesso che la catena di fornitura regga, la pressione sulla domanda sposta prezzi e disponibilità/priorità. L'utente consumer se ne accorge subito: componenti più costosi, hw di qualità destinato altrove. Pensiamo a Crucial che proprio in questi giorni ha deciso di non vendere più RAM al mercato consumer per girare tutto verso l'uso sulle IA. – Se l'accesso al computer diventa un problema di capitale e di contratti, allora stiamo pagando non solo maggiori costi sui componenti, ma stiamo delegando la capacità di sperimentare e innovare a una minoranza di attori. Questo è un problema sia di concorrenza che di libertà tecnologica.

La centralizzazione non prende solo i dati, prende anche una parte crescente del diritto di calcolare.

Decentralizzare è un obiettivo tecnico e morale

Si parla spesso di IA come fosse un oggetto immateriale e neutrale. Non lo è e qui ho voluto mostrare che ha un corpo composto da energia, raffreddamento, acqua, infrastruttura. Ha una direzione politica incorporata: centralizzare dati e calcolo. Questo impatta negativamente sull'ambiente, sulla nostra privacy, sul nostro potere tecnologico. Se vogliamo un'IA compatibile con la privacy e con i limiti fisici del mondo reale dobbiamo smettere di pensare all'IA come fossimo destinati inevitabilmente a subirla, ma trattarla come un'opzione. Se e dove ne abbiamo bisogno, dobbiamo progettare un futuro dove l'IA è più distribuita, locale e misurabile.

1 – Landauer, R. (1961). Irreversibility and Heat Generation in the Computing Process. IBM Journal of Research and Development. 2 – Masanet, E., et al. (2020). Recalibrating global data center energy-use estimates. Science. DOI: https://doi.org/10.1126/science.aba3758 3 – Ren, S., et al. (2023). Making AI Less “Thirsty”: Uncovering and Addressing the Secret Water Footprint of AI Models. arXiv. Link: https://arxiv.org/abs/2304.03271 4 – Shehabi, A., et al. (2016). United States Data Center Energy Usage Report. LBNL. PDF: https://eta.lbl.gov/publications/united-states-data-center-energy 5 – Parrondo, J. M. R., Horowitz, J. M., Sagawa, T. (2015). Thermodynamics of information. Nature Physics. DOI: https://doi.org/10.1038/nphys3230

 
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from Ore liete


Siamo quasi alla fine dell'anno, sono fuori tempo massimo o troppo in anticipo per la sua prossima iterazione, ma ora posso scriverne. Per le festività natalizie andavamo da mia zia, pranzo o cena che fosse, e il mio giorno preferito era quello della vigilia, seguito dall'ultimo dell'anno. Intanto, sono del Sud: non mi pare proprio sia una consuetudine nazionale, ma sotto una certa latitudine c'è il cenone della vigilia. E la preparazione iniziava il pomeriggio, con la preparazione delle anguille, le sfuggevoli anguille. La casa di mia zia stava nel centro storico, che in molti paesoni brutti del Sud è un modo falso e gentile per riferirsi alla zona più degradata e abbandonata, un agglomerato di case mangiate dall'umidità e dallo sfacelo, inghiottite dal buio, l'unico tipo di casa alla portata dei più poveri. Due piani, giù una stanzetta di pochi metri quadri collegata a un cucinino ancora più stretto e al salone, l'unico locale di una metratura approssimativamente umana. Al piano di sopra si accedeva da una scala ricavata da putrelle di ferro, queste sì solide (probabilmente, se il terremoto del 1980 fosse capitato più vicino, quelle putresse sarebbero state l'unica cosa a salvarsi di quell'isolato marcio). Sotto il triangolo disegnato dalla scala, lavorava mio nonno quando faceva il ciabattino. Sì, in uno spazio ridicolo che oggi forse associamo di più alle immagini di Kowloon, uno spazio risicato anche in altezza ed era un attimo alzarsi e picchiare la testa su una putrella di ferro. Al piano di sopra, la stanza da letto e il bagno.

Mia mamma e mia zia se ne stavano quasi tutto il tempo nel cucinino, iniziando col litigare con le anguille, che erano sempre e comunque vive e istintivamente, naturalmente portate alla sopravvivenza. Era il regno della frittura, c'era anche il baccalà, e tutti quanti dovevano starne fuori e accontentarsi del puzzo del fritto e dello sfrigolio dell'olio.

Era tutto buio, sostanzialmente: la casa era al piano terra di un palazzo tra palazzi, il sole vi faceva capolino soltanto per poco, quel che rifletteva dalle pareti una volta bianche delle mura circostanti. Ogni locale doveva accontentarsi di una lampadina o di un neon, tranne il salone che si meritava addirittura un lampadario. La sensazione complessiva, però, era di quel buio che non si riesce a sconfiggere.

Il riscaldamento... parola grossa, comunque dalla cucina arrivava un certo calore e nello stanzino d'ingresso c'era una stufetta elettrica che faceva il possibile; solitamente, a quelle stufette prima o poi si rompe uno degli elementi riscaldanti e quelle nostre erano sempre così. Probabilmente, in qualche misura ci aiutavano anche le lampadine, le lampadinacce di una volta, quelle che consumavano quanto un forno elettrico e illuminavano quanto un cero votivo. Più avanti, la stufetta venne sostituita dalla stufa a gas col bombolone, che solitamente finiva proprio in quei giorni.

Su quelle stufe, comunque, ci accendevo i fitti-fitti. Si chiamano stelline nel resto d'Italia, nel napoletano stelletelle o, più comunemente, fitti-fitti. Avrete capito di cosa stia parlando, ma so essere ridondante e specifico: quei bastoncini composti da un'anima di filo di ferro immersa in una qualche miscela chimica che, innescato il fuoco, si concretizza nella distribuzione copiosa e gioiosa di scintille nel raggio di una ventina di centimetri, esaurendosi in un rumore caratteristico. Bottigliette di champagne a parte (quelle cosine di plastica col filo che sbuca), era l'unico fuoco d'artificio a cui avessi accesso. Mio cugino, più grande, poteva dilettarsi con una scatolina di miniciccioli da far durare tutto il periodo delle feste, facendoli esplodere nel cortile del palazzo, ma in famiglia non siamo mai stati amanti di questa barbarie. Champagne, fitti-fitti e miniciccioli, basta: inoltre, non è che avessimo soldi in eccesso da bruciare.

Poi c'erano i cartoni animati: più o meno sempre gli stessi titoli: come oggi abbiamo Una poltrona per due, all'epoca c'erano i film di Asterix, dei Puffi e dei robottoni di Go Nagai. Mi faceva impazzire di meraviglia vedere Devilman e Mazinga Z insieme, oppure, Goldrake coi Mazinga, le spalle comiche e gli altri personaggi mischiati e immischiati. Sulle reti private, invece, era consuetudine trasmettere un cartone animato russo, con la principessa delle nevi. Non il giorno della vigilia, probabilmente, ma in quel periodo e mi piaceva guardare anche quello. Insomma: tra le sortite in cucina a spiare cosa bollisse in pentola o friggesse in padella, i robottoni, Asterix che prendeva a sberle i Romani, i Puffi e i fitti-fitti, quel pomeriggio non sembrava finire mai, ma poi finiva, tornava mio zio da lavoro, faceva il macellaio, e ci si metteva a tavola dopo poco.

Il cenone della vigilia è a base di pesce e il primo piatto erano spaghetti con vongole o lupini (vongole se ci sentivamo particolarmente ricchi), poi fritto di anguille e baccalà, frutta secca e dolci. Le varie pietanze erano intervallate/accompagnate dalla classica insalata di rinforzo e dai finocchi, questi “per sgrassare”. L'insalata di rinforzo era, appunto, un'insalata di cavolo bollito, alici salate, olive verdi e nere, cipolline in agrodolce, papaccelle (strisce di peperoni tondeggianti, grossi al massimo quanto un pugno, marinati in aceto, spesso anche piccanti), altri vegetali... si chiama di rinforzo perché, successivamente, ci finivano dentro gli avanzi, come per esempio i pezzetti di baccalà avanzati. Il contenitore dell'insalata di rinforzo andava avanti e indietro dalla vigilia al primo dell'anno. Poi la frutta secca: noci, arachidi, mandorle, nocciole, ceci e semi di zucca tostati. Datteri, fichi bianchi e neri, oggi si trovano solo quelli bianchi. Prugne secche. I dolci, con roccocò, mustaccioli e anginetti. Solitamente li compravamo già fatti, ma mia zia si provava, ogni anno, coi roccocò, sempre con lo stesso risultato: erano duri come la pietra. Li portava in tavolta e lo scambio di battute seguente era sempre lo stesso:

- Ho fatto i roccocò, ma quest'anno, chissà come mai... - ... sono venuti un poco duri.

Era mio padre quello che si occupava di far notare la cosa e, effettivamente, erano buoni per piantare i chiodi. Così mangiavamo quelli comprati altrove, mentre quei pezzi di marmo finivano inzuppati nel latte, nei giorni a seguire, o mangiucchiati dalle dentature più audaci.

Poi c'era la tombolata, e si rideva quando a dare i numeri (letteralmente) era mio zio, che si diceva un gran bevitore, capace di resistere a chissà quanti litri di vino, in realtà era già ubriaco dopo mezzo bicchiere e partivano racconti militareschi di imprese epiche e avventure in posti esotici che neanche Sandokan, quando tutto quello che aveva fatto, e che avrebbe fatto per la vita che gli restava, era andare dalla casa alla macelleria e ritornare. Un bicchiere intero e partivano le canzoni e i balli, ma si faceva il possibile per non arrivare a questi estremi. Il panariello poi passava a mia zia, che ha sempre avuto una vista pessima, solo parzialmente mitigata dagli occhiali spessissimi, ogni numero era un'incognita o una runa da decifrare. Lo stesso numero sembrava uscire più volte e bisognava ricontrollare, quei giri di tombola duravano troppo più del dovuto.

Infine, pandoro o panettone, più frequentemente il primo (c'era sempre qualcuno non mi piacciono i passeri (l'uva passa), i canditi, la glassa è troppo dolce...); li facevamo scaldare davanti alla stufa/stufetta, qualche volta dimenticandoceli pure. Difficilmente si aspettava la mezzanotte, lo spumante lo stappavamo con un certo anticipo e la scatola del pandoro/panettone me la portavo sempre a casa, perché ci ritagliavo una feritoia per gli occhi e diventavano gli elmi di Guerre Stellari. Il tipico mascherone di Darth Vader rosa Bauli.

Anche il cenone dell'ultimo si concludeva con un certo anticipo: era meglio non trovarsi in strada nel momento cruciale, perché il resto della popolazione non si limitava a champagne, fitti-fitti e miniciccioli.

 
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from Il quaderno del Cretino di Crescenzago

Questo articolo è una prosecuzione ideale di A proposito di guru laici, autenticità e utopia; raccomando caldamente di recuperarsi la “scorsa puntata”.

Le ferie con Unicorn Overlord

Sono le vacanze di Natale, e sei attaccato ai videogiochi. C'è un impero dispotico che ha sottomesso tutto il mondo conosciuto, grazie a una magia nera che fa il lavaggio del cervello agli oppositori e li riduce a docili servi del regime. C'è un legittimo principe dai capelli blu a capo di una piccola banda di guerrieri lealisti, con in pugno un'arma segreta: un anello sacro, una reliquia del culto del Padre Celeste, la cui carica mistica può sciogliere l'ipnosi dell'imperatore malvagio. Ci sono piccoli gruppi di insorti irriducibili sparsi per tutto il mondo, dalla foresta lussureggiante degli Elfi alle tundre gelate dei Feridi, tutti messi all'angolo dalla repressione imperiale... tutti perfettamente capaci di riprendersi e vincere, se al momento giusto il nobile principe arriverà a colpire il nemico dove fa più male e a ribaltare le sorti della battaglia.

Sono le vacanze di Natale e stai liberando dalla tirannide un mondo di codice dove sono solo i soldati imperiali a morire, mentre i ribelli si riprendono sempre, e dove l'interfaccia ti preavvisa prima chi prevarrà in uno scontro fra due battaglioni. E dove ci sono abbastanza risorse naturali, pronte alla raccolta, da rimettere in sesto l'economia di tutti i borghi che l'impero ha devastato e ultratassato, assicurando un benessere pan-continentale attraverso un'economia pre-industriale.

Fin qui va tutto bene...

In casa tua.

Fuori di casa tua, nel mondo di atomi, i più ricchi e potenti Stati del mondo sono tutti già in mano a despoti guerrafondai, in ciascun Paese la repressione arresta sfratta e ammazza, e non c'è nessun Padre Celeste a donarci il miracolo salvifico. A ben guardare, non abbiamo nemmeno il principe carismatico benedetto dal Signore Iddio che possa guidare la guerra di liberazione: abbiamo i vari tiranni pronti a sganciarsi le bombe atomiche l'uno contro l'altro. E la nostra economia potrebbe robotizzarsi e assicurare benessere diffuso, invece ci sta trascinando verso l'inabitabilità del pianeta.

Però fin qui tutto bene...

Fra il manganello e la cattedra

Qui nel mondo di atomi, sono cinque mesi che qui in Italia i nostri simpatici despoti mussoliniani demoliscono quelle che, a loro giudizio, sono le cittadelle dei ribelli facinorosi: a luglio, qui a Milano, il centro sociale Leoncavallo è stato espugnato a sorpresa mentre la piazzaforte era bella che vuota (e molti sarcastici complimenti ai suoi difensori assenteisti); pochi giorni fa, a Torino, l'Askatasuna è caduto sotto un assalto di proporzioni bibliche, e in effetti quello spiegamento di armati è servito a ricacciare indietro una tentata controffensiva. Da bravo sinistronzo abitante delle metropoli, sono colpevolmente ignorante di cosa accade in provincia, ma il passaparola delle staffette parla di nubi addensate su tutto il Triveneto, di tempesta lungo il medio Adriatico dalle Marche all'Abruzzo, di una morsa che si stringe nel cuore di Roma attorno al Forte Prenestino; ma se tutte le strade portano ancora a Roma, e se il Forte è il centro sociale più grande d'Europa, il sacco del Forte segnerebbe la disfatta di tutto quel mondo che crede a un'alternativa rispetto alle gerarchie finalizzate al lucro, un'alternativa fatta di autogestione e condivisione.

Ma esiste davvero, quel mondo alternativo?

No raga, perché ora vi invito a dare un occhio alle valutazioni in merito (per altro, proficuamente discordanti sul alcuni punti) che propongono Valerio Mattioli su «Rivista Studio» e Christian Raimo su «Jacobin Italia» (e grazie all'Archivio Grafton9 per la segnalazione degli articoli!).

Letto? Bene

La percepite anche voi, questa patina di distanza e astrazione nell'analisi, questo mantenere il discorso su un piano teoretico e cerebrale, tutto a parlare di “laboratori culturali”, “glitch nella matrice urbana”, “desiderio”, “dispositivo immaginifico”... e autoproduzione editoriale?
Insomma, a sentire Mattioli e Raimo, i centri sociali sarebbero stati un'esperienza cruciale nel panorama italiano perché hanno fatto da volano alle avanguardie sia musicali sia letterarie di fine millennio: le posse rap, i gruppi punk, la nicchia di sperimentazione narrativa da cui è uscito il New Italian Epic...

E poi quasi basta.

Con tutto il rispetto per Raimo e Mattioli, tanti paroloni sofisticati e filosofeggianti per blaterare tanto senza dire nulla.

Perché l'elaborazione di un'alternativa non deriva solo dalla sala concerti e dallo spazio stamperia, Sacripante!

Il desiderio che muove le masse

Da troppi anni, c'è uno spettro che avvelena quella manciata di persone convinte di poter tenere in piedi una parvenza di attività politica progressista, in questo paese che precipita nel neofascismo. È lo spettro dell'intellettualismo vuoto e borioso, figlio di quella pedagogia borghese della lingua italiana per cui non si “fanno i compiti” bensì si “eseguono i compiti”, il fenomeno tal dei tali non è “cultura giovanile” bensì “tipico dei ragazzi”, non esistono i “ruoli di genere nella cultura” bensì “la figura della donna nella cultura” (evviva l'oggettificazione per cui la donna non agisce mai, bensì è analizzata dall'uomo)... e soprattutto, non esiste la “rilevanza immediata e personale” di un tema, esiste l'“attualità” di quel tema: asettica, emotivamente piatta, ovviamente orientata in partenza a mantenere eternamente “attuale” ciò che la cultura del padronato ha elevato a canone (La poesia lirica cinquecentesca sarebbe ancora attuale? Sì, e io allora ho una vagina...).

«Ma cretinodicrescenzago, tu ti stai lamentando della retorica con cui la cultura di regime anestetizza preventivamente tutti i temi caldi! Noi siamo l'opposizione democratica, noi diciamo le cose come sono!»

Oh per favore, caru compagnu, non diciamoci bugie. Davvero non parlate mai in finto compagnese settantasettino, infilando in ogni dove la “soddisfazione dei bisogni materiali” o “l'innalzameno del livello di scontro” oppure il “salto di qualità della repressione” solo perché suonano bene? E davvero non parlate mai in finto compagnese femminista-finocchio, spargendo qua e là come prezzemolo il “potenziale trasformativo” o lo “sguardo dettato dal posizionamento” oppure le “alleanze fra i margini”? E davvero non fate mai anche voi come Raimo e Mattioli, pappagallando la santa trinità dei “comunisti critici” Michel Foucault-Gilles Deleuze-Felix Guattari, più una spruzzatina della buonanima di Primo Moroni?

Ammettetelo, ammettiamolo. Lo facciamo tuttu: parliamo in un accademicese che non capiamo davvero ma che ci dà un tono, ci fa sembrare informati e profonde e capaci di analisi elaborata, capaci di decostruire (ah, altra bella parolona) il sistema del padronato fin nei suoi atomi costitutivi. Ma è tutta una farsa, come i processi finti di Forum: l'accademicese è solo un comodo strumento per girare attorno al segreto di Pulcinella, all'elefante in mezzo alla stanza.

Intermezzo: in lingua inglese elephant in the room (“elefante nella stanza”) è la metafora equivalente al nostro “segreto di Pulcinella”. Da quando l'ho scoperto, voglio sceneggiare uno sketch comico in cui Pulcinella tenta invano di nascondere un elefante in una stanza. Ahahaha che genio che sono...

Dall'azione al pensiero e di ritorno all'azione

Nell'ultimo lustro, lo sappiamo, è esploso il dibattito pubblico sul linguaggio inclusivo, e ci sono state costruite sopra delle piccole fragili carriere; personalmente, trovo che tale dibattito incapsuli perfettamente il peccato originale accademista della sinistra italiana, tanto più che, mi sembra, nessunu si sta degnando di sbloccare l'empasse grazie al percorso tracciato dalla compagna Brigitte Vasallo (la mia filosofa vivente preferita; ecco, l'ho detto) nel suo splendido Linguaggio inclusivo ed esclusione di classe. Ci spertichiamo a mappare tutte le forme di linguaggio irrispettoso, nella speranza che stigmatizzarle spinga le persone a “parlare pulito” e, a catena, ad “agire pulito”, ma non ci poniamo mai il problema che la lingua è uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere monopolizzata o quasi dai padroni, ma se i ceti subalterni creano una propria versione di uno strumento, essa viene svilita e confiscata, proprio perché non faccia concorrenza alla versione padronale. Ora, chi ha accesso agli strumenti del padrone e si professa progressista ha gioco estremamente facile a confondere i confini fra povertà materiale e culturale ed eguagliare l'ignoranza col fascismo, marchiando di un peccato originale inespiabile chi certi strumenti concettuali non ce li ha, perché è già tanto se arriva a fine mese con un lavoro di fatica: in un certo senso l'ho esperito io stesso, con amara ironia, alla presentazione milanese di Linguaggio inclusivo ed esclusione di classe, allorché il pubblico che capiva il Castigliano dell'autrice si metteva sistematicamente a ridere e applaudire sopra la traduzione in Italiano a beneficio degli ignoranti come me.

Dove voglio arrivare, con questa filippica? Alla mia convinzione che l'analisi di Vasallo sia il controincantesimo necessario per spezzare quel sortilegio velenoso che rincoglionisce il progressismo italiano: se il linguaggio è uno strumento, e un linguaggio democratico deve essere inclusivo, la comunicazione deve demolire tutti i livelli intermedi di astrazione e mistificazione che confondono le acque e allontanano il pensiero dal mondo degli atomi. La comunicazione politicamente schierata deve smetterla di procedere per goffe citazioni scolastiche da un canone di teoria filosofica che tuttu fingono di conoscere ma quasi nessunu ha letto davvero: deve farsi strumento di emancipazione con cui la singola persona subalterna possa pensare e descrivere sé stessa e la sua condizione, verbalizzare i propri bisogni concreti (materiali o spirituali che siano, differenza non ve n'è), e progettare una prassi trasformativa con cui migliorare il proprio vivere.
E questa che sto formulando io non è la fusione atomica, eh: è solo la sintesi di ciò che ho imparato leggendomi da cima a fondo Pedagogia degli oppressi del compagno Paulo Freire (un classico sessantottino terzomondista), e facendo amicizia con vecchi militanti di Avanguardia Operaia che in gioventù si sono sporcati le mani e spaccati le ossa a fare scontri di piazza, contrastare lo spaccio di eroina, e occupare spazi abbandonati per restituirli alla comunità.

E qui torniamo al mio punto di partenza.

Le vere geografie del desiderio

Non chiedermi chi è stato il primo, non chiedermi come si fa, non chiedermi chi erano i Beatles: chiedi chi era Davide Dax! Chiedilo a chi gli è restato vicino a chi ora è qua nel nome di Dax. Gridalo forte a chi non ha capito cosa vuol dire davvero antifa!

Sono le barre del rapper Aban in memoria di Davide “Dax” Cesare, militante del centro sociale milanese ORSO, assassinato da neofascisti il 16 marzo 2003. Qui in Lombardia, i graffiti “Dax odia ancora” sono una presenza fissa e rassicurante, e un punto di ingresso alla militanza politica per tantu fra noi: lo sono stati per me, che mi trasferii a Milano giusto in tempo per il ventennale della morte di Dax, e la sera del 16 marzo 2023 mi recai lì, sotto la lapide in memoria di Davide, all'angolo fra via Brioschi e via Zamenhof, tutto tremante e intimorito davanti a quel mondo nuovo e sconosciuto, quella sottocultura dell'antagonismo che conoscevo solo dai fumetti di Zerocalcare... finché non abbiamo guardato il documentario sulla vita e il ricordo di Davide, e poi è partito il corteo, e il sound system del furgone ha sparato a tutto volume le barre di Aban. E allora ho capito di essere a casa.

Ad accogliermi nella sinistra di movimento non sono state le elucubrazioni professorali e decontestualizzate sul desiderio, il prisma intersezionale, e la declinazione femminile dei sostantivi: è stato il peana funebre per un camionista delle case popolari di Rozzano che si faceva il culo quadro per mantenere la figliola (quasi mia coetanea) e tenere in piedi uno spazio sociale, e ci è stato ammazzato a coltellate a ventisei anni. Ma, come rappa Aban, la comunità di Davide ha “trasformato il dolore in azione”, a partire dai suoi genitori Arcangelo e Rosa, e anche se l'ORSO è stato sgomberato, tuttavia in via Gola sopravvive il quadrilatero delle case occupate, con la sua vertenza perpetua per ottenere la sanatoria, e il volto fiero di Dax che campeggia sul muro all'angolo con via Pichi; poco lontano, sopravvive anche il Cox18, con l'archivio storico di tutta la stampa autoprodotta che il movimento milanese (e non solo) ha accumulato nei decenni e che la biblioteca nazionale di Firenze di sicuro non ha mai catalogato. Un bel po' più a nordovest, c'è lo Spazio Micene, il luogo di ritrovo e coordinamento per chi abita le case popolari del quartiere di San Siro, quella comunità che ieri pianse l'omicidio di Giuseppe Pinelli e ora protegge dalla repressione i suoi figli che parlano un po' Italiano e un po' Egiziano, che hanno il cuore un po' ai piedi dello stadio Giuseppe Meazza e un po' nelle campagne fra il Nilo e il Mediterraneo. Si va tutta a Est, e si raggiunge il SOCS, un seminterrato del plesso di scienze naturali dell'Università Statale, un'aula studio con mensa autogestita che ospita seminari e hacklab, unico piccolo grande risultato del movimento delle Tende in Piazza del 2023 (essendo che la questura li sgomberò dal cinema abbandonato di viale Abruzzi, ma dettagli).

E questi sono solo alcuni, degli spazi sociali variegati e litigiosi sparsi per questa grande metropoli che è Milano. Ciascuno con i suoi limiti, le sue storie, i suoi progetti, il suo sogno di rendere la vita più bella a chi abita il suo territorio. E come Milano ha i suoi, sono certo che ogni piccolo spazio ancora attivo in ogni centro di provincia abbia le sue storie, i suoi progetti, i suoi sogni.

Questi sono i centri sociali, questa è la sinstra di movimento: non paroloni sui libri di filosofia, ma progetti collettivi per migliorare la vita, per dare una risposta a bisogni reali e accrescere un po' il benessere di tutti. È con il progetto collettivo che le famiglie senza tetto rioccupano case abbandonate lasciate a marcire, che chi non spiccica una parola di Italiano impara quantomeno le basi grazie ai corsi gratuiti, che le donne bisognose di supporto hanno accesso a consultorie autogestite e a gruppi di sport popolare che, fra le righe, insegnano anche l'autodifesa.

Non è coi paroloni, che bisogna raccontare questi sogni: è con il linguaggio della leggenda urbana, della poesia rappata, della mitologia moderna.

I sogni si raccontano col cuore.

Olio di gomito, e immaginario di lotta

C'è un motivo, se da cinquant'anni a questa parte vanno forte le storie high fantasy che scopiazzano male quel pezzo da novanta che è Il signore degli anelli: perché è rassicurante sognare mondi in cui la Divinità designa chiaramente un Cristo che possa dissipare il Male incarnato, e gli fornisce pure gli strumenti infallibili per riuscirci. A quel punto, ovvio che ci accodiamo tuttu al carro del vincitore, per guadagnarci l'accesso al nuovo Eden in terra.

Ma questa teologia è una semplificazione consumista, non è la vera visione cattolica del prof. Tolkien, e non è certo l'unica teologia possibile. Ci sono altre storie mitiche, con cui dare forma alla nostra visione del mondo atomico e orientare di conseguenza il nostro agire. La compagna Ursula Kroeber Le Guin ha raccontato ne I reietti dell'altro pianeta una società anarchica in dialettica con un blocco capitalista e uno sovietista, e il suo romanzo, per me, è stato più educativo di mille ore di ciance con anarchici viventi che venerano in modo masturbatorio il pensiero di Errico Maltatesta. Zerocalcare sono quindici anni che si batte con carta e inchiostro per rappresentare l'antagonismo di sinistra come una scelta nobile e gratificante, ed è anche grazie a lui che abbiamo idea, qui in Europa, di ciò che sta facendo il movimento libertario curdo (e ormai non più solo curdo) per costruire un'utopia fra i monti Zagros e il fiume Eufrate. Il defunto Nanni Balestrini si sarà anche adagiato su sé stesso, ma intanto Vogliamo tutto ci racconta in presa diretta le lotte sindacali auto-organizzate della Fiat di Torino nel '69... e a leggerlo, ti dici che avresti voluto essere lì con gli operai insorti, nella battaglia di corso Traiano. E ben prima di Mattioli e Raimo, una difesa dei centri sociali c'è in Al sole come i gatti di Marta Baroni, alla quale sarò per sempre debitore, perché parlando della sua Roma mi ha insegnato cosa vuol dire amare un isolato, un quartiere, una città... È grazie a lei se ora amo la mia via, la mia Affori, la mia Milano.

I compagni di Dax hanno scritto sulla sua lapide che:

[...] Contro la rassegnazione pensare l'impensabile! Contro la paura imparare il coraggio! Cospirare vuol dire respirare insieme. [...]

Pensare l'impensabile, a casa mia, si chiama pensare il fantastico: si chiama scrivere fantascienza, fantasy, horror, realismo magico. Si chiama non cedere all'obbligo eurocentrico scientista di pensare il mondo solo in termini materialisti, e liberare un pensiero spirituale, se non (eresia!) religioso. Pensare l'impensabile è prendere il mondo atomico per come lo esperiamo, e immaginarsi un di più, un'eccedenza, un'anomalia. Un fuori fase che ci permette di intuire un'altra prospettiva. E la buona letteratura fantastica parte dalle eccedenze che la comunità avverte ma non verbalizza, le porta alla luce, e innesca il ragionamento collettivo su cosa fare, di quelle eccedenze. È la chiave di volta dell'afrofuturimo di Octavia Butler, Samuel “Chip” Delany e Charles Saunders. È una possibile sfaccettatura della resistenza palestinese al colonialismo sionista. È un pilastro della sopravvivenza delle persone finocchie come me; chiedetelo alla compagna Filomena Sottile.

Poul Anderson fu uno dei maggiori autori statunitensi di fantascienza in quella generazione che vinse la Seconda Guerra Mondiale e reputava la NATO una forza del bene, destinata a sconfiggere la barbarie sovietica e portare l'umanità verso un futuro di benessere tecnocratico. Nel suo racconto “Gypsy” (mi risulta inedito, in Italiano), del Cinquanta-qualcosa, il giovane Anderson si scatena in un immaginario utopico, a pensare l'impensabile: un futuro neanche troppo distante in cui gli esseri umani potranno scegliere se colonizzare pianeti ecologicamente simili alla Terra, ma privi di vita intelligente, o viaggiare da nomadi fra i sistemi stellari, per il gusto di esplorare lo spazio aperto e conoscere altre specie senzienti. Questa è la costruzione di una prospettiva mitica, di un sogno cui tendere, e questo immaginario, al tempo, dava forma alla classe intellettuale statunitense, quella grazie alla quale siamo arrivatu al computer in ogni casa. Poi il vento dell'immaginario è mutato, e ora viviamo nella peggiore delle distopie che aveva immaginato la generazione del cyberpunk.

Compagnu e compagne e compagni, c'è poco da fare. Se vogliamo invertire il vento, dobbiamo scendere dal piedistallo fatto di libroni di filosofia che nemmeno capiamo, e farci umili e laboriosu: dobbiamo parlare come mangiamo per capire i nostri bisogni reali, sporcarci le mani assieme per soddisfare assieme quei bisogni, e sognare assieme un'utopia in cui stiamo meglio... e raccontare quell'utopia sì da renderla accattivante, attraente, bella.

Se sapremo raccontare con onestà quell'utopia, e se costruiremo con sincerità i nostri sogni strada per strada e casa per casa, forse ci sarà ancora una possibilità.

Forza amicu, cospiriamo assieme.

 
Continua...

from Does GLaDOS dream of electric sheeps?

“Era dal 1968 che non mi sentivo così”, esclamò John, cercando goffamente di rimanere in piedi vicino la palizzata. “Così come? Ubriaco? O intendi felice?” Mark era in genere un ragazzo che andava dritto al dunque. “Entrambi, uno la conseguenza dell'altro!” La palizzata era un rimasuglio del recinto con il quale la vecchia e decadente cittadina di Orkaunty segnava il suo confine. Era un pezzo d'epoca, molto famoso: tanto che il primo sindaco arrivato dopo la grande guerra del Nord fece installare una placchetta metallica con scritto “Qui la cittadina di Orkaunty smette di essere circoscritta dalla Valle del Nulla ed espande le sue radici verso l'orizzonte – Russel McKolin” “Che idiota, comunque” Mark si girò di scatto e vide che John stava fissando, con equilibrio precario, la palizzata. Si avvicinò barcollando, scavalcò e si mise di fronte al suo amico. “Di chi parli?”, chiese Mark con sguardo interrogativo. “McKolin... Quel vecchio idiota, schifoso e ladro di un McKolin... McKolin...” “Forse è ora di tornare a casa, che dici?” Mark afferrò il braccio di John per tirarlo verso la strada, ma non riuscì a smuoverlo. “Voglio rimanere ancora un po'”, fece John. “Cosa vuoi fare?” “Non lo so... Sono ubriaco e sto ricordando il passato. Il minimo che posso fare è versare una lacrima per tutti coloro che ho perso durante la mia vita” “Oh, cosa mi tocca sentire alle tre di notte... John andiamo, sei stanco” “No Mark, non sono stanco, sono annoiato” “Da cosa?” “Dalla vita che conduco ogni giorno da ormai quindici anni” “Essere anziani significa questo? E io che non vedo l'ora di arrivare alla pensione!” “Sciocco, sei giovane e puoi permetterti di fare cose che un vecchio bacucco come me non può che sognare” Per diversi secondi nessuno dei due disse nulla, poi John, voltandosi, guardò prima Mark, poi di nuovo il paletto e poi ancora Mark. “Va bene, andiamo a casa” “Oh, dio, grazie! Non vedo l'ora di buttarmi sul letto e...” Ma John gli mise una mano sulla spalla e con un cenno gli intimò di fare silenzio.

La decisione che John prese molti anni prima, di andare a vivere lontano dal centro, in mezzo al deserto e alle sterpaglie, era una delle poche cose che non rimpiangeva. Camminando in silenzio poteva ascoltare il rumore dei passi di Mark, che trascinava i piedi per terra, il fruscio del vento e il canto dei grilli. Il cielo era nuvoloso, ormai lo era da anni, guardando in alto cercava di ricordarsi le stelle, piccoli puntini luminosi, alcuni più, altri meno, che invadevano il cielo dopo il calar del Sole. Neanche il Sole c'era più da molto tempo. L'alcol che aveva in corpo lo rilassava e lo scaldava. Arrivati a pochi metri dall'ingresso, si fermò di colpo: aveva voglia di stendersi da qualche parte ed osservare il cielo notturno. “Cosa succede?”, Mark sembrava preoccupato. “Niente Mark, sono solo... Sono...”, si guardarono negli occhi e Mark poté vedere che qualcosa turbava il suo anziano amico. “Sei stanco?” “No. Beh, un po' sì, ma è normale alla mia età. No, in realtà vorrei stendermi da qualche parte per osservare il cielo” “Il cielo? Ma John, mio caro vecchio John, sai meglio di me che il cielo non esiste più da ormai troppi anni” “Il cielo esiste, solo che non possiamo vederlo” “Allora cosa vorresti osservare, se il cielo non si può vedere?” John esitò. “Il mio passato” I due si fissarono e dopo un po' Mark mugolò qualcosa che assomigliava a “fai come vuoi io sono troppo sbronzo per dormire fuori” e si avviò sullo stradino di terriccio che portava alla casetta. Stare in piedi in mezzo alla strada, di notte, a quell'età, era rischioso. Certo di animale selvatico ormai non ce n'era quasi nessuno, ma qualche predone del deserto poteva approfittarsi del momento. A John non importava. Contemplando il cielo ricordò di quando stava disteso sul prato con Anna, di notte, a guardare le stelle. “Secondo te John, riusciremo mai a raggiungere almeno una di quelle stelle?”, chiese lei, osservando quella che un tempo era chiamata la costellazione di Orione. “Mio fratello dice che un giorno le stelle non esisteranno più” Anna spostò il braccio di John dietro la sua schiena e si accoccolò su di lui “Credo che sia una cosa molto triste” “In effetti lo è An, ma forse mio fratello si sbaglia” John spostò lo sguardo dal cielo sulla casetta e pensò che, in fondo, suo fratello aveva avuto ragione su tutto. Con molta pazienza (e presa di coscienza sull'ubriacarsi alla sua veneranda età), si mise a gattoni, si sollevò in piedi e si incamminò verso casa, ponendo fine alla lunga giornata.

La mattina seguente, John si rese conto anche senza aprire gli occhi che la coperta era del tutto avvolta attorno a lui, ma decise di rimanere a letto ancora un po'. Verso mezzogiorno Mark bussò alla porta di camera sua.

“Sei vivo?” “Sì, sono solamente intrecciato nella coperta” “Se mai volessi smetterla di poltrire, il pranzo è pronto” “Sai Mark, dovrei alzarti la paga” “Forse prima dovresti cominciare a pagarmi” “Già, forse...” Entrando in cucina c'era una tavola rettangolare, lunga circa due metri, larga uno, quasi spoglia, apparecchiata con due piatti, due bicchieri, un paio di cucchiai e ogni piatto aveva una fetta di formaggio, del pane duro come una palla da baseball e dello stufato. Dello stufato? “Dello stufato? Dove hai trovato della carne?” John non vedeva dello stufato da quell'inverno in cui per sbaglio una tegola della casa era caduta sopra una lepre che passava nei dintorni. “Credo... Credo di non potertelo dire” “Sei andato in città, non è vero'?” Mark non rispose. “Allora?!”, John alzò il tono della voce. “Io...” “TU COSA?! Ti è dato di volta il cervello? Vuoi farti ammazzare?” Le urla misero Mark sulla difesa. “Ma non si rischia ad andare in centro! Sei pieno di pregiudizi! Quelle persone sono come noi! Solo perché hai deciso di fare l'eremita non vuol dire che loro siano mostri alieni!” John mantenne fisso lo sguardo su Mark e dato l'affanno, si mise a sedere. “Mangiamo, ne discuteremo dopo” Calò in silenzio, come succedeva un tempo, quando gli schermi trasmettevano dei programmi televisivi e tutti erano abbindolati dalle immagini proiettate. Mark posò il cucchiaio sul piatto e si rivolse a John. “Senti, mi dispiace, ma stavamo finendo il cibo e sinceramente cominciava a darmi la nausea mangiare tutti i giorni la stessa cosa” “Se avessero capito da dove vieni avrebbero potuto metterti in prigione e torturarti, come minimo” “Ma non è successo! Sono vivo, non mi hanno riconosciuto, ho l'accento locale da anni ormai e non possono neanche basarsi sul colore della pelle visti tutti gli schizzati che si fanno modificare il DNA al giorno d'oggi” John non lo guardò neanche. Spostò la sedia facendo rumore e andò vicino la finestra, guardando fuori. La teatralità di John colpì Mark al punto di doversi trattenere dal fare battute, non era proprio il momento. “Sai cos'è successo a mio fratello, no?” “Certo, me lo avrai raccontato un milione di volte” “Bene, ma non sai perché mi sono trasferito qui” In effetti era più una supposizione che una certezza. Il fratello di John, Albert, era morto in un campo di concentramento durante la guerra del Nord. Quelli che una volta erano gli Stati Uniti avevano dichiarato guerra al Canada e tutti coloro che non avrebbero prestato servizio in nome della difesa della propria patria, sarebbero stati considerati traditori e puniti a dovere. Un classico. Albert era un ricercatore universitario, un pacifista, un socialista, insomma una piaga, ma finché il governo poteva guadagnare dai suoi lavori sottopagandolo, andava bene. Quando ci fu la chiamata alle armi si oppose, quindi lo arrestarono e lo imprigionarono. John non fece la stessa fine, combatté quella inutile guerra e tornò a casa più povero di prima. “Perché la tua vecchia casa ti ricordava tuo fratello?” “No, non mi dispiace ricordare mio fratello, era una bravissima persona... No, il problema non era la casa, il problema erano le persone. Nonostante avessi dato tutto me stesso, il governo mi tenne sotto controllo per evitare che potessi fare qualche “follia” vendicando mio fratello. Non solo, divenni un reietto, il mio vecchio quartiere mi considerava un traditore, come Alb, e non c'era nulla che potessi dire o fare per cambiare la loro opinione. Così decisi di attuare il piano Z, quello che tenevo come soluzione alternativa per tutto: me ne andai in mezzo al niente per condurre una vita solitaria e pacifica. La prima devo dire di averla ottenuta, la seconda, invece, un po' meno” Mark non sapeva cosa dire, ma non sapeva neanche cosa c'entrasse questo con quello che aveva fatto durante la mattina. In fondo, gli Stati Uniti non esistevano più da un bel pezzo. “Non c'è più un pericolo simile, però... Capisco la tua preoccupazione, ma non c'è nessun governo totalitario a bacchettarci” “No, ma le persone non cambiano. Se vogliono odiare lo fanno, anche senza un vero motivo. E quelle persone che abitano nel centro cittadino non hanno nulla se non rabbia repressa, rinvigorita ogni giorno dalle notizie e dall'odio l'uno per l'altro e per sé stessi. La città è pericolosa, preferirei morire di fame che tornarci” Non ci fu risposta se non il rumore dei piatti e delle posate che venivano portate in cucina, pronte ad essere lavate. John continuò a guardare fuori, a scrutare la linea dell'orizzonte che divideva la terra sabbiosa e il cielo cupo. Una patina gialla ricopriva tutto quello che un paio di occhi non potenziati potevano captare e di tanto in tanto passava un uccello. Un uccello? Stupido vecchio, non era un uccello, era un drone, gli uccelli non esistono più.

Originally wrote in 2020-05-12T23:57:00.002+02:00

 
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